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Terremoti nei Monti Sibillini

Terremoti nei Monti Sibillini
(disastri naturali e disastri innaturali, cioè quelli compiuti dagli uomini)
di Paolo Caruso
(articolo già pubblicato su http://www.metodocaruso.com/uploads/MPA/Articoli/TerremotiNeiMontiSibillini.pdf)

Il giorno 28 agosto 2016 insieme all’amico e istruttore IAMA Paolo Aprile compiamo la perlustrazione della zona ovest del Monte Vettore, da Forca di Presta al Vettoretto e, passando per lo Scoglio dell’Aquila, dal M. Redentore alla Cima di Prato Pulito fino alla Sella delle Ciaule (Rif. Zilioli). La perlustrazione, che ha incluso la salita della parete dello Scoglio dell’Aquila, è avvenuta pochi giorni dopo il terremoto principale che ha distrutto Amatrice, Accumoli, Arquata e gli altri paesi limitrofi. L’obiettivo era quello di verificare la pericolosità della zona ed eventuali crolli delle pareti di roccia.

Crepe del terremoto sul sentiero di Forca di Presta
TerremotiSibillini-01 CREPE DEL TERREMOTO SUL SENTIERO di Forca di Presta

Numerose e notevoli le crepe sul terreno, sia sul sentiero che sui lunghi pendii che portano allo Scoglio dell’Aquila. Sotto la parete, in alcuni punti, le lunghe fratture del terreno larghe fino a 30/40 cm. ricordano le “crepacce terminali” dei ghiacciai, ma la differenza è, appunto, che si tratta di terreno più o meno ghiaioso, non certo di ghiaccio.

Crepa del terremoto alla base dello Scoglio dell’Aquila
TerremotiSibillini05 CREPE DEL TERREMOTO alla base della parete

Ci sono stati alcuni crolli di blocchi dalla parete ma tutte le aree più compatte non hanno subito danni evidenti. In alcuni casi, i detriti hanno raggiunto il ghiaione presente alla base della parete.

La salita è avvenuta per l’itinerario La Cresta delle Fate che, come indica il nome, essendo per lo più una via di cresta, era più protetta considerando le eventuali scariche che potevano essere provocate da altre scosse di terremoto. Alla fine degli anni ’90 avevo individuato questo itinerario che ho poi aperto a più riprese con diversi compagni.

Lo Scoglio dell’Aquila
TerremotiSibillini06 SCOGLIO DELL'AQUILA

I criteri di apertura sono stati quelli generalmente utilizzati dagli alpinisti di esperienza: protezioni naturali (clessidre e spuntoni) e veloci (dadi e friend) là dove possibile, chiodi tradizionali e tasselli a espansione nei tratti non proteggibili in altro modo. D’altronde, questo è lo stile di apertura degli itinerari alpinistici che ho sempre prediletto e che ho seguito fin dagli inizi della mia attività alpinistica, a iniziare dalla via Cavalcare la tigre del 1982 sul Corno Piccolo del Gran Sasso. Si potrebbe riassumere in queste due frasi che mi frullavano in testa fin da ragazzo: la protezione giusta al posto giusto e, come seconda, le protezioni devono avere un ruolo secondario rispetto all’itinerario e all’azione arrampicatoria dell’uomo. In altri termini, l’ingegno, la capacità, l’esperienza dovevano prevalere sugli strumenti. Aprire una via nuova per me è sempre stato paragonabile a tracciare un’opera d’arte, in cui i segni dell’uomo sulla montagna dovevano essere di minor impatto possibile. Non è questione di quantità di vie aperte quanto piuttosto di qualità. Aprire le vie per dare sfogo al proprio narcisismo o alla propria mitomane ricerca di vanagloria mi è sempre sembrata cosa molto misera e degenere. Solo in questo modo, fin dalle prime salite compiute ormai molti anni fa, credevo fosse possibile entrare con rispetto nel mondo della montagna per comprenderne l’essenza. Da questo è nata la via più importante che ho aperto, anzi che sto tutt’ora aprendo, la via che ha portato alla nascita e allo sviluppo del Metodo Caruso… ma questa è un’altra storia.

Sulla Cresta delle Fate allo Scoglio dell’Aquila: Paolo Aprile a metà via dopo il terremoto
TerremotiSibillini08 CRESTA DELLE FATE Paolo Aprile a metà via dopo il terremoto

Il Parco Nazionale dei Monti Sibillini
C’è da considerare che siamo nel Parco Nazionale dei Monti Sibillini, l’area protetta più criticata dalle persone che ci vivono e lavorano (e non solo) che io attualmente conosca. Il suddetto parco, a partire dal 2009, ha manifestato chiare tendenze di avversione verso la nostra disciplina e altre attività tradizionali e “sostenibili”, culminate addirittura in preoccupanti divieti, come quello di accesso al M. Bove, la zona forse più importante dal punto di vista alpinistico dell’intero gruppo. Tutto ciò malgrado il bassissimo numero di presenze alpinistiche e turistiche che caratterizza il Parco. Infatti, se non fosse per i grandi flussi attirati dalle fioriture della Piana di Castelluccio e il turismo richiamato in agosto da altre rare ed eccezionali zone, come il lago di Pilato, il parco sarebbe semi deserto. E non stupisce, visto che per anni le informazioni turistiche e quelle su come fruire l’ambiente sono state carenti, o del tutto assenti, così come il coinvolgimento delle popolazioni locali e dei “portatori di interesse”, in barba alle disposizioni internazionali, come la Convenzione di Aarhus, oltreché nazionali. Ciò non ha impedito al Parco di elargire multe a diversi tipi di frequentatori. Multe a chi camminava con il cane al guinzaglio o anche a chi pubblicava su qualche sito una semplice foto con il cane al guinzaglio (vedi il noto caso di Luigi Nespeca)! Multe ai negozi di generi alimentari che utilizzavano il termine “Parco” per indicare l’origine dei loro prodotti; a chi, in assenza delle aree di sosta, parcheggiava toccando con una ruota un ciuffo d’erba; a chi praticava il volo a vela (attività di vecchia data nella zona) e perfino alle guide alpine mentre esercitavano il loro lavoro, come successo al sottoscritto sul M. Bove.

Insomma, nei Sibillini le attività “compatibili” e tradizionali vengono penalizzate, vietate, multate, abolite, in chiaro contrasto con quanto scritto nella legge Quadro sulle aree protette che, invece, indica chiaramente tra gli obiettivi dei parchi quello di favorire queste attività, e in controtendenza rispetto a quanto accade in altri parchi nazionali di montagna, in Italia e all’estero. Citando testualmente la legge, oltre a salvaguardare la natura, i parchi dovrebbero “applicare metodi di gestione o di restauro ambientale idonei a realizzare un’integrazione tra uomo e ambiente naturale”, favorire e incentivare le attività tradizionali e sostenibili (tra cui indubbiamente figura l’alpinismo), valorizzare le eccellenze del territorio e coinvolgere i portatori di interesse… In altri termini, un Ente parco dovrebbe collaborare con le comunità locali anche per mettere a frutto, in base a criteri di sostenibilità, quelle risorse che permetterebbero di evitare ulteriori e gravi spopolamenti dei paesi che si trovano al suo interno, e non certo perseguire personalistiche e discutibili visioni di tutela della natura, incluse le attività come la caccia, predilette ad esempio dal direttore uscente del Parco… Le aree protette sono nate per cercare di realizzare scopi più nobili che non l’essere un capriccio privato delle solite “caste”.

Cresta delle Fate, primo tratto deturpato. Visibile uno dei tasselli aggiunti
TerremotiSibillini-11 CRESTA DELLE FATE primo tratto deturpato. Visibile 1 dei tasselli aggiunti

Cresta delle Fate, Paolo Caruso in apertura sul primo tratto deturpato. C’era un tassello, ora sono tre
TerremotiSibillini-12 CRESTA DELLE FATE Paolo in apertura sul primo tratto deturpato. C'era 1 tassello,ora sono 3

Di fatto, l’attuale gestione del Parco Nazionale dei Monti Sibillini ha fallito, proprio perché non è stata in grado di “applicare metodi… idonei a realizzare un’integrazione tra uomo e ambiente naturale”. Con i divieti e con le sanzioni si ottiene esattamente il contrario. E le conseguenze sono evidenti e il malcontento generale ha raggiunto livelli che mai nella mia vita ho potuto riscontrare altrove.

La lunghezza nuova (autonoma) trapanata a raffica
TerremotiSibillini-13 La lunhezza nuova autonoma trapanata a raffica

Io non so se questo Parco ha realmente protetto la natura, di sicuro sono stati commessi gravi errori: da quelli che si dice siano avvenuti al momento della cattura e del rilascio dei camosci appenninici nell’ambito del Progetto europeo di introduzione di questa specie nei Monti Sibillini, agli “ecomostri” (vedi il nuovo rifugio-caserma costruito a Frontignano – Saliere); dalla musica da discoteca a tutto volume che riecheggia (nonostante i divieti…) perfino sotto le pendici del M. Bicco (vicino alla zona vietata del M. Bove), all’erosione provocata dal bike park di Frontignano, ai mezzi motorizzati utilizzati durante la realizzazione e l’accudimento dei cavalli nel discusso Progetto di Conservazione delle Praterie Altomontane.

Il denaro pubblico va speso per cose importanti, ovvero utili e positive per la collettività. Un ente pubblico che non lavora per il bene comune fallisce il suo compito e sperpera risorse che potrebbero essere utilizzate per risolvere i tanti problemi di questo Paese, non ultimi quelli causati dai terremoti.

L’alpinismo nei Monti Sibillini, tra divieti “anacronistici” e strampalati
Veniamo ora a quanto accaduto sulla parete dello Scoglio dell’Aquila. Il 17 luglio scorso vidi una corda fissa proprio sulla parte alta della parete. Mi domandai allora: chissà a cosa serve, considerando pure che il regolamento del Parco dei Sibillini vieta anche l’uso delle corde fisse?

Si rende qui necessaria ancora un’ultima considerazione: a parte le discriminazioni nei confronti degli alpinisti sancite dal DD. 384/ 2014 che è stato pubblicato all’Albo Pretorio, lo stesso Ente ha recentemente vietato l’apertura di nuovi itinerari alpinistici e perfino di “forare” la roccia, sia a mano sia con l’utilizzo del trapano (a motore o a batteria per loro è uguale). Ma non solo: è anche vietato collocare tasselli a espansione ovunque, perfino nelle sporadiche falesie esistenti all’interno dell’area protetta, così come sistemare o sostituire le soste. Dato che c’è in zona un individuo più o meno noto che schioda soste e spit (ma non quando sono indispensabili a lui…) sembrerebbe esserci un nesso tra il divieto di rinnovare e ripristinare le soste e la schiodatura sistematica delle vie…

Allo stesso tempo, è importante avere ben chiaro che questo regolamento del Parco potrebbe creare dei problemi seri, proprio per il fatto che si vieta di risistemare le soste perfino dove il “noto” schiodatore ha tolto le soste già esistenti. Potrebbe essere molto pericoloso per gli alpinisti e potrebbe anche aumentare il rischio di impatto ambientale a causa dei più probabili interventi dell’elicottero e del soccorso. Se ciò avverrà, la RESPONSABILITA’ non potrà che essere innanzitutto dell’Ente parco, poi del Collegio delle Guide marchigiane, in quanto questo regolamento il Parco lo ha partorito di concerto con detto Collegio (!), e infine del “furbo” schiodatore… Qualora succedesse qualcosa di grave (come già stava per accadere a una cordata di Foligno messa in difficoltà da una di quelle soste schiodate) le persone coinvolte potranno far valere i propri diritti.

A questo proposito è degno di nota anche il fatto che nei Monti Sibillini, a eccezione di una quindicina di itinerari aperti dal sottoscritto con vari compagni precedentemente al divieto, e qualche altra sporadica iniziativa di terze persone, la storia dell’alpinismo è praticamente ferma agli anni ’80! Non siamo certo al Gran Sasso in cui, invece, proprio a iniziare da quegli anni si è avuto un grandissimo sviluppo dell’alpinismo che ha dato luogo a esagerazioni evidenti, un vero pullulare di vie e varianti ovunque che generano ragnatele incomprensibili di itinerari. Per questo, qualcuno ha definito il Gran Sasso la falesia d’alta quota peggio chiodata d’Italia. Volendo attenersi a sani principi di salvaguardia della natura, a un certo momento della storia alpinistica di questa montagna, certamente avrebbe avuto senso vietare l’apertura di ulteriori itinerari, di varianti e viuzze. Ma nei Sibillini no. Qui l’alpinismo è quasi morto e la presenza di alpinisti è meno di 1/10 di quella del Gran Sasso! Qual è, dunque, il reale scopo dei gestori del Parco?

