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Da donna a donna

Tutte le donne sanno che, se iniziano a scalare, presto si trovano a sfidare molte questioni tecniche. Ma chi di loro immagina che, quando sono su una cengia di roccia, ma anche in macchina o in tenda, sono attese da un mucchio di problemi non strettamente di arrampicata? Qui di seguito Steph Davis, grazie ai tanti anni di esperienza, elenca un po’ di consigli utili.

 

Da donna a donna
(consigli per chi arrampica)
di Steph Davis
(pubblicato su Climbing n. 347, http://www.climbing.com/)

Steph Davis
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La pipì
E’ il singolo problema più grosso. Beh, magari il secondo problema più grosso: però è quello che interviene più di frequente in una giornata. Molta gente non realizza che le cinghie elastiche posteriori che sostengono i cosciali di un’imbragatura si possono allungare. Dimenticate quell’anello metallico sottilissimo che le collega alla fascia superiore dell’imbragatura. E’ quello che vi fa pensare erroneamente che sia necessario ogni volta togliersela per poi rimettersela, in certe situazioni un vero e proprio inferno.

Quando avete lo stimolo a fare la pipì, basta che vi accucciate, tirate giù i pantaloni e le cinghie elastiche lo permetteranno.

Questo funziona sia che siate a terra, o su una cengia o anche su una sosta appesa. Sì, lo so, è ridicolmente ovvio, ma a me ci sono voluti dieci anni per scoprirlo. Dunque, benvenute!

Il ciclo
Vi comincia sempre ogni volta che state partendo? Eh, a me capita spesso… Mi ci è voluto un po’ prima di provare il Keeper Cup di gomma (mi piace più la gomma naturale che il silicone, ma c’è la scelta, il Moon Cup è di lattice). Ah, se lo avessi fatto un bel po’ di anni prima! E’ davvero fantastico per le giornate di lunghe scalate o camminate. Ancor meglio se lo usate anche di notte, per preservare da qualunque perdita sia il sacco piuma che le mutandine. Dovete solo ricordarvi di avere a disposizione un po’ d’acqua per poterlo risciacquare ogni volta che è pieno prima di riutilizzarlo.

IUD
Passo un casino di tempo ad allenarmi, e davvero non voglio compromettere il mio equilibrio ormonale con l’uso della pillola. Uno IUD (Intra uterine device), anche noto come “spirale”, dura dieci anni e lo si inserisce una volta sola (sì, fa male). Ci sono anche altre opzioni, ad esempio il Mirena, che però agisce anche lui sugli ormoni (Il Mirena è un sistema intrauterino che rilascia l’ormone progesterone assicurando cinque anni di contraccezione ma con assorbimento di ormone in piccola quantità, NdR). La spirale è di rame, dunque niente ormoni: per me è la soluzione giusta. Un’altra cosa che avrei voluto sperimentare molti anni prima.

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UTIs
Purtroppo ero spesso perseguitata da varie infezioni alle vie urinarie (Urinary tract infections, UTIs) e certo non mi aiutava lo scalare in montagna o sulle big wall. A volte non potevo cambiare mutandine per giorni (nessuno ha mai detto che l’alpinismo sia sexy o anche solo glamorous). Prendevo antibiotici, ma questo mi portava al circolo vizioso di esserne ancora più affetta. Infatti gli antibiotici distruggono quel microbioma che sta alla base della salute.

Ho imparato poi che il D-mannosio è un semplice zucchero (assai presente nei mirtilli) che si lega ai batteri presenti nella vescica o nella via urinaria e li scarica all’esterno. Ero un po’ scettica la prima volta che ho provato il D-mannosio, ma ha funzionato subito. Se soffrite di UTIs, (la cistite è la più comune), portate con voi qualche capsula di D-mannosio (di solito ne servono una o due al giorno non appena avvertite i sintomi, e nel giro di un’ora la questione è risolta) assieme a qualche antidolorifico (di quelli acquistabili senza ricetta). Se avvertite i sintomi davvero forti, assieme al paio di capsule di D-mannosio assumete anche una pillola di antidolorifico, poi bevete molta acqua. Di solito, nel tempo in cui cessa l’effetto dell’antidolorifico, scompaiono anche i sintomi della cistite.

Ferro
Ho un sacco di amiche che hanno passato, demoralizzate, lunghi periodi di affaticamento e di scarsa energia e ne hanno dato responsabilità allo scalare. Molte donne (specie quelle assai toniche e atletiche che hanno molta cura della propria dieta) vanno in carenza di ferro. E non è così facile assumere ferro. Ingoiare di tanto in tanto (io lo faccio due-tre volte a settimana) pillole con ferro e vitamina C aiuterà perché i livelli del vostro ferro siano giusti e contribuirà a notevoli aumenti di energia. Verdure verde scuro, fagioli e riso integrale sono ricchi di ferro.

Sintetico puzzolente
A volte sembra non poter proprio eliminare quell’odore terribile di ammuffito che permane nelle maglie e camicie sintetiche. Se però le immergete in un secchio con acqua e aceto bianco e poi le tirate fuori per lavarle assieme al resto degli altri vestiti, ecco che alla fine avranno l’odore dei capi nuovi.

Steph Davis
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Amore per l’imprevisto

Amore per l’imprevisto

Le scuole, i corsi, l’insegnamento rimangono un segmento importante nella formazione dell’alpinista, anche se si sa benissimo che oggi i filmini messi in rete tramite facebook o altri social costituiscono, nel bene e nel male, una forma di apprendimento che è completamente diversa da quella classica del maestro/allievo.

Però si mostra una qualche impresa fenomenale senza dire (o al massimo accennando appena) che dietro a quell’exploit ci sono anni e anni di duro lavoro: non si viene a sapere nulla di tutti i preparativi e gli allenamenti.

Questo peraltro è nella logica di qualunque spettacolo, artistico o meno. L’esibizione non è mai accompagnata da ragguagli su come ci si è arrivati. Qual è il compositore che ha mai spiegato quanto tempo e quanta fatica gli sono serviti prima di arrivare alla versione finale della sua opera? Ma neppure Bach o Beethoven…

Ma, al contrario che a teatro, o leggendo un libro o contemplando un’opera d’arte, guardando il filmino su facebook il messaggio che passa è che tutto è facile, alla portata di tutti: e questo è veramente pericoloso.

Però è abbastanza inutile condannare questo fenomeno: non possiamo far altro che avvertire “attenzione… queste cose non sono per tutti”.

Una sosta con catena
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Ciò che ci dovrebbe incoraggiare è il pensiero che, in ambito insegnamento, tutto è sempre perfettibile. Oggi, a mio parere, l’insegnamento soffre del fatto che non si stacca quasi mai da quello che è un discorso estremamente tecnico. Vorrei ricordare che l’andare in montagna non è una procedura, non deve diventare una procedura, non è come per i piloti di aereo quando si siedono in cabina con il vice pilota e hanno 850 levette e bottoncini da azionare o controllare uno per uno con la procedura: e solo dopo si può iniziare la manovra di decollo!

In alpinismo non è così, se diventasse una cosa di quel genere davvero non sarei più contento di essere alpinista, questo è poco ma sicuro. Quindi attenzione alle procedure elementari e alle procedure semplici, e basta!

Sto esagerando per farmi capire, non sto dicendo che nelle attuali scuole l’orientamento sia esclusivamente quello, né mi batto perché i particolari tecnici non vengano divulgati. Chiedo solo attenzione a non fare diventare una procedura quello che è l’apprendimento o che è anche l’attività. Darei minor peso di quanto attualmente hanno alle manovre, ai nodi, alle procedure, ecc., nel senso che priverei questi argomenti dell’ossessività con cui vengono insegnati, quasi fossero loro l’essenza dell’andare in montagna.

Darei invece più rilievo e rispetto all’imprevisto, quell’evento inatteso che è dietro la visuale di qualunque sport d’avventura e di pericolo. Ci deve essere amore per l’imprevisto: cioè non rifuggirlo, ma essere sereni in sua presenza, non per soffrire come masochisti o godere come gli adrenalinici, ma perché ciò che “capita” alla fine è solo quel qualcosa che non ci aspettavamo ma al quale però, tutto sommato, siamo stati noi stessi ad andare incontro.

Eravamo su quella strada, scelta da noi. L’imprevisto non è per definizione un nostro nemico, come un temporale non è solo dannoso!

L’imprevisto può essere positivo e può essere negativo, “il male non viene sempre per nuocere”.

Una sosta (in questo caso non certo ottimale) con clessidre
AmoreImprevisto-sesta_sosta

Allora coltiviamo questo sentire, portiamo gli allievi sul sentiero dove ci si può veramente perdere, facciamoli perdere, facciamogli fare le soste non in falesie dove è tutto attrezzato, con chiodi già fissi, con le catene, dove si impara meccanicamente la manovra… facciamogli fare manovre anche differenti, inventiamo le soste con i chiodi e il martello… o anche senza chiodi. Chi è che oggi va in giro col martello? Solo chi vuol fare prime ascensioni, direte voi.

Ma allora portiamoci dietro almeno i friend, i nut, i cordini, inventiamoci le soste e facciamole bene naturalmente: perché così impariamo a fare le corde doppie dove non c’è nulla, impariamo a fare le sicurezze dove non c’è nulla, impariamo a perderci e impariamo a tirarcene fuori.

Questo è l’imprevisto, questo è l’inatteso che dà sale alla nostra esperienza. Il resto va benissimo e dev’essere insegnato.

Io non ho quella grossa esperienza di insegnamento che invece hanno gli istruttori o le guide, che hanno fatto i corsi… non parliamo delle guide istruttori: perciò ho molto rispetto, anzi ho ammirazione per quelli che sanno insegnare bene.

Però insegnare bene significa far provare delle emozioni e queste le provochi e le alimenti con qualcosa che necessariamente è imprevisto. Far dire emotivamente agli allievi “guarda questa persona, è stupenda… guarda che bravo è ad insegnare” è facile: basta far affrontare loro eventi che non si aspettavano.

Ecco, l’unione di tecnica e amore per l’imprevisto è il vero insegnamento, perché è sempre l’azione che insegna, le parole e gli esempi insegnano meno che i fatti.

E, a sottolineare questo concetto, godetevi questo breve video. Un filmato che ogni scialpinista dovrebbe guardare con molta attenzione.

