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Alpinismo invernale 2

Alpinismo invernale 2 (2-2)

Soltanto nel 1881 e 1882 iniziò l’esplorazione invernale delle vette dolomitiche. Queste in presenza di neve mutano profondamente il loro aspetto, quindi incutevano ancora più soggezione dei colossi occidentali dove, al contrario, neve e ghiaccio sono presenti anche d’estate. A sottolineare che la spinta alla conquista veniva soprattutto da ovest basta dire che il Cervino fu salito nel 1882 da Vittorio Sella con i Carrel, mentre la Cima Grande di Lavaredo (1892), le Tofane (1893) e il Cimon della Pala (1895) vennero assai dopo. In ogni caso per la fine del secolo si poteva considerare concluso il primo periodo, quello della conquista delle vette. Era il momento di qualcosa di nuovo, di qualcosa che avrebbe trasformato completamente il concetto di salita invernale: lo scialpinismo.

Mentre i Sella compivano la traversata del Monte Bianco (con ciò affrontando per primi l’idea di salire una montagna d’inverno per un itinerario diverso dalla via normale), nel 1893 nasceva a Glarona il primo Ski Club, i cui aderenti si spinsero sulle cime con gli sci ai piedi: William Paulcke fu tra i primi in questa attività. Il maggiore esponente dello scialpinismo fu lo svizzero Marcel Kurz, l’attività esplorativa del quale fu eccezionale. Ma soprattutto il suo libro, L’alpinismo invernale, indicò la strada ad una moltitudine che conquistò praticamente tutte le cime minori delle Alpi e riconquistò quelle maggiori con una tecnica differente. Ciò che appariva chiaro era che l’alpinismo invernale non era più disciplina per pochi pazzi: utilizzando un mezzo veloce come lo sci anche i molti potevano apprezzare le caratteristiche buone dell’inverno, e cioè il fascino della solitudine, il tepore del sole sulla neve, evitando la fatica bestiale dello sprofondare nella neve. Il dopo Kurz fu segnato da un arresto della spinta esplorativa dello scialpinismo: la strada era aperta, ora si privilegiava la salita agli itinerari più remunerativi dal punto di vista del divertimento e soprattutto della bella discesa. Occorre attendere l’inizio dello sci estremo, e quindi Sylvain Saudan (12 giugno 1968, discesa con gli sci del Couloir Whymper all’Aiguille Verte), per registrare un’ulteriore spinta evolutiva.

Marcel Kurz
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La «più difficile vetta delle Alpi», il Grépon delle Aiguilles de Chamonix fu salita nel 1922, mentre Giusto Gervasutti salì da solo il Cervino il giorno di Natale del 1936. Queste sono le più grandi imprese del periodo tra le due guerre, a parte l’eccezione della parete nord della Cima Grande di Lavaredo. In quel periodo, l’epoca d’oro del sesto grado, gli alpinisti erano tesi al superamento del sempre più difficile, fino al sesto grado superiore. Anche sulle Alpi Occidentali, i tentativi di salire i tre ultimi problemi delle Alpi (Nord dell’Eiger, Nord del Cervino e Nord delle Grandes Jorasses) avevano assorbito tutte le attenzioni.

Ma la cosa più incredibile (almeno in prima osservazione) fu che, nell’evoluzione dell’alpinismo invernale, si saltarono a piè pari tutte le grandi pareti di IV e V grado e si passò direttamente al superamento del sesto grado sulla Nord della Grande di Lavaredo: ma questo ha un senso logico, se si pensa che sulla pendenza classica da IV o V grado d’inverno la neve si ferma e muta radicalmente le difficoltà di superamento; sul sesto grado invece è più facile, data la più netta verticalità, trovare assenza di neve e di ghiaccio. E questo spiega anche come l’ultima salita di sesto grado ad essere salita d’inverno fu la parete nord-est del Pizzo Badile, una levigata placca di granito tutt’altro che verticale e quindi ammantata totalmente di neve e ghiaccio ripidissimo.

Fritz Kasparek (che nello stesso anno vincerà la parete nord dell’Eiger) e Sepp Brunhuber il 20 e 21 marzo 1938 salirono la via Comici-Dimai alla parete nord della Cima Grande di Lavaredo, un itinerario aperto solo cinque anni prima! Così, alla vigilia del secondo conflitto mondiale, si aprivano le porte alla conquista invernale di tutte le pareti. Infatti, negli anni ’50 gli alpinisti delle nuove generazioni diedero all’alpinismo invernale una nuova dimensione, elevandolo alla pari di quello estivo in dignità per il maggiore impegno tecnico richiesto. Accanto all’avventura integrale, salire le pareti d’inverno volle dire campo di ricerca per nuovi materiali ed attrezzature. Corde di nylon, indumenti imbottiti di piumino, cibi concentrati o liofilizzati significarono poter affrontare i rigori del freddo e un numero di bivacchi sempre maggiore con relativa tranquillità. La salita invernale divenne la tipica impresa in cui la programmazione doveva essere assai accurata, senza che nulla fosse lasciato al caso; divenne anche banco di prova per le conquiste extraeuropee alle montagne di ottomila metri.

Nel 1950 l’austriaco Hermann Buhl realizzò assieme a Kuno Rainer la prima invernale su una delle più difficili vie delle Dolomiti, la Soldà alla parete sud-ovest della Marmolada, con caratteristiche ben diverse dal muro verticale della Grande di Lavaredo: sulla Soldà regnavano i camini e i diedri, d’inverno intasati di neve e di ghiaccio traslucido.

La prima grande impresa sulle Alpi Occidentali è del 1957, anno in cui i fortissimi Jean Couzy e René Desmaison vincono la parete ovest del Petit Dru lungo la via Magnone. Nel 1961 è la volta della mitica parete nord dell’Eiger, grazie a Toni Kinshofer, Anderl Mannhardt, Walter Almberger e Toni Hiebeler. Nel 1963 in sei giorni Walter Bonatti e Cosimo Zappelli salgono la via Cassin alla parete nord delle Grandes Jorasses, in puro stile alpino, senza preparazione precedente, senza corde fisse e in condizioni ambientali durissime.

Il versante nord-ovest del gruppo del Civetta in versione invernale
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Nell’inverno 1965 lo stesso Bonatti apre da solo e d’inverno un nuovo itinerario sulla parete nord del Cervino: un’impresa veramente epica. Nelle Dolomiti il grande problema era rappresentato dalla via Solleder alla parete nord-ovest del Monte Civetta: sempre nel 1963 lo risolvono brillantemente Ignazio Piussi, Giorgio Redaelli e Toni Hiebeler.

Nel 1966 e 1967/68 è infine la volta della Direttissima dell’Eiger e della parete nord-est del Pizzo Badile. Con ciò non è scritta la parola fine all’esplorazione invernale delle pareti alpine, ma molto ci si è avvicinati.

All’inizio degli anni ’80 si è verificata un’inversione della tendenza climatica. Si sono avuti inverni freddi ma assai poco nevosi. Oggi si hanno inverni che sono più regolari rispetto ad un tempo per ciò che riguarda la quantità totale di neve caduta ma che sono in media più caldi. Ciò, oltre ad influenzare l’andamento dei ghiacciai, ha cambiato anche le tendenze alpinistiche. Le invernali non sono più di moda. Molti salgono cascate di ghiaccio difficilissime, molti altri si avventurano d’inverno su pareti altrettanto difficili ma tendenzialmente esposte al sole. Pochi ripercorrono gli itinerari delle più classiche invernali di un tempo, considerandoli giustamente «acquisiti»: e ancora è troppo presto per pensare che i grandi itinerari invernali siano alla portata di tutti! Però, la precisione delle odierne previsioni del tempo su dati da satellite, l’affidabilità del vestiario, l’evoluzione del materiale e del cibo necessari sono oggi ad un punto tale che possiamo dirci ad un passo dalla maggiore popolarità dell’alpinismo invernale. Favorita anche dalle mutazioni climatiche del nuovo secolo, che per alcuni itinerari costringono a una salita primaverile, se non proprio invernale.

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Storia dell’arrampicata romana – 4

Storia dell’arrampicata romana – 4 (4-4)
di Luca Bevilacqua
(già pubblicato nel 2010 da climbing pills)

Capitolo 14
Primi di ottobre 1985. La scoperta della libertà.
Non è facile da descrivere. Ti arriva addosso come una tempesta, la libertà. Oppure come un vento leggero, quasi impercettibile. La scopri all’alba. Oppure in piena notte. Una bella notte scura di ottobre, col cielo limpido e tante stelle, mentre nel buio ascoltiamo i Level 42.
La macchina di Andrea risale le curve di una strada vicino Finale Ligure, dopo un ricco piatto di trenette al pesto in trattoria ce ne torniamo alla nostra locanda, ai nostri sacchi a pelo. Accanto ad Andrea, che guida costantemente con una sola mano sul volante, c’è Laleh. Dietro, messi un po’ stretti, io e i due Roberti. Prima di dormire ripensiamo alla giornata di oggi, parliamo ancora un po’ di vie e di passaggi, e già sogniamo, mentre gli occhi si stanno per chiudere, l’indomani.
Ma facciamo un piccolo passo indietro. Una settimana prima.
“Papà, volevo dirti che tra qualche giorno parto. Vado ad arrampicare in Francia con degli amici. In un posto in Provenza che si chiama Gole del Verdon. E’ un posto molto famoso, bellissimo…”.

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“No Luca, non sono d’accordo. Ma cos’è ora questa storia? Ma come ti è venuto in mente? Siamo a settembre, le vacanze sono finite. E mi sembra che quest’anno ne hai fatte abbastanza. Tra non molto partiranno i corsi all’università. Forse è il caso che cominci a entrare nell’ordine di idee… E poi è autunno, fa freddo. Ma dove vai!”
“Ma papà, proprio perché i corsi iniziano ai primi di novembre… ora non ho niente da fare. Il mio amico Andrea, che è più grande e già ci è stato, mi ha invitato ad andare con lui. Siamo in cinque. C’è anche Medioverme, cioè Roberto, quel ragazzo che è un forte alpinista, e si è iscritto come me a Geologia… E’ un’occasione unica. Si sa che le vacanze dopo la maturità sono le più lunghe in assoluto”.
“Hai diciotto anni, no? Quasi diciannove. Sei maggiorenne, fai come vuoi. Tua madre è d’accordo immagino. Fai come vuoi. Comunque sappi che non hai il mio assenso”.
Ah, sai che m’importa se non è d’accordo. Ma come potrebbe capire questa cosa, del resto? Non l’ha mai vista, lui, una foto del Verdon. Luna bong, Dingomaniaque, Pichenibule, Fenrir, Chrysalis: questi nomi per lui non significano niente. Ma per me sì. Conosco a memoria le foto del libro di Edlinger. Il Verdon è in questo momento, molto semplicemente, il mito. Sta sul gradino più alto nella scala dei miei desideri.
Tutti i miei sogni più astratti e inafferabili, tutte le mie ambizioni, la mia voglia di vivere, convergono simbolicamente nell’arrampicata. E tutta l’arrampicata tende a sintetizzarsi, a trasfigurarsi, in quest’unico punto, quest’unico nome, Verdon. Vedo più erotismo in una scarpetta di Edlinger che gratta su quel calcare magicamente grigio, che in qualsiasi minigonna delle mie coetanee.
Nell’ultimo anno di liceo si sono fatte avanti, con modi diversi, oltre a Valeria, un’arrembante Patrizia, una timida Laura. E io? Niente. Sogno forse un angelo, la donna ideale. Ma intanto guardo le immagini di quelle dita scorticate e fasciate di cerotti, quegli spit messi in fila sopra 300 metri di vuoto. Quell’ubriacatura di placche strapiombanti, di fessure, di gocce.
Io voglio il Verdon. E questa occasione non la perderò.
Partiamo da Roma con la 127 azzurrina di Andrea Dibba. Gomme quasi lisce: poco dopo Genova buchiamo e ne cambiamo una. Quella di scorta è ancora più liscia. Per spezzare il viaggio facciamo tappa a Finale. Andrea saluta alcuni amici. Facciamo una giornata di arrampicata a Monte Cucco, e ripartiamo la mattina dopo.
Arriviamo nel pomeriggio a La Palud. Il campeggio di sotto, quello più bello e “turistico”, è chiuso. E’ aperto soltanto quello sopra, più piccolo. Pieno di arrampicatori di ogni angolo di Europa. Tantissimi spagnoli, che hanno fatto una specie di campo a sé. Ma poi tedeschi, olandesi, inglesi.
Il campeggio è davvero piccolo, le tende stanno l’una accanto all’altra, e il clima è a dir poco umido. I bagni sono in condizioni tali da suscitare qualche vibrante protesta di Laleh nei confronti di Andrea. Io mi sento afferrato da una sorta di energia elettrica, di frenesia, un continuo batticuore, come quando da piccolo vai al Luna Park e stai per salire sulle montagne russe.
“Dai, sbrigatevi a piantà ‘sta tenda – sbotta Andrea – che dopo, visto che c’è luce, vi porto a vedere il Canyon. Domani andiamo a fare una bella cosa per cominciare: Pichenibule“.
L’arrivo alla sommità della Falaise de l’Escalès è davvero impressionante. Si segue una strada che in apparenza è uguale a tante altre strade di campagna. Colline di qua e di là, campi di lavanda, profumo di Provenza. Poi così, all’improvviso, un tornante. “Ecco – dice Andrea – scendiamo qui a dare un’occhiata. Qui siamo sopra Mescalito. Un po’ più avanti, all’altro tornante, ci sono le doppie di Luna Bong… Vedrete mo che roba!”.
Scendiamo dalla macchina e ci avviciniamo al muretto in pietra alternato a robuste doppie sbarre di ferro. Aria fresca sul viso, umidità, un leggero rumore di torrente. E poi lo sguardo che letteralmente vola giù nel vuoto, nel vortice di quei 300 metri di nulla che costeggia la roccia. La parete sembra scomparire sotto di noi. Si fa fatica a seguirla con gli occhi.
Mi sembra impossibile che uno venga in questo posto per arrampicare. L’idea di fare una doppia e calarmi lungo quel muro così ripido, sospeso sopra quel fiumicello esile e azzurrino, mi sembra totalmente insensata: una cosa innaturale, che cozza contro ogni razionale buon senso. Il mio istinto mi dice di tirarmi indietro da quel belvedere. Ho le vertigini, vorrei ripensarci, vorrei non essere qui.
Eppure. Il paradosso. Sono venuto qui per questo. Sono venuto qui per farlo. Per sprofondarmi nella vertigine. Sono qui con il mio imbraco e le mie scarpette, con questi amici, per giocare con quella roccia a strapiombo.
Domani ci caleremo giù, e risaliremo per Pichenibule. Andrea così ha decretato. Ci ha anche rassicurato: tutto 6a, con un paio di brevi tratti di 6c.
“Porca troia, che vuoto!”
Risaliamo svelti in macchina. Cento metri, un altro tornante. Tutti di nuovo fuori ad affacciarsi, a guardare giù verso il fiume, a sentire quel freddo che ti vibra nel corpo. Come in un rito esorcizzante. Siamo sovreccitati. E poi di nuovo in macchina, fino al belvedere più famoso, La Carelle, dove c’è la mitica Papy on sight, il 7c+ liberato da Jerry Moffatt…
Improvvisamente Andrea si volta verso di me. “Luca, dov’è la scatola con le cassette?!”
Le cassette musicali. Le cassette che Andrea s’è registrato una per una, con i suoi gruppi preferiti, con i Level 42 e Jackson Brown, il rock e il blues, ecc. Su ogni cassetta c’è il titolo dell’album, e all’interno tutti i titoli dei brani. Si vede che alle sue cassette Andrea ci tiene molto. Le tiene così, belle ordinate, in una grande scatola da scarpe che sta in macchina. Cioè. Dovrebbe stare in macchina. Ma ora dov’è?
“Cazzo Andrea… Avevo la scatola qui sulle mie ginocchia. Quando siamo arrivati al primo belvedere siamo saltati giù, e credo di aver appoggiato la scatola sul tetto della macchina. Poi siamo ripartiti così in fretta…”.
Altro che brividi. Adesso ho il sangue congelato, di paura e di vergogna. Andrea non dice nulla. Mi guarda dritto negli occhi con un’espressione di ghiaccio. Neanche gli altri osano dire nulla. Risaliamo in macchina e torniamo indietro al primo tornante. Il panico. Le cassette sparse per tutta la strada, aperte, mezze rotte, insomma un gran casino. Un paio non si trovano più…
Questa non so se Andrea me l’ha mai perdonata.
Torniamo al campeggio. La sera andiamo al bar, il bar della piazza di La Palud. Si mangia lì. C’è una botola sul pavimento, e dal seminterrato salgono fumi e pietanze calde: uova, carne, patatine fritte.
Il giorno dopo andiamo a fare queste benedette doppie su Pichenibule. La partenza non fa paura. Una placca appoggiata, che però diventa sempre più ripida. Uso il vecchio trucco di chi va in montagna e soffre di vertigini: non guardo il fondo del canyon, dove gli alberi sembrano ridicoli puntini verdi. Arrivo al massimo al terrazzino venti metri sotto. E poi guardo continuamente il discensore. Guardo gli altri: mi sembrano tutti un po’ più tranquilli di me.
Non ci caliamo fino in fondo, ma fino a un “jardin” intermedio. Dovremo fare così solo 5 tiri. Si comincia ad arrampicare, e va tutto bene. Andiamo in obliquo verso sinistra, sul bordo di grandi strapiombi gialli. Qui la ritirata (con le doppie) è impossibile. Bisogna per forza uscire. Il tiro di 6c di Pichenibule tocca al Ciato, che se la cava egregiamente. Da secondi anche io e Roberto saliamo bene (Andrea fa cordata con Laleh).

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Arriviamo sotto la pancia strapiombante del tiro di artificiale (o in alternativa di 7b+!, grado da cui siamo lontani anni luce…). Davvero impressionante. Non riesco quasi a guardarlo per quanto mi incute timore. Mi sorge un profondo rispetto interiore, ancor maggiore di prima, per gente come Edlinger o Berhault che di lì è passata in libera. Noi si era già deciso che saremmo usciti a destra per Ctuluh, fantastico tiro di 6c+ a buchetti, tecnico. Una placca verticale che tocca in sorte al Medio. Non la fa proprio on-sight (ricordo bene?), però va su, il che non è poco, vi assicuro. Un tiro che mette paura anche da secondi: qui siamo quasi in cima, e l’esposizione è davvero incredibile!
Il giorno dopo è la volta di Surveiller et punir, primi due tiri + uscita per Frimes et chatiments. Il che tradotto vuol dire: 6b+, 6c, 6c+ (o AO), 6a+, 5c. Facciamo cordata io e Medio. (Per la cronaca devo ricordare che a quel momento la difficoltà massima che ho salito in libera è 6b; a vista 6a+…).
Stavolta stabiliamo che il tiro di 6b+ lo fa Roberto, mentre il 6c toccherà a me! Sono abbastanza gasato. Su qualche 6c nostrano (La mistica giraffa, Rank Xerox) mi ero più o meno mosso bene. Sul primo tiro, con la corda davanti, salgo senza fare resting. Lascio Medio in sosta e parto così per una placca grigia strapiombante. Mi fa pensare un po’ a Sperlonga, una roba tipo Prondo prondo, però come tiro è molto più lungo, molto più continuo. Due, tre, quattro spit. “Medio blocca!!!”. Provo a riposarmi un po’, ma gli avambracci sono duri duri.
“Robbe’, non ce la faccio. C’è uno spit lontano e sono stanco. Forse è meglio che vai tu…”.
“Non stare a rompere! Dai, riposati e poi vai, che ce la fai benissimo!”.
Ok. Riprovo. Cazzo che viaggio arrivare a quello spit… Vabbé, ‘sto buco è buono, piede lì, questa tacca la tengo, e su, ancora, ancora, dai, uffa! Mi sto stancando. Aspetta. E ora che faccio, torno indietro? No, sono sfinito. Però sono un metro sopra lo spit, ho paura a dire “blocca”. Dai che ce la faccio ad arrivare. Ancora un poco, no, non ce la faccio. Le mani si stanno aprendo, si stanno aprendo.
E poi un urlo tremendo (di chi precipita e sta per morire) echeggia nelle Gorges du Verdon
“AAAAAAHHHHHHHH!”.
Vedo il cielo, e poi un istante dopo vedo il fiume. Sono a testa in giù, la corda mi è passata non so come sotto l’ascella, ustionandomi vicino al tricipite. Però sono vivo! E stranamente mi trovo appeso quasi giusto sopra la testa di Roberto.
“A Robbe’, mortacci tua… Adesso ti sei convinto che è meglio che vai tu?”.
Sorridiamo. “Sei proprio una pippa!” mi fa. Con la pazienza del vecchio alpinista, neanche ventenne però, col Diedro Philipp nel suo curriculum, Medio si fa passare i rinvii e parte. Qualche breve resting e va su, finché non supera il tratto strapiombante e scompare dal mio sguardo. Parto da secondo, ma sono davvero sfinito, così mi appendo. Da sopra mi arrivano delle urla disumane: “Porco***, puoi evitare di appenderti? Fatti un’autosicura e ti blocchi sugli spit!”.
Quando arrivo in sosta capisco tutto. A Sperlonga siamo abituati a dei tiri di massimo 7-8 spit. Ma qui ce n’erano almeno 11-12. Roberto ha finito i rinvii. L’ultimo moschettone lo ha utilizzato per assicurarsi alla sosta, e mi ha fatto sicura a spalla stando a cavalcioni su di un albero che sbuca in mezzo all’oceano di calcare.
Al Medio gli tocca ripartire, e sta già un po’ avanti quando sotto di me vedo arrivare bel bello, ma anche lui un po’ acciaiato, l’altro Roberto…

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Nei pochi giorni seguenti, abbiamo abbassato un po’ il tiro. Anzi no. Andrea ha voluto farsi un giro top-rope su Papy on sight. Commento: “La pinzata fa davvero schifo, però sono riuscito comunque a fare il lancio!”
Anche Medio si farà calare per andare a toccare quella mitica pinzata (dai e dai, diventerà una delle prese più unte del Verdon!). Io mi astengo invece, per una volta, da un gesto che mi sembrerebbe davvero presuntuoso: mettere le mani su un 7c+…
Mi godo il resto della vacanza. La full-immersion in quel popolo di barbari che sono gli arrampicatori del profondo Nord, specie dopo qualche giorno di tenda… Gli spagnoli che si fanno canne in continuazione… I due francesi a cui Andrea e Ciato danno una bella lezione di biliardino (ce n’è uno al bar), riuscendo a batterli nonostante quelli facciano girella e usino fare – eresia! – il passetto!
Insomma. Proprio una bella vacanza. E la convinzione, oramai sperimentata direttamente, che il Verdon è un luogo F-A-N-T-A-S-T-I-C-O.

Capitolo 15
Dialoghi metropolitani (Inverno 1985/86)
Villa Paganini è un parco abbastanza grande di Roma, vicino via Nomentana (e alla più famosa Villa Torlonia).
C’è una piazzetta dove la sera, dopo cena, ci vediamo con qualche amico. Ci facciamo qualche canna in attesa di decidere cosa fare più tardi. Oppure in attesa che passino le guardie…
Gli occhi vanno spesso verso la strada. Ma per fumare entriamo qualche passo più dentro, protetti dall’oscurità. Seduti sulle panchine.

Voci:
“Dai passa ‘sta canna. Ma che l’hai parcheggiata? Nun se move più…”.
“Oh! e ciaraggione, cià! E dalla, no?”.
“State calmini. (pausa) Sto a fuma’”.

“Oh, io ne giro un’altra…”.
“Dai aspetta, finiamo questa. (pausa) Rega’ io sto tramato.”
“Io ancora devo fuma’!”.
Silenzio.

Andrea Di Bari in azione
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“Ma Paolo s’è visto?”.
“Dice che stasera c’è un concerto al Forte” (Forte Prenestino, centro sociale, ndr).
“Oh ma chi di voi sta’ a veni?”.
Silenzio.
“Rega’, io mi sa che v’accanno. Sono già le 11. Domani vado ad arrampicare”.
“Ah, ti pareva, ‘l’uomo-roccia’… Ma pure gli amici tuoi so’ così, tutti ‘uomini-roccia’ siete? Andate a dormi’ presto… Ve svejate presto… Avete i muscoli…”.
“Chissà se ci stanno pure le ‘donne-roccia’…”.
“Vabbé ma voi, che lo state a prende’ per culo, che ne sapete? A me mi pare fica ‘sta cosa della roccia. Anzi una volta mi ci porti, vero Luca? Oh, l’hai promesso… Non domani, però. Domani proprio non ce la faccio ad alzarmi”.
“Ma a che ora partite?”.
“Boh, di solito ci vediamo alle 9 all’Eur”.
“Alle 9 all’Eur? Questo vuole dire sveglia alle 8… Anzi. Fammi pensare. Sveglia pure alle sette e mezzo, no?”.
“E di domenica…”.
“Tessei matto”.
“Se partivate più tardi, tipo 10, 11, venivo pur’io. Almeno a vede’…”.
“No. Alle 11 devi stare giù a Sperlonga. Sennò alle 5 fa buio e non scali un cazzo”.
“Me sarebbe piaciuto vedevve”.
Silenzio.
“Ma famme capi’ una cosa. Tu sei legato alla corda, no? Da vero ‘uomo-roccia’. Però la corda su in cima chi ce l’ha portata?!”.
“Oh, ma tu non hai detto che stavi a fa’ ‘na canna?”.
Silenzio.
“Guarda un po’ quei fari? So le guardie?”.
“No, è ‘er maranga’”.
“Certo! ‘er maranga’… Co’ quella cazzo di Alfa. Ogni volta è ‘na smartita…”.
“Ciao ragazzi io vado…”.
“Vabbé ciao, ‘uomo-roccia’…”.

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Bar sovrastante la fermata metro Eur Marconi. Domenica mattina, ore 9.10.
“Oh, ciao Massimo! come stai?”.
“Scusate ragazzi, ho fatto un po’ tardi…”.
“Ma andiamo con la tua?”.
“E’ regular. E’ diesel… Avete fatto colazione?”.
“Sì sì. Ma Ignazio veniva? L’hai sentito ieri?”.
“Sì, veniva. Gli ho detto alle nove all’Eur”.
“Oh, che palle, sono quasi le nove e un quarto…”.
“Vai, allora scatta la telefonata. Chi ha una piotta?”.
“A ‘sto giro lo accanniamo… Se sta ancora a casa, ce ne andiamo!”.
“Eh certo, vorrei vede’!”.
“Pronto signora… Mi scusi, è in casa Ignazio? Ah, è uscito… E, ehm, mi scusi, ma da quanto è uscito? Da dieci minuti? Ah, va bene, grazie tante”.

Caffé, sigarette, discorsi su qualche passaggio di Ciampino.
Una sagoma sbuca veloce dalle scalette della metro.
“Oh riga’…” (fiatone). “Vi giuro ho perso la metro. M’è passata davanti agli occhi. Ho provato pure a strillare, ma quello gnente! E poi prima so’ dovuto risalire a casa perché m’ero scordato i soldi, e poi so’ dovuto pure anda’ al bagno…”.
“Vabbé dai, abbiamo telefonato a tua madre. Ha detto che eri uscito da poco… Almeno hai preso i soldi?”.
Risate.
“Sì!”.
“Quanto hai?”.
“Cinquemila lire…”.
“In tutto? Ma solo di benzina saranno quattro-cinquemila lire a testa!”.
“Eh no, eh! C’è Massimo che ha il diesel. Quanto verrà per uno col diesel, duemila? tremila?”.
“Dai su, andiamo che sono le nove e mezza!”.
“Oh ma il Dibba ci stava?”.
“Sì sì, è partito. Alle nove so’ partiti. A quest’ora staranno quasi a Terracina…”.
“Dai vabbé, andiamo”.
“Oh, ma tu ce l’hai la corda?…”.
“A Igna’, ma ti vuoi compra’ sta corda?”.
“Quella vecchia l’ho dovuta buttare perché era un canapo. Su Luca, non sta’ a rompe. Dai che oggi vi ho portato il regalino…” (occhi furbi e ammiccanti)
La Ritmo bianca gira attorno al Palazzo dello sport e prende la direzione della via Pontina.

Capitolo 16
Prima che il Grande Spettacolo finisca, prima che le luci si spengano e tutto rientri nel silenzio, vorremmo saper rispondere a una semplice domanda.
Vale qualcosa quel poco, quel tanto, che ho fatto?
Papà ti piace il mio disegno? Mamma guarda come so saltar giù al volo dall’altalena! Signora maestra, è giusto il mio esercizio? Ho fatto errori nel dettato?
Che voto ho preso? Quanto sono stato bravo?
“Luca dimmi una cosa, una cosa soltanto: sono stata almeno qualche volta una buona mamma?”.

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E poi qualche stupido si meraviglia che un altro stupido dia importanza al grado di una via. Che ci si impunti, che si imbamboli, che ci si ostini, anche a giorni o mesi di distanza per capire se tanto sudore, tanta volontà e tante energie così male indirizzate valgano un sei bi o un sei bi più. Un sette, o un otto, o un quattro meno meno.
Sono arrivato alla sufficienza?
Dove posso ritirare la mia pagella?
E così, dopo che sei stato un bambino come tanti. Dopo non aver vinto nessuna medaglia se non quelle “di partecipazione”. Dopo che a scuola ti sei confuso con altri cento che erano un po’ meglio e un po’ peggio di te. Dopo aver visto che al parco, giocando a pallone, non riesci quasi mai a fare gol e spesso ti mettono in porta. Dopo che hai deciso, alla corsa campestre della terza media, di procurarti almeno qualche minuto di gloria, e sei scattato al via come un forsennato, passando in testa al primo dei cinque giri previsti, ma crollando poco dopo in seconda, terza, decima posizione, fingendo platealmente che sia stata una brutta storta a fermarti, quand’era l’affanno infinito, e del tutto calcolato, di due gambe e un cuore senza particolari virtù.

Dopo che ti sei tenuto dentro, così a lungo, tutta l’ambizione e la passione non ricambiata del più banale terreno simbolico di un ragazzino, lo sport, perché mai sei riuscito a fare quel gradino in più: nel minibasket, dove passavi sempre la palla perché sapevi che nel canestro non sarebbe entrata; nel nuoto, dove nuotavi mediocremente nella media; nel baseball, dove giocavi riserva oppure (nei momenti supremi!) esterno; nella pallavolo, dove ti eri inventato che saresti stato “alzatore”.
Dopo tutto questo.
Ti svegli una mattina a diciannove anni, e pensi che la partita forse non è ancora persa. Pensi: in questa cosa riesco.
Finalmente una cosa, un’unica cosa, in cui riesco.
Forse è perché ‘sto sport lo facciamo in dieci o in venti in tutta Roma. Forse perché tra questi venti, io sono tra i quattro o cinque che l’hanno presa più sul serio.
Forse perché, mi accorgo confrontandomi agli altri, ho le mani piccole: e le mie dita corte riescono ad arcuare e tenere le tacchette, si infilano nei buchetti…
La bilancia dice che peso 60 chili per un metro e settancinque. “Eh! Si vede che hai le ossa leggere!”.
Allora comincio a fare qualche calcolo, per vedere se riesco in extremis, all’ultima fermata della mia infanzia, a guadagnarmi una pagella che sia – per una volta – la prova inconfutabile di un qualche oscuro talento.
Vediamo un po’. Kajagoogoo. Il primo 7a del centro Italia. Ci sono tre salite. Tre almeno quelle dei romani (quelli del nord, Gallo, ecc., non contano: mi sto apparecchiando in testa un piccolo campionato regionale). Primo Stefano, secondo Andrea, terzo Sandro. E poi?
C’è lotta aperta per il quarto posto. Ignazio è quello che sembra esserci più vicino. Siamo fuori dalla zona “medaglie”, è vero. Ma ti rendi conto cosa vorrebbe dire arrivare dopo quei tre? Riuscire a liberare un 7a? (Scala UIAA = VIII grado). Una cosa da sentirsi davvero importanti. Un sogno.
Una domenica, a Sperlonga, guardo con attenzione Andrea mentre sale. Nei tre metri che precedono il passaggio chiave, lo vedo sfruttare dei verticali sulla sinistra. Studio tutto meticolosamente, e registro nella memoria visiva. Guardo dove mette i piedi nel momento in cui deve bloccare sul famigerato monodito (la goccia!). Poi, quando ci incontriamo, gli chiedo ulteriori dettagli.
La settimana dopo ci provo: finalmente quel che mi sembrava impossibile comincia ad apparirmi più umano.
Faccio vari resting, però mi vengono tutti i movimenti, compreso l’ultimo, il più difficile. Ogni alzata di piede, ogni moschettonaggio, ha un suo come e quando. La parete è tempestata di puntini bianchi di magnesia per individuare in fretta i piccolissimi appoggi per i piedi.
Siamo nel novembre 1985.