Chissà che non si voglia eliminare proprio coloro che si preoccupano realmente della tutela delle nostre montagne così poi, magari, si potrebbero attuare alcune idee malsane, come quelle relative all’eolico, al fine di incassare altri soldi, sacrificando proprio quella natura che sta più a cuore a quelli come noi piuttosto che non a quelli che siedono dietro la scrivania…

Cresta delle Fate, Paolo Caruso in apertura sul secondo tratto deturpato: un tassello nel tratto chiave
TerremotiSibillini-14 CRESTA DELLE FATE Paolo in apertura sul secondo tratto deturpato. 1 tassello nel tratto chiave

Bene, dopo ore e ore passate a cercare di interpretare una confusionaria pagina web nel sito del parco che sembra fatta apposta per mettere in difficoltà i cittadini (altro che trasparenza!), rimbalzando da un documento all’altro con allegati che non si aprono o non si leggono per i caratteri in miniatura, senza mai avere la certezza di aver ben compreso il senso di quanto si legge, deduciamo che anche sullo Scoglio dell’Aquila non si possono più aprire vie, ripristinare soste e utilizzare qualsiasi tipo di tassello a espansione. E’ assurdo ma questo è… Evidentemente si ignora anche che i chiodi tradizionali possono creare più danni dei chiodi a espansione, soprattutto quando questi ultimi vengono utilizzati oculatamente, e pertanto evidentemente lo ignorano anche i rappresentanti del Collegio regionale delle guide marchigiane essendo, di fatto, gli unici interlocutori dell’Ente o, quantomeno, i responsabili tecnici del regolamento in questione. Da considerare il fatto che un regolamento simile non è mai stato applicato prima in nessun altro parco degli Appennini e delle Alpi (e probabilmente neanche all’estero!) e quindi neanche al Gran Sasso, dove la situazione è quella descritta sopra. Nei Sibillini l’Ente parco dovrebbe, al contrario, preoccuparsi di promuoverlo, l’alpinismo, anche favorendo una formazione e una cultura adeguate. Ci dovremmo poi chiedere come sia possibile che un Collegio delle guide (quindi dei professionisti della montagna) possa anche solo sognarselo un simile regolamento; sarebbe interessante conoscere le referenze alpinistiche che sono alla base di queste assurdità… ma anche questa è un’altra storia…

Via nuova stile falesia: tasselli a espansione a raffica, niente protezioni naturali e veloci e, dulcis in fundo, aggiunta di altri tasselli a espansione (con relative perforazioni) dove detta via interseca un itinerario già esistente
Nella zona dove nel mese di luglio avevamo visto la corda fissa, durante la salita del 28 agosto mi accorgo dapprima che sono stati aggiunti 2 tasselli ad espansione in un tiro della Cresta delle Fate che era stato aperto con 1 solo tassello (oltre a 1 chiodo, 1 clessidra e un paio di friends). In pratica ora ci sono 3 “spit” invece di uno solo. Andiamo avanti. Arrivo in sosta e noto che sulla sinistra è stato aperto un tiro di corda di 30 metri circa con uso sistematico di tasselli a espansione, collocati a goccia d’acqua, stile falesia: nel tiro ce ne sono circa 13 oltre ai 4 di sosta (2 alla base e 2 sopra). Continuiamo. Arriviamo alla sosta sul terrazzo erboso ove è presente una clessidra e perfino una fessura che accetta bene le protezioni veloci (dadi e friend): altro “spit” vicino alla clessidra (!). Poi guardiamo il tiro successivo che era stato aperto con 1 “spit” e 1 chiodo, bene… sono stati aggiunti altri 2 tasselli a espansione oltre a 2 di sosta. Il chiodo è sparito. In pratica, in un tratto di circa 20 metri, ora ci sono 4 “spit” oltre ai 2 di sosta, mentre prima ce n’era 1 solo… Niente male considerando che l’Ente Parco ha introdotto un regolamento che vieta la perforazione della roccia e perfino l’apertura di nuove vie!

Questa via nuova basata sull’uso, anzi sull’abuso, dei tasselli a espansione, perfino deturpando una via esistente, in evidente violazione non solo del regolamento del Parco, ma di qualsiasi regola alpinistica di buon senso, è chiaramente un atto deplorevole o forse provocatorio che fa riflettere molto.

Cresta delle Fate, secondo tratto deturpato. Tre tasselli aggiunti + due di sosta
TerremotiSibillini-16 CRESTA DELLE FATE secondo tratto deturpato. 3 tasselli aggiunti + 2 di sosta

Cresta delle Fate, Paolo Aprile sale il secondo tratto deturpato seza curarsi dei tasselli aggiunti e inutili
TerremotiSibillini-17 CRESTA DELLE FATE Paolo Aprile sale il secondo tratto deturpato seza curarsi dei tasselli aggiunti e inuti

Quanto accaduto è un’ulteriore conferma del fallimento di una gestione del territorio basata sui divieti. E’ noto che ai regolamenti assurdi e dittatoriali, alle vere e proprie repressioni, alle esagerazioni e ai radicalismi di qualsiasi natura non può che generarsi un’estremistica reazione contraria. Anche di questo è e sarà responsabile l’Ente parco. Si potrebbe anche pensare che questo stesso Ente consenta, quantomeno indirettamente, scempi come quello inerente questa via nuova, dato che non risulta che siano stati ancora presi provvedimenti di alcun tipo. Di contro, invece, si vieta l’apertura di nuove vie alpinistiche “regolari” e si sanzionano le guide alpine mentre esercitano il loro legittimo mestiere…

Ho sempre creduto che aprire un itinerario fosse un’arte basata sull’equilibrio tra logicità del percorso, rispetto dell’ambiente naturale e della roccia e, come già detto, dell’utilizzo della protezione giusta al posto giusto, della bellezza, dell’intelligenza, dell’esperienza , di ciò che è naturale e del rispetto…

Ma giungere a deturpare tutto con violenza senza, appunto, il minimo rispetto di ciò che esiste già, credo sia la massima espressione di un atteggiamento ignorante, mitomane, arrogante, egoistico, distruttore, una dimostrazione di completa ottusità e incapacità.

Non critico neanche l’apertura delle vie dall’alto in montagna col trapano, come ritengo sia stato fatto, ma per chi non ha le capacità e le competenze specifiche, sarebbe opportuno rimanere nelle sale indoor. Per me è il risultato che conta, e il risultato è una bella via protetta in modo giusto, rispettando la linea e la roccia, ma anche i criteri dell’alpinismo, incluse le protezioni naturali e veloci. Sono contento di percorrere vie aperte da altri quando queste sono belle e ben fatte. Se l’apritore si cala dall’alto, come sembra sia avvenuto in questo caso, è un suo problema, a me non tocca minimamente anche perché l’apritore può influire sulle ripetizioni solo quando la via è stata aperta male. Se invece la via viene aperta correttamente, l’apritore non ha fatto violenza, ha lasciato “emergere” l’itinerario che madre natura ha “disegnato”. Questa allora diventa una bella via. La montagna è un bene comune, non certo privato o del primo strampalato scalatore che chioda in montagna a sua misura o come se fosse in falesia, perfino sopra le vie già aperte, non curandosi neanche dei regolamenti. E dire che personalmente sono sempre pronto a rimettere le mani sulle vie che ho tracciato quando c’è qualcosa che non va. Ad esempio, talvolta ho aggiunto alcune protezioni su vie che ho aperto quando queste risultavano particolarmente sprotette, cosa che di tanto in tanto mi capita di fare in apertura. Molti anni fa credevo anch’io, come oggi tanti ancora credono, che le vie dovessero essere lasciate come le aveva aperte il primo salitore. Ma con le nuove conoscenze e grazie anche all’esperienza, ho capito che questo proprio non è vero. Infatti, non ritengo giusto “costringere” i ripetitori a salire una via troppo sprotetta, o al contrario troppo protetta, o illogica e forzata, proprio perché trattasi di un bene pubblico, non privato: tutti dovrebbero avere il diritto di vivere un luogo pubblico mantenuto il più possibile in modo corretto, senza esagerazioni soggettive. Le vie, quindi, dovrebbero essere aperte bene e il concetto del bene è collegato al giusto. Alcuni penseranno che non è certo facile capire cosa è bene e cosa è giusto, anche perché talvolta si sbaglia, errare humanum est soprattutto per chi invece di fare solo chiacchiere passa all’azione…

Paolo Caruso in riflessione
TerremotiSibillini-19 Paolo in riflessione

Ma ciò che conta è l’impegno che si mette per capire e per migliorare, anno dopo anno. Certamente non è accettabile che qualcuno privo della capacità necessaria, ma anche della cultura necessaria, trapani a distanze ravvicinate, stile falesia, tratti di itinerari alpinistici già esistenti e soprattutto già tracciati con i criteri descritti sopra. Non credo che occorra essere dei geni per capire che la montagna non è la falesia e che pertanto sia qui opportuno rispettare l’essenza dell’alpinismo e la logicità del percorso. Questi episodi costituiscono aberrazioni pericolose che vanno emarginate e bloccate. Agli estremismi e alle astrusità dei regolamenti corrispondono altrettanti estremismi e astrusità. Al posto dell’equilibrio e dell’armonia degli opposti, si passa da un estremo squilibrio a un altro estremo squilibrio… l’antitesi della saggezza occidentale e orientale messe insieme, oltre che dei principi dell’arrampicata, senza neanche bisogno di scomodare quelli che in prima persona mi impegno a portare avanti…

Sono convinto che l’unica via di uscita consista nel mandare a casa, o all’estero, o altrove, entrambe le tipologie di estremisti e allo stesso tempo sviluppare i valori dell’”equilibrio” e del giusto. Tutto diventerebbe più semplice, facile e saggiamente “normale”; non servirebbero neanche tutte le ingenti risorse impiegate per tenere in piedi baracconi all’italiana e l’armonia sostituirebbe poco a poco il malcontento e la miseria umana.

Non si conoscono al momento gli autori del fatto ma li invito, qualora leggessero queste riflessioni, a tornare sul luogo e a ripristinare la roccia così com’era prima, quantomeno nei tratti in cui si sono sovrapposti alle vie già esistenti. Vedremo poi se l’Ente parco farà finta di nulla su quanto è accaduto, ormai sempre più di pubblico dominio…

Ultima riflessione
Mentre scrivo dell’incompetenza, dell’arroganza e della violenza fatta da chi ha compiuto quel… diciamo, “capolavoro” sullo Scoglio dell’Aquila, mi chiedo che senso abbia dare importanza a un simile fatto avvenuto su una parete rocciosa in certi drammatici momenti. Mi vengono in mente i paesi di Arquata e di Amatrice come li ho visti le innumerevoli volte che sono passato lì. Rivivo la sensazione del terremoto, della terra che viene meno, vedo le crepe nelle nostre case, rivivo l’esperienza dell’incendio della mia casa, che pochi per fortuna conoscono… la natura talvolta è dura, forse anche crudele… Ma che dire dell’uomo? Hanno più colpa il terremoto e l’incendio o gli umani che con il beneplacito delle “caste” costruiscono male o “inciuciano” sulla pelle delle persone? E che non si occupano correttamente della prevenzione? E neanche di risolvere definitivamente i problemi causati dai precedenti disastri?

Il pensiero vola ora più lontano. Ricordo le famose e inesistenti armi di distruzione di massa: fu la scusa che avrebbe dovuto nascondere i vergognosi giochi di potere per i quali sono stati distrutti interi Stati e massacrati milioni di persone, con il consenso e l’ignavia dei molti, principale causa per cui quei Poteri, vero cancro del mondo, hanno la meglio (per ora…). Ricordo anche la Libia, la Siria e le responsabilità di coloro che hanno inventato l’ISIS, armandolo e addestrandolo… ma poi la lista diventa troppo lunga e lo sconforto potrebbe prendere il sopravvento… Non ho dubbi. L’uomo è mille e mille volte più pericoloso e dannoso della natura. Bisogna allora fare il possibile per bloccarla, questa IGNAVIA…

Per questo è importante qualsiasi tipo di impegno teso a scardinare la mentalità e l’ignoranza di questo genere di estremismi. La fiducia nelle Istituzioni è alla base dei valori più importanti che abbiamo: quelli che vengono chiamati “democratici”. Fare finta di nulla e continuare a vivere accettando il fallimento delle Istituzioni equivale a rinunciare alla libertà e alla giustizia: il fallimento totale della vita. E scalare le montagne diventa piccolissima cosa, forse attività di poco conto, se non serve anche a comprendere l’importanza di ciò che è in gioco. Intuisco sempre meglio che il fine ultimo dell’alpinismo dovrebbe forse essere l’acquisizione di una maggiore consapevolezza. E’ troppo limitante ricondurre il senso di ciò che facciamo alla narcisistica esigenza di affermare il proprio ego a qualsiasi costo… La ricerca interiore non può che andare di pari passo con l’acquisizione di consapevolezza. E se l’alpinismo non serve a questo fine… ha fallito come ha fallito l’Ente Parco… La comunità degli alpinisti, se mai è esistita, è nulla, inesistente. Questa è la reale “morte” dell’alpinismo. Ma forse, alla fine, è meglio così…

Gli uomini più consapevoli, i pochi rimasti, devono giocare la loro parte, hanno il dovere di fare chiarezza, devono impegnarsi per far crollare, come nel terremoto, tutto ciò che non va e che genera i veri danni alla terra, alla natura e all’umanità.

Camosci Appenninici sotto la Cima di Prato Pulito: lontani dalla zona interdetta all’uomo e contenti di vederci dopo il terremoto
TerremotiSibillini-20 CAMOSCI sotto la Cima di Prato Pulito lontani dalla zona interdetta contenti di vederci dopo il terremoto

Breve aggiornamento sugli ultimi avvenimenti inerenti la “questione” Parco Nazionale dei Monti Sibillini
Le molte vicende e contraddizioni relative all’Ente Parco sono state ampiamente trattate in numerosi articoli all’interno del sito http://www.banff.it/category/gogna-blog/.

Questi i link relativi ad alcuni articoli:
http://www.banff.it/numero-chiuso-nel-parco-dei-sibillini/
http://www.banff.it/monti-sibillini-lettera-aperta-chi-e-nemico-della-natura/
http://www.banff.it/la-lunga-notte-dei-sibillini-1/
http://www.banff.it/la-lunga-notte-dei-sibillini-2/
http://www.banff.it/la-lunga-notte-dei-sibillini-3/
http://www.banff.it/monti-sibillini-una-possibile-alba-1/
http://www.banff.it/monti-sibillini-quando-tornera-il-sereno/4

Come è noto il sottoscritto è stato sanzionato per aver svolto il lavoro di Guida Alpina a divieto decaduto, secondo quanto affermato dall’Ente Parco in una riunione pubblica, e dopo aver fatto regolare richiesta come previsto dallo stesso Ente (!).

