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Un futuro diverso per le Guide Alpine

Abbiamo rimandato la pubblicazione di questo articolo per il fatto che l’autore era candidato al Consiglio del Collegio Nazionale delle Guide Alpine Italiane. Purtroppo Stefano Michelazzi non ha ricevuto il necessario numero di consensi: ciò non significa che il suo scritto, di notevole valore, debba essere trascurato, anzi. Per l’insita chiarezza di idee sui molti punti che costituiscono le attuali problematiche delle guide alpine, sia come categoria professionale che come immagine rivolta al pubblico e agli appassionati in generale, vale la pena per tutti leggere attentamente questo post.

Nella speranza che il nuovo Consiglio lo prenda in considerazione, almeno parzialmente.

Appunti per la revisione della figura professionale della Guida Alpina
di Stefano Michelazzi

Viviamo in una società, che ampiamente, si sta dimostrando sempre più in corsa verso un consumo globale e frenetico delle nostre energie vitali e dove la routine giornaliera sta diventando stressante e tossica da rendere necessarie “valvole di sfogo” .

Da una parte la ricerca del contatto con l’ambiente naturale ricercando la simbiosi con l’ambiente stesso, dall’altra la virtualità, con l’evidente sua conseguenza di distacco dalla naturale fatica del vivere, che ci sta lentamente allontanando dal bisogno di essere parte integrante dei ritmi biologici.

La conseguenza più evidente, di questa fase tecnologica della moderna società, è indubbiamente il tentativo di trasferire in ambienti non routinari, ciò che erroneamente viene scambiato per riposo dallo stress imperante ovvero il “divertimento”, l’allontanamento momentaneo dalla realtà ed il godimento di una situazione straordinaria, lo spasso (passatempo piacevole) che caratterizzano questo termine, sono intesi molto spesso, oggi, come “sballo” e non più come esperienza diversa ma allo stesso tempo formante, che poteva essere canone di definizione nel caso della frequentazione montana.

La montagna, la quale rappresenta da sempre l’ambiente selvaggio per eccellenza, quindi non ne è indenne. La ricerca di sballo attraverso droghe naturali quali l’adrenalina sta diventando una realtà di massa e la montagna per sua conformazione e caratteristiche, sempre più viene scambiata per una giostra piuttosto che per una località di fuga intellettuale e di rinvigorimento fisico.

Vi è il rischio sempre più evidente che in una ricerca spasmodica di sfoghi, condita dall’incapacità della massa, di affrontare i normali ostacoli e limiti imposti dall’ambiente naturale, vi sia il tentativo di addomesticarlo, riducendolo ad una brutta copia dell’ambiente urbano.

E’ evidente a chiunque che un andamento di questo tipo, trasformerà in breve tempo, ove già non vi siano i segni, la montagna in una sorta di parco divertimenti senza più alcuna identità.

A corollare questo stravolgimento, la società richiede a gran voce una maggiore sicurezza, intesa, appunto, come addomesticamento, piuttosto che, come formazione ed informazione.

Il via libera a leggi e regolamenti sempre più restrittivi, spesso assurdi e senza senso, divieti e normative di vario genere, è ovviamente conseguente.

Adattarsi alla legge del più forte ovvero citando la massima popolare: “ se non riesci a combatterli, alleati a loro!” (adattarsi all’andamento del mercato in questo caso): non credo sia nel DNA della Guida Alpina.

Non è nella figura mitica e unica che, se non tutti ma molti di noi, elessero a loro simbolo, quando pensammo di entrare a farne parte come coronamento della nostra passione alpinistica.

La Guida Alpina è sempre stata (e deve continuare a essere) il punto di riferimento della montagna in generale, visto che nessuna figura professionale o similare può vantare la conoscenza e l’esperienza di questo ambiente meglio di noi e deve saper imporre la propria visione al mercato, non farsene imporre una diversa.

Nessun’altra figura è in grado di gestire una moltitudine di attività legate alla montagna, come noi. E questi sono dati di fatto!

Stefano Michelazzi 
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Professione intellettuale…?
Se è vero, com’è vero, che la vecchia romantica figura della Guida con cappellaccio e pipa è ormai superata dall’innalzamento dei livelli e dalla frequentazione massiccia dell’ambiente montano, è anche vero che la banalizzazione dei limiti operata da mass-media, aziende di settore e molti, purtroppo, colleghi, senza mettere nel conto altre realtà che hanno deviato dalla loro struttura originaria, siamo in questo momento davanti ad una figura della Guida Alpina che in molti casi disorienta la massa e quindi i possibili futuri clienti, i quali non riescono a vedere più davanti a loro la Guida per eccellenza, ma un accompagnatore regolato dalle leggi del mercato, spesso un promotore di sconti da supermercato, che oltre a svendere la propria professione e mettere in cattiva luce i colleghi che tentano di metterci un limite, dimostrano a quanti ragionino col cervello e non col portafoglio, che la vita umana propria e del proprio cliente vale meno di zero… uno sconto!

L’elevazione della figura da mestierante a professionista intellettuale a quale pro venne fatta?

Capirei un meccanico (artigiano quindi mestierante) che abbatte i prezzi per “sbaragliare” la concorrenza ma un medico che mi chiedesse meno degli altri suoi colleghi mi lascerebbe diversi dubbi (per evidentissimi motivi) sul come esercita la propria professione, ed un medico è un altro professionista intellettuale!
La definizione di Professione intellettuale (art. 2229 cc), evidenzia piuttosto bene le differenze tra Mestierante, Imprenditore e Professionista ma spesso purtroppo capita che vi siano colleghi che non conoscono queste differenze ed agiscono con modi e criteri non certamente riconducibili al titolo che il Diploma di Stato ci conferisce.

E’ capitato e capita più volte di leggere sulle cronache di incidenti avvenuti per una forzatura, rispetto al buon senso di rinunciare all’obiettivo pattuito col cliente. Esempi come questo oltre a denunciare una scarsa cultura delle Guide stesse nei confronti della Libera Professione (non vi è vincolo che obblighi al raggiungimento del risultato ma vi è l’obbligo di espletamento nei modi più idonei con ricaduta del rischio di fallimento dell’obiettivo nei confronti del cliente e non del professionista!), discreditano la figura che rivestiamo. Stima e prestigio ne perdono in valore determinando aggressioni, più o meno mirate e/o intenzionali, nei confronti di tutta la categoria.

Allo stesso modo, seppure in ambito evidentemente diverso, il prestigio e la stima vanno a perdere di valore a causa di quella concorrenza selvaggia (e non libera come invece dovrebbe essere) data dal tentativo di accaparrarsi clientela col metodo dell’abbattimento di tariffe preesistenti e quindi adottate dalla maggioranza dei professionisti Guide Alpine (sconti da supermercato!).

Ciò, oltre a determinare un crollo rispetto agli equilibri di mercato, dipinge la nostra figura più come un’attività selvaggia di “morti di fame” tendenti al solo scopo di lucro, che come una professione che si caratterizza con il fornire servizi unici ed originali.

