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La Valle perduta

La Valle perduta

I Walser vivono da sette secoli alle falde del Monte Rosa. Originari del Goms, cuore dell’Alto Vallese alle sorgenti del Ròdano, dove si era insediata una colonia di alemanni tra il X e l’XI secolo, i Walser (contrazione di «vallesani» o forse di Welsche, straniero) nel giro di due secoli colonizzarono anche le valli meridionali del Monte Rosa e la Val Formazza, fino a Bosco Gurin (Canton Ticino). Erano davvero, come in seguito li definì Horace-Bénédicte de Saussure, la «sentinella tedesca» a sud del Monte Rosa. Gli alpeggi che trovavano nella loro continua migrazione erano di proprietà monastica oppure feudataria: grazie a precisi contratti i Walser ottenevano la concessione delle terre in affitto. Il cosiddetto «diritto del colono» stabilì in seguito che la terra bonificata passasse, grazie all’estensione del contratto a tempo indeterminato, a proprietà perpetua ed ereditaria del colono stesso. Fu così che i nuovi abitanti delle alte quote furono incentivati al duro lavoro di tagliare i boschi e dissodare il terreno: con il miraggio di affrancarsi dalla loro condizione servile. All’inizio l’insediamento seguì il modello della fattoria isolata e autosufficiente, detta Hof. L’usanza del «maso chiuso» affidava al primogenito la gestione della fattoria, praticamente costringendo gli altri figli a migrare alla ricerca di nuove valli. Fu così che per altri due secoli (XIV e XV) l’economia walser si resse su due precisi pilastri: la coltivazione e l’allevamento del bestiame nelle località già sistemate, che così crebbero a villaggi veri e propri, e la continua migrazione in altre vallate. Questa espansione fu di certo favorita sia dall’interesse che i proprietari di terre incolte avevano ad affittarle, sia dalle particolari condizioni climatiche della prima metà del secondo millennio che videro i ghiacciai ritirarsi di molto rispetto alla geografia glaciale dell’Alto Medio Evo. I Walser si attestarono nel territorio dei Grigioni e nel Voralberg, fino al Tirolo e ai confini con la Baviera. Giunsero anche a toccare le valli occidentali bernesi e la Savoia. La piccola colonia walser di Juf (Val d’Avers, Grigioni) è ancora oggi, con i suoi oltre 2100 m, l’abitato perenne più alto d’Europa.

La leggenda della Valle Perduta
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La Valle del Lys (Gressoney) era collegata con la Valle Anzasca (Macugnaga) da un’antica via che attraversava a quote ben superiori a quelle degli ultimi pascoli. Saliva accanto al Ghiacciaio del Lys, poi toccando il Ghiacciaio di Bors e il Colle delle Locce scendeva all’Alpe Pedriola e a Macugnaga. Il percorso serviva per le vacche dirette agli alpeggi o ai diversi mercati: gli animali da soma vi portavano le mercanzie. Di questa strada affiorano ancora tratti di selciato oppure alcuni tagli nella roccia ne testimoniano l’effettiva esistenza. Alla meraviglia che provoca questa sicurezza storica, proprio là dove nessuno immaginerebbe la possibilità di passaggio, si aggiunge una scoperta della fine del XIX secolo. L’abate Antonio Carestia, uno storico valsesiano, scoprì accanto ad alcuni resti del tracciato un’iscrizione su roccia al culmine della cresta che separa il Ghiacciaio di Garstelet da quello di Bors, proprio sotto alla Piramide Vincent. La data riportata è il 1615, proprio l’epoca in cui i ghiacci ricominciavano ad avanzare. È questo il tratto centrale di un percorso ancora più lungo che collegava la valle di Zermatt a quella di Saas, toccando almeno 20 degli odierni ghiacciai. Fu tramite questo percorso che i Walser riuscirono a colonizzare le valli d’Ayas e del Lys, l’alta Valsésia e la zona di Macugnaga alla fine del XIII secolo, sostituendo una civiltà contadina e montanara a quelli che erano solo alpeggi di proprietà dei monasteri del vescovado di Novara. Sono di quel periodo i grandi lavori di dissodamento del terreno per semine e pascoli più adatti a una vita stabile per tutto l’anno oltre una certa quota.

Ma purtroppo nel secolo XVI iniziò il lento declino dell’economia walser: la «piccola età glaciale» riportò i ghiacciai in basso, gli abitati erano continuamente minacciati dalle valanghe e dai ghiacci in vistosa avanzata. Il clima dei lunghi inverni, di molto più freddi di prima, non permetteva più alcuna coltivazione, il reddito della terra diminuiva. I Walser si aiutarono sfruttando la rete dei loro sentieri e impostarono un servizio di someggiatura attraverso i valichi alpini, in un’Europa che appena cominciava a essere transnazionale. La coltivazione delle patate portò sollievo a un’economia che ormai, per mancanza di nuove terre e per cambio climatico, non era più ricca come prima, anzi costringeva ai limiti di sopravvivenza. Poi, se il turismo ebbe il suo primo naturale impulso sulle montagne svizzere, questo lo si deve molto ai Walser che subito capirono quanto potesse rendere il mestiere di guida alpina; da lì al passo dell’industria turistica il passo fu breve.

Il Grenzgletscher sovrastato dalla parete nord del Lyskamm e dal Colle del Lys
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Nella stube durante le veglie invernali di generazione in generazione persero il ricordo di ciò che era stato; nacquero leggende in gran numero, fino a cancellare totalmente la memoria storica delle loro origini. La «città di Felik», felice e contorniata da messi biondeggianti, era stata sommersa dai ghiacci; una sorgente limpida e abbondante, il Fontanone (Grosse Brunnen), nei pressi di Macugnaga, traeva le sue acque dall’altro versante della montagna dov’era la mitica «Valle perduta», «das verlorene Thal», cui le popolazioni Walser dovevano la loro origine. Qualche cacciatore ne aveva veduto boschi e prati, naturalmente senza traccia d’essere umano. Fu così che il 15 agosto 1778 sette giovani di Gressoney, otto anni prima della conquista del Monte Bianco, anche per prevenire un analogo tentativo dalla Valsésia ed eventualmente aggiudicarsi le possibili ricchezze, salirono dal paese fino a una roccia (in seguito chiamata Roccia della Scoperta, Entdeckungsfels), situata nei pressi del Colle del Lys. Si erano legati in cordata, con i bastoni in mano e le grappe sotto le scarpe, e giunsero sfiniti. Scoprirono dunque che al di là non era alcuna valle perduta, bensì l’immane distesa del Grenzgletscher che scendeva verso le terre del Vallese. I loro nomi erano quelli di Valentin e Joseph Beck, Etienne Lisgie (Lisco), Joseph Zumstein (Delapierre), François Castel de Perlatoe, Nicolas Vincent e Sebastian Linty. Non riuscirono a scendere sull’altro versante, neppure nelle due spedizioni dei due anni seguenti. La traversata del Colle del Lys riuscì solo nel 1819 alla comitiva di Joseph Zumstein e Joseph Vincent. La Valle Perduta cessò di essere un mito per i Walser e lo divenne per il mondo culturale del tempo: un giornale parigino parlò di Nuova Età dell’Oro, mentre alle indagini in loco di De Saussure tutti rispondevano che la Valle Perduta era solo una favola… In Monte Rosa, la montagna dei Walser Luigi Zanzi conclude con questa riflessione: «Nessuno più, oggi, può sognare l’esplorazione di una valle ancora ignota e intatta: eppure c’è una valle perduta che va riscoperta per la salvezza del Monte Rosa. È la valle della sua storia passata, terra così dimenticata e smarrita che sta per diventare incognita, una terra che se fosse ritrovata potrebbe ritornare nuovamente feconda di nuova vita per la montagna e per le genti che tra le sue pieghe vivono. Le terre della storia non possono sopravvivere se non attraverso altra storia; occorre che una comunità se ne faccia interprete, che “resista” a tentare di vivere anche di quella storia».

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Il glorioso rimpatrio

Il glorioso rimpatrio

Attorno al 1170, a Lione, si riunivano i seguaci di Pietro Valdo, con idee rivoluzionarie per l’allora assoluto potere ecclesiastico: uguaglianza e diritto per tutti (anche per le donne) di leggere e predicare le sacre scritture in volgare. La scomunica non tardò ad arrivare e i valdesi si rifugiarono in ordine sparso in alcune valli delle Alpi Cozie. A dispetto della loro vita pacifica, per mano dell’Inquisizione cominciarono le persecuzioni. Nel 1488 vi fu una crociata del papa Innocenzo VIII.

La partenza dei valdesi da Nyon (lago di Ginevra)
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Ma i venti della Riforma ridiedero fiato ai valdesi, che vi aderirono nel 1532 in occasione del Sinodo di Chanforan. Usciti dunque dalla clandestinità, i valdesi si organizzarono con una disciplina di culto, con loro templi e con la traduzione della Bibbia in francese, che presto sarebbe diventata la loro lingua ufficiale: i pastori erano educati a Ginevra, alla scuola calvinista.

