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Tutti i colori del vento

Sapevo dell’uscita di Tutti i colori del vento, come pure sapevo che l’autore non avrebbe potuto sfogliarlo appena stampato: l’amico Giorgio Bertone è infatti mancato ai primi di gennaio di quest’anno 2016.

Quando ne ho ricevuto una copia dalla moglie Anna, l’ho presa in mano un po’ incerta, come mi succede ogni volta che esamino un libro che so postumo.

Perché leggere gli ultimi pensieri di qualcuno che stimi è un’emozione impagabile, l’unica in grado di alleviare un poco il dolore per la perdita.

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Questa volta Bertone racconta di un suo viaggio in barca da Port Stanley nelle Isole Falklands alla South Georgia, con lo scopo di ripercorrere il mitico Traverse di Ernest Henry Shackleton e compagni, dalla baia di Re Haakon (costa meridionale) alla stazione baleniera di Stromness (costa settentrionale).

Lo Schakleton’s Traverse è oggi meta di trekking che richiedono una grande preparazione, capacità e soprattutto rassegnazione in caso di molto probabile fallimento.

La traversata è stata ben documentata nel film del 2001 di George Butler Shackleton’s Antarctic Adventure, con protagonisti del calibro di Reinhold Messner, Stephen Venables e Conrad Anker: un follow-up di The Endurance: Shackleton’s Legendary Antarctic Expedition (2000), dello stesso regista.

L’avventura di Shackleton (da wikipedia)
Dopo il raggiungimento del Polo Sud da parte di Roald Amundsen e un mese dopo da parte di Robert Falcon Scott, l’unica conquista di prestigio che rimaneva era la traversata del continente antartico.

Conrad Anker, Reinhold Messner e Stephen Venables nel 2000, durante la lavorazione del film Shackleton’s Antarctic Adventure
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La spedizione Imperial Trans-Antarctic Expedition era partita da Londra il 1º agosto 1914, tre giorni prima che l’Inghilterra dichiarasse guerra alla Germania, con a bordo Shackleton e altri 27 uomini. La nave Endurance rimase ancorata a Grytviken (Georgia del Sud) per circa un mese e salpò diretta verso il mare di Weddell il 5 dicembre del 1914; il 10 gennaio 1915 la nave lo raggiunse, ma il 19 dello stesso mese rimase incastrata nel pack.

La nave, imprigionata nei ghiacci, andò alla deriva da 77° S a 61° S; il 21 novembre fu completamente distrutta dalla pressione del ghiaccio. Shackleton fece trasferire l’equipaggio sulla banchisa in un accampamento d’emergenza chiamato Ocean Camp, dove rimase fino al 29 dicembre quando tutti si trasferirono, trasportando al traino tre scialuppe di salvataggio, su di un lastrone di banchisa in quello che chiamarono Patience Camp.

Shakleton’s Traverse, l’itinerario seguito da Shakleton, Crean e Worsley per raggiungere un centro abitato e la salvezza
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Fino all’8 aprile 1916 rimasero sulla banchisa e quando questa iniziò a sciogliersi tentarono di raggiungere, a bordo delle scialuppe, l’isola Elephant. Dopo una navigazione molto difficile, raggiunsero la costa dell’isola il 15 aprile del 1916 (498º giorno della spedizione). Le probabilità di ritrovamento e soccorso erano nulle, quindi Shackleton decise di raggiungere, utilizzando la scialuppa in condizioni migliori (la James Caird), la Geogia del Sud (distante 870 miglia marine, circa 1.600 km) assieme a cinque uomini per cercare aiuto. Salparono il 24 aprile 1916 e riuscirono ad attraccare nella parte meridionale dell’isola (baia di Re Haakon) dopo 15 giorni di navigazione in condizioni meteorologiche abominevoli.

Sir Ernest Henry Shakleton
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Shackleton, assieme a Tom Crean e al fotografo Frank Worsley, riuscì in 36 ore ad attraversare 30 miglia di montagne e ghiacciai inesplorati della Georgia del Sud (fu il primo attraversamento dell’isola) per raggiungere la stazione baleniera di Stromness situata sulla costa settentrionale, dove giunsero il 20 maggio. Da lì Shackleton organizzò il soccorso dapprima dei tre uomini rimasti alla baia di Re Haakon, poi degli uomini rimasti sull’isola di Elephant che furono tratti in salvo, al quarto tentativo, il 30 agosto del 1916 col rimorchiatore cileno Yelcho.

L’impresa di Shackleton, che nonostante le incredibili traversie non perse nemmeno un uomo, fu per lungo tempo oscurata dall’attenzione dedicata alla quasi contemporanea sfortunata spedizione di Scott. Solo in epoca molto più recente le difficoltà incontrate nel 1964 dalla Combined Services Expedition che aveva l’obiettivo di esplorare la Georgia del Sud e la richiesta di evacuazione d’emergenza da parte di alcuni uomini dello Special Air Service britannico coinvolti nell’operazione Paraquet e rimasti bloccati dalle avverse condizioni meteo sul ghiacciaio Fortuna nel 1982 (evacuazione che costò ai britannici la perdita di due elicotteri Westland Wessex), fecero comprendere la reale portata della traversata effettuata da Shackleton.

Chi volesse approfondire la vicenda Shackleton può consultare l’apposito capitolo di wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/Spedizione_Endurance, nel quale è presente anche la corposa bibliografia.

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Tutti i colori del vento
Un primo esempio di come le difficoltà ambientali di quelle lontane regioni possano condizionare qualunque volontà di successo piuttosto che attentissima programmazione, Bertone ce lo fornisce nelle prime pagine del libro quando racconta, durante la lunga traversata sulla barca Australis, l’impossibilità di transitare vicino, dato il tempo, alle famose Shag Rocks, curiosissimi scogli messi in fila nell’immenso oceano che emergono nel nulla dell’orizzonte: “Non li vediamo. La nostra rotta passa qualche decina di miglia più a sud di questi isolotti fantasma, un immenso dinosauro, della specie degli spinosauri con il dorso a cresta. Fare un bordo in più allungando la navigazione fino a quella scogliera, sarebbe pericoloso e inutile. Fuori la bufera ci avvolge come in un bozzolo. Visibilità ridottissima. Perciò siamo incollati alle foto su internet…”.

Lo stile di Bertone conduce il lettore nel meraviglioso mondo della fantasia, quasi lo costringe a fantasticare. Il suo scopo è quello di pennellare impressioni, come se il narratore esprimesse le sue sensazioni proprio nel momento in cui apprende informazioni nuove su ciò che lo circonda, talvolta con note di humor britannico-genovese sicuramente dovuto alla terra natia dell’autore ma anche alla compagnia di viaggio, una maggioranza inglese su lontane terre comunque suddite della Regina.

Un esempio tra tanti di questo humor? Allorché Bertone racconta la “riconquista” di Grytviken, il capoluogo della South Georgia, da parte delle truppe inglesi a spese degli occupanti argentini nella guerra lampo del 1982, scrive: “I marines erano poi sbarcati senza colpo ferire nella Baia. Del tutto superfluo l’assalto notturno delle forze speciali cui prudevano sempre le mani, che in prossimità della spiaggia, scorgendo delle ombre agitarsi, spararono a raffica. Non udirono, stranamente, il rumore dei proiettili rimbalzanti sulle rocce. Le esplosioni erano state infatti assorbite dal grasso adiposo degli elefanti marini maschi che stazionano a King Edward Point da secoli, sempre in rissa tra loro, e che ora sanguinavano per una causa a loro del tutto sconosciuta…”.

Le Shag Rocks
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Uno dei capitoli più belli del libro racconta di come Shackleton e il suo documentarista Worsley salvarono le immagini della spedizione, ma anche di come Scott, ormai certo di morire, fino all’ultimo scrive sul suo diario.

L’autore snobba dichiaratamente l’immagine e privilegia il testo. Che, a sua volta, è sempre essenziale, sia quando racconta fatti precedenti alla sua esperienza (la guerra delle Falklands piuttosto che l’avventura di Shakleton) sia quando tratteggia piccoli e grandi eventi del suo viaggio, oppure quando semina un aggettivo o un avverbio per dipingere il carattere di un compagno o del Capo.

Questo modo di scrivere è voluto, accurato: teso allo scopo di incuriosirci e farci lavorare di fantasia. Lo definirei understatement (attenuazione), ancora una volta britannico-genovese.

Un momento dello Shackleton Traverse. Foto: Giorgio Bertone
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Citando ancora l’autore: “Tuttavia le storie, gli aneddoti, le leggende, i filmati, le foto, i dati scientifici crescono nella narrazione degli uomini in proporzione al sentimento ansioso di ritrovare in un Continente intero la riserva reale e immaginaria dell’umanità. Dagli inizi del Novecento gli esploratori di prima, seconda e terza generazione hanno inventato, ognuno, itinerari, sfide, prove differenti con differenti regole, come cavalieri antichi che disdegnano norme precise universali, ma inventano regole proprie ed eleggono l’umanità a sponsor”.

Oggi è infatti assai difficile, se non si è originali, scrivere di un viaggio breve: per di più in un ambiente che trasuda avventura epica (Shackleton, Scott, ecc.) e comunque in un’epoca e in una cultura che risente della fondamentale lezione di Bruce Chatwin. Chi non ha letto In Patagonia o Che ci faccio qui? lo faccia in fretta… Direi che Bertone c’è riuscito, grazie alla sua essenzialità che ha fatto da passaporto.

Sentite cosa dice in proposito, evidentemente scrivendo di se stesso: “Né studioso di miti, né storico, il pellegrino senza nome conosce l’umiltà. Disfa la tela e la ritesse con diversa figura e composizione e inserimento di un filo esile che lo riguarda”.

Un momento dello Shackleton Traverse. Foto: Stephen Venables
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Bertone, nel suo viaggio, con la sua personalità e con il suo carisma, ha tenuto testa alla maggioranza britannica che lo circondava. Tra le altre scorribande culturali, leggete cosa scrive a proposito del Regno Unito e degli “odiati” argentini: “(La South Georgia è) una riserva naturale della biosfera che gli inglesi mantengono come il più selvaggio e ghiacciato dei giardini. Si sono permessi laggiù delle Riserve nazionali. Le Falklands sono invece una sorta di Riserva nazionalistica. Quando l’Inghilterra diventerà una Banca finanziaria unica in un unico grattacielo esteso per tutto il suo territorio, con i nuovi coolies multietnici nei sotterranei, ogni tanto qualcuno dei suoi abitanti britannici verrà a fare una visitina laggiù per riassaporare la fisionomia degli oggetti, delle vetture, dei relitti di nave, del colore del vento vero, delle old fashioned battles e dei volti dell’antico paese. E porgere sottovoce un saluto grato agli argentini, i migliori alleati di sempre…”.

E, poche righe sotto: “Quando chiacchiero di queste cose con gli inglesi, mi rispondono “What a curious theory”, che non sai mai se approvano, se rifiutano oppure sono in imbarazzo di fronte all’immagine paradossale dell’Argentina fedele alleato…”.

Giorgio Bertone
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Vita da climber – 1

Vita da Climber – 1 (1-2)
di Jim Donini
Autobiografia apparsa su Alpinist N° 2 – marzo 2003
(traduzione di Mauro Penasa su Annuario CAAI, 2009)

 

Quando nell’ottobre 2008 ho conosciuto Jim Donini, avevo già idea, per quanto vaga, di trovarmi davanti a un grande dell’alpinismo… i miei ricordi di letture giovanili me lo facevano però immaginare piuttosto anziano e, ad essere sinceri, Jim non riesce a nascondere la sua età anagrafica. Ciò che mi ha invece davvero colto di sorpresa è stata la sua energia, prorompente e inesauribile, ancora capace di schiantare la resistenza di intere schiere di alpinisti. Certo Jim giocava in casa, e non è cosa da poco, ma è altrettanto vero che il suo corpo asciutto e nodoso pareva inarrestabile nel suo progredire verso l’alto. Nonostante i suoi 65 anni, Jim sembra un ragazzino, per il lampo malizioso dei suoi occhi, per la sua voglia inesauribile di azione e avventura, per la sua immutata classe alpinistica…

Dopo aver arrampicato con lui alcuni giorni, mi sono fatto un’idea di Jim del tutto aderente alla biografia qui tradotta: si tratta di una persona che ha vissuto per la montagna, che alla montagna ha dato tanto ma che da questa ha preso una sicurezza di sé da cui diffonde un fascino non comune. La sua prosa ironica e disincantata, tipica degli scalatori anglosassoni del suo tempo, racconta le salite per quello che sono, momenti di totale coinvolgimento che solo incidentalmente terminano o meno su una cima. Gli amici di Jim sembrano tutti allineati con questo ritratto, in un modo di porsi che trovo onesto e immediato, a cui sono molto affezionato. Nella mia vita ho incontrato quasi tutti i protagonisti principali di questo racconto, anche se molti solo di recente grazie al meeting ad Indian Creek. Non dovete quindi stupirvi se tratto l’argomento con una delicatezza particolare, anche se in fondo tutti noi riconosciamo nel racconto di Jim la nostra passione (Mauro Penasa, 2008).