E’ vero, indubbiamente, che il cosiddetto Decreto Bersani impone l’abolizione dei tariffari ufficiali ma è anche vero che successive leggi e decreti inseriscono la necessità di parametri di valutazione e quindi sarebbe opportuno, soprattutto per una tutela nei confronti del cliente, il quale avrebbe un riferimento certo, adottare anche in campo nazionale ciò che già alcuni collegi sia italiani che di altra nazionalità europea, propongono ufficialmente ovvero una tabella di riferimento dove sia le Guide, sia i clienti, possano accedere per contrattare poi la tariffa del professionista.

Probabilmente, o anche sicuramente, i Corsi formativi, sia quelli dedicati alla formazione ed aggiornamento degli Istruttori, sia quelli dedicati agli Aspiranti ed alla Guida Alpina, tendono ad essere caratterizzati da un tecnicismo quasi estremizzato, mentre in contropartita dedicano poco o nulla alla formazione culturale sia sull’accompagnamento sia sulle caratteristiche che rappresentano la Libera Professione, denunciando una condizione dei formatori che troppo spesso ormai è diventata una condizione lavorativa fine a sé stessa e non auto-formante, invece di un’esperienza di condivisione riferita alla conoscenza personale ed all’acculturamento dei formatori e degli allievi.

Una guida sul Finsteraarhorn
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Ambiti e valutazioni
L’evoluzione della frequenza di ambienti montani o di media altezza, ha messo in luce attività che fino a pochi anni fa non erano certamente ambito delle Guide Alpine. Mi riferisco senza dubbio al Canyoning, attività ludica e di allenamento a suo tempo, per gli speleologi che l’hanno inventata e che si è fatto in modo, in Italia, di riferire unicamente alle Guide.

A quali traguardi ha portato principalmente, il blindare quest’attività che nel resto d’Europa viene svolta con criteri completamente differenti?

Sicuramente una proporzione di attività per un buon numero di colleghi, ed è buona cosa, ma anche sviluppo esponenziale dell’abusivismo.

Oltre alle svariate denunce che ogni anno vengono sporte in merito, riguardanti spesso i “soliti” furbi che già conosciamo bene, un atteggiamento come questo ha fatto sì che, se prima l’attività veniva regolamentata da un patentino rilasciato dopo corsi ed esami, e quindi potesse essere soggetta a controllo, oggi in molte parti del Paese, dove le Guide non sono presenti, per lanciare turisticamente fette di territorio altrimenti in declino, si sia costretti ad operare con persone non autorizzate (abusivi).

Una scelta di campo perciò, quella dell’esclusività, malgrado sia indiscutibile, come detto, che molti colleghi operano in modo assiduo in questo campo, che non coinvolgendo un’attività caratteristica delle Guide anche se presenta caratteristiche di gestione similari ad altre nostre attività (tecniche alpinistiche), rappresenta una percentuale di esercizio piuttosto ridotta rispetto ad altre.

La mia intenzione è quella di far risultare, come per un ambito comunque limitato e posto quasi a stento all’interno delle caratteristiche della nostra attività professionale, si sia voluto creare uno spazio esclusivo, mentre per contrasto vi sia la volontà di stravolgere ambiti classicamente ed a pieno titolo rappresentanti della nostra figura.

Parlo, ovviamente credo, dell’attuale proposta di variazione sulla legge 6/89 riguardo l’istruttore di arrampicata.

In questo caso un ambito per tradizione e caratteristica, esclusivo della Guida Alpina e soprattutto del Maestro di Alpinismo, sarebbe “liberato” dai vincoli, che reputo più che giustificati, per ripartirlo su altre figure, con conseguente perdita di un settore di mercato già di per se stesso debole, a causa anche delle anomalie giuridiche che vedono inserite in una legge sul professionismo ambiti invece volontaristici.

Corsi d’arrampicata ed alpinismo in genere sono una delle basi fondamentali del nostro lavoro e staccarsene sarebbe dare una mazzata alla nostra figura professionale già ampiamente aggredita a vario titolo nell’ultimo decennio.

Se si vuole creare confusione in ambito culturale e dare una volta di più l’opportunità di non comprendere quale ruolo ricopra la Guida Alpina – Maestro di alpinismo, allora continuare su questa strada sarà sicuramente redditizio.

Intanto la Sardegna e soprattutto i sardi ancora aspettano che si valuti l’inserimento di una figura specifica per il loro assolutamente particolare territorio, la quale permetta di creare nuovi sbocchi professionali per i residenti.

Già figure alternative create a livello regionale (GAE) da altre amministrazioni, operano sul territorio senza alcun controllo e spaziando spesso nell’abusivismo con proposte di arrampicata e canyoning.

Dal mio punto di vista sarebbe piuttosto semplice organizzare una figura, che alla stregua degli AMM sia formata dal Collegio Nazionale Guide Alpine Italiane (CONAGAI) e atta allo scopo di rendere legittimo lo svolgimento di tali attività, mantenendo essa stessa un controllo del territorio e denunciando gli abusivismi.

Altra nota dolente, fortemente disprezzata da moltissimi colleghi, è la condivisione dell’accompagnamento in fuoripista con i Maestri di sci.

Anche questa situazione vede la perdita di una fetta di mercato, la quale oltretutto è costata anni di propaganda e formazione di una cultura popolare non abituata a vedere nella Guida Alpina un accompagnatore e formatore sciistico.

La già scarsa richiesta in tal senso, che a fatica molti di noi operano per rendere più corposa ma che allo stato attuale non da certezze di risultato che si avvicinino anche di poco alla mole di lavoro estivo (salvo casi individuali particolari), è stata in questo modo smembrata e rischia di rimettere in ombra la figura della Guida Alpina per quanto riguarda le attività sciistiche, salvo quei rari casi dove le tecniche alpinistiche siano obbligatorie, ma che non riescono a divenire condizione lavorativa stabile.

Continuando su questo binario, il risultato che appare logico è quello di uno smembramento della figura della Guida Alpina come professionista a tutto campo per lasciare spazio a una serie di specializzazioni o ancor peggio, a una serie di figure parallele, oltre a inserire nel mercato una concorrenza, senza rientro nei nostri confronti, che a lungo o forse anche breve termine diverrà insostenibile.

L’esercizio della professione a tempo pieno è già oggi reso difficilissimo da un serie di fattori, come ad esempio, la creazione di pacchetti turistici e la propaganda a livello mediatico, che spesso ci trovano impreparati e in difficoltà. Ipotizzare che figure parallele, come appunto l’istruttore di arrampicata, non abbiano grandi spazi di manovra (vista anche la specificità) per accedere a un ritmo full-time e di conseguenza impongano una concorrenza basata su un fattore economico, piuttosto che sulle basi di una diversa qualità professionale, è abbastanza ovvio.