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La firma dell’arrampicatore

  La firma dell’arrampicatore
di Patrick Cordier (traduzione di Giuliana Celentano)
Dalla lettura della roccia alla scrittura del climber, un saggio sui misteri del mondo della verticale

(L’articolo fu pubblicato sulla Rivista della Montagna n. 112, ottobre 1989)

Introduzione di Andrea Gobetti
Vai da Cordier, rullava l’invisibile tam-tam della giungla di pietra. Vai da Cordier, se vuoi saperne di più sull’intelligenza motoria. Il nome di Patrick Cordier rievocava in me ricordi lontani, dei tempi delle prime scarpette a suola liscia. Allora, ogni mese, il francese apriva vie nuove, definiva di VI+ passaggi via via più difficili, concedeva ai frequentatori del Saussois e di Chamonix agghiaccianti dimostrazioni di arrampicata solitaria. Si parlava spessissimo di lui e, su passaggi particolarmente difficili, era praticamente indispensabile convincersi di essere Cordier, per poter invocare in nostro soccorso un gesto straordinario.

Poi, finalmente, quando Gian Piero Motti tradusse per la Rivista della Montagna un articolo di Patrick, Una bella domenica, riuscii a vedere l’arrampicatore francese in fotografia. Era un autoscatto realizzato il mattino del quarto o quinto giorno della sua solitaria sul Nose del Capitan, e lui aveva l’espressione di uno curioso di sapere che faccia avesse quel giorno, l’ultimo prima della “bella domenica”.

Motti era andato a trovarlo a Parigi nell’estate del 1974 e di lui, nell’introduzione all’articolo, scrisse: «Ho avuto il piacere di vederlo arrampicare a Fontainebleau e a Saussois. Ammettiamo pure il beneficio della conoscenza di ogni minima struttura della parete – derivata dal numero infinito di ripetizioni degli stessi gesti – comunque al Saussois, su difficoltà estreme, da solo, senza alcun mezzo di assicurazione, arrampicava a 50 metri da terra con una leggerezza, una naturalezza incredibili.
Dava l’impressione di aver soppresso in sé ogni emotività, ogni senso di angoscia.
Cosa fa nella vita? Non si sa bene… ama la “pop music”, suona il flauto indiano. È uno studioso di religioni e discipline orientali, credo cerchi di applicarle nella sua vita. Certo in arrampicata riesce ad attuare quel controllo della mente di ispirazione yoga, di cui tanto si discute in California, dove assistiamo a un revival dell’arrampicata libera spinta a finezze incredibili… »

Di Cordier ci giunsero ancora notizie incredibili in seguito, come quando rifiutò la sponsorizzazione della FILA per non dover stare sempre in auto tra Biella e la Francia, quando si costruì una casa nei boschi del Vercors, quando trovò la compagna più bella e più saggia del mondo. Quando finalmente l’ho incontrato, quest’anno, nella casa di Tina e sua, è stata davvero una bella domenica. In quella casa c’è la certezza che l’arrampicata non impoverisce la vita, i sogni, le capacità intellettuali e quelle affettive. Sembra di vivere in un libro molto piacevole, o su un tiro di corda eccitante, o ancora in una melodia orientale, in quella cascata di note che non si arrestano mai perché sono alimentate da una sorgente inesauribile. Sette gatti pelosi si aggirano tra le pagine di libri facili e difficili, tra strumenti pronti da suonare e altri in costruzione, in progettazione. Nella notte Patrick aprirà la sua camera oscura, quella in cui continua in stampa il lavoro fotografico cominciato con lo scatto della sua macchina. Non c’è posto nella sua vita per una cosa incompleta come una diapositiva a colori di cui non ha la possibilità di seguire la lavorazione.

Da quella camera oscura sono uscite le fotografie che danno la mossa al suo saggio: la fotografia delle tracce luminose lasciate dal baricentro di un arrampicatore impegnato su una via, la sua firma. Si tratta dei primi esempi, decifrabili, di lettura della roccia e, partendo da queste basi, Patrick va molto lontano senza abbandonare per un attimo la realtà dell’arrampicata, senza cadere nel simbolismo che costò la credibilità alla mia generazione.

Si potrebbe parlare e scrivere a lungo di Tina e di Patrick (un giornalista ne tirerebbe fuori un libro), ma Cordier mi ha dato il suo saggio sui misteri dell’arrampicata e non vorrei fare la parte dell’idiota di quel proverbio orientale il quale, quando qualcuno gli indica la luna, guarda il dito.

Patrick Cordier nella sua casa di Presles (Vercors). Foto: Giorgio Daidola
cordier0001La firma dell’arrampicatore

di Patrick Cordier

Ciò che segue non ha la pretesa di essere uno studio scientifico sulla motricità. Si tratta invece del frutto soggettivo di un’esperienza vissuta e personale. Ciononostante, la prima parte del lavoro prende avvio da una riflessione e una sperimentazione volutamente rigorose, che vorrebbero far toccare con mano la specificità della pratica dell’arrampicata. La seconda parte, invece, abborderà brevemente le tecniche tradizionali di presa di coscienza e del potere su di sé, che per un arrampicatore costituiscono la base dell'”ottimizzazione” del suo comportamento.

Cos’è l’arrampicata
Quali sono il significato e la natura dell’arrampicata? Perché, al di là delle mode e della competizione, questa pratica ci cattura a tal punto che ci piace esserne catturati? Prima di azzardare una risposta, conviene capire ciò che l’arrampicata non è, liberando il campo dai rovi delle idee preconcette. Arrampicare è da sempre un gioco per bambini, ma sono gli alpinisti ad aver inventato l’arrampicata libera. Vent’anni fa i climbers coltivavano già, in modo più o meno cosciente, una gestualità. Oggi questa “cultura fisica” viene abbordata soprattutto a partire dal suo aspetto esteriore e caricata di norme a dispetto della sua stessa essenza.

Secondo il metodo classico, a questo punto è importante distinguere tra la forma e la tela di fondo su cui si muove l’arrampicatore. Cominciamo dalla forma, che è costituita dalle regole dell’arrampicata libera, norme che si basano sulla distinzione fra il “punto di aiuto” artificiale e gli elementi strutturali della roccia, cioè gli appigli. Rispetto alla tela di fondo, invece, possiamo dire che, vista globalmente, l’arrampicata non è altro che il rapporto tra la roccia e l’uomo che vi sale. L’arrampicata libera è il gioco del corpo sensitivo sulla roccia, e l’essenza del gioco è la creazione gestuale. Una “bella” roccia riesce a parlarci, e in questo dialogo il corpo si coltiva dandoci una sua risposta: la ricerca gestuale lo porta a leggere una successione di movimenti sulla pietra in maniera molto sensuale, molto sentita. Si può pensare di trovarsi di fronte ad un pensiero che si esprime con l’azione, ad un’intelligenza espressa dal corpo sensitivo? La natura del rapporto tra l’arrampicatore e la roccia passa attraverso l’idea, non nuova ma intesa finora solo in maniera superficiale, della lettura della roccia.

La lettura della roccia
Per cominciare, cosa c’entra mai la lettura? Provate a domandarlo ad un commediante, ad un professionista della dizione. Vi dirà che certi testi, particolarmente belli, trascinano l’attore esattamente come certe rocce conducono l’arrampicatore ben al di là di quanto lui riesca immediatamente a comprenderle. La comprensione, infatti, non ha luogo solo attraverso l’intelletto, ma è una questione che riguarda tutto il corpo sensitivo.

“Arrampicata urbana”. Foto: Patrick Cordier
cordier0002La lettura della roccia si articola in tre livelli diversi. Il primo che viene in mente è in realtà il secondo, quello visivo, che mostra la configurazione delle posizioni, la grandezza, l’orientamento e la forma degli appigli. Il primo livello di lettura, che è quello tattile, corrisponde invece al modo con cui si utilizza ciascun appiglio. L’arrampicatore tocca la roccia con le dita, la suona (in spagnolo, per esempio, “toccare la chitarra” significa suonarla). Il terzo livello, che si basa sui primi due, è in realtà il più complicato. Si tratta del movimento nel suo insieme, la successione più o meno armonica di un fraseggio gestuale, l’intonazione della frase: insomma, è ciò che differenzia ciascun arrampicatore per stile e per carattere. Quest’ultimo tipo di lettura si compie con l’attenzione dovuta alla localizzazione degli appigli, ma anche col “tocco”, cosa che permette di ottimizzare le strutture sottili, e infine con tutto il corpo, che si sposta secondo una linea di equilibri dinamici. Si potrebbe andare ancora più lontano, perché la frase forma un’unità, esattamente come il passaggio, definibile attraverso una serie di movimenti che si sviluppano da un punto di riposo all’altro. Ad un diverso livello di analisi logica (sì, quella che si fa a scuola), ogni movimento è una proposizione di base: gli appoggi su cui si è fermi rappresentano il soggetto, mentre gli appigli su cui ci si muove costituiscono il predicato, e quelli di aiuto i vari complementi… Ma basta così, guai a chi intellettualizza ad oltranza una pratica fondamentalmente legata ai sensi e al proprio vissuto! Perciò, invece di elucubrare con argomentazioni del tipo: «Leggere la roccia significa tradurre la configurazione degli appigli possibili in schemi corporei dinamici, inscritti nella strategia d’insieme del passaggio», è preferibile dire: «Leggere la roccia vuoi dire comprenderla». Già, comprenderla, prenderla con. Con che cosa? Con gli appigli, beninteso…

Il senso dell’arrampicata
A questo punto, prima di inoltrarci tra i segreti dell’arrampicata, è necessario fare una pausa, in modo da poter scegliere gli strumenti più congeniali alla nostra ricerca.

Un luogo comune dice che ci sono due modi diversi per avvicinare un oggetto da studiare. Il primo è di tipo analitico, e segue passo dopo passo i meccanismi di un fenomeno. L’altro è un approccio globale, che permette di avvicinarsi alla dinamica di un fenomeno, visto come nodo di molteplici interazioni. Oggi appare chiaro che l’arrampicata è qualcosa di troppo complesso, che i parametri della progressione su roccia sono troppo numerosi per isolare i movimenti e, a maggior ragione, per comprendere appieno la relazione che intercorre tra la materia minerale della parete e chi arrampica. Inoltre, spesso (se non sempre) l’analisi di un fenomeno è riduttiva e arida, mentre la visione d’insieme, spostando il punto di osservazione sui diversi angoli dell’oggetto di studio, lo mette maggiormente in rilievo, cosa che permette di allargare il problema, di evadere dal nostro orizzonte con ponti e passerelle diretti verso altri campi, senza dubbio più importanti che l’arrampicata in sé e per sé. In questa prospettiva di ricerca globale ci viene in aiuto la fotografia.

