Posted on Lascia un commento

Da Julius Kugy ai giorni nostri – 1

Da Julius Kugy ai giorni nostri – 1
(quale il futuro dell’alpinismo in Friuli Venezia Giulia?)
a cura di Francesco Leardi
(ripreso dall’Annuario del CAAI 2014-2015, per gentile concessione)

Puntate seguenti:
http://www.alessandrogogna.com/2016/05/05/da-julius-kugy-ai-giorni-nostri-2/
http://www.alessandrogogna.com/2016/05/05/da-julius-kugy-ai-giorni-nostri-3/
http://www.alessandrogogna.com/2016/05/05/da-julius-kugy-ai-giorni-nostri-4/

Il 25 e 26 maggio 2013 si è tenuto a Trieste, nella sede della Società Alpina delle Giulie, il Convegno di primavera del Gruppo Orientale del CAAI. Il tema era Da Julius Kugy ai giorni nostri: quale il futuro dell’alpinismo in Friuli Venezia Giulia?

Le relazioni, in ordine di intervento sono state di Spiro Dalla Porta Xidias, Mauro Florit con Stefano Zaleri, Roberto Simonetti (tutti CAAI Orientale) e Peter Podgornik (Slovenia).

Presentazione di Arturo Castagna, presidente del Gruppo Orientale del CAAI:
L’alpinismo in Friuli Venezia Giulia è sempre stato affascinante, coinvolgente, misterioso; gli alpinisti ancora di più. Julius Kugy con le sue idee e azioni ha orientato l’alpinismo dell’area montuosa, accentuando l’esplorazione dell’impossibile; basti pensare alla “via Eterna”. Quanti alpinisti locali si sono distinti per questo agire tanto rivolto alla scoperta e per le loro idee? Cozzi, Comici, Piussi, Ursella, Lomasti, Cozzolino, tanto per citarne alcuni. Ognuno in periodi diversi, ma tutti con un comune denominatore: l’esplorazione dell’ignoto con un’etica severa! Non sono stati da meno i loro successori: tra questi posso indicare Mazzilis, ma ve ne sono tanti altri ancora, alcuni dei quali poco o per nulla noti. Tutti, forti dell’eredità di chi li ha preceduti, hanno innalzato i valori e il livello tecnico, quasi fosse una missione tipicamente locale.
Non sono mancati ostacoli legati alla posizione di confine, all’etnia a volte diversa; gente abituata a confrontarsi, a misurarsi con chi sta dall’altra parte, esprimendosi in montagna con una veste di assoluto rigore. Sulla scorta del trascorso e delle esperienze maturate nelle varie epoche, ci si chiede quale sarà la tendenza alpinistica in Friuli Venezia Giulia
”.

Sulle orme di Julius Kugy
relazione di Spiro dalla Porta Xidias

Cappello di presentazione di Francesco Leardi:
Spiro Dalla Porta Xidias, nato a Losanna nel 1917 e poi trasferitosi a Trieste, è stato il primo relatore della giornata. Ho potuto ricostruire il suo intervento, come quello di Podgornik, grazie alla registrazione di Carlo Barbolini che ringrazio, poiché entrambi hanno parlato a “braccio” e ben difficilmente all’intervento di Spiro, che ho cercato di trascrivere il più fedelmente possibile, potrà mai essere reso il giusto onore per la sua meravigliosa, se posso utilizzare questo termine, ode all’alpinismo di un’altra epoca, che poi tanto “altra” non è, leggendo attentamente tra le righe, considerate le splendide, geniali e attuali figure di Kugy, Zanutti, Cozzi, Comici… Insomma un intervento che è stata una meravigliosa recitazione che non dimenticherò mai.
Chiedo scusa anticipatamente se ho omesso alcuni nomi che non ho percepito dalla registrazione e sui quali non ho trovato documentazione.
Ho riportato l’esordio iniziale ricollegandomi alla presentazione del nostro Presidente Arturo Castagna che ha introdotto Spiro con la frase “
il signor Spiro“…”.

Spiro Dalla Porta Xidias
JuliusKugyGiorniNostri-1maxresdefault

Spiro Dalla Porta Xidias:
Giungendo a una capanna alpina un giorno fui chiamato “signore”. Sono sicuro si trattasse della prima volta, e davvero mi è venuto un brivido perché mi è parso di vedere la pietra tombale. Arrampicavo ancora, quella volta, ed ero reduce da una via con Roberto Mazzilis, quindi per me è stato un momento terribile… Quel momento è stato circa 35 anni fa, e capite perciò quanto la cosa mi abbia portato bene. Desidero scusarmi se dimenticherò qualche nome perché poi i nomi che farò non saranno sulla base di capacità tecnica, o magari

delle grandi imprese portate a termine, ma semplicemente si tratterà di quei nomi che hanno contribuito a indirizzare l’alpinismo del Friuli Venezia Giulia per più di un secolo sempre verso la stessa direzione.

La parola sport alpino mi ha sempre fatto un poco male, mi sa troppo di superficiale e che si cerchi nel monte un’impalcatura da arrampicare, invece di cercare la sua anima. Il mio non è un libro sportivo, non è neanche una guida o una raccolta di itinerari; esso tenta di descrivere i monti come fonte di felicità poiché tali sono stati nella mia vita, e vorrebbe essere un rendimento di grazia, un cantico dei cantici innalzato a gloria e laude della montagna (Julius Kugy)”.