James Ugo e William Bruno Donini (Jim è più vecchio di 20′). I gemelli sono nati il 23 luglio 1943.
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Era destino che facessi l’alpinista. Cresciuto a Filadelfia, figlio di un professore di storia, nella mia gioventù ho consumato libri di esplorazione, rammaricandomi in generale di essere nato nel XX secolo. Ricordo la delusione che provai quando nel 1953, bimbo di appena dieci anni, lessi che Tenzing e Hillary avevano scalato l’Everest. Probabilmente sentivo già allora che cime, creste e torri inviolate delle montagne remote del mondo sarebbero state la lavagna su cui scrivere la mia vita.

Introdurre le mani in una fessura mai toccata, affondare le punte frontali nel ghiaccio rilucente che non ha mai sentito il morso dell’acciaio, dormire su una cengia che ha solo sopportato il peso della neve e la pressione del vento: queste sono le cose che mi danno motivazione, ancora oggi, per superare il modo di pensare comune, per accettare il dolore, per prepararmi alla prossima avventura in qualche remoto angolo del pianeta.

“Cut Bank 30 miglia” recitava il cartello stradale crivellato di colpi… A 22 ore d’auto da Minneapolis, non sapevo bene se maledire la mia testa dolorante per la sbornia che pian piano stava passando o piuttosto l’ondata di caldo da record che attanagliava le pianure del Montana in quel tardo giorno d’agosto del 1966. lo e il mio compagno Ross Johnson, da poco liberi dagli impegni del servizio militare passato nei corpi speciali, eravamo sulla strada per le montagne rocciose, verso il nostro primo incontro con pendii non percorsi da carrozzabili. Improvvisamente i picchi innevati del Glacier National Park comparvero ai nostri occhi. In una sorta di improvvisa illuminazione mi resi conto che volevo diventare uno scalatore. A Jasper, Alberta, entrammo nel nostro primo negozio di alpinismo: un’ora dopo eravamo armati di corda, alcuni chiodi, scarponi, ramponi, picche e una copia della guida Freedom of the hills. A 23 anni la mia vita aveva appena preso un’irreversibile cambio di direzione. Per fortuna un temporale, in anticipo sulla stagione, mise fine alla nostra prima scalata, un folle tentativo al Mount Robson, prima che arrivassimo abbastanza in alto per finire davvero nei guai. Ma il seme ormai era stato gettato e, ascoltati alcuni saggi consigli da una guida locale, buttammo l’occhio sui Tetons.

I miei primi passi nel mondo dell’arrampicata tecnica su roccia furono sulla Durrance Ridge al Simmetry Spire. George McKeel, uno scalatore molto più esperto di me, mi introdusse alla scalata, slegato al mio fianco, su questa via di 10 tiri che arriva al 5.6. Ero già entrato a far parte del club della “beata incoscienza”.

Mentre eravamo nei Teton, io e Ross ci facemmo amici con alcuni scalatori di Boulder. Bob Polling e soci ci riempirono la testa di storie di roccia perfetta e ragazze accoglienti che ci attendevano in Colorado. L’agosto del ’67 ci trovò così alla base della Bastille Crack, nel famoso Eldorado Canyon di Boulder. Un’occhiata alla fessura fu sufficiente per convincerci alla ritirata strategica al riparo di un vicino bar, per organizzare un po’ di incoraggiamento fluido. Rassicurati dall’alcol riprovammo, e se da un lato Ross scoprì di non essere immune da attacchi di acrofobia, la Bastille fu la mia prima occasione di sperimentare la tenuta della corda: e con il nostro magro set di arrampicata, il detto “il primo non deve mai cadere” aveva davvero senso.

L’estate successiva mi riuscì di convincere Ross a seguire il solo corso di arrampicata cui ebbi occasione di partecipare. Accompagnammo alcuni ranger e guide d’arrampicata del Gran Teton National Park al primo seminario di scalata su ghiaccio che Yvon Chouinard abbia tenuto. Yvon era appena tornato da un viaggio in Austria, Francia e Scozia, e stava distillando l’essenza delle diverse tecniche per rivoluzionare seriamente l’arrampicata su ghiaccio. Soli apprendisti nel gruppo, Ross ed io non avevamo nozioni preconcette su come scalare il ghiaccio, così riuscimmo ad assorbire il suo messaggio come vere spugne e a metterlo in pratica solo due giorni più tardi sul Black Ice Couloir, una salita al Gran Teton con una minacciosa reputazione. “Non può essere tanto difficile” fu il nostro pensiero prevalente – e davvero non lo fu. Dopo questo successo ci trovammo di colpo immersi nel severo mondo dell’arrampicata su ghiaccio: il Ben Nevis nelle Highlands scozzesi. Le sue pareti erano state teatro dell’apertura di alcune delle vie più difficili di questa neonata disciplina della scalata. Al pub “The Jacobite” a Fort William, Wee Norrie Muir e Big lan Nicholson ci presero sotto la loro ala. Superammo la prima prova dimostrando una buona attitudine al consumo notturno di scotch. Presto ci meritammo così di accompagnare questi stagionati e duri “locals” su The Smear, un moderato terzo grado scozzese. Se ci fossimo dimostrati davvero promettenti ci saremmo guadagnati il diritto di seguirli il veekend successivo su un quarto grado conosciuto come Italian Climb.

Jim Donini sulla cresta nord del Latok I, in alto duemila metri sopra l’attacco (1978)
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Quell’inverno Big lan era fissato con il Ben Nevis e con la famosa via conosciuta come Point Five Gully che, assieme all’altro testpiece di grado 5, Zero Gully, costituiva il massimo per i sogni dei ghiacciatori scozzesi. Sfortunatamente le vie andarono in condizione a metà settimana, quando lan e amici dovevano lavorare. Ross e io, liberi da queste preoccupazioni, ci infilammo i maglioni di lana, afferrammo le nostre piccozze da 70 cm, dritte e senza laccioli, e partimmo per dare un’occhiata a Point Five Gully, ma una volta là non potemmo resistere alla sfida. Dal vasto plateau sommitale del Ben Nevis ci precipitammo giù per raggiungere “The Jacobite” prima della chiusura, ancora vestiti da arrampicata. Big lan chiese che cosa avevamo fatto. “Un nome con qualcosa di decimale?” Ross nicchiò maliziosamente mentre la mandibola di Big lan rotolava sul pavimento. Point Five Gully fu l’inizio della mia carriera alpinistica, ma anche il canto del cigno per Ross. Si rese conto che c’erano nella vita altre cose oltre ad arrampicare. La mia prima moglie, che da troppo tempo doveva sopportarmi, si trovò d’accordo con lui, tanto che finirono per lo sposarsi. Ross e io rimanemmo amici fino alla sua morte, avvenuta pochi anni fa.

L’American Alpine Journal del ’68 si occupò di scalate in Yosemite. Completamente affascinato da ogni parola riportata, elevai subito Chuck Pratt e Royal Robbins al rango di divinità, feci i bagagli e partii per la terra promessa. Ed eccomi al Camp 4 nei tardi anni ’60: anarchia sociale, sentori di benzoino, cibo rubacchiato nelle caffetterie, fessure lisce, ragazze di Berkeley, peyote – ricordi così netti che posso ancor oggi sentire odori, sapori e magia di quel momento.

Ciò che faceva della Valle una cosa tanto diversa, in quei giorni, era la gente. C’era Marc Clemens, il maestro delle fessure larghe, che passava i suoi inverni cavalcando le onde sulla spiaggia settentrionale di Oahu, e Barry Bates, un sosia di Tom Cruise il cui stile pulito e le vie eleganti erano una continua ispirazione, mentre Steve Wunsch, appena uscito dal college di Princeton, doveva confrontarsi con l’ardente e determinato Jim Bridwell, proveniente dall’area di San Francisco. Sebbene est e ovest formassero campi separati mi muovevo agevolmente tra i due e mi trovai in fretta immerso nelle sabbie mobili dell’anticultura del Camp 4. In qualche modo trovai persino il tempo di scalare, specialmente in fessura, tanto da vedermi impegnato in un run out di 12 metri durante la prima salita di Overhang Overpass (5.12!!!). Ero stato respinto nei miei precedenti attacchi da una strapiombante sezione sottile, ma il lavoro di potenziamento delle mie dita si dimostrò efficace e passai velocemente il punto critico, solo per trovarmi davanti una fessura di dita del tutto fuori misura, una maledetta “rattly fingers” dai bordi lisci e paralleli. In quei giorni, prima dell’avvento delle camme, queste situazioni richiedevano decisioni di polso: dovevo saltare giù, limitando la caduta a un minimo, o piuttosto continuare, sperando di trovare un posto per piazzare un nut prima che le mie forze e la mia mente cedessero? Un altro tratto distintivo della mia personalità venne così cementato quel giorno: nel dubbio, provaci.

Il sergente Donini, Forze speciali mediche, Fort Bragg, North Carolina, 1962
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Incontrai Rab Carrington in Valle nell’autunno del ‘72. Mi piacque il suo humour inglese e ammirai da subito il suo stile veloce ed efficace. Il compagno di Rab, Alan Rouse, era in ospedale in attesa di rientrare in Inghilterra dopo essersi rotto la gamba durante una difficile arrampicata artificiale sull’Half Dome, ma Rab era ancora determinato ad ottenere il massimo dall’esperienza unica che Yosemite poteva offrire in quanto ad arrampicata in fessura. Con non poca perfidia lo portai subito al testpiece Stepping Out, arrampicata che sapevo una gran novità per le sue conoscenze. Rispolverando ogni trucco del suo pur voluminoso repertorio di tecniche di scalata, nessuna delle quali era fatta per questa fessura larga e aggettante, Rab salì con le unghie e i denti fino a 5 metri dalla mia sosta, finché non udii un alterato “ahi, Jimmy, nessuna presa” mentre volava nel vuoto (sarei poi stato ripagato in pieno per la mia malignità in un successivo viaggio in Inghilterra).

Facemmo un po’ di prime salite insieme, in particolare Leanic Meanic, una fessura continua e rude che aveva respinto alcuni dei pezzi grossi della Valle. Quando Rab ritornò in Inghilterra, la mia connessione con quella nazione di esploratori era cosa fatta. I “Brit” vanno dappertutto, disposti a soffrire ogni tipo di privazione pur di sfuggire l’atroce cibo e il clima miserabile del loro paese, e ciò avrebbe segnato la mia carriera. La primavera successiva Pete Minks arrivò in Yosemite e su raccomandazione di Rab subito mi cercò. Un inglese pallido e muscolare, Pete pensava di essere la reincarnazione di Don Whillans, al punto di parlare di se stesso come di un idraulico disoccupato. La sua solitaria senza corda dello sperone Walker era un richiamo a Whillans nella sua arditezza. È difficile dire quale fosse la sua caratteristica distintiva: forse la cicatrice dove il suo orecchio, staccato a morsi in una rissa con le guide di Chamonix, era stato ricucito, forse la sua lingua dalle lunghe nervature che amava mostrare e a cui diceva dovesse il successo con le donne. Fui naturalmente attratto dal suo carattere diretto e impetuoso, per cui subito facemmo coppia. La nostra collaborazione culminò in primavera con una veloce salita al Nose. Un anno dopo ricevetti una lettera da Rab che chiedeva se avrei considerato l’eventualità di accompagnare una spedizione inglese composta da lui stesso, Minks, Alan Rouse, Mick Geddes e John Barker in Patagonia per tentare l’inviolato pilastro est del Fitz Roy. “Dannazione, sì” fu la mia risposta. La mia attrazione verso l’esplorazione di nuove vie in luoghi remoti stava venendo alla luce. Il viaggio, complicato da mancanza di fondi, scarsa pianificazione e vera sfortuna, fu in retrospettiva, una delle più selvagge e stravaganti avventure della mia vita. Minks che danza nudo sul bancone del bar a un party dell’associazione studentesca a Miami, una copia del New York Times in fiamme tenuta saldamente tra le chiappe; disgustose zampe e becchi di gallina galleggianti in una leggera brodaglia al banco di un lercio ristorante ad un remoto bus stop nella giungla colombiana; l’interminabile notte sotto una coperta di giornali sulle panchine del parco in una fredda e nebbiosa Lima; il tanfo potente dei piedi di Mick Geddes, a coprire persino l’odore di maiali e capre in un bus affollato di campesinos sull’altipiano boliviano… Questi sono alcuni dei ricordi di quel viaggio epico che finì per fortuna dopo tre lunghe settimane a Buenos Aires.