La Controriforma cercò di spazzare via quella spina nel fianco del cattolicesimo che ormai si era alleata con tutto il protestantesimo europeo. A dispetto della breve tregua con il Trattato di Cavour (1561) e malgrado l’Editto di Nantes (1598), le persecuzioni furono quasi continue, aggravate dalla peste del 1630. Culminarono nel 1655, quando il marchese di Pianezza, ministro di Carlo Emanuele II, alla testa di 4.000 soldati, fu responsabile delle terribili “Pasque piemontesi”, una serie di carneficine e distruzioni che decimarono ma non sottomisero i “ribelli”. Le “patenti di grazia” concesse subito dopo, con il diritto ad esistere, ebbero vita breve. Infatti con la Revoca dell’editto di Nantes (1685) da parte di re Luigi XIV, mentre gli ugonotti lasciavano la Francia per l’esilio nei paesi protestanti, anche Vittorio Amedeo II (nipote di Luigi XIV) fu costretto ad imporre ai valdesi o l’abiura o l’esilio. Sotto la guida del pastore Henry Arnaud questi decisero di resistere ma il 3 maggio 1686 furono pesantemente sconfitti dai piemontesi e francesi alleati. Circa 2.000 furono uccisi, 8.450 imprigionati; altri 2.000 si convertirono e un migliaio di bambini furono affidati a famiglie cattoliche di contadini cui erano state anche assegnate le terre abbandonate.
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L’anno successivo 2.500 valdesi ottennero asilo nelle città svizzere dove per due anni Arnaud cercò di organizzare un rimpatrio. Finalmente nel 1689 cambiò la situazione politica, perché si creò la Lega di Augusta contro Luigi XIV. Guglielmo III di Orange aveva ben compreso il loro potenziale destabilizzante ed appoggiò i valdesi armandoli. Così questi poterono partire da Prangins sul Lago di Ginevra il 27 agosto: erano circa 600 esiliati assieme a 300 ugonotti, guidati da Henry Arnaud e dal capitano Turel. Il ritorno di quei coraggiosi fu una serie di tappe forzate con il superamento di 14 valichi, tra i quali il Col de la Croix du Bonhomme 2483 m, il Col de l’Iseran 2770 m, il Colle del Moncenisio 2084 m, il Piccolo Moncenisio 2184 m, il Colle Clapier 2477 m. Piovve per quasi tutto il percorso, cibo ed equipaggiamento erano scarsi, eppure l’ottavo giorno di marcia vide lo scontro decisivo, a Salbertrand, con l’esercito piemontese pronto ad accoglierli. Del migliaio di partiti molti si erano persi per strada, sfiniti o dispersi o imprigionati perché in ritardo sugli altri. Fu un combattimento di disperati, all’arma bianca contro i fucili. Ed alla fine riuscirono a passare il ponte, dopo aver sconfitto un esercito numericamente doppio, tanto che Napoleone in seguito riconobbe alla Glorieuse Rentrée la qualifica di una delle più memorabili imprese militari della storia.

Henry Arnaud
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Dopo la vittoria fecero saltare il ponte, poi dopo un appello, continuarono per altri 17 km! Il 10 settembre 1689 arrivarono a Bobbio Pellice dove ciascuno dei combattenti, ormai in preda alle violenze dei saccheggi, cercava di raggiungere le proprie case. L’11 settembre a Sibaud il pastore Moutoux fece giurare loro reciproca fedeltà, per essere veramente degni del Regno di Dio. Il rientro era finito, ma cominciava la guerriglia per impadronirsi delle roccaforti ancora in mano ai piemontesi.

Nell’autunno 300 rimpatriati si rifugiarono a Balsiglia, dove fortificarono lo sperone roccioso dello Châtel. Lì resistettero tutto l’inverno, compiendo di tanto in tanto delle razzie nel resto della valle e mietendo in febbraio la segale che i contadini cattolici in fuga non avevano raccolto: lo scirocco aveva liberato dalla neve le spighe. L’esercito francese e i piemontesi li attaccarono nel maggio 1690. I valdesi attaccarono all’arma bianca una delle tre colonne francesi, facendo prigioniero il colonnello Parat, mentre il generale in capo Catinat fu costretto a scendere in pianura perché le voci di un imminente voltafaccia di Vittorio Amedeo II erano sempre più insistenti. De Feuquières prese il comando e organizzò l’artiglieria per la soluzione finale. Sotto il fuoco dei cannoni non vi fu possibilità di difesa. Arnaud e compagni si rifugiarono a 1780 metri, sul Pain de Sucre, completamente circondati. Vistisi perduti, nella notte, guidati da Philippe Tron-Poulat, un montanaro che era nativo proprio di quei posti, i 300 sopravvissuti, scalzi per non far rumore, scapparono per un precipizio. All’alba del 25 maggio, che avrebbe dovuto essere il giorno dell’ultimo massacro, i francesi si accorsero che i valdesi ormai erano sotto al Colle Ghinivert. Durante la successiva fuga, i fuggiaschi ricevettero un messaggio di Vittorio Amedeo: tregua, in attesa di ulteriori comunicazioni. Per essere credibile, il duca aveva liberato il pastore Moutoux e il chirurgo Malanot, due grandi protagonisti del rientro. Il 4 giugno la notizia era ufficiale: i Savoia erano alleati con Guglielmo III d’Orange contro il Re Sole Luigi XIV.

La roccaforte valdese di Balsiglia
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La Grande Guerra sull’Adamello

La Grande Guerra sull’Adamello

All’inizio della Grande Guerra il confine fra Italia e Impero Absburgico corrispondeva più o meno all’odierno confine fra Lom­bardia e Trentino-Alto Àdige. Dal Passo dello Stélvio, lungo le creste dell’Ortles-Cevedale, giungeva al Passo del Tonale e prose­guiva tagliando in due il gruppo Adamello-Presanella. Dal Tonale il confine proseguiva lungo il crinale Punta Castellaccio-Monte Mandrone; da qui traversava il Ghiacciaio del Mandrone verso sud est raggiungendo il Passo della Lòbbia Alta per poi seguire il crinale fra Val di Fumo e Valle Adamè fino al Monte Campéllio e poi ancora per cresta verso sud al Monte Re di Castello e al Mon­te Listino. Qui seguiva lo spartiacque fra Val di Càffaro e Val Daone giungendo a Ponte Càffaro.

Tutta questa lunga linea di monti aveva un’importanza strategica fondamentale poiché chi dei due contendenti si fosse assicurato stabilmente il possesso degli importanti valichi che li traversa­no, lo Stélvio, il Gàvia, il Tonale, l’Aprica e il Croce Domini, avrebbe avuto le porte aperte verso il territo­rio nemico.

Resti di postazioni sul Corno di Cavento
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All’inizio del conflitto la situazione trova gli italiani abba­stanza impreparati e faciloni al punto di lasciare sguarnito il lungo tratto di cresta Punta Castellaccio-Monte Mandrone. Gli au­striaci meglio organizzati ne approfittano occupando saldamente queste posizioni e affacciandosi sull’alta Val Camònica. Inizia poi una lunga serie di attacchi italiani per occupare la Conca di Presena; in tutto l’anno se ne contano ben tre e i giudizi stori­ci circa le capacità strategiche e tattiche dei nostri comandi lasciano molto a desiderare. Comunque sia, al termine dell’annata e con un enorme prezzo di vite umane, gli italiani riuscirono solo a riconquistare quelle creste che all’inizio erano in loro mano e che per leggerezza avevano lasciate completamente sguarnite.

L’inverno del 1916 fu particolarmente funesto causa l’imprepara­zione dei due schieramenti ai rigori della montagna invernale. Su entrambi i lati si registrarono numerosissime perdite a causa delle valanghe che quell’anno caddero copiose. Baraccamenti disposti con incompetenza senza una esperta valutazione dei pendii oppure linee di rifornimento che tagliavano pendii valangosi fu­rono causa di gravi incidenti. Già il 13 dicembre del 1915 una slavina provocò morti in Val Narcanello fra i militari ita­liani, ma era solo un’avvisaglia.

Il famoso Ippopotamo
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Il 24 febbraio 1916 una gigantesca valanga travolge le baracche austriache in Valle di S. Valentino e molte altre poi ne seguono fino a quella catastrofica che il 3 aprile colpisce i baraccamen­ti italiani sottostanti le pendici meridionali del Monte Campel­lio. L’arrivo della primavera porta nuovi propositi offensivi e sopratutto visto che gli italiani erano ancora concentrati sulla conquista della Conca di Presena, permette agli austriaci di at­testarsi sulle creste del Monte Fumo. Si tratta di una bruciante provocazione e, questa volta meglio guidate e organizzate, le trup­pe alpine italiane riconquistano le posizioni e spingono i nemici sull’opposto crinale, quello che va dal Crozzon di Làres fino al Caré Alto. Il 29 e 30 aprile gli italiani sferrano poi un’altra offensiva che, a parte le solite limitazioni di fantasia strate­gica e le innumerevoli perdite, porta alla conquista del Crozzon di Làres e di buona parte del crinale prima in mano agli au­striaci. Pochi giorni dopo le nostre truppe riescono ad avanzare ulteriormente occupando anche la Conca Bèdole in Val di Genova e tutta la testata di questa valle. La distanza da ogni punto di rifornimento porta ben presto però a una ritirata strategica su posizioni meglio difendibili e più facilmente servite dalle re­trovie. L’inverno fra il 1916 e il 1917 vede i contendenti occupa­ti a rendere più sicuro e confortevole il soggiorno in quei luoghi inospitali.

Nel maggio del 1917 gli austriaci riprendono parte della testata di Val di Genova e rafforzano le loro linee di difesa e riforni­mento, in particolare la lunga galleria nel Ghiacciaio di Làres che portava fino ai Denti del Folletto. Da parte italiana si punta alla conquista del nodo strategico del Corno di Cavento. Preparata dal martellamento dell’Ippopotamo, un obice da 149 mm ancor oggi rimasto nella sua postazione di sparo sulla Cresta Croce, l’azione italiana, nonostante imprecisioni e inci­denti viene coronata dal pieno successo. Gli austriaci sono co­stretti a cedere ancora un po’ di terreno e l’autunno vede i con­tendenti intenti nei soliti lavori di preparazione all’inverno. Anche gli italiani scavano una lunghissima galleria nel ghiaccio, la Galleria Azzurra, lunga circa 4 km, che univa il Passo Garibaldi a quello della Lòbbia. L’anno si conclude con il terribile bombardamento di Ponte di Legno operato il 27 settembre dalle artiglierie austriache disposte sui Monticelli: il paese verrà quasi completamente distrutto.

