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Carta delle Valli del Gran Paradiso

Carta delle Valli del Gran Paradiso

Non si poteva trovare quadro più naturale per il lancio della nuova Carta delle Valli del Gran Paradiso: durante la giornata di apertura del XIX Gran Paradiso Film Festival.

Quest’anno l’inaugurazione è stata a Cogne: sono stati quasi in cinquecento ad assistere al concerto de L’Orage che nel pomeriggio del 24 agosto 2015 ha dato il via alla manifestazione di cinque giorni (24-29 agosto 2015, vedi programma). Un’importante affluenza di pubblico che è proseguita anche in serata, in occasione delle proiezioni dei film (qui, il backstage): a Cogne è stato necessario attivare due ulteriori sale, in aggiunta al centro congressi del la Maison de la Grivola, che hanno registrato il tutto esaurito. Sale piene anche a Ceresole Reale, Champorcher, Rhêmes-Saint-Georges e Villeneuve per un totale complessivo di 1.774 spettatori. Numero più che positivo, per la prima sera soltanto.

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Ma la cerimonia d’inaugurazione che normalmente precede la proiezione dei film in concorso, con una giuria popolare di 190 persone, quest’anno è stata sottolineata da una grande novità, la firma della Carta delle Valli del Gran Paradiso, un’opera a più mani che vuole sensibilizzare stakeholder, istituzioni e cittadini sul ruolo fondamentale che ogni individuo riveste nella conservazione della biodiversità e dell’ambiente.

La carta vuole essere un esempio di cittadinanza attiva e di partecipazione che il Festival ha voluto stimolare e lanciare.

E’ una proposta che parte dal basso, dai cittadini, per incoraggiare politiche di conservazione della biodiversità e la fruizione sostenibile del fragile ambiente naturale. Cittadini, turisti, imprese, rappresentanti di istituzioni assumono simbolicamente una responsabilità nel mettere in atto condotte e scelte che contemperino gli interessi delle presenti e future generazioni. Partendo dal Parco Nazionale Gran Paradiso – prima area protetta italiana – si intende ovviamente allargare lo sguardo sull’intero pianeta. Si tratta di un documento tuttora aperto ai contributi e alle considerazioni dei partner coinvolti e delle persone interessate.

La Carta è stata redatta coerentemente con l’accordo raggiunto in ambito Nazioni Unite sull’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile (Sustainable Development Goals and Targets); nonché in base alle osservazioni relative ai territori montani contenute nel documento “Il futuro che vogliamo” a conclusione del vertice mondiale di Rio del 2012 e nell’Agenda 21 delle Nazioni Unite del 1992.

«Esiste un’analogia tra la Carta delle Valli del Gran Paradiso e la Carta di Milano, proposta in occasione di EXPO 2015, con una sostanziale differenza: la Carta delle Valli del Gran Paradiso nasce dal basso, come esempio di cittadinanza attiva e scaturisce dall’esperienza e dalle buone pratiche che, da sempre, contraddistinguono il territorio del Gran Paradiso. È un documento che esprime una grande attenzione e un forte sentimento di appartenenza verso queste valli, da parte di chi le vive, le frequenta, le ama e le rispetta. È un’iniziativa meritoria e innovativa, che contribuisce a perseguire gli obiettivi del Governo» ha commentato Barbara Degani, Sottosegretario all’Ambiente e alla Tutela del Territorio e del Mare.

Concerto de L’Orage alla cerimonia di apertura
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«La Carta delle Valli del Gran Paradiso fa proprio il principio della partecipazione dei cittadini rispetto all’elaborazione di strategie sulla sostenibilità di lungo periodo e mostra come dalle valli del Gran Paradiso scaturiscano un esempio importante e un segnale della vitalità di un territorio di montagna da poter esportare in tutta Europa» ha dichiarato Renata Briano, membro del Parlamento europeo – Committee of the Environment.

«La Carta declina e riempie di contenuti concreti i principii della politica ambientale europea, fornendo un esempio e una buona pratica in vista degli obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile dell’accordo politico raggiunto recentemente in ambito Nazioni Unite sull’Agenda 2030» ha sottolineato Marco Onida, membro della Commissione Europea che ha moderato il dibattito di presentazione della Carta.