Gruppo del Cerro Torre. 1) il conclamato itinerario del 1959 Egger-Maestri; 2) la linea di salita della Torre Egger (VI, 5.9, A4, 1350 m Bragg-Donini-Wilson, 1975). Il Colle della Conquista separa le due vette; x) quota massima di ritrovamento di segni di scalata da parte di Maestri ed Egger. Foto:Greg Crouch.
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Il primo tentativo di alpinismo estremo non fece che risvegliare il mio appetito per le surreali torri di granito della Patagonia. Nell’estate del 1973 trovai un redditizio impiego presso l’Exum Guide Service, nel Grand Teton National Park, Wyoming, dove ebbi occasione di subissare i miei compagni Steve Wunsch e John Bragg di storie esagerate sul mio tentativo abortito di raggiungere la Patagonia. Una notte, dopo un’eccessiva quantità di Jack Daniels, riuscii a convincere Steve e John che noi avevamo le capacità e la testa per affrontare quelle torri viste solo in fotografia. In autunno Steve decise che il denaro risparmiato sarebbe stato speso meglio in una chitarra nuova, ma John, meno incline alla musica, si unì al mio volo verso sud, determinato almeno a vedere quelle torri mitiche. La mia prima visione del massiccio Fitz Roy-Torre resterà per sempre impressa nella mia mente. Rilucenti guglie di monolitico granito coronate di ghiaccio sorgevano come miraggi dalle ondulate steppe patagoniche. Sebbene sia non credente, sentii che qualche energia suprema doveva aver messo mano alla creazione di questa unica contrapposizione di ghiaccio e roccia, foresta e deserto. Seppi in quel momento che sarei tornato spesso in questa aspra terra battuta dal vento. Nel ‘73 il massiccio era ancora un posto davvero selvaggio. Il villaggio di El Chalten non esisteva, e le corriere giornaliere da Rio Gallegos erano lontane anni nel futuro. L’accesso era difficile e ogni rifornimento inaffidabile.

Il leone Donini si riposa in orizzontale dopo aver salito il Cerro Pollone, Patagonia. Foto: Greg Crouch.
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Un umido giorno di dicembre vide John e me sulla riva settentrionale di un rio Fitz Roy gonfio per le piogge, a scaricare il pick-up arrugginito che ci aveva portati da Rio Gallegos. Nebbie agitate oscuravano i picchi leggendari che eravamo venuti a scalare. Per tre settimane esplorammo la ricca vita animale della foresta circostante con rare occasionali immagini delle torri. Rimasi incantato dal picchio di Magellano, dai condor che volteggiavano sopra di noi, dagli iceberg che si staccavano dal ghiacciaio patagonico nel lago Viedma. Durante una puntata verso il Torre, notai una volpe sul ghiacciaio che mi incuriosì per il suo concentrato affaccendarsi su un terreno di solito poco remunerativo. Da più vicino la ragione divenne chiara, in forma di tibia umana, ormai spolpata ma ancora infilata saldamente nello scarpone. Sparsi intorno si trovavano altri oggetti: il manico rotto di una piccozza e alcuni brandelli di corda testimoniavano della provenienza del reperto.

Donini da secondo su un traverso del Cobra Pillar (VI 5.10+ A3, 1000 m, Donini-Tackle, 1991), Mount Barrille, Alaska. Foto: Jack Tackle.
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In 16 anni il solo scalatore scomparso in questa remota regione era il temerario austriaco Toni Egger, travolto da una valanga di ghiaccio mentre tentava la prima salita del Cerro Torre con Cesare Maestri. John ed io decidemmo di seppellire i resti nel ghiacciaio del Torre, sentendo che l’eterno riposo di uno scalatore dovesse proprio trovarsi in un posto così. La stampa austriaca ci criticò nettamente: la loro sensibilità cattolica avrebbe preferito il recupero e la tumulazione in un mausoleo dopo le cerimonie del caso.

John Bragg, Jim Donini e Jay Wilson al campo base in Patagonia (canasta e whiskey), nel 1975. Foto: John Bragg.
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Poiché il camion della posta che avrebbe dovuto rifornirci ritardava in modo preoccupante, ci incamminammo per il trekking di 90 miglia fino a Tres Lagos, dove avremmo trovato del cibo.

Dopo 20 miglia scoprimmo la ragione del nostro isolamento: lo sterrato era sommerso dall’acqua di fusione primaverile. Cento metri oltre, all’altro lato del tratto inondato, scorgemmo i due occupanti di un pulmino VW che cercavano di costruire un passaggio sopraelevato. Con il nostro aiuto, i due scalatori inglesi Ben Campbell-Kelly e Brian Wyville, freschi della prima in stile alpino del Trollweggen in Norvegia, riuscirono a traghettare il veicolo prima di sera. Un’ora più tardi, dopo breve riunione strategica, quattro ragazzi, ora divenuti una eterogenea squadra, ritornavano alle montagne sul furgone infangato ma funzionante. Il tempo era stato splendente per tre giorni e sapevo che non c’era tempo da perdere. Due giorni dopo eravamo alla base dell’inviolato Cerro Standhardt, la meno minacciosa delle tre torri. La notte ci vide aggrovigliati in una tenda Whillans precariamente adagiata su una cengia di neve. All’epoca questa scatola era la miglior opzione in quanto a riparo da spedizione. Ne avevamo portata una dagli States e ora era montata sotto un enorme camino intasato di lame di basalto, la via apparentemente più semplice verso la cima. Il mattino dopo la sfortuna colpì: il nostro unico fornellino si rifiutò di partire. Non potevamo farne a meno più in alto, così iniziammo l’amara ritirata in una giornata di tempo ancora perfetto, giù fino al campo base. Dopo 36 ore, con un nuovo fornello, eravamo di nuovo al punto massimo, proprio nel momento in cui le leggere volute di alti cirri iniziavano a comparire da ovest. Trecento metri di arrampicata molto più dura del previsto – leggete pure disperata – ci dovevano portare su una cengia, in alto sulla parete. Pochi metri sopra il vento ululava, spazzando la cresta terminale, a segnare il temine definitivo di ogni efficiente comunicazione.

Jim Donini con la figlia Sage, circa al tempo del Latok I. Archivio: Betty Donini.
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Passammo la notte più sotto, nella tenda Whillans, apprensivamente attenti al suo progressivo disintegrarsi sotto i colpi della crescente tempesta. Il mattino seguente, mentre preparavamo le doppie, tagliai gli ormeggi al nostro rifugio. Posso ancora vedere i brandelli dei suoi resti mentre spariscono nella nebbia trascinati dalla bufera.

Benvenuti in Patagonia! Argomenti trattati? Primo: fortuna – senza dubbio, se il fornello non si fosse rotto, ci saremmo ritrovati sulla cima di una torre fino ad allora vergine, in una meravigliosa e tiepida giornata di sole. Secondo: dolore – inizia quando finisce la fortuna e arriva il vento, conosciuto qui come la “Escoba de Dios”, a dar del suo meglio per scaraventarvi in un universo parallelo. Terzo: talento – la più importante scoperta fu di possedere il dono indispensabile a ogni vero alpinista: grazie a dio ho una memoria davvero corta. Tornai in Patagonia l’anno successivo.

Jeff Lowe sta raggiungendo il luogo del più alto bivacco sul Latok I, a circa 7000 metri. Il tempo volse al brutto in poco tempo e il team fu intrappolato là in una buca di neve per cinque giorni. Jeff Lowe si ammalò gravemente.  Foto: Jim Donini.
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Nel dicembre 1975, Jay Wilson si unì a me e a John. Un neofita del grande alpinismo, Jay non aveva la nostra esperienza ma possedeva una capacità atletica superiore ed un carattere socievole e instancabile che ne faceva un partner insostituibile. Eravamo di ritorno, alla ricerca di un boccone più grosso. Il macabro ritrovamento delle spoglie di Egger l’anno precedente aveva spostato la nostra attenzione verso la torre inviolata e imponente a lui dedicata. Ora, con Jay, il nostro piano era seguire la via Egger-Maestri per 750 metri fino al colle che separa il Cerro Torre dalla Torre Egger e di proseguire fino alla cima lungo i successivi 400 metri di liscio granito incrostato di ghiaccio. La nostra linea di salita era costellata da una minacciosa serie di pericoli oggettivi. Passammo intere ore fatalmente inermi sotto gli enormi funghi di ghiaccio che rivestivano le cime del Torre e della Egger, mentre fissavamo le corde verso il Colle della Conquista, così battezzato da Maestri. Il tiro in artificiale subito sopra il colle, strapiombante e marcio, sorpassò tutto ciò che avessi mai incontrato in Yosemite, con la differenza che le conseguenze di una caduta sarebbero state terribilmente più serie. Come da copione la tempesta soffiava sempre più intensa mentre ci avvicinavamo alla cima, ma noi eravamo troppo impegnati per dare alla cosa tutta la considerazione che questa meritava, e poi avevamo una missione da compiere. Dopo tre mesi di faticosa preparazione, rischiosa arrampicata, estenuante attesa nelle settimane di tempesta, la nostra tanto castigata squadra si fece finalmente strada attraverso il fungo di ghiaccio della cima, per raggiungere uno dei luoghi più inaccessibili del mondo.

Georg Lowe (seduto), Donini e Jeff Lowe si stanno “caricando” per i 2500 metri della cresta nord del LatoK I  7145 m (Karakorum, Pakistan). La linea rossa mostra il tracciato e il punto più alto raggiunto. A dispetto di numerosi altri tentativi negli anni seguenti, nessuno è mai salito così alto. Foto: Michael Kennedy.
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Jeff Lowe, Michael Kennedy e George Lowe ricavano cenge da bivacco al decimo giorno di salita sul Latok I. Due ore per scavarle, ma non grandi a sufficienza per poter piazzare le tendine. Foto: Jim Donini.
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(continua)

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Jel Tegermen – Il Mulino a Vento

Nel suo nuovo film Jel Tegermen, Alessandro Beltrame ha registrato un monologo in tenda nel quale esprime chiaramente la sua idea che l’andare a cacciarsi in situazioni remote, pericolose, esposte e non soggette ad alcun aiuto possibile acuisce i sensi e ti mette in quella condizione in cui l’individuo vigila con molta più facilità sull’ambiente che lo circonda, e si rapporta istintivamente con esso rendendo inutili gli aiuti tecnologici. Una sensazione, in definitiva, piacevole, dove non sai “se sentirti più abbandonato o più libero”.
E’ comunque l’aspetto esplorativo di questa storia a catturare l’immaginazione, perché il viaggio si è svolto in una terra di cui si sa molto poco.

Il Jel Tegermen era una cima inviolata in Tien Shan, la catena montuosa che si estende per 2.800 km tra la Cina, il Kazakistan e il Kirghizistan. Paolo Rabbia e Alessandro Beltrame ne hanno toccato la vetta, alta 4570 metri, il 29 marzo 2015 al secondo tentativo.

Jel Tegermen
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Jel Tegermen
di Alessandro Beltrame

La prima esplorazione era stata effettuata nell’inverno 2011 con gli sci da un team di cui facevano parte Giacomo Para e Paolo Rabbia. In base a quelle informazioni è stato possibile organizzare un viaggio esplorativo di soli 16 giorni, di cui 10 sulla montagna, con partenza dall’Italia il 19 marzo 2015.

