Posted on Lascia un commento

Un futuro diverso per le Guide Alpine

Abbiamo rimandato la pubblicazione di questo articolo per il fatto che l’autore era candidato al Consiglio del Collegio Nazionale delle Guide Alpine Italiane. Purtroppo Stefano Michelazzi non ha ricevuto il necessario numero di consensi: ciò non significa che il suo scritto, di notevole valore, debba essere trascurato, anzi. Per l’insita chiarezza di idee sui molti punti che costituiscono le attuali problematiche delle guide alpine, sia come categoria professionale che come immagine rivolta al pubblico e agli appassionati in generale, vale la pena per tutti leggere attentamente questo post.

Nella speranza che il nuovo Consiglio lo prenda in considerazione, almeno parzialmente.

Appunti per la revisione della figura professionale della Guida Alpina
di Stefano Michelazzi

Viviamo in una società, che ampiamente, si sta dimostrando sempre più in corsa verso un consumo globale e frenetico delle nostre energie vitali e dove la routine giornaliera sta diventando stressante e tossica da rendere necessarie “valvole di sfogo” .

Da una parte la ricerca del contatto con l’ambiente naturale ricercando la simbiosi con l’ambiente stesso, dall’altra la virtualità, con l’evidente sua conseguenza di distacco dalla naturale fatica del vivere, che ci sta lentamente allontanando dal bisogno di essere parte integrante dei ritmi biologici.

La conseguenza più evidente, di questa fase tecnologica della moderna società, è indubbiamente il tentativo di trasferire in ambienti non routinari, ciò che erroneamente viene scambiato per riposo dallo stress imperante ovvero il “divertimento”, l’allontanamento momentaneo dalla realtà ed il godimento di una situazione straordinaria, lo spasso (passatempo piacevole) che caratterizzano questo termine, sono intesi molto spesso, oggi, come “sballo” e non più come esperienza diversa ma allo stesso tempo formante, che poteva essere canone di definizione nel caso della frequentazione montana.

La montagna, la quale rappresenta da sempre l’ambiente selvaggio per eccellenza, quindi non ne è indenne. La ricerca di sballo attraverso droghe naturali quali l’adrenalina sta diventando una realtà di massa e la montagna per sua conformazione e caratteristiche, sempre più viene scambiata per una giostra piuttosto che per una località di fuga intellettuale e di rinvigorimento fisico.

Vi è il rischio sempre più evidente che in una ricerca spasmodica di sfoghi, condita dall’incapacità della massa, di affrontare i normali ostacoli e limiti imposti dall’ambiente naturale, vi sia il tentativo di addomesticarlo, riducendolo ad una brutta copia dell’ambiente urbano.

E’ evidente a chiunque che un andamento di questo tipo, trasformerà in breve tempo, ove già non vi siano i segni, la montagna in una sorta di parco divertimenti senza più alcuna identità.

A corollare questo stravolgimento, la società richiede a gran voce una maggiore sicurezza, intesa, appunto, come addomesticamento, piuttosto che, come formazione ed informazione.

Il via libera a leggi e regolamenti sempre più restrittivi, spesso assurdi e senza senso, divieti e normative di vario genere, è ovviamente conseguente.

Adattarsi alla legge del più forte ovvero citando la massima popolare: “ se non riesci a combatterli, alleati a loro!” (adattarsi all’andamento del mercato in questo caso): non credo sia nel DNA della Guida Alpina.

Non è nella figura mitica e unica che, se non tutti ma molti di noi, elessero a loro simbolo, quando pensammo di entrare a farne parte come coronamento della nostra passione alpinistica.

La Guida Alpina è sempre stata (e deve continuare a essere) il punto di riferimento della montagna in generale, visto che nessuna figura professionale o similare può vantare la conoscenza e l’esperienza di questo ambiente meglio di noi e deve saper imporre la propria visione al mercato, non farsene imporre una diversa.

Nessun’altra figura è in grado di gestire una moltitudine di attività legate alla montagna, come noi. E questi sono dati di fatto!