La firma
Stando così le cose, ad un certo punto ci è saltato in testa di catturare tutti i movimenti dell’arrampicatore mediante la posa fotografica. Il risultato avrebbe potuto offrire, in un solo colpo d’occhio, l’insieme dei gesti di un climber su una certa via, in un tempo dato. Il livello di abilità, lo stile, la personalità dell’arrampicatore sarebbero emersi dall’esame della scia impressa sulla pellicola fotografica dal centro di gravità del soggetto, reso luminoso per l’occasione. In tal modo avremmo ottenuto la “firma” dell’arrampicatore.

Il passo successivo consisteva nel cercare la linea ideale di minimo sforzo che percorre l’esperto nella sua scalata. E così abbiamo fatto. Dopo alcune ripetizioni, ci si è accorti che il tracciato luminoso tendeva a divenire più o meno ripetitivo e costituiva quella che abbiamo chiamato “valle di stabilità”. Vediamo di spiegarci. I luoghi impercorribili sono i fianchi scoscesi della nostra valle. Tra le varie possibilità di utilizzazione offerte dagli appigli, postuliamo che esista una sola combinazione in grado di permettere il superamento del passaggio col minimo sforzo. La scoperta di questa soluzione ideale (si tratta di una traccia unica per la sua forma) rappresenta la conclusione della ricerca del nostro arrampicatore sulla sua via. Il percorso di cui parliamo è la linea del minimo sforzo e, nel contempo, la linea della massima padronanza del soggetto su di sé, è la traccia dell’intelligenza del corpo che traduce la quintessenza della via. Stabilizzata dopo vari tentativi, questa traccia è la sola, tra tutte quelle possibili, ad esistere ancora prima che l’arrampicatore percorra la via; e, come un magnete, attira su di sé tutte le altre linee di salita. La “valle di stabilità”, inoltre – e questo è davvero importante – è la sorgente del piacere sensuale procurato dall’arrampicata (esattamente come la lettura è la fonte del godimento intellettuale).

Fra tutte le tracce possibili, la “valle di stabilità” è inerente al rapporto tra la roccia e l’arrampicatore e dà all’uomo un senso, perché rispetto a tutte le altre esprime una differenza (1). Ugualmente inerenti al reale sono pure le “valli di stabilità” motrici e sensoriali elaborate dal cervello partendo dai modelli a cui forniscono i parametri il tatto e la vista, il ricordo e la nostra soggettività. Le ricerche attuali sui circuiti dei neuroni mostrano fenomeni analoghi: raffigurano superfici di pensieri potenziali, solcate da valli in cui “scorrerebbe il senso”.

Cercando ancora più lontano, proviamo a pensare, nel caso del nostro modello, a qual è la distanza tra metafora e realtà, e apriamo una lunga parentesi. La linea del minimo sforzo riconosciuta dall’intelligenza motoria come luogo di piacere non è, in fondo, un riflesso del processo cerebrale di ottimizzazione? Si può passare dalla realizzazione di un passaggio al proprio potenziamento personale in ogni aspetto della motricità usando lo studio di una “valle di stabilità” come una sonda analogica?

“Requiem per l’arrampicata”. Foto: Patrick Cordier
cordier0003Abbandoniamo i neuroni per ritornare alla roccia, non solo come elemento naturale dalla superficie complessa ma come serie di problemi gestuali da risolvere attraverso l’intelligenza senso-motoria. Cerchiamo di immaginare la natura della nostra “valle”, le sue sponde ripide o dolci, le sue rapide, i laghi, le cascate, le strette, le dighe. Poi riprendiamo la nostra scalata come se essa fosse costituita da una serie di problemi di forme, una sequenza di problemi e di soluzioni nel tempo del passaggio. La soluzione dell’uno annuncia il successivo, come in una catena di cui ciascun anello non può essere staccato se non procedendo con ordine dal primo all’ultimo. Avremo così un susseguirsi di domande da parte della roccia, e di altrettante risposte del corpo, che confluiscono ciascuna nella domanda successiva. È una sequenza che va vista in dissolvenza, perché non si può determinare dove finisca un’unità di movimento e dove esattamente ne cominci un’altra. Inoltre, la traccia dell’uomo sulla roccia non può essere la somma di movimenti statici, perché il principio di ottimizzazione implica un’arrampicata dinamica, basata sulla scioltezza del corpo e sull’inerzia, fattori che permettono un guadagno di energia. Ogni unità di movimento è come una soglia o un colle che occorre raggiungere. E di soglia in soglia, il fondo della valle che si risale arrampicando in “economia” si presenta ondulato come i gusci delle conchiglie fossili rimasti impressi nel calcare. Ognuna di quelle creste d’onda corrisponde a un minimo di energia da spendere per arrivare alla soluzione gestuale del problema. Ogni depressione presente tra le onde, invece, tende verso quel piano di base che fa capolino di tanto in tanto nei famosi “punti di riposo”. Ma a questo punto si presenta una buona occasione per far riposare davvero la mente chiudendo la lunga parentesi e ritornare alla realtà della roccia.

Riassumendo, diremo che esiste una catena di avvenimenti in chiara relazione tra una “certa” maniera di arrampicare, quella che cioè ha un “senso”, e un sistema globale di comandi motori. Le due estremità, concezione e realizzazione, obbediscono alle stesse leggi di ottimizzazione del processo cognitivo. Ora, attraverso due esempi, vedremo come si elaborano questi schemi corporali dinamici, e come l’esperienza – cioè la memoria dell’arrampicatore – interferisca con essi.

Sperimentare per credere
La Pierre a Orthaz, in fondo alla valle di Chamonix, è un luogo esclusivo dell’arrampicata francese ma anche un miserabile sasso abbandonato dalla Mer de Giace sulle sue antiche e aride sponde. Le sue vie più dure non superano i 5 metri, ma oppongono difficoltà elevate.

Una placca, in particolare, si risolve solo con un “lancio” della mano destra molto audace (il corpo, che pende a destra, sull’asse piede destro – mano sinistra, oscilla intorno a un punto di equilibrio assai sottile, delicatissimo da cogliere). L’oscillazione così creata deve mettersi in movimento e deve tradursi in una grande sincronizzazione e decisione inferiore per raggiungere poi, con un solo gesto sicuro, l’appiglio sommitale. Si tratta, insomma, di un bell’esempio di “lancio” in arrampicata. Ciò che ci interessa, in questo movimento, è la prima parte della sequenza, il lancio in sé e per sé e la proiezione mentale che lo sostiene. Capita spesso di sentir dire da un climber: «questo passaggio lo sento». Cosa sta succedendo? Il muscolo racconta a se stesso, silenziosamente, il gesto che occorre effettuare (proprio come si può declamare nella propria testa, silenziosamente, il passo di un libro). Il lancio è l’esempio classico del gesto che si elabora nella mente in maniera cosciente, che – potremmo dire – si “misura”: c’è la valutazione visuale della lontananza dell’appiglio, il calcolo dello sforzo da produrre, la proiezione della traiettoria ottimale e, per un arrampicatore esperto (conscio del pericolo), un colpo d’occhio informativo che fotografa il suolo al fine di prevedere un’eventuale caduta.

Grazie a questi parametri sensoriali, la mente potrà “stabilire delle tappe” la cui concatenazione in movimento, sarà il “germe” di una forma gestuale in evoluzione. Ma questa fragilissima dinamica non deve essere turbata. Invece è frequente il caso in cui – e lo si dimostra facilmente – l’esperienza, la memoria vengono a imbrogliare le carte. Dopo il colpo d’occhio informativo al suolo, per esempio, l’eventualità di una caduta si anima di vita propria e suscita l’elaborazione di un nuovo modello gestuale che è una preparazione alla caduta. A questo punto la padronanza di sé consiste nell’evitare l’interferenza, che è una competizione tra i due modelli. Abbiamo scelto l’esempio del lancio perché si tratta di un movimento che non soffre di compromessi e di incertezze: o la va o la spacca, insomma, tutto o niente. Occorre un bello scatto, certo, ma la realizzazione ideale del lancio di mano dipende essenzialmente dall’attitudine mentale.

Un secondo esempio? Ogni climber capace ed esperto conosce il segreto che permette di progredire su un muro completamente liscio. Esiste, alla Montagne Sainte Victoire, vicino ad Aix-en-Provence, una via dal nome volgare ma che al tempo stesso esprime un messaggio storico. Il percorso di cui stiamo parlando si chiama Compet ou pas, ça pue (con peto o no, puzza – gioco di parole tra competizione e peto, NdR). Questo nome provocatorio risale all’epoca della nascita dell’arrampicata competitiva in Francia. Tutti i passaggi vanno risolti per aderenza dei piedi. Provate a far fare a dei principianti un passo di aderenza, magari su una placca di Fontainebleau: i nove decimi di loro, con soluzione assai pratica, incolperanno la qualità della gomma delle suole. Ciò che il debuttante non sa è che, anche in quel caso, non esistono soluzioni intermedie. Solo quando tutto il peso del corpo carica l’interfaccia roccia-gomma, accade che quest’ultima si deformi sposando perfettamente il microrilievo della placca e aderendovi sopra. Fintanto che l’arrampicatore non crede nella propria possibilità di “tenere”, non osa portare tutto il suo peso sul piede e rende perciò inefficace il tentativo. Paradossalmente, quindi, il compimento di un atto è condizionato dalla scommessa sulla sua riuscita. Tutti questi comportamenti ruotano intorno ad un nucleo centrale, il controllo delle pulsioni emotive, cioè di tutto ciò che può turbare lo svolgimento naturale di un’azione per quanto essa possa essere complessa.

Gli esempi di interferenza tra la forza mentale, sempre insufficientemente controllata, e quella fisica, coltivata all’estremo (cosa senz’altro più facile da praticare), si contano a bizzeffe se si vive dall’interno una pratica come quella dell’arrampicata. Anzi, sovente l’arrampicata è un ottimo barometro per indicare il tempo che fa nella vostra testa. Il fallimento non significa solo mancanza di savoir faire. Ben più spesso di quanto si crede, esso è la conseguenza di barriere psicologiche venute a crearsi in un passato più o meno recente. Chi di voi non ha mai fatto l’esperienza di superare un passaggio senza conoscerne esattamente il grado di difficoltà, accorgendosi poi che quel tratto superava abbondantemente la cifra numerica su cui si credeva di avere padronanza? La difficoltà è anche l’idea che ci si fa di lei.

