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Quale futuro adesso per la Dawn Wall?

Quale futuro adesso per la Dawn Wall?
di Cedar Wright (traduzione di Luca Calvi)
dalla rivista Climbing (www.climbing.com)

Credo che la Dawn Wall sia stata una vera figata, ma che si sarebbe potuto fare anche qualcosa di più!

Se la vostra risposta a questa frase, coniata con la maestria degna di un vero esperto, è “Ma cos’è la Dawn Wall”, allora la mia replica sarà “Senti, va’ a restituire la rivista al suo legittimo proprietario. Non sei uno scalatore, ammesso e non concesso che tu sia un essere umano”.

Per chi ami o anche solo sia appassionato di scalata su roccia la Dawn Wall è un qualcosa di imprescindibile. E’ stata è stata l’ascensione di profilo più elevato di cui sia stato testimone in più di venticinque anni di scalate a Yosemite e, oserei dire, anche l’arrampicata più “da fuori di testa” di sempre.

Tommy Caldwell assicurato da Kevin Jorgeson sull’ultima lunghezza di Dawn Wall
QualeFuturoDawnWall-CLIMBERS4-articleLargeForse c’è una sorta di energia karmica mediatica attaccata alla Parete della Luce di Primo Mattino sul Capitan, perché l’ultima volta in cui si era visto un battage simile a questo attorno ad una scalata su El Cap era stato quando Warren “Son-fuori-di-testa” Harding e Dean “Io-pure” Caldwell erano riusciti a venir fuori con le unghie dalla prima ascensione su quella stessa parete, salendo in vetta dopo una scalata in artificiale epica e carburata a base di vino.

Stavolta, grazie ai social media ed agli smartphone, Tommy e Kevin ci hanno portato dei selfie fatti su una big wall da 5.14d, aggiornamenti quotidiani sulla pelle delle dita e immagini di qualità professionale dedicate a panini imbottiti dall’aspetto invitante e gustoso. Questi ragazzi mangiavano molto meglio di quello che potevo fare io mentre me ne stavo tra le comodità del mio condominio a Boulder in Colorado, grazie ad una squadra dedicata di “sherpa spazzini” che risalivano quotidianamente lungo le fisse per andare dagli scalatori e rimpinguarli di code d’aragosta, caviale, fragole al cioccolato e bottiglie di Crystal.

Quando non occupati a mangiare come veri e propri re oppure ad affrontare scagliette tecniche, minime, buone solo per un’unghia e porosità microscopiche per i piedi, il duo composto da Tommy e Kevin poteva essere visto intento a fare una siesta, a guardarsi Netflix, oppure al telefono, a rispondere a domande mal formulate da parte di giornalisti poco informati. I mezzi di informazione principali, che operano con l’intelletto collettivo di un bambino di cinque anni con una lesione alla testa, avevano stabilito che quella scalata era stata un qualcosa di davvero grande, per quanto non avessero manco mezza idea di cosa si trattasse. Nella loro lotta disperata alla ricerca della comprensione di cosa diavolo stesse accadendo lassù, erano alla fine giunti alla comica ma precisissima conclusione che quelli che stavano scalando la parete lo stavano facendo usando solo “le mani e i piedi”. Vorrei aggiungere che sono stati usati anche i gomiti e le ginocchia, oltre ad altre cose!

El Capitan, Dawn Wall
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Per il circo mediatico di alto livello, in più, tutta la scalata è stata documentata dalla Big Up Production, che aveva mandato una squadra di cineasti ad accamparsi in pianta stabile sulla parete assieme agli scalatori, pronta a documentare ogni spaccata, ogni lofia ed ogni utilizzo del tubo per la defecatio in parete. La troupe cinematografica è riuscita a mettere assieme una vera e propria ragnatela di corde posizionate sopra, sotto, a lato, di fronte e a metà come stesse facendo un carpiato, il tutto per riuscire a fissare ogni momento duro in stupefacenti immagini ad alta definizione. Stiamo parlando di tecniche cinematografiche così avanzate da far fare ad Avatar la figura dell’Andy Griffith Show e da far sembrare l’Uomo Ragno uno che arrampica solo sul 5.4. A volte sembrava che lassù in parete ci fosse una vera e propria piccola città, con tanto di ingorghi di traffico e inquinamento luminoso. Tommy e Kevin potevano addirittura sfruttare le luci dell’operatore alla macchina da presa per illuminare il tratto duro che sarebbero andati a salire in redpoint ogni sera.