Corno di Cavento, resti dell’arrivo della teleferica italiana
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Il terzo anno di ostilità rinnova l’interesse italiano per la Conca di Presena e porta trepidanti aspettative per la temuta Offensiva Valanga che gli austriaci non nascondevano avere in preparazione. Per prevenire le mosse nemiche gli italiani sca­gliano un’azione che il 26 maggio li vede finalmente conquista­tori dell’agognata Conca di Presena. Seppure ormai fortemente compromessa l’offensiva austriaca fu ugualmente lanciata, ma era ormai tardi e i suoi effetti furono agevolmente controllati dalle nostre truppe ad eccezione che sul Corno di Cavento.

Per compiere questa vittoriosa impresa gli austriaci si avvalgono di tre sbocchi di una galleria scavata nel ghiacciaio che, al ri­paro della vista e dei proiettili degli italiani, li portano entro le linee avversarie. Un mese dopo, il 19 luglio, il Cavento cade di nuovo in mano italiana.

Nell’agosto un’incauta decisione dei nostri comandi fa partire una grande operazione per la riconquista della testata di Val di Genova. Abbiamo già visto come già l’anno precedente gli alpini furono costretti ad abbandonare queste posizioni causa la diffi­coltà di approvvigionamento della prima linea. Fu ancora l’imper­via orografia e la distanza dai punti di rifornimento che causò il fallimento di questa nuova ed inutile impresa pagata col sa­crificio di numerosi uomini. Con questa operazione si concludono virtualmente gli atti di ostilità nel massiccio: il 1° novembre gli austriaci abbandonarono le loro postazioni dando via libera agli italiani che poterono scendere in Trentino dal Passo del To­nale.

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L’uomo di sale

Georg Ramsauer, in quel mattino limpido di primavera del 1875, come al solito se ne stava nel suo ufficio a controllare i libri mastri della miniera di salgemma ereditata dal padre. Il capomastro si presentò sulla porta con il capello in mano: «Hai chiesto di parlarmi, Thomas?» gli chiese il direttore senza alzare lo sguardo verso l’interlocutore. «Sì, Signor Direttore, i minatori del reparto sette si sono fermati, affermano che hanno trovato una mummia nella parete di sale appena aperta». «Cosa!» sobbalzò il giovane industriale austriaco. Non si sa se fu per la straordinaria scoperta, per la curiosità del caso o per l’interruzione del lavoro, ma il giovane si precipitò verso il livello numero sette della sua miniera a 1500 metri d’altezza sopra Hallstatt, un lindo paesetto sulle rive del lago presso Salisburgo. Alla luce delle lanterne la scena che appariva agli occhi dei minatori era quella di due occhi azzurri vecchi di oltre 3000 anni che li fissavano attraverso un sottile strato di sale, contornati da una ciocca di capelli di colore rossiccio raccolta da un cerchio d’oro, mentre una corona di denti bianchissimi dimostrava la giovane età della mummia.

Ramsau, parete sud del Dachstein. Foto: Leo Himsl
Ramsau, parete sud del Dachstein

Essi capirono che quel corpo così ben conservato era quello di un loro progenitore: dimenticando la produzione giornaliera, si misero a scavare il tesoro nascosto. Numerosissimi furono i reperti, come tessuti, attrezzi, ruote di carro, anfore contenenti resti di cibo, scheletri, armi, abiti, elmi di una civiltà neolitica sconosciuta. Ramsauer fu il primo scopritore dei «Kelten» (Celti) e grazie al suo operaio e al prodigioso rinvenimento vennero portate alla luce 15 tombe celate nello sterile biancore del sale; alcune tombe avevano la forma rettangolare, altre erano quadrate, altre si presentavano come tempietti. Furono trovati diversi arredi e rituali sconosciuti, alcune mummie erano in posizione fetale, poste in un angolo della nicchia. Furono trovati scheletri d’animali, equini o cani, alcuni resti d’uccelli (identificati come corvi reali), ruote, situle, brocche, gioielli, collari tipici dei celti, armi di ogni forma ed uso. Quello che sorprese di più i minatori era che gli attrezzi erano praticamente uguali ai loro.

Cultura di Hallstatt
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Georg Ramsauer fece trasportare tutto alla superficie e nel magazzino principale allestì il primo museo di cultura celtica nell’Europa centrale. Un anno dopo, nel 1876, il giovane esploratore della storia presentò all’Accademia di Vienna i resoconti e le numerose prove della sua scoperta, trasformando la sua miniera in una vasta aerea archeologica. Ramsauer si rivelò non solo un esperto minerario, ma anche un abilissimo ricercatore nell’osservare e misurare le sepolture, rivelandosi nei fatti ampiamente in anticipo rispetto ai suoi contemporanei nella tecnica di scavo e di documentazione.

Furono trovate oltre 3000 tombe, forse una scoperta maggiore di quella egiziana, e Hallstatt divenne il centro per gli studiosi accorsi da tutta Europa per la sensazionale scoperta archeologica. Il sale ha infatti conservato perfettamente anche gli oggetti di natura organica, come per esempio i manici in legno di pino dei picconi, le scarpe in pelle di vitello o i berretti in pelliccia, permettendo in questo modo uno studio anche sulla vita quotidiana di questi progenitori. Persino i resti di vestiario rivelano l’arte di tessitura dell’epoca, che era altamente sviluppata. Accanto a semplici tessiture erano molto diffusi i tessuti a spina che permettevano di ottenere pezze di stoffa colorata, con disegni formati da fili di vario colore; già allora si procedeva poi a un taglio sartoriale delle stoffe che venivano unite per mezzo di cuciture.

I Celti sono comunque un popolo dalle origini ancora oggi incerte. Alcuni studiosi, dopo le molte informazioni raccolte ad Hallstatt e a La Tène, affermano che furono popolazioni locali della civiltà neolitica agricola alpina; altri, basandosi sui loro rituali e sulle caratteristiche somatiche, concordano nell’assicurare che i Celti discendono direttamente dai primi europei del profondo Nord emigrati a Sud verso le Alpi e in seguito verso l’Italia settentrionale per unirsi ai Liguri dopo l’ultimo periodo glaciale, circa 10 mila anni fa.

Hallstatt, regione di Salzkammergut (Alta Austria, Stiria, Salisburghese). Foto: Martin Gray
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Questi popoli svilupparono l’agricoltura con l’aratro a ruote e perfezionarono alcune tecniche, come quella dello smalto. I loro artigiani, ai quali i Romani attribuirono l’invenzione della botte, erano assai stimati per la loro abilità, soprattutto i carradori e i fabbri.

Molti paesi celtici divennero nel I secolo a.C. grandi centri manifatturieri che esportavano in Occidente i loro prodotti di pentole e vasellame; grazie a una rete di vie di comunicazione, che Roma avrebbe solo migliorato con il selciato, gli scambi commerciali in tutta la Gallia divennero sempre più frequenti. Al tempo della conquista romana i Celti avevano già sviluppato quella solida economia che fu alla base della prosperità del mondo gallo-romano.

Al contrario, l’anarchia politica, le rivalità tra le tribù ed il loro geloso particolarismo impedirono ai Celti la creazione di stati potenti. La struttura sociale, essenzialmente aristocratica, simile a quella della Grecia omerica, si conservò abbastanza bene in Irlanda sino alla fine del medioevo: la sua organizzazione era fondamentalmente rurale, e i Celti non svilupparono mai una vera e propria civiltà urbana. La rigida gerarchia sociale e il turbolento spirito d’indipendenza delle famiglie nobili contribuirono a impedire l’unità politica. Tuttavia i Celti non mancavano di un certo sentimento di solidarietà etnica e religiosa; ogni anno si teneva nell’attuale foresta di Orléans la grande assemblea giudiziaria, sotto la direzione dei druidi. I conquistatori romani pertanto attuarono feroci persecuzioni contro i druidi, accusati sì di crimini rituali, ma più ancora sospetti di essere i principali agenti di diffusione del nazionalismo celtico.

Oggi, camminando sulle montagne del Dachstein o sulle sponde dei limpidi Gosauseen non si può fare a meno di pensare a quegli abitatori delle Alpi che scavavano con attrezzi di bronzo queste montagne. Il paesaggio, se si escludono i fondovalle, non doveva poi essere tanto differente. Sentieri e valichi di certo ben noti a questi progenitori, grandi viaggiatori che portavano attraverso le Alpi merci di ogni tipo. Si può quasi affermare che i Celti furono senza dubbio la prima civiltà che unì culturalmente l’Europa transalpina.

Oggi nei siti archeologici italiani affiorano ancora vasi della «Cultura di Hallstatt», un termine che gli studiosi hanno adottato per definire un periodo dell’Età del Bronzo. Questo piccolo e tranquillo paese, arroccato sulla riva di uno dei laghi più nascosti e caratteristici delle montagne austriache, può apparire quasi insignificante, ma ha sicuramente molto contribuito, con le ricchezze faticosamente strappate alle viscere della montagna, a cambiare la storia della cultura del nostro continente.

