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Le Colonne d’Ercole – 1

Le Colonne d’Ercole – 1 (1-2)

La natura dev’essere conservata, ma non solo per po­terla sfruttare anche in seguito. L’uomo si è sempre servito della terra per i suoi scopi, ma la natura ha qualche diritto? Ne violiamo qualcuno quando la costrin­giamo nelle vetrine e nei pieghevoli di una promo­zione turistica?

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Presumiamo che il minerale non chieda altro che rima­nere minerale, nelle forme in cui ci si presenta, ma negli ultimi anni la geogra­fia delle Dolomiti è stata sconvolta da inter­venti che non hanno più nulla di si­mile al lento evolversi, al graduale sviluppo della loro popolazione nei secoli scorsi. In molti casi non si può più parlare di riserva inesauribile né tanto meno di adat­tamento rispettoso dell’uomo alla natura. Il termine “sviluppo della monta­gna”, specialmente in alcune vallate do­lomitiche, ha perso ogni significato originario, quando emigrare era l’unica soluzione di progresso per le popolazioni locali. La massiccia cementificazione e l’enorme quantità di piste sciabili (quindi l’urbanizza­zione di vaste aree del territorio) hanno comportato la graduale distruzione e il veloce de­paupera­mento delle specie botaniche e ani­mali; l’ambiente generale ha subito aggres­sioni che non possono essere più tollerate nella dimensione attuale e soprattutto si scontrano con l’idea di “parco mondiale” che tanto faticosamente si è fatta strada.

Il paesaggio delle Dolomiti, l’atmosfera che avvolge il visita­tore, le dimensioni così di­verse dal resto delle Alpi e dagli Appennini, il tipo di presenza uma­na e la sua storia così par­ticolare fanno di queste montagne un esempio unico al mondo. Non sono certo l’unico a dirlo, altri mi hanno pre­ceduto con maggiore autorevo­lezza. Eppure non è inutile ricordare che sono tanti coloro che da sempre portano tutto l’amore possibile a questo strano insieme di valli solari e di creste affilate, anche senza averle percorse in lungo e in largo, d’estate e d’in­verno. Ne ho viste di monta­gne in tutto il mondo, ma alle Dolomiti ritorno sempre con piacere immenso, anche se so che ogni volta trovo qualche dolo­roso cambiamento.

Il paesaggio delle Dolomiti è quindi unico: e la sua unicità è dovuta “anche” alla grande facilità ad esse­re abitate. È una sensazione proprio forte quella che ti prende nel vedere quanto sia importante la presenza umana sulla montagna, quanto scambio ci sia stato un tempo tra l’uomo e il regno minerale. Il sudore, la fatica, il pericolo, l’operosità a contatto con la co­siddetta indifferenza della pietra.

Gli alpinisti hanno una grande fortuna nel poter vede­re le co­se dall’alto, pur rimanendo a stretto contatto con la solidità della roccia. Come pure gli speleolo­gi, che riescono a vive­rne la vita interiore, percor­rendone le viscere più riposte.

Se paragoniamo le condizioni di vita delle genti che abitavano queste montagne all’inizio del secolo XX con quelle di oggi, noi cittadini riconosciamo in­dubbiamente un progresso; ma se osser­viamo le strade, le piste, le costruzioni in­sensate e soprattutto la loro quantità, la lo­ro estensione, il danno generale ch’esse comportano, dobbiamo parlare di regresso: tanto più se analizziamo, al di là della qualità di vita materiale, l’attuale inespressività delle loro tradizioni più radicate. E anche se il parere della gente è espresso da diversa angolazione, proprio questo impoverimento è stato riconosciuto e sofferto sulla loro pelle so­prattutto da quelle persone che, fieri abitan­ti delle proprie vallate, si op­pongono ad un’ulteriore banalizza­zione della propria cultura.