Per rendere le cose ancora più strane, hanno scalato nel bel mezzo dell’inverno. La missione del secolo ha un grandissimo debito di gratitudine verso i combustibili fossili, il CO2, le centrali energetiche a carbone e la mia vecchia Corolla, perché grazie al riscaldamento globale Kevin e Tommy si sono potuti godere tre settimane di tempo quasi perfetto per le scalate in pieno gennaio. Oddio, hanno schivato qua e là qualche bomba di ghiaccio, ma una delle minacce più grandi per il loro successo era rappresentato dal fatto che faceva troppo caldo per scalare durante il giorno! Per arrampicare aspettavano l’arrivo della notte, fattore che portava un piccolo e meno considerato beneficio, ovvero dava agli stilisti una gran quantità di ore di luce per la preparazione e la sistemazione del guardaroba e delle pettinature.

E così tutta quell’epica prova del fuoco è stata presentata in tempo reale grazie alle dirette della NBC. Due settimane di diretta, tanto che alcuni cinici sono arrivati a chiamarla “la Yawn Wall (la Parete dello Sbadiglio)”, perché stare a guardare quei ragazzi che cercavano di spingere oltre il limite l’arrampicata sulla big wall dava un senso di lentezza maggiore di quello che si prova ad osservare i panni che si asciugano. Io, personalmente, non riuscivo a starmene seduto sulla sedia, perché io El Cap l’ho scalato in libera e so che lì non è finita finché davvero non sei fuori da quell’oceano di roccia. Per quel motivo la Dawn Wall aveva iniziato a stressarmi fuori dai modi, non ne potevo più, aspettavo che per amor di Dio mandassero quella trasmissione che così poi potevo tornarmene alla mia vita. Poi, alla fine, grazie alla tenacia, ai tendini al titanio, a un allenamento certosino e al sole invernale, la Dawn Wall è stata liberata. Ditemi, quando mai avete potuto essere testimoni di qualcosa di simile in diretta sul vostro portatile??

Una volta issatisi sulla vetta, Tommy e Kevin erano ormai divinità tra gli uomini e la macchina mediatica aumentava di potenza. L’impresa fu annunciata al mondo come la più grande scalata in libera di una big wall a livello mondiale, della galassia e dell’universo tutto. Mi sentivo così ispirato che volevo addirittura staccarmi un dito per poter assomigliare di più a Tommy che, a quanto pareva, aveva incoraggiato in modo esagerato Kevin durante i suoi credo 579 tentativi di salire in redpoint il quindicesimo tiro. Era comparso su SportsCenter e su Today e non riusciva nemmeno a parlare! I suoi sforzi faticosi per riuscire a dare le risposte ai giornalisti lo facevano sembrare un Gollum con la faringite.

E dov’è che da lì poteva andare a finire la più dura e più insana delle imprese arrampicatorie se non sui divanetti di peluche dell’Ellen DeGeneres Show ? “Tutto quello che stavate facendo era pericoloso!” – ha detto Ellen dopo che Tommy aveva cercato di spiegare che in realtà salire in libera El Cap è relativamente sicuro. La stessa, poi, è andata ad esaminare fin nei più reconditi dettagli gli aspetti relativi al come tagliarsi un dito con una sega da banco ed alla fine li ha lasciati andare ambedue al loro allegro percorso in compagnia di un abbonamento quinquennale a Netflix e di una bottiglia di whiskey – ambedue cose che se per caso voi due non avete intenzione di usare potete sempre passare e lasciare qui, alla redazione della rivista Climbing!

Tommy Caldwell e Kevin Jorgeson (a ds.)
QualeFuturoDawnWall-yosemite-climbA parte le mie cavolate, la Dawn Wall ha cambiato per sempre le vite non solo di Tommy e di Kevin, ma di tutti gli scalatori. Per molti aspetti questo è stato un avvenimento incredibilmente grandioso e positivo. L’arrampicata ha avuto parte del riconoscimento che si merita come uno degli sport più atletici e impegnativi al mondo. Il grande pubblico, adesso, è per un buon 10% meno all’oscuro di cosa voglia dire scalare una parete. Addirittura alcune persone sono ora in grado di conoscere la differenza tra salire in free-solo, salire in libera e salire sulla vetta dell’Everest!

In più, per una volta, i riflettori sono stati accesi sul posto giusto, indipendentemente dal fatto che i media avessero o meno anche la minima idea del motivo per cui ci fosse tutto quel battage. Si è trattato davvero di un nuovo livello di difficoltà per El Cap, ma, ad essere onesti, è stato anche un passo indietro per quanto riguarda lo stile se paragonato ad altre salite in libera su quella montagna. Molte delle altre difficili salite di Tommy su El Cap sono state realizzate in puro “stile capsula”, senza nessuno a portare cibo, nessun red-point che diventa pink-point, e in parecchie situazioni, come nel caso di Magic Mushroom e del Nose, con Tommy che torna a salire in libera quelle vie in giornata. Questo è probabilmente il passo finale verso lo stile perfetto, eccezion fatta forse per un free solo o per un fantasticabile free solo a vista, nudi, a piedi scalzi e senza magnesite.