Julius Kugy ha tracciato fin quasi all’apice quello che è stato poi tutto il percorso del nostro alpinismo perché abbiamo in lui i motivi dell’esplorazione.

Julius Kugy
JuliusKugyGiorniNostri-1-Julius-Kugy

Tra i pionieri Kugy, non solo è stato lo scopritore, si dice, delle Alpi Giulie. Egli ha segnato anche importantissimi itinerari nelle Occidentali e oltretutto è stato anche quello che ha indicato l’elemento di base dell’alpinismo di questa regione, che dovrebbe essere la base di tutti gli alpinismi, cioè la spiritualità, e lo ha fatto poi con un’arte tutta particolare. Oggi i libri di Kugy vanno per la maggiore perché, come dice lui, non solo non sono relazioni tecniche, non sono neanche un semplice racconto di passaggi, sono poesia… quindi ci ha indicato, e noi abbiamo avuto per 150 anni in seguito, queste tre direttive. Mi si dirà sì, d’accordo, Kugy è stato un grande scrittore, ma è stato anche un pioniere che andava dietro alle sue guide. Ma il fatto che si vada dietro a un compagno, Accademico, Guida o amico, conta fino ad un certo punto, secondo me, nell’alpinismo. Quando è stata fatta la prima invernale all’Eiger ben pochi, credo, si ricordano il nome del capocordata Anderl Mannhardt, ma tutti si ricordano di Hiebeler, perché è stato Hiebeler a ideare e guidare spiritualmente la cordata. E questo faceva Kugy; si è detto che fosse un alpinista che si preparava ai bivacchi, ma perché li preparava? Perché il bivacco, e Voi me lo insegnate, è certamente un momento, qualche volta terribilmente duro, anche di comunione con la montagna come pochi possono essere.
E poi Kugy non era un alpinista da poco, ricordandoci che alla sua epoca fece la Brenva e la Est del Rosa che erano tra le vie più difficili dell’epoca, ed aveva anche un concetto moderno della scalata, che sarà anche il concetto base di Comici. Quando Kugy dopo tanto tempo riesce finalmente per la prima volta a realizzare il suo desiderio, una via alla Nord del Montasio, non è contento, perché raggiunge la cresta e non propriamente la vetta e allora lui, proprio il pioniere, tira fuori la questione di tutto l’alpinismo dall’epoca del sesto grado in poi: la via diritta, ci vuole la via che dalla base raggiunge direttamente la vetta. E su questa logica poi farà la Nord del Montasio.

Napoleone Cozzi
JuliusKugyGiorniNostri-1-3cdeb3ad179d62a7ed48cafd81517145

 

Abbiamo detto, Kugy era un “isolato”, una cosa assolutamente tipica dell’alpinismo dei miei tempi, e credo anche tuttora. Aveva qualche amico, a parte il suo splendido rapporto con le guide, tipico anche nelle Occidentali di Guido Rey, ma mancava di quel senso di aggregazione, del gruppo: non solo la cordata fa la forza dell’alpinismo ma anche il gruppo e chi viene dopo Kugy, che già arrampicava nella sua epoca, colmerà questo vuoto; è stato fatto il nome di Napoleone Cozzi che sarà nel tracciato di Kugy un esploratore con delle prime importantissime, anche per noi, dal punto di vista della bellezza delle guglie superate. Ha perso l’occasione sul Campanile di Val Montanaia ed è stato defraudato in modo vergognoso da Guenther Von Saar che si fece spiegare tutto approfittando del fatto che lui era un poco brillo, aveva bevuto molto per festeggiare la prima ascensione della cresta del Cridola. Ma poi non fece solo la prima alla Torre Venezia, ma riuscì con grande genialità per l’epoca ad arrivare in vetta alla Torre Trieste, chiamata proprio così in onore di questa città che oggi ci ospita, e ricordiamoci anche della via italiana al Civetta. In più Cozzi fu un artista non tanto per quello che scriveva, infatti tutte le sue vie sono illustrate da acquarelli fantastici. E cosa fa Cozzi di diverso da Kugy?

La prima formazione in Italia di un gruppo di specializzati, la “squadra volante”, dove non è solo, ma con Zanutti, Carnielli, Cepicic, Marcovigh: sono in cinque amici che formano un gruppo che farà fare un ulteriore passo avanti all’alpinismo tanto da arrivare alla vigilia della prima guerra mondiale a preparare il salto futuro, il passaggio al sesto grado.

Emilio Comici
JuliusKugyGiorniNostri-1-220px-Comici_ritratto
Il sesto grado ha molte radici nel Friuli Venezia Giulia: non solo abbiamo Emilio Comici ma sulle sue orme abbiamo la “squadra volante” e la sua eredità qui a Trieste, abbiamo il GARS che è la Scuola, la prima Scuola di roccia; e con Comici viene portato avanti quel senso di arte della montagna. Comici è artista non solo per quello che ha scritto, il “famoso pensiero eroico” che i nostri cari colleghi di Torino, vedi Pietro Crivellaro, hanno creduto di prendere in giro per la parola eroica. A parte che allora dissi a Crivellaro: “Va ad arrampicare sulle vie di Comici con quelle che erano in quell’epoca le condizioni, la corda di allora, le scarpette di quella volta e chiodi che pesavano l’ira di Dio. I miei amici triestini anziani, quelli che hanno quasi la mia età, si ricordano bene perché anche noi abbiamo cominciato così. Vai a farle con il capocordata che ti faceva dei tiri di quaranta metri con le corde di canapa, magari con un chiodo solo o forse nemmeno…”.