Sperlonga, 1985
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Ignazio – dicevo – è in vantaggio, e infatti sarà il quarto romano a liberare Kajagoogoo.
Io intanto, su suggerimento di Stefano, sono andato a provare anche Blues per Allah: un tiro a metà del paretone, che supera un breve strapiombo. Valutazione proposta da Stefano: 7a+. Come sempre, due le ripetizioni fino a quel momento: Andrea e Jolly.
Stefano mi ha consigliato davvero bene. Il passaggio mi viene: è un boulder. La settimana dopo (8 dicembre 1985) riesco a farlo in libera. Torno giù dal Mozzarellaro, e lì ha luogo la prima “svalutazione ufficiale ad personam” della storia dell’arrampicata sportiva romana: Andrea mi chiede: “Quanto sarà?”. Non ho il tempo di muovere le labbra e lui prosegue: “7a, vero?”. Certo Andrea, come dirti di no. E’ la prima via che faccio di quel grado. Dimmi pure che è 7a. Io sono felice, e sono il quarto in assoluto ad esserci passato.
Trascorrono altri sei giorni e riesco a liberare Kajagoogoo, in un’indimenticabile giornata in cui scalo col Medioverme.
Finalmente la mia pagella risplende. Due setteà!!!
Finalmente una cosa in cui riesco.
No, mi rendo conto, non è più la partita dell’infanzia che mi sto giocando. Quella ormai è chiusa, è andata così.
E’ soltanto un modo per continuare a giocare: giocare nella mia testa ad esser bravo, a riuscire in qualcosa. E giocare con i miei amici, ogni domenica, a chi riesce a passare per primo (o per secondo, o per terzo…) su un passaggio. Giocare a sfotterci l’un l’altro. A farci sicura. A dirci i passaggi. A discutere sui gradi. A fare i “chioppi”. A spaccarci la pelle su appigli taglienti.
Un gioco e nulla più. Innocente, simbolico, spietato e condiviso insieme.
E in quei momenti, sulle rocce di Sperlonga, le luci del Grande Spettacolo brillano come non mai.

Capitolo 17
Un giorno, sotto alla fascia superiore di Sperlonga, mentre sto per partire sul Garage di Giorgio, Ignazio mi guarda e mi fa: “Oh, senti un po’, Bibolacqua…”. E dopo qualche secondo, essendosi già scordato cosa mi doveva dire, “Sì, ecco come ti chiamerò. Bibo, che in latino vuol dire bere. Del resto ti chiami Bevilacqua, giusto?”.
Così è nato Bibo. Che a Roma si pronuncia Bibbo.
Bibbo, Gamberoni, e lo stesso Stefanino, e qualche altro giovane più o meno glorioso. Tutti lì ad uncinare le dolorose gocce di Sperlonga, tutti i santi week-end, e a volte anche in mezzo alla settimana. Ma le ragazze?
Non ci sono quasi ragazze. L’unica carina è Laleh. Le altre si affacciano e spariscono. Nessuna entra a far parte del giro.
Così, nell’autunno 1985, a cavallo tra il Verdon e Blues per Allah, ci facciamo allettare da una proposta che viene dalla Scuola “Paolo Consiglio”. Entrare tutti nella Scuola, per portare forze fresche! Stefano, Jolly, Massimo, Pierluigi, io (e forse qualcun altro?).
Scuola uguale corsi. Corsi uguale pubblico variegato. Pubblico variegato uguale – lo dice la statistica – qualche ragazza!
“Eh sì! Scusa se è poco, bella! Sono appena un Allievo-Istruttore, è vero. Ma guarda che canotta, guarda i miei pantacollant e il sacchetto della magnesite. Salgo sui 6b pure bendato. So fare i lanci e non ho paura del volo. Chi nel CAI potrebbe offrirti di più? E poi, non ti sembra meravigliosamente bello arrampicare? Con me potrai farlo a volontà. Anche tutta la vita. Ti porterò in Verdon e a Yosemite, a Ciampino e pure al Morra. Stai con me bella. Ci divertiremo”.
Così partono le fantasie della sera prima.
E poi la lotta, la prima domenica del corso, per accaparrarsi le fanciulle più avvenenti.
Cristo Santo, ho quasi vent’anni, e ancora non sono stato con una ragazza!
Ma soltanto Stefano riuscirà, alla fine del corso, a scalare e poi mettersi insieme con la sua allieva preferita. Una biondina di nome Paola: intelligente e simpatica, oltre che carina… A me invece piaceva, fin dall’inizio, Isabella, diciassette anni. Ovviamente non le mandavo nessun segnale. Dissimulazione assoluta.

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Ostentata monomania per le placche grigie e lisce.
E sempre pronto a cogliere uno sguardo volto altrove da parte di lei come la prova tangibile, senza appello, del fatto che non le piacevo. Anzi, forse si era accorta del mio interesse (cavolo, mi sono fatto scoprire!), e questo la annoiava e irritava.
Non riuscii a far altro che introdurla, per qualche tempo, in quel pessimo ambiente da caserma che era il giro degli sperlonghiani. Andrea, il sommo Andrea, capì tutto: i miei sentimenti e la relativa delusione. Non fece mancare lo sfottò, chiosando perfidamente l’esuberanza, appena celata da una fruit bianca, del seno di Isabella.
Alla fine le dedicò il nome di una via tra le più dure del momento: Isabella nel paese del peccato, 7b+.
La Scuola, come espediente per rimorchiare, non aveva funzionato. (Ricordo invece che un giorno, a Leano, arrampicai con un ragazzino che sembrava molto portato: Sebastiano Labozzetta. Al corso era iscritta anche sua sorella Silvia…).
Con Massimo decidemmo che era il caso di sfruttare la Scuola per fare ciò che una Scuola deve fare. Così progettammo, e realizzammo qualche tempo dopo, con l’appoggio incondizionato di Marco Geri e Gianni Battimelli, uno dei primi corsi di arrampicata sportiva in Italia.
Però il problema della mancanza cronica di ragazze persisteva.
Rimane storico un episodio, un sabato pomeriggio da Guido (il Mozzarellaro). Saranno state le sei o le sette. Eravamo alla ventesima partita di biliardino. Avevamo ridiscusso per la centesima volta di qualche passaggio di qualche via, e del relativo grado di difficoltà. Girava timidamente qualche canna (“Tanto Guido da mò che ha capito!”). Il juke-box mandava una canzone dei Tears for fears.
Vicino ai bagni c’era una putrella d’acciaio dove si svolgevano gare di trazioni e vari test di forza pura.
Le solite battute grevi, il solito clima da vitelloni. Aspettando le sette e mezza per andare in pizzeria a Gaeta.
A un certo punto entrano dal Mozzarellaro due ragazze. Anzi no, sono tre. Attento, oh! Sono quattro, cinque, sei…
Corri a chiamare il Tantaillo che sta al cesso!
Una decina di ragazze. Tutte con la tuta da ginnastica dello stesso colore. Una squadra di pallavolo.
Avranno sedici-diciotto anni. Ormai sono entrate, hanno ordinato e si sono sedute, quando si accorgono della nostra buffa, insolita presenza. Noi siamo una dozzina, forse quindici. Brutti (?), spettinati, mani spellate e ancora sporche di bianco. Vestiti forse non proprio di “stracci”, ma poco ci manca. Si saranno chieste: ma questi chi sono?
Inevitabile scatenarsi di risatine. Sguardi incrociati fra i tavoli. Giochi rapidissimi ed effimeri di seduzione.
La leggenda vuole che sulla tovaglia di carta, prima di andar via, avessero pure lasciato un messaggio d’amore. Per Jolly. O per Maurizio Tacchi. Chi potrà mai saperlo?

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Alpinismo invernale 1

Alpinismo invernale 1 (1-2)

D’inverno ci sono il freddo e le giornate corte. È essenziale essere veloci nell’azione, anche perché la permanenza in parete non è conforte­vole neppure quando il tempo è bello. D’inverno bisogna essere decisi, determinati e non perdere un minuto. Il risparmio di tempo non si fa solo durante la salita, ma anche prima di aver raggiunto la base della parete. Già a casa bisogna pianificare in modo da poter disporre del necessario ed avere i pesi ridotti al minimo. Occorre studiare la via di salita sulle guide, co­noscere eventuali altri itinerari sulla stessa parete. In salita, nelle marce di approccio o in discesa, un volo o una scivolata d’inverno possono essere drammatici. Si è sempre lon­tani da luoghi abitati: si deve accettare una maggior quantità di rischi e di fatiche.

Thomas Stuart Kennedy
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Il «misto» è quel terreno ove si trovano roccia e ghiaccio assieme, in diverse proporzioni. Il terreno misto è quello delle grandi pareti delle Alpi Occidentali e d’inverno lo si trova ovunque.

Sul misto si deve essere in grado di usare le tecniche di roccia, neve e ghiaccio e spesso di ibridarle fra loro. Ad esempio si dovrà su­perare passaggi su roccia pura calzando i ramponi. Il terreno misto è un calderone di difficoltà e situazioni diverse. Per questo, a detta di molti, è il tipo di salita più appassionante e bello. Per contro, spesso l’arrampicata su misto si svolge in condizioni di sicu­rezza molto marginali. La neve e il ghiaccio coprono le rocce di cui affiorano magari solo tratti lisci e compatti e lo spessore della materia glaciale può essere troppo sottile per accettare chiodi da ghiaccio. Ci sono lunghi tratti con poche possibilità di protezione, magari con difficoltà rilevanti. Per questo motivo, oltre a un buon allenamento, è necessaria concentrazione con un autocontrollo a prova di bomba.

Il Faulhorn
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A volte proprio le rocce affioranti offrono appigli per superare tratti di ghiac­cio sottilissimo e viceversa delle colate di ghiaccio permettono di passare su placche altri­menti insuperabili.

Non si sa chi sia stato il primo ad affrontare le Alpi d’inverno. Per motivi commerciali, bellici o migratori, certamente le genti che risiedevano ai piedi della montagna nei tempi remoti sfidavano i rigori dell’inverno: Tito Livio e Polibio scrissero che al loro tempo l’interesse era limitato ad alcuni valichi e alpeggi. E non certo alle cime: il culmine, allora, era la sella, dove l’uomo poteva ancora sopravvivere. «Fra quelle aspre cime solo l’inverno orrido ha la sua perpetua dimora», scriveva Silvio Italico nelle sue Puniche. Tacito racconta che, per ordine di Vitellio, nei primi giorni d’aprile del 69 d.C. Cecina «dirige le truppe legionarie e i pesanti carriaggi sulla via del Pennino, attraverso le Alpi ancora invernali».

E, nell’Annuario Marcellino, si può leggere la descrizione del passaggio del Monginevro: «D’inverno, col terreno coperto da una crosta gelata che è tanto levigata quanto labile, il passo muta in scivolata e sdrucciolata ed i precipizi, solo nascosti da un sottile ma perfido strato di ghiaccio, non di rado si schiudono ed inghiottono i viandanti. Per tal ragione, coloro i quali conoscono i luoghi, segnano i passaggi meno pericolosi con stanghe di legno sporgenti (dalla neve), affinché la loro serie conduca senza pericolo il viaggiatore; ma se queste sono invisibili perché coperte dalla neve dopo essere state abbattute dai rivi montani che precipitano, si può soltanto far la strada con l’aiuto di un contadino, e con grande difficoltà». Questi spostamenti erano però dovuti a necessità, non a stimoli sportivi o avventurosi.

Antonio Castagneri
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Perciò il primo uomo che abbia salito solo per il suo diletto una montagna d’inverno è Dante Alighieri, che nel 1311 salì ai 1500 metri del Prato del Saglio con una passeggiata solitaria. Nel 1832 il professor Hugi, svizzero, salì l’erbosa vetta del Faulhorn, ma pare che il suo intento fosse scientifico: così ufficialmente la storia considera il vero inizio dell’alpinismo invernale il gennaio 1847, quando tal Simony raggiunse per ben quattro volte la difficile vetta del Dachstein, nelle Prealpi di Salisburgo. Sei anni più tardi, il sacerdote austriaco Franz Francisci salì il Klein Glockner. Sono questi episodi isolati, condotti da uomini che nulla sapevano dell’esempio altrui. Questo alpinismo invernale ai primordi dimostra che la necessità dell’uomo di percorrere nuovi spazi era indipendente dall’esperienza estiva: della stagione fredda attirava l’assoluta solitudine e in definitiva l’esperienza mistica.

L’inglese Thomas Stuart Kennedy nel 1862, tre anni prima che Whymper lo vincesse, osò tentare il Cervino in piena stagione invernale, sperando che il freddo e il ghiaccio trattenessero i sassi e le pericolose frane. Ma il suo tentativo non andò molto lontano.

Horace Walker
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Il primo italiano ad avventurarsi nei freddi silenzi dell’inverno alpino fu Antonio Laurent, geometra valdostano, che il 10 gennaio 1864 salì la Testa Grigia, proprio di fronte al Monte Rosa. A lungo però questa ascensione rimase pressoché sconosciuta, tanto che per molti anni l’inizio dell’alpinismo invernale italiano fu datato con la salita di Luigi Vaccarone ed Alessandro Emilio Martelli con la guida Antonio Castagneri all’Uja di Mondrone (Alpi Graie) nel 1874.

Nell’Oberland Bernese, gli inglesi Adolphus Warburton Moore e Horace Walker salirono nel 1867 la sella ghiacciata del Finsteraarhornjoch, ed è curioso riferire che durante il loro viaggio di ritorno in Gran Bretagna un albergatore di Berna li salutò come avanguardia di una moltitudine di turisti invernali! E difatti cominciò la vera e propria corsa a salire tutte le vette delle Alpi.

Adolphus Warburton Moore
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Gli alpinisti che più si distinsero in quell’esplorazione furono inglesi, svizzeri e tedeschi: ma anche tra gli italiani, oltre ai già ricordati Martelli e Vaccarone, spiccò la figura di Vittorio Sella, cui si deve attribuire la prima salita invernale del Cervino (1882) ma anche (tra il 1883 e il 1888) le salite alla Punta Dufour del Monte Rosa, al Gran Paradiso, ai Lyskamm, alla Marmolada e a molte altre cime. Ancora inglese è la conquista del re delle Alpi, il Monte Bianco: miss Mary Isabella Straton lo salì con le sue guide di Chamonix nel 1876, esattamente 90 anni dopo la prima salita di Balmat e Paccard.

 

 

 

 

 

La famiglia Walker. Melchior Anderegg (in piedi, quarto da sinistra), Horace Walker (seduto, terzo da sinistra), Lucy Walker (in piedi, terza da sinistra) e Adolphus Warburton Moore (seduto, secondo da destra)
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Storia dell’arrampicata romana – 3

Storia dell’arrampicata romana – 3 (3-4)
di Luca Bevilacqua
(già pubblicato nel 2010 da climbing pills)

Nel filo del mio racconto, vale la pena riportare anche testimonianze altrui.

Intermezzo 2
La testimonianza di Emiliano Emilio Giuffrida
Una delle immagini più indelebili delle mie prime arrampicate è stata la prima volta a Sperlonga; era l’inverno ’84/’85, con l’ultima uscita del corso di roccia.
Di Sperlonga, rimasta a lungo segreta, si vociferavano le vie estreme e la roccia dura da scalare con appigli piccolissimi.

Andrea Di Bari su Reggae per Maometto, Sperlonga
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Non a caso ci si andava verso la fine del corso di roccia, dopo essere stati al Morra, Leano, Gaeta, e quando la maggior parte degli allievi era ormai più scafatella.
Comunque la vera novità per questa falesia era la prima comparsa degli spit, impensabili in altri posti per l’odio, o quanto meno la perplessità, che avrebbero suscitato negli ambienti alpinistici.
E sì perché allora, anche in falesia, vigevano regole alpinistiche che vedevano relegato al solo uso dei chiodi o dei nut il compito di protezione e il termine falesia stesso ancora non era entrato nel mondo dell’arrampicata che usava ancora la dizione: palestra di roccia.

Pensare all’uso dei chiodi a pressione per tentare la salita in libera era precluso; al più si poteva pensare di salire in artificiale ma la roccia andava rispettata.
Di attrezzare la via dall’alto neanche a parlarne. Ma forse, semplicemente, nessuno ancora ci aveva pensato.
A Sperlonga linee luccicanti di spit si distinguevano sopra le placche compattissime di roccia grigia che, mai prima di allora, avrebbero potuto essere salite.
E a Sperlonga qualcuno le saliva.
Sì, perché Sperlonga era il regno di quelli forti, di Stefano, Andrea, dei fratelli Delisi, di Furio Pennisi, dei Vermi, insomma era il posto dove andavano quelli che facevano il settimo grado; il mitico settimo grado di Reinhold Messner, quel grado che per tanto tempo la comunità alpinistica europea aveva fatto fatica ad accettare.

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Insomma era il massimo.
Potete ben immaginare la mia emozione al cospetto di cotanta grandezza che di lì a poco avrei iniziato a conoscere e a frequentare con assiduità.
Giunti alla base della parete il corso si fermò sotto uno degli avancorpi, lì c’erano le vie più abbordabili; vie che comunque sfioravano tutte il sesto grado.
Fino allora avevo arrampicato solo da secondo di cordata, ma non mi ero mai appeso.
Mi chiedevo se ce l’avrei fatta anche questa volta.
Addirittura a Leano ero stato capace di fare in continuità senza appendermi la via Arruginante, una vecchia via in artificiale che credo oggi sia valutata 6a, e il giudizio del mio istruttore fu: ragazzo molto atletico!

I primi metri della prima via furono abbastanza semplici, credo si trattasse di Camelot o Ginevra, ora non so bene, poi un passaggetto m’impegnò al massimo e ricordo, distintamente, la prima comparsa dell’acido lattico negli avambracci, presenza con la quale in seguito avrei imparato a familiarizzare.
In ogni modo riuscii a non appendermi neanche quella volta. In realtà la motivazione di tanta persistente tenacia nel non cadere era che arrampicavo accanto a una biondina di cui non ricordo il nome, e mai avrei dovuto svaccare in quella situazione.
Il secondo tiro fu Re Artù e qui la cosa si fece seria.
Mi ricordo la partenza durissima in cui, di lì a poco, ci avrei messo tutta la forza di dita che avevo e che iniziava scemare rapidamente, malgrado gli allenamenti infra-settimanali sugli stipiti di casa.
A parte tutto andò bene pure quella volta e non mi appesi.

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La via successiva, ci dissero, si chiamava Messico e nuvole, una via alla fascia superiore di quinto grado con un tetto finale, e per arrivarci era necessario passare sotto il “Paretone”, la parete del “Chiromante”.
Fino allora tutte le vie che avevo visto arrivavano al massimo al sesto grado ed io non avevo mai visto una via di settimo grado.
Sapevo che su quella parete ce n’erano alcune ed ero folgorato dall’idea che di lì a poco anche io avrei finalmente visto com’era fatta una via di settimo grado.
L’evento non si fece attendere.
Appena giunti presso un albero dove lasciammo gli zaini, nel punto più basso della parete del Chiromante, guardai in alto verso quella distesa di roccia grigia e rimasi intontito.
Subito sopra di me, presso un tettino di roccia, c’erano appesi due tizi: il primo stava a gambe larghe e faceva sicura subito sotto il tetto; l’altro, incurante della calura, era appeso subito sopra. Tutt’e due avevano la fascia nei capelli stile californiano.
Chiesi subito a un istruttore qual era il nome della via, ma soprattutto era il grado che volevo sapere.
La risposta fu: Serena alienazione, 6b.
Cioè settimo grado, faccio io? Sì, settimo grado.

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Una lunga pausa di riflessione che mi parve durare un’infinità mi portò poco a poco a valutare che i due tizi là sopra, allora erano proprio forti.
Non solo: il fatto di stare appesi con l’imbrago agli spit, insomma di riposarcisi sopra, li rendeva ai miei occhi ancora più forti.
E sì quelli erano proprio due tizi forti.
Dovevo assolutamente entrare a far parte della cerchia di quelli forti.
Non so perché ma ormai mi sentivo irrimediabilmente avvinto da questa nuova dimensione e dovevo fare di tutto per entrare a farne parte.
Qualche tempo dopo l’occasione mi venne offerta su un piatto d’argento una volta che Stefano, cioè quello più forte di tutti, e che già aveva salito l’ottavo grado, mi chiese se volevo arrampicare con lui.
Stefano l’avevo conosciuto una volta che a Ciampino si mise a piovere, e mi portò, assieme al mitico Giraffone, sul ponte della Casilina a far traversi.
Mi ricordo che mi parlò di una via durissima che stava provando: Baby Snake, e il grado era 7c.
La mia adesione alla prospettiva di arrampicare insieme fu immediata, e con fare opportunistico scaricai all’istante il tizio con il quale avrei dovuto arrampicare.
Credo che non me l’abbia mai perdonata, ma l’occasione era irrinunciabile.
Mi ricordo che facemmo, con infiniti resting da parte mia, Il mago di Oz, poi Flippaut e Kajagogo e Vermi in fuga. Insomma mi ricordo una giornata di acciaiate speciali in cui, per la prima volta, salivo su quei gradi.
Da allora i due tizi iniziarono a rivolgermi la parola.
Uno si chiamava Luca ed era soprannominato Bibo, l’altro si chiamava Maurizio ed era soprannominato Er Tozzo.
Bibo e Er Tozzo andavano a scuola insieme, arrampicavano sempre insieme, e anche se avevano iniziato a rivolgermi la parola una cosa per loro non era chiara: non riuscivano ancora a spiegarsi come avessi fatto io, fresco fresco di corso di roccia, ad aver già arrampicato una volta col mitico Finocchi.
Ma ci si dovettero abituare presto perché la cosa avvenne con una certa frequenza.
Col tempo, superate le iniziali diffidenze, diventammo buoni amici e i nostri incontri, che avvenivano puntualmente ogni domenica alle 8.00 al bar di Eur Fermi, per andare a Sperlonga, ci portarono, ancora oggi, ad arrampicare un’infinità di volte insieme.
Ma il vero salto di qualità, la nuova disposizione mentale che si affacciava nelle nostre vite, saldata alle nostre inquietudini di adolescenti un po’ ribelli, era quella che di lì a poco ci avrebbe visti proiettati ogni estate, prima mentalmente, poi sul serio, sulle falesie di mezza Europa, ancora mezzo imberbi e, soprattutto, senza un soldo in tasca…

Capitolo 12
Emilio scrive che quando da sotto ci ha visto la prima volta, a me e al Tozzo, su Serena alienazione (era esattamente il 10 febbraio 1985), ha pensato che fossimo due arrampicatori molto forti.
Eh già.
Come mi sono ritrovato, senza accorgermene, fra quelli “forti”?

L’attacco del secondo tiro di Ritorno di Paperoga, 6a+
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La cosa oggi fa sorridere. Era la prima volta che affrontavo, da primo e senza conoscerla, una via di 6b… E ci feci ben 4 resting (tutto è meticolosamente registrato sul mio quadernino).
Pensa, se oggi vai in una falesia qualsiasi, vedi uno che fa 4 resting su un 6b: non ti verrebbe mai di pensare che si tratta di un arrampicatore di alto livello.
Per la verità neanche io mi ritenevo tale. Però a un certo punto, in quei mesi, mi sono guardato intorno, e mi sono chiesto: ma quanta gente vedo che viene a Sperlonga e affronta un 6b da primo? La risposta era: quei 10-15 (i nomi che più o meno ho fatto fin qui), quelli che erano poi il mio modello, il mio riferimento irraggiungibile, e basta. Una cerchia alquanto ristretta.
Sono molto legato affettivamente, per averne fatto parte, alla Scuola “Paolo Consiglio” del CAI di Roma. Per questo posso dire con grande serenità e obiettività, senza alcuna malevolenza, che fra gli istruttori in attività non avevo visto nessuno andare a fare da capocordata Serena alienazione o Peek-à-bou, o Idefix. Il livello dei migliori era sul VI grado (5c, scala sperlonghiana di allora!), e la media era sul V/V+. Dunque, pensavo (con la presunzione dei miei diciotto anni): “caspita, io arrampico già meglio di quelli che insegnano ad arrampicare… ”
Ma non era tanto questo a farmi credere di esser diventato “forte”.
Dicevo di Serena alienazione. Ripartiamo da qui. Due settimane, dopo torno a Sperlonga con Maurizio e affrontiamo la salita integrale del Ritorno di Paperoga (Paperoga era un soprannome affibbiato per qualche tempo ad Andrea). Avevo fatto a dicembre, da secondo con Ignazio, metà del primo tiro: fin sotto allo strapiombetto (fermandoci cioè prima del passo chiave). Proseguo e faccio a vista il seguito. Poi recupero il Tozzo e salgo, sempre a vista, il secondo tiro (magnifico!).
Paperoga era data 6b- (oggi 6a+). Stefano ci ha visti da poco lontano (stava, credo, su Blues per Allah).
La sera, dal Mozzarellaro:
Stefano: “Eravate voi sul Ritorno di Paperoga?”
Smilzo: “Sì, una bellissima via, veramente”.
Stefano: “Bene. E come è andata?” (che vorrebbe dire: “come l’hai fatta?”)
Smilzo: “Sono contento: sono riuscito a fare a vista tutta la via!”
Stefano: “Caspita, bravo!”
Poche battute, ma di quelle che ti ricordi. Stefano, in quel momento il più forte di tutti, che mi dice “bravo”…

Andrea Di Bari su Baby Snake, 7a, Sperlonga. Foto: Luca Solari
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Cresce la convinzione, e se possibile, la motivazione. Un mese più tardi, e siamo al 24 marzo, torno su Serena alienazione e la salgo in libera. Wow! Sono entrato nel giro! Non a caso quello stesso giorno arrampico per la prima volta con Andrea: mi porta a fare La mistica giraffa (dedicata al “Giraffone” Angelo). Il grado del secondo tiro è 6c. Mi appendo (sono da secondo), ma capisco la sequenza, e – come si direbbe oggi – i movimenti mi vengono.
Ormai anche con Stefano siamo amici: un giorno in cui il cielo è nero e le pareti son tutte bagnate, mi porta, con Antonio Stazio, ad arrampicare in un settore strapiombante che sta chiodando per i giorni di pioggia: ha deciso di chiamarlo, ironicamente, L’ojo del sol… Provo una via con dei movimenti durissimi, e quasi non mi muovo: Dark, 7a+.
Quello è grosso modo, in questa fase, il grado-top dalle nostre parti. Le vie di riferimento sono, in tutto, non più di quattro o cinque: Kajagogo 7a, Blues per Allah 7a+, Baby snake 7a+, Polvere di Stelle 7b, Reggae per Maometto (probabile 7a+/7b, che però Stefano non riesce a liberare…).
Ad aprile metto le mani su Kajagogo: tira Ignazio e io vado dietro. La trovo durissima. Arrivo dopo vari resting al passaggio chiave: la famosa (o famigerata) goccetta per un dito. Il dito è l’indice, che va messo di punta nella goccia, e poi ci appoggi sopra (alla punta dell’indice) il pollice e il medio. Alzi i piedi su due cose infime, e blocchi. Questa è la teoria, che Ignazio mi ha spiegato ben bene. Ma la pratica è impossibile. Il passaggio non mi viene.
Nel frattempo ho fatto amicizia con un amico di Ignazio: Massimo. Ci guardiamo di sbieco, fra curiosità e sospetto. Ecco, penso: ecco uno che sta precisamente al mio livello… Uhm… Un potenziale rivale. Però è proprio con lui che nascerà un’amicizia fortissima.
Nei mesi seguenti devo pensare un po’ agli esami di maturità. E poi c’è una ragazza nella mia classe, Valeria, con due tette strepitose (riferimento culturale del tempo: Carmen Russo). Valeria, capisco dopo vari mesi di chiacchiere, è interessata a me. Anche se ho preso la patente, continuo a usare soprattutto la vespa. Quando ci porto Valeria sento la punta dei suoi seni contro la mia schiena.
Che roba da brividi.
Roba complicata. Da dove cominciare? Con un bacio? E poi se lei mi chiede di continuare? Non ho alcuna esperienza e mi vergogno all’idea di risultare imbranato…

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E poi dovrei mettermici insieme. Però non mi convince: non mi piace abbastanza. Ci sono le tette, sì… Ma dopo? Non conosco i movimenti. L’on-sight mi sembra preclusa a priori (termine che apprendo dallo studio di Kant).
Così Valeria si rivolge a qualcun altro. Io resto vergine e imbranato. Durante l’anno ho studiato un cazzo, e mi becco il mio bel 40/60 alla maturità. Sogno di fare il 7a. Però mi piace anche la montagna.
Non sono mai stato al Gran Sasso. Per questo mi faccio trascinare da Medioverme e Gaston (Roberto e Giuseppe Barberi) in un posto assurdo, con un’esposizione da stringere il culo. Questa è l’apertura di Ombromanto, al Pizzo d’Intermesoli: un’esperienza che rimarrà, per me, unica. Nel vero senso della parola.

Ed ecco un’altra chicca: il racconto autobiografico degli esordi di Medioverme (personaggio già più volte nominato). Da Roma a Sperlonga, alle Dolomiti, a Finale. Dall’alpinismo “cacio e pepe” all’alpinismo “con i controcazzi” e all’arrampicata sportiva.

 

 

 

Intermezzo 3
(di Roberto Medioverme Barberi)

La preistoria
Maggio 1978, Monte Morra, è la mia prima uscita ufficiale in una “Palestra di Roccia”, durante il mio ultimo anno di scuole elementari.

