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L’altro Sestrière

L’altro Sestrière

“Stia attenta a mettere le mani in quell’acqua, signorina!”. Questo fu l’avvertimento di un addetto comunale quando l’agronoma Elisabetta Panina si accingeva ai suoi prelievi. Non eravamo sulle spiagge dell’Adriatico e neppure in riva a qualche fiume superinquinato della campagna milanese: bensì sulle sponde di un ruscello di montagna, il Chisonetto, ormai ridotto a fogna a cielo aperto dagli scarichi non depurati di una grande stazione turistica invernale: Sestrière.

Sestrière: quando una località, per molti evidenti motivi, non è fotogenica…
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… la si fotografa di notte!
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Non avrebbe dovuto essere una sorpresa. Nel 1990, quando l’associazione ambientalista Mountain Wilderness e il settimanale L’Espresso idearono il progetto Aquila Verde, si sapevano già le condizioni preoccupanti in cui versavano i principali centri turistici alpini: ma i tecnici di Aquila Verde si trovarono di fronte a spettacoli proprio sconfortanti. Dopo aver analizzato aria, acque di scarico, acque potabili e neve, i risultati furono tali da poter paragonare la qualità ambientale della montagna a quella di grandi centri cittadini.

L’idea nacque quasi per caso, chiacchierando con Chiara Beria di Argentine, caporedattrice a Milano de L’Espresso. In fretta furono trovate due aziende desiderose di finanziare progetti utili all’ambiente: la So.Ra.Ro. operava a livello nazionale nel settore dello smaltimento rifiuti ed il Centro Ricerche Chimiche era un affidabile laboratorio di analisi. Furono fatti prelievi di aria, acqua e neve in nove tra le più note località alpine, da Courmayeur a Bormio, da Cervinia a Cortina d’Ampezzo. Fu fatto uno studio idrogeologico sugli alvei dei torrenti e sui tracciati delle piste da sci. I prelievi furono ripetuti tre volte, in agosto ed in dicembre, periodi di massima affluenza turistica, ma anche in ottobre, quando la montagna riposa nella sua veste autunnale.

Per la prima volta quindi fu coordinata una ricerca sullo stato di salute delle nostre Alpi, per indagare quanto vero sia ancora il luogo comune che in montagna l’aria è pura e le acque sono chiare e cristalline. I risultati delle analisi chimiche, anche se non pretesero di essere completi (il monitoraggio avrebbe dovuto essere esteso a tutti i giorni dell’anno), parlarono chiaro. Se Sestrière aveva problemi con le acque di scarico, Madonnna di Campiglio aveva l’aria inquinata della grande città; se Cervinia continuava a costruire condomini e alberghi su terreno franoso, Sesto Pusteria se la doveva vedere con discariche non controllate.

Giovanni Rosti, tecnico di Aquila Verde, a Sestrière, 1991
Aquila Verde 1991, Sestrières, G. Rosti

Gli amministratori del passato e del presente hanno certamente le loro responsabilità; molto è da imputare a un veloce quanto inarrestabile “sviluppo” urbanistico che ha stravolto la fisionomia dei centri alpini: da villaggi ottocenteschi e romantici a modernissime cittadine del turismo di agenzia, il passaggio è stato troppo rapido e convulso. Le infrastrutture igieniche non hanno seguito l’avanzare della cementificazione, non si è voluto porre alcun freno alla circolazione automobilistica, il riscaldamento di condomini vuoti durante la settimana rende irrespirabile l’aria del weekend. D’altra parte il turista non contribuisce a risolvere i problemi, per esempio rinunciando ad andare a sciare in automobile.

E quanto ai pericoli per la salute? Nessuno in particolare, basta rinunciare all’idea che in montagna si stia meglio che in pianura; basta che i bambini non mettano in bocca la neve, basta che non si abbia l’idea di fare un bagno nelle acque estive di un torrente di montagna al di sotto di un abitato.

Per porre rimedio a tutto questo occorre la buona volontà di tutti, amministratori, valligiani e turisti. È necessario mettere in bilancio opere di risanamento radicale e rinunciare a megaprogetti di sfruttamento che peggiorerebbero ancora la situazione.

Salita a Cima del Bosco, Thures. Foto: Andrea Rolando
cima del bosco thures valle di susa

L’alta Valsusa, e quindi il circondario del complesso sciistico della Via Lattea (Sestrière, Sauze d’Oulx, Cesana Torinese, Clavière, Bardonecchia e Chiomon­te), è stata alla fine del XIX secolo la culla dello sci italiano. Nel 1934 nacque a Sestrière la prima stazione di sci totale, in anticipo di quasi cinquant’anni sulle analoghe iniziative francesi. E a distanza di un secolo dalle prime sciate senza piste, ecco la Valsusa tornare alla ribalta in occasione dei Campionati Mondiali di Sci Alpino del 1997, un evento importante per il futuro della valle, logica conseguenza della recente apertura al traffico dell’autostrada che collega Torino alla Francia.

La Valsusa è sempre stata storicamente luogo di passaggio. Annibale la scelse per superare con i suoi elefanti le Alpi, le importanti abbazie altomedioevali di San Michele e della Novalesa erano cittadelle dello spirito a difesa delle incur­sioni barbariche e saracene, le numerose vestigia di fortificazioni militari (come il Forte di Exilles) testimoniano la grande importanza strategica del controllo di questa valle. Oltre ai due valichi stradali del Monginevro e del Moncenisio, il traforo ferroviario del Frejus (assieme a quello stradale) è la chiave del collega­mento Parigi-Torino. E non possiamo non citare la contestatissima TAV.

Eppure, accanto al traffico di merci e persone e a ridosso del gigantesco appara­to sciistico, convivono in Valsusa ben quattro oasi protette: dalla “zona umida” dei Laghi di Avigliana si sale all’Orsiera-Rocciavré ed al Gran Bosco di Salber­trand fino al parco della Val Troncea, che è proprio accanto a Sestrière. E non è tutto, perché parallele a quest’ultima valle, anche altri due lunghi solchi penetrano verso il confine in un ambiente ancora oggi pressoché intatto: sono la Val Thuras e la Valle Argentiera. Queste due zone sono talmente legate alla Val Troncea che da tempo è stato presentato un progetto di ampliamento di questo parco regio­nale che costituirebbe così, grazie ai 12 km di confine in comune, un’unica e grande oasi di protezione assieme al parco francese del Queiras. Così, in attesa che si consumino le ultime resistenze a questo progetto e moderatamente fiduciosi che anche le motoslitte, grande fastidio alla quiete di questi luoghi, siano definitivamente bandite dalle autorità, c’immergiamo in questo mondo di larici, tra caprioli, camosci, stambecchi, lepri e volpi. Penetriamo in questo santuario a portata di mano, silenziosi, con ai piedi le racchette, l’antico attrezzo per le grandi traver­sate nella wilderness. Oltrepassata la gotica chiesa di S. Restituto, erriamo fino alla borgata di Rollieres e alla Casa delle Lapidi di Bousson, esempi di quanto queste valli un tempo non fossero solo natura. A Thures, diamo un’occhiata ad una bella casa di recente ristrutturata con puntiglio, la Fontana del Thures: entriamo per comprendere come un vero rifugio, grazie ai gestori, possa essere differente da un albergo. Poco lontano ci sono le luci della ribalta su grandi eventi sportivi, programmati alla perfezione per spettacoli e competizioni a prova di errore.

Il Lac de Thures. Foto: Andrea Rolando
lac de thures, valle stretta, hautes alpes, francia