Ma non è questo il concetto: Comici è chi veramente indirizza, catalizza, e quindi decide, su quello che sarà ed è il senso dell’arrampicata, la teoria della goccia d’acqua cadente dalla cima alla base.

Comici poi in un certo senso unisce noi Accademici alle Guide perché comincia da Accademico e in seguito, per amore della montagna, nella maniera più assurda perché finanziariamente era un salto nel vuoto, lascia un posto sicuro nei magazzini generali di Trieste per andare a fare la Guida Alpina (e purtroppo l’Accademico, in una riunione al Passo Pordoi lo obbliga a dare le dimissioni… e lui non avrebbe voluto).

Comici è diventato un mito per la qualità delle sue vie e so che molti tra i giovani amano cercare le vie di Comici anche se ora si è ben oltre quelle difficoltà, perché sono sempre delle bellissime vie su belle pareti, bei tracciati su belle montagne. Inoltre a un certo punto, scioccamente, un occidentale (anche se friulano di provenienza), Giusto Gervasutti, ha voluto dire che Comici aveva questa particolare personalità ma che altri hanno fatto più vie e più difficili delle sue. Più difficili certamente, ci sarà Vinatzer forse, ma se andate a cercare il numero di vie estremamente difficili, come ho fatto io per scrivere la sua biografia, ebbene, Comici fu il primo per la sua epoca.

Celso Gilberti
JuliusKugyGiorniNostri-1-Gilberti-image002
Ma dobbiamo parlare del Friuli Venezia Giulia e contemporaneamente, quasi a colmare questo allontanamento dell’Accademico, ecco un friulano che davvero ha fatto delle cose stupende seguendo la via ideale, via della bellezza sull’alpe… Celso Gilberti. Comici era un istintivo, mentre Gelso era un intellettuale, che purtroppo ha avuto pochi anni di attività. Così di Celso Gilberti ci restano soprattutto due grandi vie, basta parlare della Busazza e dell’Agner, mentre alla vigilia della sua laurea, dove avrebbe preso la lode per il suo rendimento altissimo, morirà per uno stupido incidente in Trentino, sulla Paganella, perché arrivato in vetta, e con il suo secondo ormai su terreno facile, abbandonò la sicurezza per andare verso gli amici non prevedendo l’improvvisa caduta del compagno che lo trascinerà nel vuoto. Celso Gilberti a mio giudizio è stato il capostipite di tutto l’alpinismo friulano, e infatti a seguirlo c’è stato un Accademico, suo compagno sull’Agner, Oscar Soravito che formerà anche lui un gruppo di amici; non c’è più il nome a identificarlo, “squadra volante”, GARS o Bruti della Val Rosandra che sia, però ci sarà tutto un gruppo di giovani che seguono Soravito e sul suo esempio teorico entreranno quasi tutti nell’Accademico. Uno di questi, brillantissimo, fu Piero Villaggio. E con questo sviluppo ormai in parallelo di Trieste e Udine e più avanti della Carnia si arriva alla seconda guerra mondiale dove a Trieste nasce un fenomeno particolare, quello dei Bruti della Val Rosandra; particolare perché si forma in una palestra dove penso molti di voi siano stati, e che dovreste aver visto allora… la Val Rosandra era davvero selvaggia una volta, questa strana palestra è uno di quei pochi casi, se non l’unico in Europa, dove non trovi la sensazione di palestra ma senti la montagna, la sua atmosfera. Ed allora quella volta, poiché proprio lì cominciai ad arrampicare, lì sentivamo l’appello della montagna e cercavamo l’esplorazione sperando di poterla portare più avanti, finita la guerra, in montagna. È con questo spirito che nascono i Bruti, ragazzi giovanissimi che poi formeranno il gruppo rocciatori della XXX Ottobre.

Guglielmo Del Vecchio
JuliusKugyGiorniNostri-1-DelVecchio-image001
Tra tutti dovrei fare tanti nomi ma ne faccio uno solo, un nome grandissimo, quello di Guglielmo Del Vecchio. Ha portato l’esplorazione in tutte le Dolomiti, nelle Dolomiti Occidentali in particolare. Era quello che oltretutto ha fondato il gruppo della XXX Ottobre e ha seguito in tutto e per tutto le direttive di Kugy, fuorché nello scrivere, perché era un modesto, e aveva una tale ritrosia da non essere conosciuto come meriterebbe. Si conoscono i nomi dei cortinesi, dei torinesi, dei milanesi, perché avevano alle spalle una sezione già forte, mentre la XXX Ottobre era stata appena fondata, ma Guglielmo Del Vecchio è stato quello invitato come ospite d’onore ai primi festival di Trento e fino a pochi anni fa, prima che un’orribile malattia ce lo portasse via, era ancora con lo spirito che aveva quando faceva le sue grandi vie.

E contemporaneamente, non solo abbiamo visto come nel Friuli il gruppo degli udinesi, degli Accademici udinesi, inizi a crescere, ma cominciano a nascere anche in quelle che sono le zone di montagna altre realtà; abbiamo la zona di Tolmezzo, la zona di Cave del Predil, dove un grande personaggio, Cirillo Floreanini, che per lavoro si trova proprio a Cave del Predil, fonda quella che sarà questa grandissima Scuola che ha dato alpinisti fortissimi all’Italia, quali Ignazio Piussi e Bulfon, e abbiamo contemporaneamente quella che sarà la stella del Friuli che ci porterà avanti fino a Cozzolino, un personaggio peraltro non molto conosciuto in Italia, Sergio de Infanti.