Bouldering d’epoca al masso dei Caminetti
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Bisogna però sottolineare che eravamo già da tempo dediti alla pratica del bouldering – solo non sapevamo che si chiamasse così – praticata ovunque, ma specialmente in Dolomiti l’estate, e anche alla pratica del freeclimbing, dove ci impegnavamo a percorrere rotpunkt (in libera, senza cadere o appendersi, locuzione tedesca inventata da Kurt Albert e poi divenuta d’uso comune…) delle vie multipitch, ovvero “facevamo le ferrate senza attaccarci alla corda di metallo”, e usando il cordino (8 mm legato in vita) solo come assicurazione.
Tornando al Morra, devo dire che sì, ero bimbo, ma andammo con gente di grande esperienza e responsabilità, dei ragazzi veramente forti, e grandi, che frequentavano già gli ultimi anni del liceo.
A quei tempi nelle palestre di roccia non esistevano gli spit, e i chiodi a pressione erano buoni per l’artificiale. L’abbigliamento “tecnico”, ovvero più sofisticato dei pantaloni “al ginocchio” anche detti “alla zuava”, era costituito da preziosissime tute da ginnastica, di quelle azzurre o blu, con due righette bianche laterali, tute rigorosamente mooolto usate a scuola. Le scarpe in voga erano le Superga, ma ovviamente arrivarono in tempi successivi. Imbragatura, neanche a parlarne, sicura rigorosamente “a spalla”.
Gli attori di quella Prima Giornata erano i seguenti: noi, ovvero noi tre fratelli, mio padre e mia madre; la famiglia di Luca (due fratelli, madre e padre) e Maurizio (Tacchi).
La giornata si svolse grossomodo come segue (mamme escluse): dopo un bel riscaldamento sulla variante della Rampa (II) e sulla Lapide (II) ci siamo avventurati sulla Bambi (III) e sulla Boscaiolo (III); non un granché, ma comunque tutto slegati, su vie alte fino a 25 m. Dopo andammo alla fascia inferiore, passando quindi sotto le vie di grido del Morra in quel periodo, la Gatto (V), la Marco (IV+), le due fessure (V-), la Silvio Alta (VI e A1), la Silvio Bassa (VI-), la Zapparoli (III, 1 passo IV-, 70 m, la più lunga del Morra), la Dado (V+, 60 m la più bella del Morra) e raggiungemmo la Lopriore (45 m IV+) che era la nostra meta. Armati di una corda da 40 metri, e un cordino da 8 m del diametro di 9 mm, ci apprestammo, in otto persone, a salire la via.
Ovviamente il risultato fu una progressione un tantino macchinosa e, apparentemente, non proprio fedele ai manuali, né di oggi, né di allora.
Di fatto avvenne che, mentre alcuni componenti erano impegnati nel superamento del tiro centrale della via, ovvero del tratto chiave, passò di lì un famoso personaggio (di allora), tale Pierangelo, istruttore alla Scuola del CAI, che osò mostrare la sua disapprovazione al metodo ai nostri capicordata e ai nostri genitori, ma il suo più grande errore fu, nel fare ciò, di vantarsi del suo curriculum. La reazione fu prontissima, manifestata in forma di insulti ed epiteti vari.
Passato che fu questo increscioso episodio, un po’ annoiati dalla lentezza della progressione, non sapendo cosa fare al terrazzo di sosta, con mio fratello cominciammo un po’ di saliscendi, slegati ovviamente, sull’ultimo tiro, che alla fine ci portarono all’uscita della via.
Scampati a questa prima giornata, dopo un po’ di volte che ci accompagnò mio padre, cominciammo ad andare ad arrampicare al Morra con i nuovi amici. Ai tempi possedere un’auto non era una cosa scontata, e molti di noi non avevano 18 anni. Vito fu, allora, una grande risorsa e un grande amico, Pierluigi un grande esempio di bravura e disponibilità (sì sì, Vito e Pierluigi sono proprio Vito Plumari (il Vecchiaccio) e Pierluigi Bini).

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La preistoria II – i personaggi
Il bello del Morra era che ci si conosceva tutti. Negli ultimi anni ’70, chi scalava prima o poi lo incontravi al Morra, qualunque grado facesse. E essere forti voleva dire fare il V e VI grado.
Luca lo conoscevamo da una vita, Maurizio divenne nostro amico, e lì conoscemmo anche Marco (Forcatura). Loro erano i più giovani, a loro modo ribelli, già in disaccordo con la scuola del CAI, per questo venimmo “educati” (ma accettavamo di buon grado) a far sberleffi agli istruttori della scuola. Gli istruttori, tuttavia, non è che fossero particolarmente offesi da tre o quattro ragazzini.
Nel giro di poco tempo conoscemmo Paolo (Abbate), incontrato sul Fessurone, e incontrammo anche altri tre ragazzi che venivano ad arrampicare con una Simca 1000 bianca con sopra un adesivo del Don Guanella.
Non so più chi e neanche perché, ma qualcuno disse “ma il Don Guanella non è quello dove ce stanno matti?” e così quei tre ragazzi divennero automaticamente I Matti. Erano Andrea Di Bari, Roberto Ciato e Bruno Vitale, che conoscemmo meglio solo qualche anno dopo: loro abitavano dall’altra parte di Roma e noi, autobus muniti, già viaggiavamo per arrivare alla Formula 1 a San Lorenzo (non so se vi rendete conto cosa voglia dire attraversare Roma in autobus la sera, con i mezzi che staccano a mezzanotte).
Fu in quei tempi che conoscemmo Pierluigi e molti dei suoi amici, Vito il Vecchiaccio, Angelo Monti, Giampaolo Picone (detto “un uomo chiamato cavallo” per la passione per la corsa, oppure “agonia” per la magrezza accentuata dopo alcuni incidenti in montagna), Andrea Gulli e tanti altri.
La nostra passione era andare in montagna, e il nostro sogno di allora era la Nord-ovest del Civetta. Il pane che alimentava i nostri sogni erano i libri custoditi nella biblioteca del CAI di Roma.

 

Civetta, parete NW
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Così si arrampicava di conseguenza, seguendo le orme dei nuovi forti, ovvero di Pierluigi Bini che sembra avesse arrampicato con gente tipo Manolo e Mariacher, che però non sapevamo neanche chi fossero, solo che salivano e scendevano per le Dolomiti “a piacere”. Seguendo loro, cominciammo a macinare chilometri di vie slegati.
Ma qualcosa anche sulla libera si muoveva, e già il Morra aveva le sue vie culto in questo stile, vecchie vie di artificiale da salire in libera: la Silvio Alta, il Nicchione, la 3G, il Pulpito… ma non eravamo così assidui a scalare in questo stile.
Non parliamo poi dell’allenamento, delle conoscenze in merito e delle strutture disponibili per allenarsi. Senza macchina il ponte della Casilina era off-limits. Già passare dai piegamenti a terra alle trazioni fu una scoperta, così come scoprire che rimanendo sospesi su una tacca, si acciaiavano gli avambracci… eh sì, scoprimmo che le braccia e gli avambracci in particolare erano il nodo della questione, e che le dita erano fondamentali, come le gomme dell’automobile. Ma i primi libri sull’allenamento in arrampicata sono di molti anni dopo.
L’appuntamento del venerdì sera al CAI era assodato, si andava e si incontrava qualcuno, sempre. Lì, nel gruppo dell’ESCAI (in verità escursionisti da strapazzo, che guardavamo con una certa superiorità) conoscemmo Stefano Finocchi, con il quale diventammo subito amici, Luca Bucciarelli, Luca Mazoleni, Alessandra Bonifazi e tanti altri. E la sera si telefonava, spesso a Vito, e ci si dava appuntamento per il Morra. Niente mail, niente telefonino.
Con il tempo arrivarono la corda, le Superga, l’imbracatura, chiodi e martello e una nuova invenzione, i primi dadi. Le prime scarpette che misi ai piedi erano un paio di EB n° 35 di Susanna (la sorella grande di Stefano Finocchi) con le quali scalai nell’estate del 1981; le mie prime Asolo arrivarono l’anno ancora seguente.
Dalla Preistoria all’età del “ferro” – ovvero come qualcuno si rese conto che esisteva l’arrampicata sportiva
I primi anni ’80 furono, per molti di noi, gli anni dei primi viaggi in Dolomiti da arrampicatori.

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In verità dovrei ricordare, personalmente, la prima uscita al Circeo, nel ’79, a primavera. Le vie in auge allora erano il Pilastro Zoppo e la Via del Tetto. A settembre arrivò la prima uscita arrampicatoria al Gran Sasso, per certi versi simile alla prima del Morra: Aquilotti ‘75 e, poi, via Bonacossa alla 1a spalla con variante Shranzer-Bolatti (slegati), Cima Corno Piccolo e discesa slegati dalla cresta Chiaraviglio.
Il primo viaggio in Dolomiti arrivò, per me e mio fratello, nel 1981 (compivo 15 anni), con partenza rigorosamente in autobus strapieno del pomeriggio (A.T.A.C.) da casa alla stazione Termini; appuntamento con, udite udite, Stefano Finocchi, quindi treno (Italicus, il nome vi ricorderà qualcosa) Roma-Belluno (con una persona che appena partiti da Roma ci fa “scusate”, abbassa tutte le tapparelle dello scompartimento e tira fuori la pistola, per togliere caricatore e riporla, un attimo di smaltita); poi pullman Belluno-Masarè (checcazzo ci arrivi a fare ad Alleghe che poi devi tornare indietro), carico degli zaini sulla teleferica (credo fosse l’ultimo anno o il penultimo della gestione di Livio) e, così per sgranchirsi le gambe, iperdirettissima Masarè-Rif. Tissi.
Quell’anno scoprimmo tante cose, in primo luogo che senza una corretta alimentazione non vai da nessuna parte. Colpo di sole (mio), herpes a go-go, che per il povero Stefano degenerò in stomatite. Ma riuscimmo pur sempre a fare qualche via, anche se sulla Carlesso alla Valgrande la libera non la pensavamo proprio.
Il 1982 in Dolomiti lo salto, mi rimandarono al liceo e non andai a scalare l’estate. Il 1983, fu l’anno del Philipp, ma fu anche l’anno dell’incidente a Stefano Finocchi e Luca Bucciarelli, sempre sul Philipp, con notte in parete e 300 m di cavo il giorno dopo, e della pietrata sul piede che Andrea di Bari si tirò sullo zoccolo della Andrich a Punta Civetta.

 

 

Il settore di parete in cui sale la via Philipp-Flamm, aperta nel 1957 e considerata per anni una delle più impegnative delle Alpi e rimasta tutt’oggi una salita di prestigio
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Raccontare nel dettaglio porterebbe a divagare, basti dire che io e mio fratello, liberi da impegni, partimmo presto e prendemmo gli ultimi 12 giorni di un anticiclone piazzato lì, fermo da quasi un mese; così, quando arrivarono gli altri, noi avevamo fatto tutto quello che ci interessava. Gli altri arrivarono dopo 10 giorni, in tempo per una debita (e lecita) rosicata soprattutto quando presero i bentornati (dai contadini e allevatori) temporali estivi.
Tutto ciò per dire della nostra deriva verso la montagna, principalmente, e la distanza dall’arrampicata libera come si intende oggi.
Ma in falesia qualcosa si stava spostando, già in quegli anni, anche se in modo incerto, verso la ricerca della difficoltà. Cominciavamo a spostarci verso sud, nell’Agro Pontino, verso Leano, che aveva vie più continue e difficili – se percorse in libera – del Morra, e anche verso posti come i “Massi delle Fate” e “il Carciofo”. Al Carciofo c’era un passaggio riportato, in foto, sulla guida Helzapoppin, dove era ritratto Massimo Frezzotti, e nella didascalia c’era scritto VII grado. Andammo, ma era troppo facile, lo facemmo subito, scartando quindi l’ipotesi che fosse veramente VII.
Invece c’era un passaggio che non riuscivamo a fare ai Massi delle Fate, poi un giorno passò Franco Perlotto e lo fece con una mano in tasca. Ecco, Perlotto era forte, lui si teneva. Ma qualcosa evidentemente non andava, perché, visto lui, il passaggio lo facemmo anche noi subito dopo.
A Pasqua 1982 venne organizzato un raduno di arrampicatori nel Lazio, e scese nuovamente Perlotto, allora in Italia una delle figure più “in” del momento, lui aveva visto Yosemite e aveva riportato qualche goccia del verbo del freeclimbing. In quei giorni salì, in libera, la via di Ferrante a Leano (a Torre Elena), quella a destra del Povero Elia, dichiarando difficoltà sicure di VII grado. Ovviamente ci catapultammo subito, dopo pochi giorni, a farla. Lì scoprimmo definitivamente la grande differenza che passa tra andare da primi (Maurizio Tacchi nell’occasione sul tiro duro) e da secondi (io e mio fratello) Riuscimmo a fare i movimenti, noi da secondi e molto meno a vista (concetto ignoto al tempo) meglio di Maurizio, da primo e su chiodi normali o a pressione e a vista, che su un passo usò una staffa per arrivare al chiodo dopo. Ma la libera, quella vera, non tardò, e c’era margine (e grazie, ci allenavamo già, mica pettinavamo le bambole).
Un’altra visita da ricordare, un giorno a Leano, fu quella di Luca Ferraris, amico e coetaneo di Giovanni Bassanini, in assoluto credo il primo lanciatore che abbia mai visto: lui saliva dinamico ovunque. E si narrava di sue salite a Foresto con difficoltà non nominabili, di cui evidentemente non ci rendevamo conto. Lui saliva ovunque, sulle vie che pensavamo difficili, camminando.
Credo che l’estate 1983 causò una deriva mentale ad Andrea Di Bari e Stefano Finocchi, che, incidenti a parte, si erano un po’ rotti di aspettare giorni per trovare le condizioni per arrampicare in Dolomiti, definite da alcuni “un pisciatoio”.

Finale Ligure, Rocca di Corno
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Credo fu dopo quell’estate che Andrea fece il suo primo viaggio a Finale Ligure, e lì venne scoperta, da Andrea e poi dai romani, l’arrampicata libera-sportiva, quella vera, con le regole quelle giuste, della libera e dell’a-vista. Solo eravamo in gran parte una comunità reazionaria, contro l’indiscriminato uso dello spit. Dopo l’estate andammo quindi, finalmente, a provare quello che vedevamo ogni volta che salivamo a Leano, la cosa più yosemitica alla nostra portata, una specie di Separate Reality dei poveri, il tetto di Stati di Allucinazione. Una fessura strapiombante che terminava con un tetto orizzontale di 3 metri. Oltre 20 m di tiro, 1 spit sotto al tetto. Difficoltà dichiarata da Andrea, 6c+, altre dichiarazioni, a Finale ci sono vie molto più dure … riflessione, cazzo come molto più dure, ma come Stati di Allucinazione non è 7a? Andrea sentenziò di no, aveva provato Bananna stranna che era molto, ma molto, ma molto più dura.
Credo in quell’inverno Sperlonga divenne nota a tutti, grazie ai fratelli Bruno e Cristiano Delisi e ad altri che non ricordo. Il comandamento fu “non spittare ovunque, altrimenti il gioco si esaurisce”. D’altronde l’esempio guida era il Verdon, e i primi nomi delle vie lo testimoniano.
Cazzo, salire dal basso a Sperlonga senza spit era un bel trip, su quelle placche compatte.
Della prima giornata a Sperlonga ricordo Jo’ Condor alle Mura di Amarcord, salita con mio fratello, superando un passaggio che aveva respinto diverse cordate, e l’incontinenza di Stefano, che fece la cacca da 40 metri, centrando nel mucchio proprio il suo zaino.
Arrivarono pure i primi spit, prima timidi (forse su Horizon e Il cammino dei Comanches di Paolo Caruso?) poi, per forza, in serie, su Flippaut e sulle altre vie.
Dopo l’inverno, a Pasqua dell’84, il primo viaggio a Finale, con Paolo Rocca, Cafiero, la Passat SW di Paolo, il clarinetto di Paolo e le musiche di Pino Daniele.
Insomma, la via era aperta, l’esplosione c’era stata. L’arrampicata libera, come la conosciamo oggi, con gli spit, con i voli e con la sicurezza in primis era arrivata anche da noi.

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Capitolo 12bis
(già pubblicato su http://digilander.libero.it/dsrin/vorrei.htm)

Serena alienazione
«Se so’ fregati er moschettone
de Serena alienazione…»
Attaccava così, con questa semplice rima, una corta e allegra filastrocca divenuta presto celebre fra i non molti climber che frequentavano Sperlonga nell’inverno 1984-85. Il seguito non lo trascriviamo, perché dopo la denuncia del misfatto (il furto del moschettone di calata del più classico 6b di quei tempi), la filastrocca proseguiva designando per nome e cognome l’ipotetico colpevole, con toni decisamente denigratori, e con basse allusioni alle sue presunte inclinazioni sessuali. Il fatto è che l’autore dei versi in questione, vergati di propria mano sul Libro delle vie a quel tempo depositato presso Guido (il «Mozzarellaro»), essendo divenuto – con rapida e brillanta carriera – professore universitario, potrebbe oggi non a torto querelarci per offesa alla sua pubblica immagine: argomentando, giustamente, che trattavasi di innocue facezie giovanili, di piccanti spigolature retoriche volte solo a far sorridere gli amici arrampicatori. Un modo, insomma, per distrarsi, o per indurre rilassamento negli avambracci calcificati dalla fatica, prima dell’immancabile accanita al biliardino.

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E d’altra parte non sarebbe contento, a sua volta, neanche colui che fu accusato di quel furto. Sebbene non sia diventato, nel frattempo, professore all’università, anch’egli gode oggi di una vasta e unanime stima quale figura di primissimo piano nell’alpinismo romano. Impensabile perciò riferire qui il suo nome.

Ho detto alpinismo?

In effetti, fu proprio quella sua inflessibile inclinazione per le grandi pareti, quel suo sdegnoso rivolgersi alle falesie laziali solo nell’ottica del training, della pura preparazione di bicipiti e falangi onde meglio affrontare i colossi dolomitici e il bianco calcare del Gran Sasso, a far cadere su di lui i sospetti dell’imberbe – allora – poeta satirico. Infatti gli alpinisti di quei tempi, e in particolare alcuni giovanissimi e talentuosi rocciatori romani che esordirono alla fine degli anni ’70, aderivano in modo compatto a due presunti capisaldi etici (perché, come ognuno sa, l’alpinismo è anzitutto un’«etica»). Primo: i chiodi propriamente fondamentali su una via di roccia, anche se lunga settecento metri, sono assai pochi. Saranno due o forse tre. Gli altri vanno sempre tolti, soprattutto se non li abbiamo piantati noi. O in altre parole: guarda, ho trovato un chiodo! Qui davvero non serve, non puoi volare in questo punto… Togliamolo, prendiamocelo. E poi, se proprio sei così pippa da avere paura, er chiodo te lo porti e te lo pianti di nuovo. E comunque, qui, se sei bravo, vedi che puoi pure mettere un dado. Secondo caposaldo: il moschettone costa (se lo compri al negozio) ancora più di un chiodo. Se dunque risparmiamo sui chiodi, perché non dovremmo farlo sui moschettoni? Trovare un moschettone in parete, nuovo, ma anche vecchio e ossidato… Dopo un attimo, quel moschettone pende dalla nostra imbracatura. E poi, se proprio ti devi ricalare, fai la doppia e lasci tutt’al più una vecchia fettuccia o un cordino…

La sequenza logica è abbastanza immediata. Oggi chi ruba un moschettone dalla sosta di una via, lo fa, per lo più, come dispetto (verso chi ha chiodato la via, per esempio…). In quell’epoca oramai lontana (gli anni ’80, gli anni dei miei diciotto anni…), ciò accadeva per presunzione: il moschettone qui non serve, pensa l’alpinista, e anzi serve di sicuro più a me che vado in montagna. Qui siamo a cento metri dalla strada: qual è il senso di una parete tutta perfettamente attrezzata? Di una parete senza più incognite, senza avventura?

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Meravigliosa avventura del nostro giovane poeta satirico! Parte a freddo su «Serena» (dopo la quinta o sesta salita, scompare, come per una regola grammaticale di certe lingue classiche, la seconda parte del nome della via). Il Poeta, così oramai lo chiameremo, affronta dunque «Serena» come riscaldamento. E ciò sebbene la difficoltà della via sia terribilmente vicina al suo grado limite, identificabile in quel periodo con un 6c o 6c+ (alcuni suoi amici nutrono in effetti, ancora oggi, qualche dubbio sulla sua presunta libera di Odino, 6c; e anzi qualcuno ricorda, proprio lì, un volo mostruoso, da far passare la voglia di arrampicare; leggenda o realtà, difficile dirlo). Insomma, il Poeta supera con eleganza i primi dieci metri di via. Nel tratto dove oggi si incontrano due o tre spit, non c’era all’epoca alcuna protezione. «E te credo, sarà terzo grado…». Arriva così al famoso fettuccione che contorna una solida clessidra alla base dello strapiombo. Il Poeta sa che passare un rinvio nel fettuccione sarebbe, agli occhi degli altri arrampicatori presenti, un segno di imperdonabile codardia. Si dà il caso che «Serena» si trovi proprio sulla verticale del luogo in cui da sempre (cioè da un anno prima al tempo di questa storia) a Sperlonga si lasciano gli zaini. Ci si prepara ad arrampicare, si infilano improbabili tute e pantaloncini, perché la moda del pantacollant è ancora di là da venire. E si guarda sopra, in alto. Ecco il Poeta tendersi per moschettonare il primo spit. Il corpo si slancia all’infuori, su dodici metri di vuoto. Impossibile non pensare a cosa accadrebbe se perdesse la presa o l’equilibrio… Ma il Poeta ha già messo la corda, prima in bocca tra i denti, varie volte, e poi finalmente nel moschettone. Arcua le dita di una mano sulla prima tacca orizzontale, poi la seconda. Di sotto un vago, inconfessato sospiro di sollievo. Sappiamo che ora non cadrà, conosce la via troppo bene.

Eppure, se potessimo guardare dentro la sua testa, scopriremmo forse con sorpresa che egli non possiede le nostre stesse certezze. Per un attimo, brevissimo, esita. Il dubbio di aver preso troppa poca magnesite, la sensazione che quell’appiglietto per la sinistra sia oggi un po’ più svasato del solito… E i più piccoli, i più bassi, in effetti, qui si rannicchiano meglio. Poi mi vengono a dire che io salto il passaggio più ignorante (cioè rude, faticoso). Ecco per fortuna la presa buona. Sensazione davvero positiva, eppure rovinata da un quesito tragico, e che pare alludere misteriosamente all’eternità, su dove mettere la punta del piede destro.

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Il chiodo (la seconda protezione) ovviamente si salta. Sempre per orgoglio, per non essere esposto – più tardi, magari la sera da Guido – alla più infamante delle insinuazioni: quella di essere un pavido, di non avere la pompa (cioè il cuore) per certe cose. Per queste ragioni il Poeta prosegue con gesto ostentatamente sicuro, e sale, sale, con gli avambracci che pian piano si induriscono. L’ultimo chiodo pure si salta. E stavolta davvero con un po’ di apprensione per quegli interminabili sei o sette metri, specie per quell’ultimissimo passaggio per ribaltarsi sul terrazzino. Davvero una calla (cioè una cavolata) di passaggio, ma con queste braccia ormai dure, le dita che non le sento… Il riscaldamento è bello e fatto.

Un’occhiata alla sosta. E poi espressioni qui, di nuovo, irriferibili, stavolta non poetiche, ma di odio e disprezzo verso Dio (addirittura) e la Vergine Maria. Il moschettone di calata non c’è, se lo sono fregato. «’Sti stronzi, porca puttana»: questo sì, lo possiamo – un po’ a malincuore – riferire.

Perché tanta rabbia? Ma semplicemente perché il Poeta non ha con sé moschettoni, e nemmeno un cordino o una fettuccia. Aveva soltanto quei tre rinvii, che ha utilizzato per salire la via.

Perché soltanto quei tre? Le ragioni sono al tempo stesso semplici e complesse. Proviamo a sintetizzarle.

L’orgoglio e l’audacia vanno in qualche modo incoraggiati. Attaccare la via con la quantità minima indispensabile di rinvii, vuol dire per il Poeta costringere se stesso, nel momento dei vari possibili moschettonaggi (momento storicamente segnato, un po’ per tutti, da improvvise crisi mistiche: con visioni dei familiari, della fidanzata, degli amici più cari), a non cedere alla tentazione. Vuol dire che se moschettono adesso, non potrò farlo dopo, quando davvero un rinvio può salvarmi la vita. Soltanto tre opportunità di auto-protezione: opportunità da non dissipare, da non sprecare.

L’arrampicata libera è uno sport bello ed elegante. Bisogna dunque essere agili e soprattutto leggeri. Portarsi un rinvio in meno, vuol dire essere più leggeri. Vuol dire anche stancarsi di meno.

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Il Poeta – chi lo ha conosciuto lo sa bene – ama lanciare nuove tendenze. O quanto meno farsene portavoce in prima persona. Sa ad esempio che in Inghilterra si pratica una forma di arrampicata molto più audace (rischiosa) rispetto alla nostra. In alcuni posti è proibito piantare gli spit! Si arrampica per metri senza mettere un cazzo! Certo, quella è, e resta, l’Inghilterra. E gli inglesi sono pazzi. Ma il Poeta, nel suo piccolo, quando mi incontrerà, la sera da Guido, o la domenica successiva lungo il sentiero, potrà ora dirmi: «Oh, lo sai no? Adesso Serena si fa con tre rinvii… Altrimenti… Altrimenti sei un vecchio, sì sei proprio un vecchio».

Dopo aver meditato sulle ragioni di quella scelta (portarsi solo tre rinvii), e dopo averle trovate pure un po’ cretine, incontestabili ma cretine, resta ancora al Poeta il problema di come calarsi dalla sosta. La sua intelligenza creativa lo soccorre. Il sacchetto della magnesite che pende dietro la schiena è tenuto da un piccolo moschettone. C’è inciso sopra 300 Kg. Ed ecco l’intelligenza analitica: 70 kg, il mio peso, è molto, molto meno di 300.

Ma l’intelligenza non è la pompa. E la corda doppia (che potremmo definire un coatto gesto alpinistico, in tutti i sensi) per ritornare all’attacco di «Serena», è per il Poeta una lunghissima e gelida scossa di adrenalina. Quella sera da Guido, scrivendo sul Libro, nella satira feroce troverà la sua vendetta.

Capitolo 13
Qualcosa è cambiato.
Non c’è dubbio. Qualcosa è cambiato.
Lo vedi dalle gambe. Prima c’era un misto variabile (linguisticamente esotico) di shorts, jeans, salopettes, nonché tute, braghe alla zuava, pantaloncini da tennis, perfino pantaloni del pigiama.
Da un certo momento in poi, un’unica divisa: la calzamaglia elasticizzata-colorata. O se preferite, “pantacollant”.
Se fosse venuto un pirla qualunque con una calzamaglia di raso rosso, bella luccicante, al posto dei pantaloni della tuta, dopo le risate, non sarebbe cambiato nulla. Ma il primo ad arrampicare a Sperlonga (1985) con i pantacollant fu Andrea Gallo.
Niente di meno.

Andrea Gallo libera Funeral Party (Foresto, Striature Nere – Piemonte), assicurato da Marco Bernardi
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Venne giù per dare un’occhiata dal vivo su quanto si diceva riguardo le nuove pareti di Sperlonga. Così avrebbe fatto un piccolo resoconto sulla sua rubrica “Cronache della libera” su Alp. C’era con lui Giovannino Massari, un nome a noi fino ad allora sconosciuto.

Giovannino Massari, detto Giova, il “Manolo del Nord-ovest”
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Smilzo quel giorno chissà dove diavolo era. Porca miseria cosa mi sono perso! Però mi feci raccontare tutto.
Andrea (Gallo) aveva cominciato con Serena alienazione. Qualcuno pensò ingenuamente che avrebbe dovuto metterci almeno un po’ di impegno, di grinta… Ma lui sale in totale relax e, dopo i primi 3 rinvii, non mette più nulla e si fa così 15 metri.
Tutto l’interesse si sposta allora sulla via più famosa, Kajagogo, che in quel momento conta solo tre salite in libera: Stefano, Andrea e Jolly. Impensabile che un itinerario del genere, un 7a di microappigli, possa essere fatto “a vista”. Ancora oggi c’è qualcuno che, sull’onda del mito, sostiene che Stefano fosse andato a spargere falsi segni di magnesite su quella placca liscia per trarre in inganno gli amici piemontesi.
Macché. Niente di più falso. Stefano s’era limitato a commentare, pensando al suo recente passato, alle settimane di tentativi per liberarla: “Chissà quanto la dovranno provare…”. E così dicendo s’era incamminato verso la fascia superiore, dove era ormai vicino a liberare Polvere di stelle.
Parte per primo Giovannino. Elegante, sicuro, perfetto. Da queste parti non s’è mai visto uno arrampicare così. Kajagogo ha la sua prima “on sight”. Andrea ha fatto sicura all’amico, dunque non è più propriamente a vista. Però a quel tempo queste distinzioni non sono ancora molto evidenti. Comunque sale anche lui al primo colpo.
Ed un colpo è quello che gli prende a Stefano, che si era affacciato dalla cima della parete, sopra all’uscita di Flippaut, nel vedere quella scena… Altro che tentativi e tentativi!
Stefano raccoglie le sue cose, si alza e comincia a correre verso l’attacco di Polvere di stelle. La prima ascensione di quella che sarebbe la nuova via più dura rischia di essergli soffiata.
Non so se quello stesso giorno, o l’indomani, sia Stefano che Andrea Gallo salirono Polvere. Senza usare il lato sinistro del diedro. E si stabilì che quello era 7b. Grado top di Sperlonga.
Quel che è certo è che i pantacollant, di cui fino ad allora avremmo detto “nun se ponno guarda’”, divennero un oggetto cult. La marca di riconoscimento del vero climber sperlonghiano. Ciò che più d’ogni altra cosa lo allontanava drasticamente, definitivamente, dal buon vecchio sano maschio alpinismo.

Isabelle Patissier, arrampicatrice francese degli anni ’80, ci mostra fino a che punto si era spinta la mania del pantacollant…
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In effetti, i pantacollant erano un po’ effemminati, per non dire froceschi.
Alle ragazze stavano (e stanno) bene. Ai ragazzi un po’ meno. In particolare per il contrasto fra quelle gambette segaligne, con qualche pelazzo che spuntava a riveder le stelle, e il cosiddetto – assai poco femmineo – pacco sul davanti, accentuato dai nuovi imbraghi bassi, spesso portati anch’essi attillati a fior di pelle (ho scritto pelle!)
Però i commenti erano invece tutti positivi: “Comodi!”, “belli!”, “competitivi!”, “si vedono meglio i piedi!”, “ci arrampico meglio!”, “me ne sono comprato un paio a righine colorate!”, “io a pallini!”, ecc.
Ovviamente anche il modo di far sicura era cambiato.
Prima dovevi metterti a cercare qualcosa all’attacco della via per far sicura al primo (ebbene sì, giovani d’oggi che non sapete niente del passato!). Si cercava una clessidra, una radice, si metteva un chiodo, insomma qualcosa. Serviva ovviamente una fettuccia. E poi si usava il mezzo barcaiolo.
Roba vecchia, superata. La sicura, dall’inverno 1984-85 in poi, si fa in vita, e si usa l’otto. Sì, esattamente l’8, il discensore. Nel metodo tradizionale, o in quello che Ignazio chiamava il metodo “all’inglese” (con riferimento alla proverbiale temerarietà degli arrampicatori inglesi), per cui alla corda non veniva fatto fare tutto il giro, ma si passava direttamente nel moschettone che teneva l’otto e poi di nuovo fuori (qui ci vorrebbe un disegnino).
L’obiettivo della sicura “all’inglese” era, secondo Ignazio, il fatto di poter dare corda più in fretta e di rendere la sicura stessa più dinamica.
Tuttavia, vista l’abitudine di Ignazio di parlare spesso, mentre faceva sicura, con qualche amico che passava di là, magari fumandosi una bella sigaretta, presto quel metodo fu ribattezzato “sicura termodinamica der Tantaillo“. Per cui tutti amavano Ignazio, ma nessuno voleva farsi fare sicura da lui…
Di solito quando racconto queste cose, Ignazio mi ricorda che in effetti nessuno si fece mai male con la sua sicura “all’inglese”. Mentre al contrario, vari anni dopo, fui io, in quel di Grotti, a farlo arrivare a terra da un sesto o settimo spit. Atterraggio “dinamico”, ammortizzato, senza conseguenza alcuna, a parte la paura.
(continua)

La copertina della guida Flippaut (1986) con Patrick Berhault su Reggae per Maometto, Sperlonga
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Storia dell’arrampicata romana – 2

Storia dell’arrampicata romana – 2 (2-4)
di Luca Bevilacqua
(già pubblicato nel 2010 da climbing pills)

Capitolo 6
Chi ha arrampicato anche solo una volta a Sperlonga, sa che le falesie non ci azzeccano molto con il paese di Sperlonga…

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La località si chiama “Piana di Sant’Agostino”.
C’ero stato da piccolo, una settimana di agosto, con mio padre e mio fratello. E con la giovane compagna di mio padre. I miei si erano separati forse da un paio d’anni.
Mi ricordo benissimo quell’estate per due motivi. Anzitutto sbirciai lei nuda mentre si faceva la doccia sul lato esterno della casa. Secondo, imparai a catturare le mosche con la mano. Esperienze fondamentali per un bambino di otto o nove anni…
Avevamo affittato una casetta di quelle tipiche di là, abusive, proprio all’inizio della strada che si fa adesso per andare all'”Occhio del sole” o al “Pueblo”.
So che non c’entrano niente queste cose con la “storia dell’arrampicata sportiva romana”, ma tant’è… Mi sono venute in mente ripensando alla questione delle case.
Sì, le case sono un argomento fondamentale per quella storia.