Inoltre, il divieto riguardava la zona del M. Bove, area in cui si svolge il discusso “Progetto di Conservazione delle Praterie Altomontane”, menzionato in precedenza. Per realizzare questo progetto, che si svolge proprio presso l’area interdetta del M. Bove, sono stati utilizzati mezzi motorizzati per accudire alcuni poveri cavalli che sono costretti dentro recinti elettrificati, senza riparo e acqua corrente, a mangiare il “falasco” (un’erbaccia coriacea che potrebbe essere falciata da qualche disoccupato con una spesa pari alla metà, della metà, della metà…dei fondi che il parco spende per questo “progetto”).

Ebbene, nel tentativo di svicolare dalle contraddizioni, il Parco nega perfino l’evidenza: il direttore uscente ha scritto al Ministero che quei cavalli NON sono stati accuditi con mezzi motorizzati: GENIALE! Peccato, però, che oltre a decine di prove testimoniali, fotografiche e filmate, esiste un documento del Corpo Forestale dello Stato in cui si conferma, di fatto, che per fini produttivi è lecito utilizzare i mezzi motorizzati addirittura al di fuori delle sedi stradali… Già, abbiamo capito bene: noi a piedi non possiamo andare dove invece, per gli interessi del parco, i mezzi motorizzati scorrazzano quotidianamente per alcuni mesi all’anno… Ovviamente ho chiesto delucidazioni al Ministero competente: sto ancora aspettando di ricevere una risposta per sapere se è lecito discriminare alcuni fini produttivi, come quelli inerenti l’attività di Guida Alpina, considerando inoltre che in questo caso si va a piedi e non si provoca alcun impatto acustico o ambientale dovuto ai motori…

Anche per quanto riguarda le discriminazioni nei confronti degli alpinisti sancite dal DD. 384/ 2014, quello pubblicato all’Albo Pretorio, in cui si fa divieto agli alpinisti di percorrere determinati sentieri, ho chiesto chiarimenti al Ministero preposto: ancora sono in attesa di una risposta.

Il bello è che lo stesso DD. 384/2014 originale, proprio quello pubblicato all’Albo Pretorio, ora è divenuto introvabile nel sito del parco ed è stato sostituito, stranamente e forse irregolarmente, da un’altra versione. Sempre più GENIALE…! Quindi, dapprima è stato imposto e sostenuto un documento assurdo e discriminatorio ma, quando l’Ente Parco si è trovato alle strette, miracolosamente è sparito il documento ufficiale e lo si è sostituito con un altro posticcio.

Logicamente sono anche in mio possesso i documenti in cui, a seguito delle richieste di chiarimenti, l’Ente Parco mi risponde intimandomi di rispettare pedissequamente le norme sancite proprio dal DD 384/2014 originario (!).

Non so se tutto ciò sia lecito ma, stando alle normative, sembrerebbe che ci siano diverse “cosucce” irregolari (!). E se è vero che non siamo in dittatura, prima o poi qualcuno dovrà fornire le necessarie risposte…

Da pochi giorni è arrivato il nuovo Direttore del parco in questione che sostituisce Franco Perco: Carlo Bifulco. Le premesse ci lasciano perplessi, se è vero quanto emerge dai seguenti link:
http://www.irpinianews.it/inchiesta-parco-nazionale-vesuvio-il-direttore-si-e-costituito/
http://qn.quotidiano.net/2007/06/12/17431-truffe_parco_vesuvio.shtml
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2007/06/13/parco-vesuvio-la-grande-truffa.html.

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Testimonianze

Testimonianza 1 (Ines Millesimi, Docente Storia dell’Arte presso Liceo Artistico “A. Calcagnadoro”)
Ieri sono salita ad Amatrice, posti di blocco, strade interrotte pericolose franate e impraticabili. Un pezzo di strada fatta in moto con un soccorritore del CNSAS Stazione di Rieti, Paolo. E’ di Amatrice, un borgo tra le montagne che ha una piccola attivissima sezione CAI. Poi siamo arrivati nella zona verde percorrendo il sentiero, con scarponi, zaino e casco. La Zona rossa era impraticabile e pericolosissima dopo le recenti scosse. Mi sembrava una guerra, un paese meraviglioso devastato, con pezzi di muri in bilico e tracce di vita pulsante a terra tra le macerie: il cestino della scuola, banchi, la campana del tetto dell’istituto comprensivo. Mobili di soggiorno appesi perché le pareti dei condomini erano tutte giù. In tv non si può comprendere questa furia devastante…

La scuola elementre di Amatrice, ristrutturata nel 2012 “in modo antisismico”. Peccato che hanno fatto cordoli di cemento solo sul tetto. Pesantissimo. Foto: Ines Millesimi
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L’Ufficio Scolastico Provinciale farà di tutto per consentire ai piccoli amatriciani l’inizio delle lezioni, previste per il 12 settembre. “Si vuole garantire ai piccoli tutto quello che serve, compatibilmente con le problematiche della comunità locale. Alcuni vogliono assolutamente rimanere, altri preferiscono andarsene”.

La stampa internazionale era tutta lì, i giornalisti spagnoli mi chiedevano come era possibile nel 2016 questa devastazione, con gli edifici pubblici che avevano avuto recenti ristrutturazioni secondo le norme antisismiche.
267 morti accertati fino ad ora, 49 ad Arquata, 207 Amatrice, 11 Accumoli… ancora tanti dispersi… la comunità di Amatrice si conta, intere famiglie sono state polverizzate.

La campana che era sopra alla scuola. In bronzo con fascio littorio, 1930. Foto: Ines Millesimi
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Il Sindaco di Amatrice dice che Amatrice è ormai da radere al suolo completamente. Il centro storico pieno di chiese, un borgo noto a tutti, è impossibile da restaurare….
Un paese che viveva di turismo, di prodotti di eccellenza gastronomica, pastorizia, la famosa amatriciana. Questo weekend ci sarebbe stata la sagra, ecco perché c’era tantissima gente, anche molti villeggianti da fuori.
I monti della Laga sono bellissimi, sono Parco. Frequentati da tutti noi, d’estate e d’inverno. Nel 2015 si era appena inaugurato l’Orto botanico sperimentale dei Monti della Laga e lo dirigeva Andrea, socio del CAI Amatrice che si è speso per la tutela ambiente montano, 29 anni, laurea alla Tuscia. Morto sotto le macerie.

Il problema è la logistica, in particolare l’identificazione delle vittime, le procedure non sono immediate.

Ines Millesimi
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Grande solidarietà nella macchina dei soccorsi, dei generi di prima necessità. Ora però serve raccogliere fondi per ricostruire questo paese. Non come è stato fatto a l’Aquila, ma come è stato fatto a Norcia! Non vogliamo ripetere gli scandali de L’Aquila. Il presidente del CAI di Amatrice individuerà con noi i microbiettivi e i progetti su cui intervenire, controlleremo ogni centesimo e per trasparenza pubblicheremo quello che faremo e quanto abbiamo speso. Ora pensiamo a sensibilizzare per la raccolta fondi e a stilare la lista dei volontari per dare una mano nei campi di accoglienza.
Un grazie a tutti i soccorritori. E al CNSAS della Stazione di Rieti i primi alle 4 di mattina a raggiungere Amatrice e le zone terremotate il 24 agosto. Un grazie agli elicotteristi del Corpo Forestale dello Stato che hanno base a Rieti. Un grazie a chi vuole aiutare le nostre terre montane

E’ stato un duro colpo inferto a borghi di montagna che vivono di turismo, pastorizia e gastronomia. Al di là di quello che ha detto a caldo il Sindaco, qui però c’è una forte volontà di ricostruire il paese, per questo è importante contribuire alle raccolte fondi.

Nota (NdR). Tra le varie iniziative di raccolta fondi ricordiamo quella attivata ieri dal CAI centrale:
Conto corrente “IL CAI PER IL SISMA DELL’ITALIA CENTRALE (LAZIO, MARCHE E UMBRIA)”
Banca Popolare di Sondrio – Agenzia Milano 21
IBAN IT06D0569601620000010373X15

Marco Tiberti
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Testimonianza 2 (Marco Tiberti, “Salve, da 25 anni mi occupo di tutelare l’ambiente e la difesa dei consumatori, subendo per questo anche aggressioni e minacce di morte. Sono ancora qui”)
Ore 0.30 del 26 agosto 2013
Alle ore 18 siamo partiti da Cittaducale con i beni di prima necessità verso il centro di deposito e smistamento di Cittareale.
Scaricato il furgone e le vetture mi sono messo a disposizione del Sindaco di Cittareale… il quale mi ha confermato esserci una carenza di farmaci ad Amatrice e frazioni.

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Mi sono reso disponibile per portare l’intero carico a destinazione presso il centro sanitario allestito a pochi metri dalla Città di Amatrice.

Con il permesso del Prefetto per intercessione del Sindaco di Cittareale mi sono recato ad Amatrice superando numerosi posti di blocco. Con me due volontari di Formello.

Giunto lì la polizia di Stato mi ha bloccato per una frana sulla strada poi mi ha fatto proseguire con una colonna dei vigili del fuoco per strada alternativa.

L’ultima salita prima delle case è stato come camminare nel vuoto… La strada ad una stretta carreggiata, l’altra crollata.
Dopo 8 km girando intorno alla città di Amatrice tra paesi in rovina… quando stavamo per giungere a destinazione è crollato un campanile sulla strada.

Arriva un mezzo dei carabinieri comandato da un funzionario: informatolo che trasportavo farmaci mi ha detto con estrema gentilezza di seguirlo. Direzione e unico “accesso” il centro storico di Amatrice.

Ultimo posto di blocco dove non hanno accesso neppure le televisioni e con la mia panda 4X4 mi sono ritrovato nel corso principale di quello che un tempo fu Amatrice.

Un cimitero. Montagne di calcinacci sulla strada. Fari su una ruspa e nuvole di polvere.
Le pareti intorno pareva stessero per cadere da un momento all’altro… un’esperienza allucinante!
Mentre il mezzo cingolato che vedete in foto cercava 3 persone sepolte sotto le macerie in una irreale atmosfera di rovine, crepe e silenzi sepolcrali… ho chiesto al tenente colonnello dei carabinieri come proseguire per raggiungere il campo che era oltre il corso principale.

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Sono necessari dei caschi per proseguire… se vuole ve li faccio fornire dai vigili del fuoco che abbiamo chiamato per radio… oppure se ci fa la lista dettagliata dei farmaci e a chi dobbiamo consegnarli sarà mia personale premura portare a termine la sua encomiabile azione”.

Passati i farmaci sul furgone dei carabinieri e sbrigate le ultime formalità. Una stretta di mano di quelle importanti e nella notte tra rovine e pianti dentro l’anima ho risuperato a ritroso ogni posto di blocco e sono tornato al campo base di Cittareale e dopo gli ultimi coordinamenti a casa.

SERVONO TENDE, FARMACI E VOLONTARI. INDUMENTI “NUOVI”, ANCHE INTIMO. I BAMBINI SONO POCHI… NON INVIATE GIOCHI PER BAMBINI. PSICOLOGI E DOTTORI.

Il duomo di Amatrice
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Ore 8 del 26 agosto 2016
Questa mattina Giuseppe Amici della protezione civile mi ha comunicato che stanno portando un gruppo elettrogeno da 40 kw e mezzi movimento terra a Scai (una della 71 frazioni di Amatrice).
Serviranno certamente stufe per scaldare le tende (non attrezzate), freezer per conservare alimenti deperibili e piccoli frigoriferi per taluni farmaci.
Se avete stufe non grandi e adatte per tende potete spedirle al nostro punto di raccolta di Cittaducale in Via Trento, 02015 Cittaducale.
Per il resto potete contattarmi al 339-7714893.
Oppure chiamate il seguente numero della protezione civile nazionale: 800 840 840.

Testimonianza 3 (www.msn.com/it-it)
La terra continua a tremare dopo il sisma che ha colpito tra Marche e Lazio nella notte tra martedì e mercoledì 25 agosto e che ha praticamente raso al suolo Amatrice e Accumoli (in provincia di Rieti) e Arquata del Tronto (in provincia di Ascoli Piceno). Un nuova forte scossa di magnitudo 4.8 si è verificata alle 6.28 ad Amatrice. Secondo le rilevazioni dell’Istituto nazionale di geofisica (Ingv), nel quarto d’ora successivo nella zona sono state registrate altre 8 scosse, da 2.0 a 2.8 di magnitudo.

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Lo sciame sismico 
Lo sciame sismico non si è mai fermato dopo la prima scossa del sesto grado che ha sgretolato case ed edifici. Sono state 928 le scosse registrate dopo quella delle 3.36 del 24 agosto. Solo dalla mezzanotte sono state 50. In particolare, particolarmente forti sono stati gli episodi registrati all’1,49 di magnitudo 3,6, alle 2,04 magnitudo 3.8, alle 6,08 e 6,21 magnitudo 3.o, fino a quella molto potente di magnitudo 4.8 delle 6,28. E anche questa nuova forte scossa, come era accaduto anche giovedì, ha causato nuovi crolli ad Amatrice negli edifici già colpiti dal sisma. I crolli non hanno coinvolto le squadre dei vigili del fuoco che sono al lavoro in due luoghi distinti di corso Roma: l’Hotel Roma, da dove in serata è stata estratta una vittima, e una casa privata.
Il bilancio delle vittime
Continua incessante l’attività dei soccorritori, per cercare eventuali superstiti e dare assistenza agli sfollati che hanno trascorso la notte nelle tendopoli attrezzate nella zona. Il bilancio delle vittime, ancora provvisorio, è di 268 morti e 387 feriti: nel dettaglio, le vittime sono state finora 49 ad Arquata del Tronto (comprendente anche la frazione di Pescara del Tronto), 208 ad Amatrice (comprendente le vittime finora recuperate nei crolli nelle numerose frazioni) e 11 ad Accumoli. Moltissime anche le persone salvate: sono 238 le persone estratte vive dalle macerie, 215 salvati dai Vigili del Fuoco e 23 tratti in salvo dal Soccorso Alpino. Sono state assistite oltre 1200 persone nei campi e nelle strutture tra Lazio, Marche e Umbria della Protezione Civile.