Ma a Trieste, compagno di del Vecchio in molte scalate, c’è un altro Accademico, Piero Zaccaria, che è un nome meno noto ma comunque fortissimo, che ha avuto la capacità di formare quello che è stato il gruppo degli universitari triestini… Nino Corsi, Bruno Crepaz, per nominare gli Accademici, con altri non Accademici, cui si dovrà la prima spedizione extraeuropea sezionale fino al Ladakh. Questo sarà un filone che la XXX Ottobre seguirà moltissimo perché in quel gruppetto di ragazzi c’è anche un altro Accademico, Walter Mejak, poco noto, fortissimo, che condurrà insieme alla sua compagna di cordata, Bianca di Beaco, ben 15 spedizioni, fatte così, con la propria macchina, andando con pochi soldi, perché il carattere di Mejak non era facile e non andava d’accordo con la Presidenza della Sezione.

Bianca Di Beaco
JuliusKugyGiorniNostri-1-image001

 

Si partiva con una macchina e succedevano cose strane. Per andare in Ladakh per esempio, erano con due Volkswagen e a un certo momento una si ferma con il motore rotto e Mejak, che era un genio per tutto quello che riguardava la meccanica, in pieno deserto smonta il motore, lo stende su un telo e con i pezzi da sostituire torna ad Ankara, compra i pezzi di ricambio, ritorna alla vettura guasta, li sostituisce, e ripartono tutti per la spedizione. Con questo ho nominato anche Bianca di Beaco. Bianca è stata la prima donna italiana ad andare sul sesto grado da capocordata e sarebbe sufficiente a delinearla. Ma lei riprende anche il fatto poetico, scrive in maniera splendida ed è veramente l’anima di una parte dell’alpinismo triestino di quell’epoca.

E proseguiamo pian pianino così, attraverso chissà quanti nomi che ho tralasciato dei miei compagni di cordata, e di chi ancora in questa sala che ha meriti particolari, ad esempio Omero Manfreda che continua da tanti anni ad andare in montagna perché lo spirito dell’Accademico è non solo quello di essere sulle grandi difficoltà, ma innanzi tutto quello dell’amore per la montagna, che deve essere il concetto etico di cui forse parleremo più tardi.

Ma detto tutto questo arriviamo al fenomeno Cozzolino. Enzo Cozzolino, non saprei come introdurlo, è venuto fuori improvvisamente, questo grande alpinista, grandissimo non solo per le vie eccezionali fatte, non solo per le grandi solitarie, ma soprattutto per l’arte, perché Cozzolino aveva una capacità grafica di disegno eccezionale. Sui libri del gruppo rocciatori della XXX Ottobre per ogni sua via nuova c’è un disegno degno di una mostra.

Enzo Cozzolino
JuliusKugyGiorniNostri-1-1972cozzolino1

 

Cozzolino scriveva in una maniera bellissima e preparava un libro, lo so perché l’ultimo anno della sua vita eravamo molto vicini, molto amici e ho delle sue lettere che sono veramente un capolavoro artistico. Ma vi è un mistero. Quale è il motivo per cui Cozzolino cercava, trovava, inventava sempre vie nuove?

In realtà Cozzolino ha fatto pochissime grandi ripetizioni, solo numerose e grandi vie nuove, insomma era un esploratore. Ecco ancora l’esplorazione, iniziata con Kugy e andata avanti con tutti questi nomi, e scusate se ne ho dimenticati chissà quanti, ma a me non piace leggere, a me piace parlare come fosse una discussione, che ci muove tutti verso il motivo comune che ci ha portati in questa sede… purtroppo la mia età non mi permette di essere sempre presente ai convegni dell’Accademico, dovrei trovare un autista che mi porti ma non mi piace nemmeno telefonare a tutti per chiederlo, altrimenti verrei certo di più. C’è dunque il mistero Cozzolino, cioè che cosa gli faceva cercare le vie nuove e disdegnare le classiche, contrariamente all’altro grandissimo triestino, José Baron, che invece amava ripetere tutti i grandissimi itinerari nella maniera più pura e veloce. E rimane, il mistero Cozzolino! Ad ogni modo io credo che la strada indicata da Kugy, seguita quindi per quasi un secolo fedelmente e tuttora ancora professata, sia l’apporto all’esplorazione, ed è quella la via dell’alpinismo di Trieste e del Friuli Venezia Giulia.

E che cosa è l’esplorazione, a cominciare da Cristoforo Colombo per arrivare agli alpinisti? Sono convinto che questi continuino quella che era stata l’esperienza dei grandi navigatori. Al concetto dell’orizzontale noi abbiamo sostituito quello della verticale, certamente meno lungo e duraturo… ma, cari amici, noi salendo ci avviciniamo al cielo.

