Posted on Lascia un commento

La risposta di Alex Honnold

La mia risposta a Clif Bar
di Alex Honnold (tradotto dal New York Times online, 19 novembre 2014)

Sette anni fa, quando cominciai a fare in free solo vie lunghe e difficili in Yosemite, cioè senza compagno, corda né attrezzatura, lo feci perché mi sembrava la forma più pura ed elegante di scalare le big wall.

Sentivo che arrampicare, specie sulle grandi pareti, fosse una grande avventura, ma mai più pensavo potesse diventare una professione. Comunque, furono gli sponsor a venire da me, negli anni, uno per uno. Ero convinto che loro mi volessero loro testimonial perché ben convinti di ciò che stavo facendo.

Alex Honnold in free solo di The Phoenix, 5.13a, Yosemite
Honnold-SUB-mountain1-master675Dunque è stata una doccia fredda quando, reduce da una scalata di quattro giorni in Yosemite, vengo a sapere che Clif Bar, con cui ero da quattro anni, mi aveva fatto fuori assieme ad altri quattro scalatori ben noti: Dean Potter, Steph Davis, Cedar Wright e Timmy O’Neill. Cosa stava succedendo?

Clif Bar non rinnovava il contratto perché io stavo facendo esattamente quello per cui mi avevano acquisito in un primo tempo?

All’interno del mondo dell’arrampicata, tutti siamo conosciuti per correre dei rischi, in una forma o in un’altra. Il fatto che le avventure che inseguiamo sono pericolose è una parte di quello che le rende interessanti al pubblico e agli sponsor.

Le nostre carriere come scalatori sono state plasmate dal free solo. Dean Potter e Steph Davis ora sono un po’ più impegnati nel BASE jumping e nel volo a tuta alare, ma in fondo sono ancora arrampicatori legati al mondo della montagna. Il fatto che le avventure da noi cercate siano pericolose è parte integrante del loro interesse per il pubblico e per gli sponsor.

La comunità degli arrampicatori ha appreso con scandalo il nostro licenziamento, avvenuto in seguito all’uscita del film Valley Uprising, una storia ambientata nello Yosemite che mostra alcuni dei nostri exploit. Am miuo ritorno dal Capitan mi aspettavano dozzine di messaggi ed e-mail, tutte per chiedermi dettagli o esprimermi solidarietà.
Sul web esplosero centinaia di commenti sui vari siti, tutti sul tono “mandiamo affanculo quei fessi di Clif Bar”.

Ovviamente sono rimasto deluso da questa decisione, specialmente considerando che il prodotto mi piaceva e che io avevo sempre rispettato l’impegno ambientalista dell’azienda. Mi sembra strano che dopo anni di supporto, qualcuno in Clif Bar si sia svegliato all’improvviso e abbia realizzato che arrampicare senza una corda su pareti verticali alte 600 metri sia pericoloso. Eppure non posso fare a meno di comprendere il loro punto di vista.

Abbiamo supportato, e ancora lo faremo, i campioni dell’avventura, inclusi quelli dell’arrampicata…” ha detto Clif Bar in un comunicato rilasciato dopo lo scoppio della polemica, “il rischio è parte integrante dell’avventura. Siamo d’accordo sul fatto che la valutazioni di rischio sono decisioni molto personali. Questa nostra scelta non vuole mettere un confine nello sport o limitare gli atleti nel perseguire le loro passioni. E’ una linea che tracciamo per noi stessi”.

Sostanzialmente è lo stesso modo in cui mi sento durante il free solo. Io traccio i limiti per me stesso, gli sponsor non hanno alcun peso sulle mie scelte o sulla mia analisi del rischio.

Dean Potter senza protezione, Moab, Utah
Honnold-SUB-mountain2-articleLargeAndare da solo mi piace per varie ragioni: la sensazione dell’aver padroneggiato dopo un’impresa, la stupenda semplicità dei movimenti, l’esperienza di essere in una situazione così esposta.

Queste ragioni per me sono una motivazione abbastanza potente da indurmi ad accettare certi rischi. Ma è una decisione personale, che cerco di prendere con molta serietà prima di impegnarmi seriamente.

Nell’arrampicata, gli sponsor tipicamente sostengono uno scalatore ma non gli suggeriscono alcuna direzione, lasciandolo libero (o libera) di seguire le sue tendenze e le ispirazioni personali del momento.