Patrick Berhault, in quegli stessi anni, sul Toit d’Augere, Col des Aravis
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Sperlonga è abbastanza lontana da Roma, diciamo un paio di ore. Fin dalle prime volte pensai: “Certo, sarebbe bello affittare una stanza qui, e piazzarcisi una settimana. Arrampicare tutti i giorni!”.
Poco tempo dopo seppi che l’idea, ovviamente, era già venuta a qualcun altro. I primi ad affittare una casetta nella zona subito dietro al Mozzarellaro erano stati Bruno Vitale, Andrea Di Bari, Stefano Finocchi, Fabio e Cristiano Delisi, Enrico Jovane e Roberto Ciato.
Mi ricordo distintamente che una domenica mattina, verso la primavera del 1985, arriviamo a Sperlonga e troviamo Stefano, ancora assonnato, che fa colazione da Guido. Ci dice: passiamo da casa, che devo prendere il materiale per scalare…
La prima casa fu davvero storica, mitica. Dire che era fatiscente è dire poco. Ricordo delle stanzette minuscole, lettini con reti sprofondanti, e brande, con sopra i sacchi a pelo. La porta del cesso era una porta di ascensore. Il sottotetto era in polistirolo. Disordine, un po’ di sporcizia.
Però intanto era una casa.
Stefano e gli altri restavano lì qualche giorno di seguito, talvolta anche in mezzo alla settimana, e poi tornavano a Roma. Così avevano tutto il tempo di spittare e provare le vie nuove.
Per almeno due o tre anni, a Sperlonga (come – immagino – in altri posti) si è chiodato interamente a mano, senza trapano, con spit da 8 mm. Stefano, bisogna dire, ha fatto in questo senso tantissimo. La Parete del Chiromante e la fascia superiore sono per larga parte una sua invenzione. In molti hanno collaborato, ma Stefano è stato sicuramente, all’inizio, quello che ha piantato più spit.
A partire dall’autunno 1984 è venuto alla ribalta il gran lavoro di Bruno Vitale e dei suoi amici: Furio Pennisi in primis e, più tardi, Piero Priorini e qualche altro che ora dimentico. Se Stefano chiodava dove vedeva liscio e strapiombante, Bruno sceglieva invece delle zone della parete che si prestavano a difficoltà più abbordabili. Sono nati così il settore di Re Artù e poi, due anni dopo, gli avancorpi del Monte Moneta. Tuttavia, proprio riguardo Re Artù (una delle vie “facili” più famose di Sperlonga), furono Stefano e Bruno insieme gli artefici, salendo la via dal basso…
Andrea Di Bari fu invece il primo a capire quali potenzialità, e quali bellezze di arrampicata, si celassero nei tetti (non troppo numerosi) di Sperlonga, ma anche di Leano (che fu per qualche tempo rivalorizzata) e poi del Moneta. Andrea fu, tra l’altro, il primo, almeno che io ricordi, a usare da noi il trapano.
Dopo la “preistoria” di Stati di allucinazione (6c+) a Leano, vennero gli Stati di acciaiazione (7b) sempre a Leano, e poi Suspiria (7b+) e Inferno (7c) a Sperlonga, e la libera del primo tiro della Pietro Ferraris (7b+) al Moneta… Furono, per la mia generazione, forse le più belle vie di riferimento. Andrea era stato contagiato, in questo suo amore per tetti e strapiombi, nientemeno che da Patrick Berhault. Che non a caso era venuto giù a Sperlonga proprio nel 1985. E di Sperlonga disse: la roccia assomiglia incredibilmente a Montecarlo!
Ovviamente in quell’occasione Andrea e Patrick arrampicarono insieme. Ma questo lo racconterò in un’altra puntata…

Capitolo 7
A ottobre (siamo sempre nel 1984) ci fu l’incidente di Fabio.
Stavamo a Leano, attrezzando una via nuova su Punta Giovanna, zona Ingegneri. Io ero legato dall’alto (secondo la tecnica “moderna”…) e stavo piantando a mano uno spit, a circa 8 metri da terra. Fabio stava sotto ad aspettare. Però non era precisamente sul sentiero, perché l’attacco della via era posto in cima a una specie di zoccolo, o se volete a dei gradoni di pietra.
Mentre io smartello con il percussore, Fabio fa qualche traverso per passare il tempo e osserva la parete sopra di noi. Improvvisamente una scaglia che teneva con la mano vien via, e lui rotola giù per 6-7 metri. Alla fine c’è un salto nel vuoto di altri 3 metri, e Fabio sbatte la testa.
Perde i sensi, dopo qualche secondo rinviene. E’ ferito.

Le torri di Leano, vicino Terracina
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Io sono bloccato (da un nodo fatto a terra da Fabio) e sto con la corda in tensione in mezzo alla parete. Non posso manovrare, non posso calarmi. Comincio a chiamare aiuto. A Leano siamo soli, eccetto le due persone con cui siamo venuti, e che in questo momento sono lontanissime e non mi sentono.
Penso che devo uscire dall’imbraco e scendere in arrampicata. L’imbraco e la corda sono in tensione, ci sto dentro con il mio peso, e la manovra sembra, a rigor di logica, impossibile. Però faticosamente ci riesco. Mi sfilo fuori. Riscendo arrampicando quegli 8 metri, pensando che non devo assolutamente cadere, e mi precipito da Fabio, che sta seduto e si lamenta. Ha una grande macchia di sangue poco sopra la tempia.
Penso: qui dobbiamo scendere, devo portarlo giù alla strada. Lui resta cosciente tutto il tempo, ma non ce la fa a stare in piedi.
Penso: in queste situazioni di pericolo, tra la vita e la morte, ti viene una forza micidiale: ora me lo carico sulle spalle e lo porto giù per il ghiaione. Sì, ce la faccio, ce la devo fare!
Ma invece no, non ce la faccio. Mi sento debole, ho paura. Riesco a malapena a sorreggerlo, prendendo il suo braccio e tenendolo per la spalla.
Lui fa il possibile. Cominciamo a scendere. Sono venti, trenta minuti di inferno. Cadiamo, scendiamo col culo sui sassi come fosse uno scivolo, ci rialziamo, ci ributtiamo giù. Maledetto ghiaione.
Mi sono odiato per quella mancanza di forza fisica, ma per fortuna Fabio ce l’ha fatta a restare sveglio e farsi trascinare giù da me.
Sulla strada, la prima macchina che passa ci vede con i vestiti stracciati e sporchi di sangue, il tizio va nel panico, lo imploro di portarci a Terracina, ma lui se ne va.
La seconda macchina ci carica. Arriviamo all’ospedale di Terracina. Fabio è preso in cura dai medici. Lo porteranno poi al S. Giovanni. Il trauma cranico è grave, ma tutto andrà bene. Gli rimarrà una placca in testa, in ricordo di quella merda di giornata.
A Terracina, dall’ospedale, telefono finalmente a mio padre: bisogna avvertire i genitori di Fabio. Comincio la telefonata dicendo: “Papà, questa è la telefonata che non avrei mai voluto farti. Abbiamo avuto un incidente…”

Capitolo 8
Come si dice: dopo la caduta bisogna subito rimontare a cavallo.
La domenica successiva andammo con Lorenzo a recuperare il materiale lasciato lì, e poi, qualche tempo dopo (aprile 1985), la via fu terminata. Credo che non abbia avuto nessuna ripetizione. Anche il nome è rimasto sospeso: Kamasutra. L’urlo del pipistrello. Due nomi brutti… Entrambi terribilmente brutti. Ma nella vita ci possono stare gli errori. Altroché.
Nelle settimane che seguirono, Fabio dovette affrontare una lunga convalescenza. Io non avevo smesso di friggere nella mia smania di scalare, di migliorare.
Una sana invidia stava silenziosamente crescendo in me per quelli là, gli “sperlonghiani”.

Il Moneta la mattina. Foto: livellozero
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Avevano tutti ampiamente passato i diciott’anni. E dunque avevano la patente e la macchina (per andare ad arrampicare). Avevano la fidanzata, o comunque potevano vantare qualche esperienza sessuale. Io, né l’una né l’altra. Anzi, più passavano i mesi e più sentivo come un’oscura vergogna – a diciassette anni e poi ormai (a novembre) diciotto – non aver ancora infilato le mani sotto la maglietta di una ragazza, non aver giocato con nessuna a rotolarsi sulla moquette levandosi i vestiti, quando i genitori sono fuori di casa…

Ma quel che maggiormente invidiavo ai più grandi era proprio quel potersene stare lì, a Sperlonga, in mezzo alla settimana, dormendo in quel topaio di casa, mentre io ero costretto ad andare a scuola: invidiavo – in sostanza – quella libertà, quell’indipendenza dai genitori che rappresenta l’universale orizzonte di utopia di ogni sano adolescente…
Certo, invidiavo anche le loro capacità arrampicatorie. Ma in questo caso era più ammirazione che invidia. E ragionevolmente pensavo che, arrampicando io soltanto un giorno a settimana, non avrei mai potuto colmare quel divario.
Dopo l’incidente di Fabio, e il suo progressivo allontanamento dall’arrampicata, trovai un nuovo compagno di cordata…
Quinta ginnasio del “Giulio Cesare”, dunque tre anni meno di me. Insomma un pischello… Si chiama Maurizio. Subito soprannominato Maurizietto, e più tardi, a causa di alcune sparate, “er Tozzo” (“Oh, hai visto quello? Mi ha guardato male! Adesso vado lì e gli meno!!!”).
Il Tozzo, bisogna precisare, non era l’unico “tozzo” in circolazione. Era il periodo in cui a Roma era pieno di “tozzi”: era una generazione, una moda (che prevedeva – ad esempio – un piumino Monclair, i Levi’s 501 un po’ larghi, e non so più quali scarpe…).
I “tozzi” erano praticamente dei “coatti” un po’ acchittati e stereotipati.
Ma torniamo a noi. Nel frattempo avevo stretto amicizia con un mio coetaneo, Ignazio Tantaillo Tantillo: anche lui fa il liceo classico, al “Mamiani”, ha fatto il Corso di roccia un anno prima, nel periodo in cui io avevo cominciato con Lorenzo e Fabio.
Ma soprattutto: Ignazio conosce Jolly
Chi è Jolly?
Ah vabbé… Oggi è facile dire chi è Jolly. Ma bisogna vedere chi era nell’inverno ’84-’85…
Alessandro Jolly Lamberti era un po’ più grande di noi. Aveva fatto il corso CAI qualche anno prima. E s’era beccato quel buffo soprannome da Luca Grazzini, suo istruttore, il quale diceva che quel ragazzino magro poteva salire da secondo su qualsiasi via lo avessero portato durante il corso. Per cui era come un “jolly”…
Io ero da poco diventato amico di Ignazio, che era amico di Jolly, che era amico di Stefano Finocchi.
La faccenda si faceva (per me) interessante.
Ai primi di dicembre 1984 parlo con Ignazio: si prospetta un week-end che resterà scolpito nella mia memoria.
Il giorno 8 è sabato, Immacolata Concezione: non si va a scuola! Decidiamo di andare due giorni, 8 e 9, a Sperlonga con le tende! (Le tende che verranno piazzate nel parcheggio del Mozzarellaro… Altri tempi…).
Ignazio mi dice: “Ho parlato con Jolly. Mi ha detto che prende il “calesse”, la macchina di suo padre… Con te e l’amico tuo Maurizio siamo in quattro. Va benissimo”.
Senza il mio fido capocordata Fabio, e con Maurizietto quindicenne (e alle prime armi), mi tocca andare da primo. Ignazio, per tutto il week-end, fa cordata con Jolly. E con notevoli vantaggi, visto che Jolly si tira già disinvoltamente tutti i 6b, 6b+ e 6c di Sperlonga. Così Ignazio, che forse arrampica un po’ meglio di me, ma comunque è più o meno sul mio livello, ha la possibilità di andare a fare, seppur da secondo, Serena alienazione, Peek a bou, Prondo prondo…
Il tempo è splendido. Sapete immaginare due meravigliose giornate di sole, a Sperlonga, in dicembre?
Con Maurizio ci facciamo le vie – nuove nuove – del settore di Re Artù, poi lo Spigolo, Messico e nuvole. La domenica mi tiro Picchiami sulle bolle con il Bombamento. A fine giornata Ignazio finalmente si decide a trasmettermi qualcosa di questa catena decrescente Stefano-Jolly-Ignazio, e mi porta a fare il primo tiro del Ritorno di Paperoga, 6a+ (ex 6b-!). Passo bene. Ignazio mi dice bravo, e io mi sento fiero. E soprattutto felice.
In macchina, sia all’andata che al ritorno, Maurizio racconta ininterrottamente aneddoti verosimili o, più spesso, improbabili (resta famosa l’auto, progettata a suo dire negli Stati Uniti, con il pilota automatico…). Jolly parla pochissimo, ma sembra molto divertito, sia dalle scemenze che dice Maurizio, sia dai commenti di Ignazio, che ha un umorismo (a volte involontario) irresistibile.
Un paio di esempi di quest’ultimo. “Oh, Luca! Ma tu stasera in tenda come dormi? Cioè, voglio dire, stai tranquillo? Perché io non mi fido mica, e dormo con il martello (da roccia) vicino a me, perché di notte possono venire i cani selvatici o i sauri! (vipere, NdA)!”.
Sul sentiero che va alla falesia, sotto il sole cocente: “Luca, vai avanti tu! Ché ci possono essere i sauri… Io comunque mi preparo un bel sercio abbastanza grosso e ignorante da tenere in mano. Oh! Piglia pure te il sercio! Però vai avanti tu!”.

Andrea Dibba Di Bari
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Capitolo 9
Visti da vicino. (Per come li ho visti io, e dunque senza pretese di verità…)
Alessandro Jolly Lamberti, per lo più silenzioso, quasi timido. Alto, capelli lisci abbastanza lunghi. Ovviamente magro. La metà della metà dei muscoli che ha oggi. Assolutamente dimesso nel parlare di arrampicata e di gradi. Non fa nulla per stare al centro dell’attenzione. Ha vent’anni. E’ iscritto a Fisica. Arrampica spesso con Stefano, ma anche con Ignazio. Ha uno stile impeccabile, senza colpi a effetto. Macina vie su vie, migliorando sempre.
Stefano Finocchi, allegro, simpatico, col sacro fuoco per l’arrampicata. Il suo ritornello è: “ho spittato una pancia di 7c!”. Però né Blues per Allah, né Baby snake, né Polvere di stelle, né Elisir saranno 7c! Non vede l’ora di alzare il livello di arrampicata, non soltanto il suo, ma quello della falesia… Arrampica quasi a tempo pieno. E’ un pochino più alto di Jolly, e un pochino più grande (un anno in più), capelli neri e ricci. Grande scioltezza di bacino, da far invidia a Edlinger. Fortissimo di dita. Ha una mentalità un bel pezzo davanti agli altri.
Enrico Jovane è quello che, a vederlo, arrampica meglio di tutti. Ha uno stile ineguagliabile. Sale sul 6b/6c come fosse quarto grado. Però in confronto a Stefano prende tutto con grande leggerezza, quasi con distacco. Si vede che non è sua intenzione dedicarsi all’arrampicata più che a tante altre cose. Allenarsi? Non ci pensa nemmeno. Ma sul suo talento innato sono tutti d’accordo… Da un certo punto in poi (1986) non lo vedo più.
Andrea Dibba Di Bari, scatenato, trascinatore, carismatico. Anche lui vede molto oltre il nostro orizzonte di poveri neofiti. Quando arrampica capti la sua voglia, quasi una rabbia, di non mollare mai la roccia, di salire più su. Capelli lunghi, occhiali da sole, magrissimo. Ha anche lui qualche anno più di me. Ma parla come se avesse vissuto già due vite. Ha una fidanzata molto carina, americana. E’ uno che tiene banco, e ci fa ridere a crepapelle parlando di cose sentimentali e/o di sesso. Però imparo da lui quasi più in quella materia che non nell’arrampicata.
Bruno Vitale, amico (direi quasi un fratello) di Andrea. In coppia a biliardino non li batte nessuno. Andrea è il fratellino discolo e irriverente, Bruno il fratello maggiore, paziente finché ci riesce. Persona semplice e generosa, pensa che spittare vie è una cosa che si fa anche per gli altri. Sa un mucchio di cose, ma non te le dice. Preferisce l’ironia. Cerca e trova: s’inventa letteralmente dei settori di Sperlonga che nessuno aveva visto…
Angelo Monti a Sperlonga lo vedi raramente. Molto alto, occhiali, sorriso semplice di chi è buono. Non parla quasi mai sul serio: sempre ironico, e molto auto-ironico. Ai miei occhi incarna il mito di uno dei primi settimi gradi romani: il Pulpito al Morra. Un’estate, in Verdon, rifiuta lo spinello che gli offriamo, e – alludendo al vino bevuto la sera prima – dice: “Oggi sento di avere delle tracce di sangue nella circolazione alcolica!”. Stralunato.
Maurizio Tacchi, old generation (si fa per dire!), che però a un certo punto molla la montagna e s’infiamma unicamente per l’arrampicata… Anche lui in apparenza dimesso, silenzioso, ma sotto sotto è un animo appassionato. Coltiva una passione totalizzante per Bruce Springsteen. Ha un bellissimo stile di arrampicata. A un certo punto (1986) comincia ad allenarsi con metodo e mette su una forza spaventosa… Ineguagliabile tombeur de femmes. Però questo lo racconterò con calma. Per un certo periodo si lega molto ad Andrea, poi i due si allontanano. Troppo forti per formare una cordata! Dove sta adesso, non lo so…
Roberto Ciato, come Maurizio, come i Vermi, viene dall’alpinismo. E all’inizio l’arrampicata sportiva sembra prenderlo relativamente. E’ un amicone, uno con cui vai subito d’accordo. Molto amico fra l’altro, anche lui, di Andrea. Mi ricordo che quando lo conobbi dovevo dirgli io i nomi e i gradi delle vie di Sperlonga: ero fissato e mi studiavo attentamente tutto, compresi i passaggi, appiglio per appiglio. Ma a uno come lui venivano subito, naturali… Qualche anno dopo s’è attrezzato un garage che è stato la prima palestra artificiale di arrampicata dei romani. Si andava da lui! E lui allenandosi è diventato forte, fortissimo… Senza mai vantarsene.
Giovanni Bassanini, giocherellone, sempre a scherzare, a prendere per il culo. Lo incontravo a Ciampino, dove faceva cose mostruose con una facilità sconcertante… Saliva e scendeva slegato di qua e di là, incurante dei rischi. Fortissimo di dita e di braccia. Resuscitato (o miracolato) dopo un volo enorme al Monte Bianco, ha ripreso a fare trazioni quand’era ancora a letto in ospedale. Poi lo abbiamo visto sempre meno quaggiù, ed è andato a vivere a Courmayeur.

E ora facciamo scrivere qualcun altro, il Jolly. Diversi personaggi presenti in questo paragrafo sono citati in precedenza; il Dibba è Andrea, il narratore di questi due pezzi che seguono è Jolly, il Finocchi è Stefano, Medioverme è già stato citato in alcune puntate precedenti, e Bibo… indovinatelo voi!

Il Dibba
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Intermezzo 1 (di Alessandro Jolly Lamberti)

A) Intanto dentro la casa, oltre a Ignazio e al Dibba, si erano riuniti anche il Tozzo, Bibo e i Vermi.

Il giorno prima c’era stata una grossa battaglia con i raudi (sorta di piccoli petardi). Il Dibba amava i raudi, il botto forte e secco che facevano, non come le scoreggette dei fuochi d’artificio o delle miccette. Il raudo era come una bomba. E soprattutto il Dibba amava lanciarli dentro casa. Allora si che il botto riusciva quasi a stordirti. La sera prima aveva cominciato lanciandone due sotto al divano dove era seduta xxxx. Che ovviamente si era incazzata. Poi in un attimo il piccolo corridoio si era riempito di fumo perché lui aveva cominciato a lanciarne a cadenza costante. I Vermi si erano asserragliati dentro una stanza, ma non avrebbero resistito a lungo. Il più pericoloso, oltre a lui, era il Savini. Mentre il Dibba stava cercando di infilare le bombe sotto la fessura della porta, lui stava aggirando la casa alla ricerca della finestra della stanza. A un certo punto la battaglia si era conclusa perché il Dibba voleva conservare un po’ di munizioni per dare il buon risveglio a qualcuno la mattina seguente.

Nella casa c’era ancora puzza di zolfo e grosse chiazze nere macchiavano il pavimento e la base dei muri. Il proprietario, un contadino del posto, soprannominato ’’zolla de tera’’ era talmente rozzo che neppure si sarebbe accorto delle modifiche alla tinteggiatura della sua bella casetta abusiva.

I discorsi presto divennero filosofici.
Andrea, per noi bamboccioni, era un maestro di vita, e ascoltavamo sempre divertiti e con attenzione i suoi aforismi.
Si discuteva di estetica.
– L’importante è che le bocce siano grosse – disse Ignazio – senza tutte quelle stronzate sulla forma, la consistenza, le proporzioni, importante è che abbia tette grosse e che parli poco.
– E’ un po’ come per il cinema, un film è un bel film se c’è un alto volume di fuoco, è spettacolare e con pochi dialoghi che ti appallano.
– Insomma una tettona che parli poco ma che sappia fare bene i pompini – interruppe Medioverme, che pur essendo il più piccolo era anche uno dei più trucidi.
– Non dico che non debba essere intelligente – replicò Ignazio – dico che debba essere silenziosa.
– State fuori strada – cominciò il Dibba, autorevolmente.

Stefano Finocchi su La Moda del Pesce, Sperlonga (da Flippaut di Fulvio Pennisi)
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Tutti ci voltammo verso di lui ad ascoltare attenti.
– Le tette contano, ma non sono fondamentali – proseguì scandendo con particolare enfasi f-o-n-d-a-m-e-n-t-a-l-i.
– Cosa è fondamentale? – chiese Bibo.
– Pensate a una ragazza bellissima, labbra carnose, culo come quello della pubblicità di Roberta, gambe perfette, ecc. Vi arraperebbe pure se avesse due ciliegine acerbe al posto delle tette.
– Sì, è vero, quello che conta è il culo – azzardò qualcuno.
– No. Allo stesso modo, se vedete una femmina perfetta, ma col culo un po’ piatto o basso vi ci ammazzate di seghe al solo pensiero tutte le sere. Una col culo piatto o dritto può anche essere una fica.
– Dovete pensare a una caratteristica che da sola faccia crollare tutto il resto.

Una condizione che non sia necessaria, ma sufficiente per la bruttezza – pensai; ma mi guardai bene dall’esprimere tale giudizio saputello.

Il Medioverme disse una porcata, ma nessuno la registrò, perché tutti pendevamo dalle labbra del Dibba.

– Le caviglie – pontificò Andrea – può pure avere tutto perfetto, ma se c’ha i caviglioni che scendono giù dritti e grossi come una lonza, la sera non le dedicherete neppure una pippa. E il più delle volte neppure saprete razionalmente perché non vi piace. Magari le due lonze le ha nascoste sotto dei jeans a tubo o degli scaldamuscoli fucsia, ma il vostro corpo lo sa, lo sente, magari ve la sposate pure ma non vi arraperà mai veramente – concluse.

E’ vero, le caviglie, e chi ci aveva mai pensato.

– Quello con cui stava prima la mia fidanzata – disse qualcuno -aveva due caviglie che sembravano due tronchi di quercia. Dici che a lei quello non la attizzava?
– Seee… te piacerebbe – replicò Andrea col suo sorrisetto cattivo – per le donne è diverso, l’arrapamento può partire anche solo per motivi intellettuali o semplicemente perché lui la fa sentire brava e la gratifica spesso. Le donne cercano chi le gratifica, per questo i viscidoni hanno successo.
– Ma soprattutto – dal tono si capiva che stava per sparare una delle sue massime – mai mai mai mai m-a-i farsi raccontare e m-a-i neppure pensare a quello che ha fatto la tua donna con il suo ex, è la cosa peggiore che puoi fare.
– Capito – disse Bibo.
– Come si fa a non pensare a una cosa? – chiesi io, che fino a quel momento ero stato zitto e in disparte – io quando decido di non pensare a una cosa ci penso ancora di più.
– Basta che ti metti a fare qualcosa – concluse secco il Dibba.
– Fare qualcosa. Fare qualcosa – ripetei mentalmente, cercando di memorizzare.

Il Finocchi
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B. In quel periodo il Finocchi percorreva la via Pontina fino a Sperlonga come un pendolare che deve andare in fabbrica a timbrare il cartellino. Senza ipocrisie, senza far finta di fare qualcos’altro, lui scalava. Abitava con la famiglia in un grande appartamento a Primavalle. Il padre, commerciante di vini e spumanti, aveva fatto abbastanza soldi lavorando sodo, e ora permetteva al figlio di impegnarsi a fondo nell’attività in cui era bravo e che amava. Probabilmente voleva permettergli ciò che a lui non era stato permesso, e per questo gli dava una discreta paga mensile, quasi uno stipendio, per scalare e basta. C’era una specie di accordo tra i due: dopo dieci o dodici anni di scalata, il figlio si sarebbe messo a lavorare con lui a vendere Spumanti. Stefano, al contrario di me, era estroverso, amichevole, disinibito; la sua vitale e frizzante energia ti accoglieva e ti metteva a tuo agio, ti faceva divertire, sempre, senza recitare ma semplicemente essendo se stesso. Piaceva a tutti, era una di quelle rare persone di cui potevi veramente godere la presenza come a uno spettacolo di fuochi d’artificio. Lui e il Tantaillo erano i più simpatici di tutti, nel senso letterale del termine, e assieme erano irresistibili. Con il giusto accompagnamento Stefano poteva fare qualunque cosa, compreso un discreto numero di atti vandalici. Era l’unica persona che conoscessi ad avere una alimentazione più sregolata della mia, e nulla gli faceva schifo. Tutti lo amavano. Tranne uno. Che invece lo odiava. Ma era un’altra questione. Era una questione di rivalità. Non si trattava di donne, ma erano pur sempre pulsioni darviniane e primordiali. Il controllo del territorio. E il territorio erano le pareti di scalata intorno a Roma: loro due tracciavano ogni settimana itinerari che dovevano essere sempre più duri di quello dell’altro, i chiodi che piantavano in parete erano come il piscio acre e acido dei felini in calore, servivano a marcare il loro territorio, i confini del loro regno. La tribù era appena nata, e già si erano formate due faide: da una parte il Finocchi, dall’altra il Dibbari. Io mi stavo formando nel mezzo, approfittando di quella rivalità, ma sempre rimanendo abbastanza nell’ombra, cominciavo a ripetere le loro vie più dure, da una parte e dall’altra. Loro aprivano nuove vie difficili, l’uno per superare l’altro, e io mi trovavo sempre nuovi progetti senza dovermi sporcare le mani piantando chiodi in parete. “E’ un lavoro da carpentiere”, dicevo con la mia erre un poco moscia. Pur restando sempre dalla parte di Stefano, il Dibbari comunque mi accettava, non perché facessi il doppio gioco, ma perché a diciannove anni ero una persona assolutamente innocua, quasi autistica, e provare antipatia per me sarebbe stato come provare antipatia per un orsetto di peluche. Neppure quel cagnaccio di borgata del Dibba era capace di tanto. A peggiorare le cose tra lui e il Finocchi c’era la differenza di status economico. Il Dibbari veniva dalla Pisana e sin da piccolo si era sempre dovuto fare il culo. Anche lui aspirava al professionismo nella scalata, ma per potersi pagare la benzina doveva arrabattarsi con qualche lavoro. Per lui, noialtri eravamo tutti figli di papà. E un po’ era vero. Ignazio, anche se non aveva mai una lira, “A Jo (Jolly) me so sbajjato, non c’ho i soldi per la benza”, abitava in un grande appartamento al centro, il padre (il “tutore” come lo chiamava lui) era un dirigente della RAI, la madre una “bossetta” alle belle arti. Bibo e il Tozzo venivano da Corso Trieste, io dall’Aventino. Tutto l’ambiente del CAI, dove ognuno di noi aveva cominciato, era impregnato di ricchi professionisti e intellettuali di sinistra, comunisti con la villa a Capalbio e a Cortina. Molta della sua grinta, quando scalava, il Dibbari la tirava fuori da lì, da quella tensione di classe. Anche lui, in quanto a carisma, energia e simpatia, non era inferiore né al Finocchi né al Tantaillo. Il Dibba era ipercinetico, quasi schizzato ma sensibile, a modo suo spirituale e un po’ filosofo. Era spinto da un fuoco che gli ardeva dentro e che non riusciva a sopire. Quando scalava dava sempre il massimo, con quel suo stile di scalata scattoso, un piede puntato e l’altro sempre un po’ a ravanare, anticipava quella che sarebbe stata la tecnica moderna, meno elegante ed effeminata, ma più efficace. Il Finocchi era il tipico scalatore anni Ottanta, sempre appiccicato alla parete come una ranocchia, sullo stile di Patrick Edlinger e di Manolo. Il Dibba, invece, se poteva i piedi neppure li poggiava, sostenendo che così si faceva meno fatica. Contava il risultato finale, chiudere la via, in un modo o nell’altro: le spaccate e gli sculettamenti andavano bene per i ballerini frocetti.

Entrambi i pezzi A. e B. qui sopra sono stati scritti da Alessandro Jolly Lamberti, uno dei più forti climber italiani. Jolly ha studiato in modo accurato e meticoloso la teoria e pratica dell’allenamento per l’arrampicata, e con un’esperienza ventennale nel suo bagaglio ha scritto quello che è tuttora il testo di riferimento in proposito:

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Gli scritti che ho riportato sono invece tratti da:
http://www.climbook.com/sezioni/2-storie-vere
e sono contenuti nel libro La decadenza della scalata moderna e altri racconti.

Capitolo 10
L’estate sta finendo, cantano i Righeira.
Anzi, è finita da un pezzo. Trascorso il mese di settembre, da Guido il Mozzarellaro non c’è più movimento. Ci sono i camionisti, loro sì. E da quest’anno (1984) ci sono anche gli arrampicatori.
In mezzo alla settimana sono due o tre, saltuari, imprevedibili, capelloni, ventenni. Hanno affittato una casetta minuscola e fatiscente a pochi passi da là.
Ma il sabato e la domenica sono molti di più. Li vedi arrivare verso le dieci del mattino, una macchina dopo l’altra. Scendono strani gruppetti, composti in modo imprevedibile, come se si mischiassero sempre le carte di uno stesso mazzo. Ci sono più o meno quei quindici o venti quasi fissi. Gli altri ruotano: vengono una volta, poi spariscono, ritornano.
Lasciata la macchina, prendono gli zaini e si avviano, come se tornassero in direzione di Roma, verso la galleria.