A partire dall’ultimo villaggio raggiungibile in auto (Biškek, Kirghizistan), l’avvicinamento è avvenuto a cavallo fino al campo base in un giorno, trasportando circa 80 kg tra materiale e cibo, quest’ultimo reperito interamente al villaggio. Il campo è stato posto su neve alla quota di 3070 m, in corrispondenza della più alta fonte d’acqua disponibile, a 50 km in linea d’aria dal confine con la Cina.
La zona è battuta quasi costantemente da venti oltre i 50 km/h (con punte rilevate anche di 100 km/h), da qui il nome Jel Tegermen dato alla montagna, che in lingua kirghisa significa “il mulino a vento”.

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I successivi mille metri di quota sono stati percorsi sempre con gli sci nelle varie ricognizioni avvenute ai piedi del versante ovest della parete. Solo una volta superata la seraccata posta al fondo della valle è stato possibile individuare una linea di salita favorevole. Sono stati installati due depositi di materiale, uno intermedio a 3700 m, l’altro ai piedi della parete a 4050 m. In un primo tentativo, il giorno 25 marzo, è stata raggiunta la quota di 4450 m, al termine del couloir di ghiaccio neve.

Dopo una sosta forzata di quattro giorni dovuta alle pessime condizioni meteo (vento e neve), nell’unica finestra di tempo discreto il 29 marzo abbiamo tentato la cima con partenza direttamente dal campo base. Quattro ore di salita con gli sci e successivamente altre 2 di scalata su neve e misto ci hanno condotto al punto più alto raggiunto precedentemente; da qui, nonostante il vento a raffiche in aumento, abbiamo affrontato la scalata degli ultimi 120 metri fino alla vetta. A questo punto il terreno si fa più impegnativo e ostico per via della pessima qualità della roccia e delle grandi difficoltà di protezione, il tutto sempre in condizioni di discreta esposizione. Salvo poche sezioni, tutta la scalata è stata effettuata con piccozze e ramponi sia su neve che su roccia, utilizzando sia chiodi che protezioni mobili (nut e friend).

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La cima è stata raggiunta alle ore 17.30 (ora locale) da Paolo Rabbia e da me. Marco Berni Bernini ha dovuto rinunciare durante la salita per l’aggravarsi di una infezione respiratoria. Nei primi 100 metri di discesa è stato inevitabile abbandonare le corde di calata, a causa dei forti rischi di caduta pietre. La base del couloir è stata raggiunta alle ore 20.00 con il buio. La discesa in sci, gravati dal peso di tutto il materiale dei depositi, in una fitta nebbia, ci ha esauriti completamente. Al nostro arrivo al campo base, poco prima della mezzanotte, siamo stati accolti dall’amico Berni, oltre che con un tè caldo, con una salva dei petardi utilizzati le notti precedenti per allontanare i lupi…

La via seguita, da noi gradata TD -, è stata battezzata dei Quattro Cuori (il quarto è quello del conducente di cavalli Akai, con il quale abbiamo stretto una bella amicizia).

Mentre eravamo in quota, bloccati dalla neve dentro la tenda per più giorni, abbiamo avuto modo di pensare all’avventura, alle montagne e all’esplorazione. Abbiamo deciso di fare questo film perché siamo arrivati in cima. Celebrare gli insuccessi, anche se hanno molto da insegnare, non è nella nostra filosofia. Ma non l’abbiamo fatto per noi, perché l’alpinismo di punta del 2015 non è certo questo. E comunque non ne saremmo noi gli interpreti, specialmente alla nostra età. No, questo film è dedicato ai più giovani e tra di loro a quelli che non si accontentano di vedere le cose fatte dagli altri e che sono disposti a faticare e stare scomodi per dimostrare prima di tutto a se stessi quanto valgono. E non necessariamente su una montagna sconosciuta in mezzo all’Asia, ma su una che può essere dietro l’angolo.

Raccontare con le immagini: è questo che cerco di fare quando ho la fortuna di incontrare luoghi, gente e situazioni al di fuori dall’ordinario. E anche in questo caso ho voluto raccontare con le immagini l’alpinismo che si può fare su questa terra, quando la montagna perde ogni connotato epico per rivelarsi solo un’attività bizzarra e un po’ snob.

Dieci anni di spedizioni e di documentazione; tante esperienze, nuove tecnologie, uomini e realtà che mi hanno sempre insegnato qualcosa, nel bene e nel male. Una natura madre e maestra. La curiosità di scoprirla, dalle piccole cose ai suoi più antichi segreti.

Un detto indiano dice che la gente non ci ricorderà per quello che abbiamo detto, o per quello che abbiamo fatto, ma per come li abbiamo fatti emozionare.

Questo è il trailer di Jel Tegermen. Il film, della durata di 40’, è disponibile presso http://www.agbvideo.com

Le esperienze arrivano da sole, a blocchi, non uniformi, sovrapposte, poi, per un po’ più nulla, in quel momento le fai tue, le metabolizzi, le trasformi in strumenti utili e competenze. Meno male che ne arrivano poi altre e ti rimettono in corsa, ti ridanno quell’insicurezza costruttiva, piacevole, quello sbilanciamento in avanti quasi a cadere.

Quando sei bravo, viaggi sbilanciato, quasi a toccare il naso a terra senza mai schiacciartelo, quando sei meno bravo o sbatti sul sentiero o sei così lontano da non sentire il profumo dell’erba che stai calpestando. Queste sono le mie esperienze.

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La soglia di percezione sbilanciata in avanti con un andamento un po’ rischioso ma piacevole, sempre esplorativo, spesso fuori dalla safety zone. Se controlli l’equilibrio viaggi molto veloce su tutti i terreni: tecnico, creativo, logistico, personale. Succede per brevi periodi e il resto si chiama inerzia o trasformazione d’energia cinetica.

Possono dirmi quello che vogliono, ma salire su una montagna, anche solo per un momento, è veramente “possederla”. Per questo dev’essere bella, per attirarti irresistibilmente e per suscitare l’invidia degli altri.

Siamo arrivati in cima per puro caso. Però il bello di questa scalata sta proprio qui, nell’aver dato retta, per qualche istante ancora, alla nostra curiosità di uomini.

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Alessandro Beltrame
Di formazione scientifica e con competenze informatiche ed elettroniche, titolare della ditta di produzione video AGB.
Pratica, per lavoro e passione: alpinismo, arrampicata su roccia e ghiaccio, speleologia, trekking e mountain bike, oltre che subacquea e sci alpino.
Cameraman specializzato, autore, conosce a fondo i sistemi di produzione e post produzione digitale e gli strumenti di Internet.
Fa parte dell’Associazione Esplorazione Geografiche La Venta, con cui ha realizzato come operatore documentario per National Geographic USA e come autore un documentario sui ghiacciai patagonici.
Ha al suo attivo oltre un centinaio di produzioni, per conto di enti, televisioni nazionali e internazionali, spedizioni e documentari in Europa, Australia, USA, Canada, Alaska, Messico, Cile, Mongolia, Brasile, Patagonia, Bolivia, Nepal, Amazzonia e Africa.
Come produttore e autore ha realizzato una serie di DVD multimediali legati al mondo dell’outdoor, con distribuzione editoriale nazionale, alcune serie televisive di avventura per canali satellitari Sky e terrestri Mediaset e alcuni documentari per i canali RAI.
Ha prodotto progetti di comunicazione visiva e valorizzazione territorio per la Regione Liguria, Provincia di Savona, Regione Piemonte e Regione Sardegna, negli ultimi anni esclusivamente in Alta Definizione.
Nel 2006 ha realizzato come autore/operatore la produzione subacquea di Linea Blu su RAIUno.

Alessandro Beltrame in azione
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La grande caccia allo squalo

La grande caccia allo squalo
di Matteo della Bordella (tratto da http://ragnilecco.com/groenlandia-grande-caccia-squalo/)

Matteo Della Bordella, Silvan Schüpbach e Christian Ledergerber hanno aperto The Great Shark Hunt, una nuova via sulla parete nord-est dello Shark’s Tooth in Groenlandia.

La via nuova segue un sistema di fessure al centro della parete, con qualche traverso che congiunge le varie fessure. La roccia non sempre è della migliore qualità: le lunghezze chiave hanno costretto a dei run-out su lame instabili e protezioni al di sotto non buone. Comunque sono riusciti, pur adottando lo stile più puro, free climbing a vista e senza corde fisse, a usare solo due spit: il primo in uno dei bivacchi, per fissare la portaledge, e il secondo per una breve doppia pendolare. Saliti i 900 metri di parete in tre giorni, il quarto sono scesi dalla via dei russi, per cresta e spigolo nord-ovest (vedi nostro post del 25 settembre 2014), così in sostanza la parete è rimasta pulita come prima del loro passaggio.

In un tempo in cui si discute se l’alpinismo tradizionale sia finito già un bel po’ di anni fa con le figure di Bonatti e di Messner, le risposte a questi interrogativi oziosi ci arrivano dalla realtà, ci arrivano dalla cronaca onesta, misurata e volitiva di tutti coloro che vanno e fanno, là dove pochi decenni fa nessuno osava neppure pensare di andare e di salire in modo così pulito, non dispendioso, logico, essenziale.

Per l’importanza di questa impresa, non unica nel panorama mondiale, riportiamo per intero il racconto di Matteo Della Bordella.

Ittoqqotoormiit
DellaBordella-ittoqqortoormiitLa spedizione perfetta? Quella che da quando ho iniziato ad andare in montagna avevo sognato, ma mai pensato seriamente si potesse realizzare? Probabilmente sì. Certo, dopo questa avventura, fare qualcosa di meglio o di più interessante sarà per me molto difficile: abbiamo messo anima e corpo in un progetto e tutto è andato nel migliore dei modi. Non potevamo chiedere di meglio.

Silvan Schüpbach, Christian Ledergerber e io arriviamo il 5 agosto a Ittoqqotoormiit, 469 abitanti, ultimo paese sulla selvaggia e decisamente poco popolata costa orientale della Groenlandia (Terra di Jameson, a 70°29′07″N e 21°58′00″W). I nostri kayak e il resto del materiale sono già lì che ci aspettano, inviati via nave circa un mese prima. Non perdiamo un minuto di tempo: solo una mezza giornata giocando a tetris per infilare tutto il materiale nei gavoni dei nostri kayak, e il 6 agosto alle 16 partiamo. Da qui in avanti siamo soli: noi tre e la Groenlandia, con le sue bellezze e la sua natura selvaggia ed incontaminata.

L’avvicinamento con il Kayak
DellaBordella-icebergMi bastano pochi minuti per capire che pagaiare nel mare Artico, con tanto di vento, di onde, e un kayak pesante 170 kg, è molto diverso che pagaiare sul lago di Lugano. Beh, non è che ci volesse una scienza per arrivarci, ma solo quando sei lì ti rendi conto davvero di cosa vuol dire. Adesso siamo in ballo, bisogna ballare. Il kayak mi sembra totalmente ingovernabile, è affondato come un sottomarino e non reagisce ai miei comandi, lo scafo viene continuamente girato e sballottato tra vento e onde. Più che pagaiare, qui si tratta di lottare per restare a galla!Dopo circa 2 ore e mezza ci accampiamo per passare la notte. È vero siamo partiti, e questa era la cosa più importante, ma abbiamo fatto solo 10 km (con sforzi spropositati) e ne abbiamo davanti ancora 200… Le facce sono piuttosto preoccupate e anche Silvan, notoriamente sempre ottimista, fatica a stemperare la tensione. Con la sua classica risata, ci confida: “Prima di questo viaggio ero molto preoccupato e avevo parecchi punti interrogativi nella mia testa, ma ero convinto che, una volta partiti con i kayak, i dubbi si sarebbero risolti e mi sarei sentito più tranquillo e rilassato… beh, questa volta è decisamente l’opposto: dopo questo primo assaggio in acqua, i miei dubbi e le mie paure sono molto più grandi!”.
“Andiamo bene…” penso io. Meglio dormirci su, domani è un altro giorno.