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Questa è la tipica riflessione che può risultare del tut­to inutile. I giochi in realtà sono già fatti, il de­stino delle Dolomiti forse è già se­gnato. Le associa­zioni ambienta­liste e i valligiani più lungimiranti hanno accettato un compito forse impossibile. Noi però af­fermiamo che su questo terreno, soprattutto su que­ste Dolomiti, si sta giocando una partita estremamente importante.

La dignità del territorio e dell’ambiente può essere difesa anche altrove. Di certo continueremo a firmare petizioni a salva­guardia di altre località montane, magari minacciate dall’ennesimo impian­to per lo sci o da chissà quale altro progetto. Ma quasi sempre in altri luoghi ci si batte con interessi econo­mici che possiamo definire limitati a con­fronto di questi, a confronto cioè con l’industria turistica delle Dolo­miti. Questo è il luogo dove l’esigenza di un ambiente vivi­bile si scontra massimamente con l’esigenza dello sfrutta­mento totale per mantenere allo stesso altissi­mo livello il grande giro eco­nomico che è stato inne­stato.

Quindi proprio qui le diverse idee devono confrontarsi e tro­vare un accordo. Il pro­blema Dolomiti è grave, più grave degli al­tri: forse però è la gravità stessa che ne fa­vorirà la soluzione.

Se vogliamo realmente salvare queste mon­tagne, dobbia­mo prendere delle misure ve­ramente coraggiose ma indi­spen­sabili in primo luogo; e in secondo luogo dobbiamo mirare alla riconversione dell’economia lo­cale.

Voglio spendere alcune parole sulle misure che, a mio parere, dovrebbero essere immediate. È necessario chiudere all’attività sciistica tutti i luoghi an­cora intatti, indi­pendente­mente dalla maggiore o mino­re bellezza e dalla vici­nanza a comprensori già sfrut­tati; non permette­re la costru­zione di ulteriori ro­ta­bili per alcun motivo; chiudere al traffico privato ogni strada che non sia di collega­mento tra centri a­bi­tati; rinunciare all’am­plia­mento delle capacità ora­rie degli im­pianti in funzione, perché ciò comporta aumento di posteggi ed altre infrastrutture cementi­zie; rinunciare alla costruzione di grandi superstrade di collegamento che sna­turerebbero ul­teriormente valli che già ora sono facili mete da week-end di toccata e fuga.

Queste sono le misure più urgenti, senza l’applicazio­ne delle quali sarebbe perfetta­mente inutile sperare nei miracoli.

(continua)

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L’esperienza di Arco e del Garda Trentino

Un’amministrazione che ha creduto nell’arrampicata: l’esperienza di Arco e del Garda Trentino
di Renato Veronesi (Assessore allo Sport, Turismo, Scuola, Formazione e Comunicazione del comune di Arco-Tn)
Il presente post è tratto dalla relazione che Renato Veronesi fece a Lecco, il 14 dicembre 2013, in occasione del convegno L’Arrampicata sportiva, un’opportunità per il territorio.

Ovviamente non tutto è mutuabile dalla nostra esperienza perché ogni realtà ha il suo contesto, però siamo anche consapevoli che dare delle informazioni e cercare di fare rete, mettere insieme dati ed esperienze può servire per i territori e siamo ben felici se da quello che diciamo può venire qualcosa che potrà servire a una realtà molto bella come la vostra a Lecco. Ci sono tratti di paesaggio qui da voi che assomigliano molto alla nostra terra.

Il Garda Trentino è quella parte di territorio che si trova a nord del Lago di Garda e che appartiene alla Provincia Autonoma di Trento. Si tratta principalmente di tre comuni: Arco, Nago-Torbole, Riva del Garda che messi insieme tutti gli abitanti non si arriva nemmeno al numero della città di Lecco che mi pare sia di 50.000 unità. Là il numero è intorno ai 40.000 (NdR: vi sono anche altri due comuni, quello di Calavino e quello di Dro con le sue frazioni di Ceniga e Pietramurata, nel territorio dei quali figurano le più belle pareti della Valle del Sarca).

