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Un color bruno

Un color bruno
di Giovanni Badino

Il brano che segue è tratto dal libro di Giovanni Badino Un color bruno, Edizioni Segnavia, 2006. E’ l’ultimo dei quattordici capitoli che lo costituiscono, intitolato Terrae incognitae.

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«Come dici? Solo in Italia? Beh, in Italia sono note grotte per uno sviluppo di circa 2400 km. Nel mondo non ti so dire, bah, scommetterei un po’ di più in Francia, Spagna, molto di più negli Stati Uniti e Messico, molto di meno in tutti gli altri posti. Diciamo ventimila chilometri? Comunque meno di trentamila, via! No, non è vero che non si possa stimare quante ne esistono, no no. Avevo fatto un lavoro che ne permetteva la stima, ma era proprio il primo passo.

Ti spiego. Inizi calcolando la densità di superficie e di volume del carsismo maturo. Ad esempio: Corchia 50 km di gallerie in 3 chilometri quadrati e due cubici di montagna, la densità è quindi un 15 km di gallerie ogni chilometro quadro, e 25 a chilometro cubo.

Che dici? Conti da astrofisica? E certo, del resto è proprio così, è per quello che ho studiato, e sono conti che funzionano. Poi conti Piaggia Bella, 40 di sviluppo su 10 chilometri quadrati e 5 cubici di montagna, e ottieni 4 e 8. Continui così a calcolare questi rapporti per le grotte che sono state esplorate a lungo da esploratori tridimensionali, non da escursionisti ciechi, e scopri che continui a trovare numeri che battono attorno a 10 km di sviluppo per chilometro quadrato di superficie. Potrebbero essere venti, trenta, ma è per lì. I numeri di densità volumica invece variano molto di più, ma soprattutto perché dai dati pubblicati è difficile capire quanta roccia sia in realtà coinvolta dalla grotta e quindi gli errori diventano davvero grandi. No, sulla superficie pare di no. Come? Ah, su questo hai ragione, bisognerebbe distinguere reticoli estesi su tre dimensioni, come il Corchia o il complesso del Grignone, da quelli su due, come Mammoth. Ma anche Piaggia Bella è un po’ bidimensionale, perché giace in gran parte su un livello impermeabile.

No, non è impossibile tenerne conto, credo che calcolando la dimensione frattale della grotta questo emerga chiaramente e permetta conti più fini, anche se rimane il fatto che gli speleologi hanno sempre e tutti lavorato malissimo, e quindi i dati sono incompleti. Anch’io, sì, ma solo perché ero un po’ distratto. Sì, avevo iniziato a fare i conti della frattalità delle grotte, ma per ora sto solo disostruendone l’entrata. Mi manca il tempo, ad esempio, negli ultimi giorni avrei potuto lavorare su questo e invece ho scritto d’altro. Di che ho scritto? Di un colore. Anzi, di un Colore.

Bruno. Ma sì, l’hai già letto quasi per intero, ti manca pochissimo per finire.

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Uffa, dicevo che la densità è abbastanza costante, e quindi puoi dare rozze stime di quante gallerie ci siano in un calcare carsificato nel profondo. No, non bisogna essere maghi per capire che lo è, basta guardare il regime delle sorgive, se è molto irregolare sei quasi certo che lo sia. Poi puoi guardare se le acque hanno un certo chimismo, misurare i ritardi delle piene, le temperature… Ma queste sono raffinatezze, per i nostri conti da astrofisici. Che dici? Quanto calcare al mondo? Quello basterà guardare sui libri, ma vediamo se riusciamo a stimare. So che in Cina ce n’è un milione di chilometri quadrati, un decimo del territorio. Terre della Luce ce n’è suppergiù 150 milioni, facciamo che di queste ce ne siano 10 o 20 milioni di calcare. Chiedi quanto ce n’è di carsificato in profondità? Facciamo un decimo? Penso di più, le grotte si sviluppano senza bisogno di offrirci ingressi, pensa alla Holloch, 200 km di grotta senza un ingresso vero. Ma prendiamo per buono un decimo. Con la densità che abbiamo visto si stimerebbe l’esistenza da 20 a 50 milioni di chilometri di gallerie. Come? No, non stupirti, diciamo che è proprio fra mille e diecimila volte di più di quanto è stato sinora esplorato.