Stefano Michelazzi 
FuturoGuida-stefano-mich

Professione intellettuale…?
Se è vero, com’è vero, che la vecchia romantica figura della Guida con cappellaccio e pipa è ormai superata dall’innalzamento dei livelli e dalla frequentazione massiccia dell’ambiente montano, è anche vero che la banalizzazione dei limiti operata da mass-media, aziende di settore e molti, purtroppo, colleghi, senza mettere nel conto altre realtà che hanno deviato dalla loro struttura originaria, siamo in questo momento davanti ad una figura della Guida Alpina che in molti casi disorienta la massa e quindi i possibili futuri clienti, i quali non riescono a vedere più davanti a loro la Guida per eccellenza, ma un accompagnatore regolato dalle leggi del mercato, spesso un promotore di sconti da supermercato, che oltre a svendere la propria professione e mettere in cattiva luce i colleghi che tentano di metterci un limite, dimostrano a quanti ragionino col cervello e non col portafoglio, che la vita umana propria e del proprio cliente vale meno di zero… uno sconto!

L’elevazione della figura da mestierante a professionista intellettuale a quale pro venne fatta?

Capirei un meccanico (artigiano quindi mestierante) che abbatte i prezzi per “sbaragliare” la concorrenza ma un medico che mi chiedesse meno degli altri suoi colleghi mi lascerebbe diversi dubbi (per evidentissimi motivi) sul come esercita la propria professione, ed un medico è un altro professionista intellettuale!
La definizione di Professione intellettuale (art. 2229 cc), evidenzia piuttosto bene le differenze tra Mestierante, Imprenditore e Professionista ma spesso purtroppo capita che vi siano colleghi che non conoscono queste differenze ed agiscono con modi e criteri non certamente riconducibili al titolo che il Diploma di Stato ci conferisce.

E’ capitato e capita più volte di leggere sulle cronache di incidenti avvenuti per una forzatura, rispetto al buon senso di rinunciare all’obiettivo pattuito col cliente. Esempi come questo oltre a denunciare una scarsa cultura delle Guide stesse nei confronti della Libera Professione (non vi è vincolo che obblighi al raggiungimento del risultato ma vi è l’obbligo di espletamento nei modi più idonei con ricaduta del rischio di fallimento dell’obiettivo nei confronti del cliente e non del professionista!), discreditano la figura che rivestiamo. Stima e prestigio ne perdono in valore determinando aggressioni, più o meno mirate e/o intenzionali, nei confronti di tutta la categoria.

Allo stesso modo, seppure in ambito evidentemente diverso, il prestigio e la stima vanno a perdere di valore a causa di quella concorrenza selvaggia (e non libera come invece dovrebbe essere) data dal tentativo di accaparrarsi clientela col metodo dell’abbattimento di tariffe preesistenti e quindi adottate dalla maggioranza dei professionisti Guide Alpine (sconti da supermercato!).

Ciò, oltre a determinare un crollo rispetto agli equilibri di mercato, dipinge la nostra figura più come un’attività selvaggia di “morti di fame” tendenti al solo scopo di lucro, che come una professione che si caratterizza con il fornire servizi unici ed originali.

E’ vero, indubbiamente, che il cosiddetto Decreto Bersani impone l’abolizione dei tariffari ufficiali ma è anche vero che successive leggi e decreti inseriscono la necessità di parametri di valutazione e quindi sarebbe opportuno, soprattutto per una tutela nei confronti del cliente, il quale avrebbe un riferimento certo, adottare anche in campo nazionale ciò che già alcuni collegi sia italiani che di altra nazionalità europea, propongono ufficialmente ovvero una tabella di riferimento dove sia le Guide, sia i clienti, possano accedere per contrattare poi la tariffa del professionista.

Probabilmente, o anche sicuramente, i Corsi formativi, sia quelli dedicati alla formazione ed aggiornamento degli Istruttori, sia quelli dedicati agli Aspiranti ed alla Guida Alpina, tendono ad essere caratterizzati da un tecnicismo quasi estremizzato, mentre in contropartita dedicano poco o nulla alla formazione culturale sia sull’accompagnamento sia sulle caratteristiche che rappresentano la Libera Professione, denunciando una condizione dei formatori che troppo spesso ormai è diventata una condizione lavorativa fine a sé stessa e non auto-formante, invece di un’esperienza di condivisione riferita alla conoscenza personale ed all’acculturamento dei formatori e degli allievi.