Windsurf a Riva del Garda. Foto: Leo Himsl/K3

surfen, gardasee, bardolino, italien, august 2006 , Lago di Garda, Torbole, windsurfCercherò ora di darvi dei dati sulla situazione turistica, sulla capacità di accoglienza che il nostro territorio, ”il Garda Trentino”, può esprimere.

Le strutture alberghiere sono 161 per un totale posti letto di 11.346.
Provate a fare il paragone con la vostra realtà che io non conosco. Il numero delle strutture alberghiere ad Arco (che ha 17.400 abitanti) è di soli venti alberghi con 1.291 posti letto alberghieri. Le strutture extra alberghiere dell’Alto Garda, escludendo le seconde case, sono 780 con 13.365 posti letto.
Il numero delle strutture extra alberghiere solamente ad Arco è di 198 per un totale di 5.250 posti letto e questo è un numero che deve far riflettere.
Quello che si è fatto ad Arco è diverso da quello che si è fatto a Riva del Garda, eppure sono territori che stanno a quattro chilometri di distanza. Riva del Garda ha una sua vocazione turistica ed una sua storia, mentre Arco ha fatto scelte un po’ diverse nel passato. Il numero delle presenze turistiche nell’intero Garda Trentino nel 2012 è stato superiore ai tre milioni e di questi tre milioni più di settecentomila sono le presenze turistiche ad Arco.

Cosa è accaduto nella mia città? Semplicemente questo: alla fine del milleottocento quel territorio era Impero Austro-Ungarico (siamo prima della Prima Guerra Mondiale) ed il paese era prevalentemente agricolo. C’era il lago, ma non era una realtà così fiorente dal punto di vista turistico. Erano comunque territori piacevoli, che costituivano la parte meridionale dell’Impero Austro-Ungarico. Con il lago vicino, svolgeva il ruolo di un “primo mare”, la prima acqua balneabile che si poteva utilizzare per passeggiare, prendere il sole e riposare. Arco, in quegli anni, era quindi meta per il soggiorno invernale di una parte della corte di Vienna, tanto che quella città che era prevalentemente agricola si trovò improvvisamente ad essere oggetto di frequentazione da parte della nobiltà viennese. È di quegli anni lo sviluppo di una parte della città con la realizzazione di parchi: il parco arciducale ed i giardini centrali. I cittadini hanno investito molto nella piantumazione: si facevano portare piante da tutto il mondo perché la fortuna di quei luoghi era legata a due aspetti di carattere ambientale: 1) la presenza dell’acqua; 2) il clima mite.

Queste due particolarità sono delle costanti. Oggi si parla di “outdoor” e l’outdoor è comunque utilizzo dell’acqua, dell’aria, dei percorsi, delle falesie, delle montagne. Ma la fortuna di quei luoghi di vacanze di quel periodo era il cosiddetto “soggiorno invernale” legato al fatto che il clima permetteva attività all’aria aperta per moltissimi mesi all’anno. Anche oggi lo sport, la vacanza attiva nell’Alto Garda, si sviluppa durante l’intero arco dell’anno salvo un breve periodo di un mese, un mese e mezzo. Sulle nostre falesie si vede gente arrampicare per la maggior parte dell’anno e questo grazie alla mitezza del clima che è servita a quel territorio per il suo sviluppo.

Arrampicata sportiva ad Arco. Foto: Leo Himsl/K3

climbing,gardasee,italien , arrampicata ad Arco , donneDopo le guerre, ovviamente, Arco perde quel bacino d’utenza rappresentato dalla nobiltà austriaca di fine Ottocento e diventa a tutti gli effetti parte dello Stato Italiano ed è evidente che anche da un punto di vista economico la città e anche l’intero territorio ne hanno risentito.
Comunque, sempre grazie al clima, nel periodo dopo la Seconda Guerra Mondiale Arco conosce uno sviluppo per quanto riguarda la cura della tubercolosi.