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La seconda notte degli sfollati
I nuovi movimenti della terra hanno reso angosciosa la seconda notte nelle tendopoli delle centinaia di sfollati, in aggiunta alla temperatura scesa a 8-10 gradi. Sono 2.100 – a fronte di una disponibilità di 3.500 posti letto – il numero di persone che hanno trovato alloggio nelle tende allestite dalla Protezione civile e dai volontari nelle zone terremotate di Lazio e Marche. Il loro numero è cresciuto sensibilmente rispetto alla prima notte. Vanno poi aggiunte le 600 persone che hanno trovato riparo nelle tende allestite in Umbria, in particolare nella zona di Norcia dove il terremoto non ha causato vittime e danni sensibili alle abitazioni ma qui la popolazione continua ad avere paura di eventuali scosse (come poi in effetti ci sono state) e quindi almeno nelle prime notti successive al devastante terremoto preferisce dormire fuori casa.
Blocco delle tasse nelle zone colpite
Intanto il consiglio dei ministri ha deliberato lo stato di emergenza e lo stanziamento dei primi 50 milioni di euro per l’emergenza. Il premier Matteo Renzi ha anche annunciato il «blocco delle tasse» nelle zone colpite dal sisma. L’Abi invita le banche a sospendere le rate dei mutui delle case danneggiate. L’Ania ha chiesto alle compagnie assicurative di prorogare il pagamento dei premi. Groupama l’ha già comunicato. Blocco delle tasse nelle zone colpite

Testimonianza 4 (Paola Romanucci, presidente CAI Ascoli Piceno)
La sezione di Ascoli Piceno sta raccogliendo fondi a sostegno delle popolazioni duramente colpite dal sisma. Li useremo per acquistare il materiale che ci sarà indicato dagli amici della Sezione Cai di Amatrice e del Comune di Arquata del Tronto, così da rendere il nostro aiuto più utile e concreto possibile.

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Se volete contribuire a questa filiera corta della solidarietà con la gente delle nostre montagne, potete farlo versando la somma che preferite sul seguente IBAN della Sezione CAI di Ascoli:
IT17N0605513500000000011453 (Nuova Banca delle Marche), avendo cura di specificare la causale “SISMA 24 AGOSTO”.
La nostra raccolta, ovviamente, si affianca e non si sovrappone a quella avviata dal Cai nazionale a sostegno dei territori distrutti dal sisma (raccolta di fondi sul CC “IL CAI PER IL SISMA DELL’ITALIA CENTRALE (LAZIO, MARCHE E UMBRIA)” Banca Popolare di Sondrio – Agenzia Milano 21, IBAN IT06D0569601620000010373X15.
Grazie per la vostra preziosa solidarietà, faremo in modo che arrivi.

Testimonianza 5 (Alessandro Gambino, ideatore della petizione su Change.org: Donare il jackpot del Superenalotto ai terremotati)
La mia idea nasce da un pensiero avuto davanti allo schermo del televisore, quando mi sono reso conto della tragedia immane che ha stravolto il Centro Italia. Un terremoto terribile, che a oggi, secondo le stime aggiornate, ha fatto più di 240 vittime. Mi sono chiesto: perché non devolvere il jackpot attuale del Superenalotto che supera i 130 milioni di euro, o almeno in parte?

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Quando ho lanciato questa petizione sapevo che noi italiani siamo un popolo meraviglioso, capace di rialzarsi nei momenti più drammatici, e disposti a rinunciare a parte del nostro reddito per solidarietà; e se noi siamo capaci di stringere la cinghia per poter aiutare gli altri, quale occasione migliore quella di devolvere un intero montepremi nazionale del principale gioco italiano, il Superenalotto, ai terremotati del centro Italia?

L’occasione è doppia, poiché le mancate vittorie delle edizioni precedenti ad oggi hanno creato un montepremi davvero elevato, che comporterebbe, oltre agli aiuti già previsti e quelli solidali, un aiuto concreto alle popolazioni che hanno perso tutto nella drammatica notte del 24 agosto.

Inoltre, sarebbe un ulteriore messaggio della nazione ai propri concittadini in quanto l’altruismo che ci ha sempre contraddistinti nel mondo, viene ulteriormente manifestato, in quanto il jackpot appartiene virtualmente a tutti i giocatori, e quindi, di conseguenza, sarebbe una donazione dei giocatori ai terremotati. Come per dire: “Amici, noi siamo con voi!”.

Non nascondo che le difficoltà sono tantissime e mi rendo conto che un’impresa del genere corrisponde a scalare l’Everest; c’è chi mi ha criticato dicendo che l’azienda che gestisce il montepremi è privata, che si creerebbe un precedente, ecc.. Ma il popolo non è per caso, “sovrano”?

Vorrei citare una bel pensiero che ha scritto nella petizione da me proposta su Change.org di una ragazza, Sonia Fantozzi: “Perché in questi momenti deve prevalere la solidarietà. La fortuna è cieca? Allora conduciamola noi dove è più necessaria, per una volta che ciò è possibile.”

Per leggere, firmare e condividere la petizione di Alessandro Gambino, basta cliccare QUI.

Testimonianza 6 (da La Stampa.it)
Il problema è che il Superenalotto è un gioco d’azzardo gestito da SISAL, cioè da un’azienda privata. Non si capisce, quindi, come possa il governo decidere di destinare il jackpot ai terremotati. Tra l’altro, il montepremi del Superenalotto si forma sommando i soldi scommessi dai giocatori: si tratta, quindi, di un contratto che non può essere rescisso unilateralmente. Chi ha scommesso lo ha fatto a delle condizioni e non può vedersi sottrarre quella somma di denaro. Non è l’apologia del gioco d’azzardo ma, purtroppo, funziona così.

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Quello che può fare il governo, se mai, è decidere di destinare ai terremotati il denaro che dalle scommesse finisce nelle casse pubbliche: SISAL opera su concessione dello Stato e sulle vincite si pagano le tasse.

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Il sottosegretario all’Economia Pier Paolo Baretta, non a caso, ha detto che l’iniziativa è «bella ma difficile da realizzare». Difficile che si possa intervenire sul Jackpot attuale (l’estrazione di questa sera mette in palio 128,8 milioni di euro, ndr), dal momento che il montepremi tecnicamente «appartiene» già ai giocatori che, nel corso dell’ultimo anno, a partire dal giorno successivo all’ultimo «6» centrato ad Acireale a luglio 2015, hanno investito circa 900 milioni di euro. Ed è altrettanto difficile che si riesca a prendere una decisione in tempo per l’estrazione di questa sera, ma effettivamente si sta lavorando su «una soluzione tecnica per destinare parte dei proventi della raccolta alla ricostruzione», anche se «non è detto che ci riusciremo», ha spiegato Baretta.

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Langtang (Nepal), 25 aprile 2015

Il mondo lo ha quasi dimenticato, come tante altre catastrofi naturali che colpiscono paesi poveri e lontani da noi: il terribile terremoto del Nepal. Il 25 aprile 2015 un sisma di grado 7.8 della scala Richter ha devastato il paese himalayano, causando oltre 8.000 morti e gravi distruzioni di abitazioni e infrastrutture. Una spedizione di torrentisti italiani, appartenenti al Corpo Nazionale del Soccorso Alpino e Speleologico, si trovava a Langtang, villaggio a 3430 metri di quota nel nord del paese. Qua il terremoto ha provocato un’immane valanga che ha raso al suolo l’intero abitato. Al cataclisma sono sopravvissute una ventina delle circa 400 persone (fra locali e stranieri) presenti sul posto.
Dei nostri quattro connazionali sono sopravvissuti Giuseppe Antonini e Nanni Pizzorni, socio della sottosezione di Sori; purtroppo deceduti Gigliola Mancinelli e Oskar Piazza.
La Redazione della Rivista della Sezione Ligure del CAI

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Langtang (Nepal), 25 aprile 2015
di Giuseppe Antonini
(pubblicato sulla Rivista della Sezione Ligure del CAI, 1-2016, per gentile concessione)

Madre e Figlia
Siamo in treno e Gigliola incrocia le dita mentre finisce le ultime telefonate, per una conferma che tutto funzionerà come ha disposto con i suoi incastri prodigiosi. Poi spegne il telefono. Ora è, finalmente, in spedizione. Nanni ci attende in stazione, a Milano, ed è sereno alla vigilia di questa impresa, da condividere con pochi amici. Lo scorso anno non eravamo riusciti a convincerlo, ma stavolta siamo stati molto più persuasivi. Infine, voliamo a Kathmandu. Oskar è lì da qualche giorno e ci accoglie con la sua bella divisa nera da alpinista, impeccabile come sempre. A vederlo sembra un alto ufficiale e, in effetti, gli spettano i gradi più alti, guadagnati in ‘prima linea’.

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Il mattino seguente alle 7 siamo già nel bus verso Syabrubesi. Ci aspettano 8 ore a dondolo fra le curve e poi due giorni di marcia tra il rosso e il rosa dei grandi rododendri fioriti. A Langtang ci accoglie Pasan Dindu, cuoco, guida locale e amico, proprietario del lodge nel quale vivremo per i prossimi giorni.

Il nostro obiettivo è la prima discesa di una splendida forra, il cui nome è “Figlia”. E questa ha anche una “Madre”, un solco vertiginoso nella grande parete che sembra precipitare su Langtang. L’avevamo esplorata nella spedizione di maggio 2014. Ma, dopo di questa, non era rimasto tempo per carezzare anche la Figlia. E così tornammo a novembre, invano: era percorsa da cascate che non davano margini di sopravvivenza. Sapevamo che saremmo dovuti tornare solo per lei. Nel momento in cui rinunciammo a scenderla, scegliemmo inconsapevolmente la strada che ci stava portando diretti all’appuntamento con il destino.

Foto: Guy Zakh
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Nei giorni successivi al nostro arrivo saliamo a installare le corde fisse per consentire un accesso più sicuro e il trasporto dell’equipaggiamento all’attacco della forra. Giglio e Nanni si ‘acclimatano’ ulteriormente salendo al monastero di Kyangjin Gompa, alla testata della valle. Un giorno io e Oskar scendiamo lo spigolo che delimita il lato sinistro della Figlia, mettendo gli occhi in quel profondo baratro, per capire quali difficoltà incontreremo durante la discesa. Scendiamo in forra in un paio di punti a installare corde fisse per una fuga in caso di problemi insormontabili. Bisogna ricordare che, una volta dentro, non c’è altra via d’uscita che la fine del canyon. Queste precauzioni sono necessarie: saremo tutti e quattro in forra e, in caso di necessità, nessuno verrà a tirarci fuori da quelle cascate, incassate nel solco della profonda gola.

Venditrice di rape, Langtang Valley. Foto: K3PhotoAgency
Venditrice di rape, Langtang Valley, Nepal

Passiamo le serate nel lodge, ci si raccoglie attorno a una piccola stufa che brucia legna e stereo secco di yak. Non sembra, ma la cucina tibetana di Pasan e della moglie riescono anche ad alleggerire i pensieri, orientati da qualche giorno alla discesa di quelle cascate. Dopo cena, sempre attorno al fuoco, si apre il libro dei racconti. Storie divertenti, drammatiche… tragiche. I racconti durano fin quando nella stufa c’è legna, merce rara qui, razionata. Il dopo sono letture, ognuno le sue, o un film da vedere insieme, con Giglio.

Per il 24 aprile è deciso che riposeremo. Ce lo dobbiamo imporre, in vista della lunga giornata di domani. Il tempo dovremo dedicarlo alla lettura, a bere tè e mangiare. La sera ci raccogliamo di nuovo attorno alla stufa a confermare i piani per l’indomani, a ‘sentirci’, a rilassarci e a pensare a quando saremo di nuovo qui, consapevoli di aver fatto una grande discesa.

La nube grigia
25 aprile: stamane non c’è il solito raggio di sole a illuminare la porta, il segnale che partiremo. C’è nebbia sopra i 3600 metri. E così continuo a gustarmi il tepore della piuma ancora per un’ora. Verso le 6 busso da Oskar e, come immaginavo, rinunciamo all’idea di andare: con quella nebbia patiremmo troppo il freddo. Poi vado a dare il buon giorno a Giglio. Quando si sveglia intuisce che oggi non si farà nulla. Le domando se ha dormito bene. Indugia un po’ a rispondermi… poi, con sguardo adombrato, dice “Ho sognato Mamma” (sua madre era scomparsa lo scorso anno). “Cosa ti ha detto?” e Lei: “Cose brutte, ma ora non voglio parlarne…”.