La Carta viene sottoscritta a titolo individuale ed è disponibile per essere consultata e firmata sul sito http://www.carta.grand-paradis.it; nella stessa pagina è inoltre presente “L’agenda 2.0 partecipata”, uno spazio di dibattito e confronto per tutti coloro che volessero esprimere le proprie idee sui temi trattati nella Carta, avvalorandone e implementandone i contenuti.

Dalla sua presentazione la Carta è stata firmata da più di 300 persone tra cui: Barbara Degani, Luigi Bobba, Valerio Onida, Monica Frassoni, Alberto Sinigaglia, Luciano Violante, Luigi Spagnolli, Franco Iseppi, Franco Zagari, Umberto Martini, Annibale Salsa.


Considerazioni
Al riguardo di questa Carta, sono assolutamente d’accordo con Annibale Salsa, che la giudica “Documento di estrema importanza che pone al centro le grandi emergenze della governance territoriale dei territori alpini”.

Ma, mentre approvo senza riserve il diritto della popolazione montana al miglioramento del tenore di vita, avrei qualche riserva ad affermare il diritto al perseguimento di una crescita economica sostenibile: è opinione di molti che tra qualche anno la crescita non sarà più possibile per nessuno (sostenibile o non sostenibile…), dunque occorra prepararsi piuttosto (e non solo psicologicamente) a una comune decrescita indolore, vedi la teoria di Serge Latouche.

In più, il successo della sua prestigiosa presentazione non ci deve far dimenticare che, appunto, una Carta rischia di rimanere carta. Non sarebbe la prima volta che si va ad aggiungere altra lettera morta a giornali e libri nei più svariati archivi. In questo il digitale non ci aiuta: nella giungla del web anche le cose più preziose possono scomparire.

Il compito che hanno ora gli estensori è quello di far vivere la Carta, in ogni modo. Deve diventare reale strumento di comunicazione e condivisione, i clic e le firme non sono sufficienti. Ed è evidente che questo compito sarebbe tanto più difficile quanto più grande fosse la nostra indifferenza.

Addendum
Sopra si è fatto riferimento alla Carta di Milano, il lascito immateriale di Expo Milano 2015. Venerdì 23 ottobre 2015, le Comunità Montane Lombarde hanno integrato il manifesto di Expo 2015 Milano. E’ successo al PalaMonti di Bergamo, unica struttura in Italia dedicata interamente alla montagna di proprietà del CAI di Bergamo, in una serata Fuori Expo organizzata dal Sistema Orobie, alla presenza del Presidente della Regione Lombardia Roberto Maroni, del Sindaco di Bergamo Giorgio Gori e del Presidente della Provincia Matteo Rossi. E’ stata presentata, la Carta di Milano per la Montagna, documento redatto con la supervisione scientifica del Prof. Annibale Salsa, past President Club Alpino Italiano, e con contributi in primis di Regione Lombardia, sottosegretariato alle Politiche per la Montagna, dell’Unione Bergamasca CAI, Ersaf, Unimont, Uncem, Anci, Aiccre, Crea, Federbim, Fondazione Montagne Italia, Gruppo interparlamentare per lo sviluppo della Montagna e Ruralpini, e dalla Conferenza delle 23 Comunità Montane Lombarde.
Da queste ultime è partita la richiesta al Ministro Maurizio Martina, in qualità di Presidente del coordinamento per la Carta di Milano, di integrazione del “testamento” di Expo Milano 2015 in almeno due punti:
1) paragrafo diritti – “noi crediamo che”:
“la salvaguardia delle montagne, che rappresentano il 24% della superficie terrestre e possiedono un enorme patrimonio di biodiversità, sia fondamentale per garantire la disponibilità e l’accessibilità alle risorse alimentari a livello globale e vada attuata anche attraverso il diritto alla conservazione del patrimonio culturale e tradizionale delle popolazioni che le abitano e favorendo processi di coesione e di equità sociale, tra aree rurali e montane e aree urbane;”

