Posted on Lascia un commento

La questione della morte

A distanza di più di un anno dall’uscita dell’articolo di Pietro Crivellaro Brividi al capolinea (20 luglio 2014), lo stesso giornalista ritorna sull’argomento con un nuovo pezzo, Dispute appese al chiodo, pubblicato sul Sole 24 Ore dell’11 ottobre 2015.

Questo ritorno è anche dovuto al nostro articolo del 4 settembre 2014, Un capolinea è una partenza (risposte a Crivellaro), nel quale sostanzialmente contestavamo alcune sue idee:
– il suo esprimere “seri dubbi” sulla liceità di praticare il free solo e soprattutto sulla liceità di filmarlo e venderlo, in quanto il free solo è “una deliberata follia, una danza macabra, un moderno gioco gladiatorio”;
– il giovane Alex Honnold, arrampicatore e alpinista di livello planetario, in quanto campione di free solo è “un vistoso caso clinico e vittima di una dipendenza fenomenale che deve suscitarci più dubbi che ammirazione“.

Alex Honnold in free solo su Separate Reality, Yosemite Valley
QuestioneDellaMorte-b_7209_Alex Honnold

Dispute appese al chiodo è una precisazione a quanto detto un anno prima, ma siccome si aggancia alle nostre contestazioni non possiamo esimerci dal tornare anche noi sull’argomento. E’ il catenaccio dell’articolo a evidenziare il suddetto aggancio: “Nutrire perplessità sul free solo, l’arrampicata più radicale, per alcuni alpinisti è un attacco alla libertà“. Crivellaro inizia lamentando di essere stato attaccato e che alcuni “insorti” lo abbiano anche invitato a dare le dimissioni dal Club Alpino Accademico Italiano, l’associazione che riunisce i migliori alpinisti italici. Secondo questi pareri infatti, chi critica le imprese estreme di altri è come se rinnegasse le proprie, cioè quelle che gli hanno permesso di essere nominato Accademico. Dunque, l’invito a dimettersi.

Ma non è su queste polemiche che vogliamo rispondere a Crivellaro, essendo maggiormente interessati al nocciolo della questione. Di poco conto è anche la sua precisazione, in questo secondo articolo, che il suo mettere sotto accusa Honnold è subordinato al fatto che sia vero che lo stesso Honnold faccia le sue imprese solo per girare i video: quindi Crivellaro sottintende che, in mancanza di questa “verità”, allora anche Honnold potrebbe essere “riabilitato”. Una sottigliezza. Giustamente Crivellaro passa al nocciolo: la questione della morte.

Qui è più convincente. Anzitutto, nella platea di Trento che applaudì Honnold, coglie la domanda non formulata, la strisciante curiosità non detta: “Alex, come la metti con la morte? Ti rendi conto che è pericoloso, MOLTO pericoloso?”. In un secondo tempo cita lo psicanalista Cesare Musatti, che definì l’alpinismo “un gioco con la morte”. Infine racconta di come l’Accademico Andrea Mellano e il giornalista sportivo Emanuele Cassarà ebbero a metà anni ’80 l’idea di organizzare le prime gare di arrampicata. Crivellaro definisce l’arrampicata sportiva, così originata e benedetta, una “piccola rivoluzione di civiltà”, perché basata filosoficamente su un movimento culturale contro “il gioco con la morte”. Al contrario del free solo, la “forma di arrampicata più estrema partorita dalla nostra società dello spettacolo, anzi del selfie”, che secondo Crivellaro riporta al “fondamentalismo” di Paul Preuss, che morì giovane in una solitaria. Un Preuss che Crivellaro mette a confronto con Tita Piaz, che diceva “meglio un chiodo in più che una vita in meno”.