Il Dachstein da nord-ovest. Foto: Leo Himsl
Dachstein da nord ovest

Dachstein, grotte e arrampicate
Le grotte del Dachstein sono a dieci minuti di distanza dalla Schönberg Hütte 1345 m e formano un sistema esteso per quasi 80 km. La più bella è la Rieseneishöhle: è vecchia di milioni di anni, mentre l’abbondante ghiaccio che le dà il nome non arriva a 500 anni. Vi sono bellissime formazioni ghiacciate, come la «cappella» o la «montagna». Anche la Mammuthöhle è significativa. È priva di ghiaccio, ma la visita offre una proiezione di diapositive con musica che si confonde con lo stillicidio dell’acqua: discutibile ma suggestivo. Una terza grotta, la Koppenbrüllerhöhle, è situata più in basso verso Bad Aussee ed è piena d’acqua. Mentre d’inverno la zona del Krippenstein si riempie di sciatori, d’estate le grandi pareti diventano una mecca dell’arrampicata. Sulle pareti del Dachstein furono scritte le grandi pagine di storia dell’alpinismo tedesco e austriaco, assieme a quelle del Karwendel, del Kaisergebirge e del Wetterstein. Sulla vetta più alta, l’Hoher Dachstein, salì per primo Peter C. Thurwieser nel 1834, ma in seguito i più grossi nomi, prevalentemente salisburghesi e viennesi, si avvicendarono nella risoluzione dei problemi sempre più difficili: Eduard Pichl, Gustav Jahn, Heinrich Pfannl, Thomas Maischberger, Karl Domenigg, K. Gunther von Saar, Adolf Deye, Karl Prusik e molti altri, tra cui il più prestigioso nome, quello di Paul Preuss che peraltro vi morì in un tentativo solitario (spigolo nord del Mandlkogel, 1913). In seguito, negli anni ’30, ecco Raimund Schinko, Hubert Peterka e negli anni ’60 tutta l’élite austriaca, da Klaus Hoi a Leo Schlommer, da Peter Perner a Klaus Walcher.

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Attorno all’Adamello, 8000 anni di storia

Attorno all’Adamello, 8000 anni di storia

Almeno 8000 anni or sono si costituì in Val Camònica il nucleo originario della civiltà camuna, la cui notevole espressione artistica è pervenuta fino ai giorni nostri sotto forma di innumerevoli incisioni che costella­no le pietre del fondovalle nei pressi di Capo di Ponte. A questi primi abitatori si sovrapposero poi altre genti di ceppo ligure-etrusco durante l’Età del Bronzo. L’arrivo dei Celti, nel 500-300 a.C., ebbe tale influenza sulle popolazioni locali da farne scomparire in gran parte i ca­ratteri originari. È in questo periodo che sorgono piccoli nuclei fortificati noti anche come castellieri. Situati in posizioni strategiche, avevano funzione di difesa e controllo del territorio ma consentivano anche di porsi al riparo dei frequenti disastri idrogeologici ai quali era soggetto il fondovalle. Attorno a questi centri si sviluppano agricoltura, selvicoltura e allevamento del bestiame. Alle popolazioni celtiche è attribuita la transumanza e quindi anche la prima colonizzazione, per quanto solo stagionale, delle alte quote. Furono abilmente sfruttati tutti gli spazi agevoli e pianeggianti e in particolare i terrazzi di origine glaciale di mezza montagna noti come coster. Furono questi centri i capi­saldi per il passo successivo costituito dall’occupazione stabile dei fondovalle, in particolare di quello camuno.

Panorama dalla vetta dell’Adamello. Foto: Giuseppe Alberti
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Già nel 118 a.C. i Romani condussero una prima campagna contro le popolazioni celtiche della Gallia cisalpina. In generale i Romani però limitarono il loro intervento a una occupazione leggera perché maggiormente interessati al control­lo delle Alpi come cintura difensiva e transito verso altre terre di conquista. Le popolazioni locali poterono così mantenere tradizioni e organizzazioni sociali, fungendo da preziosi alleati a guardia delle giogaie alpine. Con la caduta dell’impero romano giunsero i Longobardi che posero sotto il loro dominio tutto il territorio fino all’arrivo dei Franchi di Carlo Magno. Nel 1027 l’imperatore Corrado II il Salico pose le Giudicàrie e la Rendena sotto il feudo del vescovo di Trento Uldarico II. Il governo locale fu affidato dall’autorità ecclesiastica a dei «giudici» (da cui il nome Giudicàrie). Con l’atto di Corrado II queste regioni re­steranno, salvo qualche rara pausa, sotto il Principato Vescovile di Trento fino alla prima discesa di Napoleone in Italia nel 1799. Nel frattempo prendono sempre più vigore coalizioni popola­ri locali che tentano di difendere gli interessi del popolo dalle prepotenze dei feudatari. Per dirimere i contra­sti di proprietà e uso delle terre vennero poi formulati degli «statuti» che ristabilirono un po’ di legalità e certezza in un mondo politicamente alquanto insta­bile. Nel 1164 passa per la Val di Sole e la Val Camònica Federi­co Barbarossa che con astute concessioni amministrative si procura il favore delle popolazioni locali, anche se poi la Val Camònica aderì all’alleanza antiimperiale della Lega Lombarda.

La Val Camònica, nonostante la costituzione di una «comunità di valle» creata per dar maggior forza alle popolazioni locali e so­prattutto per rispondere adeguatamente ai frequenti contrasti con i Bresciani, nel 1329 fu annessa alla signoria veronese degli Scaligeri, che pochi anni dopo, nel 1337, fu sostituita dai Visconti di Milano. Questi protrassero il loro dominio per quasi un secolo, salvo un breve intervallo retto dai Malatesta. Dal 1427, per oltre 300 anni, il territorio farà poi parte della Repubblica di Venezia che, a parte il primo periodo ancora segnato da lotte faziose con i partigiani del Ducato di Milano, porterà in queste terre una nuova era di pace e progresso. Meno interessate da questi fatti furono le valli trentine, seppure anche qui vi furono lotte fra i sosteni­tori del Ducato di Milano e quelli della Repubblica di Venezia.

La vicinanza delle valli di Sole e Non con le regioni tedesche influenzate dalla Riforma Pro­testante fu la causa di una grande sommossa popolare contro il vescovo di Trento. Nel 1525 infatti la «Guerra conta­dina» vede le popolazioni delle due vallate dare l’assalto a tutte le maggiori fortezze vescovi­li nonché agli altri centri di potere ecclesiastici. Come spesso accade anche questa grande rivolta perse vigore nel tempo per poi andare a spegnersi, consentendo al vescovo di riprendere possesso dei territori insorti e di punire con la morte i capi dei ribelli.

In Val Camònica molto più gravi degli influssi religiosi furono invece quelli portati dall’inevi­tabile contatto delle popolazioni con le truppe spagnole che du­rante la Guerra dei Trent’anni percorsero Valtelli­na e Val Camònica alla volta dell’Impero germanico. Con esse giunsero di nuovo fame e carestia nonché la storica peste del 1630.

Dalla Cresta della Croce veduta sul Pian di Neve dell’Adamello (Cima Venezia, Cima del Veneròcolo e Cima Mandrone). Foto: Marco Milani
Dalla Cresta della Croce veduta sul Pian di Neve dell'Adamello (Cima Venezia, Cima del Veneròcolo e Cima Mandrone)

Con la prima discesa di Napoleone in Italia e la Pace di Campo­fòrmio si delineano nuovi scenari geopolitici. Le vallate lombar­de sono annesse alla Repubblica Cisalpina e poi al Regno Ita­lico. Con il Congresso di Vienna del 1815 passano al Regno Lombardo-Veneto restandovi fino al 1861. Salvo qualche disorganizzato tentativo di conquista italiana (1848) il territorio sul versante trentino resterà austriaco fino al termine della prima guerra mondiale.

Nel periodo successivo al conflitto mondiale la Val Camònica as­siste ad una progressiva industrializzazione del suo fondovalle. Tale espansione determinò la creazione di bacini artificiali e di centrali elettriche per la crescente richiesta energetica delle manifatture vallive. Al primo impianto idroelet­trico della valle (Cedégolo, 1906) si aggiunsero il Lago d’Arno e i bacini dell’Àvio e, nel secondo dopoguerra, le dighe del Pantano e del Veneròcolo. Inizia anche ad avere maggiore impulso il turismo che so­prattutto sul versante trentino sarà uno degli elementi economici del futuro. In questo senso già si determinano alcune differenze circa la gestione del territorio a fini turistici fra le due re­gioni confinanti. L’azione in Lombardia appare più disorganizzata anche se porta al graduale sviluppo di località termali (Boàrio) e di villeggiatura estiva ed invernale (Ponte di Legno, Aprica). Nascono stazioni sciistiche come Madonna di Campi­glio, Folgàrida, Passo del Tonale.

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I confini del Monte Bianco

I confini del Monte Bianco

La recente inaugurazione della nuova Skyway, il faraonico complesso funiviario che collega Courmayeur-Entrèves con la punta Helbronner del Monte Bianco, ha fatto riemergere polemiche antiche sull’interpretazione politica e cartografica del confine di Stato Italia/Francia.

Laura e Giorgio Aliprandi da anni si battono per una giusta spartizione della vetta del Monte Bianco. Foto: Serafin/MountCity
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Nel 1796, cioè all’armistizio di Cherasco dopo la prima campagna napoleonica in Italia, la Repubblica francese ai tempi del Direttorio e il Regno Sardo, retto da Vittorio Amedeo III, definirono i confini tra Piemonte e Francia. Per la prima volta, come ricordano i cartografi milanesi Laura e Giorgio Aliprandi, si stabilisce un confine «basato sul concetto strategico della “crête militaire”». Una linea di demarcazione militare che seguiva le parti «più avanzate dalla parte del Piemonte», come è scritto nel documento che sanciva la fine delle ostilità. Decisione che sarà ribadita lo stesso anno nel Trattato di Parigi, molto oneroso e umiliante per il Regno Sardo.

Quella linea di «cresta militare» scendeva sul versante oggi italiano con una sorta di orecchia, cento metri più in basso rispetto ai 4808,73 metri della vetta del Bianco (ultima misura ufficiale, settembre 2015). Anche in corrispondenza del Dome du Goûter era presente un’altra orecchia, come pure in corrispondenza del Colle del Gigante.