2) paragrafo consapevolezza “siamo consapevoli che”:
“le Montagne della Terra sono ecosistemi preziosi, ricchi di risorse naturali e di biodiversità indispensabile per l’evoluzione della vita e il mantenimento degli equilibri del Pianeta, e possiedono un patrimonio unico di ricchezze culturali, tradizionali, identitarie e di peculiarità sociali ed economiche. La valorizzazione delle risorse mediante attività come l’agricoltura, il turismo, l’artigianato, la produzione di energia, di alimenti e di materie prime, praticate in modo sostenibile ed in grado di garantire reddito equo alle popolazioni montane, richiede la definizione e l’adozione di politiche specifiche ed integrate, che sappiano trasformare le specificità in opportunità, anziché svantaggio”.

La Carta di Milano per la Montagna è già ufficialmente uno dei 108 contributi alla Carta di Milano, un arricchimento fondamentale per un manifesto che cerca di coinvolgere tutti, donne e uomini, cittadini di questo pianeta, nel combattere la denutrizione, la malnutrizione e lo spreco, promuovere un equo accesso alle risorse naturali e garantire una gestione sostenibile dei processi produttivi.

Ovviamente. anche per la Carta di Milano per la Montagna sono valide le nostre considerazioni di cui sopra.

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L’impatto dello sci di pista

L’impatto ambientale dello sci di pista: una sintesi (2010)
di Simone Guidetti (nel 2010 tecnico dell’Ufficio Tecnico Ambiente del CAI)

Questa relazione è tratta dagli Atti dell’Aggiornamento Nazionale CAI-TAM 2010, da un convegno (Montagna, neve e sviluppo sostenibile: quali prospettive) che si svolse a Leonessa (RI) dal 17 al 19 settembre 2010. Gli Atti costituiscono il Quaderno TAM n. 5.


Dati socio-economici della regione alpina

Normalmente si pensa che le aree di montagna siano aree depresse economicamente e in fase di spopolamento e la richiesta di contributi pubblici per la realizzazione di determinate opere viene giustificata con la necessità di promuovere lo sviluppo di queste aree.

Tuttavia, da un’analisi socio-economica approfondita, emerge un quadro più complesso e parzialmente in contrasto con questa tesi. Infatti, la regione alpina (così come anche alcune aree appenniniche) è un’area mediamente ricca, con un buon tasso di occupazione e in crescita demografica, anche se con profonde disomogeneità territoriali.

Foto: AP Photo/Diether Endlicher
Course workers carry poles after dismantling the the women's giant slalom course in Park City, Utah Friday, Feb. 22, 2002 at the Salt Lake City Winter Olympics. The women's giant slalom was the final alpine ski event in Park  City at the Salt Lake City Winter Olympics. (AP Photo/Diether Endlicher)

Considerazioni generali sul turismo nelle Alpi
Le Alpi sono una regione a forte vocazione turistica (tra i 60 e gli 80 milioni di turisti all’anno).

Secondo CIPRA, Il turismo alpino estivo realizza mediamente un fatturato complessivo nettamente superiore a quello invernale (anche se, nelle località a forte vocazione sciistica, il fatturato invernale può essere superiore).

In particolare, il turismo invernale legato allo sci è caratterizzato da una forte stagionalità e concentrazione territoriale (turismo intensivo), a differenza del turismo “estivo” che presenta una durata stagionale maggiore ed è maggiormente distribuito sul territorio.

Tutto ciò si traduce in un numero di presenza turistiche estive che è oltre il doppio di quello invernale. L’Alto Adige, che ha adottato un modello di sviluppo turistico di tipo “diffuso” e “per tutte le stagioni” è, non a caso, la provincia a maggiore vocazione turistica delle montagne italiane e presenta un indice annuale di intensità turistica 4 volte superiore a quello della provincia di Sondrio, dove la stagione più turistica è l’inverno, il turismo si concentra in pochi comuni, e dove il modello di sviluppo predilige le seconde case agli esercizi ricettivi.

Le dinamiche del mercato turistico prevedono:
– una domanda turistica sempre più eterogenea (anche nel periodo invernale);
– un aumento del turismo di giornata anziché di più giorni, nella stagione invernale;
– un prolungamento della stagione turistica estiva, anche a parte della primavera e dell’autunno.