Considerazioni
La questione della morte è il nodo con il quale qualunque individuo nella sua vita, si spera molto prima dell’inevitabile e concreto incontro finale, DEVE aver a che fare, allo scopo di crescere e di formarsi proprio come individuo. Un definitivo distacco dal cordone ombelicale. Con la morte hanno avuto a che fare sia Crivellaro che Musatti, sia Piaz che Preuss. Si sono trovati di fronte ad essa, l’hanno contemplata una o più volte. Le riflessioni sulla propria morte possono avere diversi esiti: quelli positivi comportano la crescita dell’individuo; quelli negativi possono incrementare l’attrazione inconscia verso la morte. Non è un gioco, è parte della vita di chiunque. E ognuno deve darsi le proprie regole senza seguire quelle di altri.

Dobbiamo dire bravo a Musatti, perché giocando con la follia altrui è riuscito a non farsi contaminare più di tanto e a essere utile al prossimo; dobbiamo dire bravo a Preuss perché ha fatto la sua scelta e ha celebrato un esempio; dobbiamo dire bravo all’irruento e sanguigno Piaz che è riuscito a non morire in montagna. Dobbiamo dire grazie a Crivellaro, che ci pone serenamente questi quesiti dopo una carriera alpinistica lodevole e quindi, per definizione, non scevra da rischi.

Eugen Guido Lammer non era di idee sportive: era un fanatico dell’esperienza intima, romantica, un uomo che non aveva paura della morte e che certamente non si tratteneva dal dirlo. Lammer morì nel suo letto, al contrario di tanti altri che mai hanno fatto free solo ma che purtroppo sono morti in montagna. Gianni Calcagno non ha mai fatto una solitaria in vita sua e rifuggiva dall’idea; Renato Casarotto nelle sue solitarie si auto-assicurava scrupolosamente. Potrei fare decine di esempi che contraddicono la facile contrapposizione Preuss-Piaz.

Sono felice quando in una platea la domanda sulla morte aleggia senza essere espressa. In quel modo c’è più probabilità che ciascuno cerchi dentro di sé e trovi la sua risposta. Non deve essere Honnold a farlo. Non deve essere Crivellaro a pretenderlo, pensando che Honnold sia un sempliciotto sedotto dal mito del selfie.

Quanto all’arrampicata sportiva, santificata da Crivellaro perché “piccola rivoluzione di civiltà”, non mescoliamola, non paragoniamola, non accostiamola all’alpinismo. Se ci piacciono il movimento atletico e l’intelligenza motoria che l’arrampicata sportiva implica, pratichiamola senza contrapporla alla pretesa ideologia di morte insita nell’alpinismo. Gli alpinisti, inguaribili, cercheranno la propria vita finché avranno respiro, anche se questa ricerca li metterà prima o poi a contatto con la morte. La ricerca della vita vale il dialogo con la morte: questa è la vera rivoluzione individuale.

Posted on Lascia un commento

I due diavoli

A ciascuno i suoi diavoli
di Carlo Ventura

Appartengo a quella genia di genovesi un po’ strani e girovaghi che sono diventati d’adozione o astigiani, come il povero Bruno Lauzi, oppure milanesi come Angelo Branduardi e lo stesso Alessandro Gogna. Con quest’ultimo abbiamo in comune anche un antico sodalizio: da compagno di liceo mi ha contagiato con il morbo dell’alpinismo dal quale non sono ancora riuscito a guarire, nonostante i ripetuti incidenti. Ecco perché, convalescente dall’ennesimo infortunio, non potendo ancora riprendere a praticarlo, mi accontento di scriverne.

Giovanni Gerbi, il Diavolo Rosso
DueDiavoli-Gerbi1905_modificataCome quei vecchi dissoluti che, non potendo più dare il cattivo esempio, si prodigano in buoni consigli. Mi è venuto il capriccio di azzardare un paragone un po’ originale e stravagante. Proverò a confrontare due diavoli, ma non due poveri diavoli, bensì due veri campioni, due personaggi decisamente sopra le righe, due autentici fuori-classe che, ciascuno nel proprio ambito, hanno lasciato una traccia indelebile e hanno scritto una pagina importante nella storia dello sport di tutti i tempi. Vedrete che le loro analogie sono molte più di quanto si potrebbe immaginare.