Le aree verdi sono le tre “orecchie” del trattato del 1796
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Ma il confine in seguito è stato portato sullo spartiacque, quindi anche in vetta al Bianco, attraverso un altro trattato, quello di
Torino del 24 marzo 1860, che sancisce l’annessione della Savoia alla Francia. Fino ad allora il Monte Bianco, Piemonte, Valle d’Aosta e Savoia facevano parte dello stesso regno.

Più precisamente sui confini sono stilati una serie di atti bilaterali che trovano conclusione con il verbale di delimitazione del 26 settembre 1862.

Questo verbale del 1862 da parte francese è stato cancellato perché è sparito materialmente dai loro archivi, mentre nell’Archivio di Stato di Torino ne è invece conservata regolare copia. Esiste però un altro documento, che è anche negli archivi di Parigi, ma che non viene considerato dai francesi: la lettera che Napoleone III scrisse al conte Francesco Arese il 3 maggio del 1860. Il conte Arese aveva scritto all’imperatore dei francesi su incarico di Cavour che stava preparando il trattato di annessione della Savoia alla Francia. Erano trattative segrete. Nel documento del 1860 non si parla di Monte Bianco ma di catena delle Alpi e il termine strategico di «cresta militare» del 1796 non è più preso in considerazione. In quella lettera Napoleone III precisa che il «limite è quello amministrativo di oggi», cioè lo spartiacque come risulta da due cartografie del Regno Sardo del 1823 e del 1845.

In effetti dei confini stabiliti nel 1862 non v’è traccia su tutte le carte transalpine ufficiali posteriori. Perché nel 1865 i cartografi francesi unilateralmente decisono in modo diverso. Sempre i coniugi Aliprandi riportano di come «il capitano J.J. Mieulet dello Stato maggiore francese riportasse un’enclave in territorio italiano, la sommità del Bianco divenisse francese e il confine venisse spostato a sud». Gli atti catastali riportano questa cartografia del 1865, che resta in vigore anche oggi, tant’è che è seguita anche da Google Map.

I coniugi Aliprandi, pur non avendo trovato prove in documenti, ipotizzano che i confini furono «merce di scambio». Nel Trattato di Pace del 1947 non si parla di Monte Bianco. Gli Aliprandi: «Ci sarebbe stata questa intesa, l’Italia non avrebbe rivendicato la cima del Bianco e in cambio la Francia avrebbe acconsentito a guardare con occhio benevolo alcuni problemi confinari ratificati nel 1947».

L’enclave A/B subito a sud della vetta del Monte Bianco come tracciata dal maggiore Mieulet
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Nella storia entra anche Papa Wojtyla e la sua intenzione di benedire l’Europa dal colle del Gigante in occasione dell’Angelus durante la visita ufficiale del 1986. Allora i rapporti fra i due versanti del Bianco erano improntati alla collaborazione, c’era ancora lo sci estivo e le piste erano in Francia, oltre il colle del Gigante. L’idea del Papa «sul confine», anzi oltre, consigliò una riunione ad Aosta cui, oltre al presidente regionale Augusto Rollandin, parteciparono anche il prefetto dell’Alta Savoia e il comandante della Gendarmerie.

Una frase infelice di una funzionaria regionale valdostana irrigidì i francesi. Prefetto e comandante dei gendarmi avevano ricordato come l’Angelus del Papa, Capo di Stato oltre che pontefice, si sarebbe svolto in territorio francese, quindi avrebbe dovuto provvedere la Francia. La frase «c’est une chose valdôtaine, c’est à nous de la faire», scatenò l’ira dei francesi. Non solo, ma la successiva richiesta di extraterritorialità avanzata per sostenere una logistica tutta valdostana finì per chiudere la questione. E l’Angelus del Papa, con la benedizione all’Europa, venne dirottato sulla vetta tutta italiana del Mont Chétif, con una preparazione piuttosto complessa per garantire la sicurezza di volo degli elicotteri. Fu allestita una piattaforma per poter consentire l’atterraggio. La questione confini fu sempre tenuta in grande considerazione anche per le successive visite di Giovanni Paolo II e le sue meditazioni sul ghiacciaio del Bianco.

Papa Giovanni Paolo II al Colle del Gigante
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Soltanto nel 1996, con le interrogazioni a Roma del deputato valdostano Luciano Caveri e all’europarlamento, l’Italia ha rivendicato il confine del 1862. Ma dopo un iniziale interesse, e dopo l’inutile assemblea europea (Nicolò Rinaldi) del 1999, le diplomazie si sono arenate.

Il caso riesplode in occasione dell’inaugurazione di Skyway. Matteo Renzi, di fronte a quattro tende piazzate al Colle del Gigante in occasione del reality che verrà girato in estate, esclama scherzando «Non abbiamo invaso la Francia». I francesi, poco inclini all’umorismo, ribattono subito che «Ici c’est a nous, c’est la France».

Proprio la difficile situazione del Mediterraneo, aggiunta all’invidia transalpina per la nuova funivia “gioiello” sul versante italiano, ha tenuto distante nel giorno dell’inaugurazione ufficiale tutte le autorità francesi, dal prefetto della Savoia fino al sindaco di Chamonix. Non c’era neppure un rappresentante della società funiviaria chamoniarda.

Nel 2014 i confini avavano dato grattacapi al colle del Piccolo San Bernardo, qualche chilometro dal Bianco: «I francesi con una ruspa – ricorda una guida – hanno spostato il cippo di confine di 150 metri. Come è ovvio che sia è subito tornato al suo posto». In fondo in quella landa dove sono passati eserciti e pellegrini fin da tempi remoti ci sono ancora oggi pascoli brucati da bestiame di allevatori italiani in territorio francese. Ma sui ghiacciai del Bianco la questione appare più spinosa. E seguendo una logica incomprensibile, se non per l’orgoglio di potersi assicurare l’intera vetta della montagna simbolo del continente, e in barba al trattato del 1862, i francesi continuano a ritenere loro qualche ettaro di troppo, abbandonando la naturale linea dello spartiacque.

La questione potrebbe essere risolta a livello politico e diplomatico. Della vicenda, con l’intervento della guardia di finanza di Entrèves, se ne stanno occupando il comando generale e l’IGM, l’Istituto geografico militare.

Il Colle del Gigante visto da punta Helbronner
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Dal punto di vista dei tecnici, sia i geografi militari francesi in via ufficiosa, sia i professori universitari che si sono occupati della questione sono d’accordo con i confini delineati dal trattato del 1862, quelli che seguono lo spartiacque e che quindi passano sulla vetta del Bianco e non cento metri verso sud. Proprio su quel trattato si sono addirittura basate le misurazioni di una specifica commissione italo-francese per segnare il confine all’interno del tunnel del Bianco.

L’insistenza dei francesi fin dall’inizio dell’estate 2015 sulla proprietà del ghiacciaio del Gigante, oltre a rilanciare il tema della supremazia sul massiccio, apre un problema pratico sulla gestione del territorio. Problemi di diritto, di responsabilità e di doveri di osservanza delle leggi. Nelle zone contese ci sono attività umane legate al turismo, la funivia del Monte Bianco e i rifugi.

Roberto Francesconi, amministratore delegato di Skyway, punta il dito su questioni più materiali: «Senza avvertirci hanno aumentato da 27 a 39 euro il costo del biglietto andata e ritorno da Punta Helbronner all’Aiguille du Midi, mentre l’hanno tenuto invariato per chi parte dalla Francia, cioè dall’Aiguille du Midi».

L’ultimo atto «di arroganza», sono sempre parole di Francesconi, è accaduto il 4 settembre 2015: due guide alpine inviate dal sindaco di Chamonix Eric Fournier hanno «morsettato» il cancello che dalla terrazza di punta Helbronner conduce al ghiacciaio del Gigante. Questo per impedire a tutti, sia agli alpinisti che ai turisti più sprovveduti in infradito, di accedere al ghiacciaio, proprio per il problema di responsabilità penali e civili qualora vi accadessero incidenti.

Fournier si dice «disinteressato a problemi di invidia commerciale o di confine».

E’ curioso che lo stesso sindaco di Chamonix abbia ammesso, parlando con il maresciallo della Finanza Delfino Viglione, di aver sbarrato l’accesso al ghiacciaio invadendo la proprietà italiana. Quest’ammissione spiega anche perché abbia mandato due guide per lo “sporco lavoro” e non i gendarmi, sicuramente più compromettenti da un punto di vista formale.

Fabrizia Derriard
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Altro paradosso era che perfino gli stessi uomini del soccorso alpino e della Finanza dovessero scavalcare quella barriera di ferraglia al rientro dalle missioni di salvataggio. Il sindaco di Courmayeur, Fabrizia Derriard, ha parlato con Fournier: «Capisco la sua apprensione per eventuali responsabilità, ma questo è un atto senza senso. Gli ho chiesto di rimuovere i morsetti».

Il maresciallo Viglione ha scritto alla Procura di Aosta, oltre che al Comune di Courmayeur, al suo comando e all’Istituto geografico militare.

Augusto Rollandin, presidente della Regione autonoma Valle d’Aosta (sì, proprio lui, era presidente ANCHE nel 1986), chiede in una lettera inviata a Matteo Renzi un intervento del governo italiano:
La questione del confine di Stato sul Monte Bianco, che certamente ha risvolti di più alto livello e di natura internazionale, ha comunque ricadute immediate e conseguenze altrettanto importanti e impattanti in termini di certezza del diritto applicabile nella quotidianità: sia per le attività anche commerciali che si svolgono in quelle aree, quali la funivia Skyway Monte Bianco e l’adiacente rifugio Torino, sia per l’individuazione delle autorità competenti e delle eventuali responsabilità per situazioni inerenti a tale ambito territoriali”.