Sì, hai ragione, la speleologia esplorativa non è ancora nata. Ad aggravare la cosa, ti aggiungo che molto del lavoro fatto è andato perduto, perché esploratori poco accurati non ne hanno tenuto cronache adeguate, non hanno elencato le ricerche senza esito, che quindi saranno rifatte, non hanno elencato gli enigmi che hanno incontrato, che quindi verranno incontrati di nuovo.

E infine ti dico che ancora non sappiamo rispondere alla maggior parte delle domande che ci si può porre sulle grotte: condizioni di formazione, disequilibri termici, temperature, correnti d’aria, condizioni di deposizione e così via.

Ma sai, la conquista vera è riuscire a porre la domanda, a vedere il Color Bianco. La risposta verrà».

Dopo il Bianco della divulgazione, torniamo allo smisurato territorio Bianco del mondo delle grotte. Abbiamo visto che è tanto più grande di noi, basta dunque andare un po’ più in là per trovare cose nuove? Sicuramente sì, ma c’è da fare un’ultima annotazione.

Se confrontiamo le cronache di esplorazione fino agli anni ’60 con quelle di ora, vediamo che la speleologia esplorativa è andata concentrandosi sugli aspetti topografici, perdendo di vista il resto; il territorio fisico è andato ampliandosi, quello culturale restringendosi e semplificandosi.

La speleologia, da Athanasius Kircher in avanti, nata come frammento della geografia del pianeta Terra, è andata via via limitando le sue prospettive. L’esplosione della speleologia moderna nei primi tre decenni del dopoguerra conservava ancora tratti geografico-descrittivi, da viaggiatori, ma oramai in genere considerava le grotte avulse dalle montagne in cui erano state trovate e si concentrava su aspetti sportivi. Poi è andata mutando sino a finire per limitarsi alla stesura delle loro caratteristiche metriche, come in genere accade ora [Badino, 2006], d’interesse culturale irrilevante.

Giovanni Badino
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Solo in tempi più recenti hanno cominciato ad apparire pubblicazioni che tendono a descrivere un intero territorio attraverso la lente dello speleologo, in genere come risultato finale di campagne di ricerca in zone poco note e remote, che forse annunciano una nuova fase della speleologia dopo l’esaurimento della precedente.

La geografia di un territorio vista da sottoterra, l’interazione fra Terre della Notte e della Luce. Questa nuova tendenza è un segnale di speranza, e questo mio scritto vuole inserirsi in questa linea di sviluppo, ma perché andare tanto lontano? A saper guardare bene si vedono zone bianche nascoste anche nelle grotte arcinote, quelle con le chiodature attrezzate in permanenza, con le strettoie aperte a dimensione barella, le grotte dove dall’odore urina-calce-cibo-muffa si riconoscono le zone di sosta degli speleologi.

In queste grotte spesso ci sono ben poche zone bianche topografiche, ma molte d’altro tipo: molti misteri stanno dietro la loro formazione, il clima, le forme, le informazioni che il tempo vi ha depositato e tanto altro.

Ecco che quindi possiamo vedere con uno sguardo diverso anche quegli speleologi che si dedicano sempre e solo ad un territorio non perché per loro vale di più, ma perché solo così possono approfondirne la conoscenza in ogni aspetto, pagina dopo pagina. Ma questi esploratori capaci di approfondire in modo multidisciplinare la conoscenza di un territorio sono rari, davvero rari. È un peccato, se diventassero più numerosi sarebbe un altro segnale di speranza.

Perché il nero del quotidiano intorno a noi è solo un velo d’impalpabile carboncino su un gran biancore di mistero. La fiamma, qualsiasi fiamma, ha consumato solo la prima pagina di un quaderno infinito, immacolato.

Quasi tutto è bianco, appena al di là del sommariamente esplorato.