Una guida sul Finsteraarhorn
FuturoGuida-mit-bergfuhrer-aufs-finsteraarhorn-1

Ambiti e valutazioni
L’evoluzione della frequenza di ambienti montani o di media altezza, ha messo in luce attività che fino a pochi anni fa non erano certamente ambito delle Guide Alpine. Mi riferisco senza dubbio al Canyoning, attività ludica e di allenamento a suo tempo, per gli speleologi che l’hanno inventata e che si è fatto in modo, in Italia, di riferire unicamente alle Guide.

A quali traguardi ha portato principalmente, il blindare quest’attività che nel resto d’Europa viene svolta con criteri completamente differenti?

Sicuramente una proporzione di attività per un buon numero di colleghi, ed è buona cosa, ma anche sviluppo esponenziale dell’abusivismo.

Oltre alle svariate denunce che ogni anno vengono sporte in merito, riguardanti spesso i “soliti” furbi che già conosciamo bene, un atteggiamento come questo ha fatto sì che, se prima l’attività veniva regolamentata da un patentino rilasciato dopo corsi ed esami, e quindi potesse essere soggetta a controllo, oggi in molte parti del Paese, dove le Guide non sono presenti, per lanciare turisticamente fette di territorio altrimenti in declino, si sia costretti ad operare con persone non autorizzate (abusivi).

Una scelta di campo perciò, quella dell’esclusività, malgrado sia indiscutibile, come detto, che molti colleghi operano in modo assiduo in questo campo, che non coinvolgendo un’attività caratteristica delle Guide anche se presenta caratteristiche di gestione similari ad altre nostre attività (tecniche alpinistiche), rappresenta una percentuale di esercizio piuttosto ridotta rispetto ad altre.

La mia intenzione è quella di far risultare, come per un ambito comunque limitato e posto quasi a stento all’interno delle caratteristiche della nostra attività professionale, si sia voluto creare uno spazio esclusivo, mentre per contrasto vi sia la volontà di stravolgere ambiti classicamente ed a pieno titolo rappresentanti della nostra figura.

Parlo, ovviamente credo, dell’attuale proposta di variazione sulla legge 6/89 riguardo l’istruttore di arrampicata.

In questo caso un ambito per tradizione e caratteristica, esclusivo della Guida Alpina e soprattutto del Maestro di Alpinismo, sarebbe “liberato” dai vincoli, che reputo più che giustificati, per ripartirlo su altre figure, con conseguente perdita di un settore di mercato già di per se stesso debole, a causa anche delle anomalie giuridiche che vedono inserite in una legge sul professionismo ambiti invece volontaristici.

Corsi d’arrampicata ed alpinismo in genere sono una delle basi fondamentali del nostro lavoro e staccarsene sarebbe dare una mazzata alla nostra figura professionale già ampiamente aggredita a vario titolo nell’ultimo decennio.

Se si vuole creare confusione in ambito culturale e dare una volta di più l’opportunità di non comprendere quale ruolo ricopra la Guida Alpina – Maestro di alpinismo, allora continuare su questa strada sarà sicuramente redditizio.

Intanto la Sardegna e soprattutto i sardi ancora aspettano che si valuti l’inserimento di una figura specifica per il loro assolutamente particolare territorio, la quale permetta di creare nuovi sbocchi professionali per i residenti.

Già figure alternative create a livello regionale (GAE) da altre amministrazioni, operano sul territorio senza alcun controllo e spaziando spesso nell’abusivismo con proposte di arrampicata e canyoning.

Dal mio punto di vista sarebbe piuttosto semplice organizzare una figura, che alla stregua degli AMM sia formata dal Collegio Nazionale Guide Alpine Italiane (CONAGAI) e atta allo scopo di rendere legittimo lo svolgimento di tali attività, mantenendo essa stessa un controllo del territorio e denunciando gli abusivismi.

Altra nota dolente, fortemente disprezzata da moltissimi colleghi, è la condivisione dell’accompagnamento in fuoripista con i Maestri di sci.