L’11 settembre 2015 qualcuno ha deciso di prendere a piccozzate e a spinte la barriera di ferro, ha divelto i morsetti, abbattuto cancelli, transenne, cartelli. Sfasciato tutto. Le funivie e il Comune di Courmayeur hanno ricostruito il cancello, con possibilità però di passare.

Fabio Volo al rifugio Torino
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Sabato 26 settembre 2015 la querelle sul confine tra Italia e Francia sul Monte Bianco sbarca su Raitre. A Che fuori tempo che fa, Fabio Fazio intervista i cartografi e studiosi milanesi Laura e Giorgio Aliprandi. In collegamento dal rifugio Torino c’è anche, in veste di inviato speciale notturno, Fabio Volo che però con la sua esibizione freddolosa non riesce a far sorridere nessuno. Insomma, si è parlato confusamente della vicenda, senza nascondere l’intento satireggiante della regia che evidentemente non poteva (e non doveva) prendere sul serio problemi di questo tipo.

Qualche giorno dopo sull’ingarbugliato argomento cerca di fare chiarezza il Consiglio direttivo nazionale di Mountain Wilderness con un comunicato che qui pubblichiamo nella sua integrità.

 

Che cosa si nasconde sotto quel polverone
di Mountain Wilderness

La discussione sui confini tra Italia e Francia, di cui ha molto confusamente trattato anche una recente puntata di “Che fuori tempo che fa”, spinge Mountain Wilderness Italia a esporre all’opinione pubblica interessata qualche essenziale chiarimento. Innanzitutto, e non a caso, l’argomento è stato sollevato in relazione ai possibili abusi perpetrati dall’ammodernamento faraonico della funivia che da Entrèves raggiunge la Punta Helbronner.

Tale vetta minore si trova, sì, nel massiccio del Monte Bianco, ma non ha niente in comune con la vetta vera e propria del Monte Bianco stesso, dalla quale dista circa dieci ore di scalata, con un dislivello di mille e quattrocento metri circa. Per comprendere di cosa si stia parlando bisogna tenere a mente questa precisazione essenziale.

La sensazione è che tutto questo polverone sia stato sollevato appositamente dalle autorità della valle d’Aosta per confondere le acque, evitando di farsi trovare con le dita sporche di marmellata. Se è vero che la Francia rivendica (a torto, su dubbie testimonianze storiche) la proprietà esclusiva della vetta massima del Monte Bianco e traccia – in quel punto limitato – i confini al di là dello spartiacque naturale, è altrettanto vero che detti confini passano, come è logico, proprio sullo spartiacque, lungo tutto il resto del massiccio, Colle del Gigante e punta Helbronner inclusi. E ciò con l’accordo dell’Italia, confermato nel dopoguerra.

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Non si capisce con quale logica la Valle d’Aosta, azionista della funivia, possa rivendicare il criterio dello spartiacque per quel che riguarda la massima vetta, sostenendo contestualmente che al Colle del Gigante invece i confini – chissà perché – dovrebbero unire il Grand Flambeaux alle Aiguilles Marbrées, lungo un pendio glaciale che scende verso la valle di Chamonix.

Per chi non conosce la zona, si tratta di luoghi ben lontani dallo spartiacque. E’ evidente che tale forzatura viene avanzata, spudoratamente, solo per rivendicare la possibile appartenenza della punta Helbronner interamente all’Italia e cavarsi così dai pasticci.

Perché invece i “pasticci” ci sono, eccome! Senza aver ottenuto i necessari permessi dalla sola autorità che avrebbe avuto il diritto di concederli, vale a dire il Ministero dell’Ecologia, lo Sviluppo sostenibile e l’Energia (perché sul versante francese l’intero massiccio del Monte Bianco è un “site classé”, sottratto alla giurisdizione del comune di Chamonix), non solo la metà francese della vetta della Punta Helbronner è stata modificata radicalmente per ospitare una parte del nuovo, avveniristico e arrogante edificio, ma gli stessi pendii orientali francesi che sostengono in direzione sud la cresta spartiacque sono stati gravemente manomessi per creare una spianata, lunga quasi cento metri e un tempo del tutto inesistente.

Si tratta, per chi ha seguito gli ultimi sviluppi della vicenda, proprio di quella spianata abusiva, percorsa oggi in lungo e in largo da folle di turisti non attrezzati, il cui accesso il sindaco di Chamonix ha pensato bene di chiudere con un cancelletto, onde evitare di venire coinvolto negli effetti giuridici di qualche incidente.

Sull’intera vicenda Mountain Wilderness Italia ha inviato un esposto alle autorità francesi (Procura di Bonneville e Prefettura di Annecy) e ne attende una risposta. Va segnalato che l’irregolarità del procedimento era già stata denunciata più di un anno fa alla Procura di Aosta, ma senza esito.
Il Consiglio direttivo nazionale di Mountain Wilderness Italia
Ultim’ora
Ai primi di ottobre 2015 a Roma vi è l’interrogazione parlamentare dei senatori Aldo Di Biagio e Alberto Lanièce, per l’individuazione di un oggetto istituzionale per arbitrare la querelle del confine fra Italia e Francia sul Monte Bianco. La loro proposta riguardava, in particolare, una gestione diplomatica tra Italia e Francia per avviare una gestione super partes della questione.

Il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, nella persona del sottosegretario Benedetto Della Vedova, ha recepito le loro istanze il 22 ottobre 2015. “Il Governo italiano è pronto ad intervenire di fronte ad ulteriori episodi di messa in discussione dei confini italo-francesi sul Monte Bianco… Il tracciato del confine fra Francia e Italia nell’area del Monte Bianco è definito dal Trattato fra Regno di Sardegna e Impero francese relativo alla cessione della Savoia e del circondario di Nizza alla Francia e dalla convenzione di delimitazione tra Sardegna e Francia in esecuzione del trattato del 1860, basato sul criterio dello spartiacque”.

Per maggiori dettagli sull’annosa questione dei confini del Monte Bianco vedi anche:
https://it.wikipedia.org/wiki/Storia_della_frontiera_sul_Monte_Bianco

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La Stalla ovale del Qualido

La Stalla ovale del Qualido
di Giuseppe Popi Miotti

Il vecchio patriarca dei Della Mina uscì ancora una volta dalla casera nascosta fra le cascine di Cà di Sciüma, al di là del torrente e guardò verso l’alto. Di fronte a lui si apriva il ripido imbocco della Val Qualido, delimitato da un’impressionante muraglia granitica.

Sui pascoli superiori, non visibili dal basso, alcuni del clan stavano terminando i preparativi per abbandonare l’alpeggio; l’autunno era alle porte e le vacche dovevano essere riportate giù. Quello sarebbe stato l’ultimo anno di monticazione; il Qualido era diventato troppo difficile, troppo pericoloso, poco redditizio. Stavano finendo gli anni Cinquanta del ‘900 e anche fra le montagne era giunto l’ammaliante richiamo delle città, di lavori più comodi, di stili di vita meno duri che attiravano i giovani lontano dal paese.

Eppure – si trovò a pensare – quella vita, dura e rozza mi ha lasciato incancellabili ricordi. Mi dispiacerà abbandonare l’Alpe”.

La colonizzazione del Qualido da parte della sua famiglia, assumeva ai suoi occhi significati epici.

La Val Qualido. Foto: Federico Raiser
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Mentre il vento staccava le prime foglie dorate di un grande faggio, il vecchio andò con la mente a molto tempo prima, quando era ancora piccolo e tutta la famiglia si era impegnata nell’impresa. Secoli prima l’alta Val Màsino era appartenuta ai Melàt, quelli di Mello, ma anche quando, dal 1785, i confini amministrativi erano cambiati, la proprietà della valle, che aveva preso il nome del paese, era rimasta loro.

“Noi Melàt siamo gente dura e caparbia, ma nessuno si era mai sentito di affrontare l’impresa che è riuscita ai Della Mina. – pensò con orgoglio l’anziano, iniziando a ripulire una grande caldera di rame – solo noi siamo stati capaci di installare un alpeggio sul Qualido, la valle più difficile di tutte”.

Salendo all’Alpe del Qualido
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Per realizzare quel progetto c’erano voluti anni di fatiche, da parte di tutta la famiglia, compresi quelli del ramo dei “Barba”. Strofinando il pentolone, l’anziano pastore ricordava ancora i racconti del nonno e di come fossero riusciti a trovare il percorso meno difficile verso i pascoli. L’alpeggio era sufficiente per una sessantina di mucche, ma c’era un altro problema: i pendii erano esposti alle valanghe e sarebbe stato difficile costruire baite sicure. Tradizionalmente abili nello scavo e nella costruzione di ricoveri sfruttando, in parte, grossi blocchi di granito, i Della Mina non si persero d’animo. Sul lato orientale della valle, oltre il colle del Cavalet, ove la valle si divide nei due profondi valloni che piombano in Val di Mello, videro una zona di macigni. Il luogo era sicuro e ben esposto al sole. Con pazienza allargarono gli spazi sottostanti i massi più grandi, ne protessero le aperture con muretti a secco e ricavarono l’Alpe del Qualido.

Salendo all’Alpe del Qualido
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Contemporaneamente migliorarono il sentiero costruendo rampe di muri a secco su cui deposero enormi gradini di granito. Nei punti più esposti le scalinate furono protette da robusti parapetti di legno e fu costruita una casera intermedia al termine del tratto più difficile della salita, quello iniziale.