E’ questa la grandezza dell’arrampicata, che è tanto uno sport quanto un’arte. Non ci sono regole assolute se non quelle che definiamo noi arbitrariamente, e per l’arrampicata ad essere importante non è tanto il “vincere” quanto lo stile. Evidenzio il fatto che ci sia ancora spazio per il miglioramento dello stile di questa magnifica salita e non lo faccio, credetemi, tanto per fare lo sborone di turno, no, sono uno che potrebbe fare il presidente del Fan Club di Tommy, ma per gettare un guanto di sfida per le generazioni future degli scalatori, che vadano a migliorare lo stile con cui è stata scalata la Dawn Wall! E che opportunità!

Quando ho chiesto a Tommy quali siano stati i compromessi stilistici usati per liberare la Dawn Wall, mi ha detto: “Abbiamo piazzato corde fisse, lavorato passaggi dall’alto, piazzato spit dall’alto, abbiamo usato portatori, avevamo con noi fotografi e avevamo con noi un sacco di materiale”. Ecco, questo è quello che mi piace di Tommy, è un ragazzo cui non piacciono balle e stronzate, ed è il primo ad ammettere l’esistenza di aree in cui ci siano possibilità di miglioramento.

Alla fin fine si suppone che l’arrampicata sia un divertimento e Tommy la mette giù così: “Vedevo la Dawn Wall come un gioco con regole fatte da noi per dare forma alla miglior esperienza possibile. A differenza del baseball, però, oppure del football o di qualsiasi altro sport organizzato, davvero, arrampicare sulle big wall non ha un manuale con regole o giudici, e così abbiamo il gran privilegio di poter avere dibattiti eterni”. Siccome lo conosco da lungo tempo e sono pronto a scommettere che in un qualche remoto meandro della mente lui ora sta cullando l’idea di tornarsene alla Dawn Wall per una salita più pura, gli ho chiesto quale sarebbe per lui lo stile perfetto e la risposta è stata: “A vista, in giornata, due persone che salgono ambedue in libera tutti i tiri. Nessun aiuto, da nessuno, oppure una salita in free solo a vista”.

Beh, certo, migliorare lo stile della Dawn Wall è più facile a dirsi che a farsi, può darsi che ci vogliano vent’anni prima che qualcuno anche solo ripeta la Dawn Wall, ma credo, o almeno spero, che alla fine sarà salita in libera a vista, poi salita in libera in un giorno e poi, alla fine, forse, tra un migliaio d’anni, sarà ripetuta a vista in giornata! Per me è questo il bello dell’arrampicata, c’è sempre un progresso! Ho chiesto a Tommy dove ritiene che le future generazioni arriveranno a portare l’arrampicata su El Cap e mi ha detto: “Penso che andrà in tante direzioni, ci sono così tanti modi per migliorare lo stile. Le vie più facili saranno salite a vista e più velocemente. Si saliranno dalla base al termine le vie esistenti senza fare ricorso alle corde fisse. El Cap sarà salito in free solo. Verranno aperte vie più dure e le gente andrà su quelle vie a farsi il culo così come ce lo siamo fatto io e Kevin”.

Fuori di testa tanto quanto tutto il circo che le gira attorno, la Dawn Wall è un’immagine che arriva dal futuro sempre più avanguardistico delle arrampicate sulle big wall. Allo stesso modo in cui negli anni ’60 gli scalatori avrebbero fatto fatica ad immaginare che El Cap sarebbe arrivato ad essere scalato regolarmente in libera, per noi oggi è altrettanto impossibile andare a scandagliare quali e quante imprese possano intraprendere gli scalatori del futuro su quella parete.

Tommy dunque pensa che ci sarà un giorno in cui qualcuno giungerà tranquillamente alla base della Dawn Wall senza informazioni o relazioni per poi scalare a vista la via in una giornata? Il sunto che ci ha regalato è piacevole e calzante: “E’ difficile immaginarlo adesso come adesso, ma El Cap ha sempre dato prova, una volta dopo l’altra, di essere più grande dell’immaginazione”.

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The Dawn Wall

    The Dawn Wall
Le seguenti informazioni sono tratte dalla rivista Climbing n° 333 (www.climbing.com).