Tessitrice, Langtang. Foto: K3PhotoAgency
Tessitrice, Langtang Valley, Nepal

Anziano a Langtang. Foto: K3PhotoAgency
Anziano della Langtang Valley, Nepal

Una casa di Langtang (1975). Foto: K3PhotoAgency
Tipica finestra lavorata in legno della Langtang Valley, Nepal

Gigliola Giglio Mancinelli
Langtang-Gigliola-Mancinelli

 

E così, scendiamo di sotto a fare colazione, la stufa è già accesa e la figlia di Pasan continua a mettere legna. Verso le 10.30 esco dal lodge con il satellitare in mano; devo comunicare a Paola, in Italia, il cambio di programma, informandola che tutto è rinviato al giorno dopo. Ci diamo appuntamento telefonico per il 26 sera o, al più tardi, il 27 mattina. Poi chiudo e salgo in stanza con Giglio e cerco un film sul computer. Proprio sui titoli iniziali del film, accade qualcosa. La terra inizia a tremare in un crescendo che atterrisce. Anche Giglio si alza dal letto e stiamo vicini. Sono abituato al terremoto, vivendo in un’area sismica dove già dall’infanzia si impara a convivere con questo mostro orrendo. Negli istanti che seguono cresce d’intensità e la struttura della casa ondeggia, sembra quasi che si stia per disarticolare… passano i secondi e mi rendo conto che, se continua così, a breve crollerà tutto. Pensando al peggio, osservo il tetto sopra di noi, è molto leggero e, forse, nel crollo potremmo anche sopravvivere… altri secondi interminabili, poi l’intensità diminuisce, lasciando la speranza che forse finirà qui. Ma non è così… aumenta in modo esponenziale e stavolta, ne sono certo, sprofonderemo tra le macerie; infatti pochi istanti più tardi crollano i muri esterni, lasciandoci praticamente all’aperto. Inspiegabilmente il tetto e il solaio reggono ancora. Le implorazioni fanno sì che la terra finisca di tremare. In quel momento grido agli altri di sotto chiedendo se sono salvi. Mi risponde Nanni, rassicurandomi che sono tutti vivi, ma di fare attenzione perché la tenuta del lodge è appesa a un filo. In un istante mi allontano da Giglio per controllare se la scala per scendere esiste ancora… e quella c’è. Ma avverto un rumore sordo e cupo che ne nasconde un altro, più sinistro ancora. So già che cos’è, perché il rumore non lascia dubbi. Dalla parete vedo precipitare la massa solida di una ciclopica valanga. Spero che la distanza, circa 1 km, sia sufficiente a impedire al mostro di raggiungerci e infatti, nei secondi che seguono, la massa solida si abbatte sul fondo della parete, proseguendo nell’alveo della valle, rilanciando la speranza che tutto andrà per il meglio. Ma rimane un sibilo di sottofondo, qualcosa che avanza ancora nascosto tra le nebbie. So che l’immensa seraccata che incombe su Langtang è franata su un fronte immenso, tra i 6000 e i 7000 metri di quota, e sta per raggiungerci sotto forma di una valanga nubiforme. Tra pochi istanti quella roba uscirà dalla nebbia. La mia sola speranza è che la distanza che ci separa sia sufficiente ad attenuarne la forza. Ma non è così… questa immensa nube grigia, alta forse qualche centinaio di metri, avanza senza esitare verso di noi sempre più rapida (400 km/h), a ondate successive. Moriremo, lo so, rinunciando a ogni speranza. Ma Giglio, che forse non ne è pienamente consapevole, mi domanda: “Cosa facciamo?”. Per la prima volta, non trovo una risposta dentro di me, e le dico solo: “Vieni qui con me”. Non so se abbia realizzato che non ci sarebbe stata più vita, che non avremmo più potuto rivedere figli, amici, madri e fratelli. So solo che vedevo la nube avanzare e, come un condannato a morte chiede di poter esser bendato, mi sono portato dietro la sottile parete divisoria della stanza, per non vedere in faccia la fine. Giglio mi stava raggiungendo lì, per morire insieme. Poi… più nulla.

Oskar Piazza
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Modalità sopravvivenza
Il primo contatto con la realtà è il rumore di un vento dalla forza immane, apro gli occhi solo per vedere la neve nebulizzata che non mi consente di capire nulla, né di orientarmi. Non so neppure cosa stia succedendo attorno a me, ma sento che molte pietre mi colpiscono. Non avverto alcun dolore, e penso solo che probabilmente tra poco arriverà la frazione solida della valanga, ricoprendomi totalmente. In quell’istante ho sperato di morire subito, per non subire l’agonia del soffocamento. Non saprei dire quanto è durato il vento, so solo che per aria volavano grandi pietre e ogni pezzo di Langtang. E, mentre mi chiedevo cosa ci sarebbe stato dopo la vita, quel soffio improvvisamente è cessato, lasciando solo un silenzio immane. Ci sono voluti alcuni istanti per collegare la mente al corpo e, la prima cosa che ho gridato è stata “Giglio”. L’ho chiamata… ma non rispondeva. Poi ho pensato che fosse sotto le macerie e che quindi dovevo fare in fretta. Ma non mi ero ancora reso conto di essere sepolto dai detriti: fuori, oltre alla testa, mi rimaneva solo un braccio. Il resto era sotto i rottami della casa. Ho preso a scavare e, nel frattempo, sentivo Nanni che mi chiamava, ma non potevo vederlo, essendo intrappolato e senza possibilità di voltarmi. Pietra dopo pietra sono riuscito a tirarmi fuori con il busto e a guardarmi attorno, chiamando Giglio, invano. Cercando con gli occhi, infine, lo sguardo s’imbatte in un qualcosa di blu. Giglio indossava proprio una maglia di quel colore, ma il sangue che mi cola sugli occhi non mi permette di mettere a fuoco nulla. Penso di aver impiegato una ventina di minuti a liberarmi dalle macerie. Con estremo stupore mi rendo conto di poter camminare.

Nanni Pizzorni
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Mi precipito verso quel blu, lontano una decina di metri, la trovo piegata con il busto in avanti… la chiamo, le sollevo il busto, spero che sia solo ferita. Poi, la osservo bene, le apro gli occhi, le ascolto il polso. Ma Giglio non può sentire le mie mani… non più. L’anima non può essere toccata. In quel momento non piango, non riesco a farlo. La mia mente non vuole accettare la realtà, ma il mondo si fa buio. La vita mi ha dato tanto, ma in quell’istante mi ha tolto di più. Rimango ad accarezzarla, incredulo e svuotato.

Poi i richiami di Nanni mi riportano a quello che devo fare. Cammino scalzo verso di lui e solo allora posso avere un’immagine complessiva della devastazione. Nulla esiste più intorno a noi. Tutto è grigio, la nebbia è sempre più bassa e pochi centimetri di neve sporca sono la coperta che la morte ha disteso sul villaggio. La seraccata è caduta da 3 km più in alto, ha attraversato il fiume ed è risalita sul versante opposto per più di mille metri di dislivello, penetrando a monte e a valle per almeno 1 km. Non c’è più nulla. Le uniche cose vive che vedo attorno a me sono Nanni, che si lamenta, dolorante all’addome, e Pasan che ha un braccio rotto e piange per sua moglie, schiacciata dalle macerie. Ma… Oskar, dov’è? Chiedo a Nanni, che me lo indica, appena visibile tra i detriti; lo vedo di spalle, mi avvicino e lo trovo seduto dentro una specie di buca tra le macerie, dalle quali Pasan lo ha liberato. Ora è davanti a me, ha il volto gonfio, ma il resto sembra a posto. Non so che cosa abbia veramente, ma è disorientato e, sebbene mi capisca, non riesce a rispondere alle mie domande. Temo che abbia un trauma cranico o… peggio. Ma spero di sbagliarmi e voglio pensare in positivo. Gli dico “Oskar, non ti preoccupare, ora troveremo un riparo e poi arriveranno i soccorsi”. In realtà, in quel momento non ci credevo, perché già la mente razionalizzava sul fatto che quel disastro era di proporzioni immani e noi, dispersi in un villaggio tra le montagne, saremmo stati gli ultimi degli ultimi. Così, già mi proiettavo in un futuro a breve fatto di fame e di attesa… giorni, forse una settimana; senza contare Oskar e Nanni, sul cui futuro non avrei potuto scommettere. Ero smarrito, forse sarei rimasto solo. Ma dovevo reagire e pensare ai vivi, ero l’unico in piedi e dovevo pensare a loro.

Langtang non c’è più. Foto: Guy Zakh. Foto: Reuters
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Così mi allontano in cerca di un riparo e, soprattutto, di indumenti, scarpe, cibo. Eravamo con due maglie addosso e… null’altro. La neve polverizzata nella nube aveva intriso completamente gli indumenti ed eravamo fradici. Nonostante l’adrenalina scorresse a fiumi, il freddo cominciava a farsi vivo, soprattutto ai piedi, scalzi nella neve. Rovistando tra le macerie passo davanti a corpi semisepolti e straziati di gente che, fino a poco prima, ci salutava con un sorriso; in qualche caso non riesco neppure a capire se si tratti del corpo di una persona o di un animale. Faccio fatica a crederlo, ma la mia mente è già entrata in modalità ‘sopravvivenza’ e, pertanto, non considera più ciò che è privo di vita. Compassione, pietà, non c’è posto per questi sentimenti. Solo ‘azione’ funziona bene. Infine, entro nella porta scardinata di un ripostiglio, ormai senza tetto, dove vedo alcuni bidoni blu da spedizione. Trovo così un paio di scarponi, dei grandi teli in plastica e coperte. Non so a chi devo questo, se a Dio o agli dei, ma quella roba era lì per noi, per farci vivere. Esco e copro immediatamente Oskar e Nanni, ai quali chiedo solo di attendere per il tempo che servirà a cercare una dimora per i giorni a seguire. E così mi allontano, camminando solo su macerie e, più in là, neppure quelle… la nube ha fatto il suo lavoro in modo perfetto: là dove c’erano case, sembra che ci siano stati da sempre solo pascoli; neppure le macerie sono rimaste. Mentre vago desolato alla ricerca di un riparo e non so che altro, in lontananza intravvedo due sagome nella nebbia. Grido loro di avvicinarsi. Mi si presenta Florent, un francese con il suo portatore. È in lacrime, ha appena ritrovato il corpo straziato della sua ragazza: era solo pochi metri dietro di lui, ma lei è stata spazzata dalla nube. Lo scuoto e gli dico che questo non è il momento di lasciarsi andare, ma di rimanere in piedi, e così gli dico di farsi forza, poiché anche a me è toccata la stessa sorte, e ora bisogna reagire. Gli chiedo di unirsi a me per aiutare i sopravvissuti.

L’unica casa di Langtang a essere rimasta in piedi (a metà)
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Così torniamo da Oskar e Nanni e, mentre provo a cercare altro per coprirci, chiedo a Florent di recarsi presso l’unica casa rimasta in piedi a metà. Paradossalmente è la casa più vicina alla traiettoria seguita dalla nube ma, essendo addossata a una parete, è stata letteralmente scavalcata. Più tardi torna dicendomi che quel che rimane della casa dopo il sisma è in buone condizioni. Ma è troppo lontana, almeno 400 metri, Oskar e Nanni non sono in grado di camminare. E noi non abbiamo le forze per trascinarli fin là. Trovo una stalla, bassa, ancora in piedi, ma semi sepolta dalle macerie. Si trova a poche decine di metri ed è davvero l’unico posto riparato: ha una base di sterco asciutto, isolante, e inoltre c’è molta legna secca. Ma la neve della nube si sta già sciogliendo sul tetto e filtra tra le assi, creando uno stillicidio intenso che rischia di infradiciare tutto e di trasformarlo in pantano. Devo fare in fretta e così, cercando ancora come un disperato, trovo dei tappeti, che stendo nella stalla, poi porto i teli e le coperte. Infine, il momento più difficile: dobbiamo portare qui Nanni e Oskar. Nanni si lascia trasportare nella stalla. Lo copro per bene con i teli e le coperte, Pasan lo veglierà per tutta la notte. Poi, è il momento di Oskar. Mi avvicino e gli dico “Oskar, ora ti porteremo in un riparo sicuro, devi solo lasciarti aiutare a raggiungerlo… è qui vicino”. Lui mi osserva smarrito e, anche se intende quello che dico, mi risponde in modo incomprensibile. Ma non c’è tempo per pensare, lo afferriamo e, nonostante i lamenti, lo portiamo nella stalla, dove rimane in posizione semi seduta. Lo copro con quello che rimane del mio saccoletto, strappato alle macerie, e con i teli di plastica. Nel frattempo ci raggiunge una donna anziana che si aggrega al gruppo e alla quale chiedo, tramite Pasan, di accendere un fuoco e di mantenerlo per tutta la notte. Ma ora è il momento di separarci. La stalla è infatti molto sicura nel caso di un altro sisma, ma non nel caso di caduta di un’altra seraccata. Ma è comunque un bunker, essendo protetta su ogni lato da detriti. In ogni caso sarebbe impossibile trasferire Oskar e Nanni nella casa della parete, confortevole ma poco sicura in caso di altri eventi sismici, essendo per metà crollata. E, lì dentro, in caso di terremoto, bisognerebbe uscire in fretta e con le proprie gambe per evitare la sepoltura tra le macerie. Così io, Florent e la figlia di Pasan, di appena 9 anni, ci incamminiamo verso la casa.

Il bivacco di fortuna nell’ospedale in costruzione
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Comincia a far freddo e, per prima cosa, bisogna accendere un fuoco. Così inizio a cercare legna… che non trovo. Non mi rimane che saccheggiare i mobili, seppure di legno intarsiato. E così il fuoco è acceso. Poi cerco ancora nella casa e trovo indumenti, con i quali mi copro, sapendo che passerà del tempo prima di scendere a valle. Mi intravvedo un istante specchiandomi nel vetro di un mobile… sono orribile: non c’è un centimetro del mio volto che non sia coperto da sangue rappreso e mi spavento a guardarmi. Ho l’occasione per fermarmi un po’ a capire in che condizioni mi trovo. E così toccandomi la testa capisco di esser pieno di ematomi e tagli profondi. Non mi rimane che avvolgere una maglia sulla testa in modo da evitare altri sanguinamenti. Mentre ci asciughiamo al fuoco, si affacciano alla porta una ventina di superstiti, gli unici di Langtang, gente impegnata lontano, nei campi, o in posizioni riparate. Sono tutti anziani, salvo cinque bambini, ormai orfani. Ma noto subito in loro un atteggiamento sospettoso, che sfocia ben presto in aperta ostilità non appena vedono bruciare nel fuoco quei mobili che avevo rotto. Tentano addirittura di sbatterci fuori dalla casa; ma, per fortuna, dopo aver chiarito che dovevamo asciugarci per sopravvivere, ci tengono tra loro. Durante la notte mi offrono tè e una tazza di riso. Devo mangiare e bere, altrimenti non reggerò a lungo. Ogni tanto qualche scossa di terremoto ci desta da un dormiveglia fatto di immagini, quella di Giglio che se n’è andata, sempre nei miei pensieri. E spero davvero di svegliarmi da un momento all’altro per poter raccontare di questo incubo, così incredibilmente vero. Ma so bene che non ci sarà risveglio, e che questa sofferenza dovrò viverla per il resto dell’esistenza.