Anche questa situazione vede la perdita di una fetta di mercato, la quale oltretutto è costata anni di propaganda e formazione di una cultura popolare non abituata a vedere nella Guida Alpina un accompagnatore e formatore sciistico.

La già scarsa richiesta in tal senso, che a fatica molti di noi operano per rendere più corposa ma che allo stato attuale non da certezze di risultato che si avvicinino anche di poco alla mole di lavoro estivo (salvo casi individuali particolari), è stata in questo modo smembrata e rischia di rimettere in ombra la figura della Guida Alpina per quanto riguarda le attività sciistiche, salvo quei rari casi dove le tecniche alpinistiche siano obbligatorie, ma che non riescono a divenire condizione lavorativa stabile.

Continuando su questo binario, il risultato che appare logico è quello di uno smembramento della figura della Guida Alpina come professionista a tutto campo per lasciare spazio a una serie di specializzazioni o ancor peggio, a una serie di figure parallele, oltre a inserire nel mercato una concorrenza, senza rientro nei nostri confronti, che a lungo o forse anche breve termine diverrà insostenibile.

L’esercizio della professione a tempo pieno è già oggi reso difficilissimo da un serie di fattori, come ad esempio, la creazione di pacchetti turistici e la propaganda a livello mediatico, che spesso ci trovano impreparati e in difficoltà. Ipotizzare che figure parallele, come appunto l’istruttore di arrampicata, non abbiano grandi spazi di manovra (vista anche la specificità) per accedere a un ritmo full-time e di conseguenza impongano una concorrenza basata su un fattore economico, piuttosto che sulle basi di una diversa qualità professionale, è abbastanza ovvio.

La conseguenza, appare evidente, sarà lo smembramento della figura della Guida Alpina e una conseguente perdita di interesse nei suoi confronti, sia da parte del pubblico, sia da parte di chi volesse in futuro intraprenderne la carriera.

Già altre Nazioni hanno optato negli anni per queste diversificazioni specifiche e i risultati non sono certo positivi. Basti pensare agli USA dove la giungla di brevetti e brevettini non lascia certo spazio alla fantasia e i componenti iscritti alla IFMGA della AMGA sono miseri 103 in un territorio vastissimo…!

Vedremo nuovamente apparire la figura della Guida Sciatore?

Ivo Rabanser, Stefan Comploi e Stefano Michelazzi festeggiano l’apertura di Fontana dell’oblio (24 giugno 2007, 300 m, VII e A0 o VII+) sulla parete ovest della Pala della Ghiaccia 2423 m, Catinaccio. Arch. Ivo Rabanser
FuturoGuida-Foto-cover-2

Guide e tecnologia
Indubbiamente la tecnologia sta dando una grossa mano a ciò che riguarda la frequentazione dell’ambiente montano nelle sue diverse caratteristiche. Non vi è dubbio alcuno che dalla nascita dei rilevatori elettronici per travolti da valanga la sicurezza in questo tipo di attività ne abbia avuto giovamento. Ma sono apparecchiature e come tali vanno conosciute a fondo e se ne deve imparare l’utilizzo, mentre molto spesso l’utilizzatore che non sia un professionista non sa nemmeno come si accende il “famigerato” ARTVA…
Proporre corsi formativi in tal senso è comune tra molti colleghi, ma per esperienza personale e indiretta, è estremamente difficile se non a volte impossibile trovare persone interessate a questo tipo di formazione.

Il chiedersi perché sorge spontaneo, così come chiedersi quali lacune siano nella nostra proposta di formazione. Evitiamo di dare risposte al primo quesito che esula dalle nostre competenze e proviamo a dare risposta invece al secondo che ci interessa da vicino.

Probabilmente proponendoci in ambito formativo scolastico (Regioni, Province, Stato) con un programma che possa venir assorbito dagli enti stessi e che dia la possibilità di ottenere sovvenzioni tali da sostenere, almeno in parte, le spese, considerando anche il clamore mediatico dovuto ai diversi incidenti occorsi in stagione invernale, e sfruttando l’onda mediatica per sostenere questo programma propagandandolo, si potrebbero ottenere risultati, senza dubbio migliori, di ciò a cui si arriverà con l’emanazione di normative restrittive e sanzionatorie come l’ultima della Regione Lombardia sull’obbligatorietà dell’utilizzo dell’ARTVA.