La conseguenza, appare evidente, sarà lo smembramento della figura della Guida Alpina e una conseguente perdita di interesse nei suoi confronti, sia da parte del pubblico, sia da parte di chi volesse in futuro intraprenderne la carriera.

Già altre Nazioni hanno optato negli anni per queste diversificazioni specifiche e i risultati non sono certo positivi. Basti pensare agli USA dove la giungla di brevetti e brevettini non lascia certo spazio alla fantasia e i componenti iscritti alla IFMGA della AMGA sono miseri 103 in un territorio vastissimo…!

Vedremo nuovamente apparire la figura della Guida Sciatore?

Ivo Rabanser, Stefan Comploi e Stefano Michelazzi festeggiano l’apertura di Fontana dell’oblio (24 giugno 2007, 300 m, VII e A0 o VII+) sulla parete ovest della Pala della Ghiaccia 2423 m, Catinaccio. Arch. Ivo Rabanser
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Guide e tecnologia
Indubbiamente la tecnologia sta dando una grossa mano a ciò che riguarda la frequentazione dell’ambiente montano nelle sue diverse caratteristiche. Non vi è dubbio alcuno che dalla nascita dei rilevatori elettronici per travolti da valanga la sicurezza in questo tipo di attività ne abbia avuto giovamento. Ma sono apparecchiature e come tali vanno conosciute a fondo e se ne deve imparare l’utilizzo, mentre molto spesso l’utilizzatore che non sia un professionista non sa nemmeno come si accende il “famigerato” ARTVA…
Proporre corsi formativi in tal senso è comune tra molti colleghi, ma per esperienza personale e indiretta, è estremamente difficile se non a volte impossibile trovare persone interessate a questo tipo di formazione.

Il chiedersi perché sorge spontaneo, così come chiedersi quali lacune siano nella nostra proposta di formazione. Evitiamo di dare risposte al primo quesito che esula dalle nostre competenze e proviamo a dare risposta invece al secondo che ci interessa da vicino.

Probabilmente proponendoci in ambito formativo scolastico (Regioni, Province, Stato) con un programma che possa venir assorbito dagli enti stessi e che dia la possibilità di ottenere sovvenzioni tali da sostenere, almeno in parte, le spese, considerando anche il clamore mediatico dovuto ai diversi incidenti occorsi in stagione invernale, e sfruttando l’onda mediatica per sostenere questo programma propagandandolo, si potrebbero ottenere risultati, senza dubbio migliori, di ciò a cui si arriverà con l’emanazione di normative restrittive e sanzionatorie come l’ultima della Regione Lombardia sull’obbligatorietà dell’utilizzo dell’ARTVA.

In casi come questo la tecnologia lo sappiamo benissimo ci da una mano e ci permette di risolvere molti problemi legati alla frequentazione in ambiente a rischio, ma non tutto il tecnologico viene per aiutare…

Che dire dei vari GPS, telefonini localizzatori e così via?

Direi che come Guide dovremmo apparire meno tecnologici e più pratici, che mentre per i rilevatori da travolti in valanga, non vi sono “rimedi” alternativi, in questi casi invece sponsorizzare la capacità di sapersi gestire in ambiente con metodi tradizionali, meno comodi ma efficaci in ogni situazione, se usati nel modo corretto, debba essere la nostra bandiera.

Mi vien male a pensare a cosa accade, nel momento in cui disperso nella nebbia, un qualsiasi alpinista o escursionista provi ad utilizzare il GPS che ha deciso di non funzionare correttamente o di non funzionare affatto… senza cartina, bussola ed altimetro, tornare a casa sarà un delirio, alla fine del quale, se tutto sarà andato bene, potrà considerarsi fortunato. Ma sappiamo bene che, seppure la fortuna conti in montagna, non è su quella che si deve basare il messaggio di sicurezza che noi dobbiamo trasmettere come professionisti.

Dev’essere la figura della Guida con cartina e bussola in mano a controllare il tracciato, che ci deve rappresentare e non quella dello “Yuppie da montagna” col GPS!

Guide e ambientalismo
Non serve certo essere o definirsi ambientalista, per rendersi conto che continuando in un urbanizzazione selvaggia dell’ambiente montano (senza toccare altri ambienti che comunque spesso rientrano nei nostri ambiti operativi), stiamo lentamente scivolando verso una fase di non ritorno o di ritorno futuro, verso un ambiente integro, estremamente difficile.

Impianti e piste da sci, per parlare di settori che ci toccano da vicino, evitando di inoltrarci in ambiti non di competenza, sono ormai arrivati a saturazione. Lo comprovano gli abbandoni dell’ultimo decennio nei confronti di impianti più che altro a traffico locale (turismo residenziale), per i quali malgrado un abbassamento fisiologico della frequenza, si è ben pensato di costruire nuove piste ed in alcuni casi nuove linee le quali hanno portato ad un nulla di fatto, se non nel brevissimo periodo che riguardava la novità.

L’Eliski, pratica proibita in Trentino ed Alto Adige, grazie a leggi provinciali, continua, anzi, ultimamente è, punto di discussione (in alcuni casi feroce), che ci vede coinvolti in prima persona date le caratteristiche, e sul quale siamo sempre più spesso chiamati a dare risposte in merito proprio alla conservazione dell’ambiente.

Personalmente non sono un demonizzatore dell’attività elisciistica, che individuo come la punta di un iceberg, ma è innegabile che ultimamente, da più parti, si tenti con sotterfugi e strategie più o meno lecite e/o a filo di norma di imporre questa pratica nel nostro Paese.

I francesi l’hanno proibita (in alcuni casi piuttosto maldestramente…) individuando questa pratica come fonte di futuri sviluppi negativi a livello di impatto sul territorio.

Considerando due tipi di opportunità, nel nostro caso quello di difesa del nostro ambiente del quale rimarranno poche tracce in futuro se non si prendono provvedimenti immediati e quello lavorativo che coinvolge un numero estremamente esiguo di colleghi e per un periodo limitato, direi che, sia per la salvaguardia del territorio che per il beneficio che ne trarrebbe la nostra immagine, sarebbe utile che le Guide manifestassero una posizione negativa a riguardo, caldeggiando un divieto nazionale, alla stregua delle Province Autonome e della Francia su tutto l’arco alpino meridionale. Questo porterebbe sicuramente un enorme prestigio nei confronti della nostra figura che andrebbe ad inserirsi, come credo spetti, in un ottica di custode delle montagne e non di sfruttatore selvaggio!

L’ultima via aperta da Stefano Michelazzi, Vento di passioni, Colodri, Arco
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Formazione
Già toccata precedentemente, direi che i canoni attuali di formazione a tutti i livelli non è condivisa da moltissimi colleghi, principalmente a causa di un distacco di molti istruttori dalla realtà quotidiana del fare la Guida per essersi specializzati più che altro come appunto formatori.

Ma se gli insegnanti universitari abbisognano di anni sabbatici per riprendere il contatto colla realtà della materia che insegnano, possiamo essere noi come Guide esenti da un aggiornamento pratico sul campo?