Posted on Lascia un commento

Il segreto del Campanile – 2

Il segreto del Campanile – 2
(la verità obliqua di Severino Casara) (2-4)

(continuazione di Il segreto del Campanile – 1)

In un primo tempo Spiro Dalla Porta Xidias (Montanaia, ed. Alfa, 1957) sostenne a spada tratta Casara, riportando anche che su un articolo del Corriere d’Informazione del 20, 21 gennaio 1948 appariva la notizia che Piero Mazzorana con Flavio Vecellio Reano aveva attraversato nell’estate 1931 dai chiodi Fanton allo Spigolo a Denti di Sega (e ritorno) senza chiodi. Lo stesso Dalla Porta Xidias (Oh, com’è bello, 40 anni di parete, ed. Nuovi Sentieri, 1983) aggiunge che nel 1953 egli traversò allo Spigolo con «due soli chiodi in posto» e da lì salì al Ballatoio senza chiodi. La via era stata schiodata da Hermann Buhl due giorni prima. Con ciò Dalla Porta Xidias ritiene dimostrata la possibilità dell’impresa Casara.

Attilio Tissi tenta di ripetere il passaggio Casara. Si notano il primo ancoraggio (chiodo da lui infisso tramite piramide), poi il secondo ancoraggio (gruppo tre chiodi Fanton) e il terzo (quinto chiodo Fanton, un attimo prima della fuoriuscita dovuto al volo di Tissi)
Attilio Tissi tenta di ripetere il passaggio Casara. Si notano il primo ancoraggio (chiodo da lui infisso tramite piramide), poi il secondo ancoraggio (gruppo tre chiodi Fanton) e il terzo (quinto chiodo Fanton, un attimo prima della fuoriuscita dovuto al volo di Tissi).

È stato l’accademico di Trieste Piero Slocovich, ormai anzia­no alpinista, a rilanciare la questione. Su Lo Scarpone del 16 giugno 1985, dando prova di notevole capacità di seguire i nuovi tempi e di aggiornarsi, egli lancia una sfida: «sarebbe interessante constatare se i giovani di oggi, capaci di tante, per noi vecchi, impensabili prodezze, possano forza­re la famigerata fessura orizzontale senza toccare i chiodi (usandoli solo per l’assicurazione). Se lo facessero, nessuno potrebbe contestare che anche Casara, se pure superando ogni limite di allora, era passato»!

Attilio Tissi, in bilico sulla piramide formata dai compagni, raggiunge il gruppo chiodi Fanton
Attilio Tissi, in bilico sulla piramide formata dai compagni, raggiunge il gruppo chiodi Fanton.

Era un vero peccato che Dalla Porta Xidias non precisasse se, nella sua ascensione del 1953, aveva o no usato come appigli, anche solo per qualche secondo, i due chiodi pre­senti nella traversata. Peccato anche che la notizia Mazzorana fosse così tardiva e ambigua.

Attilio Tissi, ormai alla conclusione della sua variante sugli Strapiombi Nord
Attilio Tissi, ormai alla conclusione del suo itinerario sugli Strapiombi Nord.

Decisi solo pochi giorni prima di andare a vedere. Era il 5 agosto 1985. Avevo la testa piena di storia, per un lavoro di cui proprio in quei giorni mi stavo occupando (la stesura di Sentieri verticali). Mi turbinavano in mente i più differenti personaggi, le più grandi imprese dell’alpinismo dolomitico. Da una parte mi commuovevano le affermazioni generose e in parte fondate dei sostenitori di Casara; dall’altra la curiosità era troppo forte. Non mi interessava nulla di fare la prima rotpunkt degli Strapiombi Nord (Rotpunkt = salita da capocordata di una via già attrezzata, senza voli o riposi sui chiodi, usando i chiodi solo per assicurazione e mai per progressione): altri forse l’avevano fatto. Semplicemente non si sapeva. Volevo però salire rotpunkt: solo così dentro di me avrei potuto forse sapere se Casara era stato perseguitato tanti anni inutilmente. Volevo seguire l’invito dell’anziano Slocovich. Mi assicuravano Ernesto Fabbri e Clarice Zdanski.

Ho riscontrato le seguenti difficoltà: un passo di 3 metri di VII- dal terrazzino alla stratificazione orizzontale; la traversata è di VI continuo con un tratto a metà di VI+. Dopo lo Spigolo a Denti di Sega si scende al IV e V, con un solo breve passo di VI-. Chiodi incontrati: uno nei primi tre metri, sette nella traversata (non c’è più il gruppo chiodi Fanton), uno sullo Spigolo, altri cinque fino al Ballatolo. Totale, 14 chiodi.

A questo punto è inequivocabilmente dimostrato che la via Casara si può fare totalmente in libera, libera come si intende oggi. Le idee su questo punto, a parte il brillante Slocovich, sono sempre state assai confuse. Lo stesso Casara, nel suo Libro d’Oro delle Dolomiti, divide l’intera storia dell’alpinismo dolomitico in due tronconi, libera e artificiale. Nella libera pone tutte le ascensioni fino al V superiore; il resto è artificiale. Preuss, suo grande mito, arriva solo fino al V. La salita degli Strapiombi Nord è classificata di V+, quindi il massimo storico. Stupisce che egli considerasse “libera” l’attaccarsi a uno spezzone di corda e il sostenervisi precariamente con il piede sinistro.

Nella foto della salita di Attilio Tissi, i tre chiodi Fanton sono segnati erroneamente e cioè con l’’identico errore di Casara sullo schizzo della Guida Berti
Nella foto della salita di Attilio Tissi, i tre chiodi Fanton sono segnati erroneamente e cioè con l’identico errore di Casara sullo schizzo della Guida Berti.