Su tali dinamiche in atto, si faranno sentire anche gli effetti dei cambiamenti climatici.

Cambiamenti climatici e strategie di adattamento
Secondo la previsione dei climatologi, la temperatura media annuale nella regione alpina aumenterà maggiormente rispetto alla media globale (che nello scenario intermedio dovrebbe crescere di +2,8 °C nel periodo 2090-2099 rispetto al periodo 1980-1999).
Nella regione alpina si prevede, inoltre, una riduzione della piovosità estiva e un aumento di quella invernale, ma con riduzione delle precipitazioni nevose. L’affidabilità di una stazione sciistica viene misurata tramite un parametro detto LAN = Linea di Affidabilità della Neve (quota con 30 cm di neve per almeno 100 giorni). Il valore di tale parametro aumenta di 150 m per ogni °C.

Per un aumento di temperatura di 2 °C si stima che il numero delle attuali stazioni con copertura nevosa affidabile si ridurrà del 50%, con conseguente perdita di fatturato (fino a -700 milioni di €/anno nel 2030 rispetto al 2006, secondo il Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici – CMCC).

Tra le diverse strategie di “adattamento” per quanto riguarda il turismo invernale, quella più promettente economicamente e più sostenibile dal punto di vista ambientale è senza dubbio la strategia “multifunzionale”.
Le strategie di tipo tecnologica – legata allo sviluppo dell’innevamento artificiale – e adattativa – legata allo spostamento “più in alto” dei comprensori sciistici – sono caratterizzate da alti costi di investimento e di gestione, oltre che da potenziali impatti negativi sull’ambiente di media e alta montagna. Per un approfondimento sugli effetti dei cambiamenti climatici sulla regione alpina si rimanda al documento Dossier sul Climate Change, fonte www.cai.it.

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Impatto ambientale del turismo intensivo invernale

I fattori di impatto legati al turismo invernale di tipo intensivo sono rappresentati principalmente dalle infrastrutture per lo sci alpino (in senso lato), dal fenomeno delle seconde case, dal traffico indotto. Da queste “pressioni” derivano numerosi impatti ambientali (diretti o indiretti, spesso tra loro interconnessi) che possono essere così distinti:
– danni al paesaggio;
– riduzione e frammentazione delle aree naturali;
– effetti sulla biodiversità;
– inquinamento delle matrici ambientali (aria, acqua, terreno) e consumo di energia;
– perdita di identità culturale.

Alcune stime suggeriscono che lo sviluppo totale delle piste sulle Alpi italiane superi i 4.000 km. È evidente l’effetto sulla percezione del paesaggio di versante sulla continuità dei diversi ambienti (boschi, pascoli, praterie alpine, habitat di alta quota), che si traduce in una frammentazione degli habitat. È importante non
trascurare il fatto che un paesaggio di montagna degradato riduce l’attrattività turistica di un’area, specialmente nel periodo estivo.

Gli effetti sul suolo
vanno dall’erosione al degrado chimico (C organico, N, P, eventuali inquinanti) causato dall’innevamento artificiale e al degrado fisico dovuto alla gestione delle piste (compattazione e riduzione del volume complessivo e della dimensione dei micropori, riduzione dei cementi organici e delle ife fungine → minore humus).

Per ridurre rapidamente i fenomeni erosivi e ottenere il recupero strutturale e funzionale del suolo è necessario intervenire con operazioni di inerbimento selettivo.

Tuttavia, l’innevamento artificiale e le operazioni di compattazione complicano notevolmente le cose e riducono le possibilità di successo delle operazioni di inerbimento. Infatti, la neve artificiale e compattata è più pesante di quella naturale, riduce la capacità di isolamento del suolo, favorisce il congelamento del cotico erboso e degli orizzonti superficiali e può apportare inquinanti (come l’olio lubrificante proveniente dalle macchine usate per produrla) e additivi, utilizzati per favorire il rapido e duraturo congelamento dell’acqua (per la produzione di neve artificiale).