Non credo e come me la vede la maggior parte dei colleghi.

Il manuale è certamente cosa utile ma non può essere la sola cosa utile…

Il sistema del Collegio altoatesino a mio avviso è molto più consono a una formazione con persone preparate attraverso l’esperienza personale e quindi, applicando alcuni correttivi, sarebbe opportuno adottarlo anche in campo nazionale.

Rapporti con altre istituzioni e loro figure
Il principale soggetto col quale ci rapportiamo continuamente come “professionisti del vuoto” è senza dubbio il Club Alpino Italiano.

Personalmente credo che, malgrado l’articolo 20 della L. 6/89 sia importante per definire gli ambiti operativi tra professionista e volontario, sia in ogni caso una condizione piuttosto anomala quella che vede il CAI, figura senza scopo di lucro, all’interno di una legge sull’esercizio di una professione.

Anomalia giuridica, si può serenamente affermare.

Aldilà di questa stranezza legislativa, sta di fatto che la sudditanza del CONAGAI rispetto al CAI è piuttosto evidente, stante il fatto che interviene alle nostre assemblee del Consiglio direttivo come membro e non come uditore e che l’Associazione Guide Alpine Italiane (AGAI, sezione del CAI) propone e dispone ciò che in altri ambienti professionali avviene attraverso la formazione di Associazioni di categoria (i Maestri di sci ad esempio) che supportano il proprio ordine o collegio, nelle attività che istituzionalmente non gli competono.

L’ormai storico antagonismo poi, sui corsi formativi, assume forme di “concorrenza sleale” se si considera che tra le due realtà vi sta una differenza in termini, più che palese, essendo una professionale e quindi con scopo di lucro, mentre l’altra dovrebbe essere assolutamente volontaria e quindi senza alcun fine economico.

E richiamerei al confronto i 1100 e oltre, ormai, colleghi per definire con testimonianza diretta se sia questo un dato di fatto oppure soltanto una fantasia…

Peggio ancora è la situazione che ci vede succubi di leggi e regolamenti regionali e/o provinciali che hanno istituito figure alternative a quelle previste dalla legge di Stato (la quale costituzionalmente dovrebbe essere sovrana), inserendo nel mercato pseudo-professionisti, contestati anche a livello europeo, ma che non siamo in grado di contestare noi direttamente, reclamando la predetta sovranità,.

Parlo ovviamente di GAE, Guide naturalistiche, Accompagnatori di territorio, e da ultimo gli albergatori trentini.

Oltre a tutto questo un associazionismo spesso arrogante e beffardo, rispetto alle leggi continua a produrre soggetti alternativi, senza che da parte del CONAGAI, ente di tutela della professione, venga portato avanti alcun progetto che contrasti questa dilagante situazione.

Un Osservatorio Nazionale sull’Abusivismo nei confronti delle Professioni di Montagna, potrebbe almeno in parte evidenziare questo stato di cose, considerando anche che professionisti a noi molto vicini, come gli Accompagnatori di media montagna, decisamente screditati nel loro ruolo da queste situazioni ed i Maestri di sci che lamentano una forma di abusivismo molto forte, potrebbero essere coinvolti assieme a figure istituzionali che si interessano di Turismo e quindi vi sono coinvolte anch’esse appieno.

Fare cultura non porta immediati benefici ma dà frutti più tardivi, i quali di solito però rimangono impressi per lungo tempo!

Conclusioni
Le problematiche presentate, che ho avuto modo di apprendere nei rapporti interpersonali con diversi colleghi, sono piuttosto sentite, non sono sicuramente le uniche, ma probabilmente allo stato dei fatti le più urgenti da risolvere.

Di possibili soluzioni probabilmente ve ne sono diverse, ma personalmente vedo un riscontro positivo in tempi non troppo lunghi in una revisione della nostra immagine, sfruttando e non facendoci sfruttare dalle moderne tecnologie.

Un ritorno al futuro è auspicabile per non soccombere in tempi che non prevedo molto lunghi.

Per ritorno al futuro, intendo una figura nuova che sappia essere presente a livello ambientale, acculturata maggiormente visto che i tempi lo richiedono, che non disprezzi o dimentichi il suo passato, ma che al contempo sappia integrarlo e non sostituirlo con il nuovo.

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Un buon programma elettorale

Quel che segue è il programma elettorale della Guida Alpina Stefano Michelazzi, candidato per le prossime elezioni al Consiglio Direttivo del Collegio Nazionale delle Guide. Con un suo commento esplicativo. Entrambe le comunicazioni sono tecnicamente rivolte alla Guide Alpine italiane, ma per la chiarezza delle idee, e per la loro forza (così necessaria oggi), le pubblichiamo volentieri.

Se altre guide vorranno seguire l’esempio, saranno le benvenute.

Un buon programma elettorale
di Stefano Michelazzi

Caro Collega,
prossimamente vi saranno le elezioni per il rinnovo del Consiglio Direttivo del Collegio Nazionale delle Guide Alpine.
Ho deciso di candidarmi e di seguito indico alcune delle motivazioni che mi hanno spinto a farlo.
Dieci minuti del tuo tempo dedicali a leggerle e a pensarci su.
Intanto grazie e Buon Lavoro!

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Programma

Il mondo evolve, le persone evolvono, la montagna rimane sempre al suo posto. La Guida Alpina con la sua ormai secolare tradizione ne caratterizza la frequentazione e deve essere detentore di una cultura dell’Alpe che sia formativa per chi la frequenta, sia nella sua figura di massimo professionista, sia nel rispetto della montagna stessa come ambiente da preservare.
Il tecnicismo e la commercializzazione sfrenata delle nostre attività che rappresentano l’andamento dell’ultimo decennio, hanno sconvolto la figura della Guida avvicinandola lentamente a quella di un accompagnatore da parco turistico, più che a quella tradizionale di conoscitore profondo della montagna, allontanando il grande pubblico da quel mito che, anche senza volerlo, rappresentiamo.

Questo atteggiamento ha fatto sì che la nostra figura professionale venisse intaccata da diversi fronti danneggiandola e in alcuni casi calpestandola come i recenti emendamenti della legge trentina di cui tutti abbiamo sentito.

Un ritorno e un’evoluzione in positivo di ciò che sarebbe bello definire ancora “Professionista del vuoto” è il mio impegno!”

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Commento
In poche righe ho sintetizzato un impegno che credo sia “non da poco”, se consideriamo che qualsiasi azione, sia essa positiva o negativa, che il nostro “Collegio Nazionale delle Guide Alpine” porterà avanti avrà in ogni caso una ricaduta sui suoi iscritti e quindi su di noi, le Guide Alpine.