Argomenti contro Casara

  1. Tralasciando il primo tratto di VII-, superato da Casara attaccato alla corda e ai chiodi, gli rimaneva più di metà traversata di VI e VI+. Se egli avesse veramente superato quel tratto slegato e in calzettoni, avrebbe di colpo innal­zato di un grado almeno il limite del tempo, stabilito nel 1911 da Hans DüIfer sulla Croda del Lago e non ancora superato né da Roland Rossi, né da Francesco Jori, né da Emil Solleder (VI).
  2. In seguito Casara non fece più nulla di così stupefacente. Ottimo arrampicatore e capocordata sul quinto grado, fu buon secondo a Emilio Comici sulle vie estreme.
  3. L’imprecisione sulla disposizione dei chiodi Fanton giocò molto a suo sfavore.
  4. La Fessura orizzontale non è altro che la “stratificazione orizzontale”, perciò non si comprende perché egli dovesse salire in piedi sullo spezzone Fanton.
  5. Nella Fessura orizzontale le varie cordate negli anni hanno ripetutamente chiodato e schiodato (esempio, il già citato Buhl). In genere questo provoca un allargamento della fessura in corrispondenza dei punti di chiodatura, quindi in genere l’arrampicata libera è facilitata rispetto alle condizioni vergini in cui la fessura si presentava al primo salitore. Ciò che voglio dire è che, al tempo di Casara, la Fessura orizzontale poteva essere anche più difficile di oggi.
  6. Fanno strano contrasto le sue relazioni al rifugio Padova e sul libro di vetta con le allucinazioni seguenti e l’affermazione che egli non sapeva nulla del tentativo Fanton.
  7. Lo spezzone Fanton era vecchio 12 anni e la canapa non resiste tanto alle intemperie da permettere tutte le evoluzioni e le sollecitazioni raccontate da Casara.
  8. Rifiuto degli alpinisti ad accordare fiducia a un’impresa così chiacchierata e così importante, se veramente compiuta: essa sarebbe infatti in anticipo di quasi dieci anni sui tempi. Quasi sparirebbero (solo per rimanere in ambito italiano) Comici, Tissi, Micheluzzi, Andrich, Vinatzer, Gilberti, Carlesso e tanti altri, al confronto. Si appannerebbero perfino le imprese solitarie di Winkler, Piaz, Preuss e Dülfer.

Mentre Giulio Benedetti ha raggiunto lo Spigolo a Sega, Albano Barisi sta attraversando lungo la fessura orizzontale, 19 luglio 1931
Mentre Giulio Benedetti ha raggiunto lo Spigolo a Sega, Albano Barisi sta attraversando lungo la fessura orizzontale, 19 luglio 1931.

Argomenti pro Casara
1. Non è bene dubitare della parola di un alpinista.
2. La storia ci ha presentato altri esempi di lucida follia. Chi osa al di là di ogni ragione ha una marcia in più al confronto di chi osa nei limiti del ragionevole, e quando si sta per cadere con effetti mortali si estraggono le ultime forze della disperazione.
3. Anche la cordata dei bellunesi sbagliò. Tissi avrebbe dovuto accorgersi che la via logica era a destra e non obliqua a destra, come del resto provò Gilberti.

Schizzo originale dei triestini, fatto subito dopo la loro salita
Schizzo originale dei triestini, fatto subito dopo la loro salita.

Le prime conclusioni
Ricordo che sulla famosa traversata alla Torre Venezia, parete sud, Tissi piantò sette chiodi. Essa fu valu­tata di «sesto». Oggi sono trenta metri di V e V+ con un brevissimo passo di VI-: vi sono presenti quattro chiodi e un cuneo marcio. Con ciò si potrebbe dimostrare che Tissi non era all’altezza della traversata del Campanile e quindi che Casara o l’ha fatta o l’ha sparata grossa. Anche dopo la salita rotpunkt degli Strapiombi Nord secondo me non è possibile trarre delle conclusioni definitive. In ogni caso la storia non si nutre solo di considerazioni oggettive e di numeri. Ritengo che tutto questo gran parlare che si è fatto attorno a un uomo e a un mistero sia tutto sommato molto positivo, che dia ricchezza alla nostra esperienza invece di toglierla. Meglio un mistero in più, meglio avere una cosa in più su cui sognare. Grazie, quindi, a Severino Casara. Che comunque non si può più difendere. Ma al suo caso ancora non si può riferire la massima di Voltaire «Ai vivi sono dovuti dei riguar­di, ai morti si deve solo la verità»: perché la verità, per ora, è un segreto del Campanile.

Casara con Angelo Dibona durante le riprese del film Cavalieri della Montagna. Foto: Walter Cavallini
Casara con Angelo Dibona durante le riprese del film Cavalieri della Montagna. Foto: Walter Cavallini.

Casara ed il barcaiolo
Quando Casara si legò con la sua corda di 20 metri all’ultimo dei chiodi Fanton sapeva che stava affidando la sua vita a una manovra molto complessa? Il quesito è evidente: come avrebbe fatto ad evitare di essere trattenuto dalla sua stessa corda? Possiamo accettare ch’egli volutamente abbia limitato a circa 2 metri il lasco, onde fare un volo meno pericoloso. Però, per non essere trattenuto prima di un poco prevedibile punto di riposo, avrebbe dovuto legarsi come segue: nodo in vita, anello di 2 + 2 m, nodo barcaiolo fissato ad un moschettone in vita per slegarsi rapidamente e facilmente allorché giunto in corrispondenza dello Spigolo a Denti di Sega. Non poteva legarsi con un nodo normale, che non avrebbe mai potuto sciogliere con una mano sola: e doveva però farlo se voleva che la corda scorresse attraverso l’anello del chiodo (lui stesso dice che poco prima del volo aveva passato la corda nell’anello, non nello spezzone; nello spezzone l’aveva passata prima, con il lancio per raggiungere il primo chiodo della traversata). Non dimentichiamo che senza dubbio Casara aveva bisogno della corda anche dopo, non solo per scendere dalla via normale, ma anche e soprattutto perché lo Spigolo a Denti di Sega, cha a noi oggi sembra abbastanza facile, a lui doveva apparire come un mostro non meno temibile della traversata. Doveva poter ritirare la corda. Siamo sicuri che conoscesse il barcaiolo?