La via della transumanza partiva da Mello e, passando per Caspano, entrava in Val Màsino risalendo fino a San Martino da dove entrava nella Valle di Mello. I piccoli agglomerati rurali di Cà Rogni, Panscer, Cascina Piana, Cà di Sciüma, Ràsica, erano punto d’appoggio degli alpeggi, ma consentivano anche di prolungare la stagione grazie ai ricchi pascoli del fondovalle.

Portare le mandrie sul Qualido era un’impresa e gli incidenti non erano rari: bastava che una vacca facesse uno scarto e la caduta era fatale. Il tracciato era tanto ripido da rendere impossibile l’uso del mulo per portare i rifornimenti: la povera bestia, sovraccarica, si sarebbe ribaltata. Il problema fu risolto con stoico pragmatismo: i trasporti da Cà di Sciüma all’alpeggio si sarebbero fatti a spalla e il mulo sarebbe stato utilizzato per quelli sui pascoli.

Col tempo, i Della Mina riuscirono a guadagnare un po’ di pascolo anche nella ripidissima Val della Mazza, il ramo più stretto e impervio del Qualido, quello che scende direttamente sotto l’alpe, ad oriente del Cavalet. Poi si spinsero ancora più in là, fin sulla groppa di un grande dossone di granito, oggi noto come “Scoglio delle Metamorfosi”, dove c’era ancora erba. Sulle grandi cenge alberate da maestosi faggi, i Melàt raccoglievano legna e foglie secche per farne lettiere agli animali. Per facilitare accessi e trasporti furono allora tracciati altri sentieri, quello della Zoca di föleg (conca delle foglie) e quello detto del Ciudì, vero capolavoro d’astuzia e ardimento. Questa sorta di via direttissima, risale la Val della Mazza, superando alcune placche rocciose grazie a gradini scavati nel granito, a tronchi infissi nelle fessure a mo’ appigli e appoggi, a vene sporgenti di pegmatite che, fungendo da esili camminamenti, collegano i punti deboli della salita.

L’ingresso della Stalla ovale del Qualido
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Furono anni spesi ad ottimizzare le dure clausole di un contratto non scritto con la montagna del Qualido, ma lui, il patriarca, era fiero di quello che erano riusciti a fare. Ancor più, andava fiero della sua idea, quella del Camarun e con piacere ripercorse per l’ennesima volta le tappe di quella vicenda. Era da poco tempo diventato il punto di riferimento della famiglia quando, durante un’infelice estate, una tremenda bufera aveva disperso la mandria e le acque in piena avevano trascinato alcune bestie giù per la Mazza, fino in Val di Mello. Il danno fu immenso e non era possibile consentire che si ripetesse, tuttavia, data la grande esposizione dei pendii alle valanghe, era quasi impossibile costruire una capiente stalla. Le speranze di tutti erano riposte nel nuovo capofamiglia: ci voleva un’idea. La soluzione venne quasi per caso. Aggirandosi fra i grandi blocchi dell’alpeggio, il Della Mina scorse un’apertura sotto un grande sasso. L’antro però si chiudeva poco dopo l’ingresso. Uscito di nuovo all’aperto, il pastore prese ad analizzare il macigno, cercò di percorrerne il perimetro e con stupore si rese conto che era di dimensioni ciclopiche.

L’interno della Stalla ovale del QualidoOLYMPUS DIGITAL CAMERA

Forse – pensò – questa è la soluzione dei nostri problemi”.

Fu così che all’inizio del XX secolo si iniziarono gli scavi per ampliare la piccola apertura scoperta dal capo clan. Tutti contribuirono all’impresa: come molte famiglie contadine del tempo, anche i Della Mina erano numerosi, e sul monte si davano il cambio in dieci, dodici membri del gruppo. Non è chiaro quante stagioni di lavoro abbia richiesto l’opera; forse due, forse tre. Allo scopo fu costruita sul posto una carriola in legno di larice, ruota compresa, e fu aggiunta una slitta dello stesso legno per trascinare i massi più grossi. Le speranze crescevano, di mano in mano lo scavo si approfondiva sotto l’immane blocco di granito ma, probabilmente, nessuno di loro si aspettava ciò che emerse a lavoro ultimato: un vasto “salone” naturale che avrebbe potuto ospitare al sicuro tutta la mandria. Avevano tolto circa 600 metri cubi di terra e sassi d’ogni dimensione, ricavando un vano di forma ovale, lungo una ventina di metri, alto nel punto massimo quattro metri e largo circa sette. La grande stalla ovale fu poi rifinita con un pavimento in acciottolato dotato di scoli per i liquami; su tutto il perimetro interno fu disposta una lunga mangiatoia di larice, con fori appositi ove legare circa 50 mucche, i vitellini erano invece tenuti liberi, al centro della stalla. Alcune feritoie verso valle provvedevano a lasciar passare aria e luce, mentre tutto il perimetro, compresa la porzione interna a monte, fu chiuso con un solido muro a secco. Infine, un grosso tronco di larice, disposto in centro alla sala, quasi a sostenere il monolitico tetto, serviva a reggere un piccolo tavolato sospeso che fungeva da fienile.

“Il Camarun aveva funzionato benissimo – pensò l’anziano Melàt – ma da oggi sarà abbandonato. Peccato, perché è costato tanta fatica”.

Con semplicità il vecchio riprese le sue incombenze rivolgendo altrove i suoi pensieri, senza sapere che con quell’opera i Della Mina avevano creato uno dei più strabilianti manufatti delle Alpi.

L’interno della Stalla ovale del Qualidoqualido-001

 

Geografia e toponomastica antica e moderna
Diramazione orientale dell’alta Val Màsino, la Val di Mello è una delle più belle vallate della Alpi. Modellata dal lavoro dei ghiacciai, la valle ha un orientamento Est-Ovest con due versanti molto differenti.

Il lato destro orografico è caratterizzato da grandi pareti di granito, solcate da cenge alberate ad è inciso da quattro valli laterali (da Ovest: Val del Ferro, Val Qualido, Val di Zocca e Val Torrone) che si addentrano verso Nord, fino allo spartiacque con la Val Bregaglia. Il versante opposto è oscuro ed ombroso e le valli laterali sono più piccole e corte. Ad Est la valle è chiusa da un vasto anfiteatro, dominato dalle vette del Monte Pioda 3431 m e del Monte Disgrazia 3678 m.

Delle quattro citate, la Val Qualido è la più piccola e selvaggia. L’imbocco è formato da due profondi valloni paralleli, incisi fra alte pareti granitiche. Il solco occidentale, delimitato dall’altissima muraglia del Qualido, è quello principale; quello a Est o Val della Mazza, è assai più stretto ed incassato. Questi due valloni, separati dalla costiera della Mazza, oggi più nota come “Mongolfiera“, si uniscono a circa 2000 m, confluendo nella sella prativa del Cavalet. Da qui la valle si apre in un ampio pascolo per poi morire in un anonimo punto senza cime dello spartiacque. Il margine orientale della Val Mazza è formato dalle due grandi strutture sovrapposte oggi note come “Bastionata dei Dinosauri” e “Scoglio delle Metamorfosi”. I toponimi moderni, ormai entrati nell’uso comune, risalgono agli anni fra il 1970 e il 1975, quando la Val di Mello e le sue pareti divennero uno dei maggiori centri italiani di arrampicata. I giovani scalatori trovarono simpatico identificare vie e formazioni rocciose con nomi di fantasia, un po’ più poetici di quelli in uso secolare presso gli abitanti della valle. Il tutto fu comunque fatto nel pieno rispetto della storia e delle tradizioni, senza voler cancellare il passato.

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Glorenza

La Val Venosta, come altre grandi valli delle nostre Alpi (ad esempio la Valle d’Aosta, la Valtellina o la Val Pusteria) presenta grandi varietà di paesaggio a causa del sensibile dislivello tra la testata e lo sbocco: in pratica cime di quasi quattromila metri convivono in area ristretta con i vigneti e i meleti. È quindi una terra di grandi contrasti panoramici che riassume in pochi km la grande capacità di adattamento dell’uomo a climi e quote diverse. Per il turista questo significa grandi possibilità di azione nell’arco delle quattro stagioni: e questo non è soltanto teoria, come infatti dimostrano i dati di frequenza, soprattutto grazie al turismo di lingua tedesca. La Val Venosta non conosce quindi affollati periodi di superfrequenza, bensì un afflusso distribuito su tutto l’anno (un esempio è proprio Merano, considerata la Sanremo della montagna).

Glorenza, Alto Adige

Situata alla confluenza tra Val Monastero e Val Venosta, la città di Glorenza (Glurns) 907 m è caratterizzata dall’antico borgo cinto da una perfetta cerchia di mura medioevali splendidamente conservate. Malgrado le devastazioni belliche, la successiva decadenza e le alluvioni, il tessuto urbano è rimasto quasi intatto, secondo il disegno datole nel ‘500. La storia di Glorenza ha senza dubbio origini antichissime, confermate da ritrovamenti preistorici sulla vicina collina di Tarces; tuttavia, durante il periodo romano, il borgo, denominato «Gloria Vallis», non aveva l’importanza dei paesi vicini poiché non era disposto sulla via Claudia Augusta Padana che passava a circa due chilometri a nord, tra Sluderno e Malles.

La città viene nominata per la prima volta nel 1163 con il nome reto-romano «Glurns», e con la sempre maggiore frequentazione della via di comunicazione lungo la Val Monastero l’abitato acquistò importanza. Nel 1294 il conte Mainardo del Tirolo ordinò che i grandi mercati, fino ad allora svolti nella svizzera Val Monastero, fossero traslocati a Glorenza, circondando il borgo con un muro merlato e intendendo in questo modo contrapporsi al vicino centro politico e commerciale di Malles dei vescovi di Coira. Il 30 aprile 1304 il paese venne elevato al rango di città dal duca Ottone del Tirolo.