È una libertà meravigliosa, per certi versi simile a quella dell’artista che semplicemente vive la sua vita e crea ciò che ha dentro. La decisione di Clif Bar di licenziare noi cinque può limitare quella libertà.

In un’intervista che ha rilasciato a Rock and Ice web, Dean Potter ha detto: “La mia paura è che l’inizio del grande interesse per gli sport estremi porti a soggiogare le diversità, o a isolarle al di fuori della grande comunità dell’outdoor. Non ci dovremmo domandare se ci sono interessi che tendono a manipolarci, a mono-formarci?”.

Se gli sponsor indietreggiassero di fronte a comportamenti rischiosi, tanto varrebbe trasformare lentamente l’arrampicata in una versione più sicura e sterile di ciò che oggi.

Ma sono propenso a pensare che gli sponsor dovrebbero continuare a sostenerci senza farsi carico di alcuna delle nostre motivazioni.

So che quando sono da solo sotto a una grande parete, guardando in su e pensando di salire, gli sponsor sono l’ultimo dei miei pensieri. Se sto andando a prendermi dei rischi, lo faccio per me e non certo per un’azienda.

Il free solo è vecchio almeno quanto la stessa arrampicata, le sue radici affondano nel XIX secolo. Gli scalatori continuano a spingere oltre il limite. Ci sono scalatori di sicuro più forti tecnicamente di me. Ma se io ho un dono, è certamente quello di “avere testa”, di restare calmo dove altri potrebbero andare fuori di testa.

Tutti hanno bisogno di trovare i propri limiti nell’ambito del rischio e se Clif Bar vuole tirarsi indietro, è sicuramente una giusta decisione. Ma noi tutti continueremo ad arrampicare nei modi che troviamo più stimolanti, che siano una corda, un paracadute o niente di niente. Che siamo sponsorizzati o meno, le montagne ci stanno chiamando e noi dobbiamo andare.

Alex Honnold, Lader, Wyoming. Foto: Sender Films
Honnold-917180_323001631192203_2018297448_n

Posted on Lascia un commento

Un codice etico per gli sponsor?

Il 14 novembre 2014 Montagna.Tv dà, a firma Valentina d’Angella, una notizia importante: Base jump, highline e freesolo troppo pericolosi, l’azienda Clif Bar interrompe le sponsorizzazioni.

Un codice etico per gli sponsor?
di Mattia Bonanome (postato su facebook il 14 novembre 2014)

E’ tempo di avere un “codice etico” per gli sponsor?
La decisione di Clif Bar fa discutere e spero animi nuovamente il dibattito sulle sponsorizzazioni.
Personalmente condivido e comprendo le motivazioni, ma a scanso di ipocrisie mi verrebbe da domandare a Clif Bar se è consapevole di cosa rappresenta lo “sponsor” per un atleta. Se immagina quali pressioni dirette o indirette condizionano un “professionista” durante la sua carriera.

BusinessCards

So per certo che in molte occasioni le esigenze del marketing hanno portato atleti molto meno confidenti con la zona del “rischio assoluto” a giocarsi un improbabile tutto per tutto pur di tener fede a patti commericiali, impegni di sponsorizzazione o, peggio ancora, unicamente per far salire le propre “quotazioni”.
– Jeremy Jones sta girando un video con elicottero pagato dagli sponsor (tra i quali Cliff Bar)… pensi che sceglierà la linea piu gratificante o quella più “estrema?”… c’è un “cliff” da 6 metri e uno da 12, sono convinto che saltando da quello da 6 si divertirebbe ugualmente ed avrebbe un buon margine di sicurezza… ma quale pensi che sceglierà Jeremy Jones?
– Greg Long ha programmato delle riprese per l’ennesimo video tra le Big Waves, non ci sono le condizioni ideali ma si deve girare… il rischio di una “frullata” sotto quelle enormi onde va ben al di là del margine… forse quelli di Clif Bar dovrebbero farci un giro per capire bene di cosa si tratta…
Forse chi legge con macabro interesse la cronaca (nera) di montagna.tv non si pone nemmeno il problema, alla fine dei conti siamo orde di onnivori mangianotizie ormai assuefatti a ogni disgusto e preparati a ogni tipo di tragedia.
Non è un nostro problema se quell’alpinista è morto sotto una valanga anche perché DOVEVA arrivare in cima. Nessuno ci racconta come ha trovato i soldi per quella spedizione, a chi ha dovuto chiedere, cosa ha dovuto promettere in cambio (… e chi finanzia sa bene che gli alpinisti sono gente la cui parola solitamente vale più di quanto consentito).
Nessuno è disposto a spiegare nei dettagli questi “dietro le quinte”, altrimenti saremmo costretti ad accettare quell’enorme zona d’ombra che si pone tra la realizzazione di un’impresa e la sua “mercificazione”. La stessa che, con buona pace dei finti moralisti, porta un nome e cognome a diventare un “prodotto” o una “merce di scambio”.