Campanile di Montanaia, strapiombi nord. Alessandro Gogna, Ernesto Fabbri e Clarice Zdanski prima della RP della via Casara, 5.08.1985
Campanile di Montanaia, strapiombi nord. A. Gogna, E. Fabbri e C. Zdanski dopo la prima RP della via Casara (Dolomiti d'Oltrepiave, PN. 5.08.1985

Alpinismo miracoloso
Con questo titolo Mario Crespan ha scritto circa una decina d’anni fa un saggio che forse porta avanti la risoluzione del segreto del Campanile. Al di là di una seria valutazione di quanto l’alpinismo a volte sia «miracoloso», la sua idea portante è l’uovo di colombo che ci spiazza: ci siamo sbagliati tutti sui metri! Il paragone tra la vecchia foto Marchetti e una moderna con Mauro Corona in azione prova, senza ombra di dubbio, che l’intera traversata misura 6,40 metri (non 10!) e che dall’ultimo chiodo Fanton allo Spigolo a Denti di Sega non ci sono più di 3,40 metri. Dato il lasco ben visibile dello spezzone, l’attaccarsi ad esso con la mano sinistra fino alla massima tensione possibile, fa guadagnare altri 40–50 cm, spazio che ridurrebbe il tratto di effettiva arrampicata solitaria a 290-300 cm. Casara racconta di essersi legato all’ultimo chiodo Fanton con «2 metri di lasco». Se fossero stati 6 i metri da superare, si sarebbe sbagliato di grosso, perché non si capisce come mai avrebbe potuto fare a raggiungere lo spigolo senza essere trattenuto dalla corda; accettando invece i 3 metri che risultano dai nuovi conti, ancora Casara si sarebbe sbagliato, ma la sua valutazione, dal terrazzino d’inizio, su quanto lasco darsi, presuppone più accurata la sua stima di 2-3 m da superare per giungere allo spigolo. Naturalmente non è così provato che Casara abbia realmente fatto la via, ma a questo punto le sue probabilità aumentano di parecchio.

(continua)

Posted on Lascia un commento

Il CAAI è l’elemento più importante del CAI

Il CAAI è l’elemento più importante del CAI
di Spiro Dalla Porta Xidias
Relazione al Convegno Nazionale del CAAI (Caprino Veronese, 11 ottobre 2014)

Da quando vado in montagna e vivo per la montagna, il momento più bello, e vi prego di notare che ho iniziato nel 1942, è stato quando sono diventato Accademico.

Per me l’Accademico è l’ideale dell’uomo che va in montagna quindi, contrariamente a quanto ha detto nell’introduzione il presidente del Gruppo Orientale del CAAI, con cui mi scuso, non mi piace il fatto che il mio amico Umberto Martini, presidente generale del CAI, sia andato da una altra parte e non sia venuto qui, perché ad un certo momento io credo che gli anziani come me trovino poco confacente la poca attenzione che il CAI sta riservando all’Accademico.

Sono stato a Grado per assistere e gioire della premiazione della cordata che ha vinto il premio Consiglio, ma il giorno successivo, durante l’Assemblea dei Delegati, non vi è stato alcun momento in cui si parlasse di alpinismo, solo problemi e questioni cartacee.

L’intervento di Spiro Dalla Porta Xidias (a 97 anni suonati in piedi di fronte ai soci del CAAI seduti)
Spiro-_DSC1683

In un’altra riunione dissi che temo che al posto del CAI arriveremo al CBI (Club Burocratico Italiano).

E’ ora che il Consiglio Generale del CAI rilegga l’articolo 1 dello statuto, che recita (NdR):

Art. 1 – Costituzione e finalità 1) Il Club alpino italiano (CAI), fondato in Torino nell’anno 1863 per iniziativa di Quintino Sella, libera associazione nazionale, ha per iscopo l’alpinismo in ogni sua manifestazione, la conoscenza e lo studio delle montagne, specialmente di quelle italiane, e la difesa del loro ambiente naturale.

Detto questo, per parlare della “libertà” nel mio intervento ho messo in primo piano conoscenza ed etica, perché per essere liberi, non a parole ma internamente, bisogna sapere, conoscere che cosa è l’uomo, chi è l’uomo.

Lo ha detto Platone, l’uomo è fatto di spirito e corpo. Questa nostra civiltà dà importanza solo al corpo, invece è lo spirito che conta e contemporaneamente in ogni uomo c’è un senso di innata elevazione.

L’ho sempre detto: in tutte le religioni e in tutte le tradizioni, la sede dell’aldilà (o il paradiso per chi è credente) si sono sempre collocati in cielo. L’uomo nasce con questo sentimento di elevazione.