In casi come questo la tecnologia lo sappiamo benissimo ci da una mano e ci permette di risolvere molti problemi legati alla frequentazione in ambiente a rischio, ma non tutto il tecnologico viene per aiutare…

Che dire dei vari GPS, telefonini localizzatori e così via?

Direi che come Guide dovremmo apparire meno tecnologici e più pratici, che mentre per i rilevatori da travolti in valanga, non vi sono “rimedi” alternativi, in questi casi invece sponsorizzare la capacità di sapersi gestire in ambiente con metodi tradizionali, meno comodi ma efficaci in ogni situazione, se usati nel modo corretto, debba essere la nostra bandiera.

Mi vien male a pensare a cosa accade, nel momento in cui disperso nella nebbia, un qualsiasi alpinista o escursionista provi ad utilizzare il GPS che ha deciso di non funzionare correttamente o di non funzionare affatto… senza cartina, bussola ed altimetro, tornare a casa sarà un delirio, alla fine del quale, se tutto sarà andato bene, potrà considerarsi fortunato. Ma sappiamo bene che, seppure la fortuna conti in montagna, non è su quella che si deve basare il messaggio di sicurezza che noi dobbiamo trasmettere come professionisti.

Dev’essere la figura della Guida con cartina e bussola in mano a controllare il tracciato, che ci deve rappresentare e non quella dello “Yuppie da montagna” col GPS!

Guide e ambientalismo
Non serve certo essere o definirsi ambientalista, per rendersi conto che continuando in un urbanizzazione selvaggia dell’ambiente montano (senza toccare altri ambienti che comunque spesso rientrano nei nostri ambiti operativi), stiamo lentamente scivolando verso una fase di non ritorno o di ritorno futuro, verso un ambiente integro, estremamente difficile.

Impianti e piste da sci, per parlare di settori che ci toccano da vicino, evitando di inoltrarci in ambiti non di competenza, sono ormai arrivati a saturazione. Lo comprovano gli abbandoni dell’ultimo decennio nei confronti di impianti più che altro a traffico locale (turismo residenziale), per i quali malgrado un abbassamento fisiologico della frequenza, si è ben pensato di costruire nuove piste ed in alcuni casi nuove linee le quali hanno portato ad un nulla di fatto, se non nel brevissimo periodo che riguardava la novità.

L’Eliski, pratica proibita in Trentino ed Alto Adige, grazie a leggi provinciali, continua, anzi, ultimamente è, punto di discussione (in alcuni casi feroce), che ci vede coinvolti in prima persona date le caratteristiche, e sul quale siamo sempre più spesso chiamati a dare risposte in merito proprio alla conservazione dell’ambiente.

Personalmente non sono un demonizzatore dell’attività elisciistica, che individuo come la punta di un iceberg, ma è innegabile che ultimamente, da più parti, si tenti con sotterfugi e strategie più o meno lecite e/o a filo di norma di imporre questa pratica nel nostro Paese.

I francesi l’hanno proibita (in alcuni casi piuttosto maldestramente…) individuando questa pratica come fonte di futuri sviluppi negativi a livello di impatto sul territorio.

Considerando due tipi di opportunità, nel nostro caso quello di difesa del nostro ambiente del quale rimarranno poche tracce in futuro se non si prendono provvedimenti immediati e quello lavorativo che coinvolge un numero estremamente esiguo di colleghi e per un periodo limitato, direi che, sia per la salvaguardia del territorio che per il beneficio che ne trarrebbe la nostra immagine, sarebbe utile che le Guide manifestassero una posizione negativa a riguardo, caldeggiando un divieto nazionale, alla stregua delle Province Autonome e della Francia su tutto l’arco alpino meridionale. Questo porterebbe sicuramente un enorme prestigio nei confronti della nostra figura che andrebbe ad inserirsi, come credo spetti, in un ottica di custode delle montagne e non di sfruttatore selvaggio!

L’ultima via aperta da Stefano Michelazzi, Vento di passioni, Colodri, Arco
FuturoGuida-11209680_10205302594136882_7988843006027375780_n

Formazione
Già toccata precedentemente, direi che i canoni attuali di formazione a tutti i livelli non è condivisa da moltissimi colleghi, principalmente a causa di un distacco di molti istruttori dalla realtà quotidiana del fare la Guida per essersi specializzati più che altro come appunto formatori.