 In marcia verso il campo base
DellaBordella-DSC_4522Il 6 agosto è effettivamente un altro giorno, e la musica un po’ cambia, anche se non del tutto. Per lo meno, vento e onde si calmano notevolmente. Perfezioniamo le regolazioni personali nei kayak, ma nonostante questo sono tremendamente lenti! Non posso credere di fare uno sforzo così grande e di andare così piano.
Pagaiando il tempo scorre molto lentamente, è uno sport ripetitivo, e la mente è libera di vagare nei suoi pensieri. A differenza del lago di Lugano, dove il paesaggio varia in continuazione, qui in Groenlandia le distanze sono enormi e ti sembra di essere sempre fermo: sembra che la fine di una baia o di una spiaggia non arrivi mai. È uno sport dove occorre trovare il proprio ritmo, avanzare senza stancarsi troppo trovando il compromesso tra velocità e sforzo. Un compromesso che, personalmente, ho cercato a lungo e invano per giorni, e che ho poi trovato a poco a poco a forza di fare. Dopo un impatto traumatico infatti, mente e corpo si abituano, e pian piano pagaiare risulta più facile, anzi, più normale.
Entriamo in una sorta di routine, le nostre giornate sono tutte uguali: sveglia verso le 8, alle 9.30 salpiamo con i kayak… Poi 7-8 ore a pagaiare, fino a sera, con qualche stop intermedio per mangiare e tirare il fiato. Verso le 18 si prepara il campo, alle 19 si cena e alle 20 crolliamo distrutti nei sacchi a pelo, pronti per 12 rigeneranti ore di sonno. Ho avuto la sensazione di entrare in un circolo, dove dopo un po’ diventa tutto normale, ordinario, anche se per pochi giorni; un circolo per fortuna virtuoso, che ti fa sentire sempre più in sintonia con mare, kayak, pagaia e muta stagna e che in sette giorni ci ha portato a destinazione, alla fine del fiordo di Skjllebukt, sulla penisola di Renland.

Sotto alla parete nord-est dello Shark’s Tooth
DellaBordella-SharksTooth-parete nord-estPhoto S. SchüpbachNon è tempo però di rilassarsi, sappiamo che l’alta pressione estiva in Groenlandia, dopo la metà di agosto, ha i giorni contati. Dobbiamo iniziare la nostra marcia verso il punto dove allestiremo il campo base.Nonostante spalle e schiena siano piuttosto provate dai 210 km in mare, le gambe sono invece belle fresche e riposate, pronte a dare il loro contributo al raggiungimento del nostro obiettivo. Circa 20-25 km a piedi ci separano dal nostro futuro campo base. Laddy sfodera la sua proverbiale capacità di carico, data dal suo possente fisico di un metro e 90, io e Silvan non ci tiriamo indietro. I sacchi sono pesanti, ma in due giorni di fatiche siamo a destinazione, e con noi, anche tutto il materiale per scalare e sopravvivere per venti giorni, portaledge compresa.
È il 15 di agosto. Ferragosto. La mia mente va agli amici, specialmente ai non climber e a tutti quelli che stanno ridendo e scherzando davanti ad una griglia rovente, a tanta carne e a tante bottiglie di birra e di vino. Ne parlo con i miei soci. In Svizzera questa festa forse è meno “sentita”, lì per la maggior parte della gente significa solo “fine delle vacanze, da domani si torna al lavoro”. Beh, anche per noi oggi, in un certo senso, è vacanza (dopo nove giorni no stop) e anche per noi, da domani, si torna a faticare…Dopo l’avvicinamento più lungo e avventuroso della nostra vita, siamo ansiosi di scoprire il vero motivo che ci ha condotto fino a qui e non vediamo l’ora di fare finalmente quello che sappiamo fare, ovvero: salire in verticale e non procedere in orizzontale. Anche i nostri avambracci e le nostre dita vogliono dare il loro contributo!

In arrampicata su The great shark hunt
DellaBordella-DSC_4790-216 agosto, vediamo per la prima volta la parete da vicino. Non penso di essere il tipo che si sbilancia troppo o utilizza aggettivi e superlativi a sproposito, ma quando ci vuole ci vuole: resto letteralmente a bocca aperta. Davvero, non pensavo che nel 2014 potessero ancora esistere pareti del genere mai scalate. Sotto la Nord-est dello Shark’s Tooth provo la stessa sensazione di piccolezza e impotenza che avevo provato alla base del Capitan. È una parete incredibile, 900 metri di granito che dopo una prima parte appoggiata si fanno perfettamente verticali o strapiombanti fino in cima.

Dobbiamo e vogliamo scalare questa parete, non vediamo l’ora di essere tra i primi a incastrare le mani nelle sue fessure e a tirare i suoi appigli. Individuiamo una linea nel centro. Ci sono dei punti di domanda legati alle zone dove finisce una fessura e, a lato, ne inizia un altra. Una cosa è però chiara e condivisa da tutti, fin da subito: vogliamo assolutamente scalare questo muro in libera. Aprire una via in artificiale su questa parete significherebbe per noi avere fallito.
Laddy apre le danze, i primi tiri sono facili e sporchi. Dobbiamo recuperare un saccone con 35 litri di acqua, portaledge e viveri per 3 giorni, ma siamo inaspettatamente veloci. Silvan mi dice: “Visto? Laddy quando recupera la corda la tira forte per davvero!”.
In breve siamo sotto la parte ripida, dove ci aspetta un tetto. La roccia non è certo quella dei nostri sogni (o per lo meno dei miei): ci sono scaglie ovunque, alcune attaccate al tetto che pendono come spade di Damocle sopra di noi. Non so se il prossimo tiro preferirei scalarlo da primo o stare a far sicura sotto quei blocchi. Comunque, parte Silvan. Tensione al massimo: è difficile stare calmo per me in sosta, figuriamoci per lui che scala.
Mi aspetto diverse volte il “take!”, o la sua caduta, o qualche sasso che viene giù sulla mia testa, ma non succede niente di tutto ciò e Silvan scompare sopra il tetto.

Matteo Della Bordella nella prima traversata
DellaBordella-DSC_4934-2Secondo giorno in parete, arriva anche il mio turno. Mi trovo di fronte alla prima incognita: venti metri di placca che dividono due sistemi di fessura. Sono teso e scalo lentamente, a ogni appiglio prendo magnesite. Fa freddo, non so bene dove andare e se mai riuscirò a salire in libera. Seguo tutta la fessura in salita, ma quando sono in cima ho l’illuminazione: “provare ad attraversare 10 metri più in basso!”. Così ridiscendo lungo la fessura. Un passo molto delicato e di equilibrio mi attende in partenza, poi vedo delle tacche. A metà del traverso realizzo che ormai la mia protezione in cima alla fessura servirà sempre di meno e che il pendolo in caso di caduta sarà sempre più lungo e fuori asse. Mantenere la calma, qui non è difficile, ma è delicato. In qualche modo arrivo all’altro sistema di fessura-diedro.
Anche qui la roccia non è quella dei miei sogni, ma prendo coraggio e riesco a scalare più velocemente. Un altro tiro, e un altro ancora, sempre sostenuti nelle difficoltà, ma ben proteggibili. Poi un’ultima lunghezza, dove alcuni metri di fessura cieca mi costringono a spingere al massimo sull’acceleratore e a mettermi ancora in gioco, rischiando più volte di cadere.
Provato psicologicamente e fisicamente, cedo il comando a Silvan. È quindi lui che si trova a dover togliere le castagne dal fuoco: ancora un tiro nel grande diedro con roccia assai discutibile, poi la fessura finisce e un’altra parte 20 metri più a destra. In mezzo, chissà. Siamo un po’ stanchi e iniziamo a valutare diverse possibilità di bivacco… Tutte appese nel vuoto. Sarebbe meglio andare un po’ più in alto, pensiamo tutti. Il traverso per prendere l’altra fessura è un mezzo rebus tipo il precedente, Silvan lo risolve in modo simile: disarrampica dalla sosta e, con passi delicati in placca, attraversa fino al successivo sistema di fessure.
Sento un suo urlo euforico: proseguendo a destra per altri 20 metri intravede una grande nicchia nella parete, una sorta di grotta. In tarda serata, con qualche peripezia nel traverso, raggiungiamo questo bivacco provvidenziale. E anche se la grotta non è poi così piatta e profonda come speravamo, possiamo avvalerci della portaledge, sulla quale possono sistemarsi due di noi, mentre il terzo si sdraia sulla cengia.

Il bivacco in portaledge
DellaBordella-DSC_4738-2Terzo giorno: finalmente ci svegliamo con il sole! Anche se, data l’esposizione nord-est, ce lo godiamo solo per un paio di ore. Riparto io, il morale è alto. La roccia qui è solida e la scalata superba. Scalo bene e salgo velocemente. Arrivo all’ennesimo traverso, questa volta vado verso sinistra per prendere l’altra fessura. È molto più facile dei precedenti e in un attimo siamo alla base del grande diedro fessurato che conduce praticamente fino alla vetta! Questa sì che è la roccia dei nostri sogni. Il famoso granito della Groenlandia, quello che avevo visto nel 2009 nel Foxjaw e di cui avevo tanto sentito parlare… Con fessure che sparano dritte verso il cielo. È Laddy a godersi questa parte da capocordata. Scala veloce e sicuro. E lui, al contrario di molti, quando si trova in difficoltà scala ancora più veloce del solito! Il vuoto sotto di noi si fa sempre più grande e il ghiacciaio in basso sempre più piccolo.

A fine pomeriggio raggiungiamo la vetta dello Shark’s Tooth. The great shark hunt, la grande caccia allo squalo, è terminata. Anzi no, lo squalo lo abbiamo catturato, ora bisogna riportalo a casa!

Il tracciato di The great shark hunt allo Shark’s Tooth
DellaBordella-DSC_4620-24Difficile per noi pensare che sarebbe potuta andare meglio di così. Abbiamo scalato la linea che sognavamo, tutta in libera, tutta a vista. Non abbiamo mai usato spit per scalare, ne sono rimasti solo due: il primo a 600 metri da terra per calarci e recuperare i sacconi nel traverso, il secondo poco più avanti, per appendere la portaledge.
Difficoltà? Al nostro limite, duro per noi. Più volte abbiamo pensato di cadere o non eravamo sicuri di raggiungere il prossimo appiglio o la prossima fessura. Il grado noi lo stimiamo, ma questa volta potete chiederlo ai ripetitori o a 8a.nu.

Il quarto giorno scendiamo dalla via dei russi, che passa sullo spigolo. Ritroviamo quasi tutte le calate e lasciamo pochissimo materiale nostro. Il pensiero che siamo saliti su quella parete riducendo al minimo le nostre tracce mi riempie di orgoglio e di felicità. Mi piace pensare che tra 2, 20 o 200 anni qualcun altro potrà arrivare sotto lo Shark’s Tooth e quasi rivivere la nostra avventura, confrontandosi con questa parete così come la natura l’ha creata.

In arrampicata su Oasi
DellaBordella-DSC_4705-2Photo S. SchüpbachCampo Base, la situazione è a dir poco strana. Abbiamo viveri e cibo a sufficienza per stare qui altre due settimane, ma la testa è già al ritorno. Il nostro corpo è qui, in questa valle incredibile dove ci sono ancora tantissime montagne da salire e tantissimi muri di roccia da scalare. Ma la nostra mente è sui kayak e pensa già al lungo ritorno alla civiltà. Momenti di contraddizione. L’obiettivo della spedizione è pienamente raggiunto, abbiamo dato tutto e sappiamo che meglio di così non potevamo fare, ora dobbiamo solo pensare a rientrare. Nonostante questo, però, siamo alpinisti, amiamo la montagna e i luoghi selvaggi; quando vediamo pareti e cime inviolate intorno a noi, ci brillano gli occhi e ci prudono le mani.
E così portiamo a casa altre due salite. La prima è una via di roccia sul pilastro The Gurkin, aperta da me e Silvan, che battezziamo Oasi, in onore alle temperature molto più miti e all’esposizione soliva della parete. La seconda, invece, è una salita di stampo alpinistico su terreno misto e ghiaccio, per circa 1800 metri di dislivello, portata a termine da me e da Laddy su una delle montagne più alte e senza dubbio più estetiche della zona, fino a quel momento probabilmente inviolata. In tal caso suggeriamo il nome di Daderbrum.