Il bambino messo da solo in una prateria dove c’è un masso erratico non avrà pace fintanto che non l’avrà salito.

Allora parliamo di libertà, la parola è grande ma la libertà equivale, in questo mondo in cui si tende a rendere l’uomo simile ai robot, al senso che ognuno di noi trova andando in montagna, perché quando andiamo su di essa ci liberiamo assolutamente di quelli che sono i coinvolgimenti della vita normale.

Cominciamo non solo a guardare ma impariamo a vedere con occhio diverso la bellezza, ad ammirare la natura e valutare l’altezza del monte come un simbolo, non solo come una meta di arrampicata o escursionistica; ma è senso di libertà questa scelta che noi facciamo (che non è logica)? Quando arriviamo in cima a un monte viene da chiedersi “cosa abbiamo guadagnato?”.

Ovviamente niente di materiale, niente soldi se si esclude una piccola parte di professionisti sui quali si potrebbe dibattere se siano alpinisti o atleti.

Neanche fama, perché anche un calciatore, con rispetto parlando, della serie C è più importante di un grande alpinista.

Però con l’ascesa ti sei liberato, quindi hai avuto il senso di fare cose, che non esiste più in questo mondo: seguire un tuo ideale “gratuitamente”.

Parola magica che troviamo proprio nell’andare in montagna.

L’Accademico, oltre all’ascesa, cerca la difficoltà, l’esplorazione. Questa voglia conoscitiva è la cosa più bella, si è detto che l’esplorazione della terra è finita con i grandi navigatori del ‘400 e ‘500: ebbene NON E’ VERO (molto veemente, NdR), perché l’alpinismo ha sostituito l’orizzontale con la verticale.

Ha sostituito quindi una zona più breve e più piccola ma che direttamente punta a quell’alto che è nato con noi.

Libertà è la scelta di fare un’azione; malgrado tutto, anche andando per sentieri, affrontando rischi e pericoli gratuitamente, perché può cambiare il tempo, e già questo è sufficiente in montagna. Ma ognuno di noi la affronta per l’ideale, per la gratuità; in più l’Accademico la affronta scalando, affrontando rischi maggiori; avete sentito il ricordo di questi nostri fratelli che non sono più con noi, ero amico per esempio di Giancarlo Biasin (tono commosso, NdR).

Spiro Dalla Porta Xidias tra Gianni Mazzenga e Lella Cesarin Mazzenga. Caprino Veronese, 11 ottobre 2014
Spiro-moglieMazzenga,Xidias,Mazenga-IMG_3776

Questo sta a indicare una scelta etica. Tu segui un ideale e questa è la libertà che la civiltà attuale non ci dà.

Due anni fa il nostro Presidente Generale del CAI voleva convincerci che occorre eliminare il rischio perché la società non ammette più il pericolo: ma per me il “rischio” è poesia.

Se noi si andasse in montagna raggiungendo la sommità per una scala, ciò non avrebbe senso e valore, il senso è invece volere ridiventare liberi con la libertà di scelta, preferendo andare per la via più difficile, che però è la via che ci fa sentire noi stessi.

È stato detto che l’escursionista vede maggiormente la bellezza della natura mentre l’alpinista non sempre può, perché la sua concentrazione è rivolta all’”innalzamento”.

Ma c’è una cosa che Voi tutti avete provato e cioè che quando si scala si fa parte della natura e della parete: si entra in lei. Si È la montagna! E sempre in essa si ritrova la parte più bella dell’essere umano che è stata troppo spesso dimenticata: la “Libertà”.

Quindi oggi come oggi, io penso che l’Accademico rappresenti il senso che deve avere il CAI.

Se il CAI non condivide queste ideologie le dobbiamo rivendicare noi, con queste importantissime adunate, perché gli Accademici volenti o nolenti dicano che siamo QUELLI che, come Preuss era stato chiamato proprio così, “il cavaliere dell’ideale”, siamo quelli che hanno gli ideali, perché solo chi ha un ideale è veramente libero e oltre che scalatore è anche artista e poeta.

L’Accademico è l’elemento più importante che esista nel Club Alpino Italiano.

Spiro Dalla Porta Xidias è nato a Losanna il 21 febbraio 1917 e vive a Trieste.
E’ stato sceneggiatore e alpinista e ha scritto circa 40 libri dedicati alla montagna e ai suoi protagonisti.
Traduttore di molti dei libri classici dell’alpinismo, come le opere di Pierre Mazeaud, Lionel Terray, Anderl Heckmair, Kurt Diemberger, Tony Hiebeler e Helmut Dumler.
Ha vinto 5 premi internazionali di letteratura. E’ stato direttore editoriale di Alpinismo Triestino e ha collaborato molti anni con Il Piccolo, Il Messaggero Veneto, Il Gazzettino e altre testate di alpinismo.
Socio Accademico del Club Alpino Italiano, in montagna ha effettuato 107 vie nuove su monti in Italia, Grecia, Montenegro e Norvegia. Ha fondato la stazione di soccorso alpino a Trieste, Maniago e Pordenone.
Per meriti riconducibili al soccorso alpino ha ricevuto il conferimento dell’Ordine del Cardo. I suoi incarichi lo hanno visto Presidente dell’Accademico Orientale, Consigliere Centrale del CAI e, infine, attualmente, Presidente del Gism, Gruppo Italiano Scrittori di Montagna.

Chi volesse può leggere qui una sua recente intervista, a cura di Piero Spirito.