La difficoltà
Possiamo definire la difficoltà come un momento che impegna le risorse dell’arrampicatore sino all’ultimo. Capita allora di trovarsi a confronto, per un breve spazio di tempo, con tutto ciò che fino a quell’attimo si è accumulato nella memoria.

Il nostro corpo possiede una memoria somatica di tutto il suo passato emozionale, ben segnato nelle nostre attitudini. In caso di difficoltà, tracce e cicatrici si riattivano inserendosi nei nostri gesti, frenandoli o bloccandoli attraverso il gioco dei muscoli antagonisti. In presenza di un passaggio difficile, quella che viene frenata è la riuscita di un fraseggio, più o meno complesso, in modo rilassato.

Gestire la propria energia
Nella prima parte di questo saggio abbiamo visto che una buona lettura della roccia ci porta ineluttabilmente a parlare di energia. Tuttavia, prima di accingerci a farlo, è necessario intenderci sul significato del termine, spesso vittima di differenti interpretazioni. Se analizziamo il processo energetico a livello molecolare, metabolico, facciamo della fisiologia. Ma se guardiamo globalmente alla motricità insita nella totalità dell’individuo, si fa qualcosa che assomiglia terribilmente all’amministrazione delle risorse. Ricordiamo che l’ideale è il gesto senza sprechi di energia, la scelta di un fraseggio in armonia con la roccia che, al momento del passaggio da giù a su, altro non è se non una “valle di stabilità”. Più lo sforzo sarà intenso, e più si dovrà ottimizzare l’energia disponibile. “Concentrare l’energia” vuol dire gestirla bene. L’amministrazione delle proprie risorse energetiche non può essere fatta in modo cosciente, ma viene realizzata grazie ad un atteggiamento rilassato che permette la libera circolazione dell’energia. Concentrare, gestire l’energia, vuoi dire porre (in maniera indiretta) il corpo in uno stato tale da permettere la libera circolazione dell’energia disponibile, agli ordini della sua intelligenza motoria.

A questo punto si aprono due strade: condizionare il soggetto per prepararlo all’azione (in sofrologia il termine è “autosuggestione” (2) o decondizionare totalmente il corpo affinché esso ritrovi la sua intelligenza particolare (hata yoga). Tra le due vie, la seconda è un lavoro in profondità che richiede parecchio tempo. Inoltre, il dirigersi in questa direzione alla ricerca di una meta precisa, anche se essa costituisse un miglioramento del nostro modo di arrampicare, sarebbe cosa perlomeno paradossale.

“L’arrampicatore liberato”. Foto: Patrick Cordier
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Influenza sulla pratica: la ricerca della qualità

Ci siamo prima domandati di quali mezzi disponiamo per agire sulle pulsioni emotive che si comportano come parassiti sugli schemi dei comandi motori. Ma è importante rendersi conto che ogni tentativo non potrà aver luogo se non in maniera indiretta: lo spirito, infatti, come la mano, è incapace di afferrare se stesso. E la sola volontà è impotente contro le attitudini e le abitudini fisiche e mentali inserite da lungo tempo nella memoria. Oltre questo primo livello di ostacoli, è la stessa volontà, o meglio il desiderio di riuscire, che può divenire impedimento.

Facciamo un parallelo col mondo musicale: quando uno strumentista suona un pezzo difficile, gli accade di “attendere” con un po’ di apprensione una frase musicale particolarmente difficile. È esattamente questo stato d’animo di attesa per una meta da raggiungere, che lo rende traballante sulle note, allorché un’attitudine “ingenua”, immersa nell’azione presente lo porterebbe assai meglio a superare l’ostacolo. Per capirci, è sufficiente trasferire la frase musicale in una frase muscolare. Teniamo anche conto che questo stato di grazia non “colorato” dalle emozioni è la cosa più tenue, più delicata e fragile che ci sia. E si avvale anche del curioso paradosso per il quale, come una saponetta, vi scivola via tra le dita quando cercate di trattenerla. In ogni caso la ricetta di un approccio del genere sta nel fatto che tale stato è una via possibile che evade dal semplice gioco sportivo per condurci verso un gioco fisico e psichico abbastanza raffinato, dove è necessario che i due poli della persona comunichino liberamente.

Le ricette
Questo è un paragrafo che viene fornito con molte riserve per non lasciarsi ingannare dall’ambiguità dell’oggetto trattato. E a questo punto, tra l’altro, non ha senso il consiglio di applicare delle regole di comportamento come quelle dell’allenamento classico, perché si ingannerebbe chi legge condizionandolo con i soliti discorsi oggi tanto di moda. Ciò che segue, dunque, va letto per il piacere di poter provare, ma non troppo sul serio.

1 – L’energia non può circolare liberamente senza una coscienza completa dello schema corporale. Così, in sofrologia, uno degli scopi essenziali del “rilassamento dinamico” è quello di far prendere coscienza dello schema corporeo. L’hata yoga si muove nella stessa direzione. Nel sistema motorio ci sono ricettori sensitivi che, quando si tiene una posizione yoga, costituiscono i relais di un meccanismo di presa di coscienza delle contrazioni muscolari (3).

Per ciò che riguarda la rappresentazione che si ha del proprio corpo nello spazio, ci si può allenare a vedere con le dita… Ciascuno può fare l’esperimento con un semplice pezzo di carta e una matita. Con gli occhi chiusi, ovviamente. Con un po’ di abitudine il foglio di carta diventa un’immagine mentale su cui si “scrive” e la mano è guidata da una proiezione interna del movimento.
La mano scrive nella testa prima di scrivere sul foglio. Prendere coscienza è modellare.

2 – I tre consigli del sofrologo Philippe Leclair per superare sulla roccia un passaggio al limite della propria competenza sono: espirare nello sforzo, concentrare la propria attenzione sul ventre, rilassare i muscoli del viso (cosa questa che ha effetto su tutta la muscolatura del corpo).

3 – In numerose tecniche, se non in tutte, la respirazione gioca un ruolo centrale nell’ottenere il giusto tono muscolare, che è la caratteristica fisiologica di un gesto rilassato. Chi dice respirazione, dice diaframma, e un buon climber “arrampica col suo ventre” (in Francia si dice: «quel tizio l’arrampicata ce l’ha nella pancia»); d’altra parte, la respirazione addominale durante lo sforzo è una tecnica tradizionalmente impiegata in tutte le arti marziali. A conclusione di queste chiacchiere, il mio contributo personale consiste in una semplice raccomandazione, nel coltivare semplicemente – e prima di tutto – il piacere durante l’arrampicata. È il mezzo migliore in nostro possesso perché il corpo si liberi e diventi ricettivo nei confronti del linguaggio segreto della roccia.

Note (1) Il concetto di “valle di stabilità” è una semplificazione. In realtà esistono molte maniere, forse un’infinità, di superare un passaggio sulla roccia, ma quando la difficoltà aumenta, le possibilità di scelta divengono assai meno numerose, e l’azione deve adattarsi alla roccia. L’idea di “valle di stabilità” si applica soprattutto a un livello di difficoltà limite, situato appena sotto il livello di competenza del climber. Ed è qui che va situata la nostra affermazione. Qui in effetti, ogni “valle di stabilità” è unica, appartiene in proprio ad ogni arrampicatore su una determinata via ed è l’immagine di un’azione che si svolge nel tempo, la firma personale del climber che preesiste all’azione in quanto rappresenta un optimum.
Patrick Cordier

(2) La sofrologia è stata “inventata” da Alphonso Caycedo, un neuropsichiatra spagnolo di origini sudamericane. Dopo aver praticato l’ipnosi, Caycedo andò in Oriente a vivere negli ashram e nei luoghi di meditazione. Il termine sofrologia deriva dai vocaboli greci sos, phren e logos che significano rispettivamente serenità, spirito (o mente) e discorso (o scienza). Significa, dunque, discorso o scienza della serenità di spirito. La tecnica della sofrologia comporta diverse fasi: la presa di coscienza del corpo, statica e dinamica; la conoscenza dello stato “sofroliminale” (o “stato alfa”) tra la veglia e il sonno; l’esercizio di rilassamento dinamico che permette la liberazione e la gestione dell’energia; l’utilizzazione dello “stato alfa” per una programmazione positiva detta “sofro-accettazione” progressiva (che è un atecnica di visualizzazione per aprire al successo il nostro cervello programmandolo positivamente) e per l’apertura alla coscienza di sé.
Norbert Apicella

(3) Lo yoga non è una tecnica né una scienza, ma uno stato: l’essere uno. Per raggiungere questo stato c’è una tecnica precisa, sperimentata e trasmessa da millenni attraverso un’ininterrotta catena di saggi, santi, occultisti, ma anche ricercatori e medici. Per poter sostenere le sue pretese, tale tecnica, ancorata alle leggi naturali della vita, non ha bisogno della scienza né di alcun sistema filosofico. Al di là di ogni dubbio, è ormai ampiamente riconosciuta la dipendenza reciproca di corpo e mente. Pertanto la tecnica yoga comprende sia esercizi per lo stato fisico sia per quello mentale, in modo che essi si sviluppino in uno spirito di collaborazione simile a uno stato psico-fisiologico equilibrato, condizione basilare per liberare l’essere dall’asservimento che sia il corpo e sia la mente gli infliggono. L’insegnamento dello yoga è molto preciso ma altrettanto personale, aperto e adattabile, e passa attraverso l’apprendimento delle Asanas (posizioni) che forniscono una coscienza del proprio corpo preparando al Pranayama o regolazione e coscienza del respiro, e che fermano la dispersione di energia e stabilizzano le immagini mentali. Quando il “mentale” è calmo, si rientra nel Prayadhara o astrazione, interiorizzazione. Il flusso Asanas – Pranayama – Prayadhara è indissolubile, e il suo risultato è uno stato di concentrazione (Dharana) che porta al decondizionamento mentale (Dhyana). Il tutto realizza il Samadhi, la concentrazione totale dello spirito.
Christina Eichhorn

Per la biografia di Patrick Cordier vedi Wikipedia (in francese).