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Gli effetti sulla vegetazione
osservati consistono in riduzione della copertura vegetale e della produttività (capacità di produrre biomassa), nell’alterazione e riduzione della biodiversità (in particolare delle piante con fioritura a inizio stagione) e nel ritardo nello sviluppo della vegetazione (la neve sulle piste rimane fino a stagione avanzata e ritarda l’inizio dell’attività vegetativa).

Anche a distanza di anni e nonostante le operazioni di inerbimento la situazione non migliora. Sembra invece che la quantità di nutrienti (N, P) dovuta all’innevamento artificiale aumenti nel tempo → possibile inquinamento idrico.
Le specie vegetali ad alta quota hanno una bassa capacità di ricolonizzazione dei tracciati delle piste. Le operazioni di inerbimento possono avere effetti indiretti come l’introduzione di specie aliene e portare a ibridazioni con quelle autoctone.

Gli effetti sulla fauna
si manifestano in particolare come riduzione della biodiversità. Nello specifico, per quanto riguarda gli uccelli (maggiormente studiati), sono stati osservati:
– una riduzione degli habitat ed un effetto margine negativo nelle aree boscate a margine delle piste e anche nelle praterie adiacenti (< biodiversità);
– un aumento dei metaboliti dello stress (gallo forcello);
– un minore successo riproduttivo delle specie che nidificano a terra (pernice bianca);
– un pericolo rappresentato dai cavi degli impianti di risalita.

Mancano dati sulle popolazioni di mammiferi e anfibi, oltre che sugli invertebrati. Per quanto riguarda i mammiferi, gli effetti più negativi consistono nella riduzione e frammentazione degli habitat. Nel caso degli anfibi, i serbatoi artificiali per l’innevamento possono costituire delle trappole.
Anche l’inquinamento acustico e luminoso può recare disturbo alla fauna, in considerazione del fatto che spesso l’innevamento e la sistemazione delle piste viene effettuata di notte. Si noti, inoltre, che gli effetti di disturbo legati agli impianti da sci e all’innevamento artificiale andranno ad aggravare la riduzione della bio-diversità già prevista come conseguenza diretta del Climate Change.

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La produzione di neve artificiale comporta alti costi di investimento e manutenzione oltre a un grande consumo di acqua
(circa 4.000 mc/ha di pista) e di energia (circa 25.000 kWh/ha di pista).
Le principali conseguenze indirette della realizzazione di nuovi comprensori sciistici (o dell’ampliamento di quelli esistenti) sono uno sviluppo urbanistico abnorme, a causa della costruzione di seconde case, e l’aumento del traffico.
Lo sviluppo urbanistico può essere, comunque, molto diverso, per molteplici fattori. Si confronti il rapporto abitazioni/abitante nel caso di Sesto Puseria (esempio virtuoso) rispetto al Sestrière.
Si noti, peraltro, come le altre infrastrutture (fognatura, depurazione dei reflui, raccolta dei rifiuti, strade, parcheggi, ecc.) connesse allo sviluppo urbanistico debbano necessariamente essere dimensionate (e non lo sono sempre!) per i brevi periodi di alta stagione turistica.

Economia dello sci?
Oltre agli aspetti ambientali e alla disponibilità delle risorse, la pianificazione territoriale dovrebbe prendere in considerazione anche gli aspetti legati alla redditività degli impianti da sci.

L’innalzamento di temperatura porterà, da una parte, ad aumentare il costo specifico (per mc di neve o per ettaro di pista) di produzione della neve artificiale (legato a un maggior consumo energetico) e, dall’altra, ad aumentare la superficie complessiva da innevare artificialmente (con costo ulteriore), ovvero la produzione di neve artificiale.