Molte delle ville austriache di notai, architetti, avvocati vengono trasformate in ospedali e poi in veri e propri sanatori. Ad Arco, fino agli anni settanta, si contavano più di ventuno sanatori. La cura della TBC allora si svolgeva soprattutto con le cosiddette esposizioni elioterapiche. I sanatori diedero lavoro in quegli anni, ma quando negli anni settanta chiusero i battenti lasciarono un’eredità pesante.

Arco era diventata una città che sapeva ospitare, ma sapeva ospitare soprattutto malati. Si veniva da un turismo sanitario che indubbiamente aveva dato da vivere a intere generazioni per il notevole indotto generato dagli ospedali, ma il nome che “girava” era un nome condizionato… Allora gli amministratori, chiusa la parentesi dell’ospitalità sanitaria, hanno dovuto inventarsi qualcosa.

Nel frattempo è nata anche l’industria (della carta e della meccanica di precisione) però la prospettiva su un territorio così, che è di una bellezza unica, non poteva essere quella di un’industria che interveniva in modo pesante sul territorio stesso.

Per cui, al di là delle fabbriche che sono nate, e che per fortuna ci sono ancora, gli amministratori hanno pensato di far crescere la città ed il territorio intorno al tema dell’ospitalità turistica. Arco diventa zona di cure e di soggiorno, all’inizio un po’ timidamente e poi, verso gli anni Ottanta, mentre Torbole e Riva del Garda vedono esplodere il fenomeno windsurf, Arco deve ripensare la propria offerta turistica senza poter fare conto sulla risorsa lago, ma guardando all’entroterra.

Negli stessi anni i climber cominciano a prendere d’assalto le poche pareti attrezzate. Questi climber giravano in ciabatte, fascetta nei capelli, moschettoni e corda a tracolla, venivano soprattutto dal nord Europa su furgoni Westfalia e mangiavano su fornellini da campeggio. Era difficile immaginare che sarebbero stati lo sviluppo del turismo. Ma allora alcuni amministratori comunali illuminati, invece che domandarsi: “Ma insomma, cosa vengono a fare questi qui!” e assecondare il pensiero della gente su questa specie di invasione, hanno pensato che quella poteva anche diventare un’opportunità. Si sono resi conto che per riportare il territorio ai fasti di fine Ottocento-inizi Novecento, doveva essere accolto anche questo tipo di turismo legato all’arrampicata.

Questo fenomeno, da sfida degli anni Ottanta è diventato “asse portante del turismo” con la presenza di tutta una serie di eventi e di manifestazioni, dal primo Sport-Roccia fino ad arrivare al “Rock Master Festival” e ai mondiali tenuti nel 2011.

Arrampicata sportiva ad Arco. Foto: Leo Himsl/K3

climbing,gardasee,italien , arrampicata ad Arco , donneCon questi passaggi oggi il tema dello sport outdoor, della vacanza attiva, dell’arrampicata è diventato un vero e proprio fatto culturale, ma non solo: anche un fatto importante dal punto di vista economico.
Il “Rock Master” come manifestazione è affiancato anche dal “Bike Festival” perché una cosa non esclude l’altra per le potenzialità del territorio.
È con i grandi eventi sportivi che il nome del territorio continua a girare.

Cito solo brevemente i dati di natura economica. Abbiamo detto che nel 2012 abbiamo avuto più di tre milioni di presenze (+ 3.7% sul 2011), dato confermato anche per il 2013, pur a fronte di una primavera di maltempo. Per restare solo ad Arco, abbiamo circa 700.000 presenze (2012) di cui il 60% è legato alla cosiddetta “vacanza della motivazione”: vado in quel luogo non solo perché è bello e me ne hanno parlato, ma soprattutto perché lì si può fare una determinata cosa.
Chi desidera fare vacanza attiva (la vela, la canoa, l’arrampicata, equitazione, trekking, escursioni…) sceglie il nostro territorio.

Se il 60% di chi viene ad Arco è un turista sportivo, immaginando una capacità di spesa che va dagli 80 ai 100 euro al giorno, ci siamo resi conto che la ricaduta sul territorio è nell’ordine dei trenta, trentacinque milioni di euro. Non sono piccole cifre per una realtà di 17.000 abitanti.