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Come ci vedeva Guido, il Chiromante?
Come vedevamo noi lui?
Qualcuno, un po’ cinicamente, diceva: “Gli abbiamo fatto muovere un po’ gli affari. Qui d’inverno non gira nessuno”.
In effetti noi andavamo sempre. Pochi ma fedeli. Anche con la pioggia. Tre o quattro tavoli li riempivamo: mozzarella e pomodoro, qualche oliva, un panino al prosciutto, una birretta alla spina…
Ma Guido non era così. Non pensava tanto ai soldi. Gli interessavamo noi. Si sarebbe detto che ci osservava, ci studiava.
A molti, e penso soprattutto a Stefano, Guido voleva un gran bene. Dopo un anno o due se lo coccolava, gli faceva gli scherzi. Anzi, in realtà faceva scherzi a tutti.
Impossibile dimenticare il suo termos “a sorpresa”: diceva che ti offriva del tè, e tu ingenuamente aprivi il barattolo e cosa saltava fuori? Indovinate? Una cosa più o meno cilindrica che sta giusta giusta, come dimensioni, dentro a un termos…
Lo ha offerto a tutti quelli che son passati. Anche ai big. Anche alle signore, alle istruttrici del CAI…
Un altro suo scherzo: “Facimmo a chi è cchiù alt’…”. Risposta di Stefano, già tra le risate: “Ma dai, Guido, sono più alto io!”. “No, no – insiste lui – facimm’…”. Si avvicina a Stefano e guarda la sua fronte, invitandolo a fare lo stesso. Con una mano, a metà strada fra le due teste, accenna a un gesto di misurazione, ma con l’altra ammolla una botta secca nei testicoli del giovane climber.
Una volta si arrabbiò perché aveva capito che mettevamo dei fogli di giornale nelle buche (le porte) del biliardino… In questo modo le palline non cadevano giù, e con cento lire potevamo giocare per due ore (d’inverno la giornata arrampicatoria finisce presto…). Arriva lì sbraitando cose incomprensibili. Tutti zitti. Ognuno pensa tra sé: stavolta l’abbiamo fatto incazzare sul serio.
Ma lui: “Nun sefà accussì, che finiss tutt’a carta int’o biliardino…” E mentre dice questo, ci porge gentilmente due stracci presi al bancone. Bisogna metterci gli stracci, nelle porte… Non s’è arrabbiato per i soldi, ma per i pezzi di carta che finivano dentro.
Guido ci voleva bene. Ne sono sicuro.
Ai muri avevamo cominciato ad attaccare qualche poster di arrampicata. Ce ne era uno con una foto del bombé di Pichenibule che ritraeva Edlinger. Commento di Guido, sempre rivolto a Stefano: “Chist è ‘no campione! no tu!”.
E poi voleva sapere, a suo modo, il grado della via del poster: “Quest quant’è? quanto fa? Ciento pe’ ciento…? Cientodieci pe’ ciento…?”
110%… La pendenza! Guido s’era accorto che la parete di quella foto strapiombava…

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Capitolo 11
Perdonatemi le divagazioni (che però a volte sono la parte migliore). Cercherò di ritrovare il filo del racconto.
Eravamo rimasti a quel week-end in cui portai il Tozzo per la prima volta a Sperlonga. Fu così che conobbi Jolly (di cui già si diceva che era uno “forte”). E si consolidava nel frattempo l’amicizia con Ignazio.
Andare a Sperlonga voleva dire non solo spellarsi i polpastrelli sulle gocce affilatissime, ma anche farsi un’idea di chi in quel momento era al top.
Come ho detto, di vie sotto al 6a ce n’erano davvero poche, e quindi Sperlonga continuò a esser frequentata, almeno per tutto il 1985, da una sorta di élite di arrampicatori. Gli altri si affacciavano, si facevano quelle 5-6 vie abbordabili, e ritornavano, a volte, qualche mese dopo. Dal che capirete – fra l’altro – che in quegli anni, al contrario di oggi, se uno faceva il 6a (il 6a di Sperlonga!), era considerato “forte”.
Andate a fare il “6a” di Pronto Raffaella, o del secondo tiro di Flippaut, e capirete che c’era una logica in quel ragionamento.
Così sapevi che i “forti” erano quei 10-15, e non di più.
Cominciavi a frequentarli, a parlarci, a chiedere informazioni su questa o quella via…
Con il Tozzo andai anche in giro per le altre palestre (il francesismo “falesie” non esisteva): al buon vecchio Morra, a Leano, ecc. Prendevo gradualmente fiducia nell’arrampicare da primo.
Ovviamente non esisteva Ferentillo, e ancor meno esisteva Grotti. Norma e Sezze erano due nomi e basta: liquidati, sulle guide dell’epoca, come pareti di scarso interesse.
Bassiano non esisteva. Supino non esisteva. Ripa maiala non esisteva.
Insomma, direte voi, ma che cosa esisteva?
Diamine, lo sto dicendo e ripetendo fino alla nausea: eravamo agli albori. Non esisteva quasi niente. Non esistevano i tabelloni, le palestre indoor, non esistevano le gare, non esisteva la FASI. Non esisteva nemmeno l’8a: se non come leggenda (“pare che in Francia ci siano due fratelli fortissimi, ancora più forti di Edlinger: si chiamano Marc e Antoine Le Menestrel… Sembra che hanno fatto l’8a…”).

Sperlonga, Parete del Chiromante (da http://www.stadler-markus.de/files/sportklettern/sperlonga.htm)
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A: il Castello invisibile
B: Avancorpo di sinistra
C: il Mercantino delle pulci
D: Parete del Chiromante
E: Avancorpo di destra
F: Fascia superiore
G: Mura di amacord
H: Signora delle maniglie
I: l’Isola che non c’è
L: il Pilastro di ponente
M: Spiagga sotto il pilastro di ponente
N: la grande Muraglia
O: l’Anfratto
P: il Tempio

 

 

Sperlonga, Monte Moneta (da http://www.stadler-markus.de/files/sportklettern/sperlonga.htm)
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A: il Faro
B: Avancorpo di sinistra
C: Avancorpo sotto la grande cengia
D: Paretone
E: Avancorpo di destra
F: Parete delle Meraviglie
G: Avancorpo del Mistero
H: Berger

Diciamo che per me esisteva il primo tiro di Flippaut, che mi aveva respinto a brutto muso. “Maledetta cazzo di placchetta appoggiata di 3 metri, vaffanculo, liscia! Porca puttana!”
Un giorno vedo, proprio sul primo tiro di Flippaut, il fratello di Paolo Caruso, Roberto. Un gran pezzo d’uomo (di ragazzo), certo non il mingherlino tipico di queste parti. Io sarò ancora un pivello – penso – però scalo meglio di questo qua (la modestia, in queste cose, non m’è mai mancata…). Roberto segue i consigli di qualcuno da sotto. Sale dritto un metro anziché traversare subito a sinistra, e prende un bel buco per tutta la mano, poi fa una grossa spaccata, riesce ad arrivare a un’altra presa decente, infine fa ancora qualche movimento che non ricordo sbucando sul terrazzino. Insomma, morale della favola, passa senza fare resting.
Gran rosicata mia. Resto muto, imbronciato, riflessivo.
Ma al tempo stesso: apriti cielo! Si accende una lampadina.
Roberto – continuo a pensare – ha fatto una sequenza precisa, memorizzata, incredibilmente efficace. Sapeva esattamente dove mettere le mani, dove mettere i piedi. Non ha esitato, non ha perso tempo, non s’è stancato (il termine “acciaiato” ancora non esiste…).
Ha usato dei trucchi, glieli avranno suggeriti, però intanto è passato.
Il cervellino di Smilzo, mosso dall’invidia, è tutto un formicolare.
Allora si fa così.
Si va sulla via. Si provano bene i movimenti, magari facendo resting. Bisogna capire i trucchi (se ci sono). Bisogna inventare, studiare la roccia centimetro per centimetro, vedere su quale presa ci si tiene meglio…
Inutile aver fretta. L’importante non è arrivare presto in sosta. Ma capire: capire in che modo posso passare, così da riprovarci in un secondo momento e salire in “vera” libera: rotpunkt (questo termine esiste!)…
Aaaahhh, ora ho capito.
Decido nei giorni seguenti qual è il mio obiettivo. Ho fatto, più o meno, vari 6a e 6a+. E’ ora di salire un 6b. Ma un 6b vero! meglio se magari è un 6b+, così non ci sono dubbi.
“Ignazio, tu che li conosci, i 6b e i 6b+, quale mi consigli?”
“L’hai fatta Serena? Non l’hai ancora fatta? MADDAI! (il famoso MADDAI del Tantaillo) Allora devi far quella”.
La domenica dopo sono lì col Tozzo, sotto la via. Sono pronto a tutto, a spararmi resting su resting, ma devo farcela, e capire i movimenti. Mi hanno detto che la partenza sullo strapiombetto è dura. Tutto sta a portare i piedi su due appoggi, proprio sul bordo del tettino. E poi da lì, devi tenerti su delle cose piccole. In compenso la parte dura non è tanto lunga: dopo i primi 5 metri diventa più facile.
Mi sono portato in tasca delle pasticche di un prodotto nuovo: si chiama Enervit! Così avrò le energie per arrivare in sosta.

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Léon Zwingelstein

Léon Jean Zwingelstein
di Giampiero Assandri
(già pubblicato su http://www.lafiocavenmola.it il 23 maggio 2015)

Scusa se ti chiamerò Léon, o Leo, ma il tuo cognome è quasi impronunciabile per noi, qui a Sud delle Alpi, ostico come un diedro friabile, o come certe nevi crostose che si rompono all’improvviso ingoiando la punta di uno sci. Oppure Zwing, come riportato sulle didascalie delle poche foto in bianco e nero che ci hai lasciato e che il tuo biografo ha messo nel libro, a dimostrazione che stava parlando di una persona realmente vissuta e non di un fantasma.
Hai percorso le Alpi in sci, avanti e indietro, che se quelle tracce si potessero riportare sulla carta come oggi si fa col GPS, disegnerebbero una ragnatela fitta come la trama di un tessuto. Quasi sempre da solo, in un tempo remoto, quando la montagna invernale era frequentata da un manipolo di pionieri che indossavano giubbe militari o di lana infeltrita, occhiali da saldatore, scarponi di cuoio e sci di hickory. Solo, con il grande zaino sovrastato dal rotolo della tenda leggera autocostruita e con un fornello a benzina, stringendo tra le mani i bastoncini di bambù con grandi rotelle e tra i denti l’ultimo fico secco.
Oggi salirai – da solo – fino al colle, guarderai al di là della sella un’altra valle, e questa sera mangerai una zuppa d’avena alla luce del sole che tramonta dietro la linea rossa della tua amata Meije. Infilato nel sacco a pelo parlerai ancora una volta con la tua anima, che pare uscita dal proprio corpo – che poi è il tuo – e sembra voler stare ancora un po’ fuori dalla tenda a guardare la luna, col rischio che una folata più forte di vento se la porti via, mentre la notte insonne sembra non finire. Questo dialogo con te stesso senza parole da un po’ di tempo ti è naturale, come il passo sul pendio, e più lieve ti rende l’attesa della prossima alba, che arriverà a spazzar via il buio, gli incubi delle trincee e il peso di vivere i giorni come fanno gli altri.
Cos’hai tu da spartire, piccolo, tenace e solitario Leo, con il tuo berretto tondo e la giacca militare, col tuo incedere lento, lontano da tutti e da tutto, con questi corridori moderni di carne scolpita, attrezzati con sci di carbonio e tute acriliche multicolori? E perché ti ostini a stare ancora lassù, tra stelle, corvi e domande senza risposte, anziché tornare in fretta qui a valle, a bere un bicchiere di rosso Bordeaux di Provenza in questa osteria calda di vapori di cucina e di fiati, a fumare un sigaro tra quelli che cantano una vecchia aria di Chartreuse, a condividere una risata con i montanari, a dire una parola che getti un ponte sul vuoto di silenzio che ti separa dalla gente?
In fuga da ragazze d’altri, da coppie, famiglie, clan e club di ogni genere, hai portato sulle spalle la tua solitudine senza possibilità di redenzione, punteggiata dagli appunti ermetici del tuo vagabondare per monti, scritti su taccuini senza schizzi o mappe di tesori, senza rivelazioni esistenziali, pieni solo di date, nomi di cime, colli, rifugi e lettere puntate al posto di nomi e cognomi.

Léon Zwingelstein al refuge Dupuis il 6 marzo 1933
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Ci doveva essere una ragione
Ci doveva essere una ragione per quel vagare incessante – scrive Jacques Dieterlen – doveva essere accaduto qualcosa di drammatico, a motivare quelle imprese solitarie presentate dal loro autore con una scrittura concisa all’estremo. Spinto da questo interrogativo, dalla curiosità di scoprire cosa si celasse nell’anima di quest’uomo, l’autore inizia a mettersi sulle tracce (poche) di Zwing, domandando di lui a quelli che potevano averlo incrociato nelle valli, nei rifugi, nelle locande, senza ottenere altro che qualche risposta vaga, come di uno passato inosservato o ricordato solo per i suoi silenzi. “Le chemineau”, ossia il vagabondo, l’errante, l’uomo che non era riuscito, né a Grenoble né altrove, a mettere su radici, casa e famiglia, tormentato dalla perdita precoce dei genitori, dai ricordi delle notti terribili passate nelle trincee del fronte franco-tedesco delle Ardenne nell’aprile del 1918, a tentare di dormire sui cadaveri dei compagni morti e distesi nel fango, dalle nebbie infernali dei gas asfissianti al cloro e fosgene che gli tormentarono gli occhi per anni.
Dieterlen aveva a disposizione solo quei taccuini, qualche lettera inviata o ricevuta dai pochi amici, appunti su valanghe, costruzione di tendine superleggere, alimentazione, e la testimonianza diretta di due o tre amici: su questi pochi elementi ha ricostruito una storia, quella che il protagonista aveva volutamente oscurato, limitandosi a registrare i nomi di luoghi, le date e i tempi di percorrenza di ogni tappa, come i punti numerati da collegare nei disegni sulle riviste di enigmistica: e il disegno che viene fuori alla fine è una linea di 2000 chilometri continua e sinuosa sulla carta dell’arco alpino, che da Grenoble scende a Nizza, risale a Chamonix, percorre l’Engadina, i Grigioni, il Silvretta e ritorna indietro all’Oberland. Sembra quasi che Léon ritenesse le parole inadeguate a descrivere la montagna nelle sue forme e manifestazioni continuamente mutevoli, come pure le proprie impressioni ed emozioni. E che nulla esiste al di fuori dell’azione, la quale appartiene all’esperienza interiore individuale, indicibile e incomunicabile al mondo. Ne consegue che i pensieri e i dialoghi che accompagnano la grande traversata di Léon appartengono all’autore del libro, più che al protagonista, ma d’altra parte un biografo è sempre parte del personaggio che racconta. Bisogna comunque dare atto a Dieterlen di conoscere bene i luoghi che descrive, una conoscenza che gli derivava, almeno in parte, dall’aver ripercorso di persona la scia solitaria di Léon.

Zwing al Col du Chardonnet il 4 marzo 1933
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Grenoble
Zwing si stabilisce a Grenoble nel 1920, a ventidue anni, e si iscrive all’istituto superiore di Elettrotecnica. Si lascia alle spalle un’infanzia abbastanza agiata (era nato a Rennes il 16 ottobre 1898, figlio di un imprenditore), ma anche la perdita della madre e del padre intorno ai 15 anni e l’esperienza tragica della guerra di trincea e dei mesi di ospedale per gli effetti dei gas asfissianti. Grenoble era già allora una città vivace, popolata da studenti e turisti, desiderosi di riscoprire la normalità della pace. Circondata da ogni lato da montagne: a nord il massiccio della Chartreuse, a sud la catena di Belledonne e le Prealpi del Vercors, a est gli Écrins. Proprio su questo massiccio, nella sua prima escursione alla Tête de La Maye, presso La Berarde, si innamora per sempre della montagna e dell’Oisans in particolare. In quegli anni frequenta un gruppo di coetanei alpinisti, tra cui J. P. Loustalot, il trascinatore, carismatico ed estroverso, al contrario di lui, silenzioso e riservato. Si fa comunque benvolere per la sua affabilità, la precisione, la determinazione. Nel gruppo ci sono anche delle ragazze che fanno anch’esse salite impegnative, a dimostrazione di un’emancipazione femminile, almeno nelle classi più agiate. Il gruppetto fa base in una casa presso la Bastiglia, l’antica roccaforte di Grenoble, da cui si domina la città e dove i ragazzi passano le serate, programmano le escursioni del fine settimana, si allenano, stanno insieme, come si fa a quell’età. Ogni sabato pomeriggio la corriera li trasporta lungo le valli del Delfinato da cui salgono ai rifugi, impegnandosi in salite anche notevoli per quei tempi: la Sud della Meije per il Promontoire e il Glacier Carré, la salita delle Tours de Forges sul versante ovest del Moucherotte (24 maggio 1922) e la prima salita (per il versante ovest) della Pierra Menta (6 luglio 1922).

Il percorso di Zwingelstein del 1933. Da Le chemineau de la montagne
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La tenda gialla
Nel 1923 si laurea in ingegneria e cerca un impiego, senza molta fortuna e senza molta convinzione. Dopo un anno e mezzo trascorso a Lione, torna a Grenoble e riprende l’attività alpinistica che aveva temporaneamente lasciato. Nel 1926 compie, tra le altre, le salite alla Pointe Richardson, al Mont Gioberney, alla Tête de la Pilatte, a Les Bans, a la Meije, al col des Avalanches, al Mont-Aiguille, al Monte Bianco, poi la Vanoise con la Grande Casse, spesso da solo e con gli sci. Non gli interessano le difficoltà, quello che cerca è la permanenza in montagna, vivere in sintonia con il respiro della natura, del sole, dell’alternarsi del buio e della luce, della pioggia e del vento. Progetta e si costruisce da solo una tendina di appena 1.380 grammi, utilizzando tela di mongolfiera per la base e tessuto di paracadute impermeabilizzato con oli idrorepellenti per la parte superiore, senza paletti di sostegno, sorretta solo dai due bastoncini da sci. La sperimenta in ogni condizione di tempo e in quota, convincendosi che con quel riparo potrà far fronte, da solo, a qualsiasi percorso in tutta sicurezza. Quella sarà la sua dimora prediletta, mentre la stanzetta affittata al n. 13 di rue Bayard, nella parte vecchia di Grenoble, non avrà per lui altra funzione che quella di ospitarlo per il tempo necessario a progettare qualche itinerario, a riposarsi tra una salita e l’altra, a mettere a punto l’attrezzatura alpinistica, a risolvere le incombenze burocratiche.
Nel luglio del 1928, salendo all’Aiguille Verte, muoiono l’amico Loustalot e la sua giovane moglie Yvette, che avevano condiviso con Léon tante salite ed escursioni negli anni del gruppo della Bastiglia. Per Léon è un duro colpo, tanto che smette quasi del tutto di andare in montagna per due anni. Riprende nel 1930, salendo in prima invernale il Rateau, poi la Dent Parrachée. Da solo, nella primavera del 1932, con gli sci e l’inseparabile tendina bivacca sul ghiacciaio di Bonne Pierre e il giorno dopo valica il Col des Écrins e scende lungo il Glacier Blanc al refuge Caron. Il mattino seguente risale in sci il versante nord della Barre e lungo il ripido pendio sopra la crepaccia terminale e su placche verglassate raggiunge la vetta: Dieterlen, con la prosa aulica tipica degli anni Trenta, lo racconta così: “Enfin, dans un grand ébluissement de lumière, un étincellement féerique de cimes, de dents, de cretes endiamantées étendues autour de lui, d’un bout a l’autre de l’horizon, ivre de bonheur et comme transfiguré, il atteignit le point culminant de la Barre“. Sta di fatto che da lassù, contemplando verso oriente la distesa senza fine di cime e valli innevate, sente di potere e di dovere intraprendere un viaggio attraverso le Alpi: lo percepisce come un destino che è allo stesso tempo una liberazione e una condanna, come la scelta, unica, che gli è dato di fare.

Zwing sul versante est della Cime du Vallon
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Verso il mare
Sul suo diario scrive il 31 gennaio 1933: «Je viens d’achever mes préparatifs! Demain je vais me lancer dans la grande aventure, entreprendre ce long raid à ski auquel je songe depuis une dizaine de mois, le parcours entier des Alpes de Nice au Tyrol. Je dois entreprendre seul ce long raid (…) Quoi qu’il arrive, je veux atteindre le but fixé: je réussirai».

Il gran giorno è domani, 1° febbraio: Léon ha comunicato a pochissimi amici alpinisti le sue intenzioni, il programma di massima e la data di partenza. Le Philosophe lo incoraggia, le Reverend lo va a trovare qualche giorno prima e l’Escargot si offre di accompagnarlo nella salita della prima tappa da La Grave a Le Lauzet. Nella stanzetta disadorna sono sparsi gli oggetti necessari per il raid: in un angolo gli sci sciolinati con grafite, le carte topografiche infilate al sicuro in una tasca interna dello zaino con documenti e denaro, il compasso per tracciare l’angolo della direzione sulla carta, la tendina gialla arrotolata, i ramponi da sci, le pelli adesive (vedi nota) la piccozza, una cagoule, uno spezzone di corda, il fornello a benzina per cucinare e sciolinare, un pentolino, un sacco duvet e viveri (solo frutta secca, carne secca, farine, biscotti) per tre-quattro giorni, per un totale di circa 20 kg.
Come tante altre volte in passato, i due amici salgono sul primo autobus del mattino che da Grenoble li porta a La Grave, poi proseguono a piedi fino a Villar d’Aréne, dove calzano gli sci: “le case del villaggio sono coperte dalla coltre nevosa e un vento gelido soffia sollevando sui pendii una polvere cristallina che corre radente al suolo, come un fremito di seta argentea (Jacques Dieterlen)”. Seguendo i tornanti della strada coperta dalla coltre nevosa arrivano al Col du Lautaret: qui i due si separano con una stretta di mano e un augurio di bonne chance per Léon. L’Escargot rientra a Grenoble, mentre Léon prosegue in discesa fino a Le Lauzet, dove passerà la prima notte del raid, poi farà rotta verso Nizza.
Il 7 febbraio arriva a Nizza e da qui raggiunge in autobus Cannes, dove percorre con gli scarponi e gli sci sottobraccio, come un essere extraterreno che abbia sbagliato rotta e pianeta, tra gli sguardi allucinati della bella società, il viale centrale. Nella città di Cannes viene ospitato per qualche giorno da alcuni conoscenti e ne approfitta per curarsi da una congiuntivite, per rimettere a posto l’attrezzatura e per ritirare alcune lettere e una macchina fotografica inviatagli da un amico di Parigi. Si concede anche un paio di bagni al mare, poi all’alba del 12, quando i nottambuli rientrano alticci dalle balere, riparte verso il suo destino, direzione Chamonix.

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Contrasti
In tre tappe, passando per Saint-Étienne de Tinée, Saint-Paul-d’Ubaye e il Col de la Noire, raggiunge Saint Véran, due file di case allineate ai bordi della strada centrale, ancora sotto una spessa coltre di neve. Bussa a una porta ed un vecchio lo accoglie con calore, stupito di vedere arrivare qualcuno in quella stagione. Lo fa sedere, gli offre qualcosa di caldo da mangiare e un pagliericcio sopra la stalla. “Chi sarà mai quello strano individuo? una specie di Re magio? Sì, ha proprio l’aria di un santone, uno di quei personaggi in terracotta che vendono in Provenza da mettere nel Presepe… il santone montanaro, come ci sono l’arrotino, il pescatore, il cacciatore… E così, amico mio, venite da Nizza, già, da Nizza… e andate a Chamonix, da solo… poi pure in Svizzera… un viaggio davvero incredibile, porca miseria! E non è per divertimento di sicuro! Ma dice che non lo fa neppure per denaro e neanche perché qualcuno lo ha comandato! E dunque? (J. Dieterlen)”. Il vecchio non ha una risposta razionale e neppure Léon ce l’ha.
In due tappe, passando per il Col de Peas e per il Col de Gondrans arriva a Monginevro. Lì si stanno svolgendo le gare militari di sci alpino, c’è il mondo dello sci competitivo che sta diffondendosi, le feste danzanti negli alberghi di lusso, l’esibizione dei campioni sulle piste artificiali… una montagna artificiosa, modificata ad uso dei ricchi clienti cittadini che nulla sanno dell’alta quota, delle valanghe, della natura alpestre e sono lontani anni luce dalla vita semplice e autentica dei montanari che a Saint Véran lo hanno accolto come un fratello. Passa una giornata di sosta a Monginevro, tra musiche, manifesti, cori, fanfare… un gran circo dei divertimenti. L’indomani, 23 febbraio, parte all’alba, nel silenzio assoluto, senza rimpianti per quel luogo.
Nella cittadina ai piedi del Bianco ha un appuntamento con un amico scialpinista, Legrand, che ha già percorso l’haute route classica Chamonix-Zermatt e lo accompagnerà in questo tratto del raid, dal 3 al 14 marzo. Da Zermatt riprende il cammino solitario e raggiunge la capanna Bétemps (Monte Rosa Hütte) per salire la Dufour. A causa del maltempo è costretto a rinunciare sulla cresta finale, con il vento fortissimo che gli procura seri problemi al ritorno: deve togliersi più volte gli sci, non riesce a infilarsi né le moffole, né il passamontagna, né la cagoule e vaga per ore tra i seracchi. Nel semi delirio della tormenta, facendo appello alle ultime risorse fisiche e morali e invocando l’aiuto dell’amico defunto Loustalot (nella ricostruzione di Dieterlen) riesce a rientrare al rifugio. Riporta un inizio di congelamento alle dita delle mani, al naso, alle orecchie e allo zigomo sinistro e rimane tre giorni bloccato con pochi viveri. Il quarto giorno, 21 marzo, rinunciato ormai alla traversata diretta alla Britanniahütte, e dovendo scegliere tra morire di fame e rischiare di rimanere seppellito sotto una valanga a causa degli ottanta centimetri di neve fresca caduta, decide di tentare la discesa a Zermatt e se la cava. La brutta avventura passata sul Rosa ha l’effetto di infondergli la convinzione che una forza interiore riuscirà sempre a fargli superare qualsiasi avversità in montagna e una grande pace lo pervaderà per il resto del raid, anche durante la rischiosa e impegnativa tappa del 2 aprile per superare il Ghiacciaio di Rheinwald (per il Passo di Cadabi) fino a Hinterrhein, nei pressi del passo del San Bernardino. Finalmente il 6 aprile, in compagnia di un altro sciatore, varca il confine tra Engadina ed Austria e sale la Dreiländerspitze per il ghiacciaio di Fermunt e il giorno dopo il Silvrettahorn. Il 9 aprile è a Davos e come gli era già capitato al Monginevro, a Tignes, a Saint Moritz osserva il mondo rutilante degli “sportivi” eleganti, provenienti da tutta Europa, che nei loro impeccabili abiti alla moda affollano, strade, piste, negozi, sale da gioco e da ballo, un mondo dal quale rifugge appena possibile.

Zwing in vetta al Pic de l’Olan, 13 luglio 1934, prima della discesa fatale
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Perché fermarsi?
La traversata di Zwingelstein avrebbe potuto concludersi in Tirolo: anche così sarebbe stata un’impresa memorabile. Invece lui decise di non fermarsi a Galtür, in Austria, o a Davos, in Svizzera, ma di rientrare a Chamonix in sci, lungo un itinerario in parte parallelo a quello effettuato, spostato più a nord. Il ritorno poi non venne interamente completato com’era nella sua intenzione originaria, che prevedeva tra l’altro di salire il Monte Bianco, a causa del maltempo persistente. Così si “limitò” ad attraversare i gruppi del Silvretta e dell’Oberland (quest’ultimo in compagnia di un amico sciatore che attese per sei giorni campeggiando nella neve, dal 14 al 21 aprile a Ginanzalp, a 2000 metri, esplorando in sci, manco a dirlo, i dintorni, senza il peso del sacco). Dopo l’Oberland depose gli sci nei pressi del Grimselpass, il 1 maggio, e da lì raggiunse la stazione ferroviaria di Briga e rientrò a Grenoble. Scese dal treno frastornato dai rumori della città, dal caldo della bassa quota e dagli scorci urbani che aveva dimenticato, relegati nei recessi della memoria. E mentre la gente passeggiava in abiti quasi estivi, attraversò il centro cittadino con gli sci in spalla e il suo enorme zaino sormontato dall’inseparabile rotolo giallo della tenda: un piccolo marziano con la pelle scura e incartapecorita da raggi cosmici e ultravioletti, reduce da luoghi ignoti e inaccessibili agli esseri umani.
Aveva vissuto tre mesi nel mondo separato dell’alta quota (qualche anno fa, citando un libro di Carlos Castaneda, era in uso parlare di ” separate reality”), lontano da tutti salvo sporadici e occasionali incontri con guide, postiglioni, albergatori, montanari, cercando di prolungare il più a lungo possibile quella condizione di sospensione dal mondo reale, dalla quotidianità, insensata per lui, che lo aspettava a Grenoble. Trovo che vi sia una corrispondenza notevole, in questo suo “non voler tornare a terra”, con la decisione di un altro solitario, il navigatore Bernard Moitessier, quando, nel 1968, dopo aver terminato la circumnavigazione del globo in barca a vela, senza scalo e in solitaria, compiuta in quasi 8 mesi, anziché tornare a Playmouth, dove lo attendevano le televisioni, i giornalisti del New York Times, amici, famigliari e un premio di 5.000 sterline, mandò una comunicazione breve ed enigmatica: «Je continue sans escale vers les îles du Pacifique, parce que je suis heureux en mer, et peut-être aussi pour sauver mon âme», lasciando tutti quanti di stucco. La differenza tra i due solitari sta nel fatto che l’impresa di Moitessier fu divulgata da tutti i mezzi di informazione ed ebbe grande risonanza, mentre Léon se ne tornò nella sua stanzetta di rue Bayard, all’insaputa del mondo e perfino degli alpinisti, finché il libro di Dieterlen non lo fece emergere dall’anonimato.

Léon Zwingelstein morì con il compagno il 13 luglio 1934 mentre scendevano dal Pic de l’Olan. E’ seppellito nel cimitero di Grenoble.

A scuola ci spremevamo le meningi per trovare un bel finale al tema in classe, magari una considerazione intelligente, una riflessione matura, un insegnamento morale, a chiusura insomma di quanto descritto nel componimento di dubbia sufficienza. Qui, per concludere questa storia umana, filtrata dal tempo e dalle interpretazioni di Dieterlen e mie, mi sembra perfettamente adatta una massima del Mahatma Gandhi: “Qualunque cosa tu faccia sarà insignificante, però è importante che tu la faccia.

Cimitero di Saint-Roch, Grenoble
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Curiosità
Ritenevo che le pelli di foca adesive fossero comparse intorno agli inizi degli anni ’70, anche perché io, agli esordi del mio scialpinismo, utilizzavo quelle terribili con le fettucce laterali: invece ho scoperto che Léon le utilizzava già normalmente almeno qualche anno prima del raid del 1933, prima quindi che la ditta Montana le perfezionasse con colla più efficace, nel 1939. Anche gli sci con le lamine (avvitate) che utilizzò, erano per quei tempi una vera, radicale, innovazione.
Léon durante il suo raid si avvalse solo in pochi casi e per brevi tratti di fondovalle di mezzi di spostamento di linea (treni e autobus) o delle carrozze dei servizi postali trainate da cavalli nelle località non accessibili alle corriere (ad esempio, da Gondo al Passo del Sempione e da Splugen a Cresta nei Grigioni) e due volte utilizzò mezzi a fune: la funicolare da La Piora (Airolo) al Lago Ritom (tutt’ora in funzione) nella tappa di quasi cinquanta km da Airolo a Olivone e la funicolare di Parsenn, a Davos.

Il libro
Il mio libro di Dieterlen è quasi un cimelio: pagine ingiallite e fragili, ancora chiuse nella piegatura originale di quando il volume venne stampato e rilegato, nel 1950, da una tipografia francese su licenza del primo editore, Flammarion: per leggerlo ho dovuto prendere un coltello affilato e tagliare tutte le piegature lungo i bordi, segno che non era mai stato né letto, né venduto. Se l’avessi acquistato in una libreria antiquaria l’avrei pagato forse una cinquantina di euro, ma Amazon evidentemente lo ritiene un fondo di magazzino (quel che in effetti è) da smaltire e lo vende a soli 10 euro, anche perché nel 1996 è uscita la nuova edizione di Arthaud, molto più costosa. Sapevo dell’esistenza di questo libro da almeno trent’anni, perché citato in rari resoconti e articoli su alcune riviste e sul libro dei fratelli Odier. Le sue relazioni scarne sono state pubblicate su qualche rivista francese degli anni ’30 e un lungo articolo è stato pubblicato intorno al 1980, se la memoria non m’inganna, su un numero di Ski Rando, che non ho più ritrovato.