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Racconti di paura dalle falesie

Racconti di paura dalle falesie
tradotto da Climbing n. 330 (www.climbing.com)

Albert Kim: “Ho visto un climber innervosirsi su una via trad e quindi rinunciare a salirla. Il che va bene… peccato che l’ho visto anche pendolare su una vicina via sportiva, agganciare uno spit e procedere in questo modo: oscillare ancora sulla via trad, tirar via il materiale, pendolare di nuovo sulla sportiva, agganciare lo spit sottostante a quello dove era già agganciato, risalire allo spit di sopra, togliere il rinvio, volare sullo spit di sotto. E via così, con la stessa manovra, fino a raggiungere terra”.

Lezione. Procedure di questo genere usurano inutilmente il materiale ed espongono a rischi del tutto inutili. E se la corda corre a lato della tua protezione, si può creare un’angolatura pericolosa.
Il modo più facile per ritirarsi da una via trad è costruire un ancoraggio con nut (i più economici, da lasciare) e con moschettone a ghiera, oppure con moschettoni disposti ad apertura opposta. Scendere così, recuperando il materiale sottostante. Se si può calarsi dall’alto, ricuperare in seguito anche l’ancoraggio di discesa. In alternativa, si può finire la via trad procedendo in artificiale.

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Hailey Hosken: “Ho visto una coppia di climber ritirarsi da una via multipitch. Invece di fare doppie normali, cioè uno per volta su tutti e due i capi della corda, loro curiosamente scendevano in simultanea. Lui scendeva su un capo mentre lei gli faceva da contrappeso con un freno moschettone vicino alla sosta. Giunto lui alla fine della calata, lei scendeva trattenuta allo stesso modo da lui in basso”.

Lezione. La discesa simultanea è una tecnica avanzata a basso margine di errore. Errori assai semplici possono essere catastrofici. Il modo più sicuro e più semplice di scendere in doppia è quello normale, centrando la corda a metà sull’ancoraggio e quindi scendendo con un normale discensore.

Johnathan Sliski: “Ho visto un climber calarsi dalla sommità di un monotiro sportivo che iniziava al di sotto di un tetto assai pronunciato. Nella calata toglieva i rinvii usati in salita e si aiutava, per rimanere in vicinanza della parete, stando agganciato con un rinvio al lato della corda che scendeva a chi gli faceva sicura. Quando ha sganciato l’ultimo rinvio che gli rimaneva (cioè quello messo sul primo spit) si è creato un ovvio lasco nell’intero sistema, che si è subito tradotto in un pendolo bestiale. Era ancora agganciato con il rinvio alla corda (lato assicuratore), e questo ha provocato un violento trascinamento di quest’ultimo sul terreno, per una decina di metri. Una discreta ferita alla testa dell’assicuratore li ha costretti ad andare al pronto soccorso”.

Lezione. In calata, agganciarsi con un rinvio di servizio sul lato di corda che va all’assicuratore aiuta a stare vicini alla parete. Ma sganciare l’ultimo rinvio (specialmente sotto un tetto) crea un lasco improvviso ed è difficile evitare un lungo pendolo. È essenziale andare allo spit direttamente, attaccarsi, staccare il rinvio di servizio, far recuperare all’assicuratore il lasco creato e solo allora staccare il rinvio e lasciarsi andare in pendolo. Questo permette all’assicuratore di non essere sbilanciato. Occorre anche accertarsi che la linea prevista del pendolo non incroci il suolo o altri ostacoli… Mollarsi solo quando l’assicuratore ti sta tenendo stretto. Dopo la pendolata, farsi calare. Se l’oscillazione è sospetta, meglio farsi calare con la corda passata dentro nell’ultimo rinvio (cioè il primo usato) per poi recuperarlo in seguito. Siffatta manovra richiede qualche metro in più di corda, perciò assicurarsi sempre che sia sufficiente. E naturalmente non sganciarsi dal rinvio di servizio fino a che non si è arrivati a terra.

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L’alpinismo su neve e su ghiaccio secondo Caruso

Alpinismo su neve e ghiaccio: dal classico al verticale di Paolo Caruso fa parte di un lavoro più vasto dell’autore inerente l’arrampicata e la progressione su diverse tipologie di terreni. Si tratta di una ricerca di ampio respiro che affronta tanto gli aspetti tecnici che quelli didattici del movimento sul verticale (roccia e ghiaccio) e su pendii classici alpinistici (neve), costituendo un Metodo utile per tutti, per chi sta imparando, per chi vuole migliorare e per chi insegna.

COPERTINA ARRAMP GHIACCIO (1)

Il manuale deriva dalla trentennale esperienza dell’autore e dallo studio approfondito del movimento più sicuro, corretto ed efficace nelle differenti situazioni alpinistiche.
L’approccio che caratterizza il Metodo Caruso è rigorosamente scientifico nell’affrontare i principi che regolano lo spostamento del peso e degli arti, le progressioni, l’uso degli attrezzi, e allo stesso tempo olistico nel considerare l’uomo nella sua globalità, al fine di conseguire un’esperienza completa e veramente formativa, per la mente e per il corpo. L’autore ritiene, infatti, che l’apprendimento di un movimento corretto sia la chiave per un’esperienza completa, in grado di migliorare la percezione e la gestione del proprio corpo ma anche la comprensione e quindi la capacità di scelta che permette di individuare le tecniche più appropriate al contesto e al momento.

Questi elementi sono a loro volta determinanti per la sicurezza: un movimento preciso, naturale, consapevole che sfrutta le tecniche di movimento (di progressione, di salita) più efficaci permette di ridurre notevolmente i rischi legati alla pratica in montagna.

In Alpinismo su neve e ghiaccio: dal classico al verticale l’autore illustra e descrive per la prima volta tutte le progressioni su pendii classici di neve e ghiaccio e su ghiaccio verticale, molte delle quali inedite. Alcune tecniche della tradizione alpinistica sono state riviste e migliorate nell’esecuzione per una maggiore efficacia esicurezza.

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Per chi insegna: apprendimento, divertimento e maieutica. La tecnica, la didattica e il metodo
di Paolo Caruso
Tecnica e didattica: due facce di una stessa medaglia. Più esattamente, sono tali solo se non vengono considerate separatamente o, peggio ancora, in contrasto. è interessante notare come le lacune nella tecnica del movimento vadano di pari passo con il fiorire dei manuali. Si scrive su tutti gli argomenti: dall’attrezzatura all’abbigliamento intimo da montagna, passando per le dissertazioni intellettuali sulla didattica e sulla sicurezza. Si potrebbe dire che si cerca di colmare le lacune nella tecnica del movimento analizzando al “microscopio” ogni altro argomento che capiti sottomano. Ma il senso ultimo di quello che cerchiamo continua a sfuggire. Qual è l’obiettivo principale e qual è la via per raggiungerlo?

Imparare per capire, per diventare bravi e competenti, per conoscere meglio noi stessi, gli altri e il mondo che ci circonda. Ma anche imparare per divertirci e allo stesso tempo per impegnarci in qualcosa, almeno in quello che ci appassiona. Questo potrebbe essere l’obiettivo.

A volte risulta difficile comprendere bene il senso, le differenze e i punti che accomunano la tecnica e un metodo completo, come quello presentato in queste pagine. La Tecnica è l’insieme delle progressioni e dei movimenti che potremmo definire “archetipi”, le matrici perfette. Ma perfetto non vuol dire impossibile, irreale o che non debba essere adattato nella pratica: gli schemi motori e le progressioni individuati sono in effetti dei riferimenti molto concreti per poter migliorare la qualità del proprio movimento, tenendo conto anche dell’anatomia umana e delle leggi della fisica.
Nel passato, quando si pensava che nell’arrampicata non ci fosse nulla da conoscere e capire, e quindi da insegnare, perché il movimento veniva considerato “istintivo”, le lacune tecniche erano diffuse e si procedeva a tentoni. Il difetto del “tastare” con i piedi sugli appoggi, frequente tra molti arrampicatori, allegoricamente rende bene il concetto.

Quando la Tecnica viene organizzata secondo dei principi che integrano la visione d’insieme con gli aspetti particolari del movimento, ma che soprattutto prevedono una successione ben precisa nell’apprendimento e dunque nell’insegnamento delle tecniche, si parla di Metodo. Il Metodo è organizzato in funzione di rendere l’apprendimento più efficace, di favorire il miglioramento e la conoscenza. Tecnica e Metodo, quando si fondono insieme, rendono possibile trasmettere agli altri efficacemente la sintesi delle conoscenze acquisite dai predecessori più esperti.

In pratica, Tecnica e Metodo, costituiscono la strada maestra per un apprendimento completo; permettono di eliminare errori e difetti, ma anche di comprendere a fondo l’attività che si pratica. Si tratta quindi di mezzi utili per raggiungere il risultato proposto, ma in qualche modo anche del fine, considerando che senza tali strumenti diventerebbe particolarmente difficile, se non impossibile, raggiungere l’obbiettivo stesso.

Un errore importante in cui spesso si cade deriva da un approccio troppo semplicistico e poco lungimirante. La mente razionale tende a discriminare, separando i singoli aspetti della materia oggetto dello studio. Questo processo è positivo quando favorisce una conoscenza analitica, ma diventa negativo se poi non si ricompone il mosaico del movimento nel suo insieme, nella sua globalità. In questi casi il risultato può essere addirittura antitetico: è molto facile, infatti, perdere di vista il senso generale correndo dietro agli infiniti particolari.

Un esempio concreto spiega bene questo meccanismo. In un manuale di metodologie “teorico-astratte” per l’arrampicata si consiglia didatticamente di non insegnare, ad esempio, la progressione incrociata simultanea agli allievi che hanno come obbiettivo l’alpinismo. In pratica si sostiene che in alpinismo bisogna arrampicare mantenendo sempre tre punti d’appoggio e muovendo un solo arto alla volta, mentre nell’arrampicata sportiva la tecnica suddetta diventerebbe utile perché, in questo caso, sarebbero “lecite” posizioni base sia con due che con tre punti fissi.

In realtà queste affermazioni sono estremismi che dipendono dal non aver compreso il senso del Metodo e, sicuramente, anche la finalità delle differenti progressioni. Ogni singola tecnica dovrebbe essere utilizzata sul terreno più adatto che dipende anche dal livello di ciascun praticante: i contenuti oggettivi (la tecnica) si fondono e si armonizzano con gli aspetti soggettivi (chi, dove e quando). Come vedremo, alcune situazioni alpinistiche si prestano perfettamente alla progressione simultanea, senza considerare poi che ogni tecnica è uno strumento che sviluppa la capacità e l’intelligenza motoria: non praticarle equivale a ostacolare il miglioramento. Le interpretazioni sbagliate come quelle sopra descritte si verificano quando si crede di aver compreso la Tecnica, mentre è esattamente il contrario.