Glorenza fu così il punto di smistamento delle merci: i carri che venivano da sud trasportavano grano, tessuti, vino, agrumi, droghe e olio, dal nord provenivano lana, pellami e, soprattutto, il prezioso sale estratto nelle miniere del Salisburghese. A Glorenza venivano cambiati i cavalli prima di affrontare i passi alpini e le «misure» di Glorenza divennero d’obbligo nell’alta Val Venosta: tutte le merci che passavano per la valle dovevano essere portate a Glorenza per venire pesate. La città conobbe quindi un periodo di prosperità, troncato bruscamente nel 1499 dalla guerra con l’Engadina. Il 22 maggio 8.000 contadini e borghesi e 4.000 cavalieri tirolesi attendono, presso il ponte della Calva, allo sbocco della Val Monastero, l’arrivo dei tanto temuti svizzeri. Gli 8.000 soldati engadinesi aggirano lo sbarramento attraverso la valle di Slingia, sorprendendo i tirolesi alle spalle. Lo scontro è terribile e sul terreno rimangono 2.000 svizzeri e ben 5.000 tirolesi; la città di Glorenza, come tutti i paesi venostani da Nauders a Silandro, viene saccheggiata e incendiata, la popolazione civile trucidata. L’imperatore Massimiliano promise di ricostruire Glorenza, fortificandola con nuove e più alte mura contro gli engadinesi. Infatti temeva che i venostani si unissero ai confederati. Anche la Chiesa voleva evitare che gli abitanti diventassero protestanti come gli engadinesi; perciò ambedue i poteri, civile ed ecclesiastico, si unirono per non perdere il loro predominio sull’alta Val Venosta, emanando norme che proibivano l’uso della lingua retoromana (romancio), fino ad allora parlata, nei tribunali, nei comuni e nelle funzioni sacre e si favorì l’afflusso di alemanni in modo da togliere il mezzo di comunicazione che legava venostani e svizzeri. L’antica lingua da allora in poi regredì, sostituita dal tedesco.

Glorenza

Nel 1500 si cominciano a costruire le nuove mura della città che ancora oggi danno impronta alla città. La costruzione durò quasi 80 anni e, quando ormai era terminata i costruttori si accorsero che ormai era forse troppo tardi, poiché le armi da fuoco sempre più potenti non sarebbero state fermate da quel muro; atti del 1607 dicono di non sprecare più altri soldi per la difesa della cittadina, perché in caso di guerra per Glorenza non ci sarebbe stata salvezza. La città, dopo la distruzione svizzera, tornò a conoscere periodi di prosperità, malgrado catastrofici incendi naturali, come quello del 5 gennaio 1732 che durante una bufera di neve ridusse in cenere la città, o quello causato dai soldati francesi nel 1799; in particolare, si racconta che i franchi radunarono nella canonica gli abitanti per bruciarli vivi ma il parroco salvò i concittadini facendoli fuggire da una porta secondaria. Le mura salvarono comunque la città dall’inondazione dovuta allo straripamento del Lago di S. Valentino alla Muta; il 16 giugno 1855 l’ondata di piena portò via con sé i paesi di Burgusio, Clusio e Laudes, ma i cittadini di Glorenza salvarono la città chiudendo i portoni. L’acqua bagnò le mura fino ad una altezza di due metri e mezzo, entrò in parte in città, ma il fango e il ciottolame rimasero fuori.

Torre e Mura di Glorenza, Val Venosta

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La Strada Priula

Le Alpi Oròbie, geograficamente comprese nelle Prealpi Lombarde, hanno un carattere prettamente alpino, con valloni selvaggi e cime di tutto rilievo con grandi arrampicate. La catena corre dalla sponda orientale del Lago di Como (Gruppo delle Grigne) fino a Édolo e al Passo dell’Aprica, cioè fino alla Val Camònica. Praticamente costituiscono la sponda sinistra idrografica della Valtellina e del bacino dell’Adda. Presentano quindi un versante bergamasco a meridione e uno valtellinese a settentrione. Dalla catena s’irradiano, in genere rivolte a sud e a nord, catene secondarie che dividono molte valli ben rilevate. A nord, e da ovest, senza la pretesa di elencarle tutte, ecco la Valsàssina, la Val Varrone, le valli del Bitto di Gerola e del Bitto di Albaredo, la Val Tàrtano, la Valmadre, la Val Cérvia, la Val Venina, la Val Arigna, la Val Malgina, la Val Bondone, la Valle Belviso; a sud, e sempre da ovest, Val Taléggio e Valtorta che confluiscono in Val Brembana, poi la Val Seriana e la Valle di Scalve.

Rifugio Grassi e Pizzo dei Tre SignoriRifugio Grassi e Pizzo dei Tre Signori, Alpi Orobie , Alpi OrobieSe guardiamo alle cime, dalla sentinella sul Lago di Como che è il Monte Legnone 2609 m procedendo verso ovest incontriamo il Pizzo dei Tre Signori 2554 m, il Monte Ponterànica Orientale 2378 m; dopo lo stradale Passo di S. Marco ecco il Corno Stella 2621 m, il Pizzo del Diavolo di Tenda 2916 m, il Pizzo di Scais 3038 m, il Pizzo Redorta 3038 m, il Pizzo di Coca 3050 m, il Pizzo del Diavolo 2926 m, il Monte Torena 2911 m, il Monte Gleno 2882 m, il Monte Telenek 2753 m. Distaccati dall’asse principale, sul versante bergamasco, troviamo altre importanti montagne, come il Pizzo Arera 2512 m, il Monte Cabianca 2601 m, il Pizzo Poris 2712 m: anche la Presolana 2521 m e il Cimone della Bagozza 2407 m che però, tradizionalmente, si fanno appartenere alle Prealpi Bergamasche.

Conoscevo poco le Alpi Oròbie. Qualche frequentazione alpinistico-invernale allo Zucco di Campelli, molte arrampicate spesso nebbiose in Cornalba, Cornagiera, Presolana e Pinnacolo di Maslana e soprattutto due visite escursionistiche in Valmadre e in Val Arigna in occasione della stesura del mio libro A piedi in Valtellina.

L’orografia di queste montagne è abbastanza complessa, la vicinanza alla pianura padana non aiuta la nitidezza dell’aria, non ci sono punti panoramici veri e propri al centro di valli o al cospetto delle vette. Una prima gita la feci d’inverno al Monte Ponterànica: con Alberto Sorbini, Paolo Gerli e Barbara ci recammo a Pescegallo in una domenica di tempo discreto, solo per trovarvi due corsi di scialpinismo con la nostra stessa meta, una folla di almeno 80 brianzoli! Faceva un freddo boia, la vetta scialpinistica era stretta, scomoda e ventosa: le Alpi Oròbie non apparivano molto amiche mentre faticosamente cercavamo di non urtarci sulla cima precipite. Se, nell’esternazione dei propri individualismi, già la salita era stata condotta disordinatamente con più tracciati di quanti l’orografia permettesse, figuratevi cosa fu la discesa. Qualche tempo dopo andai con moglie e figlia a visitare gli impianti sciistici di Pescegallo e salii il Monte Valletto (Cima di Salmurano). Poi, un giugno, salii da Intròbio lungo la Val Biandino fino al rifugio Tavecchia. Da qui al Passo del Camisolo e al rifugio Grassi. Dopo un’inconcludente tramonto dalla vetta della Cima delle Miniere, e una quieta notte al rifugio Grassi, la mattina mi avviai verso il valico dei Vaghi di Sasso e poi oltre fino alla Bocchetta Alta; da qui con saliscendi, per la Grotta del Cardinal Ferrari arrivai alla Bocchetta di Piazzocco e al Pizzo Varrone delle Vacche. Dopo una ripida e avventurosa discesa diretta sul Lago di Sasso, ripercorsi tutta la Val Biandino fino a Intròbio. Non ero per nulla soddisfatto delle fotografie fatte, causa l’insistente foschia, anche se i posti si erano rivelati bellissimi, come tutti i luoghi dimenticati.

La Strada Priula
StradaPriula-02 via priulaUn tempo la barriera opposta dalle Alpi Oròbie agli scambi tra Bergamasca e Valtellina (quindi tra Grigioni e Repubblica Serenissima) era quasi invalicabile. Ancora oggi i passi davvero escursionistici sono pochi e l’unica via di transito era ed è costituita dal Passo San Marco. Nella seconda metà del secolo XVI c’erano molte ragioni politiche e pratiche per favorire l’apertura di un nuovo passaggio: la Serenissima era alleata dei Grigioni e nemica del Ducato di Milano e degli Spagnoli. Non si poteva perciò affidare le comunicazioni all’unica via passante per Lecco. C’era una lunga strada tortuosa e complicata che univa Bergamo, Selvino, Trafficanti, Serina, Cornello, poi raggiungeva l’alta Val Brembana. Da qui con difficoltà si poteva raggiungere quel passo che solo dopo molto tempo si chiamerà di San Marco. La discesa sul versante valtellinese era più semplice, per la Valle del Bitto di Albaredo. Ma quel collegamento non era all’altezza delle nuove necessità. Nel 1592 il podestà di Bergamo, Alvise Priuli, aprì a colpi di mine un nuovo itinerario, molto più diretto, che fu poi chiamato Strada Priula. Questa via funzionò egregiamente per due secoli, poi due fattori ne ridimensionarono l’importanza. Ai primi dell’800 agli spagnoli si erano sostituiti gli austriaci e in più si era al culmine della «piccola glaciazione» con conseguente peggioramento del clima. Oggi restano molti tratti in cui la Strada Priula è conservata, anche se in più punti la moderna carrozzabile si è del tutto sostituita.

postato il 19 agosto 2014

Rifugio Grassi e Pizzo dei Tre Signori, Alpi Orobie , Alpi Orobie