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Giovanni Badino, nato a Savona nel 1953, fisico, professore associato presso il Dipartimento di fisica Generale dell’Università di Torino. Dal 1970 svolge attività speleologica esplorativa ai massimi livelli, inizialmente concentrata sui grandi abissi in Italia e, negli ultimi due decenni, estesa a tutto il mondo, con particolare attenzione alla ricerca di grotte di tipo inusuale, come quelle in quarzite e, soprattutto, nei ghiacciai. Ha scritto libri su temi tecnici (Tecniche di grotta, Manuale tecnico del soccorso in montagna, Grotte e forre), esplorativi (Abissi italiani, Il fondo di Piaggia Bella), scientifici (Fisica del clima sotterraneo), divulgativi (Grotte e speleologia, Oltre l’orlo) oltre a innumerevoli contributi a riviste e all’interno di testi a molti autori.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Sotto al Tanaro

Sotto al Tanaro
di Massimo Sciandra, Raffaella Zerbetto e Attilio Eusebio
(già pubblicato su Alpidoc n. 92, per gentile concessione)

Speleo Club Tanaro: ultime novità dal sottosuolo
di Massimo Sciandra e Raffaella Zerbetto
L’anno 2015 per la speleologia tanarese verrà sicuramente ricordato come prodigo di buoni risultati. Dopo l’abituale abbuffata sciistico-nevosa e gli ormai consueti appuntamenti (corso, esami per istruttori, eccetera), la stagione speleologica si apre a inizio giugno con una tre giorni organizzata in ambito AGSP (Associazione Gruppi Speleologici Piemontesi) a Trappa, frazione di Garessio ubicata allo sbocco della Valdinferno, all’insegna dell’interazione fra i gruppi speleo, convinti che mettere le proprie esperienze e nozioni al servizio della causa esplorativa comune sia un’ottima base da cui partire. Così speleo di varia estrazione si sono incontrati, confrontati e divertiti nel cercar di dipanare i segreti degli acquiferi carsici, a partire da quello della Valdinferno, con battute esterne, nuove scoperte, rilievi e soprattutto con la colorazione delle acque al Garbo dell’Omo Inferiore. Nella Grotta della Mottera (Val Corsaglia, Ormea), che impegna da oltre trent’anni il nostro gruppo, sono slate fatte alcune punte esplorative, portando il conosciuto ad oltre 20 chilomelri. Gran parte del campo estivo è stato, invece, dedicato alle parti soprastanti del Sistema della Mottera e in particolare all’Abisso Mario Angeloni, cavità aperta nel 2014 nei pressi di Cima Verzera.

Verzera, forra finale a -300. Foto: Raffaella Zerbetto
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Inseguendo un’interessante galleria freatica, ricca di concrezioni, e dopo un estenuante scavo confortalo da una fortissima corrente d’aria, si è aperta una nuova via esplorativa. Pozzi, meandri e gallerie varie si spingono alla profondità di -315 metri (con uno sviluppo totale di 1415 metri) e lambiscono il sogno, mai sopito, di congiungersi con zone molto distanti dalla sottostante Mottera. Nell’ormai lontano 1994 scoprimmo, sotto le pareti dell’Alpe di Perabruna (Val Casotto, Garessio), una cavità che battezzammo Rem del Ghiaccio, in quanto al suo interno celava un ghiacciaio fossile che ne riempiva completamente la parte finale. Nel luglio 2015, con un gruppo di esperti glaciologi e con l’intento di svelare informazioni custodite negli strati di ghiaccio, siamo tornati per prelevarne un campione per le analisi del caso.

Verzera, galleria a -130. Foto: Raffaella Zerbetto
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A malincuore, abbiamo dovuto constatare come anche in grotta si facciano pesantemente sentire le conseguenze dei cambiamenti climatici in corso, condannando inesorabilmente il ghiacciaio allo scioglimento. Non tutto il male viene per nuocere ed ecco giungere le grida eccitate di Raffa che farnetica di un grosso passaggio alla base del ghiacciaio. Tutto vero ed eccoci, ancora increduli, sfilare lungo il fianco del ghiacciaio verso un ambiente sconosciuto, sovrastato da grandi pozzi, e oltre, procedendo fra effimere concrezioni di ghiaccio, giungere a un’enorme sala. L’obiettivo di oggi è però recuperare il campione, fuori ci aspettano i 21 gradi della torrida estate e un lungo cammino, per cui tocca sbollire gli ardori esplorativi.