Anche riguardo ai principi didattici e alla comunicazione tra docente e discente, molto spesso si inciampa nelle tendenze e nelle mode del momento. In genere si oscilla tra posizioni contrastanti ed estreme tra loro: i sostenitori dell’insegnamento “verticale” si schierano contro quelli che preferiscono il “metodo” “orizzontale”, quelli che propugnano l’autoritarismo e il “si fa così perché lo dico io” contro chi pensa che ognuno debba fare quello che “sente” con la convinzione che ciò serva a stimolare la “creatività” negli allievi, perfino prima di aver acquisito le basi del movimento.

Qualche tempo fa andava di moda criticare l’approccio “frontale”, per certi versi paragonabile a quello “verticale”. Per inciso, l’idea di insegnamento frontale è ancora più riduttiva rispetto a quella di insegnamento verticale: la impoverisce nei contenuti (verticale ricorda comunque un qualcosa che viene dall’alto) e richiama il contrasto e lo scontro.

Ma in realtà, chi si intende veramente di formazione sa molto bene che non è corretto ignorare alcuni aspetti a discapito di altri. La vera didattica non è solo verticale, ma neanche frontale o orizzontale, un metodo non è globale o per “parti”, deduttivo o induttivo, ecc. Un bravo insegnante utilizza tutti gli approcci e gli strumenti didattici a sua disposizione, così come utilizza tutte le tecniche, perché sa che ognuna di esse ha una funzione differente e complementare alle altre. Per rimanere nell’ambito dell’alpinismo, sarebbe come se, in base alle tendenze del momento, si
insegnassero soltanto alcune progressioni invece che l’intero sistema della Tecnica: solo la Progressione a Triangolo per due o tre anni; poi, al cambio della moda, solo la Progressione Fondamentale per altri tre anni; poi solo quella Incrociata Simultanea… E all’inizio di ogni “era” si potrebbe dire che le altre tecniche sono superate… Solo l’idea fa sorridere!

Un insegnante, dunque, dovrebbe avere in sé molte qualità contemporaneamente, non una sola. Dovrebbe saper integrare i principi didattici validi, non certo generare contrapposizioni ed estremismi. Il concetto del “Magister ludi” rende proprio questa idea. Ma già nel VI secolo avanti Cristo, Socrate aveva esaustivamente descritto le caratteristiche, tutt’ora all’avanguardia, che dovrebbe possedere un maestro, introducendo la maieutica: ovvero la capacità di aiutare l’allievo a far emergere la conoscenza di ciò che, se pur sopito, è già in lui. A un bravo insegnante si richiedono, pertanto, le seguenti qualità:
• grande conoscenza della materia
• capacità di sintesi
• capacità di approfondimento
• consapevolezza del ruolo di formatore
• autorevolezza senza autoritarismo
• umiltà
• serietà
• capacità di insegnare attraverso il gioco e il divertimento
• favorire l’apprendimento stimolando le percezioni e le intuizioni
• favorire l’indagine e la ricerca del Vero
• capacità di empatia, di capire gli allievi e le loro difficoltà
• coerenza
• non essere schiavo dell’ego (la cosiddetta “sindrome della patacca” o della prestazione)
• capacità di individuare il Punto Focale.

In conclusione di queste semplici riflessioni, dovrebbe essere evidente quanto sia riduttivo e fuorviante dividere gli approcci didattici contrapponendoli tra loro per esaltare i rispettivi punti di forza a seconda della metodologia di moda. L’esperienza insegna che in realtà a una maggiore conoscenza della Tecnica, intesa come sapere globale, teorico e pratico insieme, corrisponde una maggiore e più completa dimestichezza con i diversi approcci didattici e una conseguente migliore capacità di usarli nei modi, tempi e situazioni più opportuni.

Presentazione di Roberto Stacchini

Brevi estratti e indice

Alpinismo su neve e ghiaccio: dal classico al verticale di Paolo Caruso
Formato cm 15×21
Pagine 128, a colori
€ 35,00
Edizione Verdone Editore srl

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Training per l’on-sight

Bell’a vista
di Neil Gresham (tratto e tradotto da Climb 114, www.climbmagazine.com)

Riscaldamento
La maggior parte dei climber oggi è conscia dell’importanza di un riscaldamento progressivo al fine di evitare il temuto e improvviso spompamento. Si potrebbe dire, semplificando forse troppo, che c’è bisogno di spomparsi in modo leggero un tre volte prima di ottenere un riscaldamento ottimale. Una precisa strategia dipende comunque dai livelli di fatica e da quanto è consumata la vostra pelle.
Provate a scegliere delle on-sight per riscaldarvi, invece di farlo su vie che conoscete. Questo serve ad aumentare le capacità di “lettura” di una via. Prendetevi comunque un buon riposo dopo l’ultimo riscaldamento, misurate la sua durata in base all’intensità dello sforzo che dovete affrontare e alla lunghezza delle vie.

Neil Gresham, l’autore
onsight-gresham-2_2311884bScelta della via
Se avete un ragionevole livello di resistenza, allora le vie lunghe costituiscono la miglior opzione per l’on-sight che volete fare, meglio se siete in una falesia europea strapiombante a roccia rossastra dove i segni della magnesite e della gomma si vedono più facilmente che non, a esempio, sulle rocce grigie del Regno Unito. Ad ogni modo non lasciatevi scoraggiare dalla difficoltà di fare on-sight in Regno Unito, prendetela come una buona chance per fare pratica.

Materiale
Per le on-sight, una corda singola (da 9 – 9,2 mm) vi aiuta molto su vie più lunghe di 25 metri, in termini di peso e attrito. Necessari anche rinvii molto leggeri.

Lettura della via
Non è una tattica solo per le scalate indoor. Su certi tipi di roccia si può usare furbizia, aggiratevi sotto la via e guardatela bene, da diverse angolazioni. Osservate le tracce di magnesite e le strisciate di gomma, cercate di ispezionare entrambi i lati dei tufa e dei bordi di un tetto. Andate indietro per guardare la parte alta; un’altra furbata è di guardare con i binocoli. Quest’accorgimento fu usato dal giapponese Yuji Hiriyama quando fece on-sight White Zombie (8c), la prima via di quel grado al mondo a essere stata fatta.

Rispettare la parte facile
Si è spesso tentati di “correre” sui tratti non impegnativi, così spendendo più del necessario prima del tratto chiave. Non se ne risente subito, il conto lo si paga dopo. Rilassatevi, prendete un bel respiro, riposatevi a braccia distese anche se non ne sentite il bisogno.

Reperimento e uso dei riposi
L’individuazione dei riposi è qualcosa che richiede costante attenzione durante una on-sight dura. Non sto parlando delle cenge ovvie o delle spaccate, ma delle posizioni non così evidenti che si possono trovare leggermente al di fuori della sequenza di movimenti. Appoggi interni, spuntoncini, ganci di tacco o di punta, incastri, astute opposizioni di ginocchia o braccia possono alleviare la fatica che state facendo nel bel mezzo della vostra prova. In arrampicata su tufa o stalattiti, talvolta ci si può incastrare di spalle o di schiena (come fosse un camino) oppure “pinzarle” con le gambe anche se la progressione in senso stretto non lo richiede. Se scuotete le braccia, badate a caricare al massimo i piedi, tenete le braccia tese e provate a rilassare tutto il corpo. Se sentite crampi alle caviglie, provate a usare il tacco su appoggio più largo. Quando cambiate braccio, potete aver bisogno di scambiare i piedi per tenervi in equilibrio. Respirate profondamente e controllate le pulsazioni ascoltando il battito cardiaco. Quando questo rallenta il ritmo notevolmente, allora è il momento di muovervi.

Steve McClure, tra i massimi campioni dell’on-sight
onsight-Steve-McClure-Tim-Glasby1Passi chiave
Se vi state agitando nella lettura di un passo chiave, considera sempre valido di tornare a un riposo, perfino tornare a terra: contrariamente a quello che la gente pensa, non è imbrogliare… Se sei ragionevolmente allenato, puoi considerare il “ground-up siege”, cioè affrontare il passo chiave con successivi assalti, specie se esso non è molto in alto. In questo modo ti puoi veramente impegnare solo quando sei sicuro della sequenza. Se sei spompato e il riposo non è in alcun modo possibile, allora è meglio dire “o la va o la spacca” piuttosto che star lì a perdere forze nella ricerca della soluzione ottimale. Ricorda che per fare una on-sight sportiva al tuo limite hai bisogno di fare i passi chiave in velocità, affidandoti più che altro all’intuizione. Se provi a calcolare tutto, come se stessi facendo del trad, sarai troppo lento e ti brucerai. Ricorda che sulla vie “popolari” le sequenze sbagliate sono piene di magnesite come quelle giuste. Soprattutto fate in modo di riservare il picco di energia per i passi chiave: un errore comune è quello di non commutare al momento giusto dalla “modalità resistenza” alla “modalità strappo duro”.

La caduta quasi in catena
Resistere nelle ultime movenze è il più grande test nelle on-sight. L’effetto di fatica e adrenalina è di avere una visione troppo concentrata su una cosa, meglio cercare di avere una visione più allargata. Respirare in profondità con costanza abbassa i livelli di adrenalina (riducendo così l’effetto di cui sopra) e riduce lo spompamento. Se hai modo di scrollare le braccia prima di fare il pezzo finale, fa un reale sforzo per stimare cosa ti aspetta e costruisciti una sequenza provvisoria. Una volta ripartito, va più veloce che puoi (senza sacrificare troppa eleganza) e, se ti acciai, la regola d’oro è quella di muovere i piedi al posto di tentare un lancio disperato.

Il recupero dopo lo spompamento
Dopo ciascuna scalata, usa strategie di riposo attivo per fluidificare lo spompamento, tipo fare jogging, rotazioni di braccia o massaggi alle dita, magari facendo facili traversi alla base, senza però fare stretching agli avambracci. Nota che non è necessariamente male tenersi un po’ di acido lattico negli avambracci (solo un poco, però).