Ne deriva una grande incertezza per il settore dello sci: tra le spese di investimento e di esercizio è (e sarà in futuro) in grado di sostenersi da solo?
Le sovvenzioni pubbliche al settore sono un fenomeno tipico italiano, che però si ritrova anche in altri paesi. Ad es. in Austria ogni sciatore viene “sovvenzionato” con 18,75 €/anno solo per gli impianti di innevamento (Cipra). In Italia, oltre alle sovvenzioni, sono previsti anche sussidi statali in caso di annate con poca neve qualora venga dichiarato (come è già successo in passato in alcune regioni) lo “stato di calamità naturale”.
In ogni caso, da una prima analisi, si rileva una mancanza di dati certi e facilmente accessibili sui bilanci delle società/consorzi che gestiscono gli impianti e sull’entità dei finanziamenti pubblici. Un’altra anomalia tutta italiana è costituita dal fatto che spesso le stesse società che realizzano e gestiscono gli impianti sono di proprietà “pubblica” e questo, assieme alle sovvenzioni, rischia di falsare la concorrenza tra diversi comprensori sciistici e di entrare in conflitto con la normativa europea.
La Società Meteorologica Subalpina afferma che è giustificabile un “eventuale mantenimento degli impianti di innevamento programmato, ma soltanto ove questo sia sostenibile economicamente e consenta con investimenti ragionevolmente contenuti di attenuare/risolvere le principali le crisi di innevamento.
Questa situazione potrebbe realizzarsi soltanto oltre i 1800÷2000 m circa, mentre a quote inferiori l’aumento delle temperature potrebbe spesso compromettere la funzionalità degli impianti anche in pieno inverno. Si tenga tuttavia presente che tale soluzione comporta elevati dispendi energetici con ulteriore incremento delle emissioni climalteranti, pertanto la sua espansione deve essere attentamente valutata anche in termini di esternalità negative.

Ove non sostenibile/conveniente il mantenimento degli impianti di innevamento programmato, è necessaria una progressiva conversione delle attività turistiche in vista di nuove condizioni climatiche, slegandosi per quanto possibile dalla «monocultura» dello sci di pista, privilegiando il più possibile approcci di fruizione dell’ambiente invernale non necessariamente innevato in modo ottimale, ma pur sempre ricco di fascino” (estratto da Cambiamenti climatici in Valle d’Aosta, 2006).
Occorre infine considerare che anche a quote elevate e sui ghiacciai, dove evidentemente è minore la superficie disponibile, la realizzazione di nuovi impianti presenta numerose problematiche, tra le quali:
– problemi legati alla sicurezza e a difficoltà ingegneristico-logistiche (con conseguente aumento dei costi);
– grave danno potenziale per ecosistemi molto fragili e vulnerabili ai cambiamenti climatici.

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Posizione e ruolo del CAI

La posizione del Sodalizio sull’argomento è contenuta nel Bidecalogo (oggi sostituito dal Nuovo Bidecalogo, NdR) nella presa di posizione del Club Arc Alpin (approvata dal CC nel 2001). Tuttavia questa posizione non è, purtroppo, da tutti condivisa all’interno del CAI (vedasi il “caso Friuli”).
Gli obiettivi possibili da perseguire in un’ottica di tutela dell’ambiente montano comprendono:
➢ la ratifica dei Protocolli della Convenzione delle Alpi (tra cui quello sul “turismo”);
➢ la promozione di una pianificazione territoriale che tenga conto dei cambiamenti climatici e degli effetti sulla biodiversità (ovvero maggiore tutela per le aree nivali e d’alta quota);
➢ la richiesta di moratoria di nuovi impianti e ampliamenti all’interno delle aree protette e dei siti Natura 2000 (salvo migliorie) e, in ogni caso, al di sotto dei 2.000 m;
➢ l’introduzione di misure di compensazione per le aree non protette, a cominciare dalla dismissione dei vecchi impianti e identificazione e promozione di standard di qualità ambientale per i comprensori sciistici (audit);
➢ la realizzazione di un Osservatorio per una banca dati a livello nazionale-regionale su:
– domanda ed offerta turistica sulla Alpi;
– bilancio dei singoli consorzi che gestiscono i comprensori sciistici;
– catasto (georeferenziato e fotografico) degli impianti obsoleti e di quelli “a rischio”, in virtù della posizione e dei cambiamenti climatici previsti;
➢ la richiesta di eliminazione di tutti i finanziamenti pubblici destinati alla realizzazione di impianti da sci (e cessione della quota di proprietà pubblica nei consorzi) così come eliminazione dei sussidi per annate con poca neve (stato di calamità naturale);
➢ la promozione e incentivazione di forme di turismo estensivo differenziato e meno impattante (anche tramite finanziamento pubblico) oltre che sul turismo estivo (allungamento della stagione).