Guida Alpina o guida alpina? Maiuscolo o minuscolo per definire questa professione così unica e in alcuni casi (troppi purtroppo) sconosciuta o mal-conosciuta?
Personalmente per diventare Guida Alpina, per realizzare quel sogno che sono convinto, per diversi motivi uguali o completamente diversi tra loro, tutti abbiamo avuto, ho messo in gioco molto della mia personale esistenza e per esercitare a tempo pieno questa unica (ripeto) e meravigliosa (almeno io, nel bene e nel male, la vedo così) professione, le fatiche sono tante, sempre più complesse e sempre più destabilizzanti della figura stessa. Continuo imperterrito a definirla col maiuscolo “Guida Alpina” perché credo che non vi sia altra professione, mestiere o quant’altro, in grado di paragonarsi a ciò che ogni giorno tutti noi viviamo tra soddisfazioni, preoccupazioni, dubbi che sono sempre presenti quando siamo sul campo e non ci sono Santi cui rivolgersi…

Siamo soli a dialogare con l’ignoto! È bello questo dialogo?
Certo! Credo, anzi sono convinto, che sia il motore più importante che ci fa andare avanti e non mollare anche quando la stagione è un disastro, quando speriamo col brivido nella stagione successiva e quando poi appena arriva una giornata di lavoro sorridiamo e ci sentiamo realizzati.

Poco, vero? Se lo guardiamo senza passione è così, ma è la nostra passione che ci fa considerare queste “pochezze”, soddisfazioni che possono riempire un’esistenza in pochi attimi.
Soddisfazioni che probabilmente solo chi esercita questa professione può provare.

Ma capire tutto questo non è facile se non lo vivi e credo che ormai sempre troppo spesso chi si interessa dei nostri problemi, delle nostre gioie e dolori anche economici (perché si può essere eleganti solo con la pancia piena, a pancia vuota si è miseri), è distaccato dalla realtà di vivere ogni giorno le nostre reali problematiche.

Non voglio con ciò dire che vi sia un qualsivoglia fattore di colpa, perché sono convinto che tutti vorrebbero il meglio, ma certamente molte delle azioni portate avanti dal Collegio negli ultimi anni non hanno sortito effetti che si possano dire positivi se non, forse, su piccole questioni.

Mi piacerebbe vedere un Collegio che opera ai fini di creare una nuova figura della Guida Alpina, consona a ciò che oggi viene a essa richiesto. Una Guida Alpina che torni a essere “Signore delle montagne” e non più un accompagnatore a pagamento.

Stefano Michelazzi sulla via Rossi alla parete ovest della Croda di Re Laurino
Croda di Re Laurino, parete ovest, via Rossi, S. Michelazzi

 

Personalmente non mi sento una Escort (e non nel senso della vecchia utilitaria della Ford…), ma fatico a farlo capire specialmente ai clienti italiani, i quali culturalmente, malgrado il nostro Paese sia formato per l’80% del suo territorio da montagne, in questo senso sono totalmente da formare.

La vecchia figura della Guida Alpina con cappellaccio e pipa ce la ricordiamo tutti, credo, ed è ormai un ricordo del passato, ma la figura attuale della Guida super-tecnologica che stenta però a far apprezzare l’uscita in ambiente al proprio cliente è un opposto che sta creando diversi danni, primo fra tutti, come detto, una falsa figura professionale che in questo modo viene aggredita ogni giorno da chi tenta di smembrarla per proprio tornaconto. Prova ne sia (oltre a molti altri esempi possibili) l’ultimo emendamento alla legge turistica del Trentino che ammette albergatori e loro inviati a condurre escursioni, novità che ha allarmato anche la stampa straniera…

“Meglio un uovo oggi che una gallina domani” è un proverbio che il contadino non ha mai apprezzato, lui cura le sue galline affinché le uova domani siano di più e ancora più buone oltre che avere galline sane da mangiare!

Una nuova figura capace di fondere esperienze antiche e moderne, con un occhio di riguardo all’ambiente (uno in più, visto che assieme a diversi colleghi spesso ci si è trovati a far pulizie in montagna, ma non basta…!), che sia capace di promuoversi non solo in senso commerciale ma anche formativo e che diventi di nuovo il riferimento sui monti: è ciò cui mi piacerebbe si arrivasse.

Per gradi, senza denigrare ciò che è stato fatto e si fa, ma anche senza ipocrisie, prendendo il buono di uno e dell’altro e facendosi sentire anche e soprattutto a livello mediatico, considerato che è la forma di comunicazione attualmente con più possibilità di raggiungimento dei traguardi.

E cosa comunicare? Ciò che le Guide decidono e non più quello che i Collegi decidono, creando una rete di comunicazione che dia possibilità a tutti di esprimersi e di collaborare!

Demandare il nostro futuro agli altri può essere comodo ma non certo una soluzione. Non siamo in tanti, anzi direi quattro gatti, perciò comunicare fra noi non è così impossibile.
Giungo alla mia candidatura dopo un anno intero a valutare pro e contro, e dopo che molti colleghi in diversi modi mi hanno spronato a farlo.

Non posso promettere a nessuno che ciò che ho scritto potrà essere realizzato, né ipotizzo che sarà una passeggiata, ma non provarci sarebbe come mollare prima del tempo.

Spero che condividerai questi miei progetti.

http://www.stefanomichelazzi.eu/index.html

Alessandro Gogna, Stefano Michelazzi, Silvia Eterni, Ivo Rabanser
A. Gogna, Stefano Michelazzi, Silvia Eterni, Ivo Rabanser sotto San Paolo di Arco.

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Goccia d’Acqua (in tutti i sensi…)

  Goccia d’Acqua (in tutti i sensi…)
di Stefano Michelazzi (parete nord del Dito di Dio)

Questo mese di luglio del 2010 si è presentato in forma africana, il caldo afoso è opprimente.
Da maggio le giornate lavorative si susseguono senza sosta e sebbene ami il mio lavoro di guida alpina, bramo di ritagliarmi un piccolo spazio per realizzare qualcosa di mio, dedicare almeno un minimo del mio tempo alla salita di qualche via nuova o di qualcuna storica e poco conosciuta, l’alpinismo esplorativo nelle sue diverse forme è l’attività che più mi affascina.
L’occasione, come sempre, si presenta all’ultimo momento, salta una prenotazione e mi ritrovo “disoccupato” per un’intera giornata.

Dito di Dio, parete nord, via Comici
Michelazzi-Dito-dito nord traccCon Massimo Esposito siamo d’accordo che quando si presenta l’occasione lo chiamo al volo e se si trova in zona Dolomiti organizziamo l’uscita, perciò lo contatto e ci accordiamo per ritrovarci il giorno dopo a Misurina.

Il mattino passa accompagnando un gruppetto su di una via ferrata e nel primo pomeriggio imbocco l’Auto-Brennero in direzione nord.
L’idea è quella di andare in Sorapiss a provare la ripetizione di una via a firma Emilio Comici del quale poco si sa e che quindi stuzzica le nostre fantasie.