Gli epigoni di Zwingelstein
• la seconda traversata delle Alpi in sci fu realizzata da Walter Bonatti e Lorenzo Longo (14 marzo-18 maggio 1956) e dai fratelli Bruno e Catullo Detassis, Luigi Dematteis e Alfredo Guy nella stessa stagione: in 65 giorni fu percorsa tutta rigorosamente in sci e a piedi, da est (Tarvisio) a ovest (Col di Nava);
• Jean-Marc Bois, in solitaria, da Saint-Étienne de Tinée a Badgaastein, dal 30 gennaio al 25 aprile 1970;
• Kittl, Farbmacher, Hoi, Mariacher e Schettsi, austriaci, nel 1971, compirono la traversata in velocità con sci da fondo escursionismo e zaini leggerissimi, di soli 5 kg, utilizzarono però un pulmino e impiegarono 40 giorni, dal 21 marzo al 29 aprile, coprendo quasi 2.000 km;
• Angelo Piana e soci in tre stagioni (1975-1976-1977);
• I fratelli Hubert e Bernard Odier, dal 18 febbraio al 18 maggio 1979, da est a ovest;
• Paolo Tassi e Mauro Girardi nel 1996, in sci da telemark;
• Paolo Rabbia, di Savigliano, in solitaria: partito il 29 dicembre 2008 dal Margart, al confine con la Slovenia, ed arrivato sabato 28 febbraio a Garessio. Un totale di 1750 km in 62 giorni.
Nessuno però è stato così a lungo e ininterrottamente sulle Alpi in sci, percorrendole prima verso Sud e poi facendo andata e ritorno, e credo che nessuno, più di Zwingelstein, possa meritarsi l’appellativo conferitogli da Dieterlen di chemineau de la montagne.

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Bibliografia sul raid integrale delle Alpi
• Jaques Dieterlen, Le chemineau de la Montagne. Flammarion, 1938. Ristampato recentemente da Arthaud ( 1996);
• Léon Zwingelstein. Carnet de route – © Glénat, Grenoble 1989 • I taccuini originali, 62 pagine con 22 disegni di Léon a inchiostro nero, sono custoditi alla Bibliothèque Municipale de Grenoble;
• Paolo Gobetti, Annuario Dimensione Sci, 1987;
• Giorgio Daidola, Zwing, il vagabondo della montagna, articolo pubblicato sulla rivista on-line http://issuu.com/mulateroeditore/docs/skialper88/34
• Walter Bonatti, Le mie montagne. Riedizione, Milano, 1983 (un capitolo);
• Bernard e Hubert Odier, Tutte le alpi in sci. Dall’Austria al Mediterraneo. CDA -Torino, 1984;
• Marcel Kurz, Alpinismo invernale – le origini dello sci-alpinismo, I Licheni, Vivalda ed. 1994. Prima edizione in lingua tedesca, 1924;
• Autore? Articolo su Ski Rando (1980 circa).

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I nemici della Tosa

I nemici della Tosa

Il 27 giugno 1907 un gruppo di nove alpinisti aprì una variante alla via Migotti della Cima Tosa e la battezzò via Audax. Severino Casara annotò giustamente “si inizia così a spersonalizzare le ascensioni con aggettivi sportivi”: è la prima volta infatti che una via fu chiamata non con il nome dei primi salitori o del capocordata ma con un nome imposto, uso che oggi non ha eccezioni. Questo segnò la fine del periodo esplorativo.

Le guide Bonifacio e Matteo Nicolussi
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Tanto tempo prima, la prima ascensione della Cima Tosa era stata compiuta da Giuseppe Loss, di Primiero, con sei compagni il 20 luglio 1865, dalla Malga di Prato per la Forcolotta di Noghera e la Pozza Tramontana, per l’itinerario che in seguito fu chiamato via del Camino. La seconda ascensione fu di Germano Parisi, di Trento, con Giovanni Carlina e altri cacciatori di camosci nel luglio 1865: salirono da Molveno per la Val delle Seghe. Il grande esploratore delle Dolomiti, John Ball, qui arrivò soltanto terzo. Assieme a W. E. Forster e con la guida Matteo Nicolussi di Molveno, salì per la stessa via dei precedenti, il 9 agosto 1865. Sulla via del ritorno questi alpinisti vennero colti dalla notte e raggiunsero Molveno alle 23. La quarta fu di Francis Fox Tuckett con la guida svizzera Melchior Anderegg e con Bonifacio Nicolussi (di Molveno), il 6 giugno 1867. Questi alpinisti lasciarono Molveno alle 1,45 di notte portandosi per la Malga di Àndalo nella Val di Ceda. Giunti al Passo di Ceda trovarono della neve molle e impiegarono da lì tre ore per toccare la cima. Anche questa comitiva usufruì del camino trovato da Loss, ormai praticamente la via normale. Partirono dalla vetta alle 9,15 e arrivarono alla Bocca di Brenta alle 11,15. Seguì poi l’ascensione dei fratelli William M. e Richard Pendlebury, il rev. Charles Taylor e John Alfred Hudson assieme alle guide Gabriel Spechtenhauser e Bonifacio Nicolussi, il 6 luglio 1872. Nella salita essi superarono le rocce a destra del solito camino.

Una buona relazione ce la diede Douglas W. Freshfield quando fece la sesta salita assieme a I. e R. Richtie con le guide François Devouassoud e Bonifacio Nicolussi. Essi partirono da Molveno il 25 agosto 1873, a notte fonda. Giunti al Baito dei Massodi, l’alba infiammava di rosso le pareti della Brenta Alta. Freshfield informò il lettore di Italian Alps che quello spettacolo poteva essere meglio compreso osservando con attenzione un quadro di Turner conservato alla National Gallery, “Agrippina con le ceneri di Germanico”. Di fronte alla fortezza della Cima Tosa, Freshfield rimase colpito dalle forme della Pozza Tramontana, “uno strano altopiano interrotto nel mezzo da una profonda conca vuota come se fosse stata prosciugata di recente dalle streghe durante un sabba”. Il passo chiave della via del Camino fu descritto come “considerevolmente strapiombante”, tanto che durante la successiva discesa Freshfield seduto sull’orlo del risalto tentò invano di osservare colui che scendeva prima di lui. Ma la spiegazione era che nel muro verticale sporgevano alcuni appigli, “come se nella costruzione di un muro dei mattoni fossero stati lasciati sporgenti”. Scendendo nella Val di Brenta, Freshfield si attardò a contemplare il Crozzon di Brenta; osservò pure il grande canalone ghiacciato che divide questo dalla Cima Tosa (che Virgilio Neri salì da solo molti anni dopo, nel 1929) e scrisse: “Una comitiva di persone decise e resistenti, munite di piccozza, potrà superare questo canalone, tanto in salita come in discesa. Ma la fretta e la noncuranza significherebbero immediatamente la rottura dell’osso del collo”.

Nello stesso anno F. von Schilcher col cacciatore Domenico Sebastiano ripetè (29 luglio) la via dei primi salitori alla Cima Tosa. Lasciarono Sténico alle 3,50 e giunsero alla Forcolotta di Noghera, per la Val d’Ambiez, alle 10,30. Costeggiando la Pozza Tramontana arrivarono al camino alle 13,30 ed in cima alle 15,55. Ripartirono alle 16,10 e, toccando la Bocca di Brenta, furono a Campiglio alle 21,30. Venne poi l’ottava salita, fatta da Michele de Sardagna della SAT di Trento con la guida Bonifacio Nicolussi il 10 settembre 1873.

La Cima Tosa
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Come si è visto i fratelli Matteo e Bonifacio Nicolussi, di Molveno, furono le guide cui tutti i viaggiatori facevano riferimento per le loro scalate nel Brenta. Gelosi del mestiere, è leggenda che distruggessero tutti gli ometti di sassi costruiti da qualcuno per meglio segnare i percorsi: ma questo non è una novità, c’è chi lo fa ancora oggi. Pastori e soprattutto cacciatori, i due inseparabili fratelli divennero guide accompagnando molte comitive, perché erano simpatici e soprattutto conoscevano bene la montagna per averla percorsa in lungo e in largo nelle loro scorribande di caccia. Si narra che un giorno Bonifacio sorprese una martora nella cavità di un albero. Per non prenderla a fucilate e quindi rovinarne la pelliccia, introdusse la mano per strangolare il povero animale: che subito lo azzannò. Ma Bonifacio non mollò la presa e con l’altra mano riuscì nel suo intento!

Mi sono attardato a raccontare qualche brano della storia di Cima Tosa prima che l’alpinismo cessasse di essere esplorativo. Quando la più alta montagna del Brenta fu salita, nelle Alpi allora più famose l’alpinismo aveva già raggiunto ben altri livelli: solo sei giorni prima era stato salito il Cervino. Fino al 1881 questa fu la strada maestra, e le guide come i Nicolussi furono essenziali per la completa scoperta del gruppo, fino a salire il Campanile Alto o il Crozzon di Brenta. Per il Campanile Basso si dovette aspettare ancora un po’, ma ormai l’atmosfera stava cambiando: c’erano le questioni irredentiste, e anche l’alpinismo risentiva del fatto che le montagne fossero prese un po’ a pretesto per successi nazionalistici. Nel 1881 fu costruito alla Bocca di Brenta il Rifugio Tosa. Questo da una parte avrebbe permesso a un maggior numero di persone di accedere alla più alta vetta, dall’altra favoriva speculazioni che con il naturale sentire dell’uomo per la natura avevano ormai ben poco a che fare. Uno dei primi presidenti della SAT, Vittorio de Riccabona, moderato irredentista e appassionato di montagna, il giorno dell’inaugurazione del rifugio (22 agosto) rifletteva sul futuro di Cima Tosa e così scriveva: “Se la vergine Tosa in quel momento avrà abbassato gli occhi dal suo trono di neve e teso l’orecchio a quell’inusitato frastuono avrà potuto fare in cuor suo delle strane considerazioni. Che cosa era dessa un vent’anni fa? Una sfinge misteriosa… che cosa minacciava di diventare ora che la Società degli Alpinisti Tridentini le ha inciso il fianco e le ha piantato addosso un nido d’aquila (il rifugio)? Una rocca espugnata che indarno si circonderà di baratri e di precipizi che dovrà piegare la fronte baldanzosa dinanzi ai suoi nemici naturali, gli alpinisti di tutte le nazioni… Diamo un saluto alla Tosa che qui dispiega il suo ghiacciaio e mostra il candido lenzuolo che le copre il capo verginale. Domani sarà domata da nostri compagni che quasi per schernirla le lasceranno fra i sassi i loro biglietti da visita”.

Vittorio de Riccabona
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Dunque, cosa aveva ricavato dalla grande lezione dell’alpinismo degli anni precedenti il buon de Riccabona? Che la montagna è giusto sia colonizzata dai suoi “nemici”, gli alpinisti, e che la conquista per essere veramente tale dev’essere uno stupro di gruppo della vergine. E purtroppo molti altri, nei cento e passa anni seguenti, hanno seguito questi bei propositi.

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Storia dell’arrampicata romana – 1

Storia dell’arrampicata romana – 1 (1-4)
di Luca Bevilacqua
(già pubblicato nel 2010 da climbing pills)

Introduzione
Questa storia non punta a raccontare come sono andate realmente le cose, chi erano le persone, quali furono i luoghi.
Racconta quel che io ho visto e vissuto, per come lo ricordo oggi.
Non aspiro a nessuna ricostruzione. A nessuna verità che non sia quella del tutto soggettiva dei miei pensieri, dei miei sentimenti, delle emozioni di allora e di adesso.
Perché guardarsi indietro?
Non sono un nostalgico. Mentre scrivo m’interrompo spesso, pensando a dove e con chi arrampicherò sabato prossimo. Penso alle falesie che vorrei vedere, alle vie che vorrei provare.
E però, penso anche di essere stato fortunato, perché la mia adolescenza (e prima giovinezza) l’ho vissuta idealmente fra le pareti di Sperlonga e Pietrasecca, tra Finale Ligure e il Verdon. Fu una stagione irripetibile, almeno per me. E mi piace l’idea, nata con qualche amico, di raccontarne una parte: quella che riesco, appunto, a ricordare…

Roberto Bassi “in visita” a Sperlonga nel 1986, su Reggae per Maometto, 7a+. Foto: Luca Bevilacqua
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Prima di cominciare (o di ricominciare), c’è un preambolo cui tengo molto.
Anche perché sennò uno non capisce molto di questa mia storia…
Il preambolo è molto sintetico. Si riassume in poche parole: amo la montagna, vengo dalla montagna.
Poi di fatto questa storia (quasi insignificante) si svolge in gran parte vicino al mare. E con l’alpinismo non c’entra nulla.
E io vengo da Roma, altro che montagna!
Però questo è quel che sento.

 

Capitolo 1
La mia storia di arrampicatore comincia una domenica mattina al Precipizio del Circeo.
Avevo cambiato da poco scuola: dal “Tasso” al “Giulio Cesare”. Qui c’era un ragazzo, Lorenzo, figlio di amici di famiglia, che aveva fatto il corso di roccia con la “Paolo Consiglio” l’anno prima.
Avevamo sedici anni. Ma lui – beato lui! – già arrampicava. E quanto a me, gli dissi che volevo cominciare. Mi parlò del Monte Morra, la palestra storica dei rocciatori romani… Mi disse che mi ci avrebbe portato.
Qualche giorno dopo, all’uscita di scuola, Lorenzo mi presentò Fabio, anche lui del “Giulio Cesare”, anche lui fresco di corso.
In quel momento avevo all’attivo tre estati di vie ferrate nelle Dolomiti con mio padre. E spesso, in quei giri su e giù per il Sella, il Catinaccio, il Sassopiatto, lo Sciliar, le Odle e le Tofane, mi ero ritrovato a fantasticare su quelli che, oltre a indossare casco e imbraco come noi, camminavano per i ghiaioni o i prati con la corda legata dietro la schiena, martello, chiodi e altri strani aggeggi che penzolavano.
Lì ho scelto, ho capito cosa mi sarebbe piaciuto imparare. Quella cosa là: la roccia, le ascensioni in parete. Un desiderio infantile. Come quando il bambino dice: da grande farò questo. Però mi sembrava al tempo stesso una cosa impossibile, una cosa per uomini speciali.

L’autore (detto Smilzo) nel 1982, a quindici anni, sulla normale al Cimon della Pala
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Avevo letto Settimo grado di Messner. Me l’aveva regalato papà, dicendomi: ecco cosa NON devi cercare di fare…
Avevo capito cos’è la “libera”. Avevo capito (intuito) il fascino irresistibile dell’arrampicata su roccia. Tra una ferrata e l’altra, tra una passeggiata e l’altra, se vedevo un sasso su cui arrampicarmi, lasciavo la compagnia e mi precipitavo lì. Salivo, saltavo giù, cercavo un punto più difficile. Non riuscivo, riuscivo, non riuscivo. Sulle ferrate, evitavo di tirarmi sulla fune metallica.
Però in realtà, quando strinsi amicizia con Lorenzo, non avevo fatto ancora nulla. Solo la normale alla Furchetta (II grado) e un tentativo fallito – con mio padre – al Cimon della Pala. Sapevo fare il mezzo barcaiolo e il barcaiolo. Sapevo cos’è una sosta (ci vuole uno spuntone e un bel fettuccione) e soprattutto come si fa una doppia…
Allora: la corda doppia si fa passando la corda sotto la coscia (o tutt’e due le cosce?), e poi in qualche modo sotto le palle, poi attorno al busto, insomma ti deve avvolgere, stritolare un po’… Ma in questa maniera fa attrito, e così non vai giù di botto. Si spera.
La doppia si fa bene con una giacca tipo k-way, così la corda scorre meglio…
Insomma, le mie nozioni erano poche e confuse. Però avevo tanta, tanta voglia di cominciare, di andare a vedere questo famoso “Morra”.
L’anno scolastico è iniziato da una ventina di giorni. Lorenzo mi dice: per prima cosa potremmo farti fare qualche manovra a Ciampino…
– Ciampino? – chiedo io – ci sono delle pareti a Ciampino?
– Ma sì – risponde Lorenzo – una specie di cava, di una cosa vulcanica che assomiglia un po’ al granito, non tanto alta, però abbastanza fica, e soprattutto vicina… Però, lascia stare, intanto stiamo pensando di andare, domenica, al Circeo. Vedrai, ti piacerà. Sembra una parete dolomitica! Abbiamo trovato uno grande, uno con la macchina… Così, con te e Fabio, siamo in 4: due cordate. Andiamo a fare la Via del Tetto: V+/A1…
La Via del Tetto?
L’imbrago e il casco ce li ho. Mi servono delle scarpette.

“Tra una passeggiata e l’altra, se vedevo un sasso su cui arrampicarmi, lasciavo la compagnia e mi precipitavo lì…”
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Vado sabato mattina da Calconi sport, vicino Piazza Fiume. Parlo direttamente col signor Calconi, che mi sembra un tipo serio ed esperto, e gli chiedo delle scarpette da arrampicata. Mi mostra subito un modello che mi dice essere l’ultimo ritrovato: “queste sono le migliori”. Strane, penso io. Sono nere e gialle. Sotto: suola rigorosamente liscia (sì sì! – mi dico – sono proprio loro!). Si chiamano “San Marco”. Sono le scarpette di Patrick Berhault. Un nome che per me diviene immediatamente un mito.
– Che numero porti?
– Quaranta e mezzo.
– Beh, queste devono starti belle comode. Sennò poi ti fanno male, e non riesci ad arrampicare! Ecco, provati il quarantuno.
Detto fatto.
Domenica 9 ottobre 1983.
Appuntamento con Lorenzo alle 6.15 a piazza Istria. La città è deserta. Prendiamo il 6 (oggi 310…). Alle 7.00 siamo alla stazione metro Magliana. Lì c’è Guido, detto il Teologo, e Fabio.
E’ brutto tempo, pioviggina, ma si va lo stesso. Si prova.
Arrivati al Circeo non piove più, e la roccia pare essersi asciugata.
Partono Lorenzo e Fabio, uno pochi metri dietro l’altro. Li vedo, su in alto, tirare due chiodi (A0!), e poi salire ancora e arrivare in sosta. Fabio, che ha già intuito il mio temperamento (durante il viaggio ho parlato per circa un’ora e mezzo, in termini idolatranti, di Messner e Manolo), mi dice che gli appigli, seppur piccoli ci sono. Posso provare, da secondo, a salire in libera.
E’ il grande momento. Lo aspettavo da tanto. Parto bene, tutto mi sembra largamente alla mia portata, ma quando arrivo sul tratto chiave… Accade qualcosa di terribile, di portentoso, di rivelatore.
La roccia è lì, ci sono dei buchi, delle tacche, ma non ce la faccio. Passano dei lunghissimi secondi. Le dita fanno male, si aprono. Non riesco, non capisco, mi appendo. Grido forte: “recupera!”.
La mia prima volta. La prima acciaiata non si scorda mai.
Grido: “Calami giù!”
Risposta: “No! Che cazzo! Perché hai voluto stancarti così?! Dai, aggrappati ai chiodi e vieni su!”
Io: “Non riesco a reggermi più a niente! Mi fanno male le mani! Calami giù! Proseguite voi!”
Loro tre fanno il secondo tiro. Poi riprende a piovere, e così scendono.
Commentiamo, ridiamo. Mi prendono un po’ per il culo.
Smette di piovere ed esce il sole. C’è un sasso alto due-tre metri, bianco, liscio. Ci mettiamo lì a giocare, ad arrampicare, a fare “bouldering”.
“Fabio, ma tu la sai chi è John Gill? E la scala del bouldering, la conosci? Beh, ti spiego: B1 è un passaggio durissimo, ma proprio duro, provato e riprovato…”

Capitolo 2
I miei primi mesi di arrampicata sono documentati in un quaderno che ho conservato. Ho registrato data, luogo e compagno di cordata. C’è anche un piccolo commento per ogni salita: qualcosa a metà tra la notazione di impressioni personali e la relazione di via. Poi c’è scritto – ovviamente – se ero da primo o da secondo, se sono passato in libera, o, nel caso contrario, quanti resting ho fatto, quanti chiodi ho tirato…
Un esempio. Quasi a punirmi di quella mania assolutamente infantile e ridicola (vista la mia totale inesperienza) per l’arrampicata libera, quando Lorenzo mi portò finalmente al Morra, andammo a fare, come prima salita, la via Anna. Un enorme strapiombo attrezzato con chiodi a pressione (A2).
Copio dal mio quaderno: “E’ stata la prima via che abbiamo percorso, attaccandola fin dal primo breve tratto (abbastanza impegnativa l’uscita). Subito dopo il vero attacco, passati i primi 2-3 chiodi, ci si trova già sensazionalmente nel vuoto, ma non ci sono eccessive difficoltà; dove invece il tetto si fa più verticale, i chiodi sono posti a maggiore distanza l’uno dall’altro e bisogna allungarsi bene, all’infuori, per raggiungerli. Poi ci sposta a sinistra, dove 2 chiodi vicini rendono possibile una sosta aerea. Si prosegue quindi verso destra fino all’uscita, dove bisogna ricorrere ad appigli e appoggi naturali per trovarsi infine fra i comodi cespugli. 40 m.”
Certo, rileggendo queste righe , mi viene da pensare che avevo arrampicato ben poco, quasi niente. Ma, per come scrivevo, ne avevo lette di relazioni di vie!
In estrema sintesi, dopo l’esordio fallimentare al Circeo, il curriculum dei miei primi mesi di arrampicata è stato il seguente:

16 ottobre 1983, Morra
via Anna
via dei Placconi
via del Nicchione (variante d’attacco)
via di Marco
1 novembre, Morra
Silvio bassa
Due fessure
Fessurone
– Lopriore
Rampa
20 novembre, Leano
Diedro giallo
Disoccupati
– Biblico
Tre C
via della Placca (tentativo)
Diedro abbandonato
27 novembre, Ciampino
4 dicembre, Gaeta
via dello Spigolo
8 dicembre, Morra
Zapparoli
Due fessure
Fessurone
– Lopriore
Gigi
21 dicembre, Ciampino
23 dicembre, Morra
Fessura di Dado (???)
Gatto
Geri
Direttissima (L.1)
Nicchione
26 dicembre, Ciampino
27 dicembre, Ciampino
28 dicembre, Circeo
Pilastro zoppo
30 dicembre, Morra
Geri
Pulpito
Nicchione
Variante di Donatello
5 gennaio 1984, Ciampino
15 gennaio, Ciampino
22 gennaio, Leano
Diedri paralleli
Dory
Spigolo dei geologi
Diedro rosso
Tre C
29 gennaio, Leano
Paolo ed Enrico
Arruginante
Ingegneri
via della Placca
5 febbraio, Sperlonga
Spigolo di Roberto
Elefante in calzamaglia
Sandra
Picchiami sulle bolle

Sulla via della foto a Ciampino. Il nome era dovuto a una foto apparsa sulla copertina de L’Appennino
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Una delle fissazioni di Lorenzo e Fabio, nelle quali fui coinvolto quasi subito, era il progetto di una variante d’attacco alla via del Nicchione al Morra. Nonostante arrampicassero entrambi da appena un anno, si erano messi in testa che si poteva aprire questa variante qualche metro a destra dell’attacco consueto: una placca davvero liscia, da fare con un po’ di artificiale. La variante si sarebbe sviluppata per non più di 8-9 metri. Fabio, salendo sulle spalle di Lorenzo, era riuscito a piantare un chiodo abbastanza alto in una fessurina rovescia. Il chiodo teneva. Fu messa una staffa, e così piantarono, alternandosi, uno spit circa un metro più in alto del chiodo. Poi il chiodo lo togliemmo: “La fessurina serve per la mano, per provare se si fa in libera…” (mentalità abbastanza sportiva, visti i tempi!). Non avrei però raccontato questo piccolo episodio se in quel momento non fosse passato il mitico Vito (Plumari, NdR), il Vecchiaccio, di cui Fabio e Lorenzo sapevano tutto.
– Ehi, ciao. Che fate, ragazzi?
– Niente di importante. Stiamo aprendo una variante d’attacco al Nicchione. Abbiamo piantato uno spit, ma adesso dobbiamo provare a salirla…
– Bene. Bravi, bravi. Quando lo vedo, glielo devo dire al mio amico Pierluigi che qui al Morra ci sono dei ragazzetti che si danno da fare aprendo delle belle vie nuove. Questa poi sembra anche un po’ difficile, eh? Lì ci sarà un passaggio che sarà almeno di quinto superiore, forse anche sesto meno… Beh, bravi bravi, continuate così…
Più tardi Fabio e Lorenzo mi avrebbero spiegato chi era quel signore un po’ buffo. E chi era Pierluigi (Bini), l’alpinista romano più forte in circolazione, il cui nome avevo peraltro già incontrato leggendo Settimo grado. Mi ero trovato a cospetto della Storia, quella con la esse maiuscola…

Capitolo 3
Per tutto l’inverno 1983/84 arrampicai quasi sempre da secondo. Facevo cordata con Lorenzo e poi, sempre più spesso, con Fabio. Il posto che mi piaceva di più era Leano. Con Fabio, verso Pasqua (19-21 aprile 1984), avremmo piantato la tenda sotto Torre Elena e saremmo rimasti lì tre giorni consecutivi…
Anche se devo pur dire che l’impressione più forte me l’aveva procurata Gaeta, con quelle doppie nel vuoto totale, 110 metri a picco sul mare. Con Lorenzo facemmo una classica: lo spigolo. Non lo trovai difficile, ma l’emozione fu tantissima.
Peraltro la destinazione in assoluto più gettonata era Ciampino, che aveva il vantaggio di essere raggiungibile senza bisogno di passaggi in macchina. Appena potevo, e da un certo momento in poi anche da solo, prendevo la metro A, scendevo a Giulio Agricola, e poi il pullman fino alla fermata dell’aeroporto.
Qui provavo ogni sorta di boulder e di traverso. A dicembre ero riuscito a fare la famosa traversata “dei pollici” (VII-, in seguito smartellato), e a gennaio la fessurina con gli incastri (VI+ expo).

Lorenzo e lo Smilzo all’uscita dello Spigolo a Gaeta
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Ma proverò adesso a ricordare il primo approccio con la falesia che in quel momento era sulla bocca di tutti. Veniamo così all’ultima di quell’elenco di uscite.
5 febbraio 1984, ”Sperlonga. Sperlonga…”.
Da qualche settimana, il venerdì sera, nella saletta SUCAI di via di Ripetta, quasi non si parla d’altro.
Sull’Appennino è uscita da poco la notizia, con le relative foto, della prima salita di Stati di allucinazione a Leano, da parte di Andrea Di Bari e Furio Pennisi. Il grado proposto è VII+/VIII-…
Per me, che arrampico da pochi mesi, è fantascienza. Di più: è Mito.
E tuttavia, sembra che quella salita rappresenti già il “passato”.
Il presente e il futuro sono, semplicemente, Sperlonga. Che è esplosa, come falesia, da più o meno un anno…
Stefano Finocchi, ospite fisso il venerdì sera, assieme ai Vermi (Giuseppe e Roberto Barberi, NdR), a Luca Grazzini e svariati altri), non fa altro che parlarne, descrivendo con gli occhi invasati del veggente le ultime vie che ha spittato e/o salito. Idefix, Prondo-prondo, Rank-xerox, e la più dura di tutte: Kajagogo… Sul grande cartoncino bianco dove Stefano ha disegnato il Paretone (oggi la parete “del Chiromante”), facendo lo schizzo di tutte le vie esistenti, leggo che al nome Kajagogo corrisponde la valutazione sbalorditiva di 7b-… (Stefano inizialmente aveva pensato che il grado potesse essere 7c… Lo aveva dedotto da un confronto con una fotografia di Edlinger su Fenrir, 7c, vista sul libro Opera vertical: le stesse identiche gocce, aveva pensato Stefano. Dunque il grado sarà quello…)
Nella saletta SUCAI Fabio osserva un contegno prudente, da buon ex-allievo fresco fresco di corso CAI. Io sono un po’ più sfacciato, e mi arrischio in domande, cerco di fare un pochino amicizia. Sarebbe bello entrare in quel giro…
Quella prima volta a Sperlonga è uno shock. Arriviamo prestissimo. Ci siamo informati e sappiamo che la via più facile è lo Spigolo di Roberto (aperta da Roberto Ferrante svariati anni prima).

Su L’elefante in calzamaglia, 6b, Sperlonga
StoriaArrampicataRomana-1-6
Fabio sale il primo tiro. Io subito mi accanisco – da secondo – per passare in libera l’attacco, maledettamente duro. Sarà, penso, un bel VI grado. E questa sarebbe la via più “facile” della parete?
Sbuchiamo in cima, e passiamo sotto la fascia superiore.
Resto impressionato, incredulo, sotto una fila di spit che sormonta una placca rossa strapiombante completamente liscia. Più tardi, dal Mozzarellaro, chiederò lumi: trattasi di una via non ancora liberata, si chiama Polvere di stelle. Provo un misto di frustrazione ed euforia pensando a chi è in grado di arrampicare su quelle difficoltà…
Scendendo dalla fascia superiore, giungiamo a una specie di selletta. Da qui la visione del Paretone, con le sue placche lisce, è davvero impressionante.
Vedo una cordata che affronta una placconata grigia assai compatta. Da qui non si vedono buchi, né fessure: gli appigli saranno grandi non più di una o due falangi!
Scendiamo un pochino e riconosco uno dei due Vermi, il più giovane (Roberto, da tutti chiamato Medioverme, NdR), che va da primo e sta per affrontare un bel tettino qualche metro sopra la sosta. Sussurro a Fabio: ora voglio proprio vedere come se la cava…
Lui sale assolutamente fluido. Sale con le mani, appoggia un piede sul bordo del tettino, lo carica, e un momento dopo è su.
Sta sul secondo tiro di Flippaut. Penso tra me e me: cazzo, ma come fa?
Superato il tettino con assoluta sicurezza ed eleganza, il Medioverme si avventura per una placca un po’ strapiombante. Sembra proprio un verme che striscia…
Scendiamo. Chiediamo consigli su qualche via breve da provare.
Ci consigliano di scendere all’avancorpo, a fare L’elefante in calzamaglia. Ma che razza di nome è? Per me i nomi sono, chessò, la Gigi, la Marco, la Silvio alta…
Ma questo nome, L’elefante in calzamaglia
Fabio sale facendo una serie di resting e A0.
Provo io. Appena fatti due metri, la placca diventa liscissima. C’è un passo verso destra, con microappigli. I piedi partono. Non resisto, mi appendo, mi riappendo. Tiro, urlo dal dolore. Sono lame minuscole, oppure buchetti per la punta di due dita… Esce il sangue da un mignolo.
Agggghhh!
Mezz’ora dopo proviamo una via subito a sinistra, la Sandra, un po’ più umana, ma comunque difficilissima.
Poi risaliamo sopra. Siamo stanchi, ma andiamo comunque a fare la super-classica: Picchiami sulle bolle. Sul tiro chiave io cerco di passare dritto sul “Bombardamento” (almeno così credo di aver capito che si chiami). Una valanga di resting. Sono sfinito. Fabio che quasi mi paranca su. Un piede sullo spit, una mano nell’anello dello spit dopo. “Altro che libera!”
Cazzo.
Riscendiamo di nuovo passando per la selletta.
Le emozioni non sono finite.
Vicino al punto della parete dove prima avevo visto i Vermi, c’è lui, il mitico Andrea Di Bari, che a fine giornata ha deciso di andare a farsi un giro su “Coscia a go go” (è tipico questo mio smarrimento di fronte ai nomi delle vie).
Andrea prova, cade… Vola!
Risale sulla corda. Riprova. Vola un’altra volta!
Porca miseria.
Di nuovo, un terzo volo!
Non mi sembra possibile che uno possa fare tre voli di seguito senza scomporsi, senza avere minimamente paura…
Lo fa come se fosse normale.
Alla fine riesce a passare.
Ma quei voli “da primo” restano stampati nella mia mente. Ripenso al 7b-, che vuol dire cosa? VIII grado? VIII+?
Quella giornata è indimenticabile.
Dopo qualche tempo vengo a sapere che Stefano ha liberato Coscia a go go, e l’ha data 7a.
Ora sta provando Polvere di stelle, probabile 7c…

Capitolo 4
La mia prima arrampicata a Sperlonga fu, come si sarà capito, quel che si dice un’esperienza forte.
Quasi un delirio di immagini, un vortice di sensazioni visive, tattili, olfattive: odore di roccia, di terra, di macchia mediterranea.
Medioverme lo avevo dunque conosciuto nella saletta SUCAI. Eravamo perfettamente coetanei (nati nel 1966), cioè ragazzetti, o come si dice a Roma: pischelli. Lui parlava in modo schietto e disinvolto, con leggero accento romanesco, di quando aveva fatto il Diedro Philipp, o di qualche ripetizione di vie di Pierluigi Bini al Gran Sasso. Dire che lo ascoltavo a orecchie spalancate è dire poco. Per la miseria: aveva fatto in montagna, negli ultimi due o tre anni (cioè fra i suoi quattordici e i sedici), quel che io avrei sognato di essere in grado di fare tre anni più tardi…

19 febbraio 1984, su Hellzapoppin, Gaeta
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Prima di conoscerlo personalmente, mi aveva parlato di lui Lorenzo. La prima volta che eravamo stati al Morra, mi aveva indicato, dove si lasciano gli zaini (sotto la Rampa), il masso dei caminetti: “Qui, su quella placchetta liscia, su quei buchetti infimi, ho visto tempo fa salire i Vermi”…
Uno dovrebbe tornarci oggi, a sentire cosa sono quei buchetti… (all’epoca non esisteva l’espressione “monodito”,”bidito”, ma di quello si tratta…)
Comunque vedere Roberto arrampicare su Flippaut (6a+) fu, vi assicuro, un vero spettacolo.
L’arrampicata ti dà, come pochi altri sport, queste botte, queste umiliazioni. Abbassi il capo e ti va di stare in silenzio. Pensi d’un tratto che l’animo baldanzoso è da cretini, non è adatto all’arrampicata.
Non sono più tornato a Sperlonga per molti mesi.
Con Fabio riprendemmo ad andare a Leano, a Gaeta, al Circeo. Anche perché a Sperlonga, questo è un dato da non sottovalutare, nella primavera 1984 non esistevano praticamente vie sotto al 5c…
L’estate, ovviamente, andammo in Dolomiti. Tornai (stavolta da primo) in cima alla Furchetta; feci varie vie alle Torri del Sella; la Maria al Sass Pordoi, e soprattutto lo Spigolo Abram al Piz Ciavazes (dietro a Fabio).
Però la mia vocazione si stava decidendo: a settembre eravamo di nuovo a Sperlonga, sulle lamette taglienti di una breve placca denominata La moda del pesce. Traduzione libera di Depeche mode, band che Stefano Finocchi ascoltava avidamente in quel periodo.