Ma se gli insegnanti universitari abbisognano di anni sabbatici per riprendere il contatto colla realtà della materia che insegnano, possiamo essere noi come Guide esenti da un aggiornamento pratico sul campo?

Non credo e come me la vede la maggior parte dei colleghi.

Il manuale è certamente cosa utile ma non può essere la sola cosa utile…

Il sistema del Collegio altoatesino a mio avviso è molto più consono a una formazione con persone preparate attraverso l’esperienza personale e quindi, applicando alcuni correttivi, sarebbe opportuno adottarlo anche in campo nazionale.

Rapporti con altre istituzioni e loro figure
Il principale soggetto col quale ci rapportiamo continuamente come “professionisti del vuoto” è senza dubbio il Club Alpino Italiano.

Personalmente credo che, malgrado l’articolo 20 della L. 6/89 sia importante per definire gli ambiti operativi tra professionista e volontario, sia in ogni caso una condizione piuttosto anomala quella che vede il CAI, figura senza scopo di lucro, all’interno di una legge sull’esercizio di una professione.

Anomalia giuridica, si può serenamente affermare.

Aldilà di questa stranezza legislativa, sta di fatto che la sudditanza del CONAGAI rispetto al CAI è piuttosto evidente, stante il fatto che interviene alle nostre assemblee del Consiglio direttivo come membro e non come uditore e che l’Associazione Guide Alpine Italiane (AGAI, sezione del CAI) propone e dispone ciò che in altri ambienti professionali avviene attraverso la formazione di Associazioni di categoria (i Maestri di sci ad esempio) che supportano il proprio ordine o collegio, nelle attività che istituzionalmente non gli competono.

L’ormai storico antagonismo poi, sui corsi formativi, assume forme di “concorrenza sleale” se si considera che tra le due realtà vi sta una differenza in termini, più che palese, essendo una professionale e quindi con scopo di lucro, mentre l’altra dovrebbe essere assolutamente volontaria e quindi senza alcun fine economico.

E richiamerei al confronto i 1100 e oltre, ormai, colleghi per definire con testimonianza diretta se sia questo un dato di fatto oppure soltanto una fantasia…

Peggio ancora è la situazione che ci vede succubi di leggi e regolamenti regionali e/o provinciali che hanno istituito figure alternative a quelle previste dalla legge di Stato (la quale costituzionalmente dovrebbe essere sovrana), inserendo nel mercato pseudo-professionisti, contestati anche a livello europeo, ma che non siamo in grado di contestare noi direttamente, reclamando la predetta sovranità,.

Parlo ovviamente di GAE, Guide naturalistiche, Accompagnatori di territorio, e da ultimo gli albergatori trentini.

Oltre a tutto questo un associazionismo spesso arrogante e beffardo, rispetto alle leggi continua a produrre soggetti alternativi, senza che da parte del CONAGAI, ente di tutela della professione, venga portato avanti alcun progetto che contrasti questa dilagante situazione.

Un Osservatorio Nazionale sull’Abusivismo nei confronti delle Professioni di Montagna, potrebbe almeno in parte evidenziare questo stato di cose, considerando anche che professionisti a noi molto vicini, come gli Accompagnatori di media montagna, decisamente screditati nel loro ruolo da queste situazioni ed i Maestri di sci che lamentano una forma di abusivismo molto forte, potrebbero essere coinvolti assieme a figure istituzionali che si interessano di Turismo e quindi vi sono coinvolte anch’esse appieno.

Fare cultura non porta immediati benefici ma dà frutti più tardivi, i quali di solito però rimangono impressi per lungo tempo!

Conclusioni
Le problematiche presentate, che ho avuto modo di apprendere nei rapporti interpersonali con diversi colleghi, sono piuttosto sentite, non sono sicuramente le uniche, ma probabilmente allo stato dei fatti le più urgenti da risolvere.

