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La risposta di Alex Honnold

La mia risposta a Clif Bar
di Alex Honnold (tradotto dal New York Times online, 19 novembre 2014)

Sette anni fa, quando cominciai a fare in free solo vie lunghe e difficili in Yosemite, cioè senza compagno, corda né attrezzatura, lo feci perché mi sembrava la forma più pura ed elegante di scalare le big wall.

Sentivo che arrampicare, specie sulle grandi pareti, fosse una grande avventura, ma mai più pensavo potesse diventare una professione. Comunque, furono gli sponsor a venire da me, negli anni, uno per uno. Ero convinto che loro mi volessero loro testimonial perché ben convinti di ciò che stavo facendo.

Alex Honnold in free solo di The Phoenix, 5.13a, Yosemite
Honnold-SUB-mountain1-master675Dunque è stata una doccia fredda quando, reduce da una scalata di quattro giorni in Yosemite, vengo a sapere che Clif Bar, con cui ero da quattro anni, mi aveva fatto fuori assieme ad altri quattro scalatori ben noti: Dean Potter, Steph Davis, Cedar Wright e Timmy O’Neill. Cosa stava succedendo?

Clif Bar non rinnovava il contratto perché io stavo facendo esattamente quello per cui mi avevano acquisito in un primo tempo?

All’interno del mondo dell’arrampicata, tutti siamo conosciuti per correre dei rischi, in una forma o in un’altra. Il fatto che le avventure che inseguiamo sono pericolose è una parte di quello che le rende interessanti al pubblico e agli sponsor.

Le nostre carriere come scalatori sono state plasmate dal free solo. Dean Potter e Steph Davis ora sono un po’ più impegnati nel BASE jumping e nel volo a tuta alare, ma in fondo sono ancora arrampicatori legati al mondo della montagna. Il fatto che le avventure da noi cercate siano pericolose è parte integrante del loro interesse per il pubblico e per gli sponsor.

La comunità degli arrampicatori ha appreso con scandalo il nostro licenziamento, avvenuto in seguito all’uscita del film Valley Uprising, una storia ambientata nello Yosemite che mostra alcuni dei nostri exploit. Am miuo ritorno dal Capitan mi aspettavano dozzine di messaggi ed e-mail, tutte per chiedermi dettagli o esprimermi solidarietà.
Sul web esplosero centinaia di commenti sui vari siti, tutti sul tono “mandiamo affanculo quei fessi di Clif Bar”.

Ovviamente sono rimasto deluso da questa decisione, specialmente considerando che il prodotto mi piaceva e che io avevo sempre rispettato l’impegno ambientalista dell’azienda. Mi sembra strano che dopo anni di supporto, qualcuno in Clif Bar si sia svegliato all’improvviso e abbia realizzato che arrampicare senza una corda su pareti verticali alte 600 metri sia pericoloso. Eppure non posso fare a meno di comprendere il loro punto di vista.

Abbiamo supportato, e ancora lo faremo, i campioni dell’avventura, inclusi quelli dell’arrampicata…” ha detto Clif Bar in un comunicato rilasciato dopo lo scoppio della polemica, “il rischio è parte integrante dell’avventura. Siamo d’accordo sul fatto che la valutazioni di rischio sono decisioni molto personali. Questa nostra scelta non vuole mettere un confine nello sport o limitare gli atleti nel perseguire le loro passioni. E’ una linea che tracciamo per noi stessi”.

Sostanzialmente è lo stesso modo in cui mi sento durante il free solo. Io traccio i limiti per me stesso, gli sponsor non hanno alcun peso sulle mie scelte o sulla mia analisi del rischio.

Dean Potter senza protezione, Moab, Utah
Honnold-SUB-mountain2-articleLargeAndare da solo mi piace per varie ragioni: la sensazione dell’aver padroneggiato dopo un’impresa, la stupenda semplicità dei movimenti, l’esperienza di essere in una situazione così esposta.

Queste ragioni per me sono una motivazione abbastanza potente da indurmi ad accettare certi rischi. Ma è una decisione personale, che cerco di prendere con molta serietà prima di impegnarmi seriamente.

Nell’arrampicata, gli sponsor tipicamente sostengono uno scalatore ma non gli suggeriscono alcuna direzione, lasciandolo libero (o libera) di seguire le sue tendenze e le ispirazioni personali del momento.

È una libertà meravigliosa, per certi versi simile a quella dell’artista che semplicemente vive la sua vita e crea ciò che ha dentro. La decisione di Clif Bar di licenziare noi cinque può limitare quella libertà.

In un’intervista che ha rilasciato a Rock and Ice web, Dean Potter ha detto: “La mia paura è che l’inizio del grande interesse per gli sport estremi porti a soggiogare le diversità, o a isolarle al di fuori della grande comunità dell’outdoor. Non ci dovremmo domandare se ci sono interessi che tendono a manipolarci, a mono-formarci?”.

Se gli sponsor indietreggiassero di fronte a comportamenti rischiosi, tanto varrebbe trasformare lentamente l’arrampicata in una versione più sicura e sterile di ciò che oggi.

Ma sono propenso a pensare che gli sponsor dovrebbero continuare a sostenerci senza farsi carico di alcuna delle nostre motivazioni.