Daderbrum
DellaBordella-DSC_4973-2Passano i giorni e arriva il momento di rientrare. Siamo tutti ansiosi e curiosi di provare di nuovo l’ebrezza di infilarsi nei kayak e nelle umide mute stagne, nostre abituali compagne di viaggio in mare.
È il 30 agosto quando iniziamo la lunga via del ritorno. Gli 85 kg che avevamo sui kayak all’andata (oltre al nostro peso) ora sono almeno dimezzati e la differenza in acqua si sente. Ritrovo ora il mio laser 5,50 come lo conoscevo e ritrovo in mare gli equilibri che mi mancavano nel viaggio di andata. Il primo giorno avanziamo alla grande, pagaiando in mezzo agli iceberg di diverse dimensioni, copriamo una distanza di circa 50 km. “Se continua così, il rientro è una passeggiata!”, penso durante le ultime pagaiate prima di accamparci.
Purtroppo, però, non continua così. Anzi, la situazione cambia radicalmente: prima la pioggia, poi il vento forte; impensabile andare avanti, siamo costretti a due giorni di attesa. Il terzo giorno piove ancora e la temperatura è scesa, ma niente vento. Decidiamo quindi di provare a partire. L’umidità derivata dal sudore che fatica a traspirare nella muta stagna amplifica la sensazione di freddo e la pioggia cade incessantemente tutto il giorno. Dopo sette ore quasi no stop, stabiliamo che è il caso di accamparsi. Nella nostra tenda è tutto umido e bagnato, acqua dentro, acqua fuori, difficile mantenere qualcosa di asciutto. I giorni successivi alternano vento contrario a condizioni favorevoli per pagaiare quindi, dopo aver valutato che controvento servono sforzi enormi per progressi minimi, decidiamo di farci furbi e di essere pronti a saltare nei kayak non appena il vento cala, e a uscirne non appena il vento si rinforza.

I tre amici al ritorno
DCIM106GOPROAltri tre giorni di pagaiata ci conducono quasi alla nostra meta. Troviamo riparo in una vecchia casa diroccata. Domani sarà il nostro ultimo giorno: 20-25 km, quattro ore di kayak, ci separano da Ittoqqotoormiit! Ci godiamo l’ultima cena e l’ultima notte di questa spedizione in un riparo asciutto. Sono già tre notti che sogno di essere a casa: sogno Arianna, sogno gli amici, sogno il mio letto. È un sentimento condiviso, anche gli altri non vedono l’ora di rientrare nella civiltà e ritrovare le persone a loro care. Ma non è finita, finché non è finita!

La visita di Berta
DellaBordella-IMG_5064Photo S. SchüpbachAlle cinque di mattina sono svegliato di soprassalto dalle grida. In una frazione di secondo passo dalla serenità del sonno all’essere iper-sveglio, nel panico più totale!
Un orso polare è entrato nella nostra casa, e si trova a due metri da me e a meno di un metro da Laddy. Non ci resta che urlare come dei forsennati e fare casino. D’istinto, inizio a sbattere il tavolo e tutti gli oggetti che trovo sul pavimento, per fare più rumore possibile. Il disperato tentativo pare funzionare… l’orso non si sente ben accetto in casa nostra e con qualche grugnito esce dalla porta. Adrenalina pura: tiriamo fuori lo spray al pepe e i razzi che abbiamo con noi e cerchiamo di analizzare coscientemente la situazione. L’orso resta nei paraggi, ma il pericolo pare scampato. D’altronde, se davvero avesse voluto attaccarci l’avrebbe già fatto, e ci sarebbe anche riuscito. Povero orso! Anzi, povera orsa (ci piace pensare che fosse femmina, la chiamiamo Berta). La povera Berta stava probabilmente morendo dalla fame quando ha fiutato uno strano odore (probabilmente dovuto al fatto che non ci lavavamo da molto, molto tempo…) e, curiosa, si è avvicinata per vedere di cosa si trattasse. E pensare che prima di entrare in casa ha pure bussato… non si meritava di certo un’accoglienza simile!

Ultimi km prima di Ittoqqotoormiit
DellaBordella-DSC_5290Colazione: un caffè, poi un tè, poi una tisana. Seconda colazione: un altro caffè, un altro tè… e tre ore che volano, pensando e ripensando a Berta. Il tempo, almeno quello, sembra finalmente migliorato e saltiamo per l’ultima volta nei kayak. Il mare artico però non ci fa nessuno sconto, anche gli ultimi 20 km che ci dividono da Ittoqqotoormiit li dobbiamo sudare, lottando duramente contro il vento e le onde. Nonostante questo riusciamo a rientrare senza altri imprevisti. Sabato 6 settembre alle 15 ritorniamo alla civiltà, 32 giorni dopo esserne usciti. Peccato! Adesso la nostra spedizione è finita sul serio.

Matteo Della Bordella a Varenna, conferenza stampa del 19 settembre 2014
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postato il 16 ottobre 2014

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Il 50° del K2

Sì, avete capito bene: 50°, non 60°. Questo è un mio scritto dell’ottobre 2004, a volte godo a essere in ritardo.

Dopo un’estate di notizie e di polemiche al riguardo delle nozze d’oro dell’Italia con il K2, finalmente la montagna è rimasta sola ad attendere quell’inverno siderale che le e ci farà dimenticare le debolezze umane estive. A distanza quindi di qualche settimana, possiamo provare a fare un saldo delle operazioni, senza pretendere di essere esaustivi e di certo con tanta voglia di essere corretti in caso di errore. Anch’io sono andato quest’anno sul Baltoro, anch’io posso quindi raccontare e magari aggiungere i miei commenti a quanto è successo.

I risultati alpinistici
In questa sede ci limiteremo a parlare dei successi delle spedizioni alpinistiche sul versante sud-est e dell’insuccesso sul versante nord.

“K2 2004 – 50 anni dopo” è il nome della spedizione voluta ed organizzata dal Comitato Ev-K²-CNR, leggi dal vulcanico Agostino Da Polenza. “K2 – 1954-2004” è il nome della spedizione degli Scoiattoli di Cortina.

Karl Unterkircher
K2-karlDopo tre anni, durante i quali nessun alpinista era riuscito a raggiungere la cima della montagna (l’ultimo era stato lo spagnolo José Antonio Garcés, giunto in vetta il 22 luglio del 2001 per la via dello Sperone Abruzzi), la stagione 2004 ha visto ben 52 salite (tutte per lo Sperone Abruzzi, ad eccezione di tre, un alpinista per la Magic Line e due per lo Sperone Česen). Un record assoluto: mai ve ne sono state così tante nella stessa stagione e in tutti i 50 anni di storia alpinistica del K2 si contavano fino a giugno 2004 solo 198 salite.

È record anche per il numero di scalatori italiani giunti in vetta nel 2004: 11 in totale, cinque della spedizione “K2 2004 – 50 anni dopo” (tutti in vetta senza l’utilizzo di bombole di ossigeno) e 6 della spedizione degli Scoiattoli di Cortina (tutti in vetta con uso di bombole di ossigeno). Silvio Mondinelli e Karl Unterkircher sono stati i primi italiani a calcare la cima del K2 dopo Hans Kammerlander (salito il 22 luglio del 2001). Karl Unterkircher era reduce dalla salita in maggio dell’Everest.

E tutto questo nell’anno che, fino agli ultimi giorni del mese di luglio, sembrava destinato a veder fallire “l’assedio” alla montagna, anch’esso contraddistinto da altri numeri da record: 11 spedizioni e circa 200 tende ai campi base solo sul versante pakistano.

Assieme a Mondinelli e Unterkircher, nello stesso giorno 26 luglio 2004, giungono in vetta gli italiani Walter Nones, Michele Compagnoni e Ugo Giacomelli, nonché la basca Edurne Pasaban e i suoi connazionali Juan Eusebio Oiarzabal, Juan Vallejo e Mikel Zabalza. La Pasaban è dunque l’unica donna vivente ad aver salito il K2, mentre per Oiarzabal si tratta del 21° Ottomila! Entrambi però pagano caro questo successo, smarrendosi durante la discesa, salvati poi dai nostri e trasportati d’urgenza in patria con gravi congelamenti.

Il giorno dopo, 27 luglio, ancora tempo splendido, salgono lo spagnolo Vicente Lagunilla e il colombiano Fernando Gonzàlez, assieme ai nostri Scoiattoli, Mario Dibona, Renato Sottsass, Marco Da Pozzo e Renzo Benedetti e assieme ai due sherpa Mingma e Thilen, a sette tibetani, ai due pakistani Nisar Hussain e Muhammad Hussain e a tre giapponesi. Il giorno dopo, 28, ultimo di bel tempo, è la volta del basco Iñaki Otxoa De Olza, poi il rumeno Horia Colibasanu, lo spagnolo Carlos Soria (che a 65 anni suonati diventa il più anziano salitore del K2), e ancora gli Scoiattoli Mario Lacedelli e Luciano Zardini accompagnati da altri cinque sherpa, dagli svizzeri Michel André Wirth, Cederic Hählen, Johannes Blaser e dal pakistano Muhammad Sanap Akam.

Ecco alcuni dei commenti a caldo degli Scoiattoli: Marco Da Pozzo: “La vetta del K2 non mi ha dato la possibilità per godere di tanta bellezza: la discesa era già nei miei pensieri“. Mario Dibona: “Il primo pensiero è andato al pericoloso e delicato ritorno lungo la cresta finale“. Renato Sottsass: “Splendeva il sole, il vento era debole, l’ora di arrivo in vetta era ideale, ero con i miei compagni, un pensiero a Marina: un sogno realizzato!“. Mario Lacedelli: “L’arrivo in vetta: un sogno incredibile, ma anche i sogni diventano realtà“. Luciano Zardini: “Solo ora che ho calpestato gli 8611 metri della vetta, comprendo l’impresa di Lino“.

Quattro alpinisti della spedizione giapponese di Kondo Kazuyoshi, Yano Toshiaki, Seino Yoshiki, Mochizuki Yasuhiko e Kawashima Takashi, con gli sherpa Phura Chhere e Tika Ram Gurung raggiungono la vetta del K2 il 7 agosto, tutti con uso di ossigeno meno uno.

Silvio “Gnaro” Mondinelli
K2-MondinelliIl 16 agosto 2004 alle 24,00, Jordi Corominas, della spedizione catalana “Tarragona Magic Line Expedition 2004”, ha raggiunto (senza ossigeno) la vetta del K2 per la Magic Line, realizzando così la prima ripetizione della via sulla cresta SSW, itinerario aperto nel 1986 dallo slovacco Peter Božik e dai polacchi Przemyslaw Piasecki e Wojciech Wróz (morto in discesa) e considerato il più difficile e impegnativo della grande montagna.
Ma, come molte altre volte sul K2, anche questo successo è stato segnato da una tragedia: Manel de la Matta, che insieme a Oscar Cadiach aveva abbandonato la salita a 8300 m, è morto lungo la discesa. I due erano scesi fino al Campo 1, installato sopra il Colle Negrotto, quando Manuel de la Matta si è sentito male. A nulla è valso il soccorso prestato dal suo compagno Oscar Cadiach, né è stato possibile, causa il maltempo, che fossero raggiunti dai soccorsi partiti dal Campo Base. Gli altri membri della spedizione erano Jordi Tosas e Valen Giró.

Quella della spedizione catalana è sicuramente una delle più importanti realizzazioni della stagione himalayana 2004, sicuramente la più importante del 50° anniversario della prima salita sulla seconda cima della terra. Jordi Corominas e i suoi compagni hanno raggiunto il loro sogno, un sogno per il quale hanno lottato duramente per quasi tre mesi. L’hanno raggiunto pagando il prezzo più alto: la morte di uno di loro.
Nel frattempo anche altri due giapponesi della spedizione Dosanko diretta da Masahide Matsumoto, il 16 agosto raggiungono la vetta, lungo lo Sperone Česen: i due passano la notte in discesa al Campo 4, assieme al catalano Corominas reduce dalla Magic Line.

Questi giapponesi cercano, senza trovarli, i corpi di un kazako e di un iraniano dispersi da più di una settimana.

Il versante nord invece ha visto – invece – la presenza di due sole spedizioni: quella coreana, conclusasi tragicamente con la morte di 3 alpinisti, e quella italiana di “K2 2004 – 50 anni dopo”, lungo la via dello Spigolo Nord, fallita dopo numerosi tentativi di salita a causa della presenza di neve eccessiva. Nives Meroi, Romano Benet, Luca Vuerich e gli altri compagni meritavano certo di più. A fine stagione 2004 la via da nord risulta non più salita dall’ormai lontano 1996, anno in cui si registrò l’ascensione di una spedizione internazionale, guidata da Krzysztof Wielicki, che giunse sulla vetta assieme ai due connazionali Piotr Pustelnik e Ryszard Pawlowski, due alpinisti russi Sergei Penzov e Igor Benkin, lo statunitense Carlos Buhler e agli italiani Marco Bianchi e Christian Kuntner.