Il bivacco di fortuna nell’ospedale in costruzione
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26 aprile
Viene l’alba e c’è nebbia. Non appena si dirada, mi incammino zoppicante verso la stalla, pensando a cosa troverò. Me lo sono domandato spesso nella notte. Nanni aveva problemi all’addome e non è possibile escludere che fosse un’emorragia interna, un lento stillicidio fatale; mentre Oskar aveva un trauma cranico certo e, forse una frattura della base cranica. Spero che almeno uno dei due sia ancora vivo. Almeno uno. E quando l’ultimo passo mi porta nella stalla, non ho quasi il coraggio di rompere quel silenzio. Ma trovo la forza di farlo… e mi risponde Nanni. Sono sollevato. Poi chiedo di Oskar. “È morto stanotte, ha rallentato il respiro e poi se n’è andato”. Nanni piange. E vorrei liberarmi anch’io del macigno che pesa sulla mia anima, ma non riesco a farlo. Lo rassicuro, informandolo che c’è un punto di raccolta sulla collina, proprio dov’è stato completato in pochi mesi un piccolo ospedale. Tutti gli escursionisti della valle stanno scendendo verso Langtang, convinti di trovarvi rifugio; ma, quando si affacciano dall’alto, non si azzardano neppure a scendere: sono terrorizzati dalla visione spettrale del luogo. Nel frattempo la nebbia si alza e, poco dopo, avverto il rumore di un elicottero lontano che sale la valle: forse non ci hanno abbandonato. Poco dopo sbarca un gruppo di militari e penso che ce ne andremo tutti, per questo, mi affretto a costruire una barella di fortuna con due travi e una corda, che a fatica ho strappato dalle macerie; ma sono senza forze, e ogni nodo per gli incroci di corda richiede almeno un paio di minuti. Poco più tardi scende un militare, al quale richiedo aiuto. Mezz’ora dopo un gruppo di nepalesi sistema Nanni su una lettiga militare, molto meglio della mia barella di fortuna, e inizia il trasporto verso l’ospedale… comincio a intravvedere una spiraglio.

Foto: Guy Zakh
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Ma prima di salire mi affaccio nella stalla, dove Oskar giace avvolto dal telo. Poi, torno da Giglio. È sempre lì, non ho le forze per liberarla dalle macerie: un trave sembra trattenerla per la gamba e non so come fare… non c’è nessuno che possa darmi una mano. La abbraccio, piango, la bacio. Poi la copro per non lasciarla esposta allo scempio degli avvoltoi che volano alti.

Raggiungo a fatica la collina dell’ospedale. Ci saranno circa 120 persone, in prevalenza europei. Nanni viene trasferito dalla lettiga a una porta, quella dell’ospedale, che sarà il suo letto, quindi viene sistemato tra le mura in cemento che sono ancora in piedi. Lo spostamento d’aria ha fatto esplodere ogni cosa, il tetto per primo. Ma tra le mura almeno saremo riparati dal vento. Più tardi arriva un altro elicottero che tuttavia può imbarcare solo sei persone. In ogni caso, quel volo è destinato ad altri. Scende la nebbia e per il resto della giornata nessun elicottero ci raggiungerà più. E arriva un’altra notte, fredda e umida. Si accendono i fuochi tra le stanze spettrali dell’ospedale, mai finito e senza tetto. Lo scenario è apocalittico, post atomico. Vago tra una stanza e l’altra, passando ogni tanto per quella di Nanni, coperto dai sacchi letto. Infine vengo invitato a sedermi attorno al fuoco, acceso dai ragazzi neozelandesi e da un italiano, al quale posso finalmente raccontare questa storia, liberandomi un po’ di questo peso. Siamo tutti addossati l’uno all’altro, ognuno proveniente da terre diverse… ma l’istinto gregario prevale sulle differenze. E così, mentre la fiamma tremula langue sempre più, la ragazza che mi offre la spalla come cuscino, mi prende per mano, sotto il saccoletto, e inizia a carezzarmela, ma in un modo che già conoscevo… quello di Giglio. Non sto vaneggiando, né sognando. Penso solo che lei sia li, vicino a me, e non abbia altro modo per farmi sentire la sua vicinanza, se non per mano di un’altra. E, mentre le carezze continuano, le lacrime, le poche rimaste, bastano appena a lucidarmi gli occhi.

Foto: Guy Zakh
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27 aprile
6 del mattino e c’è sempre nebbia. Mi sollevo anchilosato, ormai anche l’adrenalina non ha più effetto: l’ho semplicemente finita e il corpo ne è drogato. Mi accorgo così del profondo taglio alla gamba sinistra, da cui vedo bene di che colore è la carne, come mai mi era capitato. Ora so perché zoppicavo. Sento che oggi scenderemo e così, prima di andarmene, devo rivedere Giglio. Devo farlo per Andrea ed Eva, i figli di Giglio. Scendo di nuovo a Langtang impiegando un tempo assurdo, scopro Giglio e le parlo, sapendo che quel corpo non è più Lei, anche se il suo sguardo, ne sono certo, è su di me. Dopo un ultimo bacio le scopro il collo, togliendole le due catenine che era solita portare. Poi, piangendo, risalgo il pendio, superando i corpi intatti di alcune persone e di animali. La valanga si è presa le vite di molti, semplicemente facendone esplodere i polmoni. Chissà perché è toccato a me vivere, me lo domando spesso. Penso solo che, di fronte a quello che è accaduto, l’unica spiegazione è che, evidentemente, ho un compito da portare a termine in questa vita. Un giorno scoprirò esattamente cosa.

Raggiunti di nuovo i ruderi dell’ospedale, esce un raggio di sole e l’aria si scalda. Forse oggi gli elicotteri voleranno. Non ho più forze e mi sdraio al suolo, lasciandomi penetrare dal calore del sole. Chiedo di nuovo all’ufficiale di dare precedenza a Nanni nell’imbarco, essendo il più grave. Ma, sinceramente, non sono sicuro che andrà così, perché già alla prima rotazione si palesa la miseria umana. L’elicottero viene letteralmente assalito da decine di persone, che spingono per entrare, ancora in fase di atterraggio, rischiando di finire nel rotore. Una ragazza americana, illesa e con il proprio bagaglio, una che non ha perso davvero nulla, finge persino di svenire per avere la precedenza al recupero su feriti gravi. E infatti noi rimaniamo lì, in attesa del secondo volo. Al ritorno dell’elicottero, nonostante l’assalto, i militari finalmente ci hanno caricato. Dall’alto ho potuto vedere le proporzioni del disastro immane, la nicchia di distacco della seraccata… la valanga risalita sul versante opposto. E poi, man mano che scendevamo la valle, le frane, i crolli. Osservo le strade di fondovalle, interrotte da decine di frane… i paesi ridotti a spettri e l’esodo della popolazione verso Kathmandu. Infine, sbarchiamo a Trisuli, nello spazio antistante l’ospedale, ormai in rovina, dove insieme a decine di persone, nel sangue in comune, tra le mosche e il caldo, ci offrono la prima assistenza, poco più che infermieristica, in condizioni così precarie che posso davvero essere fiero dei miei anticorpi. Tra la folla, vedo Pasan e sua figlia. Piange ancora al ricordo della moglie, lasciata sotto le macerie, ma anche per suo figlio, che proprio la mattina del 25 aprile era sceso nella valle per tornare a scuola (disperso, sarà poi ritrovato sano e salvo).

Kathmandu
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Ora, che Kathmandu è più vicina, devo ancora fare una cosa importante: farmi vivo per ridare speranza alle persone in Italia, le quali, con poche eccezioni, daranno per scontato che siamo scomparsi per sempre. Ma come fare? Chiedo a Pasan che, per fortuna, ottiene il cellulare da uno sconosciuto. Compongo un numero, ma le comunicazioni sono difficili e discontinue. Poi, finalmente, Paola risponde, ma cade la linea. Ma non può andare sempre male, ed è così che rivedo la donna olandese con cui sono sceso in elicottero. Le domando se posso usare il suo cellulare per una telefonata e lei acconsente. Non riesco a farmi sentire, ora che vorrei, a causa delle comunicazioni aleatorie; ma, proprio quando tutto sembra impossibile, la ragazza olandese mi porge di nuovo il telefono… è dall’Italia. La voce è quella di Luisa che, sentendo la mia, immagina che siamo tutti insieme, sani e salvi. Sapevo che sarebbe arrivato questo momento. Mi domanda di Oskar… segue il mio silenzio, interminabile. E poi le dico ciò che mai avrei voluto dire. In quel momento le ho scaricato addosso il peso di un dolore che non si sopporta. L’ho sentita gridare e, le sue lacrime, anche così lontane, mi hanno bagnato profondamente, come nessuna pioggia potrà mai fare. Infine, questa donna forte conclude la conversazione tra lacrime amare dicendomi: “Arrivate a Kathmandu e poi vi porteremo fuori da lì…”

Kathmandu
Raggiungiamo Kathmandu con un’auto a noleggio, insieme all’olandese, e saremo ospiti della Swiss Family Home, diretta da uno svizzero, Stephan, che si prende cura di noi come un padre. Due giorni dopo Nanni riesce a prendere un’aeroambulanza che lo porta a Parigi, dove viene operato. Nonostante le gravi lesioni riportate a bacino e colonna, ha ripreso la vita di prima. Anche lui evidentemente ha ancora una missione da concludere in questa vita.

Quanto a me, il 29 aprile, vestito in pigiama e sandali, senza soldi né telefono, raggiungo l’aeroporto di Kathmandu. E così, dopo aver spiegato bene a Pigi Rosati, pilota di elicotteri e amico di Oskar, in Nepal per lavoro, come trovare Giglio e Oskar, quella sera stessa sono decollato con un C130 dell’aeronautica militare. Sono tornato a casa. E non c’è davvero più nulla da raccontare. La verità è che quel giorno a Langtang siamo morti tutti, ognuno a modo suo.

Ma sono ancora in questo mondo e voglio continuare a vivere, anche per ricordare due persone così grandi. Giglio e Oskar ora sono un’idea, quella che la passione e la volontà, pulite da qualsiasi altro interesse, possono più di ogni altra cosa. E se il CNSAS ha ancora un futuro, lo si deve in buona parte a persone come loro che sapevamo guardare avanti. Oskar, amico, ora che voli più alto del tuo elicottero, veglia su di noi. E non c’è giorno che abbia inizio e fine senza il tuo volto, Giglio. Voglio credere che Tu sia qui, vicino a noi. Tienimi per mano e continua a guardare il mondo attraverso i miei occhi.

Foto: Guy Zakh
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In memoria di Oskar e Gigliola
L’associazione Oskar for Langtang si propone di svolgere attività di assistenza sanitaria e alimentare, nonché di contribuire alla ricostruzione di strutture mediche e logistiche nella valle del Langtang, con particolare attenzione a utilizzare i fondi direttamente sul territorio nepalese. Informazioni dettagliate e resoconti sul sito: http://www.oskarforlangtang.it/

Per donazioni, bonifico su IBAN IT 78 S 08316 34661 000008453839.

Gigliola con noi è l’associazione costituita per ricordare Gigliola Mancinelli. Le finalità sono fornire una borsa di studio a uno studente privo di mezzi, proprio come la sua condizione durante gli studi universitari. Inoltre, in linea con il suo pensiero, il progetto prevede il finanziamento, attraverso il CNSAS, della formazione sanitaria per i tecnici dei servizi regionali del Centro Sud.

Per donazioni, bonifico su IBAN IT 85 C 06055 02600 000000008909.

L’autore, Giuseppe Antonini
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I bambini del Nepal

 

L’amico Claudio Maneri mi telefona il 4 maggio dopo almeno una decina d’anni che non ci sentivamo. Capisco subito il perché, ricordando la missione della sua vita. Era per il Nepal.

Claudio Maneri
Nepal,-Claudio-ManeriCon l’architetto Maneri la conoscenza è di assai lunga data: anche se purtroppo mai debitamente approfondita, ha generato una forte stima reciproca. Lui è figlio di Renato, amico ancora precedente, che di mestiere era broker assicurativo e che per parecchi anni ebbe cura delle mie svariate polizze.

Poi ci fu la disgrazia di Sybille, la figlia di Claudio. La vita del padre cambiò di colpo, il dolore per la perdita della figlia fece nascere in lui il desiderio di dedicarsi ai bambini bisognosi: un desiderio che è diventato lo scopo della sua vita tramite la Butterfly onlus.

Claudio Maneri: “In Tibet, dove il dominio cinese si fa sentire in tutti i settori della vita, la situazione scolastica per i bambini tibetani è a dir poco tragica; nelle scuole statali di tutto il territorio, salvo che in due istituti scolastici di Lhasa, al limite della legalità, dove è insegnata la lingua tibetana, vengono insegnate esclusivamente la lingua, la storia e la cultura cinese.
Per questi ed altri motivi che ormai sono noti anche in Occidente, è molto alto il numero dei tibetani che scelgono la via dell’esilio anche per garantire ai propri figli migliori condizioni di vita, oltre che per dare loro la possibilità di ricevere un’ istruzione anche in lingua tibetana al fine di preservare la loro cultura che rischia di andare perduta per sempre.
Dato il numero elevato di profughi tibetani in Nepal (circa 10.000-12.000 dei quali oltre mille bambini) è necessario iscrivere i bambini con un anticipo minimo di tre anni e la lista di attesa presso le tre scuole esistenti a Kathmandu. In queste condizioni è veramente elevato il numero dei piccoli che non riescono a ottenere un’istruzione almeno di base
”.