So che quando sono da solo sotto a una grande parete, guardando in su e pensando di salire, gli sponsor sono l’ultimo dei miei pensieri. Se sto andando a prendermi dei rischi, lo faccio per me e non certo per un’azienda.

Il free solo è vecchio almeno quanto la stessa arrampicata, le sue radici affondano nel XIX secolo. Gli scalatori continuano a spingere oltre il limite. Ci sono scalatori di sicuro più forti tecnicamente di me. Ma se io ho un dono, è certamente quello di “avere testa”, di restare calmo dove altri potrebbero andare fuori di testa.

Tutti hanno bisogno di trovare i propri limiti nell’ambito del rischio e se Clif Bar vuole tirarsi indietro, è sicuramente una giusta decisione. Ma noi tutti continueremo ad arrampicare nei modi che troviamo più stimolanti, che siano una corda, un paracadute o niente di niente. Che siamo sponsorizzati o meno, le montagne ci stanno chiamando e noi dobbiamo andare.

Alex Honnold, Lader, Wyoming. Foto: Sender Films
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In su e in sé, parte 2

Intervista ad Alessandro Gogna (seconda parte) tratta da In su e in séalpinismo e psicologia, Priuli&Verlucca, 2007
a cura di Giuseppe Saglio e Cinzia Zola

Gli anni Settanta, anni della formazione per la nostra generazione, sono stati particolarmente intensi, belli e tormentati. In un certo senso si era costretti, se si volevano vivere e capire gli eventi, a starci dentro in modo vitale, si era “costretti” ad abbracciare una serie di contraddizioni. Tu hai sempre fatto delle immersioni in questi ambiti, offrendo la tua esperienza anche in modo generoso. Ne è prova il diario del K2 o la trasposizione narrativo/analitica di Rock Story.
Sì, sono narrazioni che si collocano fuori dai racconti dell’esperienza alpinistica. L’alpinismo, in questo senso, è visto in maniera diversa: la visione alpinistica non è più quella canonica, in senso stretto. Ciascuno di noi deve cercare la propria strada. Questo, secondo me, è essenziale.
Kukuczka, ad un certo punto della sua vita, si è trovato in un vicolo chiuso. Non vedeva più la sua direzione. Probabilmente aveva sbagliato qualcosa prima. Tornare indietro era impossibile. La sua strada, quella vera, non era più percorribile. E’ stato un pericolo enorme. Che ho corso anch’io. Ma che, pur oscuramente, ho sempre cercato di evitare. Anche se, allora, non avevo le idee chiare. Sentivo di avere l’esigenza di trovare una storia mia.
Il concetto di limite, di cui abbiamo parlato prima, può essere interpretato anche in un altro modo. Invece di limite, che è un po’ il bicchiere mezzo vuoto, potremmo parlare di quanto mi possa interessare una prospettiva  o di quanto non mi interessi. Quanto possa essere veramente la mia strada e quanto non lo sia (bicchiere mezzo pieno).
La mia strada, fino a quel momento degli anni ‘70, ha attraversato il discorso “imprese”. In quell’ambito mi riconoscevo e dicevo: è ciò che voglio fare. Oltre, ci sarebbe stato un mondo estraneo. Puoi chiamarlo limite, ma il limite resta una cosa negativa. E’ un concetto di negazione. Invece lo vorrei considerare anche in termini positivi. La stessa cosa è dire: «Perché non sono andato a fare ciò che pensavi io potessi fare?» Perché non era la mia strada. Non ha a che fare con il destino. E’ diverso.
Destino è ciò che “era scritto” e che non è stato fatto, per vari motivi. Il mio destino è quello che mi sono scelto e che sentivo, in quel momento, far parte della mia evoluzione esistenziale.

Con mia madre Fiammetta
A. Gogna e la madre Fiammetta Amej Gogna, bagni Monumento di Genova, 1948 (?). Foto: S. Del BoccioDa una parte, un movimento verso la propria autenticità, pur senza poterla mai raggiungere. Dall’altra, uno scostamento da una certa uniformità.
Mi sono trovato di fronte a mio padre che mi diceva: «E’ vero che, quando sarai grande, rileverai la mia ditta e farai ciò che adesso faccio io?» Io, bambino, rispondevo: «Sì, sì certo! Certo, papà». Poi, crescendo, ho capito che mai avrei fatto così. Perché non mi piaceva. Perché non era la mia strada. Non ho mai avuto il minimo dubbio. Però ho dovuto combattere.
Parlavi prima di ribellione. La ribellione di dire: «Vado in montagna, faccio cose di un certo tipo, quando la maggior parte degli altri non le fa. E’ già una ribellione. Poi mi è stato detto: «Devi continuare a fare grandi imprese!» «Eh no, le faccio quando voglio io, non quando volete voi!» Ecco dov’è la seconda ribellione. Vado a cercarmi le mie cose. E mi invento Rock Story. E mi invento la mia ricerca personale e mi invento tutto un subbuglio che conosco solo io. Verso quello che tu chiami autenticità e io, in termini di Psicologia Analitica, chiamo individuazione. Il riconoscimento del proprio Sé. Che è fonte anche di infelicità. Non mi sono mai pentito però delle mie scelte, quelle importanti. Errori ne ho fatti tanti.
La ricerca resta il mio vero obiettivo. Se mi avvicinerò, anche solo in parte, potrà essere notato e riconosciuto dalle persone che mi sono vicine. Potrà essere un esempio per le mie figlie.
Un alpinismo di ricerca è una definizione che ha molto senso, per me, ancora oggi. Anche se di alpinismo ne faccio un po’ meno. Però la ricerca è rimasta.