Jordi Corominas
K2-jordicbn1-620x413Le polemiche
Alcune polemiche, non certo spente dai giornalisti presenti al campo base e neppure da quelli in Italia, hanno ravvivato la nostra estate di spettatori.
Le dispute hanno fatto proprie tutte le questioni relative all’attrezzatura preventiva e alla commercializzazione di grandi montagne come l’Everest e il K2 (tanto che si è parlato di everestizzazione del K2). C’è chi è disposto a giocarsi il successo e la reputazione andando a sfidare una grande montagna senza portatori d’alta quota e senza ossigeno, c’è invece chi la pensa diversamente. C’è chi si appoggia ai migliori alpinisti presenti sulla piazza, chi invece ad un esperto svizzero di alpinismo extraeuropeo commerciale.

D’altra parte è anche vero che, se corde fisse sono poste sulla montagna, tutti poi le usano… e non si può certo parlare di stile alpino per nessuno. A volte ci si chiede a vicenda dei favori, tipo quello di usare per una notte una tenda, o di essere ospitati.

Poi c’è chi organizza una spedizione colossale, con un budget davvero faraonico, e c’è chi s’accontenta di qualche sponsor ed è costretto a chiedere ai partecipanti una consistente quota in euro.

Se poi aggiungiamo la sparizione misteriosa di una tenda con tutto il contenuto, beh, allora abbiamo proprio tutti gli ingredienti per scrivere un’altro best seller tipo Aria Sottile, anche senza così tanti morti.

Ciò che poi alla fine rimane sono solo le ascensioni effettive, oppure gli eroici salvataggi (che anche quest’anno non sono mancati), oppure le per ora quasi dimenticate tragedie (si sa in totale di sei morti, ma poco di più).

Il Museo degli Italiani
Il 31 luglio è stato inaugurato a Skardu il Museo degli Italiani per le popolazioni del Baltoro e del Pakistan. Rolly Marchi è stato l’ideatore del progetto, mentre a Silvio Calvi si deve ideazione e costruzione della struttura.
La struttura è in avanzata fase di costruzione ed all’interno è stata allestita la mostra fotografica dedicata ai cento anni di esplorazione italiana sul Baltoro, curata dallo stesso Calvi. Il museo ha già trovato un suo speciale ingresso: uno splendido portone di legno scolpito nel tipico stile locale.
Farid Khan, la massima autorità istituzionale della regione di Skardu, ha definito la costruzione del museo “Un importante passo avanti nel consolidamento dell’amicizia fra il popolo pakistano e quello italiano”.

Il mini-inceneritore
La spedizione K2 2004 ha installato nel suo campo base, a 4965 m, un mini-inceneritore. Questo risponde alla necessità di diminuire il più possibile volume e peso dei rifiuti da portare a valle tramite l’incenerimento di carta, cartone, legno. Consiste in una camera di combustione (della misura di 60x60x60 cm), con griglia e cassetto di raccolta della cenere, un comignolo (2 metri di altezza), dotato a mezza altezza di un filtro adibito ad intercettare le scorie maggiori e di una bocca di aspirazione per riportare il flusso caldo di fumi puliti alla camera di combustione perché la temperatura in essa resti alta. Due saracinesche regolabili consentono di calibrare il riutilizzo di questi fumi caldi o di quelli freddi, aspirati invece direttamente dall’esterno, a seconda della temperatura che si desidera avere per la fiamma di combustione.
Il mini-inceneritore pesa complessivamente 45 kg e per facilitarne il trasporto è stato progettato leggero e soprattutto smontabile. Le diverse componenti possono infatti unirsi a formare un cubo di dimensioni ridotte. Il costo complessivo dell’inceneritore è stato di circa 700 euro, un costo accessibile a tutte le spedizioni, che possono così limitare il proprio impatto sull’ambiente.

K2, Magic Line, seconda ascensione (Catalani)
K2, Magic Line, 2a ascensione (Catalani)1954-2004, dalla conquista alla conoscenza
Affidata a Trekking International di Beppe Tenti, l’organizzazione di questo colossale programma ha visto la partecipazione di più di 500 soci del CAI, divisi in 18 gruppi guidati da due guide alpine ciascuno. Il trekking è risaputo essere uno dei più impegnativi al mondo e ha richiesto ad ogni gruppo 25 giorni da Italia a Italia.

Contrariamente a tutti gli altri gruppi in mano ad altre agenzie (tutte le italiane erano ben presenti quest’anno), ogni tappa del percorso vedeva i soci del CAI fermarsi in campi fissi, ivi allocati per tutta l’estate. Questo ha permesso un indiscusso risparmio, una decisa diminuzione delle risorse necessarie ai trasporti (meno viaggi di portatori) e infine una migliore organizzazione logistica per ciò che riguarda la gestione ambientale dei campi stessi.

L’equipe di Montana è stata incaricata di sorvegliare il buon andamento dei campi dal punto di vista ambientale e il rispetto da parte di tutti del Protocollo ambientale, un documento elaborato prima della partenza e sottoscritto da operatori e trekker.

Si sono ovviamente riscontrate difficoltà al buon funzionamento del protocollo: non tanto da parte dei soci del CAI, assolutamente rispettosi dei luoghi e della gente, quanto da parte dello staff locale dei campi, più attento al risparmio di kerosene che all’accumulo della spazzatura, a volte un po’ pigro nella pulizia delle toilette, a volte reticente sul dove aveva sistemato le lattine di risulta della conduzione culinaria. Ciò che però è da sottolineare è la buona volontà di alcuni di questi responsabili dei campi, decisamente più preparati di altri. Speriamo che in futuro possano continuare a dare il buon esempio.

Nelle località di Juhla, Payu e Urdukas sono stati costruiti negli anni scorsi e sono gestiti dalla MGPO (Mountains and Glaciers Protection Organization) dei campi con strutture fisse (una casetta per i gestori, docce e toilette, anche per i portatori): questi campi hanno un grosso successo e una grande utilità: grazie a loro, l’inquinamento sul percorso è decisamente diminuito.

L’equipe di Montana ha anche riscontrato che praticamente il problema della deforestazione è risolto: ormai tutti i portatori, senza eccezioni, usano il kerosene per cucinare e per riscaldarsi, non più la legna raccolta a Payu.

Invece rimane vivo e dolente il problema delle deiezioni umane, specie quelle incontrollate delle centinaia di portatori: nei momenti di punta e in certi luoghi l’olezzo era insopportabile. La soluzione passerà qui attraverso la progressiva educazione del portatore a servirsi delle toilettes a lui dedicate (peraltro presenti nei campi di Juhla, Payu e Urdukas).

K2, Magic Line, 2a ascensione (Catalani): Oscar Cadiach e Jordi Corominas a 6900 m, campo 2
K2, Magic Line, 2a ascensione (Catalani), Oscar Cadiach e Jordi Corominas a 6900 m, campo 2
La bonifica
Diretta da Alessandro Gogna, la bonifica della valle del Baltoro e del ghiacciaio ha avuto luogo dall’8 luglio all’8 settembre.

Facilitata da una spedizione sud-coreana che ha ripulito il campo base del K2 e lo Sperone Abruzzi (1.500 kg raccolti), l’equipe di Montana si è concentrata sui campi tappa, su Concordia e sulle discariche militari presenti a Concordia e a Gore 2, riuscendo a raccogliere 3.011 kg di lattine e altro materiale ferroso. Questi rifiuti sono stati trasportati ad Askole e qui ceduti all’MGPO che ha provveduto al trasporto a Skardu e alla vendita ai rottamai locali. Il ricavato andrà per metà all’MGPO stessa, per metà a iniziative per lo sviluppo della popolazione locale.

La bonifica ha anche raccolto più di una ventina di kg di batterie usate, queste però sono state trasportate in Italia per un corretto smaltimento.

Si deve anche rilevare che Montana ha provveduto a bruciare in loco più di 2.000 kg di rifiuti di vario genere, compresi anche materiali plastici. Questa scorretta operazione è stata ritenuta il male minore, in quanto il trasporto a Skardu avrebbe semplicemente significato lo smaltimento di essi in riva all’Indo, procedimento normale della città di Skardu per liberarsi dei rifiuti quotidiani. Questi vengono portati nella discarica a 2 km a nordovest della città, in riva al fiume: non viene neppure appiccato il fuoco, si attende solamente la prima piena…

postato il 5 agosto 2014

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Ricordo di Renato Casarotto

Ottobre 1978, Alagna Valsesia: comincio a conoscere più da vicino Renato, in occasione delle preselezioni al corso aspiranti guida. In seguito, metà dicembre, ci ritrovammo in riunione con Messner per programmare la Magic Line al K2. Lì scoprii che anche Renato aveva paura di non superare la parte di corso relativa allo scialpinismo: in effetti le nostre tecniche di discesa erano ab­bastanza approssimative… Decidemmo di allenarci assieme, per non sfigurare. Andammo così a Courmayeur qualche giorno a farci sgrezzare da Renzino Cosson e poi anche in Valle Stura di Demonte da un comune amico maestro di sci. Facemmo dei bellissimi fuori pista nella neve fresca e nello stesso tempo ci esercitavamo a stare insieme, perché pensavamo che al K2 così tutto sarebbe sta­to più facile. Gli ultimi ritocchi alla preparazione e all’equi­paggiamento ce li demmo a Champoluc, in occasione delle ultime gite prima del corso di Bormio.

Renato Casarotto al corso Guide, aprile 1979

1979.04 CorsoguidaRCasarottoUna volta giunti là ebbi l’im­pressione che tutti pensassero a Casarotto come il primo della classe. Lui non faceva niente per esserlo, conscio com’era dei suoi limiti in quella specialità. Eppure l’impressione era quel­la. Sembrava che Renato dividesse la vita in momenti normali (che gli interessavano poco) e in momenti veri: sciare bene per lui faceva parte dei primi. Ma quando si trattava di bivaccare fuori in un igloo e poi di battere pista in salita sulla neve fresca e con gli sci sulle spalle, Renato si trasformava completamente e tutti avevamo chiara idea del perché gli riuscisse così bene fare le grandi imprese. Chi è un po’ invidioso, chi vorrebbe ma non può, travisa facilmente la discrezione naturale e la grande tena­cia, pensando che siano superbia ed eccessiva ambizione. Così tutti lo rispettavano, ma pochi capivano come Renato realmente fosse.

Parlando con Messner prima di partire per la spedizione avevo a­vuto l’impressione che anche Reinhold fosse tentato di attribuire a Renato una parte di questi aspetti negativi di carattere. Sem­brava quasi che ne cercasse conferma da me, che lo conoscevo me­glio e che avrei fatto vita comune con lui per quasi tre mesi. Il rispetto che avevamo entrambi per l’imponente quanto cristallina attività alpinistica di Renato ci impedì di parlarne chiaramente subito: e così al primo confronto importante le cose non si mise­ro bene. Ancora scossi per la morte di un portatore, il 13 giugno 1979 ci trovammo nella tenda mensa del campo base a discutere per la prima volta se era il caso di insistere con il progetto Magic Line. Nella sostanza ci trovammo d’accordo, e qui non è il caso di ricordarne le ragioni, di abbandonare quell’idea e di concentrarci sulla salita in stile semi-alpino dello Sperone A­bruzzi. Tutti d’accordo, meno Renato. Alla spedizione interessava il successo quasi sicuro, a Renato premeva il confronto con una grande idea, con una grande montagna molto più forte di noi. Sa­peva anche lui di non avere ancora quell’esperienza himalayana per poter essere certo dei suoi sentimenti, ma se fosse stato per lui bisognava partire a testa bassa per la Magic Line.

Da quel momento iniziò il graduale autoestraneamento dai nuovi o­biettivi della spedizione. Partecipò ai lavori, ma poi si dovette arrendere alla mancanza di motivazione interiore. Ricordo come dal campo II guardava con intensità quello che poi nel 1983 sa­rebbe diventato il suo sperone all’Anticima nord del Broad Peak. Sognava ad occhi aperti una salita solitaria, senza nessuno con cui dover prendere delle decisioni in comune. Questo me lo con­fidò in una notte di bufera, ma io l’avevo già capito. I rapporti tra Reinhold e Renato si diradarono, anche se la cosa lì per là passò quasi inosservata a causa di altri problemi più gravi tra Messner e Schauer. Eppure al campo base la convivenza proseguiva serena, il disaccordo non degenerò mai. Nei giorni di brutto tem­po Renato si preoccupava molto del suo essere in ordine, soprat­tutto curava i suoi capelli, terrorizzato com’era di essere sulla via di perderli.