La preparazione al viaggio
Sforzati di girare più falesie possibili, se vuoi migliorare il tuo on-sight nel viaggio che hai in programma. Prima del viaggio. Se non si può andare in uno dei posti più adatti, allora la miglior soluzione per l’allenamento fisico è lo stick training (dove il tuo compagno ti indirizza su sequenze random sulla paretina di boulder). Provate a esercitarvi su vie e pareti che siano il più possibile simili a quella che avete deciso di tentare.

La struttura del viaggio
Una salita veloce redpoint nel bel mezzo di un viaggio ti fornisce il modo migliore per avere ancora più fiducia, ma non concentrantevi troppo su un’idea, perché potrebbe essere controproducente.
Al riguardo dei giorni di riposo, 2 attivi contro 1 di riposo, o anche 3 attivi contro 1 di riposo può andare bene; anche se all’inizio del viaggio resta una buona norma che la seconda giornata sia meno faticosa della prima. Una volta che sei nel flusso del programma, potresti trovarti più efficiente durante il secondo o terzo giorno, in quanto qualità di movimento e precisione possono compensare la fatica accumulata.

Il superamento di un nuovo grado
Tutti conoscono l’importanza di procedere nella costruzione di una piramide piuttosto che salire una o due vie di ciascun grado. Ma quanto dev’essere larga questa piramide? Facciamo un esempio: se il tuo obiettivo è di fare un on-sight di 7a e finora ne hai fatto solo uno di 6c+ e due o tre di 6c, allora ha senso fare almeno un altro 6c+ e magari anche qualche altro 6c. Comunque, se hai già fatto tre o quattro 6c+ e una dozzina di 6c, allora farne ancora di questo grado sarebbe di limitata utilità. A quel punto infatti è la prova sui 7a che ti può essere utile. Se l’obiettivo è di raggiungere un grado nuovo in un viaggio, è facile demoralizzarsi. Non mollate troppo tardi, ma preparatevi alla bastonata se provate troppo presto. Se il viaggio è lungo, provate a costruirvi un progetto piramidale come descritto sopra.

Edward Hamer, tra i massimi campioni dell’on-sight (Tiger Cat (33), Elphinstone, Blue Mountains, Australia)
Edward Hamer, Tiger Cat (33), Elphinstone, Blue Mountains, Australia.Altra tattica interessante è di provare deliberatamente a fare on-sight una via due gradi più difficile del vostro limite, in modo che poi al grado più basso tutto vi sembri più facile: fatelo però solo il giorno prima del riposo. Se è un viaggio breve, allora dovete fare una o due vie vicino al grado che volete e solo allora provare. Quando siete pronti, controllate che il posto vi possa proporre parecchie alternative adatte. È anche importantissimo non mettere alcuna via su un piedistallo, in modo da passare via veloci all’altra senza rimpianti. Normalmente, dopo un fallimento, conviene andare subito in cima facendo A0 e poi scendere per ripulire tutto, in modo da preservare energie per la via dopo.

Rilassarsi
Se vi state innervosendo o v’incazzate sulle prime due o tre vie, allora è quasi certo che sarete consumati dallo stress prima di poter raggiungere il vostro obiettivo. Non dimenticatevi che fallire è conseguenza normale dell’osare il superamento del limite. Tendiamo ad ascoltare poco i fallimenti degli altri e questo spesso ci porta ad avere strane idee sulle nostre stesse esperienze. È inevitabile che ciascuno di noi fallisca su almeno dieci o quindici via prima di oltrepassare un certo grado. Perciò è importante che ci concentriamo sull’intero procedimento dell’imparare piuttosto che sul vincere o perdere. Goditi tutti i movimenti delle vie e coltiva l’esperienza di accoppiarti con una difficoltà che non è la tua solita. Annotati le cause dei tuoi insuccessi. Soprattutto, non puntare su una sola stagione di arrampicata, ma neppure su un viaggio o su una sola via. Pensa piuttosto che c’è sempre un’altra via, la prossima volta.

Non risparmiate sulle vie
Evita di tenerti le vie per i giorni migliori che potrebbero non arrivare mai. Se ci sono cattive condizioni o non ti senti preparato è un conto, ma non usare queste scuse in un giorno nel quale tutto potrebbe andare benissimo. Come diceva Bruce Lee: “Non conta la vittoria o la sconfitta, ma l’esserci a pieno titolo in quel momento… il risultato sarà quello che deve essere”.

postato il 28 ottobre 2014

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I segreti dell’aldilà della verticale

I segreti del ripido
di Julie Ellison e Sasha DiGiulian
traduzione di un articolo apparso su Climbing n. 328 www.climbing.com

Fai in modo di non spomparti e di muoverti fluido sugli strapiombi
di Julie Ellison

Mentre dai un occhio al prossimo rinvio a poca distanza da te, hai gli avambracci così duri da non farti neppure pensare a un altro movimento. Respiri profondo, spingi con la punta del piede ancora di più, ti allunghi e afferri l’appiglio con una sensazione di euforia. Subito dopo però è immobilità, la sensazione della disfatta e già senti l’aria che scorre veloce attorno a te durante il volo. Benvenuto nello sport climbing ripido. Quando la parete oltrepassa la verticale, l’orologio dell’acciaiata comincia a segnare il tempo e bisogna arrivare in catena prima dell’allarme. Gli strapiombi esigono determinazione, concentrazione, tecnica e creatività. Qui di seguito abbiamo elencato i punti più importanti da sviluppare.

Sasha DiGiulian
Sasha DiGiulian climbing "Golden Boy" 13b at "The Gold Coast," Pendergrass Murray Recreational Preserve, Red River Gorge, Kentucky, USA.Il riposo dà forza. Imparare a riposare è fondamentale. I buoni strapiombisti hanno forza e resistenza, è vero, ma la loro più grande abilità è quella di gestire e procrastinare l’acciaiata. Sanno come raggiungere un possibile riposo e quindi recuperare forza, per ricaricare l’orologio a tempo della spompa. Pratica il riposo almeno quanto pratichi l’arrampicata.

Sasha DiGiulian
Sasha DiGiulian works out her route during a climb at Waterval Bowen in South Africa, on 5 July 20131-2-3. Prova a muoverti sugli strapiombi con la tecnica dell’1-2-3. 1) Afferra l’appiglio a braccio teso, solo il necessario, con la parte superiore del corpo centrata sotto. 2) Riposiziona i piedi in modo che siano nel luogo migliore per poterti spingere al prossimo appiglio. 3) Fa il movimento verso il prossimo appiglio fiducioso. Ripeti e ripeti fino ad afferrare la catena.

Utilizzo delle posizioni di aggancio. Questo può voler dire di mettersi in una certa posizione, agganciare, e poi riportarsi a una posizione di riposo, in modo da respirare e guardare la prossima mossa. Oppure, puoi aver bisogno di qualche movimento extra al fine di agganciare sfruttando un appiglio più grosso, in modo da evitare di farlo sfruttando un appiglio piccolo che ti spomperebbe prima.

Il baricentro. Pensa a spingere fianchi e bacino verso la parete (ti può aiutare il mantra: sta chiuso, sta chiuso, sta chiuso), in modo da tenere il culo in alto, per poter scaricare un po’ le braccia. Avere il bacino vicino alla roccia vuole dire fare più forza sulle punte dei piedi e coinvolgere tutta la muscolatura delle gambe.

Sasha DiGiulian
DiGiulian-12835Le bizzarrie vanno bene. Lavoro di ginocchia, agganci e rotazioni di tacco e di punta del piede, opposizione di ginocchia (kneebar), rotazioni di gamba ti favoriscono perché scaricano le braccia. Esercitati a trovare queste posizioni e usale appena possibile.

Muovi i piedi, non le braccia. Tieni le braccia tese e rigida il più possibile, mentre con i piedi cerchi con fluidità e precisione ogni appoggio necessario per mettere il corpo in una posizione da poter fare il movimento successivo. Qusto vuole dire usare la forza delle gambe, non delle braccia. E devi cercare di muovere i piedi per cercare la miglior posizione per sfruttare al meglio gli appigli (cambiando il tipo di utilizzo di un appiglio, dal tiro alla spinta).

Sasha DiGiulian
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Strapiombi successivi
di Sasha DiGiulian

Altezza
Trovo che il mio essere piccola di statura mi facilita sugli strapiombi perché torace e braccia non sono così lunghi, devo fare meno fatica a controllarli. Certo, essere dinamici è importante. Bisogna allenarsi per la forza e per i movimenti dinamici.

Volo e paura
Sbattersi giù da un soffitto di una grotta è divertente! Cadi nel vuoto, senza pericolo di battere su una cengia o di grattugiarsi su una placca. Fallo!

Spingere
Quando sono spompata e ho bisogno di costringermi a proseguire, mi concentro sulla respirazione. Un respiro lento e profondo abbassa il ritmo cardiaco e ti distrae. Mi convinco di non essere stanca e che la mia meta è il prossimo appiglio o il prossimo aggancio di rinvio. Spingi per fare ancora un movimento, anche quando non ne puoi più e vedrai che ti alleni in fretta.

Impara a fermarti
Interpretare la via e stare calmi può essere difficile. Guarda il tiro prima e fa un piano per ogni sezione. Trova i riposi, e arrampica da uno all’all’altro. Raggiunto un riposo, guarda il tratto dopo. Mentre ti riposi tieni le braccia distese, le spalle rilassate e i tacchi giù in modo da premer sulle punte dei piedi. Respira.

Tecnica
Applica molta pressione su tutti gli appoggi, specialmente quelli cattivi. Usa la scarpetta concentrandoti sulla punta dell’alluce. Agganci di tacco, di punta e pressioni ruotate sono essenziali. Per le mani, centra la parte superiore del corpo direttamente sotto all’appiglio. La parte superiore del corpo e le gambe dovrebbero essere in linea con i fianchi; muoviti a sinistra o destra pilotandoti con i fianchi. Dondolati con il bacino in modo da avvicinare il baricentro alla roccia.

Chi è Sasha DiGiulian?
http://it.wikipedia.org/wiki/Sasha_DiGiulian

postato l’11 ottobre 2014

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Slab climbing

Come padroneggiare i runout su placche lisce e l’aderenza senza appigli
di Hazel Findlay e Julie Ellison

Il presente post è la traduzione di un articolo apparso sulla rivista americana Climbing (n. 325) www.climbing.com.