D’altra parte da buoni triestini il mito di Comici, nostro illustre concittadino, ci ha sempre accompagnato durante le salite dolomitiche e riscoprire una sua salita, coperta un po’ da un alone di mistero, è una chicca troppo gustosa per non riprometterci di assaggiarla.

Incontro Massimo al parcheggio del Col de Varda, con lui anche Giovanna Moltoni che quest’anno fa parte ormai integrante della cordata.
Prepariamo il materiale e dopo un breve trasferimento motorizzato fino al passo Tre Croci ci incamminiamo lungo il panoramico sentiero che ci condurrà al Rifugio Vandelli.

Il ritmo è sostenuto, ma le chiacchiere che l’accompagnano, miste di racconti alpinistici e vari aneddoti che non mancano mai, non ci permettono neanche di accorgerci che meno di un’ora dopo, siamo davanti ai tavoli del rifugio.

Da qui il Dito di Dio, la parete che domani vogliamo salire, appare imponentissima, quasi un gigante a guardia delle montagne che lo circondano e lo sguardo rimane estasiato.

Nel primo pomeriggio è piovuto un bel po’. Le pareti tutt’intorno sono striate d’acqua, ma il sole caldissimo che a quest’ora di sera illumina ancora l’ambiente ci fa ben sperare per l’indomani, tanto più che la meteo prevede una giornata ancora migliore, anche se il pericolo di temporali, seppur minore, permane.

Seduti sui tavolacci esterni al rifugio sorseggiamo una birra rimirando le pareti che ci circondano, pareti ricche di storia.

Sarà l’ambiente più selvaggio rispetto alle oramai completamente addomesticate Tre Cime che ci guardano di fronte, sarà forse la caratteristica della roccia, che qui obbliga a un’arrampicata molto tecnica, certo è che da queste parti sono pochi gli scalatori che si fanno vivi.

E pensare che proprio qui nel 1929 Emilio Comici tracciò la prima salita italiana di VI. La osserviamo, la Sorella di Mezzo, la parete che accoglie quella salita e ci ripromettiamo di tornare a salirla, visto che anche noi non siamo stati assidui frequentatori del posto.

Sulla via Comici alla parete nord del Dito di Dio (primo terzo di parete)Michelazzi-Dito-nel primo terzo della pareteLa sera passa in allegria condita dal buon cibo che i simpatici gestori del rifugio ci preparano.
Per gestire un rifugio come questo, in una zona alpinisticamente poco frequentata, dove le sere passano spesso senza alcun ospite, bisogna essere veramente innamorati di questi luoghi e l’amore di queste persone per le loro montagne si vede nel trattamento dei loro ospiti.

Il mattino la sveglia ci chiama alle sei, ma siamo già tutti e tre svegli da un po’. La luce del sole mi ha salutato già mezz’ora prima ed all’ora della sveglia sono già pronto alla partenza.

Dalla finestra della stanza dò un’occhiata alle montagne e l’isolamento e la bellezza di questi luoghi mi danno l’impressione quasi di vivere in un’altra epoca, quando la montagna dovevi sudartela e non arrivavi certo a due passi dalla Cima Ovest con l’automobile.

Stefano Michelazzi nel camino ghiacciato (via Comici alla parete nord del Dito di Dio)
Michelazzi-Dito-nei camini ghiacciatiUna veloce colazione e si parte. Passiamo davanti al laghetto di Sorapiss, famoso per il colore verde smeraldo delle sue acque. Il sole illumina la montagna e l’aria è calda. Ci fermiamo un po’ ad ammirare e fotografare questa pozza dal colore incredibile che riflette nelle sue acque l’immagine rovesciata della “nostra” parete. E’ veramente affascinante, quasi ipnotica, la sensazione che si ha ad osservare la “fotografia” a grandezza naturale che ci propone la natura. Le nostre per quanto belle non potranno mai eguagliare la perfezione di quest’immagine.

La luce ormai brillante del giorno ci accompagna lungo il sentiero che risale i ghiaioni. Penso a tutti quei turisti che tra qualche ora affolleranno i luoghi più accessibili e famosi di queste nostre montagne, accompagnati dal rumore dei motori delle loro vetture, dai clacson nervosi che chiedono strada se solo rallenti un attimo, portando qui su quell’innaturale ansia che contraddistingue questo secolo e il conseguente stress della città.

Potranno mai queste persone osservare e godere della bellezza della montagna che si risveglia? Avranno mai occasione di essere parte di questi momenti magici e di sentire le sensazioni che ne derivano? Anche soltanto aver la possibilità di odorare i profumi del bosco che si risveglia?

Nella foga del consumare tutto e subito in questa moda di vedere, fotografare, scappare, quasi una sorta di Fast-food turistico non sanno che perdono la parte più bella, non sanno che le ferie serviranno a ben poco se non a lasciarli con una sensazione di “obiettivo non raggiunto”, che il loro stress continunerà ad accumularsi rendendoli grigi e la prossima estate, li vedrà ancora ammassati come formiche impazzite a invadere questi luoghi come “Conquistadores” invece di visitatori discreti e rispettosi, con la lattina di Coca mollata sul sentiero anche se l’hai portata piena e pesante e riportarla indietro non costa alcuna fatica.

Mi capita spesso di raccogliere i rifiuti abbandonati in giro e riportarli a valle, è fastidioso, a dir poco, dover correggere gli errori di chi, maleducato, concorre alla distruzione dell’ambiente ma lo faccio volentieri per difendere queste rocce ed i suoi abitanti che sono indifesi davanti all’arroganza di molti umani.

Ora il ghiaione diventa un po’ più ripido e fa da piede alla parete. Qui l’incedere diventa un po’ più faticoso ma neanche troppo e in breve siamo all’attacco della via. Alzo il naso all’insù e scruto verso la fessura che da la direttiva di salita, cerco di capire quali siano i punti deboli, quali “sorprese” potrebbe riservare. E’ una linea ideale, dritta, perfetta.

Scambiamo due parole tutti e tre assieme nel mentre ci prepariamo, indossando le nostre “divise” da moderni gladiatori.

Massimo Esposito e Giovanna Moltoni sulla “frana” (via Comici alla parete nord del Dito di Dio)
Michelazzi-Dito-sulla franaCome sempre la concentrazione in questi momenti sale, le poche parole scambiate sono paraventi alla inarrestabile agitazione che si rivela negli attimi precedenti l’attacco. Un’agitazione benevola, che ti permette di ristabilire l’equilibrio e prendere coscienza con quello che hai davanti, che hai letto e studiato sulla carta e che ora si sta materializzando. Ognuno col proprio pensiero, con i propri dubbi, ognuno a volerli condividere almeno in parte con i compagni di cordata che nelle prossime ore saranno il tuo unico ed esclusivo universo.

I primi metri di zoccolo sono facili e permettono di prendere confidenza con la roccia, ma subito dopo la parete s’impenna e le difficoltà hanno inizio. Salgo attento e delicato lungo la fessura, un vecchio chiodo d’epoca, probabilmente risalente alla prima salita, mi rimane letteralmente in mano, esce semplicemente tirando verso l’esterno.