Se proiettiamo questo su tutta la realtà del Garda Trentino con tre milioni di presenze e il 50% fa vacanza attiva, fanno 120 milioni di euro. Questo è quanto generato dal turismo legato alla vacanza attiva, ma non tutti quelli che vengono da noi arrampicano o vanno in bicicletta. C’è anche un turismo tranquillo: famiglie, passeggiate, centri storici… Quanto si sia andati lontano dai primi ragazzi in ciabatte e fascetta lo dice anche il dato che ad Arco con 17.000 abitanti ci sono 17 negozi specializzati nella vendita di articoli sportivi legati all’arrampicata.

La più grande concentrazione credo al mondo, perché sono più i negozi dove trovare le scarpette e i moschettoni che nemmeno i supermercati. Il numero dei supermercati ad Arco è inferiore ai negozi specializzati. Questo ha generato un’altra cosa interessante, cioè il turismo commerciale: Non vado lì con la mia attrezzatura per arrampicare, ma vado lì per comprare l’attrezzatura.

Castel Toblino e pescatori, Lago di Toblino

Castel Toblino, Lago di Toblino, Valle del SarcaQuesta è la situazione nel suo complesso.
Perché è stato possibile questo al di là del clima, delle bellezze naturali, delle palestre di arrampicata che ci sono ad Arco come in altre zone? C’è stato un gruppo di amministratori che in queste cose ha creduto. Il Pubblico ha indubbiamente investito: la Provincia autonoma sensibilizzata dagli amministratori locali ha creduto e investito (ad Arco abbiamo anche creato il Climbing Stadium che qualcuno di voi avrà visto, costato 1,5 milioni di euro). Abbiamo ritenuto che quello fosse il cammino e molte energie le abbiamo concentrate lì.

Anch’io faccio con fatica il bilancio del mio Comune, ma non posso impoverire il settore strategico su cui abbiamo puntato, per cui eventualmente le risorse si tolgono da altre parti. Non si può tagliare su ciò che riguarda lo sport e il turismo che sono il futuro del nostro territorio. È impossibile anche pensare di inserire nei piani urbanistici nuove aree industriali anche se quello che abbiamo ce lo teniamo e speriamo che possa andare avanti.

La prospettiva è quella di avere un ulteriore sviluppo nella direzione del turismo legato all’outdoor. Negli ultimi anni si sono moltiplicati molti agriturismi, B&B, case vacanze e tutto il corollario per accogliere questi turisti, ma l’abbiamo fatto all’interno di un progetto.
Gli sport d’acqua, d’aria e di terra possono essere svolti in tutti i paesi della nostra zona, però le amministrazioni si sono guardate negli occhi e si sono dette: ” È inutile che ci scimmiottiamo vicendevolmente”.

È giusto che se un territorio ha una vocazione “più sua” possa svilupparla, ma la cosa importante è che gli Amministratori e i Sindaci si sono messi intorno a un tavolo, hanno chiamato intorno a quel tavolo “Ingarda”, la nostra agenzia di sviluppo turistico, e lo hanno esteso ai rappresentanti della Provincia, delle Guide Alpine, della SAT, cioè a tutti i soggetti interessati al tema dell’outdoor per realizzare un progetto che raccogliesse tutte le aspettative di questo territorio.

Quindi non c’è un comune che fa una cosa e un altro comune che ne fa un’altra. Per scelta di tutti, a capo dell’intervento c’è l’Azienda di Promozione Turistica che stende manualmente il progetto, poi ci sono le amministrazioni comunali che richiedono azioni sul proprio territorio, quindi si decide tutti quanti insieme perché la prospettiva è questa. Il settore pubblico fa da pungolo e da stimolo, poi vengono i privati e allora tutto si muove in maniera omogenea. Gli obiettivi vengono raggiunti perché ci si crede.

Dal Castello di Arco sulla Valle del Sarca e sui ColodriDal Castello di Arco sulla Valle del Sarca e i Colodri

postato il 24 maggio 2014