Alcune delle azioni finalizzate al raggiungimento di tali obiettivi possono essere:
΀ la sensibilizzazione ed informazione ambientale (promozione di “buone pratiche”);
΀ la partecipazione alla pianificazione territoriale (es. VAS → PTR) e alla attività legislativa (es. richieste di revisione del Codice della strada per le motoslitte);
΀ ™il dialogo con amministratori degli enti locali e con i gestori/imprenditori dello sci;
΀ le osservazioni in fase di VIA (es. osservazioni funivia sulla “Cresta Rossa” del Rosa);
΀ l’organizzazione di convegni e predisposizione di strumenti “comunicativi” (conferenze stampa, opuscoli, comunicati, ecc.);
΀ azioni dimostrative e di protesta (es. manifestazione contro le motoslitte allo Spluga);
΀ ricorsi giudiziari (se ci sono i presupposti e lo si ritiene indispensabile).

In ogni caso va considerata la tempistica e l’opportunità di collaborare con le altre Associazioni nazionali e con i comitati locali, per mettere in campo un’attività di “lobby” più incisiva.

Sestrière, 1991: impianti d’innevamento artificiale
Aquila Verde 1991, Sestrières, M. Pinoli

Il turismo sostenibile (buone pratiche)
Alcuni esempi interessanti di sviluppo turistico sostenibile e di successo, al di fuori dei soliti schemi legati esclusivamente allo sci, si possono trovare in alcune aree dell’Alto Adige, nell’Altopiano di Asiago, nelle valli occitane, nella Vallée de la Clarée in Francia, in parte dell’Engadina. Queste zone sono tutte caratterizzate dalla varietà dell’offerta e dalla valorizzazione delle caratteristiche intrinseche del territorio, oltre che da un’attenzione verso forme alternative di mobilità rispetto all’ automobile.
Nella pianificazione turistica del territorio il ruolo di coordinamento e di visione d’insieme delle aree protette (che devono diventare soggetti proattivi e non limitarsi alla sola “protezione”) può risultare determinante ed in ogni caso costituire un valore aggiunto.
È altresì fondamentale il rilancio dell’Agenda 21 come forma di partecipazione propositiva alla pianificazione del territorio, così come altre forme di partecipazione (legge di iniziativa popolare, referendum consultivi, ecc.).

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Il futuro delle Alpi

Nel 1992 il mondo ambientalista visse una bella primavera con la conferenza mondiale di Rio de Janeiro, quando le multinazionali e i governi s’impegnarono per un continuo progresso economico e sociale che tenesse però attentamente conto dell’equilibrio ambientale e s’impegnarono per lo Sviluppo Sostenibile. La salvaguardia dell’ambiente era ormai un dovere per tutti: si doveva continuare a ricercare uno sviluppo economico, senza compromettere le risorse naturali indispensabili per le generazioni future. Questo era lo Sviluppo Sostenibile, la grande sfida.

In Europa tutti i Paesi sono in via di Turismo Sostenibile, e questa era un’opportunità storica. La sfida era contribuire, con il lavoro, la conoscenza, la passione, a rendere coerenti lo sviluppo turistico inarrestabile e la salvaguardia dell’ambiente, in uno spirito condiviso da tutta una comunità.

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Le Alpi sono una grande opportunità geografica perché giacimento di immense ricchezze paesaggistiche cui attingere e gigantesco serbatoio di grandi mercati in evoluzione, sempre più interessati al reinvestimento degli utili.

Accanto alle inevitabili tecniche di marketing occorre programmare maggiormente ricerca e cooperazione. La ricerca deve avere un respiro europeo, come pure ci deve essere cooperazione tra governi, sviluppo turistico e società civile per sovrastare gli interessi di pochi. Inoltre i turisti devono esportare rispetto nelle valli che frequentano. Il contributo dei cittadini è fondamentale per un corretto processo di sviluppo nei paesi valligiani. Perché la cooperazione sia valida e duratura occorre che siano rispettate le componenti politiche, socioculturali, religiose, economiche e tecnologiche dei luoghi.