In occasioni come questa ti viene istintivo, quasi, ripensare a chi per primo seppe vedere in una roccia, una linea immaginaria ma allo stesso tempo concreta, qualcosa di indefinito ed indefinibile, misto tra arte e sport che oggi, a distanza di molti anni, mantiene ancora intatto il suo fascino.

Guardo il vecchio chiodo e penso: “Bene, sarà il souvenir che riporterò da questa avventura. Non il solito soprammobile in vendita nei vari bazar, ma qualcosa di vero e vissuto.”.

I passaggi si susseguono impegnativi, procedo attento ma continuo e questo fa sì che l’andatura alla fine risulti comunque veloce, ma la concentrazione deve rimanere alta. La chiodatura è vecchissima, molto poco affidabile, a causa delle rarissime ripetizioni e rende poco sicura l’arrampicata. Per nostra fortuna oggi siamo avvantaggiati dai friend e dai dadi che permettono di proteggersi bene.

Quanta audacia e passione spingevano questi pionieri delle Crode. I chiodi all’epoca erano molto pesanti e le loro forme non sempre assicuravano che si potessero conficcare, senza parlare poi dei pesantissimi moschettoni e delle corde di canapa che venivano legate alla vita e che in caso di volo erano più spesso causa di gravi traumi o di morte, piuttosto che ancore di salvezza.

Massimo e Giovanna, che mi seguono arrampicando anche loro con attenzione, concordano pienamente su questi miei pensieri che esterno durante la breve sosta che ci vede appesi come salami al centro di questa imponente muraglia.

Supero la prima parte di fessura esposta in piena parete e un comodo terrazzo ci permette di tirare un po’ il fiato. Entriamo da qui in una serie di camini, continuazione naturale della fessura stessa, dove la difficoltà dovrebbe un po’ cedere, lasciando spazio a una concentrazione meno intensa ma in realtà, seppur le difficoltà diventino meno continue e la roccia migliori, il tipo di terreno obbliga lo stesso a un’attenzione elevata. I camini, pur essendo a luglio e in una stagione particolarmente calda, conservano ancora candeloni ghiacciati al loro interno e gli sbuffi di aria gelida fanno venire la pelle d’oca.

Massimo Esposito e Giovanna Moltoni nei diedri finali dopo il temporale
Michelazzi-Dito-nei diedri finali dopo la tempestaMassimo mi incita ad arrampicare veloce, ove possibile, perché la permanenza in sosta sembra più quella di due pinguini in un iceberg che quella di due alpinisti sulle Dolomiti in estate. D’altra parte se il ghiaccio persiste all’interno di questi budelli, la temperatura non è certo elevata.

Grazie al tipo di roccia meno delicata che sulla fessura, l’arrampicata può un po’ accelerare ed alla fine di questo corridoio roccioso, arrivo a una cengetta abbastanza solare, sempre che, data l’esposizione a nord, questo termine si possa usare, e richiamo i miei compagni che finalmente possono un po’ scaldarsi arrampicando.

Da qui il camino procede aperto e asciutto, la roccia è invitante e quindi parto abbastanza zelante nella successiva lunghezza, usando più cautela soltanto per un grosso masso che ci sovrasta e sembra una ghigliottina pronta a “farci la festa” .

Un piccolo friend si inserisce perfettamente in una fessurina alla mia destra, vi passo la corda e questo mi permette di spostarla lontano dal masso di modo che non lo tocchi accidentalmente durante la mia salita e faccia una frittata dei miei compagni. Dico a Massimo di farlo volare di sotto quando loro passeranno, di modo da ripulire il camino per i futuri salitori e riparto. Supero la zona dove il camino curva leggermente impedendo da sotto una visuale del suo andamento e a questo punto la prima sorpresa della giornata…

Il masso sospeso sulle nostre teste, che sembrava un fenomeno isolato, come spesso può accadere, risulta invece essere il “totem” di una grande recente frana che si è staccata dagli strapiombi incombenti su di noi e la roccia che già faceva presagire un’arrampicata divertente diventa friabilissima.

Stefano Michelazzi sul passo chiave
OLYMPUS DIGITAL CAMERASarà più o meno un’ora e mezza il tempo che impiegherò per superare questi 40 metri senza poter smuovere neanche un sassolino pur arrampicando su pilastri instabili e, per trovare il sistema di assicurare passo-passo la corda, nel modo migliore, affinchè rimanga alta e non vada a smuovere qualche masso col suo sfregamento.

I miei compagni, pur ben assicurati da me e con la corda al sicuro grazie agli stratagemmi che ho adottato, ci impiegheranno una quarantina di minuti. Sarà una lunghezza di quelle che non ti scordi di sicuro.

Le placche successive sono facili e di roccia buona e questo permette di raggiungere la grande cengia a ¾ della parete senza intoppi ulteriori. Qui finalmente il sole ci riscalda davvero: mentre recupero i miei compagni me la godo!

Mentre chiacchieriamo rilassandoci un po’ al sole, dopo l’avventura fuori programma sulla frana, sentiamo in lontananza il fragore del tuono, segno che non molto distante si sta scatenando il temporale, ma qui tutto sembra tranquillo e sereno. In ogni caso meglio ripartire subito per portarci più in alto possibile visto che oramai manca un centinaio di metri soltanto alla cima.

Aggiro il pilastro che ci separa da un invitante camino sulla nostra destra che indirizza verso le fessure finali. Le scarpe si riempiono di neve fradicia per superare un nevaietto che ne ostacola l’accesso e i prossimi 50 metri saranno all’insegna della bestemmia… Mentre salgo mi rendo conto che il tempo sta cambiando rapidamente e Massimo me ne dà conferma, incitandomi a far veloce.

Raggiungo un terrazzo, piccolo ma abbastanza comodo alla fine del camino, proprio dove questo muore lasciando spazio alle fessure che superano la strapiombante parete finale. Rinforzo l’unico chiodo di sosta esistente con un ottimo “friend” e recupero i miei compagni che salgono il più veloce possibile per riunirci in sosta prima che si scateni l’ormai inevitabile temporale.

Il cielo in pochi minuti ha assunto una colorazione plumbea e le prime gocciolone stanno già scendendo. Passa qualche minuto durante il quale tentiamo di valutare come ripararci: ma già siamo sotto la doccia.

Pur avendo trovato un paio di chiodi lungo il caminone, la descrizione della guida non combacia coll’ultimo tiro e nell’attesa della pausa forzata cerchiamo di capire dove siamo finiti, anche se la fessura sovrastante arriva sicuramente in vetta e quindi appena possibile decidiamo di proseguire su di là.