Claudio Maneri presenta la fondazione Butterfly onlus

Proprio su un terreno edificabile di 2300 mq. che si trova nel quartiere tibetano di Boudha, in Milan Tole – Phulbari, Kathmandu, donato da un funzionario dell’ambasciata americana a Tashi Tsering Lama, fuggito con la sua famiglia dal Tibet a seguito dell’invasione cinese del 1959, in segno di ringraziamento per gli insegnamenti ricevuti, la fondazione Butterfly ha costruito la Tashi orphan school dove, oltre ai corsi delle classi elementari e medie, viene insegnata anche la lingua tibetana a circa 160 bambini, e garantito vitto e alloggio a 130 di loro.

La scuola, progettata e finanziata dalla fondazione Butterfly onlus, dotata di dieci aule, cucina e mensa, palestra, laboratorio, servizi, dormitori separati per ragazzi e ragazze, appartamenti per preside, ospiti e professori residenti e tempio per la preghiera e l’insegnamento religioso, è stata ufficialmente inaugurata il 26 marzo del 2005.

La Tashi orphan school, Kathmandu
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Oggi, 20 maggio 2015, a quasi un mese dal terribile sisma del 25 aprile che ha sconvolto il Nepal, il numero totale delle vittime accertate si sta avvicinando a 9.000, con oltre 22.500 feriti.

Chiaro ed evidente come questi dati siano ancora poco attendibili e sottostimati, sia per la mancanza di una vera e propria registrazione anagrafica esistente in Nepal che alla luce dell’ingente numero di villaggi distrutti e difficilmente raggiungibili da parte degli aiuti umanitari, peraltro rimasti bloccati in buona parte all’aeroporto di Kathmandu per parecchi giorni, causa procedure burocratiche di un Governo che non sembra assolutamente in grado di gestire questa emergenza.

Nepalese rescue members and onlookers gather at the collapsed Darahara Tower in Kathmandu on April 25, 2015.  A powerful 7.9 magnitude earthquake struck Nepal, causing massive damage in the capital Kathmandu with strong tremors felt across neighbouring countries.  AFP PHOTO / PRAKASH MATHEMA        (Photo credit should read PRAKASH MATHEMA/AFP/Getty Images)

La Tashi orphan school, costruita in cemento armato, ha retto bene all’impatto devastante di questo terremoto, pur tuttavia evidenziando danni all’ultimo piano. Purtroppo la zona terrazzo della scuola ha subito danni anche rilevanti e la zona tetto è da risistemare; da intervenire anche sui pannelli solari, la cisterna dell’acqua e il generatore di corrente.

Allievi della scuola
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Nella prima settimana la Butterfly onlus ha speso circa 1.800 euro al giorno.
In quel periodo si potevano infatti fare acquisti esclusivamente tramite il mercato nero e i prezzi vergognosi erano quelli dettati dai venditori. Dopo una settimana sono un po’ scesi ma sono rimasti ancora alti (gli alimenti base come riso e lenticchie costavano ancora il triplo della norma, mentre le verdure erano vendute a prezzi esagerati).

Fino al 10 maggio nessun aiuto umanitario internazionale è arrivato nella zona della scuola, il quartiere tibetano di Boudinath.

Un primo serissimo pericolo è rappresentato dalle malattie epidemiche che si stanno diffondendo in tutto il Nepal, specialmente a Kathmandu e nelle città più popolate. La mancanza di acqua comporta inevitabilmente una forzata carenza di igiene personale e sono iniziate a diffondersi malattie come colera (haiza in lingua nepalese) e influenza suina. Data la situazione il rischio di contagio è alto.

Per quanto riguarda i 130 bambini della scuola, viene utilizzata una parte di acqua per permettere loro di rimanere puliti e di prevenire così eventuali genesi di malattie. Inoltre sempre come prevenzione, di giorno i bambini vengono tenuti all’interno della scuola (solo al piano terra) mentre la notte l’unica soluzione è quella di trascorrerla fuori perché il rischio di terremoti non è ancora finito.

Il budget che la nostra fondazione si è prefissata di raggiungere per sostenere questa prima fase di emergenza è pari a 25.000 euro anche se l’impegno a raccogliere fondi da destinare alle necessarie opere di ristrutturazione e al futuro dei bambini non si esaurirà appena raggiunto questo primo obbiettivo.

Tashi orphan school, maggio 2005


Un po’ di storia della fondazione Butterfly onlus
La Fondazione Butterfly onlus nasce nell’anno 2002 e l’intento iniziale è quello di trasformare il dolore per la perdita di una figlia in amore per altri figli, quasi che “quel suo dolore dovesse nel tempo confondersi con quello di tutta quell’umanità che perde i propri figli senza rabbia ma con la necessaria consapevolezza di un distacco solo temporaneo”.

Nascono le prime scuole in Nepal, Mynamar, Madagascar, Etiopia a significare l’importanza dell’istruzione al di là di barriere ideologiche, territoriali o religiose; una missione intesa a portare il proprio contributo in Paesi dove anche un piccolo intervento può creare la differenza per tanti bambini dando loro una possibilità per avere un futuro troppo spesso loro negato.

In alcune zone del pianeta la possibilità di andare a scuola resta tuttavia un lusso rispetto alla reale possibilità di sopravvivenza: senza acqua si muore e molte persone lottano ancora per questo elemento purtroppo non ancora censito tra i diritti essenziali dell’umanità e oggi troppo spesso mercificato in particolar modo da parte delle grandi multinazionali.

Un pozzo di acqua può salvare la vita a tante persone, risparmiare la fatica di ore e ore di cammino spesso molto insidioso, a donne costrette a lasciare a casa i propri figli. Garantire acqua potabile significa ridurre sensibilmente il tasso di mortalità infantile dovuto spesso a un approvvigionamento idrico malsano.

La fondazione Butterfly onlus inizia quindi nel 2003 a realizzare pozzi di acqua in Africa, particolarmente in Etiopia; la sua mission si diversifica quindi tra istruzione e cooperazione internazionale; ottiene la certificazione “onlus” il 22 gennaio 2004.

Il terzo settore d’intervento, quello sanitario, nasce con un importante progetto nel Sud dell’Etiopia che in due anni ha visto la trasformazione di un piccolo presidio sanitario in una clinica con una utenza di oltre 25.000 persone in un contesto particolarmente esposto a mortalità infantile molto elevata ed a malattie endemiche in particolar modo legate alla cronica mancanza di igiene. A completare il quadro delle attività della fondazione, programmi di sostegno a distanza avviati in Paesi dove è presente con i propri progetti per essere in grado di garantire il necessario monitoraggio dei bambini sostenuti. Opera correntemente in Etiopia e Nepal con oltre 400 bambini in sostegno a distanza. Attualmente la fondazione continua la propria attività nei settori dell’approvvigionamento idrico, scolastico e sanitario, in particolar modo in Etiopia.

Nell’anno 2009 viene costituita all’interno della fondazione, la sezione che si occupa di minori tolti dalle proprie famiglie a causa di abusi e affidati ai servizi sociali o stranieri non accompagnati, e realizzate due strutture educative residenziali a Forlì, il ” Podere Serra” e la “ Casa degli aquiloni” trasferite dal 2011 in carico alla Cooperativa Butterfly onlus appositamente costituita il 19 novembre 2010 per occuparsi di tutti i progetti in Italia relativi all’area minori.

Per maggiori dettagli consultare www.coopbutterfly.org.

Riferimenti cui inviare possibili donazioni a supporto dei bambini tibetani della Tashi Orphan School:
Banca Prossima Spa – Fil. 05000 20121 Milano
IBAN: IT48 Q033 5901 6001 0000 0009 863
BIC: BCITITMX

Conto Corrente Postale
IBAN: IT55 S076 0112 9000 0004 4368 223
BIC/SWIFT: BPPIITRRXXX

Tashi orphan school, dicembre 2013

Claudio Maneri è autore dei libri Ciao papi, una cronaca della intensa comunicazione con la figlia nell’altra dimensione, Scintille di vita, un libro che intende dare risposte a tanti genitori che hanno vissuto la medesima drammatica esperienza di perdere un figlio, e recentemente Ri-nascita, cronaca della sua esperienza tra mondo terreno e spirituale in questi ultimi dodici anni. I libri sono disponibili nelle migliori librerie e presso la fondazione Butterfly onlus dove possono essere ordinati all’indirizzo di posta elettronica : [email protected]

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In vetta a tutti i costi!

  In vetta a tutti i costi!
di Stefano Michelazzi

Ricordo ancora quel 6 maggio del 1976.
Ricordo ciò che provai, pur abitando a Trieste dove il sisma si sentì fortissimo ma causò pochissimi e ridicoli danni.
Ricordo bene le immagini dei giorni a seguire. Le immagini di un Friuli dove si andava la domenica a giocare sui prati che non esisteva più.
Ed era stato meno forte di questo…

Il 25 aprile del 2015 rimarrà un ricordo indelebile e un trauma che nessuno e niente potrà cancellare.

25 aprile 2015: tra le immagini che scorrono in internet della nostra festa italiana a un certo punto cominciano a scorrere immagini di una catastrofe.
Con le panzane e le bufale che sono di moda attualmente, al primo momento mi chiedo se non siano immagini farlocche.
Poi ne vedo sempre di più, arrivano notizie da diverse pagine di notiziario e la festa non ha più importanza, anzi vedendo quelle foto mi sento quasi a disagio per aver festeggiato…

Il Campo Base dell’Everest dopo la valanga del 25 aprile 2015. Foto: Azim Afif, via Associated Press

Vetta-Costo-EVEREST-Azim Afif-Associated PressUn terremoto così forte non è in memoria. Si paragona, si assimila, ma con dati poco certi con supposizioni antiche, lì in quell’angolo sperduto di estremo oriente del quale si conoscono soltanto i percorsi turistici di moda, sanno soltanto che tutto è crollato o sta crollando, che il vicino di casa è scomparso tra le macerie, che una mamma cerca il suo bambino che non troverà mai più, che un altro bambino si riterrà fortunato di essere rimasto orfano…

Ma non basta… Un’altra scossa di poco più lieve spacca un’altra volta il Paese delle montagne, un’altra mazzata a un popolo che già di per sé si regge in piedi a malapena.

Nepal, Patria della cima più alta del mondo. Sagaramāthā (Dio del cielo), questo il nome nepalese di quello che noi occidentali conosciamo come Monte Everest.

E qui, al campo base che accoglie le spedizioni che arrivano da tutto il mondo per tentarne la salita, gli alpinisti presenti vengono travolti da un’immensa valanga che lascia sul terreno 18 morti.
Altri alpinisti rimarranno feriti o scompariranno a causa di frane e smottamenti in altre zone del Paese che stavano esplorando.
Alla fine il conto sarà di una ventina di morti tra le vittime della comunità alpinistica.

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I riflettori dei media dove si puntano in una situazione come questa? Di che si parla nei notiziari prima di ogni altra cosa?

Sono oltre seimila ad oggi i morti stimati tra la popolazione ed un conto preciso alla fine risulterà pressoché impossibile, vista la particolare strutturazione antropica del Paese, dove esistono villaggi non contemplati sulle mappe e dove raggiungere molte zone è reso quasi impossibile dalle condizioni franose del terreno, dove alcuni villaggi sono stati letteralmente fagocitati da enormi voragini e non ci sono sopravvissuti, come spiega l’inviato di Repubblica in questo servizio:
http://video.repubblica.it/dossier/terremoto-in-nepal/l-inviato-ritorno-al-medioevo-nel-nepal-rurale-interi-villaggi-inghiottiti-dalle-frane/199157/198207?ref=HREA-1

Dove si posano i riflettori dunque?
Per due giorni i notiziari occidentali non fanno altro che trasmettere le immagini della valanga caduta sul campo base, raccontare dei reduci del campo1, che sono in difficoltà a scendere, parlare della ventina di morti tra gli alpinisti come se fosse quella la tragedia…

Tutte le vittime di una catastrofe hanno pari dignità perciò in molti cominciano a chiedersi quale dignità abbiano quei seimila e più a paragone della perdita tra gli alpinisti…

Da più parti si comincia a discutere e contestare questa situazione che mette in ombra la reale tragedia per illuminarne una piccola porzione. I social network fanno rimbalzare nella rete le proteste verso questa differenziazione tra morti di serie A e di serie B.

Marco Confortola dal campo del Dhaulagiri assicura che lui e i compagni stanno bene e che si arrangeranno a scendere, troveranno il modo, sono alpinisti, lo sanno fare. Non vogliono elicotteri, sanno della tragedia e gli elicotteri servono a chi ne ha veramente bisogno, i morti e feriti in tutto il Nepal!
http://www.laprovinciadisondrio.it/stories/Cronaca/confortola-rassicura-dal-nepal-sto-bene_1117520_11/

Tanto di cappello a lui e ai suoi compagni! Alpinisti di certo!

Al Campo Base dell’Everest intanto gli elicotteri cominciano i loro voli per trasportare a valle i superstiti, e dall’Alto Adige arriva la voce tonante e incazzata di Reinhold Messner:
“La vera emergenza – dice il Re degli ottomila all’Ansa – non è sull’Everest. Gli alpinisti dovrebbero essere in grado di badare a se stessi. Tutti ora parlano dei morti sull’Everest, ma il vero dramma si sta svolgendo nella Kathmandu Valley e nelle altre vallate, dove ci sono migliaia e migliaia di morti e dove manca di tutto”.
http://altoadige.gelocal.it/bolzano/cronaca/2015/04/27/news/tragedia-nepal-messner-contro-i-soccorsi-di-serie-a-e-serie-b-1.11316898

Per noi italiani, per noi alpinisti italiani, il suo sbotto è una liberazione!
La stampa non segue molto le voci di chi non sia pubblicamente accreditato e finora non ha dato peso al “rumore” di chi contestava questa situazione.
Messner libera tutti questa volta!