Giusto Gervasutti
Insueinsé-giustoIn Rock Story, il protagonista diceva: «A me non me ne frega niente delle cime». Affermazione che rifiuta l’enfasi per la conquista e che valorizza il “tramite”, la ricerca in corso, non considerando la vetta come una conclusione o come un punto di arrivo.
E’ un’affermazione valida nel contesto in cui è stata detta, in un certo periodo storico. Già nelle parole “non me ne frega niente” è riconoscibile, comunque, la conferma di una posizione contraria. Lo dici, perché stai combattendo con queste tematiche. Perché c’è un alpinismo tutto teso verso le vette. Invece le nuove tendenze individuavano altro da fare.
Personalmente, ritengo estremamente importante la cima, comunque e sempre. E’ un elemento di cui non si può fare a meno. Bisogna sempre avere un obiettivo. Senza obiettivo non si va lontano.

La cima potrebbe essere assimilata però a una “meta fittizia”. Si tende a quella meta pur sapendo che non sarà mai raggiunta, perché mutevole; in trasformazione come il percorso che ci riguarda e che ci separa dal nostro obiettivo. Il percorso la cambierà, ma la meta resterà sempre davanti a noi. Origine e senso di ogni dinamismo. La cima quando viene raggiunta rivela di non essere la fine, se non quando rappresenta la morte.
Il vero pericolo consiste nel considerare la meta alpinistica come se fosse la “meta”. Chi arriva su una cima può essere felice, però se ha dentro il fuoco che lo brucia, dopo pochi minuti penserà già a ciò che verrà dopo. Se poi parliamo dei livelli alti (Kukuzcka o Gervasutti) sono molte, alla fine, le evidenze. L’insoddisfazione, in quei casi, era veramente plateale.

Pensi che possa essere successo per un processo di “materializzazione” della cima?
Eh, sì! Sembrava loro che fosse veramente l’obiettivo. Dopo il quale ci sarebbe stata soltanto la felicità. E invece non è così. Per cui, delusione! Improvvisamente ti rendi conto che le fatiche che hai fatto…il mondo le sta riconoscendo, però a te cosa rimane? Non hai raggiunto ciò a cui aspiravi…non l’hai raggiunto affatto.

Renato Casarotto
Insueinsé-Renato1Hai scritto: «Mentre l’onda impietosa distrugge i castelli a noi bimbi, invece che contemplare con orrore l’acqua spumeggiante faremmo meglio a guardare gli occhi divertiti di nostra madre». Una consapevolezza che corrisponde a una cima raggiunta.
Non ricordo se sia realmente avvenuto. Ho voluto descrivere la sensazione orribile del bambino che, disperato per una sua tragedia, trova l’adulto che la giudica, invece, un’inezia.

Il bambino volge lo sguardo alla madre e ne coglie l’espressione divertita e benevola. In quel momento apprende come regolarsi nei confronti del mondo. Deve assorbire e fare proprio quello sguardo divertito. In quel momento imparerà e incomincerà a diventare adulto.
Attraverso la sofferenza, però. Invece di trovare una madre che piange, trova una madre che sorride. D’altra parte la madre può aiutare il figlio solo in questo modo. E crescere significa anche saper volgere lo sguardo altrove, saper spostare i propri interessi.

Potremmo dire che questo è uno dei risultati della tua ricerca?
Non so se è un risultato o se è un elemento che ha contribuito ad una successiva ricerca.

Negli occhi di quel bambino indubbiamente c’è il bambino. Ma c’è, in quegli stessi occhi, anche l’adulto che si riconosce in quel bambino e si rimette un po’ in quella parte. Però il suo sguardo è diverso ora… Assume un’espressione benevola verso se stesso, benevola come quella della madre.
Sì, è per questo motivo che ne ho parlato. Anche se La parete e Rock Story probabilmente non sono mai stati sufficientemente capiti.

D’altra parte sono legati ad una dimensione intrapsichica che resta, in genere, esclusa dalla letteratura alpinistica. Sono dinamiche per lo più negate e nascoste da chi arrampica. Tu le hai sempre molto trattate, ma sembrano essere per lo più rifiutate. L’alpinismo non le vuole. Pare non averne bisogno ed è un paradosso!
Dovremmo pensare al mondo alpinistico come ad un bambino che gioca e dovremmo mettergli lì una madre che ride, mentre lo guarda…Non credi che possa servire?