Per una possibile applicazione pratica delle strategie concordate a Rio, come divulgatori ci dovevamo rivolgere al grande pubblico delle Alpi, definendo l’utilizzo migliore delle risorse turistiche e limitando prodotti e servizi verso cui le nuove tecnologie continuavano a spingere. Il coinvolgimento dell’opinione pubblica comportava una presentazione ed una promozione del nostro lavoro che sempre più dovevano virare, da strumenti di pura vendita, a elementi di maggiore partecipazione informativa per il singolo.

Le necessità elencate, con riguardo alla scala europea ma anche un po’ mondiale su cui si voleva operare, e in considerazione della estrema varietà di pubblico, imponevano l’adozione di un progetto unico e condiviso. La sintesi dei temi di comunicazione, rappresentativi del movimento di coscienze che si era prospettato negli anni ‘90 e dei valori difesi dai più illuminati come Alex Langer, non ci fu e non c’è. Avrebbe potuto e potrebbe testimoniare dinamicità, voglia di cambiamento, visione dell’avvenire in un mondo in movimento.

Perché un progetto possa essere solido e sedurre per la sua capacità d’essere avanti nel tempo, dovrebbe attenersi alla conoscenza dei luoghi; i riferimenti cui dovrebbe rifarsi per una collocazione storica e geografica avrebbero dovuto essere la conoscenza delle culture più antiche e la ricerca dei segreti del tempo.

La prima delle grandi scoperte è stata quella del Tempo, quadro di tutta l’esperienza vissuta. Scoprire il Tempo vuol dire scoprire il Sapere.

Ma il Sapere è fatto soprattutto di smisurati archivi. Le intelligenze artificiali cercano di riprodurre e interpretare gli smisurati archivi con i quali ogni manifestazione naturale memorizza il proprio passato e programma il proprio futuro. Decodificare la Natura è possibile se si identificano le varie chiavi di accesso agli archivi. Gli anni ‘90 e la prima decade del Duemila hanno visto il mondo proseguire una marcia già molto lunga in direzione di tempi nuovi e sconosciuti, dove più che mai i valori di tradizione e di innovazione segnalavano la via giusta all’umanità.

L’Europa è giusto al centro di questo cammino: all’inizio del XXI secolo continua a produrre innovazione, pur rimanendo legata a tanti aspetti del passato. Ha raccolto le sfide comuni e proprio per questo le sue grandi tendenze sono un valore faro, nel bene e nel male, dell’umanità.

I nuovi ricercatori, allorché saliranno le Alpi, raggiungeranno un luogo unico al mondo, dove culmina la ricerca del XXI secolo: essi appassioneranno un’opinione pubblica già attenta e i risultati delle ricerche saranno i risultati di un impegno ambientale comune a tutti.

Terre di grandi spazi, di grandi civiltà e di grandi altezze, le Alpi sono gli archivi del tempo e uno dei bacini della conquista del futuro. Esportandovi rispetto, il cittadino porta anche l’innovazione di pensiero di cui v’è enorme bisogno. Le Alpi sono un insieme di popoli il cui motore è ancora la cultura ancestrale, popoli seducibili dai valori solidi o meno di altre civiltà.

Agire, studiare, documentare nelle Alpi significa collaborare con i custodi nel tempo di quei tesori, quindi in definitiva contribuire al Turismo Sostenibile.

Ricercare nelle Alpi è operare alle radici della Sapienza. I ghiacciai e le catene montuose che si trasformano nel tempo sono l’energia della Terra; i valori culturali e la storia dei rilievi alpini sono la testimonianza del confronto difficile che gli europei si sono imposti. Questa è la vera sfida culturale, ambientale e mediatica. Una sfida d’equipe per la cui riuscita le risorse impiegate producono solide informazioni oggettive e soggettive. Un impegno autentico, in una reale e millenaria cultura alpina. In questa accelerazione del Tempo cui tutti siamo oggi sottoposti, un’avventura apparentemente solo pedestre deve diventare avventura spirituale.

postato il 26 giugno 2014