Slabtastic! di Julie Ellison
A volte, le placche di aderenza sono come le fessure larghe: odiatele quanto volete, ma non potete scalare sulle vie classiche senza prima o poi averci a che fare. E’ normale trovare sezioni a placca prima o dopo fessure perfette, per esempio in posti come Yosemite o Lumpy Ridge (Colorado). Sono caratterizzate da una modesta inclinazione (all’incirca tra i 65° e gli 80°) e scarsità di prese, magari solo micro-svasi, bitorzoli, micro-liste, scaglie, cristalli). Non c’è nulla su cui tirare, così occorre adottare un insieme di tecniche adeguate.

Giuseppe Miotti sul Giardino delle Bambine Leucemiche, Val di Mello. 5 giugno 1982Giuseppe Miotti sul Giardino delle Bambine Leucemiche, Val di Mello.

Respira profondo. Muoviti con decisione e continuità.

Sta in fuori. Questo fa porre il peso sui piedi, aumentando perciò la loro pressione sulla roccia (e quindi l’attrito). Questo ti fa sentire più sicuro.

Fidati dei piedi. Credici e mettici più peso. Questo rende usabile anche l’appoggio invisibile.

Non tirare nulla verso il basso. Tieni le braccia morbide, gomiti leggermente piegati, dita rivolte ai lati e pollici all’insu, i polpastrelli a premere sulla roccia.

Non fate gesti di scatto. Non allungatevi a gradini, non fate ristabilimenti e niente che ti distragga dal tenere il peso sui piedi.

Spalma. A tacco basso e punte piegate in alto, appiccica più suola possibile alla superficie. Non cercare l’appoggio di bordo laterale, perché diminuisce appunto la superficie d’appoggio della gomma, quindi si ha meno aderenza.

I pericoli più grossi e come evitarli di Julie Ellison
Caviglie affaticate. Le gambe sono l’unico motore che ti spinge in alto, quindi si stancano prima delle braccia. Abbassa ancora di più il tacco per riposare. Questo allunga il muscolo sovraffaticato e aumenta la superficie di contatto. Se un singolo appoggio è buono, alterna su di esso un piede dopo l’altro.

Protezioni limitate. Benvenuto al paese del runout: senza fessure vuole dire non proteggersi e a volte gli spit sono ben lontani. Preparati mentalmente e metti giù qualcosa appena possibile. Se c’è un traverso, metti una protezione per cambiare la direzione alla tua caduta.

Voli odiosi. E’ da qui che arriva il termine “grattugia”. Se cadi, mantieni la tua posizione, scivola giù cercando di frenare con i piedi. Se ci riesci dà un colpetto alla roccia con le mani per restare dritto, ma non tenere le mani a contatto con la roccia.

Perdere l’attimo. Il segreto è di muoversi sempre. Questo ti aiuta a non assumere posizioni dalle quali poi non sei più capace di muoverti, e ti tiene calmo e concentrato.

Hazel Findlay sale Rainbow of Recalcitrance (E6)
. Non aderenza pura.

ArrampicataPlacca-emvideo-vimeo-26106509
Fa pratica mentale sulle placche
di Hazel Findlay
Dialogo positivo con noi stessi. Prima d’iniziare a scalare mi dico che sono brava sulle placche e che in genere non mi piace cadere. Poi mi dico che sono molto esperta nella caduta sulle placche, quindi dovesse succedermi non sarebbe grave. Dopo aver iniziato mi dico che le mie scarpette sono molto buone e che quindi non scivolerò. Me lo ripeto alla nausea: starò su… starò su.

Non pensare, sali soltanto. Provo con molta convinzione a non rimuginare su quello che sto facendo. Una delle cose belle dell’arrampicata d’aderenza è la fluidità del movimento; si ha normalmente successo se si sta rilassati invece di analizzare ogni movimento che si fa. Se ti blocchi in una particolare posizione, prima o poi devi uscirne. Accettalo, decidi cosa fare e muoviti fiducioso verso la nuova posizione. Non avere dubbi su te stesso o retropensieri.

Le scarpette fanno la differenza. Due cose importanti sono la posizione del corpo (si pone il peso sul piede nel giusto modo) e la confidenza (sul piede è posto abbastanza peso). Se hai fiducia che il piede “ci stia”, per lo più lo farà. E anche l’opposto è vero. Probabilmente la cosa più importante dell’arrampicare su placca sono le scarpette da roccia che indossi e come queste siano efficaci. Sono da preferire quelle piatte, flessibili e comode.

Acquistare confidenza con l’esperienza. Se non sei un esperto di arrampicata su placca e la via è pericolosa, non cercare neppure di tentarla. Fatti esperienza su un terreno più sicuro; potrebbe essere comunque un po’ pauroso, ma alla fine rischi di meno. La confidenza è parte integrale dell’arrampicata d’aderenza e se non ce l’hai allora è un grosso problema. Acquista confidenza con l’esperienza, vedrai che ti piaceranno anche le placche più lisce.

http://hazelfindlayclimbing.com/

Hazel Findlay sale Rainbow of Recalcitrance (E6)

Hazel Findlay
ArrampicataPlacca-Hazel-Findlay-fs8

postato il 2 luglio 2014

 

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I pericoli della “moulinette”

Dal manuale SICURI IN FALESIA diamo qui un estratto significativo su una manovra di essenziale importanza e di uso comune: la moulinette.

Per moulinette s’intende quella manovra per la quale colui che assicura alla base della falesia cala in basso colui che è giunto alla sosta. Statisticamente, gli errori nello svolgimento di questa manovra sono alla base di un grande numero di incidenti.
Per maggiori dettagli si rimanda al testo (scaricabile qui, Sicuri in Falesia), redatto su progetto a cura della Direzione Nazionale del CNSAS (Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico). Altre informazioni sul sito www.sicuriinmontagna.it.

LA MOULINETTE: un’operazione da non sottovalutare
Anche per questa tecnica d’assicurazione, apparentemente fra le più banali, si registrano alcuni problemi conclamati da incidenti a volte gravi; si elencano di seguito gli aspetti maggiormente critici

Valutazione ed utilizzo improprio della sosta per la moulinette: uso di soste inaffidabili, corda passata in maillon o anelli piccoli od usurati, corda passata direttamente nei fix, in anelli della catena, assieme ad altre corde presenti nello stesso anello, in maillon disposti parallelamente alla parete

Uso di cordini in sosta su cui fare la moulinette (pericolo elevatissimo di taglio per abrasione)

Disattenzione da parte dell’assicuratore con conseguenti possibili sfilamenti della corda dal freno (ricordarsi di legare anche chi assicura o, in ogni caso, fare sempre un nodo sul capo opposto a chi arrampica)

Calata in moulinette troppo veloce con conseguente surriscaldamento e danneggiamento della corda.

Calata in moulinette a Finale Ligure. Foto: tratta da Luca Calzone’site
Pericolimoulinette-davide 10 bigAlcuni suggerimenti
Meglio utilizzare un proprio moschettone in maniera tale che la corda non subisca particolari compressioni verso la roccia, ovvero che il moschettone sia posizionato perpendicolarmente alla parete

Lasciare rinviata la corda di colui che arrampica in moulinette mediante rinvio nell’ancoraggio precedente la sosta: questo aumenta la sicurezza

In caso di moulinette in strapiombo, è estremamente consigliato lasciare più di un rinvio lungo l’itinerario, in maniera tale che colui che arrampica, in caso di volo, non si stacchi completamente dalla parete e si trovi in difficoltà per continuare il tiro di corda

Non lasciare mai troppo lasco di corda al compagno che arrampica in moulinette per evitare lunghi voli in caso di caduta; non tenere altresì troppo teso per non impedire a chi sale la libertà di movimento

Non arrampicare in moulinette su tiri ove siano presenti lunghi traversi per evitare, in caso di caduta, lunghi pendoli

Chi sale in moulinette deve utilizzare il capo di corda opposto a quello usato da chi ha arrampicato da primo, ovvero il tratto di corda che passa per i rinvii; non utilizzare il capo libero

Calate lentamente il compagno per evitare di rovinare la corda, di rovinare il freno e di mettere a rischio l’incolumità di chi arrampica.

LA CALATA DEL PRIMO DI CORDATA: il problema della sosta con anello chiuso
Quando la sosta è attrezzata con un moschettone è sufficiente far passare la corda in maniera corretta, ricordandosi di valutare bene lo stato ed il funzionamento della chiusura che dovrebbe essere con leva bloccabile (meglio ancora con ghiera automatica).

In molti casi però la sosta è organizzata con una maglia rapida o con un anello chiuso che non permette quindi il passaggio diretto della corda. Per evitare di slegarsi dalla corda di cordata, cosa che creerebbe sicuramente dei momenti rischiosi ed incerti per l’auto-assicurazione, si consiglia di seguire le operazioni descritte di seguito.

Ecco ciò che bisogna fare
1. Ricordatevi di controllare sempre attentamente lo stato dei componenti della sosta;

2. Auto-assicuratevi alla sosta con un cordino fatto passare a strozzo nell’anello di servizio dell’imbraco ed un moschettone a ghiera, oppure con un rinvio opportunamente dotato di moschettoni a ghiera posizionato sempre sull’anello di servizio  Figura 1;

3. Fatevi dare dal vostro compagno un pò di corda, ma senza farsi mollare, e fatela passare nella maglia rapida in lunghezza sufficiente a creare dall’altra parte una semplicissima asola. Se la maglia rapida è posizionata parallelamente alla roccia, fate passare la corda da dietro la maglia rapida verso di voi, questo vi servirà dopo per sapere quale dei due capi ritirare una volta giunti a terra senza avere spiacevoli inconvenienti Figura 2; 

4. A quest’asola attaccate un moschettone a ghiera e quindi attaccate tale moschettone all’anello di chiusura dell’imbraco Figura 3;

5. A questo punto slegatevi dalla corda di cordata, facendo uscire il capo della corda dalla maglia rapida (tenete presente che siete sia assicurati alla sosta con una longe, sia dal vostro compagno dal basso) Figura 4;

6. Dite al vostro socio di mettere in tensione la corda;

7. Togliete la longe di auto-assicurazione alla sosta;

8. Chiedete al socio di essere calati;

Arrivati a terra, dopo esservi slegati, potete recuperare la corda semplicemente tirando il capo opposto a quello a cui siete legati; questo consentirà al capo della corda di passare dalla maglia rapida nel migliore dei modi. Tirando invece il capo a cui siete legati, esiste la possibilità che la corda si incastri.

postato il 13 aprile 2014