Rem del Ghiaccio, il ghiacciaio ipogeo. Foto: Raffaella Zerbetto
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Torneremo in buona compagnia con amici cuneesi, biellesi, torinesi e genovesi, scoprendo incredibili e antichissimi meandri e gallerie percorsi da una gelida corrente d’aria (0,8 °C). Rem del Ghiaccio è passata dai 130 metri di sviluppo agli attuali 660 metri, ancora in corso di esplorazione e fermi, per mancanza di materiale, su un’allettante prosecuzione. Approfittando delle favorevoli condizioni create da un autunno particolarmente siccitoso e da un inverno mai veramente arrivato, siamo tornati all’Abisso Luna d’Ottobre, importante cavità nel Vallone di Borello, in Val Corsaglia. Alla profondità di 550 metri, la scoperta di un esteso groviglio di rami risveglia le speranze di trovare il tanto agognato collettore che raccoglie le acque provenienti dalle creste di Cima Ciuaiera e Alpe degli Zottazzi, come già provato dai tracciamenti con la fluoresceina. L’esplorazione di questa grotta è impegnativa, oltre che per le distanze (3362 metri di sviluppo per 636 metri di profondità), anche per le difficoltà nell’approntare un campo interno più confortevole dell’attuale, ma certamente, viste le premesse, non sarà questo a fermare il nostro entusiasmo.

Rem del Ghiaccio, discesa nella Galleria Cardioshock. Foto: Meo Vigna
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A novembre si torna al Ventazzo, buco scoperto ed esplorato nel campo 2013, caratterizzato da una fortissima corrente d’aria a 3,2 °C e appartenente al Sistema di Borello. Ben presto diventa abisso, scendendo con due fondi distinti alla massima quota di -210 metri, con ben poche speranze di prosecuzione. Le danze si riaprono sbirciando al di là di un instabile masso (il Killer), dietro il quale si infila l’aria e, ben presto, anche noi.

La realtà supera la fantasia e un grande spazio buio si apre sotto i nostri piedi… Carichi di emozione, ma poveri di corde, ci arrestiamo. In due punte successive torneremo con amici biellesi e liguri e, in un susseguirsi di splendide verticali, giungeremo a un interessantissimo livello freatico, incrocio di condotte e meandri, tutti portatori di forti flussi d’aria che convergono alla sommità di un grande pozzo ancora inesplorato.

La misteriosa via verso il cuore profondo del sistema è finalmente tracciata? La grotta si farà beffe di noi facendoci perdere fra angusti ringiovanimenti e inespugnabili frane o ci concederà di alzare il velo sulla complessità della sua storia? Sta a noi cercare al di là delle nostre conoscenze, non fermandoci alle comode certezze. Ai posteri le ardue sentenze!

Ventazzo, rilevando a -170. Foto: Roberto Chiesa
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Nuove esplorazioni alla Grotta della Dragonera
di Attilio Eusebio
Lo spartiacque tra Entracque e Roaschia, in Valle Gesso, presenta estesi sistemi carsici che hanno la loro principale risorgenza nel Vallone di Fontanafredda.

Si tratta della Grotta-Sorgente della Dragonera, posta a circa 200 metri dall’abitato di Roaschia. La suggestiva sorgente pare derivare il suo nome da un’antica leggenda secondo la quale un drago femmina si sarebbe rifugiato nell’omonima grotta.

Giorgio Graglia in esplorazione nella Dragonera. Foto: Attilio Eusebio.
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La grotta-sorgente è stata meta di esplorazioni dell’inizio degli anni Sessanta a opera dei gruppi speleosubacquei di Cuneo, Torino e Milano. Nel 1968, durante le ultime esplorazioni, fu teatro di un incidente nel quale due speleosub furono bloccati nell’oltresifone e riuscirono a riemergere solamente il giorno successivo, dopo una notte in cui tutti avevano pensato al peggio. In seguito a questo episodio la grotta fu chiusa e solo raramente si riescono ad avere i permessi per accedervi. Una quindicina di anni fa la cavità fu riesplorata con cura e rivista tutta la parte terminale, che presenta un labirinto di cunicoli di ridotte dimensioni.

Nonostante l’impegno profuso non si riuscì a ritrovare la via seguita dai due speleosub e l’oltresifone rimase un mistero. Mistero che ora, in seguito a un accordo di collaborazione per la valorizzazione del sito con il Comune di Roaschia, è stato finalmente svelato con il ritrovamento, nell’ottobre 2015, del cunicolo “giusto” e il raggiungimento della saletta oltresifone, dopo 47 anni dallo storico incidente. Hanno partecipato alla recente esplorazione Gherardo Biella, Giorgio Graglia, Roberto Jarre e Attilio Eusebio.

Giorgio Graglia in esplorazione nella Dragonera. Foto: Attilio Eusebio.
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