Fine

postato il 19 ottobre 2014

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In su e in sé, parte 1

Intervista ad Alessandro Gogna (prima parte) tratta da In su e in séalpinismo e psicologia, Priuli&Verlucca, 2007
a cura di Giuseppe Saglio e Cinzia Zola

L’alpinismo è sempre stato fatto di imprese e di sogni. Di limiti oggettivi e soggettivi da superare o da negare…
Nei decenni passati i media avevano occupato spazi dell’ambito alpinistico, con il bisogno di superare o di negare i limiti individuali attraverso le spinte della spettacolarizzazione di ogni evento. Si cercava di spingere più avanti, tramite l’altro, il limite personale.
Ricordo che Emanuele Cassarà, in quegli anni, era quasi risentito con me perché avevo trovato il mio limite. Una situazione analoga mi era capitata con Ambrogio Fogar. Mi aveva invitato più volte alla sua trasmissione televisiva. Ci eravamo incontrati anche in altre occasioni, alle conferenze di Messner, e lui mi ripeteva sempre le stesse parole: «Eh certo, Gogna, tu mi stupisci veramente! Perché ad un certo punto della tua carriera non sei andato avanti? E’ come se ti fossi fermato. Potresti anche adesso fare delle cose che, comunque, continui a non fare. Che cosa te lo impedisce?» Io lo guardavo e rispondevo: «Sai, ognuno ha il proprio destino. Io sto bene così! Non è che, non avendo fatto questo o quest’altro, sto male». E lui mi diceva, allora: «Eh sì, però sto male io!» Più chiaro di così…

Hermann Buhl
Insueinsé-HB-9Penso al riconoscimento del limite come riconoscimento di sé. Ciò che sta oltre la vetta. E poi c’è l’obiettivo mai raggiunto, il senso di incompiuto, la finitezza del confine, l’insoddisfazione che resta – come diceva Gervasutti…La consapevolezza del limite si può avere in tanti modi. Sentirsi fermati da qualcosa di più forte, come la natura… Dopo di che non dico che siano state soddisfatte molte delle pulsioni che possono esserci dietro, ma qualcosa comunque è stato raggiunto. E’ stato raggiunto il limite e l’individuo si riconosce in questo; non vuole superarlo e quindi si ferma. A volte cambia sport, cambia attività. Si dà alla vela. Succede… Scopre improvvisamente che ci sono altri mondi…
Poi c’è la scoperta del limite attraverso la conoscenza. Ci si trova, improvvisamente, in un mondo che non è conosciuto. E cioè il mondo di tutte le cose che ci portiamo dentro. A vari stadi, a vari livelli. Io ho fatto un’analisi e ho conosciuto la psicologia junghiana. Di Adler so poco, ma qualcosa so.
Scoprire i propri limiti – punto e basta – può essere utile per la salvezza della persona fisica. Non credo possa essere utile da un punto di vista formativo. Scoprire i propri limiti invece nell’ambito di una ricerca interiore, ci porta di fronte a qualcosa che è dentro di noi e che non è propriamente “volontà”. Ci si trova in un mondo più grande, in una dimensione diversa. E questa dimensione è quella del proprio inconscio. Allora si guarda tutto ciò che accade intorno con criteri di valutazione che non sono solamente pratici, semplici o concreti (anche se questi sono, ovviamente, presenti), ma non sono neppure “psicologizzati”.
Se ho consapevolezza del limite in questo ambiente, posso avere la speranza che succeda qualcosa di positivo. Di fronte a certi sogni, ci si sveglia con la coscienza di aver vissuto qualcosa di veramente grande, non per merito, ma perché questo mondo intorno ci è stato aperto. Non solo. Diventa possibile anche intervenire, mettendo un piede qui e un piede là. A poco a poco, ci si avvicina a meccanismi interpretativi, a volte infiniti, ma comunque sempre importanti. Il fatto che ci sia un limite diventa, allora, assolutamente trascurabile. Diventa uno dei tanti limiti che abbiamo. In fin dei conti è una finzione anche quella.
Il vero limite è un altro. Non è circoscritto in un ambito di “gioco”, di “questo non lo so fare”. Da solo, in cima all’Everest senza ossigeno, non ci andrò, questo è sicuro. Non perché non ho più l’età, ma perché non l’avrei fatto neanche vent’anni fa. Perché è così! Oppure l’avrei fatto solo in determinate condizioni… Forse avrei potuto anche farlo, ma certamente non ho voluto. Questo è il limite di un gioco, nell’ambito di alcune regole ben precise.
Ecco perché il discorso dell’alpinismo può essere cacciato fuori dalla finestra: perché si riconosce che non è importante. Però poi ritorna. E’, in effetti, un meccanismo di ascesi, di chiara e lampante verità.
Nel momento in cui riesco a ritornare in montagna, senza idee di record, di cronometrare i tempi, senza l’idea di scrivere una guida, ma solo per andare così e basta… allora questa è una fotografia vera, vicina alla verità. Posso fare la stessa cosa sedendo anche qui, sotto un albero, in posizione yoga, aspettando che mi arrivi l’illuminazione… però non è nei criteri occidentali. Oggi, qui, bisogna fare qualcosa. Dobbiamo toglierci dalla città, dove c’è un sacco di violenza. La gente è come in trappola, perciò andare via, ogni tanto, è necessario.