Gli strapiombi sovrastanti riescono in parte a ripararci ma non coprono abbastanza il terrazzo dove stiamo per permettere a tutti e tre di restare asciutti, per cui decido che la cosa migliore da fare è aggredire la fessura, anche se bagnata, e proseguire cercando riparo in qualche allargamento della fessura stessa che mi pare di intuire più in alto. Nel peggiore dei casi, se non trovassi dove ripararmi, almeno non sarò stato colle mani in mano, e poi nel malaugurato caso che ci toccasse di bivaccare sarebbe più comodo per tutti, almeno i miei compagni potrebbero sedersi.

Dopo i primi metri esposti allo stillicidio e perciò ormai fradici, la fessura si incassa abbastanza da rimanere asciutta e quindi mi permette di progredire più tranquillo. Una trentina di metri più su trovo la piccola nicchia che mi era parso d’intuire e mi ci spiaccico dentro forzando un po’. Chiamo i miei compagni per assicurarmi delle loro condizioni e loro mi rassicurano. Grazie agli strapiombi se ne stanno all’asciutto, giusto qualche schizzo riesce a raggiungerli ma niente di fastidioso.

Appeso ad un buon friend che ho infilato in una fessura di roccia perfetta me ne rimango abbastanza comodo in quel buco, tra l’appeso e l’incastrato. Di fronte a me il temporale si sta scatenando, le nuvole nerissime corrono veloci trasportate dal vento che a questo punto è diventato abbastanza forte e i fulmini saettano tra le cime, creando disegni di luce affascinanti e inquietanti allo stesso tempo.

In vetta al Dito di Dio: Giovanna Moltoni, Stefano Michelazzi e (seduto) Massimo Esposito
Michelazzi-Dito-foto di vetta

Ripenso al racconto della salita che Sandro del Torso, uno dei tre primi salitori, fa nel libro Alpinismo Eroico. Loro furono costretti a un bivacco proprio a causa del temporale e più o meno dove siamo noi ora, anzi…proprio qui! Mi rendo conto che di fronte a me si diparte una cengetta in parte discendente che somiglia moltissimo a quella che ricordo nella descrizione. Tolgo di tasca il foglietto della relazione e analizzando bene le parole capisco che la salita originale passava a sinistra del pilastro sottostante mentre noi abbiamo imboccato il camino di destra, ma che tutti e due portano alle stesse fessure e sono collegati proprio da questa cengetta che attraversa la sommità del pilastro. Quindi abbiamo imboccato una variante che qualcun altro prima di noi, probabilmente anche lui sbagliando, aveva tracciato. Comunico la cosa ai miei compagni e ora non resta che attendere e sperare che la pioggia duri poco.

Una mezz’oretta appena e la luce comincia a cambiare. Il sole timidamente ricomincia ad apparire e io esco dalla scomoda nicchia per progredire ancora alla ricerca di un buon posto di sosta. Trenta metri ancora e riesco a piazzare una buona sosta, anche abbastanza comoda. Quattro parole con i compagni che si lamentano un po’ del freddo e riparto. So che poco prima dell’uscita dovrebbe esserci un passaggio che obbligò Comici a piazzare un chiodo e a issarcisi su. Come sarà il passaggio? E soprattutto in quali condizioni troverò quell’unico chiodo?

Intanto le difficoltà non accennano a diminuire anche se la roccia in questa parte della salita è veramente bella.Salto una vecchia sosta che mi lascia un altro chiodo come souvenir e proseguo verso questo passaggio “misterioso”, tanto con le corde moderne lunghe 60 metri l’autonomia è notevole e posso permettermi di cercare i posti migliori per sostare. Ancora qualche metro e lo strapiombo che segna l’ultimo ostacolo mi si para davanti.

Vedo il chiodo sull’orlo dello strapiombo e da qui sembra ancora buono. Analizzo la roccia alla ricerca del modo migliore di passare: a sinistra la placca è solidissima ma con appigli piccoli e abbastanza bagnata dalla pioggia, a destra la fessura forma una piccola nicchia fradicia che non dà alcuna possibilità di essere risalita. Spero in quel chiodo, il quale, mal che vada, mi permetterà di issarmici su e arrivare in cima, anche perché non vedo altre possibilità di piantarne un altro nello stesso posto.

Trovo una buona fessura per piazzare un piccolo friend che un po’ mi rassicura e comincio a salire lo strapiombo. Alzo la mano per testare il chiodo e… balla! Tiro ancora un po’ ed un altro souvenir oggi verrà a casa con me!

Ora devo salire senza la protezione e senza possibilità di tirare il chiodo in caso di necessità. Devo farcela. Scendo di qualche metro in posizione più comoda e osservo ancora la roccia, analizzo ogni centimetro della placca che è l’unica possibilità di salita e lentamente risalgo. I movimenti studiati “a tavolino” mi portano lentamente sempre più su e la roccia pur bagnata non risulta molto scivolosa. Una screziatura della roccia compatta proprio oltre il bordo dello strapiombo mi fa sperare bene… Mi alzo con prudenza, mi allungo bene e tasto con le dita…

Fatta! Le dita hanno appigliato una presa netta che mi ha permesso di alzare bene i piedi e di issarmi fin oltre il rigonfiamento. Lancio un grido di vittoria e di sfogo e pochi metri dopo sono in cima a salutare il sole che nel frattempo ha ripreso possesso del cielo blu.

Bergheil! L’usuale saluto degli alpinisti del nord-est è d’obbligo e oggi anche di più. Appena un paio di foto, una veloce merenda fornita da Giovanna che come sempre ha pensato a tutti e ce la filiamo veloci, visto che oggi non è ancora finita. Le correnti d’aria hanno girato e il temporale stà tornando indietro…

Non conosciamo la discesa che nella descrizione della guida risulta piuttosto nebulosa e anche le informazioni che abbiamo raccolto in zona sono abbastanza generiche. Sappiamo soltanto che da qualche parte esiste un vecchio ancoraggio per scendere una “corda doppia”, e intanto i tuoni insistono.

Facciamo appena in tempo a individuare i due vecchi chiodi collegati da alcuni cordini, che ormai fanno parte dell’ambiente per quanto sono vecchi, e a discendere questi 50 metri che ci depositano nel circo glaciale sottostante, quando le nuvole ci assorbono e tutto diventa lattiginoso. Nei rari sprazzi di visuale dati dalle nuvole che si rincorrono riusciamo a individuare una forcella al di là del circo. Ci dirigiamo là, intanto la pioggia è ricominciata e stavolta niente riparo…

La discesa non è cosa facile, bisogna individuare dove più o meno passa la via normale che vista la scarsissima frequentazione di queste pareti non è certo segnalata, ma i tanti anni di frequentazione di questi monti ci hanno insegnato molto e un po’ io, un po’ Massimo in poco tempo, malgrado la nebbia, riusciamo a trovare i passaggi più facili e a scendere dalla parete. La pioggia ci accompagnerà fino al rifugio, ma ormai si tratta solo di “passeggiare” e anche un po’ d’acqua non può più disturbare.

Dito di Dio – parete nord
Prima ascensione: Emilio Comici, Sandro del Torso, Piero Mazzorana, 8/9 settembre 1936