Almeno da noi, almeno un po’, la “musica” cambia e il peso maggiore viene dato alle notizie della vera, immane, tragedia che ha sconvolto quel piccolo pezzo di terra, al quale molti di noi sono affezionati, per averlo visitato, per averlo sognato o per essere ancora prigionieri del sogno.

Le grandi Nazioni non ci stanno facendo una bella figura, questo è certo! L’aiuto dedicato dai governi è veramente poca cosa, solo il Regno Unito fa qualcosa di più, gli altri poco o molto poco e l’Italia ha troppo da pensare alle beghe di campanile. La stima degli aiuti è penosa:
http://www.internazionale.it/notizie/2015/04/28/il-punto-sulle-vittime-e-i-soccorsi-in-nepal

Gli italiani invece, il popolo italiano, si mobilita immediatamente. Sa bene il popolo italiano che cosa sia un terremoto. Guide Alpine, negozi specializzati o meno, associazioni di vario genere (e mi scusi qualcuno se l’ho dimenticato), organizzano raccolte di beni di prima necessità per convogliarli il prima possibile e aiutare con quel poco che diventa tanto, fin troppo… non si riesce più a spedire i convogli al momento e si faranno altre spedizioni nelle settimane a venire.

Beh, non siamo molto ben rappresentati (a tutti i livelli…), ma rimaniamo “brava gente”…

 

E fin qui, la nostra cultura occidentale già ci fa una magra figura (molto magra…!), ma non è finita.
No! Siamo o non siamo colonialisti per tradizione?
Più di SEIMILA morti (finora) a noi che importano?

Le spedizioni commerciali o meglio le agenzie che di questo commercio si interessano, fanno leva sul governo nepalese (che già più volte ha dimostrato di mantenere funzionari corrotti) e fanno sì che gli Sherpa siano già al lavoro per bonificare il campo base ed i campi alti della normale all’Everest e a piazzare le corde fisse, per quegli aspiranti salitori da operetta, che stanno aspettando di passare le loro ferie e non possono neanche immaginare di non realizzare quello per cui hanno pagato. SEIMILA morti (e più di sicuro…) che se ne stiano buoni-buoni, loro e i sopravvissuti e magari qualche rimasuglio di zaino o di giacchetta in pile, quando scendiamo glieli buttiamo, spacciandoli per un grande gesto di carità umana. Ci facciamo anche i selfie con i bambini sporchi di terra che fanno tanto colpo da noi in occidente…

Tutto questo squallore è facilmente trovabile in internet su diversi siti. Eccone alcuni:
http://www.myrepublica.com/society/item/20095-expedition-to-everest-to-continue-ice-fall-obstruction-being-removed.html (link in seguito rimosso, NdR)
http://www.nepalmountainnews.com/cms/2015/04/27/utm-mountaineers-in-everest-to-continue-climb/
http://m.setopati.net/news/6361/

Naturalmente la quasi totalità di alpinisti “normali” sta tornando a casa. Per tutti valgano le parole dell’inglese Adrian Hayes che dal Makalu fa sapere che tutti e 7 i team ai piedi della montagna (circa una trentina di persone) hanno deciso di tornare a casa: “I fattori e le ragioni sono diverse – scrive l’inglese -, in primo luogo relative alla morale e all’etica che c’è nel continuare la scalata mentre così tanta devastazione si è verificata nel Paese, e il rispetto per i desideri dei nostri sherpa, alcune famiglie dei quali sono state colpite. Chiaramente per tutti noi che abbiamo messo tanto tempo, energia e soldi nella spedizione è una grande delusione. Per me, che avevo un doppio obiettivo e che dopo il Makalu volevo andare al Lhotse, cancellato perché condivide il campo base con l’Everest, è addirittura una doppia delusione. Ma passa totalmente in secondo piano nel momento in cui la si mette in prospettiva e si considera la tragedia del Nepal. È solo una montagna dopo tutto. E tutto succede per una ragione…”.

Così scrive il New York Times:
(http://www.nytimes.com/2015/04/26/world/asia/everest-climbers-killed-as-nepal-quake-sets-off-avalanche.html)
“Buona parte del bilancio economico del Nepal è dato dal turismo, con in testa la salita all’Everest come massima attrazione.
Malgrado la ricchezza generata dagli scalatori della famosa cima costituisca soltanto una parte relativamente piccola dell’economia del Paese, questa rappresenta uno dei pochi modi di guadagnarsi la vita in Nepal.
Gli scalatori stranieri pagano le agenzie di professionisti e le guide occidentali qualcosa come 100.000 dollari per farsi accompagnare nella salita.
Gli Sherpa sono assoldati a circa 125 dollari a salita trasportando i bagagli (peso pro capite fissato a 20 libbre – circa 10 kg).
Le agenzie pagano al governo nepalese migliaia di dollari a scalatore per ogni licenza e queste tasse fruttano al governo dai 3 ai 4 milioni di dollari annui.
In tutto questo si inserisce anche l’indotto con alberghi, ristoranti e schede telefoniche oltre al supporto per gli escursionisti.”

Sembra quasi vero…

Ci vuole poco a fare i conti da questa stima e capire chi ci guadagna e chi è sfruttato. Schiavi in casa loro, mi verrebbe da definirli.

Appare ovvio che se nessuno ha interesse a sviluppare un’economia che abbracci anche altri settori, le popolazioni locali con i pochi mezzi a disposizione accettino di buon grado di venire sfruttati pur di sopravvivere e la descrizione del NYT non appare altro che una giustificazione nei confronti degli sfruttatori, disegnandoli come benefattori…!

Sul chi siano gli sfruttatori, poi, appare chiaro allo stesso modo…

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In questo momento, il Nepal ha bisogno di aiuti umanitari che nel minor tempo possibile bonifichino la situazione disastrosa. In seconda battuta di aiuti per ricostruire.

Gli interessi economici travestiti da carità, non faranno altro che rendere un Paese, già malandato prima del terremoto, ancora più economicamente dipendente dalle organizzazioni commerciali e ancora di più in balia di funzionari criminali e senza scrupoli.

Credo che la comunità alpinistica italiana debba prendere una posizione ben netta su questa situazione. Gli elicotteri servono ad aiutare la popolazione devastata dal sisma, non a portare ricchi pancioni, viziati in gita di piacere!

Diversi alpinisti italiani, ma non solo italiani, hanno denunciato e continuano a denunciare questa situazione di colonialismo post-moderno, in un frangente come questo sarebbe ora di darsi da fare per rimediare almeno dove e come possiamo.

L’appello, che lancio da qui, è di far pressioni al nostro governo affinché contesti a livello diplomatico questo ignobile e squallido stato di cose. Contestando e contrastando laddove possibile le salite alpinistiche, dirottando gli aiuti sulle necessità delle popolazioni e non su quelle dei turisti senza scrupoli!

Collegio Guide Alpine italiane, Club Alpino Italiano e qualsiasi associazione che di montagna si interessi in questo momento devono sentirsi in dovere di sensibilizzare l’opinione pubblica e quella politica. Non cambieremo il mondo, ma di sicuro ci sentiremo meno sporchi e consci di aver agito per scopi umanitari!

Famosa foto della colonna di aspiranti summiters all’Everest. Foto: Ralf Dujmovits
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Alpi Apuane: il divieto più lungo

Sulle Alpi Apuane, il 21 giugno 2013 si verifica una scossa di magnitudo 5.2 che, con epicentro in Lunigiana tra Fivizzano e Casola, provoca, oltre alla paura della popolazione, qualche danno agli abitati e quattro contusi.
I giorni dopo vi è uno sciame sismico con altre scosse via via più deboli. Qualcuno segnala che dalla parete nord del Pizzo d’Uccello si è staccato qualche blocco di roccia.

Dal 4 luglio 2013 nel comune di Fivizzano (provincia di Massa-Carrara) è in vigore l’ordinanza n. 320 del Sindaco Paolo Grassi che vieta, in via cautelativa e fino alla verifica dei sentieri e arrampicate della zona Pizzo d’Uccello e dell’intero comprensorio Apuano/Valle di Vinca, la pratica dell’arrampicata e la fruizione dei sentieri presenti all’interno del territorio comunale e facenti parte del Parco Regionale delle Alpi Apuane.

Il versante sud del Pizzo d’Uccello

Il PIzzo d'Uccello dal M. Contrario , Alpi Apuane

L’ordinanza fa seguito a una relazione tecnica firmata dal geologo Paolo Cortopassi secondo la quale nella zona sono state identificate aree potenzialmente instabili. Per il sindaco dunque, accertato lo “stato di pericolo”, scatta l’interdizione per tutti “fatto salvo l’accesso… da parte di guide alpine professionistiche e/o equipollenti purché iscritte che per la natura della loro qualifica si assumono ogni grado di responsabilità”.

L’ordinanza dispone “altresì che le Guardie Parco dell’Ente Parco Regionale delle Alpi Apuane con sede in Massa, Via Simon Musico 8, esaminino tutti i percorsi escursionistici interdetti dalla presente ordinanza al fine di verificare l’agibilità degli stessi”.

Una breve indagine storica ci informa che la zona non è per nulla esente da fenomeni sismici: basterà ricordare il terremoto del 1920 con magnitudo stimata di 6.5 che provocò centinaia di morti fra Fivizzano, Barga e Castelnuovo Garfagnana. Risalendo alcuni secoli addietro si arriva al 1481 con il terremoto di Barga (Garfagnana), per il quale la magnitudo stimata è di 5.8.
E nel 1985 vi fu un’evacuazione prudenziale di molti abitati della zona a seguito di una scossa di magnitudo 4.6.

Per questi precedenti tutti i comuni di Garfagnana e Lunigiana dal punto di vista della zonazione sismica sono classificati nella zona “2”. Quindi niente di inaspettato.

In otto mesi dal luglio 2013 non si sono verificati altri fenomeni. Se anche qualche crollo ci fosse stato, ciò è comune a tutte le montagne, purtroppo.

Non siamo a conoscenza se le guardie del Parco Regionale abbiano o meno provveduto all’esame dei percorsi escursionistici o delle vie ferrate: di certo nulla di ufficiale è stato fatto sui percorsi alpinistici del Pizzo d’Uccello. Perché dunque questa staticità? Perché proibire a tempo indeterminato? E infine, perché proibire?

La parete nord del Pizzo d’Uccello

Paola .... e parete nord del Pizzo d'Uccello. 14-06.1998

A me risulta che detti percorsi siano frequentati con la stessa frequenza di prima, la gente se ne infischia delle ordinanze oppure ragionevolmente pensa che siano divieti inutili?

Con tutto il rispetto per la sollecitudine dimostrata a vietare, non certo seguita da altrettanto puntiglio nel controllo o in opere di sicurezza, non era meglio limitarsi a un consiglio generico di prestare attenzione, forse più attenzione del solito?
Non era meglio puntare finalmente sulla responsabilità del singolo, il quale deve essere debitamente informato dei pericoli ma deve anche poter decidere in autonomia e consapevolezza, per farlo crescere come cittadino e non come suddito?

Che cosa spinge un amministratore a dichiarare inagibile un percorso per un periodo si spera non infinito? Ci domandiamo se ha mai riflettuto questo amministratore sulla convinzione comune che là dove c’è un divieto c’è sicuramente un pericolo, quindi là dove non c’è alcun divieto significa che non v’è pericolo alcuno. Assecondare con i divieti questa convinzione significa essere davvero responsabili dei possibili errori e delle possibili disgrazie.
Oppure si vieta tutto e per sempre.

Ma ci sono anche altri vizi sostanziali in questa ordinanza, che non è certo la prima a presentarli. Una per tutte valga quella del Sindaco di Livigno (ord. n. 34 del 24 aprile 2012 – Prot. 8504 cat. II/1 fasc. 10, successivamente revocata con ord. n. 48 del 16 maggio 2012), ai sensi della quale «dalla data odierna e fino alla revoca della presente, all’interno del territorio comunale di Livigno (SO), è vietato lo sci fuori pista in ogni sua specialità, ad esclusione delle guide alpine italiane e straniere abilitate (art. 4 della Legge 2/1/1989, n 6 ”Ordinamento della professione della guida alpina” e degli artt. 20-26 ”Regolamento regionale 6/12/2004 n. 10” ) e delle persone accompagnate dalle stesse, sotto la responsabilità delle medesime guide alpine».
Pur senza voler approfondire, si può qui notare “ictu oculi” come il divieto della libertà di circolazione sul “fuori pista” sia qui da una parte generalizzato (non riferita cioè soltanto ad alcune zone circoscritte ad “alto rischio”) e privo di un termine certo (così che, in carenza di una tempestiva azione da parte del Sindaco, il divieto ben sarebbe potuto permanere anche quando le presunte condizioni di pericolo fossero materialmente venute meno), e dall’altra parte finisca per mettere in atto una discriminazione fra gli utenti “esperti” della montagna prevedendo una deroga al divieto esclusivamente per le guide alpine (e le persone da questi accompagnate) e non già per tutti i soggetti dotati di idonea (o analoga) preparazione tecnica (si pensi all’alpinista esperto e che, tuttavia, non abbia la qualifica di ‘guida’). Questa sarebbe la vittoria dei “pezzi di carta” sulla vera esperienza e sul buon senso.

Castello della Verrucola a Fivizzano (MS)

AlpiApuane-Fivizzano-Verrucola (2)

Postato il 23 febbraio 2014

Aggiornamento del 29 maggio 2015: il divieto di accesso è stato revocato con ordinanza del Comune di Fivizzano del 28 maggio 2015.