Capitolo 5
Faccio un breve riassunto dei capitoli precedenti, in terza persona:
Smilzo arrampica ormai da un anno. Con spirito gagliardo e irragionevole ha tagliato i ponti con tutti gli interessi che normalmente occupano la vita di un adolescente. Suonava le tastiere in un gruppo, e il gruppo ora non esiste praticamente più. Cercava una ragazza, e ora non la cerca più. Parlava di vari argomenti, e non solo di gradi, di libera, di scarpette e moschettoni… Ora parla sempre, ininterrottamente, pure alla madre, solo di quello.
I voti a scuola sono pessimi.
Però lui si illude di esser vicino a fare il Settimo grado, e quindi di essere forte quasi come il giovane Messner.
E questo gli basta. (Tutto gli deriva dall’esser riuscito a fare in libera DA SECONDO la
via degli Ingegneri a Leano, VII grado sulla guida Helzapoppin).
Con fare sornione e falsamente dimesso, ha cercato di stringere amicizia con Medioverme. Però vedendolo finalmente all’opera in quel di Sperlonga – dopo tante chiacchiere serali nella saletta SUCAI -, ha capito che deve magna’ ancora molte pagnotte prima di arrampicare come quello lì…
Eravamo arrivati più o meno qui.
Trascorsa l’estate in montagna, ai primi di settembre io e Fabio sentiamo una strana, irresistibile fretta di tornare a Sperlonga.

SperlongaStoriaArrampicataRomana-10-Sperlonga

6 settembre 1984. Un sole impietoso. Siamo gli unici.
Come prima via saliamo Dar un jeito, una delle poche linee ad essere aperte dal basso e senza spit. Il primo tiro risulta chiodato abbastanza bene. Il secondo crea invece a Fabio non poche apprensioni. C’è infatti una piccola grotta rossastra da salire un po’ verso destra (difficoltà di 5c+), assolutamente sprotetta. Fabio esita non poco, e impiega almeno 20 minuti per venirne a capo. Ma compie alla fine un bell’exploit.
Dopo andiamo sul Risveglio di Guendalina, subito a destra del Bombamento di Picchiami. 6a (da secondo) senza resting! Tipica esaltazione momentanea del giovane Smilzo, che tuttavia continua ad arrampicare con la corda davanti…
Il caldo e la sete hanno la meglio sui due giovani eroi. Ritorno sul sentiero. Ci dirigiamo verso il Mozzarellaro.
Al bancone c’è un signore ben piazzato fisicamente, sulla cinquantina, capelli bianchi e baffi simpatici. Uno sguardo intenso, due pupille che ti puntano come fanali dritto negli occhi. E’ Guido (er Mozzarellaro).
Sul primo tiro di Flippaut (Sperlonga), con le San Marco ai piedi
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Parla una lingua assolutamente incomprensibile. Mastica con voce roca alcune sillabe che fanno pensare a un dialetto del Sud. Però ci mette sul piatto di plastica una mozzarella di bufala spettacolare.
Ci fa qualche domanda che non capisco. Insieme ai bagnanti scopriamo che c’è nel locale qualche altro arrampicatore (allora non siamo solo noi gli esaltati!). Il clima è disteso, come può esserlo soltanto dopo una giornata di scalata un po’ “engagée”, con qualche rischio… Sono contento.
Dopo un paio di settimane torniamo di nuovo a Sperlonga. Cominciamo ad alzare il tiro. Andiamo a fare una via bellissima, tutta in placca: Cleptomania. Saliamo su alla grande. Sosta dopo il primo tiro, appesi agli spit con le corde che cadono giù stile Verdon. Poi una pancetta strapiombante ben appigliata, e una lunga placca di quinto grado. Mi esalto sempre di più.
Così ci decidiamo. Un colpo di spavalderia. Andiamo sulla mitica Flippaut. Sul quadernino ho scritto: VII+/VII-.
Il primo tiro mi sembra impossibile. Soprattutto ho l’impressione di non riuscire a scaricare niente sui piedi.
La punta delle scarpette si piega verso l’alto, e scivolo… Passo in A0. Sul secondo tiro faccio svariati resting… Dopo l’esaltazione arriva puntuale la batosta.
Però, la cosa più importante è che stiamo prendendo confidenza. Capisco finalmente, ad esempio, che le mie scarpette mezzo numero più grandi non possono tenere sugli appoggi di un tiro duro lievemente appoggiato come il primo di Flippaut… Guardo gli altri. Vedo che tutti (ma lì gira solo gente forte!) portano delle scarpette uno o due numeri in meno. Penso che devo adeguarmi.
In uno dei miei primi scambi verbali con Andrea Di Bari, lui mi descrive le grandi qualità delle “Mariacher”. Mi dice: “Proprio stamattina le ho provate, appoggiando la punta di una scarpetta su di un appoggio di 2 o 3 millimetri”. Mi mostra il profilo di una chiave: “Ecco, un appoggio che sporge così dalla parete”.
Penso tra me e me: ‘azz!
“Sì – continua lui – è una via che si chiama Baby snake… La devo ancora liberare. E’ molto breve, ma ha degli appigli e appoggi piccolissimi…”.
Sto a sentire imbambolato, drogato. Poi lui taglia corto: “Ma tu quanto porti di scarpe normalmente? Quaranta e mezzo? Bene: devi prendere il trentasette e mezzo”.
Ehhhh?
Tre numeri in meno? Ma allora, quello che mi aveva detto il signor Calconi?
Ovviamente – capisco poi – le scarpette vanno tolte fra un tiro e l’altro. E’ finita l’epoca in cui le calzavi arrivato alle pareti e le tenevi tutto il giorno, camminandoci da un settore all’altro, sui sentieri di terra…
Le scarpette devono essere strette e con la suola perfettamente pulita!
Faccio l’ordine delle “Mariacher” ad Andrea.
Mi si sta aprendo un universo…

(continua)

Da Guido er Mozzarellaro, oggi
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Solitudine al Mont Blanc du Tacul

Solitudine al Mont Blanc du Tacul
di Gian Piero Motti
(pubblicato su Rivista mensile del CAI giugno 1970 in seguito alla sua prima solitaria del Pilier Gervasutti, 15 luglio 1969)

Ci sono dei giorni in cui tutto sembra precipitare davanti ai tuoi occhi; ti immergi nella tristezza e ti lasci andare a ogni sorta di melanconia.

Tutto cominciò in autunno, in quel magnifico autunno del 1968: nei primi radiosi giorni di ottobre salimmo, in prima ascensione, il pilastro est della Cresta del Mezzenile. Un’arrampicata veramente superba di cui serbo un grandissimo e indelebile ricordo.

Si dice che in montagna, in genere, ci si fa male nei posti più banali e più stupidi; non a torto. La notte ci sorprese nella discesa, lunga e assai complessa, ma con l’aiuto di un po’ di luna riuscimmo a giungere ben presto sul ghiacciaio nei pressi della seraccata. L’ultimo vero ostacolo, ancora un briciolo di attenzione e poi null’altro che pietraie e un comodo sentiero da seguire in tutta calma e rilassatezza, sotto la luce della luna. Ma la stanchezza, il crollo progressivo della tensione nervosa, vollero giocarmi un brutto tiro.

Ricordo ancora Ilio Pivano sparire giù per un pendio di ghiaccio nerastro, tutto incrostato di ghiaia e di sassolini pungenti.

«Com’è?»

«È molto diritto; ma con un po’ di attenzione si scende tranquilli, vieni pure».

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Però, è diritto sul serio, sarebbe meglio se mi girassi; ma no, continuo a scendere così: un lieve sbilanciamento, forse impercettibile, e mi ritrovo a grattare disperatamente su quella crosta abrasiva nel tentativo, del tutto inutile, di fermarmi. Il pendio assume proporzioni terrificanti, sotto di me scorgo nere voragini rese ancor più grandi dal buio; ma vedo un grosso macigno, mi ci butto sopra e Ilio mi “pesca” al volo. In stato di semincoscienza faccio un rapido bilancio della botta: bolli e contusioni un po’ dappertutto, ma di poco conto; le mani inservibili, fanno pena; un fortissimo dolore al polso destro, forse fratturato.

Radiografie, polso immobilizzato e buona dose di rabbia da ingoiare per la forzata inattività. La diagnosi fu “distacco dei legamenti”, ma niente fratture. Comunque, per più di tre mesi non riuscirò più non solo ad appoggiarmi sulla mano destra, ma nemmeno a stringere convenientemente le dita.

Fu proprio una stagione disgraziata, anche l’operazione delle tonsille doveva capitarmi! Con il risultato di ritrovarmi a febbraio ridotto né più né meno che a uno straccio; dimagrito di sei chili e debole come una foglia prossima a cadere da un ramo stecchito di un albero.

La mia natura, forse troppo sensibile, di tutto ciò soffrì enormemente. Abituato a condurre una vita impostata sull’attività più sfrenata; abituato a mantenere il fisico allenatissimo e in condizioni perfette, non solo ho sempre avuto un po’ il culto del mio corpo, ma ho cercato di praticare, oltre all’alpinismo, gran parte degli altri sport. Il ritrovarmi in condizioni così deplorevoli fu per me un vero e proprio dramma.

Oggi sorrido di tutto ciò, ma allora non riuscivo proprio a vedere un palmo al di là del mio naso. Poi venne anche la primavera e sempre di più mi convinsi che “anche al più duro inverno segue la primavera”. Primavera… solo la parola mi riempiva di vita, quasi mi commuoveva.

Un magnifico pomeriggio di marzo, uno di quei giorni ricchi di vento tiepido e di sole, decisi di andare, da solo, alla palestra di Avigliana, la vecchia cava abbandonata dove conoscevo ogni appiglio, ogni centimetro di roccia.

Riprovai, molto titubante, i primi facili passaggi; ritrovai qualcosa che pensavo di avere perduto e, non mi vergogno a dirlo, mi vennero le lacrime agli occhi. Anche il polso funzionava a meraviglia, a poco a poco ritrovavo la sicurezza e la fiducia in me stesso. Ritrovavo il mio mondo, il sorriso, la gioia di vivere.

Lo so, direte che mi son fatto condizionare dall’alpinismo; forse, ma non fino in fondo. Se sia un male o un bene non lo so e non voglio nemmeno pensarci, ma oggi è così, ci sono scivolato dentro adagio adagio, quasi senza accorgermene.

Sono ormai passati parecchi anni (otto per l’esattezza) dalla prima volta in cui mi sono legato a una corda e con movimenti goffi e incerti, non disgiunti da una certa paura e trepidazione, ho cominciato ad arrampicare su una parete rocciosa. Magnifici, intimi e indimenticabili ricordi di gioie, di ansie e di paure che caratterizzano sempre l’inizio di un primo amore.

D’allora in poi, tante cose sono cambiate; l’alpinismo è diventato per me qualcosa di più di un semplice hobby o di una comune passione, e ho incominciato a conoscere la montagna sempre più a fondo. Mi sono imposto un allenamento intenso, duro e severo, perché sono convinto che in ogni attività umana che si rispetti, se si vuole riuscire, è necessario temprare la propria volontà e capire che la scala da risalire è lunga e faticosa.

Se mi guardo indietro, sono tante ormai le cime, le pareti, le vette che ho salito; eppure anche oggi, se guardo innanzi a me, quante salite, quante montagne, quante pareti ancora mi aspettano! Alcuni anni fa certe salite mi facevano rabbrividire, pensavo che mai avrei potuto arrampicarmi su pareti di quel genere; mi parevano pazzesche. Poi l’allenamento e la maturità mi hanno portato a superare quelle stesse pareti e oggi altre imprese hanno per me un sapore di mito e di leggenda. Non so se le mie capacità e la fortuna mi permetteranno un giorno di cimentarmi con esse; ma voglio dire che se nella vita ci fosse tolta la possibilità di sognare e di ricordare, ci verrebbe tolta la facoltà stessa di vivere.

Così ho girato un po’ tutte le Alpi, dalle Marittime alle Dolomiti, ho visto montagne e valli meravigliose, posti davvero indimenticabili. Eppure ogni volta che risalgo la strada tortuosa della Val Grande di Lanzo, ogni volta che riconosco a uno a uno i massi, le cime, i colli e le borgate della mia valle, mi prende qualcosa dentro che è ben difficile da definire. Mi rivedo bambino scorrazzare felice tra i prati e i boschi di Breno, rivivo a una a una le gite e le passeggiate fra le pinete e i pascoli, con accanto l’entusiasmo infantile di mio padre per tutto ciò che è bello e pulito.

Poi il fanciullo, il bambino rimane incantato la prima volta che sale a un colle e scopre una selva di cime, di vette, di colli, mentre laggiù è l’ombra della sera, la valle con gli amici, gli affetti e la mamma che aspetta per la cena.

Ricordi di innumerevoli gite, di lunghe camminate su e giù per creste e valloni, alla scoperta del mistero, rappresentato da un colle, da una cima, da un ghiacciaio…

«Bastava un colle, una vetta, una costa. Che fosse un luogo solitario e che i tuoi occhi risalendolo si fermassero in cielo.

L’incredibile spicco delle cose nell’aria ancor’oggi tocca il cuore. Io per me credo che un albero, un sasso profilati nel cielo, fossero dèi fin dall’inizio (Cesare Pavese)».

Poi lo spirito dell’avventura prende il sopravvento, ed eccomi alla ricerca dei massi disseminati sul fondovalle, mentre, fra gli sguardi stupiti dei valligiani, mi arrabatto disperatamente con le scarpette da tennis per superare qualche breve passaggio. A nulla valgono i loro paterni ammonimenti; ma le grandi montagne, la roccia, le scalate sono ancora lontane, appartengono ancora alla fantasia.

Gian Piero Motti a Borgone (Valle di Susa). Foto: Vincenzo Pasquali
Gian Piero Motti, Borgone, foto: V. Pasquali

Superati tutti i passaggi dei massi del fondovalle, a volte con l’aiuto di una rustica fune per stendere il bucato o per avvolgere il fieno, cominciai a posare gli occhi sulle bastionate che si elevavano imponenti sui fianchi della valle. Ma era ancora troppo presto, non sapevo cosa fosse un chiodo, una corda, cosa fosse la tecnica più semplice di arrampicata. Salivo seguendo l’istinto, a volte commettendo anche imprudenze.

E ancora per parecchio tempo macinai chilometri e chilometri su e giù per sentieri, per ghiaioni e per nevai. Ma imparai a conoscere il vento, la neve, imparai ad amare la natura. E poi… e poi il lento e graduale tirocinio, prima la Scuola Gervasutti, a cui tanto devo, poi le mie prime esperienze da capocordata, le prime vittorie e i primi piccoli drammi.

Ricordo un giorno in cui, armati di una corda nuova fiammante e di alcuni chiodi, io e un carissimo amico, compagno di tante avventure, risalimmo il torrente che scende a destra del Bec di Mea fra Bonzo e Breno. Per noi rappresentava il grande problema; senza attrezzature e rischiando non poco con le nostre scarpette da tennis, eravamo giunti a un punto insuperabile, vincendo una liscia placca bagnata con un lancio di corda, effettuato su una sporgenza della roccia, con la cinghia dei pantaloni. Quel giorno avevamo la corda e i chiodi, ci sentivamo per lo meno dei Walter Bonatti. Passammo attraversando all’uscita una copiosa cascata con relativa doccia, e realizzammo uno dei nostri sogni più belli.

Poi a quindici anni io e a tredici o poco più il mio compagno, la prima vera salita: la cresta dell’Ometto all’Uja di Mondrone. Sulla cima, a cavallo tra le due valli, di fronte a centinaia di cime sconosciute, a tu per tu con quello spazio infinito, ci sentivamo i signori dell’universo. Quasi con commozione riconoscemmo le borgate della nostra valle, che alla mattina alle due avevamo lasciato per portarci con una marcia, che adesso giudico estenuante, alla base dell’Uja.

Oggi sono tornato nella valle, ho aperto con numerosi e fortissimi amici un gran numero di vie sulle bastionate e sui vari torrioni: vie dure, altamente tecniche, degne di ripetizioni. Sono lontani i tempi in cui ero il terrore delle madri dei miei amici, che cercavo di trascinare con me in qualche avventurosa scalata; sono lontani i passaggi sui massi con le scarpette da tennis, con uscite disperate “al limite volo”.

Rimpianti? Forse.

Eppure ancora oggi, in qualche caotico pomeriggio di ferragosto, lascio la confusione del fondovalle e mi inerpico su per il sentiero che fra il fitto bosco di castagni conduce alle baite del Bec di Mea. Ritrovo la fresca fontana, ritrovo il muretto di sassi, nulla è cambiato, ritrovo qualcosa di me stesso che cerco disperatamente di non lasciarmi sfuggire. Salgo sul roccione che domina tutta la valle e per un po’ mi guardo intorno.

Laggiù la grande e imponente testata… il pilastro… a uno a uno i colli, le cime, i gruppi di grange…

«Quassù la legge non arriva, Nefele. Qui la legge è il nevaio, la bufera, la tenebra. E quando viene il giorno chiaro e tu ti accosti leggera rupe, è troppo bello per pensarci ancora (Cesare Pavese)».

SolitudineBlancTacul-East_face_-_Routes

Ieri ho deciso di salire da solo il pilier Gervasutti al Mont Blanc du Tacul, proprio io che ho sempre condannato l’alpinismo solitario. Ieri ho portato mia madre quassù, le ho fatto vedere la nera e fitta pineta, le piccole grange al fondo del piano quasi schiacciato dal grande macigno; era un pomeriggio di luglio come pochi ne ho visti: vento leggero, distacco quasi irreale dei contorni, fantasia di colori… Mia madre ama la natura; ha vissuto gran parte della sua vita in campagna, conosce il bosco, il torrente, ama il silenzio e il cielo libero. Per un po’ me ne sono stato lì, senza dir nulla, ma dentro di me era una tempesta di sensazioni e di sentimenti. Così ho deciso: andrò da solo al pilier Gervasutti.

Come, perché, ma… non me lo chiedete, non lo so neanch’io, o forse – meglio – lo so, ma certo non riuscirò mai a spiegarlo a nessuno. Potrei tentare, avvicinarmi, ma finirei per recitare una parte che non è la mia.

Oggi son qui, l’alba è meravigliosa, la giornata si annuncia eccezionale: per chilometri e chilometri non una nuvola in cielo. Sopra di me quasi mille metri di parete, un formidabile pilone rossastro che spicca tra il caos di canali, pilastri, guglie dalle forme terribili e strane. L’ambiente, uno dei più belli delle Alpi, è forse unico nel suo genere; grandioso, a tratti infernale, ma mai tetro e opprimente. Predominano le linee geometriche dure e spezzate, è il trionfo del gotico.

Il primo chiodo mi indica la fessura di inizio. Non sto a esitare, subito mi libero del sacco e attacco la spaccatura leggermente strapiombante; come inizio non c’è male, ma più in alto le cose migliorano, la roccia si fa rossa, fantastica, ricca di appigli netti e taglienti. L’arrampicata è davvero ideale. Supero di slancio una lama staccata con entusiasmante arrampicata alla Dülfer, raggiungo un chiodo a sinistra, mi resta in mano, tanto meglio, guadagno tempo e non mi assicuro. La terza lunghezza di corda, un diedrino verticale assai liscio e maligno, mi impegna notevolmente: si rivelerà come uno dei passaggi più duri della via.

Ho salito tre dure lunghezze di corda, sono calmo e tranquillo. Il batticuore e il nervoso tremito alle gambe dei primi metri sono a poco a poco scomparsi, ora vivo quasi in un’altra dimensione, ragiono ad alta voce, a volte parlo con il sacco. Scatto qualche fotografia, recupero lo zaino e riparto. Questo tratto è piuttosto facile, rapidamente prendo quota con il sacco in spalla.

Ho la sensazione che più in alto ci sia qualcuno sul pilier; all’attacco ho trovato delle tracce, ora ogni tanto scende qualche slavinetta nel canale, qua e là trovo segni di passaggio; per ora non scorgo nessuno, ma sono sicuro che più in alto c’è qualcuno.

Un passaggio delicato mi porta sotto un caratteristico tetto; c’è un chiodo, vi aggancio un moschettone e passo la corda, che è legata doppia alla mia vita. A che cosa serve questa autoassicurazione? Praticamente a niente o quasi, ma moralmente è tutto. È un passaggio breve, ma duro e di forza; uno dei miei passaggi preferiti. All’uscita pianto un chiodo, mi calo di nuovo fin sotto il tetto, sgancio la corda e il moschettone, risalgo a braccia fino al mio chiodo, recupero il sacco, tolgo il chiodo e proseguo. Lavoro da facchini, c’è ben poco divertimento in tutto questo, ma il gusto della salita è un altro.

Raggiungo la punta estrema di un affilato spuntone; davanti a me uno spigolo molto avaro di appigli per circa cinque o sei metri: non è possibile assicurarmi, lascio il sacco nello stretto intaglio, la relazione tecnica dice «sesto grado per sei o sette metri».

Un primo tentativo va a vuoto, un secondo pure, poi al terzo mi concentro al massimo e supero il passaggio, bellissimo, con calma glaciale, quasi sghignazzando, raggiungo all’uscita un ottimo appiglio; pianto uno dei miei chiodi in una sottilissima fessura, attraverso a sinistra, il chiodo resterà a indicare il mio passaggio.

Sopra di me, una torre gialla alta quaranta metri, magnifica, veramente perfetta. Mi sciolgo dall’auto-assicurazione e lego il sacco al fondo della corda, poi parto e di slancio, senza fermarmi, supero in stato di euforia le splendide placche verticali della torre gialla. L’arrampicata a tratti è quasi estrema, ma sempre sicura, lineare ed essenziale, di una bellezza quasi incredibile.

Detesto l’arrampicata artificiale solitaria; nell’arrampicata libera sono io che comando, sono padrone dei miei gesti e delle mie azioni. Nella salita artificiale devo affidare tutta la mia vita a un pezzo di ferro cacciato in una fessura; non mi va proprio.

Il muro è parzialmente schiodato, lascio due dei miei chiodi e procedo sempre assicurandomi contemporaneamente a due chiodi. Il muro mi ha stancato, mi fermo a bere, fa caldo, non c’è un filo d’aria e il sole picchia inesorabilmente sul rosso protogino. Mi sento bene, mi verrebbe quasi voglia di ridere e di canticchiare; ma non so ancora quel che mi attende più in alto. Un lungo camino mi impegna seriamente, è uno dei tratti più duri del pilier; mi servono due chiodi, uno resta lì.

Mi porto a destra del filo e posso finalmente vedere il lunghissimo diagonale a nord; le condizioni sono pessime, il diagonale è ridotto a un ripidissimo pendio di ghiaccio, da cui affiorano alcuni spuntoni dall’aspetto assai instabile. Ecco, avevo ragione: circa cento metri sopra di me scorgo una cordata impegnata nel tratto finale del diagonale; mi ha visto, ci scambiamo cenni di saluto. Un altro muro in arrampicata artificiale, anche questo schiodato. L’uscita è ghiacciata, devo ripulire diversi appigli, poi metto una staffa su uno spuntone e passo abbastanza bene.

Il diagonale mi impegna a lungo, non so esattamente per quanto tempo; è la classica arrampicata mista, fatta di astuzia e di intuito, più che di forza e di potenza. Numerosi spuntoni mi servono egregiamente per l’autoassicurazione, infatti intorno ad essi lascio alcuni spezzoni di cordino. Al termine devo superare una fessura tutta tappezzata di ghiaccio, sembra molto difficile e così mi libero del sacco. È difficile, ma non come credevo; due chiodi in posto mi facilitano alquanto il passaggio e in breve sbuco su un’aerea forcella, al termine del pilone rosso.

La vetta mi appare ancora lontanissima, solo ora mi rendo conto della lunghezza effettiva della via; qui sarò sì e no a metà salita. Comincio a sentire la stanchezza, ma non devo assolutamente cedere; la gola si fa sempre più arsa, bevo un po’ d’acqua mentre osservo la cordata davanti a me impegnata nel diagonale della Torre Rossa. La Torre è in cattive condizioni e procedono molto lentamente.

Il Mont Blanc du Tacul e il suo imponente Pilier Gervasutti. Foto: Ferruccio Joechler
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Una breve corda doppia, molto delicata, mi porta alla base di un bruttissimo camino, percorso all’inizio da una copiosa colata di ghiaccio traslucido. Di attaccare sul fondo non se ne parla nemmeno; così, dopo aver legato il sacco al termine dei miei quaranta metri di corda, attacco sulla parete verticale a sinistra del camino. Un chiodo e una staffa mi permettono di entrare nella profonda spaccatura al di sopra della colata, poi con contorsioni e spinte proseguo fino al termine del lungo camino. Ora si tratta di recuperare il sacco. Dopo pochi metri si incastra e non vuol più saperne di venire su. Non devo assolutamente perdere la calma.

Mi slego, fisso la corda a uno spuntone e scendo a braccia fino al sacco; lo libero dalla strozzatura dove si era incastrato, lo poso su un terrazzino e risalgo a braccia per un tratto del camino; tiro su il sacco, ma questo dopo pochi metri si incastra di nuovo. Ridiscendo, lo libero di nuovo; sono veramente scocciato, risalgo a braccia fino al termine del camino e questa volta il sacco si lascia recuperare senza tante storie.

Davanti a me, il diagonale della Torre Rossa; la cordata che mi precede sta attraversando il canale di uscita per portarsi sulle rocce del pilastro terminale. Ci salutiamo ancora una volta. Mi prende un momento di debolezza, mi sento insicuro, fragile, il tratto che devo salire è in condizioni veramente pessime, un ripido pendio di ghiaccio vivo ricoperto da uno spesso strato di neve fradicia e inconsistente; solo a destra affiora qualche spuntone di roccia che potrebbe essermi utile per l’autoassicurazione. Eppure è l’ultimo tratto; devo farcela a tutti i costi, ma una strana paura e un’insicurezza indefinibile mi bloccano le gambe. Nella mia mente cominciano ad accavallarsi pensieri e considerazioni strane, affiorano dubbi, incertezze. No! Devo reagire, anche se sono stanco, anche se ho finito l’acqua e una disgustosa pappetta mi incrosta il palato; devo ritrovare la forza e l’euforia di questa mattina.

Mi impongo di non pensare più a nulla e inizio a salire; l’arrampicata è insidiosissima, la neve non ha alcuna consistenza. Preferisco tenermi sulle rocce, dove almeno posso assicurarmi; salgo a lungo, poi piazzo una corda doppia e attraversando alla corda guadagno un buon numero di metri. Ripeto la manovra più in alto, ma questa volta la corda non vuol lasciarsi recuperare; non importa: la taglio e ne perdo un buon terzo. Sono quasi giunto al punto in cui devo attraversare il canale per portarmi sulle facili rocce di sinistra; ma prima devo ancora sacrificare una decina di metri di corda: non ho più voglia di ritornare indietro per sganciarla dal punto dove si è incastrata; preferisco tagliarla, anche per guadagnare tempo. Mi restano sì e no quindici metri di corda, un cuneo e cinque o sei chiodi; questa mattina avevo quaranta metri di corda, dodici chiodi e due cunei.

Per attraversare il couloir calzo i ramponi, così mi sarà più facile e molto più sicuro. Il sole è tramontato dietro la vetta del Tacul, subito si alza una brezza freschissima che ha il potere di ridarmi, come per incanto, forza ed euforia. Rapidamente attraverso il canale e raggiungo le facili rocce del pilastro terminale; la vetta non deve essere molto lontana.

Mi siedo, mi tolgo i ramponi, trovo un rivoletto d’acqua dove posso dissetarmi a piacere, mi libero del sacco e per la prima volta in tutto il giorno posso finalmente guardarmi attorno. Mi prende una gioia incontenibile, mi vengono le lacrime agli occhi; non cerco nemmeno di frenare il pianto; sento di avere vinto, ma non è solo la vittoria che mi commuove, sarebbe troppo arido. Sono i mille pensieri che si rincorrono nella mia mente, rivedo il bosco e la pineta di ieri, penso a Marina che non sa nemmeno che sono qui, da solo, a rischiare la pelle per qualcosa che lei cerca di capire, ma che forse le è troppo lontano e non riesce a comprendere. Non le ho detto nulla: sono stato egoista? Ho fatto bene? Non lo so. Ma ora non importa, la vetta è lì, l’aria è fresca e pungente, ormai l’arrampicata rude e atletica del pilone rosso, la battaglia tutta occidentale, a corpo a corpo, della Torre Rossa, non sono che meravigliosi, indelebili ricordi.