Mi riferisco a Giovanni Gerbi, di Asti e al trentino Tita Piaz : il primo fu soprannominato il Diavolo Rosso, il secondo il Diavolo delle Dolomiti e furono tra loro contemporanei. Tita (diminutivo di Giovanni Battista) Piaz, alpinista straordinario, nacque nel 1879, precisamente a Pera di Fassa (tra Vigo e Campitello) da una modesta famiglia di valligiani. Se questa estate non fossi stato impedito dalla mia dolorosa invalidità, avrei partecipato al soggiorno della sezione del CAI in quei luoghi e sicuramente avrei suggerito una breve visita deferente nel piccolo cimitero del paesino natale, dove ho scoperto casualmente il suo semplice monumento funebre.

Invece l’altro Giovanni, cioè Gerbi, antica gloria del ciclismo pionieristico mondiale, detto Piciot (in dialetto, tipo in gamba), nacque nel 1885, nella popolare borgata astigiana di Trincere, in riva al Tanaro. Anch’egli di umile estrazione, da ragazzo provò a fare vari mestieri, sempre da garzone. Deve l’epiteto satanico al fatto che in gara si distingueva sempre per una inconfondibile maglietta/maglioncino color rosso-fuoco. Come se non bastasse, si dice che durante una corsa, nei pressi di Villanova d’Asti, sia piombato, improvvisamente come un fulmine, su di una processione tra lo stupore e lo spavento dei fedeli. Anch’egli a suo modo fu uno “scalatore”, dal momento che sui pedali dovette superare non poche durissime salite: non per nulla nel 1904 fu il primo atleta italiano a partecipare al Tour de France. In carriera vinse ben 31 competizioni di livello internazionale e si distinse per astuzia e spregiudicatezza. Sposato e padre di una figlia, tornato dalla guerra continuò a gareggiare ostinatamente ancora in età avanzata da veterano, nel frattempo si dedicò alla produzione e al commercio di biciclette. Allo scopo aprì un negozio e allestì una piccola fabbrica in città, nel complesso attuale sede dell’Hastafisio (noto centro fisioterapico a cui, sempre a proposito di sport di montagna, spesso si rivolgono alcuni componenti della nazionale di sci).

Per gli amanti dei cimeli sportivi, un’antica bici appartenuta al Diavolo Rosso è tutt’ora esposta nell’omonimo locale “sui generis”, di cibo, vino, musica e varia umanità, sito nel centro storico di Asti e che, guarda caso, ha sede nell’edificio sconsacrato dell’ex-Confraternita di San Michele: quasi una profanazione. Per gli astigiani Giovanni Gerbi è rimasto un mito e Paolo Conte gli ha persino dedicato una canzone.