Mich Kemeter, highline senza protezione, Yosemite Valley
Sponsor-Video-Mich-Kemeter-Highline-Yosemite-640x359Quindi a mio parere quella di Clif Bar è stata una manovra puramente commerciale, per far parlare di sé usando in modo pretestuoso una presa di posizione fintamente “etica”, un ipocrita siparietto non diverso dai precedenti.
A fare le spese di questa manovra restano da una parte atleti come Steph Davis o Dan Potter che da anni vivono con trasparenza le loro passioni “al limite” e con le quali sicuramente non sono diventati ricchi. Dall’altra ne fanno le spese lettori e appassionati le cui idee e opinioni vengono costantemente “portate a spasso” da slogan commerciali, informazioni strumentali e notizie scadenti.

Che sia forse arrivato il momento di adottare un “codice etico” per gli sponsor?

Nell’attesa potremmo iniziare a produrre informazione di livello leggermente più alto, più completa, più professionale di quella che circola oggi tra rete e stampato, sia mai che questi onnivori mangianotizie incomincino finalmente ad affinare un po’ i palati e a vedere la realtà con occhi un po’ più aperti.

Steph Davis nel free solo di Pervertical Sanctuary, Longs Peak Diamond. Foto: Brian Kimball
Sponsor-steph-pervertical-free-soloCommenti (facebook, fino al 18 novembre 2014)
Lorenzo Canella: “All’inizio era più in alto, poi più difficile, poi, più pericolosamente, tra poco su una gamba sola, camminando all’indietro mentre si recita la tabellina del 13… con gli occhi chiusi. Poi capitano cose come il padre che porta i due figli di manco 10 anni sul Monte Bianco. Ovvio, quando non c’è alcuna cultura dello sport, della montagna e quando apri youtube”.
Lì risulta, chiaramente a livello di statistica, che chiunque scii è in grado di fare come minimo un backflip. Allora che fai? Compri un paio di sci e tenti un backflip… con gli inevitabili risultati
Sì, sto diventando vecchio…

Zeno Tajoli: “Mah, Mattia, il tutto è difficile da bilanciare. Certi risultati, certi livelli, certe imprese sono impossibili senza allenamenti e attrezzature professionistiche. Come si pagano i professionisti? Una volta era lo stato, tipo Everest, K2, Polo Sud [con tragedia di Scott annessa, dovuto a fretta e incompetenza ma con ‘l’onore nazionale’ che premeva]. Magari sponsorizzare anche un po’ di ‘attività di base’, ma ci vuole un quid in più a tramutarle in spot che vende. Con l’adrenalina vinci facile”.

Mattia Bonanome: “Concordo Zeno Tajoli… non sono contrario a nessuno sport adrenalinico, anzi. E per fortuna sono finiti i tempi delle “imprese di stato”. Solo che è sempre una coperta corta: ora i “Desio” si chiamano “direttore marketing” o “responsabile della comunicazione”. Quello che voglio dire è che se le aziende adottassero un “codice etico” che mette al primo posto la vita, la sicurezza e il rispetto dell’atleta ci sarebbe solo da guadagnare”.

Zeno Tajoli: “Sicuramente una base etica scritta e condivisa serve, ma penso serva di più il sentire il proprio investimento da ‘sponsor’ come qualcosa che rimane. E magari ‘sponsorizzare’ cose banali con una brava agenzia che te le valorizza lo stesso. Per dire: Red Bull ha sponsorizzato il record di lancio a caduta libera più alto: beh, da lì qualsiasi pubblicitario ti fa uno spot che spacca! Ci vuole un professionista valido però a ottenere lo stesso effetto sulle vendite se Red Bull avesse sponsorizzato la segnaletica dei sentieri di montagna sulle Alpi (senza metterci il marchio a ogni cartello)”.