Di possibili soluzioni probabilmente ve ne sono diverse, ma personalmente vedo un riscontro positivo in tempi non troppo lunghi in una revisione della nostra immagine, sfruttando e non facendoci sfruttare dalle moderne tecnologie.

Un ritorno al futuro è auspicabile per non soccombere in tempi che non prevedo molto lunghi.

Per ritorno al futuro, intendo una figura nuova che sappia essere presente a livello ambientale, acculturata maggiormente visto che i tempi lo richiedono, che non disprezzi o dimentichi il suo passato, ma che al contempo sappia integrarlo e non sostituirlo con il nuovo.

Posted on Lascia un commento

La gabbia tecnologica

La gabbia tecnologica
di Giuseppe Popi Miotti

Ricordo d’aver letto, su La Stampa, un articolo che magnificava la messa a punto di una sorta di “scatola nera” per le attrezzature alpinistiche, tramite la quale si avrebbe un costante monitoraggio dell’usura e quindi del grado di affidabilità dei materiali. Credo sia stata questa notizia a stimolare le considerazioni che leggerete di seguito circa il nostro rapporto con la tecnologia applicata alle attività sportive outdoor, alpinismo ed escursionismo in primo luogo.

GPS
GabbiaTecnologica1-gps60Indiscutibilmente viviamo in una società in cui, pur di stimolare i consumi, tutto è lecito, compreso un certo sottile terrorismo che, se si guarda con attenzione, è percepibile ovunque e a volte raggiunge livelli notevole comicità. Basta accendere la TV per scoprire che non avere i denti bianchi è un problema: occorrerebbero una decina di spazzolini e altrettanti dentifrici. Lo stesso vale per il bucato o le piastrelle di casa che vanno “igienizzati” con inutili prodotti sterminanti e sterilizzanti, pena chissà quali malattie: ma noi stessi siamo cosparsi di miliardi di acari che lasciamo a destra e a sinistra, e che dire dei batteri? L’unica sarebbe una bella bomba atomica.

Sempre di più ci troviamo imprigionati nella gabbia dorata di una finta sicurezza che ci viene paternamente “consigliata” dall’alto, dallo Stato, dalle multinazionali, dalla pubblicità; e sempre più facilmente, per spirito di disciplina o pigrizia mentale, ci facciamo prendere da questa logica, dimenticando che uno degli ingredienti principali della vita è dato proprio dall’incertezza.

Il campo delle attività all’aria aperta non sfugge a queste dinamiche, anzi, proprio perché ha per teatro luoghi al di fuori della rassicurante cerchia della casa o della città, ancor più si presta al gioco. Così, oggi, chi si cimenta con l’ambiente naturale ha a disposizione una notevole scelta di apparati che, per come se ne parla, e per come sono presentati, sono in grado di azzerare o quasi tutti i rischi. Il GPS, l’ARTVA, il telefono cellulare, l’APP del Soccorso alpino che permette di rilevare la tua posizione, e adesso magari la Scatola nera…

Non voglio demonizzare a tutti i costi queste meraviglie tecnologiche di cui riconosco a volte l’utilità, ma avendo avuto la fortuna di fare alpinismo quando ancora non c’era neppure l’elicottero per il soccorso e le previsioni del tempo erano un optional, mi rendo conto che se da un lato abbiamo guadagnato qualcosa in termini di sicurezza, dall’altro abbiamo perso quasi del tutto alcuni degli aspetti più caratterizzanti di questa attività: l’incontro con l’ignoto e quindi con l’avventura e il senso di libertà che deriva dall’essere noi stessi responsabili fino in fondo di ogni nostra azione, di ogni nostro passo. Senza contare che la cieca fiducia in questi strumenti ha fatto venire meno un’altra importante qualità, forse la più importante: la capacità di studiare e valutare il terreno con umiltà, mettendo in conto anche la possibilità di una rinuncia.