Il riconoscimento dei limiti, e quindi anche di un senso lato di inferiorità, porta al bisogno di salire e di andare oltre l’umano. La conoscenza vera corrisponde a riconoscersi in una dimensione umana.
E’ un po’ la storia del puer aeternus. Sono molto contento che siano finite, da parte della stampa, le pressioni nei confronti dell’alpinismo. Dopo l’orgia degli anni Sessanta e Settanta fino a metà degli anni Ottanta, con la chiusura dei quattordici Ottomila di Messner, tutto è rientrato nell’ordine solito delle cose. Non si parla più di exploit o di salite. Di invernali o di solitarie. Sono contento: era solo una forzatura. Uno come Jerzy Kukuczka è morto perché, veramente, non aveva visto i suoi limiti: voleva andare ancora oltre. Si è trovato di fronte alla Sud del Lhotse. Eterno “secondo”, dietro a Reinhold Messner. Doveva fare qualcosa di più!
La sua immaturità, fin quando è stata fresca e genuina (l’immaturità del puer), gli è stata utile. Poi seviziata dalle vicende quotidiane: “tirare la carretta”, mantenere la famiglia, arrabattarsi. Per un polacco, figuriamoci! Per un polacco che non lavorava! Già quelli che lavoravano sono dei poveretti.
Kukuczka era uno “alla fame”. Come Hermann Buhl. Un disadattato. Usiamo pure le parole secondo il loro significato. Con tutto il bene che volevo a Kukuczka!
Per questo è andato a morire sulla Sud del Lhotse. Ovviamente l’incidente c’è sempre. Però era anche spinto da chi gli aveva fatto dei contratti e gli aveva detto: «Tu sei Kukuczka. Sei un grande alpinista! Usa la nostra roba. Noi ti facciamo pubblicità, ti diamo qualche lira. Neanche tante. Tu fai le tue spedizioni, e andiamo avanti così per tre anni». Nessuno ha colpa. Sono felice, comunque, che non si possa più vivere di sponsorizzazioni. Sì, si può vivacchiare un po’, ma non più a livelli alti.
Renato Casarotto ha fatto la stessa fine. Sponsorizzato e sfortunato: spinto a fare determinate imprese, sovrumane, senza più quella forza che lo sorreggeva all’inizio. Ciò che rimane oggi dell’alpinismo, è un fatto più personale. Se volontà di potenza ci deve essere, che sia mia e basta! Non mia, perché qualcuno mi costringe a fare!
Quando non avevo chiarezza di queste cose, mi stupivo moltissimo di una nazione come la Svizzera, che ha tanti alpinisti così bravi, come Loretan e Troillet. Gente fortissima con la montagna nel sangue. Apre la porta di casa e va… Mi stupivo che non avessero mai prodotto fenomeni alla Bonatti o alla Messner, nomi grossi, alpinisti da grandi imprese. Gli svizzeri, invece, sono rimasti sempre molto appartati: i loro protagonisti non sono mai stati messi in luce. Attribuiscono importanza all’andare in montagna, non all’eroismo…
Oggi io sono in grado di capire. L’alpinismo deve essere così! Un fatto individuale, tra amici. Ci deve essere passione, gioia nell’arrampicare, anche volontà. Però tutto deve restare contenuto in un modulo personale.
Nelle disgrazie degli ultimi decenni, invece, è contenuta la corsa alla vetta. Sul K2 nel 1986 e anche nel 1996. Gente che andava in cima approfittando delle tracce degli altri, dei campi degli altri, sorpassandosi, scavalcandosi, calpestandosi. Per che cosa? Non si capisce. Che esperienza poteva essere quella…? Non ho mai colto il senso di accalcarsi tutti insieme su uno stesso obiettivo. E poi la montagna, soprattutto, finiva in secondo piano. Quando la competizione assume questa importanza esagerata, la corsa alla vetta diventa la cosa più importante e la montagna diventa soltanto uno sfondo, un palcoscenico. E’ allora che diventiamo più esposti. Nel nostro interno si crea una defaillance, un’esposizione pressoché totale al pericolo. Così sono nati i problemi nel 1986 sul K2.
C’è sempre la morte a far da sfondo: la morte è sempre la prova di tutto. Non abbiamo altra meta: si tratta di come arrivarci. Se arrivarci come bambini o come adulti; se arrivarci avendo sofferto come bestie o dopo una vita serena. Di scelte ne abbiamo tante. Qualunque disgrazia in montagna ha una o più motivazioni profonde.
La volontà di potenza o il sentimento di auto-affermazione sono stati i fattori più importanti negli ultimi decenni. Prima era diverso: ci si trovava famosi in quanto veramente bravi e non c’era la corsa a diventare famosi.
La leggenda! L’alpinismo è parecchio leggenda. Mi preoccupava che lo stesse diventando sempre meno.
Non si può nemmeno parlare di alpinismo in termini di confronto sportivo. Perché le condizioni cambiano. Non cambiano solo gli alpinisti. Cambia il tempo, cambia la natura. Allora cosa pretendi? Come può l’alpinismo essere uno sport con tutte quelle convenzioni precise? E’ impossibile! Non si può neppure fare la storia di queste cose. I paragoni, poi! Non avrai mai la classifica! E’ assurdo parlare di classifica. Eppure c’è chi rifiuta tutto questo e vuole continuare nella finzione: i giornalisti sportivi… Sanno perfettamente che c’è chi va a tremila metri, si fa prendere il sangue e poi lo usa il giorno della gara. Si fanno le gare con il sangue rifatto. L’alpinismo deve restare un gioco e c’è chi sta barando… Allora è importante poter dire: questo non mi interessa più, voglio andare a fare le cose per conto mio.