Dal canto suo e da tutt’altra parte, Tita Piaz per poco non completò gli studi da maestro elementare. In gioventù fu simpatizzante dell’irredentismo triestino e convinto interventista alla vigilia della Grande Guerra, come ad esempio tutti i Futuristi. Quel conflitto vide tra le innumerevoli vittime sia artisti come il pittore Umberto Boccioni, uno dei più grandi futuristi appunto, sia alpinisti come il formidabile Sepp Innerkoffler, la famosa guida delle Dolomiti di Sesto, allora in territorio austriaco, in onore del quale si tramanda che venne addirittura dichiarata una tregua tra i contendenti che si fronteggiavano, durante le esequie celebrate dai suoi nemici italiani sul Monte Paterno. Non era casuale il mio riferimento precedente a quella corrente artistico-culturale, d’altronde ben si adattavano, alle atmosfere degli eventi clamorosi dell’avanguardia futurista, alcune imprese dell’alpinismo acrobatico di Tita Piaz che allora suscitarono molto scalpore. Come la traversata Guglia De Amicis-Campanile di Misurina, che compì nel 1906 sospeso a una fune tesa tra le due cime. Oppure la vertiginosa discesa della parete nord del Campanile di Val Montanaia, nella quale mise in pratica la sua manovra di corda-doppia. Geniale innovazione denominata appunto tecnica Piaz-Dülfer, per non far torto al grande rivale tedesco, al quale altresì se ne attribuiva l’invenzione. Con quest’ultimo per compagno di cordata, principale esponente della Scuola di Monaco, poi espugnatore della parete ovest della Cima Grande, conquistò la Punta Frida, sempre nel gruppo di Lavaredo. Ciò prima dello scoppio del conflitto mondiale, dove il suo amico cadde, fra i tanti, tragicamente in battaglia. Tita da adulto divenne anch’egli “rosso”, ma solo per intima convinzione politica, fedele agli ideali socialisti del martire Cesare Battisti, durante il fascismo venne arrestato più volte, collaborò col movimento di liberazione nascondendo ebrei e partigiani, nel 1944 venne imprigionato dai nazisti per ben nove mesi e dopo la guerra fu anche sindaco del suo paese. Nel corso del lungo iter alpinistico, aprì una cinquantina di nuove vie nel gruppo del Sella (Sass Pordoi), nelle Dolomiti Orientali e nel Tirolo, ma il suo “terreno di conquista” fu soprattutto il gruppo del Catinaccio, Torri del Vajolet. La sua prima impresa giovanile fu la salita in solitaria della Torre Winkler, che purtroppo “mi manca”: di questi tre bellissimi monoliti, ho avuto la grande soddisfazione di scalare due volte l’estetico spigolo sud-ovest della Torre Delago (aperto sempre da Piaz) che quindi “ce-lo”, e una volta la Torre Stabeler, che “ce-lo” pure. Successivamente sulla stessa Torre Winkler aprì alcune vie nuove, di cui una con Sandro Del Torso e Fosco Maraini. Da guida alpina accompagnò più volte il Re Alberto del Belgio e fu tra i promotori della costruzione del rifugio a lui dedicato, alla base di quelle guglie, dopo che il monarca perì proprio in un incidente di montagna.

Tita Piaz, il Diavolo delle Dolomiti
DueDiavoli-piaz0001Punta Emma. Nel 1900 ne fu il conquistatore e per di più in solitaria, dedicata a Emma Della Giacoma, una giovane che lavorava nel rifugio Vajolet, con cui ripeterà in seguito la salita. Parete molto bella, proprio di fronte al rifugio e, per quei tempi, severa e di tutto rispetto. Anni fa, quando ho scalato a sinistra la via Steger, ho potuto constatare che circa a metà dell’itinerario di Piaz è collocato, caso più unico che raro, un grosso quadrante d’orologio ben visibile dal basso col binocolo: era usanza che le cordate puntassero le lancette sull’orario del passaggio. Temo che anche questa stranezza sia dovuta al suo primo espugnatore! Sempre a proposito di quel rifugio, Piaz ne era un assiduo frequentatore, ne sposerà la figlia del custode, Marietta Rizzi, ne diverrà a sua volta il gestore e sul sentiero, proprio di fronte all’ingresso, è posta tuttora una lapide a perenne ricordo. Fu anch’egli appassionato e instancabile ciclista, la bici era il suo mezzo di locomozione prediletto (come da foto, con tanto di cane nello zaino) e morì nel 1948, all’età di 69 anni, proprio in seguito alle complicazioni conseguenti a una caduta dalla bicicletta che, tanto per non smentirsi mai, risultò rigorosamente senza freni! Ennesimo parallelismo tra questi due epici personaggi dal temperamento, dalla grinta e dalla resistenza straordinarie: ebbene questi due tipi così tosti perirono entrambi fatalmente per i postumi di un infortunio stradale. Giovanni Gerbi morì infatti nel 1954, anch’egli all’età di 69 anni, dopo un incidente automobilistico al rientro dalla visita a un ex-avversario seriamente ammalato e riposa nel nostro cimitero urbano. Infine faccio notare che persino in questo, cioè nell’estrema dimora, i due Diavoli hanno qualcosa in comune, ovvero la modesta sobrietà delle loro tombe, in contrasto con l’enorme celebrità in vita.

(Ringrazio gli amici Paolo Monticone per la foto di G. Gerbi e Alessandro Gogna per quella di T. Piaz)