L’ultimo tratto, una lama vertiginosa, un’esposizione fantastica e, quasi all’improvviso, mi trovo in vetta. Psichicamente sono distrutto, fisicamente quasi. Passo dopo passo, lentamente, senza fretta, mi abbasso sulle comode e profonde tracce della via normale; sul grande plateau abbandono anche l’ultimo spezzone di corda, ormai inutile. Poi, nella fresca e cristallina atmosfera della sera imminente, attraverso con calma il grande ghiacciaio e faticosamente risalgo al Colle dei Flambeaux.

È sera ormai, le montagne hanno assunto un aspetto tetro, severo, quasi ostile. A lungo guardo verso il Tacul e ripercorro metro dopo metro la lunga salita.

Mi sembra un sogno, proprio io ho vissuto questa giornata, mi chiedo ancora perché; mi chiedo se è vero tutto ciò che ho vissuto o se non fa parte di uno dei mille sogni della mia fantasia, di una delle tante illusioni della mia mente, così poco aderente alla realtà.

Sorrido pensando a tutto ciò che mi è accaduto, al “tiro” che ho giocato a quella grande montagna.

Domani mi chiederanno: come, perché? Molti non capiranno, altri vorranno sapere: come, perché?

Non so, non me lo chiedete, un’avventura, una meravigliosa, indimenticabile avventura alla ricerca di qualcosa che non tutti sanno e vogliono scoprire.

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Beverly Johnson

Beverly Johnson
di Giampiero Assandri
(pubblicato su www.lafiocavemola.it il 10 novembre 2014, per gentile concessione)

Ma tu perché ritorni a tanta noia? – perché non sali il dilettoso monte – ch’è principio e cagion di tutta gioia? (Dante, Divina Commedia, Inferno, I, 75-77)”.

Se uno digita “Beverly Johnson” su Google, vengono fuori centinaia di pagine che rinviano a una bella afroamericana modella e attrice, per la precisione la prima modella di colore a comparire, nel 1974, sulla copertina di Vogue e poi attrice in varie serie televisive tra cui Law & order, per dire. Se però si aggiunge “climber” compaiono un po’ di link a foto e articoli riferiti ad una sua omonima, statunitense, molto carina anche lei, ma molto meno nota, evidentemente, almeno qui da noi, le cui imprese, pur poco divulgate o dimenticate, sono state a dir poco straordinarie.
Nella sua biografia è difficile non ricorrere spesso alla frase “fu la prima a…”. Tra le altre cose fu ad esempio la prima donna a sorvolare l’Antartide su un “autogiro” – detto anche girocoptero – ossia un trabiccolo volante superleggero, a rotore come l’elicottero, nel quale però le pale non sono mosse dal motore, ma vanno in autorotazione con la propulsione in avanti. Fu anche la prima donna a dirigere una squadra antincendio al Parco nazionale di Yosemite, fu la prima a percorrere lo Stretto di Magellano in kayak e la prima ad attraversare lo stretto di Bering in windsurf, la prima ad attraversare in sci la Groenlandia, la prima a salire il Capitan per la via Triple Direct in cordata femminile (con Sybille Hechtel) nel 1973… ma non sono certo queste stravaganze che lasciano una traccia nella Storia.

Beverly Johnson a 15 anni
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Camp 4
Una sera della primavera del 1973, attorno al fuoco del Camp 4 a Yosemite, giravano relazioni schizzi e commenti sulle vie nuove aperte da Jim Bridwell e Charlie Porter (1), fumo di varia natura si spandeva nell’aria, salivano le note di Somebody to love e il futuro, come quello dei bambini, non andava al di là del giorno. Le cose sembravano semplici e chiare, e chiara era la parete di El Capitan, illuminata dalla luce bianca della luna piena, con le lunghe linee verticali dei diedri tracciate dalle ombre create da quella luce notturna irreale.
Al mattino al campo c’è aria di svacco totale, qualcuno sonnecchia fuori dalla tenda, uno tenta di accordare una chitarra malconcia, un terzo rimesta tra ferraglia e cordami. Bert e Hug sono seduti su un materassino, insolitamente concentrati su una rivista, gli occhi fuori dalle orbite e ogni tanto emettono un’esclamazione di stupore. Non è esattamente una rivista di scalate, è Playboy.
D’improvviso Hug esclama con voce strozzata: – Gesù, sta arrivando Beverly!
– Cazzo, metti via!
La rivista viene chiusa freneticamente, piegata e fatta scomparire sotto il sedere di Hug.
– Cosa stavate leggendo di così interessante? Dai, fatemi vedere.
E così dicendo Beverly si china, afferra con forza il bordo della rivista e la tira spostando Hug. Poi con calma si mette seduta e inizia a sfogliarla. I volti chiari dei ragazzi intorno si fanno improvvisamente di fuoco, come i tramonti sulla Sierra, mentre lei, imperturbabile, gira le pagine. Sul paginone centrale fa una pausa più lunga per osservare meglio l’esplicita foto di un rapporto a tre.
– L’abbiamo trovata qui… qualcuno deve averla dimenticata… – è il goffo tentativo di giustificazione di Bert.
– Comunque – interviene Hug ancora rosso per la vergogna e peggiorando ulteriormente le cose – nessuna di quelle ragazze nude è carina quanto te, davvero, Bev!
– Sei sicuro? Secondo me dovresti guardare meglio! Comunque questo è un posto di malati – dice ridendo – siete tutti malati! E per di più bugiardi!
John Long (2) ha scritto di quell’episodio: “Avevo diciassette anni, sei anni meno di lei, una distanza abissale tra un ragazzo e una donna e mi sono innamorato, come tutti gli altri climber lì al campo IV, del resto. Ma tutti noi eravamo innamorati non solo perché era oggettivamente una bella ragazza, ma per quel suo modo di essere, per la sua calma, per la leggerezza con la quale affrontava ogni giornata e ogni salita, per la naturalezza con la quale viveva. Ogni tanto la guardavamo con sguardi ebeti e quel giorno, con la rivista Playboy, abbiamo fatto una vera figura di merda e avremmo voluto scomparire tutti quanti sotto un metro di terra”.

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Ohio
Nata ad Annapolis (Maryland) il 22 aprile 1947 era figlia di un ufficiale di Marina che per lavoro si spostava spesso. Stabilitisi a Arlington (Virginia), nell’autunno del 1965 Beverly si iscrive alla Kent State University, in Ohio, una delle più popolate e prestigiose degli USA, dove ottiene ottimi risultati, ma dove soprattutto si mette in evidenza per le sue non comuni qualità atletiche. Come primo lavoro si mise a confezionare parka a Sun Valley (Idaho), ma anche divenne istruttrice di sci di fondo.

Sempre proiettata verso nuove esperienze sportive, si iscrive anche ad un corso di vela e viene subito reclutata come skipper in regate competitive sul lago Ontario. Il deprimente clima invernale della regione e la voglia di cambiare la inducono a lasciare la Kent State per l’università di Los Angeles nella primavera successiva, decisa a stabilirsi nell’assolata California. In quegli anni nei campus universitari americani sta crescendo la protesta contro l’invio di soldati nella guerra del Vietnam e, nell’aprile del ’70, le foto dell’immensa e verdeggiante sede della Kent State University faranno il giro del mondo a seguito delle manifestazioni contro il governo Nixon per l’invasione della Cambogia e per la dura repressione degli universitari operata dalla Guardia nazionale dell’Ohio, in cui morirono 4 studenti e altri 9 furono gravemente feriti. Le foto comparse nel servizio che la rivista Life dedicò agli scontri nella Kent State del 4 maggio 1970 scioccarono gli statunitensi, facendoli ricredere sul fatto che i dimostranti fossero tutti invasati e antiamericani. Una di quelle foto, che ritrae una ragazza piangente su uno studente colpito a morte, vinse il Premio Pulitzer, e Neil Young, proprio ispirato da quelle foto di Life, scrisse la celeberrima Ohio, che fu incisa dal gruppo Crosby, Stills, Nash & Young sull’LP doppio Four way street, del 1971. L’opinione pubblica cominciò a schierarsi per il ritiro delle truppe dall’Indocina e a condannare la politica espansionistica del presidente Nixon. Noi che in quei lontani primi anni ’70, eravamo al liceo in Italia e non avevamo Internet, ma solo il TG1 e il TG2 e Carlo Massarini ai microfoni di Per voi giovani, ci scambiavamo i dischi e cercavamo di capire i testi delle canzoni di quella band, perché ormai la musica della West Coast ci aveva contagiato. Presto anche noi avremmo buttato gli scarponi alle ortiche e calzato le scarpette leggere d’arrampicata sulle placche di Traversella, della Valle Orco e di Finale, sognando la California.

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Yosemite
Dal 1968 al 1978 il Parco nazionale di Yosemite diventa la casa e il luogo di lavoro di Beverly: entra, seppure con qualche resistenza da parte maschile, nella squadra del soccorso e antincendio del Parco, e diventa istruttrice di sky-cross, entrambe attività peraltro ben poco redditizie. Per guadagnare qualcosa inizia a cucire e confezionare, in un piccolo laboratorio presso un edificio di Charlie Porter, giacche a vento, sacchi da montagna e sacchi da bivacco per scalatori e per le guardie del Parco, utilizzando una macchina da cucire e mettendo a frutto il diploma da sarta che aveva preso qualche anno prima. Tutto il tempo libero lo dedica alle scalate, arrampicando sia con i guru del Camp 4, sia con giovani cui non sembra vero di legarsi con un mito, perché lei, nel giro degli arrampicatori è già nota, l’unica che salga da prima il 5.9 e forse anche il 5.10. Del 1973 sono tre salite storiche per l’arrampicata femminile: il Nose a comando alternato con Dan Asay, la Triple Direct (aperta da Bridwell dieci anni prima) con Sybille Hechtel (3) nella prima femminile a El Capitan e la prima di Grape Race con Charlie Porter. Ma il parco è molto vasto, misura 305.000 ettari, quindi circa sei volte il nostro Parco del Gran Paradiso e dieci quello delle Alpi Marittime, tanto per avere un’idea: e non ci sono solo la valle di Yosemite, ma altre vallate, altipiani, laghi e zone selvagge a perdita d’occhio: lì Beverly BJ Johnson compie lunghe traversate in sci con allievi o con amici, specialmente con Donna, con cui condivide la passione per quel tipo di vita libera, nella natura, senza vincoli, senza legami definitivi. A Donna confida anche i dubbi per una vita condotta giorno per giorno e l’ansia che a volte affiora per la mancanza di prospettive e certezze. Con lei stringerà un’intesa e un rapporto di vera amicizia.
Nonostante i molti rischi quotidiani che quel tipo di attività comporta, non sarà una caduta in parete o una valanga, ma un incidente automobilistico a cambiare bruscamente la vita di Donna: costretta per sempre su una sedia a rotelle, proverà a farsi una ragione della sua nuova condizione, senza riuscirci: Beverly farà di tutto per aiutarla, evitando pietismi e falsi ottimismi. La depressione di Donna e poi la sua morte saranno per Beverly il dolore più acuto della sua vita e la costringeranno a riconsiderare la morte come un accadimento non esclusivamente individuale, devastante per chi resta, soprattutto per coloro che, al di fuori della cerchia degli arrampicatori, non possono giustificare il rischio gratuito della vita. E’ in quei giorni di crisi forse che scrive una lettera ai genitori, la piega in quattro e la mette tra le pagine del passaporto, perché la possano leggere nel caso le succeda un incidente mortale.

BJ sulla Triple Direct al Capitan. Foto: Sybille Hechtel
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Venezuela
Nel 1977 BJ si unisce alla spedizione di Mike Hoover in Venezuela, che ha come obiettivo un film-documentario nella giungla. Ciò che più metterà alla prova i giovani climber americani non saranno tanto le difficoltà tecniche, alle quali sono preparati, bensì l’ambiente, gli imprevisti, e le “abitudini locali”. Una gran parte delle provviste alimentari viene invasa dalle mosche che vi depositano le larve rendendole incommestibili. Rimangono i cibi in scatola, da razionare per due settimane, tanto che tutti perderanno almeno dieci chili. Al campo base dove sperano di trovare il cibo lasciato alla partenza, scoprono con disappunto che gli indigeni del villaggio, dove avevano assoldato le guide, hanno mangiato tutto quanto. Hoover allora pretende che si diano da fare per procacciare qualcosa da mangiare e finalmente, dopo molti tentativi per farsi capire, un gruppetto di cacciatori parte per cercare qualcosa. Dopo poco tempo ritornano con due piccole scimmie uccise che mettono subito a bollire in una grande pentola davanti agli esterrefatti alpinisti. Quando un indio estrae il bollito dalla pentola BJ caccia un urlo e l’indio, pensando che la ragazza protesti perché le scimmie non sono cotte a sufficienza, le ributta nella pentola. Dopo dieci minuti gli indios estraggono i corpi delle due scimmie bollite e li tagliano a pezzi: a Beverly tocca un avambraccio completo di mano: non può far altro che allontanarsi per vomitare e quando torna dice agli amici: – Sto morendo di fame ma non posso mangiare scimmie!”.
– Davvero? – sdrammatizza Paul – non pensavo che tu avessi questo genere di problemi!

In vetta al Capitan dopo la prima salita femminile della parete (per la Triple Direct) con Sybille Hechtel
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La fama
Nell’ottobre del 1978 all’uscita della Dihedral Wall, Beverly era attesa da una folla di giornalisti e cronisti di tutte le reti televisive degli USA. Per dieci giorni i telegiornali della sera non mancavano di riportare minuziosamente i progressi della sua salita in solitaria lungo quella difficilissima via di El Capitan. Chi non apparteneva alla cerchia alpinistica non era in grado di apprezzare pienamente il livello tecnico e psicologico di quella prima femminile, ma bastava il fatto che si trattasse di una donna, la prima, a compiere un’impresa che mai fino ad allora il genere femminile avesse neanche lontanamente concepito. Quell’impresa, al di là della sua volontà, venne rappresentata come un esempio dell’uguaglianza tra generi rivendicata dai movimenti femministi: in realtà Beverly non si schierò mai con i movimenti femministi, affermando una propria autonomia e una “diversità” nelle motivazioni e nei modi di concepire l’arrampicata, soprattutto nel non caricare il successo o l’insuccesso di un’importanza superiore al piacere dell’azione in se stessa.

Sibylle Hechtel risale a jumar sulla Salathé Wall di El Capitan, 1975. Suoi compagni in quella scalata furono Alec Sharp e Tom Dunwiddie. Foto: Sibylle Hechtel collection
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BJ rilasciò interviste a decine di giornali tra cui il Times, ricevette molte proposte per girare film come attrice o come controfigura e fu invitata al celeberrimo The Johnny Carson Show (4). Alla domanda di Carson “Come si fa a scalare una parete così lunga e difficile, da soli e con un sacco da 50 kg di materiale, acqua e viveri ?” Beverly rispose: “Si fa allo stesso modo in cui si mangia un elefante: un boccone alla volta”. Invece alla domanda “Perché l’ha fatto?”, scrollò le spalle e disse: “Questa è l’unica domanda cui non so rispondere”.

In vetta al Capitan dopo la prima solitaria alla Dihedral Wall
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Mike Hoover
Il tizio biondo e atletico che abbiamo visto arrampicarsi nell’indimenticabile film Solo, presentato a Trento negli anni ‘70, è Mike Hoover. Sempre lui ha fatto da controfigura a Clint Eastwood in Assassinio sull’Eiger del 1975. I due si conoscono in Yosemite allorché Hoover, per errore, colpisce con la sua corda Beverly, impegnata su un’altra via. Su una spiaggia dello stretto di Bering, nel 1979, di fronte alle coste dell’Unione Sovietica, Hoover e Beverly, che fanno coppia da qualche anno, stanno girando una scena di windsurf per il film Dalla Russia con amore. Con loro c’è anche Arnold, un bravo windsurfer francese. Di punto in bianco Hoover comunica ad Arnold che lui e BJ desiderano sposarsi, proprio lì, adesso, e che lui deve officiare lo sposalizio.
– Non è possibile, non sono un prete!
– Ma sei un capitano, e quindi puoi.
– Non sono neppure un capitano.
– Ma hai un windsurf! Non è forse un battello?
– Ah! Certo!
Così Arnold mette il piede sulla sua tavola a vela e blatera qualcosa di confuso e romantico. Poi anche Beverly dice qualcosa e quello, in mezzo agli spazi sconfinati e col vento gelido del Nord è il loro matrimonio vero, anche se il rito ufficiale sarà celebrato qualche anno dopo, con gli invitati, gli anelli e gli abiti da cerimonia nel Parco nazionale dei Teton.
Nel 1980 il programma dei due prevede di girare film naturalistici in Nuova Guinea, Cina, Antartide, Groenlandia, Islanda…

Le ferite
A dispetto della sua straordinaria resistenza alla fatica e al dolore, anno dopo anno sul corpo di Beverly si incidevano tracce indelebili: cicatrici, punti di sutura, fratture rimarginate, congelamenti, disfunzioni articolari. Il corpo di BJ era diventato lo specchio di una vita condotta ininterrottamente al limite delle possibilità, ma anche l’evidenza esteriore di una fragilità interna celata dalla determinazione e dalla spettacolarità dell’azione. La più grave menomazione fu la recisione netta dei legamenti della caviglia a causa di un incidente motociclistico provocato da una matassa di filo spinato durante una spedizione in Australia nel 1980. Rimase bloccata per un anno in seguito ai ripetuti interventi chirurgici e riuscì a recuperare la funzionalità del piede, ma non ad esercitare pienamente la pressione in caso di torsione e quindi dovette abbandonare definitivamente le scalate in fessura di difficoltà elevata. D’altra parte la parabola dell’arrampicata estrema per lei aveva già segnato l’apice a metà degli anni ’70 e i progetti dal 1978 in poi furono soprattutto grandi viaggi di esplorazione nei luoghi più remoti dei cinque continenti, con Hoover. Per esempio, esplorarono e filmarono la Penisola di Palmer in Antartide con l’uso di slitte trainate dai cani. Hanno scalato il Mount Vinson in Antartide durante la loro luna di miele. BJ fu leader di una spedizione di sei donne che si paracadutarono nelle highlands della Nuova Guinea, filmate dal marito. E nel 1979 erano assieme nella Transglobe Exhibition che circumnavigò la Terra collegando i due poli.

Beverly Johnson e il marito Mike Hoover in cima ad Angles Landing, Zion National Park, primavera 1978. Foto: Olaf Mitchell

 

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Il sogno di BJ: bambini e alberi di mele
A metà ottobre del 1981, ad Alert, l’abitato più a Nord della Terra, situato sulla costa dell’isola di Ellesmere (Canada), a soli 817 km dal Polo Nord, nella notte artica incombente, un piccolo bimotore sta preparandosi al decollo.
Giles Kershow, il pilota, pur essendo uno dei migliori aviatori del mondo e il più esperto in assoluto in fatto di voli sull’Artico, non sarebbe venuto fin lì e non si azzarderebbe ora a decollare in quelle condizioni atmosferiche proibitive se non fosse in gioco la vita di una cara amica. Infatti sul velivolo oltre a lui ci sono Hoover e Beverly, pallida e febbricitante a causa di un’emorragia interna provocata da una gravidanza extrauterina. Il medico della vicina base militare canadese che l’ha visitata poco prima ha detto di non poter far nulla senza una sala chirurgica attrezzata. Giles, chiamato da Hoover come ultimo, estremo tentativo per salvare la moglie, si è precipitato immediatamente e ora è seduto ai comandi del piccolo aereo scosso dal vento che soffia raffiche di pulviscolo ghiacciato sul cristallo della cabina e graffia rabbioso la fusoliera. Fuori c’è -20°, con il rischio reale che in quota la temperatura ancor più bassa faccia gelare gli alettoni. Il rombo dei motori combatte per qualche secondo contro il frastuono della bufera, poi l’aereo si muove e riesce ad alzarsi virando progressivamente verso sud-est, in direzione di Los Angeles, lasciandosi alle spalle la notte e gli insidiosi cieli dell’Artico. All’aeroporto è già pronta un’autoambulanza che carica Beverly ormai quasi in coma e la deposita direttamente all’ospedale dove viene operata immediatamente. Per lei sarà un’ennesima cicatrice, ma si salverà.
Quando si risveglia Hoover e Giles sono accanto al suo letto.
– Ehilà, ti sei svegliata finalmente – dice l’amico pilota.
– Grazie Giles, se non era per te a quest’ora…
– Beh, non potevo mica lasciarti per sempre lassù, sulla banchisa, con gli orsi polari… e poi sono sicuro che tu avresti fatto altrettanto. E comunque, in fondo, è stato divertente, lo sai che ormai i voli senza imprevisti mi annoiano. E ti saresti divertita anche tu, se solo non fossi stata uno straccio semi-incosciente! Già, si ballava niente male e per un po’ ho avuto l’impressione di stare dentro una lavatrice, non in un aereo. Anche questa volta è andata! Noi abbiamo la pellaccia dura! (5)
Ma il sogno di Beverly, bambini suoi che giocano, si rincorrono e ridono in un giardino di meli in fiore nella sua casa con vista sulla catena montuosa innevata dei Teton, in Wyoming, è destinato a rimanere tale. Non potrà più avere figli (non suoi almeno), troppo rischioso. E allora, senza bambini che scorrazzano, anche i meli aspetteranno: ci sono ancora troppo posti su questa Terra da esplorare, troppe cose da scoprire e da fare, prima di imbracciare una vanga o una falce e mettersi ad accudire il giardino di casa.

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La guerra in Afghanistan
Dal novembre 1982 e per i successivi cinque anni Beverly e Hoover passarono la maggior parte del loro tempo a documentare con filmati l’occupazione sovietica dell’Afghanistan. Il rischio e le condizioni prolungate di stenti e fatiche che dovettero affrontare misero a dura prova non solo il loro fisico ma anche la psiche. Beverly ottenne dal Comando militare sovietico un permesso speciale per filmare, lei sola, dal fronte russo. L’Afghanistan le appariva in tutto e per tutto come il Vietnam dei Russi. Ma Beverly si fece col tempo un’idea più precisa del conflitto e delle regole della società tribale di quel popolo, non del tutto allineata con le idee dell’opinione pubblica americana. Nei villaggi afghani, in quanto donna, era l’unica giornalista ammessa a stretto contatto con le donne e si rese conto delle disuguaglianze profonde tra uomini e donne e di come i principi fondanti della società teocratica e guerriera afghana fossero la vera causa delle condizioni di quel paese. Disse più volte che non valeva la pena rimanere lì a documentare la follia maschilista degli Afghani rischiando la pelle per una guerra che non riguardava gli americani e la cultura occidentale.

L’ultimo volo
Il 3 aprile 1994 Beverly è su un elicottero, come molte altre volte nella sua vita, ma questa volta non è lei a pilotarlo per intervenire a spegnere un incendio o per esplorare qualche landa remota della Terra: sta semplicemente trascorrendo una breve vacanza con Hoover e degli amici per fare del fuoripista sulle Ruby Mountains, una catena montuosa nel Nevada. Con lei, oltre al marito e a Dave, il pilota, ci sono anche Frank G. Wells, il presidente della Disney e un loro amico. Un altro gruppetto di sciatori intanto è appena rientrato con un secondo elicottero alla base. Un peggioramento repentino del tempo induce il pilota ad atterrare in una piccola radura aperta sul fianco del pendio in attesa che cessi di nevicare. Dopo una mezz’ora dalla stazione di arrivo, a pochi chilometri di distanza, avvertono via radio che si vede una schiarita. Il pilota e Hoover puliscono alla meglio la cabina, le prese d’aria e le pale del rotore dalla neve. L’elicottero si mette in moto e si alza, ma dopo un minuto succede qualcosa, si accende la spia della pressione dell’olio e Dave avverte che deve tentare un atterraggio d’emergenza. Non sono alti sul bosco, forse troppo poco per una manovra corretta di autorotazione o chissà…
Nella caduta nel Thorpe Creek Canyon, a circa 5 miglia a sud di Lamoille, solo Hoover sopravvivrà, riportando gravissime fratture e racconterà come si svolsero i fatti anche al processo aperto per individuare eventuali responsabilità.

BJ fotografata dal marito Mike Hoover
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Cosa rimane di una vita?
Un odore acre di gasolio per un raggio di 5 km attorno all’elicottero precipitato, i ricordi di chi l’ha conosciuta, qualche foto e parole sulla carta. Tra le altre, quella della lettera da lei scritta diversi anni prima ai suoi genitori, e conservata, ripiegata in quattro, nel suo passaporto. Si chiudeva così:
… ho avuto una vita meravigliosa… e fino ad ora sono stata molto felice. Felice di avervi avuti come genitori. Felice di essere nata in America. Felice di essere stata in salute. Felice di aver avuto due bravi fratelli…
Ho avuto tutta la gioia e l’avventura che si può desiderare. Ho amato e sono stata amata. Mi spiace solo di non aver fatto molto per il miglioramento del Pianeta, sarà per una prossima volta. Nella mia vita ho pianificato molto poco e ho vissuto le esperienze che si potrebbero vivere in cento anni, solo un po’ concentrate.
Ho apprezzato ogni singolo giorno e mi sono meravigliata di quanto misteriosa e bella sia la vita. Non desidero nessuna vita ulteriore, questa è stata sufficiente…
Perciò il mio ultimo desiderio, il mio solo desiderio, realmente, è che quanto accaduto non vi arrechi neppure la più piccola tristezza. Ho avuto dalla vita più di quanto si possa desiderare. Pensatemi e sorridete, è questo che voglio
“.

Non sono forse le parole scritte, tanto quelle antiche e auliche della Commedia dantesca, così come quelle di una lettera di una ragazza della seconda metà del novecento, un fragile ponte con il nostro passato, costruito nella speranza inconscia di farlo rivivere e durare oltre noi, nel futuro che non ci apparterrà, per coloro che restano e per quelli che verranno?

23 ottobre 1978, Beverly Johnson ripresa poco dopo la sua prima salita solitaria di 10 giorni
del Capitan, lungo la via Dihedral Wall. Foto: Zebowski/Associated Press
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Enjoy this day (quando il tempo sta per finire, una buona cena vale più del futuro)

La foto (qui accanto riprodotta) della ragazza bionda sorridente e a braccia aperte, vestita di chiaro, in un punto panoramico della Yosemite Valley, potrebbe essere scambiata per quella di una qualsiasi bella turista in vacanza, ma trattandosi di Beverly Johnson ci si immagina che voglia dirci:” Questo, signori miei, è stato il mio regno”. Ed ha lo stesso sguardo luminoso e aperto di quello che ci osserva dalla foto che la ritrae da bambina, a cinque anni, col cappellino traforato e un vestitino bianco davanti ad un cespo di margherite fiorite nell’aiuola di casa sua, al tempo in cui tutto era ancora possibile, ogni scelta aperta e ogni cosa doveva ancora accadere.

The wisdom of the crowd
Le regole del web fanno sì che i motori di ricerca, in caso di omonimia tra due persone, diano come primi risultati quella con le maggiori ricorrenze (frequenza) nelle ricerche, indipendentemente dal valore, meriti o demeriti delle persone: questa regola è detta in inglese wisdom of the crowd, che sarebbe “la saggezza della folla”. E’ per questo che con Google nelle prime pagine compare sempre la modella afro-americana BJ, mentre la nostra BJ è relegata nelle ultime pagine.
A me comunque piace pensare che il tempo prima o poi renderà il giusto merito a questa donna ricordata da Hoover come sempre sorridente, tenace e coraggiosa, scalatrice, istruttrice di sci, pilota di elicottero, canoista, windsurfer, cineasta di guerra in Afghanistan e soprattutto innamorata della vita ed esploratrice delle possibilità umane fisiche e mentali.

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Crediti
Il testo di questo lungo post è liberamente ispirato alla biografia di BJ dell’autrice Gabriela Zim, dal titolo The view from the edge. Life and Landescapes of Beverly Johnson, ed. Mountain n’ Air Books, La Crescenta (CA), 1997, 185 pagine, con presentazione di John Long, e da alcuni articoli e interventi su siti e riviste on-line statunitensi da parte di chi la conobbe negli anni ‘70. Il titolo del libro potrebbe tradursi letteralmente: La vista dal bordo. Vita e paesaggi di BJ, ma mi pare più appropriato Lo sguardo dal limite. Vita e paesaggi di BJ. Non essendo l’autrice una scalatrice, l’approccio da lei scelto è incentrato sugli aspetti personali e umani della protagonista e per questo motivo più interessante, a mio giudizio, di uno sterile resoconto delle performances sportive e “sovra” umane. La biografia di Beverly è ricostruita dall’autrice anche attraverso numerose lettere e dai suoi appunti di viaggio.
Ho tradotto letteralmente esclusivamente il testo della lettera indirizzata ai genitori, il resto è una trasposizione libera, anche se fedele all’originale nei contenuti.
Non esistono libri o altri documenti cartacei, per quanto ne so io, in italiano su BJ, a riprova del fatto che i media, a volte in modo casuale, altre volte per scelta, sono in grado di amplificare o passare sotto silenzio fatti e persone, decretandone la fama, la mitizzazione oppure l’oblio in misura non sempre corrispondente all’oggettività di quei fatti e di quei protagonisti. Wikipedia ha una pagina a lei dedicata, ma solo nella versione inglese.
Un raro filmato d’epoca, con belle riprese ma purtroppo di scadente qualità (16 mm) in cui compare BJ in un tentativo di liberare la via del Nose a El Capitan in cordata con Ron Kauk e Werner Braun si può vedere qui sotto:

Note
1) Charlie Porter: Massachusetts 1951. E’ scomparso il 23 febbraio 2014 all’età di 63 anni a Punta Arenas, in Cile, a causa di problemi cardiaci. Scienziato climatologo, noto per le sue prime solitarie al Capitan e per le esplorazioni nella Terra del Fuoco:
Zodiac, 1972
The Shield, 1972
Mescalito, 1973
Tangerine Trip, 1973
Excalibur, 1975
e poi la solitaria alla cresta Cassin sul McKinley, 1976;

Jim Bridwell: soprannominato the bird (San Antonio, 29 luglio 1944, vivente). Centinaia di vie tra cui:
• 1968 Triple Direct (VI 5.9 A2), El Capitan, Yosemite, con Kim Schmitz
• 1968 Salathé, El Capitan, Yosemite, salita in tre giorni

2) John Long: nato nel 1951, vivente. Scrittore e divulgatore di successo degli sport estremi (più di 40 titoli e milioni di copie vendute). Arrampicatore negli anni Settanta e Ottanta, scopritore e amico di John Bachar, fondatore del gruppo Stonemasters, con all’attivo molte scalate estreme in tempi record tra cui la prima salita in giornata della via del Nose su El Capitan, nel 1975, che realizzò insieme a Billy Westbay e Jim Bridwell e la prima libera di Astroman con Ron Kauk e John Bachar

3) Il racconto di questa salita, narrato da Sybylle Hechtel, lo si può leggere nel libro edito da Steve Roper: Ordeal by Piton. Writings from the golden age of Yosemite climbing, 2003, con un titolo dal sapore revanscista: “Walls Without Balls” (Pareti senza balle)(!).

4) Il Tonight show fu un popolarissimo programma televisivo andato in onda negli USA per quarant’anni sulla rete NBC e presentato ininterrottamente dal 1962 al 1992 da Johnny Carson, contendendosi la popolarità con l’Ed Sullivan Show.

5) Durante la spedizione in Antartide “Ice 90” per la National Geographic Society, il capitano Giles Kershow a bordo di un “girocoptero” con cui trasportava del materiale in appoggio ad una prima ascensione americana guidata da Hoover, e con il quale avrebbe dovuto trasportare anche Beverly dal campo base all’attacco della via, viene investito da un forte vento catabatico, ossia una corrente asciutta e fredda tipica delle regioni artiche. Il piccolo velivolo, nonostante la perizia del pilota, si abbatté al suolo senza lasciare possibilità di salvezza a Giles. Per Beverly, che si era perfezionata nel pilotare elicotteri grazie ai consigli dell’amico Giles e con cui aveva condiviso per anni la grande passione per il volo e molte esperienze in Artide e Antartide, fu un altro duro colpo, da cui non si riprese per molti mesi.

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