Jerzy Kukuczka
Insueinsé-kukuczka191Quando è iniziato quell’alpinismo di ricerca di cui sei stato un grande protagonista e innovatore?
Quando abbiamo fatto la Nord-est del Badile nel ’67-’68. Eravamo tre Italiani con tre svizzeri famosi, incontrati per caso. Mentre arrampicavamo, ci siamo accorti che stava capitando qualcosa… elicotteri che giravano… Mai avremmo pensato che, senza aver informato la stampa, senza essere conosciuti, saremmo improvvisamente schizzati alla ribalta. Mai era successo prima. Un interesse collettivo di amore. Una cosa incredibile! Veramente magica. Prima, l’interesse era focalizzato solo sulle grandi imprese e sui grandi personaggi come Maestri e Bonatti, molto carismatici. Al di là di loro, non si andava. Con noi, hanno ritrovato dei protagonisti nuovi e da lì è nato tutto il resto…

Partendo da Un alpinismo di ricerca sei arrivato a La parete, il tuo lavoro più rappresentativo in questo senso. Per certi versi riconducibile a tre elementi principali: l’ambiente naturale, l’ambito sociale e la dimensione individuale. L’alpinismo di ricerca – potremmo dire – è iniziato con La parete. In particolare per quelle esperienze che hanno poi costituito, per te, una svolta. Mi riferisco all’Annapurna, al Lhotse e al K2. Ma comprendendo anche le vicende che si ritrovano in Rock Story: il “Nuovo Mattino”, l’alpinismo degli anni Settanta. Momenti cruciali che hanno dato forma a quello che è uno stile alpinistico, ma anche uno stile di vita.
Hai scritto che, attraverso l’alpinismo, si possono conoscere tutte le componenti che appartengono a quel fluire naturale degli eventi che costituisce il nostro destino. Riconoscendo però che l’ “alpinismo sociale” poteva anche essere una fuga dalla ricerca di sé.
L’alpinismo sociale per quanto mi riguarda è stato un periodo successivo a quello delle grandi conquiste, raccontate in Un alpinismo di ricerca. Possiamo definirlo periodo delle conquiste, in quanto sono stati gli anni in cui ho fatto le cose più importanti.
Nel mio cammino di montagna, fare le conquiste, le imprese, ha mantenuto un carattere di individualità. Al massimo divisa con un compagno, ma comunque sempre nella prospettiva individuale. Per un complesso di ragioni. Se vuoi, anche di crisi. Sono emersi aspetti che prima non vedevo e che ho un po’ tradotto, con un termine non mio, con alpinismo sociale. Improvvisamente ho capito di essere troppo individualista: intorno a me c’era una realtà che avevo tralasciato e dalla quale, più o meno volutamente, mi ero estraniato. Potrei dire una realtà non solo del sociale, ma anche degli affetti, di tutte le persone che avevo vicino. Ho vissuto nel mio mondo per un po’ di anni. Un sociale che si era cristallizzato su idee marxiste. Appena sfiorate, però. Ci credevo e le ritenevo interessanti, importanti: mi avevano colpito. Un’altra manifestazione dell’alpinismo sociale, seppur diversa, è l’attività svolta dal Club Alpino Italiano. In quanto club, è sociale per definizione. Organizza corsi, promuove una serie di attività tecniche, culturali che poi vengono spese sotto il nome di formazione, di diffusione della cultura alpinistico-montana, di salvaguardia, ecc. Non ho mai operato in associazioni di questo tipo, se non marginalmente: non mi andava di lavorare, più di tanto, con gli altri.
Quindi, da una parte l’alpinismo di conquista individuale e, dall’altra, la presa di coscienza del sociale mi hanno portato, insieme, a superare un gradino. Parliamo di evoluzione quasi dialettica alla Hegel. Cioè tesi/antitesi/sintesi. Sintesi che poi diventerà tesi o antitesi, e che verrà quindi ancora messa in discussione in un secondo tempo.
Le cose cambiano, per fortuna. Altrimenti tutto rimarrebbe fermo e sarebbe noiosissimo. La sintesi è diventata una tesi e mi sono reso conto che non bastava ancora. Oltre, c’era la ricerca individuale nell’ambito della propria sfera interiore: parliamo di inconscio, di analisi. Cose venute dopo. E’ stato un passaggio epocale per me. Trovarmi in un altro mondo, assolutamente affascinante, completamente sconosciuto.
La sintesi che poteva esserci stata prima è diventata immediatamente una tesi, che avrebbe avuto bisogno, a sua volta, di un’antitesi. Il mio rifugiarmi nella ricerca interiore era diventata la cosa più importante. Non era più la ricerca della “prima” o dell’impresa. E’ stato un salto notevole che però doveva essere bilanciato, per non correre il rischio di un altro, diverso, straniamento.
In quegli anni è stata fondata l’associazione Mountain Wilderness: mi sono impegnato. Abbiamo preso coscienza in molti di quel che era stato fatto all’ambiente. Il settore delle mie attività di pensiero “ambientale” ha fronteggiato e fatto da contraltare al mio impegno di ricerca interiore. E ora, sono ancora lì. Cerco di conciliare tutte queste diverse esigenze, comunicazioni, lettere, parole come una massa di informazioni da scartare o da far confluire in qualcosa. Che possiamo dipingere come la continua evoluzione di mondo interiore e di mondo esteriore, secondo un rapporto diverso e mutevole. Questa è stata l’evoluzione. Molto difficile, d’altra parte.
Nel 2003 ho diretto un confronto, in internet, che si chiamava Controscuola. Una specie di forum per trattare temi relativi alla montagna. Anche realtà individuali, problemi di crescita e di sviluppo interiore. L’esperimento è andato avanti sei o sette mesi, poi l’ho dovuto interrompere. Purtroppo qualcuno partecipava e più o meno inconsapevolmente ne alterava il significato. In un primo momento non mi sono sentito di intervenire d’autorità, pur essendone stato l’ideatore, ma ho ripetuto per un po’ di tempo: «Così non va, questa non può essere una ricerca della verità, stiamo dilaniandoci su cose che sono solo personali. E non può essere un motivo di interesse comune». Ho scritto poi una lettera a tutti quanti chiedendo di sospendere. Questo esperimento mi ha deluso, però faceva parte del sociale. Ho capito un’altra volta che la propria ricerca bisogna farsela da soli.