Renato Casarotto

casarotto--330x185Al ritorno dal Pakistan, poche settimane dopo, ero con lui nella stessa stanza dell’Hotel Bagni di Màsino, per il corso di ghiaccio e misto. Mi disse di volere a tutti i costi tornare al K2 per fare la Magic Line da solo ma mi pregò di non dirlo a nessuno. Era chiaro che aveva riflettuto a lungo e che non condivideva minimamente le motivazioni alpinistiche di una qualunque spedizione a più elementi. Reinhold invece mi mostrò in seguito dei ritagli di giornale di provincia in cui, secondo il giornalista, Renato dava tutta la colpa a Messner per il mancato successo alla Magic Line del K2. Ero amareggiato, e sapevo che come al solito ba­sta dare alla stampa un mignolo perché ti prendano tutto il braccio.

K2 Messner Expedition, 1979

Casarotto-original_photo_11897Un mo­mento molto bello vissuto ancora assieme fu la salita della plac­ca di Nuova Dimensione in Val di Mello. Allora quella salita di pura aderenza su placca liscia di granito, senza alcuna protezio­ne valida per il capocordata e con soste dubbie, era considerata una realizzazione nuova e provocatoria dei Sassisti. Renato se la cavò egregiamente, ma non fu una passeggiata. Ricordo come, a dieci metri da me che lo “assicuravo”, si dondolava sulle suole lisce delle EB, senza decidersi a fare l’ulteriore passo. E la mangiata di mirtilli che ci facemmo dopo Luna Nascente chiude le immagini serene: dopo non ebbi più modo di seguirlo così da vici­no nei suoi grandi exploit verso il tragico epilogo del suo de­stino.

Gian Carlo Grassi, Renato Casarotto e Gianni Comino al rifugio Monzino

Casarotto-Grassi-casarotto-comino

Per informazioni su Renato Casarotto: http://it.wikipedia.org/wiki/Renato_Casarotto

postato il 26 maggio

 

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Annapurna: la storica salita di Ueli Steck

Qualche anno fa Ueli Steck aveva detto: “Tutto ciò che posso immaginare è possibile”. Il 10 ottobre 2013  fece storia dell’alpinismo salendo da solo e in 28 ore la Sud dell’Annapurna. Quello che aveva immaginato era diventato realtà, un’impresa straordinaria. Un’impresa che gli è valsa la nomination al Piolet d’Or 2014.

Come ti è venuta l’idea di quest’ascensione?
Era un mio progetto da tempo. Pierre Beghin e Jean-Christophe Lafaille l’avevano ideate e tentata nel 1992, io ci avevo messo le mani sopra nel 2007, poi nel 2008, e questa volta ce l’ho fatta! Era un mio vecchio sogno aprire una via nuova su un Ottomila. Per questo tentativo ero con il mio amico Don Bowie. Lui è davvero fantastico, simpatico, ci troviamo bene assieme. Per me questo è molto importante, stare bene assieme. Anche Dan e Janine Patitucci sono cari amici.
Non avevo intenzione di portare con me un fotografo, ma loro sono a tal punto miei amici… che sono diventati parte del team. Bowie ha portato il suo cameraman, Jonah Matthewson. E meno male che non volevo fare troppa pubblicità… volevo solo scalare!

Ueli Steck
AnnapurnalaStorica-Steck,Ueli
Se il piano non era di salire da solo, come si è evoluta la decisione finale di fare così?
La parete presenta qualche tratto tecnico, ma non estremo. Comunque, Don trovò la cosa difficile, anche perché aveva una gran paura dei sassi e delle slavine. Insomma non è entrato nello spirito giusto. Perciò, correttamente, decise di fermarsi e di riscendere alla crepaccia terminale. Mi ci volle un bel po’ di volontà per decidere di continuare. Ero del tutto sicuro delle buone condizioni, infatti lo erano. Penso che la cosa più difficile fu proprio prendere quella decisione, non c’ero preparato.
Non appena cominciai a salire, mi regolai sulla “modalità” solitaria, e l’ascensione diventò presto una delle mie più grandi esperienze.
Per quella spedizione avevo deciso di non fare troppa comunicazione, il che vuol dire niente blog: ero davvero concentrato solo sulla salita, e quando salivo ero ancora più concentrato, non avevo altro pensiero. Ho passato 28 ore nel mio mondo, senza pensare al passato o al futuro. Sapevo che se intervenivano problemi erano solo miei, ma questo facilita: se sono da solo, è tutto più semplice. Più grande è l’avventura, più semplice è!

Ueli Steck in allenamento sulla via di approccio all’Annapurna

AnnapurnalaStorica-steck,Ueli-allenamentoCosa sentivi durante la salita?
La scalata procedeva bene. Non ero stanco e non mi sono mai sentito al di sotto tecnicamente, è così che mi piace. Mentre salivo mi rassicurava sapere che potevo allo stesso modo scendere. Se quando sali senti che puoi anche scendere, allora anche una solitaria diventa piacevole. Quest’esperienza mi appartiene per intero. E’ difficile da spiegare, ma fu personale e potente. Ciò che devo fronteggiare ora è il pericolo di farci l’abitudine, di desiderare di essere solo per avere quell’esperienza lì.
So bene quanto siano pericolose le salite in questo stile, meglio non farci l’abitudine!

Come ti prepari fisicamente per un progetto come questo?
Normalmente seguo un programma di allenamento molto rigoroso. Questa è la chiave. Mi hanno detto che non sembravo molto stanco dopo quelle 28 ore. Era vero! Ero stanco, ma non esausto, e questo lo devo al mio allenamento. In estate avevo corso la 50 km Eiger Ultra Trail e sul traguardo sorridevo, stanco ma non sfinito. Qui è stato lo stesso. Il mio programma di training ha varie fasi, alterna riposi a corse intensive: questo si è rivelato davvero utile.

Ueli Steck verso la base della parete sud dell’Annapurna

AnnapurnalaStorica-PioletdOrSudAnnapurnaQuali sono i tuoi progetti, ora?
Difficile da dire. Negli ultimi due anni sono stato davvero monotematico, ora mi piacerebbe essere più aperto, fare ciò che veramente più mi piace. E in questo momento l’arrampicata su roccia…

Ueli Steck, nato il 4 ottobre 1976 a Langnau nell’Emmental svizzero, è uno dei migliori alpinisti estremi del mondo. Già a 17 anni supera difficoltà di arrampicata di IX grado. A diciotto anni scala la parete nord dell’Eiger e quindi, nel massiccio del Monte Bianco, il famoso pilastro Bonatti. Nel 2008 Steck riceve il riconoscimento Eiger Award per le sue imprese alpinistiche, nel 2009 il Piolet d’Or, l’«Oscar dell’alpinismo», e nel 2010 la prima edizione del Karl Unterkircher Award per alpinisti di comprovata eccezionalità.
Per notizie più dettagliate vedi www.uelisteck.ch e http://it.wikipedia.org/wiki/Ueli_Steck.

La parte sud dell’Annapurna con l’itinerario di Ueli Steck, intitolato a Beghin e Lafaille. Foto: Corrado Gontier

La parete sud dell'Annapurna all'alba

Ueli Steck è il protagonista del film vincitore del premio Best Film – Mountain Culture del Banff Film Festival del 2013: la ricostruzione di un evento drammatico che ha sconvolto il mondo dell’alpinismo e non solo, quando nella primavera 2013, al campo 2 del Monte Everest, Simone Moro, Ueli Steck e Jonathan Griffith sono stati vittima di un’aggressione da parte di un gruppo di Sherpa. Il film cerca di fare luce su che cosa successe in alta quota in quei drammatici istanti grazie anche al contributo di filmati girati dagli smartphone dei presenti sul posto.

Il film fa parte della programmazione del Banff Mountain Film Festival World Tour, proprio in questi giorni in buona parte delle città italiane.

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postato l’11 marzo 2014

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Intervista a Simone Moro dal Nanga Parbat

Simone Moro e David Göttler, coadiuvati da Emilio Previtali, dagli ultimi giorni di dicembre 2013 sono al campo base del Nanga Parbat, versante Rupal, per tentare la salita invernale al penultimo Ottomila ancora non salito nella stagione più rigida (l’ultimo sarebbe il K2). L’itinerario che hanno scelto è la via Schell. Anche un’altra squadra, i polacchi di Tomasz Mackiewicz, ha deciso per quel percorso, dunque per una collaborazione con Moro e Göttler. Stiamo seguendo giorno per giorno i progressi. Il primo vero tentativo di salita alla vetta è stato frustrato dai venti fortissimi. Tutti gli scalatori sono in questo momento al campo base in attesa di un nuovo periodo di bel tempo.

Via e-mail abbiamo raggiunto Simone che, avendo comunque finito il suo nuovo libro, ha più tempo da dedicarci nelle lunghe ore invernali di attesa al campo base. E gli abbiamo fatto cinque domande.

Simone Moro

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1. Con l’esperienza di tre Ottomila in prima ascensione invernale, quali sono le difficoltà che credi di dover affrontare per la conquista di un eventuale quarto?
Un Ottomila salito d’inverno è già il potenziale risultato di una vita, di una singola carriera. Averne saliti tre e sempre, rigorosamente in completa stagione invernale mi sembra ancora così incredibile… Tentarne un quarto non vuole essere un azzardo o una insaziabile voglia di successo. E’ solo il tentativo di esplorare la mia capacità di resistenza e la mia voglia di non sedermi sugli allori. A 46 anni voglio pensare al mio futuro di uomo e imprenditore attivo e non contare gli anni che mi mancano alla pensione. Io esisto per vivere non per guardare gli altri farlo.

2. Siete stati in azione circa cinquanta giorni, assieme a David ed Emilio: avrete già potuto capire molto bene cosa significa salire d’inverno sulla via Schell. Quale valore personale ha questa via per te?
E’ la via più lunga del pianeta sulla parete più grande del mondo alla montagna più gigantesca della terra. Già questo rende l’idea. Il Nanga Parbat è una montagna con sopra un’altra montagna. E’ un viaggio lunare, questa scalata.

3. Qual è il tuo feeling con la spedizione di polacchi che sta tentando il vostro stesso itinerario?
Massima amicizia e collaborazione. Fare le gare su un Ottomila e d’inverno significa morire. Io sono qua per vivere un’esperienza con David e con i polacchi… da due siamo diventati quattro che vogliono andare in vetta, mi sembra un bel numero e un bel team. Non c’è gara nell’esplorazione, le gare ci sono nello sport.

In salita per la via Schell al Nanga Parbat

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4. Cosa ti ha lasciato nel tuo modo di sentire la spiacevole avventura di un anno fa sull’Everest?
Nulla, ho la capacità di lasciarmi scivolare via velocemente le brutte esperienze. La vita è sole, non è buio. Il fatto spiacevole conferma che le mele marce ci sono ovunque, tra occidentali e sherpa, tra ricchi e poveri. A me è capitato di incontrare le persone sbagliate al momento sbagliato. Non è cambiato proprio nulla nell’amore e nel rispetto che ho per il Nepal e la sua gente, come allo stesso modo la consapevolezza che c’è stato e ci sarà sempre qualcuno che fa marketing su queste vicende e cerca di attaccare avversari virtuosi usando e manipolando vicende e comportamenti indifendibili.

In salita per la via Schell al Nanga Parbat

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5. Su questa vicenda, tua e di Ueli Steck, è stato costruito il film High Tension (che tra l’altro verrà proiettato questa sera 19 febbraio per la prima volta in Italia (Milano, cinema Orfeo). Tu cosa ne pensi?

All’inizio non mi soddisfaceva molto ed ho fortemente chiesto ai produttori di non omettere fatti e dettagli che, mancanti, potevano manipolare la percezione finale dei fatti e dei comportamenti da parte dello spettatore. Mi dicono che qualcosa hanno cambiato, ma non sono ancora riuscito a vederlo. Il film, come la verità, non deve accalappiare consensi o disprezzi, non deve avere un taglio a favore o contro qualcuno o qualcosa. La verità è come un colpo d’ascia, netto completo e senza anima, che permette a chi legge o guarda di farsi la propria opinione. Mi sembra però così palese ed indifendibile la violenza che anche “l’imperfezione” di High tension lascerà in tutti gli spettatori, neutrali e non prevenuti, un opinione chiara. Questa  volta pochi singoli sherpa che hanno coinvolto poi altri loro colleghi, hanno proprio fatto una cazzata da tetto del mondo. Le immagini parlano da sole…

Da High tension. Vedi trailer qui.

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