Purtroppo, la facile disponibilità dei mezzi tecnologici fa credere a molti che basta averli con sé per potere affrontare imprese anche di un certo impegno, magari superiori alle loro reali capacità. Si tralasciano, quindi, l’allenamento e la consultazione delle carte geografiche (che magari non si sanno neppure orientare), si perde l’abilità di agire in maniera flessibile ed elastica adattandosi all’imprevisto. L’idea diffusa, almeno fra i meno esperti, è che il GPS non può sbagliare, che l’ARTVA ti protegge sempre dal morire sotto una slavina, che col telefonino si è sempre in grado di chiedere aiuto. Ecco il lato oscuro di questi aggeggi: instillano un falso senso di sicurezza che spinge ad andare spesso oltre i propri limiti con conseguenze potenzialmente pericolose. Basta che la batteria si scarichi, che per qualsiasi motivo un urto danneggi l’apparecchio ed ecco che improvvisamente ci si trova soli con la Natura “ostile”, e privati di quei semplici strumenti che sono la saggezza ed il buon senso derivati dall’esperienza.

Gamma di ARTVA
GabbiaTecnologica1-arva
La domanda non facile da farsi è: questi strumenti, come del resto i bivacchi sulle vette delle montagne, hanno migliorato il bilancio degli incidenti in montagna o l’hanno peggiorato? Avere la certezza che sulla vetta troverò un bivacco, credere che con una telefonata mi verranno a prendere o che con l’ARTVA in pochi minuti mi troveranno sotto la slavina, sono considerazioni che subdolamente portano ad osare di più, aumentando inevitabilmente l’esposizione diretta al fattore di rischio: alcuni tragici episodi accaduti negli ultimi anni sembrano avvalorare questa mia ipotesi.

Ad esempio, ho il forte sospetto che il gran numero di incidenti scialpinistici sia dovuto più alla leggerezza con cui, grazie alla predetta finta sicurezza, si affronta la montagna invernale piuttosto che all’aumento degli appassionati. Un tempo lo scialpinismo aveva la “sua” stagione che andava da marzo a maggio, periodo in cui i pendii sono percentualmente più stabili e assestati; oggi questa stagione si è estesa a tutto l’inverno e ormai, dopo un’abbondante nevicata, neppure si prende in considerazione l’antica sapienza di lasciare che per qualche giorno i pendii si consolidino almeno un poco.

Tutto ciò non aumenta la nostra sintonia con gli elementi naturali, ma ci allontana da essi, rendendoci passanti distratti, anziché elementi stessi del contesto in cui ci troviamo; soggetti che non dovrebbero mai perdere quel senso di rispetto e timore che, contrariamente a quanto vorrebbe insegnare una certa informazione, sono una parte non secondaria del piacere di affrontare una gita o un’ascensione.

Lungi dal propugnare teorie radicali e oscurantiste, quanto scritto in questo breve spazio, vorrebbe suggerire un modo diverso di rapportarsi con l’ambiente. Un modo certamente più lento, fatto di silenzio, di partecipazione vera, dove sensibilità, esperienza, intuizione, timore, diventano i nostri strumenti principali e quelli fornitici dalla modernità, tutt’al più degli optional.

Se poi vi sentite disposti a sperimentare fino in fondo questo modo “diverso” e antico di percorrere valli e montagne o altri spazi d’avventura, vi invito a fare una prova. Affrontate una gita che già ben conoscete, magari anche facile e breve, lasciando a casa la “tecnologia”; se d’inverno provate a fare lo stesso, seguendo con ancora maggiore attenzione i ritmi della stagione, gli eventi metereologici, la morfologia del terreno e siate disposti, già a casa, a rinunciare a un’uscita. Una volta in azione vi accorgerete immediatamente che il vostro atteggiamento sarà completamente diverso e un volta tornati, anche l’escursione più banale vi avrà lasciato impressioni fortissime; ricordatevi che raggiungere una cima o la fine di un percorso sono sicuramente elementi di soddisfazione, ma non sono essenziali, perché «il viaggio è la meta».

Invece di affidarci comodamente a falsi idoli, forse dovremmo puntare ad assumere maggiormente la responsabilità delle nostre azioni nella consapevolezza che ogni attività comprende un rischio che non si può azzerare. Conoscere il “dilettevole orrore del camminare sull’orlo dell’abisso”, aiuta invece a gestire il rischio residuo e valutarne l’accettabilità o meno. Ma quel che più inquieta è che, dolcemente, e senza accorgercene, stiamo perdendo la capacità di essere liberi.

L’APP per il soccorso

Gabbia Tecnologica1-georesq