continua

postato il 18 ottobre 2014

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Sponsor e alpinisti

Da quando Riccardo Cassin fu il primo ad avere le corde direttamente dalla fabbrica, da quando Walter Bonatti diede il suo nome agli zaini in cambio di quattrini (ma c’era anche la consulenza tecnica), molto tempo è passato. Cos’è una sponsorizzazione alpinistica? È un accordo, più o meno regolato o vincolante, tra un’azienda e un alpinista: l’azienda associa il proprio nome a qualcuno che possiede notorietà, mentre l’alpinista percepisce danaro in cambio. Gli accordi possono assumere mille sfumature e dettagli diversi: è perciò difficile un’analisi completa di questo fenomeno. Gli accordi hanno seguito mode e cambiamenti culturali. Gli anni ’80 hanno visto una cultura della sponsorizzazione mai vista prima, anche nel mondo della montagna. Si è anche assistito allo strano fenomeno per il quale la sponsorizzazione più importante (quella al personaggio Messner, per intenderci) fagocitava le altre, logicamente «minori» per il grosso pubblico. In un’epoca in cui per fare attività a un certo livello occorrono grandi spese e trasferte, notevole impegno, continuo allenamento, al giovane alpinista servono tempo e danaro. Il tempo lo si recupera se non si studia e non si lavora, la sponsorizzazione offre l’uno e l’altro. Il miraggio di poter andare in montagna a tempo pieno è stato ed è davvero forte per tanti, per stare alla pari con i tempi. Senza le sponsorizzazioni forse ci sarebbero state un po’ meno imprese nella storia dell’alpinismo. Però io credo che questo genere di accordo pubblicitario non sia così necessario né soprattutto lo credo sufficiente alla produzione di grandi exploit alpinistici.

Jerzy Kukuczka
Sponsor-Kukuczka-8db5f076-ef02-4f45-8f00-500648dee318Si potrà anche essere strapagati per fare exploit, ma di certo i soldi da soli non bastano a decretare l’importanza e il valore di un’impresa. Mai il detto «i soldi non sono tutto» fu più valido che in alpinismo. La maggioranza delle grandi imprese è stata compiuta da individui del tutto al di fuori del grande circo della sponsorizzazione, anche perché spesso in questo circo ci si accontenta dello spettacolo e non c’è voglia alcuna di esaminare in profondo un reale valore storico. Quindi gli accordi pubblicitari non sono sufficienti a determinare il grande alpinismo. Inoltre è più conveniente per lo sponsor un’impresa ben documentata che un’impresa fantastica ma priva di documentazione. Lo spettacolo e le emozioni per la gente anzitutto. E questo gioco alla fine può essere pericoloso perché facilmente si perde di mira quella che è la concentrazione necessaria per sopravvivere in ogni momento dell’impresa, anche quando non si è particolarmente impegnati.

La molla per la quale un grande atleta vince, un pilota di F1 corre o un alpinista va sulle montagne estreme è sempre una molla interiore. Nessuno di noi ha mai veramente capito cosa ci spinge o ci ha spinto a fare certe cose. La risposta di Mallory, la famosa «perché la montagna è là» è una bella risposta, sufficiente in un monastero zen, ma non sufficiente nel nostro mondo occidentale. Continuiamo dunque a non capire, anche perché ciascuno ha le sue motivazioni. In Formula 1 la sponsorizzazione è così connaturata che nessuno si sognerebbe di dire che un pilota rischia di più se è sponsorizzato, per il banalissimo motivo che lo sono proprio tutti. Non c’è alcun «salto della quaglia» di fine stagione che faccia pensare a qualcuno che il tal pilota andrà a rischiare di più. Però tutto questo succede perché il punteggio parla chiaro, c’è chi vince spesso e chi non vince quasi mai, la classifica è abbastanza precisa (specie se rapportata a quella delle marche), fortuna e sfortuna c’entrano poco; e di conseguenza il valore di mercato di un pilota a fine anno è chiarissimo. I piloti per primi accettano la classifica (a parte sporadiche contestazioni), dunque l’accettano anche a livello interiore, nel proprio profondo.

Renato Casarotto
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In alpinismo, nelle grandi spedizioni in terre lontane, questo non succede. Non ci sono classifiche precise, tutti i tentativi di ridurre i grandi avvenimenti a competizione si sono rivelati fasulli a una pur minima analisi. Ma come si è fatto a paragonare due alpinisti come Reinhold Messner e Jerzy Kukuczka, al tempo della famosa gara dei 14 ottomila? Due attività ed esperienze così diverse, Messner che aveva al tempo salito già 16 ottomila e che quindi con gli ultimi due saliti per ultimi raggiunse quota 18! E come si fa a insistere su questa aberrante classifica che può essere soltanto un gioco, non una cosa seria, perché l’attività di Erhard Loretan era già su un altro pianeta rispetto a quella del povero Benoît Chamoux. Eppure ricordo molto bene come sponsor e media si avventarono sulla suspense: chi sarebbe stato il terzo uomo a salire i 14 Ottomila, Chamoux o Loretan?

A questo punto è davvero evidente l’assenza di una classifica oggettiva per gli alpinisti. Tutti loro lo sanno bene. Ma è anche facile pensare che proprio per questo possa diventare importante, più o meno intenzionalmente, inserirsi in una classifica di facciata per la gente. Non la classifica reale, dell’alpinismo che si fa per sé, ma dell’alpinismo che si fa per gli altri. Quindi stare a un gioco che si è rivelato estremamente pericoloso. Perdere di vista le proprie reali motivazioni e la propria classifica interiore per dedicarsi a quel gioco vuol dire spesso non saper più bene quanto si vale in realtà, non considerare più la montagna come il partner esclusivo delle proprie gesta, ma considerarla uno sfondo teatrale nel quale confrontarsi invece con un avversario. E qui subentra un sottile gioco psicologico, perché in realtà non ci si confronta veramente con l’avversario ma con l’immagine che di questo hanno proprio i media e gli sponsor: in qualche caso sono addirittura i due contratti che si confrontano. E mentre le due immagini vanno a gara, ecco che non è improbabile che si sottovalutino i reali pericoli, il reale confronto, quello con la montagna, perché la montagna in realtà non può fare da vero sfondo e rimane sempre protagonista.

Ancora una volta non si può perdere la concentrazione perché ci si lascia sviare da mire e miti che, solleticando orgoglio e ambizione, nulla hanno a che vedere con la montagna e con l’essenza di noi stessi.

La storia prova che non c’è mestiere che tenga, non c’è esperienza decennale o ventennale. Tanto più un trapezista si sente sicuro di non poter sbagliare mai, tanto più corre un rischio mortale proprio nello svolgimento dell’esercizio che più conosce a memoria. Come nelle competizioni è sempre il più debole a perdere, nelle lotte dei gladiatori, dove lo scontro era mortale, era sempre il più debole a soccombere. E così gli alpinisti, che sono un po’ i gladiatori moderni, hanno vissuto sulla loro pelle episodi del genere. Tra Messner e Kukuzcka, chi ha perso è anche poi morto subito dopo; e anche quello di Loretan e di Chamoux è un caso esemplare.

Benoît Chamoux
Sponsor-Chamoux-pbcProvate a immedesimarvi per un momento nella psiche di un Kukuzcka, grande, grandissimo alpinista che all’alpinismo aveva dato come pochi altri. Una passione travolgente, una serie di realizzazioni impressionante. Ad un certo punto si trova, più o meno suo malgrado, nel bel mezzo di una competizione non voluta, estranea alla sua passione e a tutta la sua vita. Ma lo sponsor preme, ha i suoi diritti: oppure lo sponsor non premette, non fece tecnicamente nulla per spingerlo, non possiamo certo addebitare agli sponsor colpe che non hanno o che non sono provate. E non siamo in tribunale. Però è fuori di dubbio che il polacco sentì molto il peso di questa «sconfitta» e se ne fece definitivamente travolgere sulla Sud del Lhotse, attaccata e superata quasi per intero. Era il solito Kukuzcka lassù? O era invece un uomo con il morale intaccato, senza la solita serenità olimpica, con la voglia di una rivincita, forse? Nessuno potrà mai dirlo, almeno nessuno di noi, ma è lecito pensarlo.

Credo fermamente che un alpinista debba essere libero, in ogni istante della sua vita, di decidere di osare o non osare, di andare avanti o tornare indietro, di smettere o di continuare, di voler fare di più o di meno. Solo in questa totale libertà ha speranza di farsi governare dal proprio istinto, di fare veramente le scelte proprie. I legami di ordine commerciale o legale che normalmente favoriscono la sua gioiosa attività di preparazione e di svolgimento di una grande impresa possono improvvisamente diventare un peso e un ostacolo allorché qualcosa s’incrina anche solo momentaneamente nella psiche dell’individuo. Un affetto mancato, una scelta gravosa, una sensazione di non essere ancora diventato grande perché si gioca ancora con i soldatini: possono essere mille i motivi di una debolezza. E siccome nessuno, per natura, disdice volentieri un accordo che magari è costato tanti sacrifici e che fa ancora comodo, o nessuno, per contratto, può rompere il vincolo stesso a causa di una momentanea debolezza, ecco che tutti deglutiscono il boccone amaro e fanno finta di niente. Fino a che, in qualche caso, il peso e l’ostacolo diventano un pericolo mortale, ben prima della scadenza che si era concordata.

postato il 22 agosto 2014