La storia di Tommy Caldwell e Kevin Jorgeson, riguardo alla salita in libera e in 19 giorni della più difficile big wall al mondo, è stata “coperta” passo dopo passo (e spesso in modo ridicolo, pur senza intenzione) dal New York Times. La NPR (National Public Radio) ha trasmesso un’intervista telefonica dalle portaledge degli scalatori. Le ultime quattro lunghezze sono state mandate in streaming dalla NBC. Gli ultimi giorni dell’impresa sono stati seguiti da folle curiose che stazionavano sotto alla parete. Dopo l’arrivo in vetta (14 gennaio 2015, ore 15.30) i due si sono ritrovati sulle copertine di tutti i giornali più grossi in America. Anche la Casa Bianca ha twittato un messaggio con Obama che indica una foto del Capitan e dice: “Siamo orgogliosi, Tommy Caldwell e Kevin Jorgeson, che abbiate vinto sul Capitan. Ci ricordate che tutto è possibile. BO (Barack Obama).

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Come scalatori, siamo tutti senza parole di fronte a questo successo. 32 lunghezze, di cui 7 di 5.14 e 12 di 5.13. Sette anni di sforzi, fallimenti, allenamenti e concentrazione incredibili. Ma la cosa che più colpisce è che quest’impresa abbia superato i limiti di una performance ristretta alla comunità degli arrampicatori e che abbia interessato un’audience ben più vasta, quella mondiale.

La parete
La Dawn Wall, detta anche Wall of Morning Light, del Capitan è così chiamata perché è la prima a ricevere i raggi del sole all’alba. La parete è stata scalata la prima volta dalle leggende della Valle Warren Harding e Dean Caldwell, nel 1970. Salirono in artificiale per 28 giorni ed è famoso l’episodio del loro rifiuto di essere aiutati dai ranger che cominciavano a preoccuparsi per le loro condizioni. Ai possibili soccorritori offrirono una gran bevuta di vino.

La prima ascensione
Negli anni ’70 una salita in libera della Dawn Wall era al di là di ogni possibile concezione. Anzi, a quel tempo anche le leggende viventi sospettavano non fosse possibile salirla neppure con l’aiuto di mezzi artificiali. Kim Schmitz e Jim Bridwell avevano raggiunto il punto più alto tra i vari tentativi (poco sopra El Cap Tower) ed erano arrivati alle stesse conclusioni dei loro predecessori. Non c’erano più fessure da seguire e scesero al terzo giorno.

Warren Harding e Dean Caldwell in vetta a El Capitan dopo la prima ascensione della Dawn Wall (Wall of Early Morning Light), 18 novembre 1970
DawnWall-climbersIl 18 novembre 1970 Harding e Caldwell riuscirono a completare la parete in artificiale più alta del mondo, di sicuro la più difficile dello Yosemite, con l’uso di centinaia di chiodi e chiodi a espansione messi per superare intere sezioni di parete prive di fessure. Il tempo totale passato in parete era stato di 28 giorni, con la maggior parte delle notti trascorse in amaca. Avevano solo 21 giorni di acqua e viveri, perciò sono rimasti sprovvisti di entrambi parecchio prima dell’uscita in vetta, con il risultato di un grande rallentamento nelle ultime lunghezze strapiombanti. Si ripresero solo bevendo lo champagne portato lassù da amici e fidanzate.

Nel numero 7 di Climbing, il fotografo-alpinista Galen Rowell, in un melodrammatico articolo intitolato An elegy for Yosemite, lamentava che non ci fosse ormai più nulla da fare in Valle.

Dopo questa salita, oggi diciamo la stessa cosa: in Valle sono rimaste le pareti secondarie, forse meno in vista e desiderabili di quelle importanti e “classiche”.

Kevin Jorgeson
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Tommy Caldwell
DawnWall-87728_990x742-cb1421088638I protagonisti
Tommy Caldwell, 36 anni. Arrampicatore estremamente dotato, Caldwell ha aperto vie fino al 5.15a e naturalmente ha al suo attivo un gran numero di prime ascensioni in libera sulle big wall dello Yosemite. E’ uno dei soli 5 che hanno salito in libera il Nose. Vive con sua moglie e suo figlio piccolo a Estes Park, Colorado. http://it.wikipedia.org/wiki/Tommy_Caldwell

Kevin Jorgeson, 30 anni. Si è distinto dapprima nelle competizioni come giovane arrampicatore sportivo, ma poi ha lasciato le gare a 18 anni per concentrarsi sul bouldering. In questo campo ha risolto un bel po’ di problemi di V14. Co-fondatore di Pro Climbers International, che ha lo scopo di sostenere questa generazione di climber e di preparare la prossima. Vive a Santa Rosa, California. Prima dell’impresa sulla Dawn Wall al Capitan non aveva mai avuto esperienze di big wall. Jorgeson si è unito a Caldwell nel 2009 e da allora ne è il compagno più assiduo. http://en.wikipedia.org/wiki/Kevin_Jorgeson

Gli inizi
Secondo il filmmaker Brett Lowell, Tommy Caldwell cominciò a pensare alla Dawn Wall nell’autunno 2007. A quel tempo non era certo sicuro di farcela. Decisero di includere comunque il progetto nel film Progression, sperando che l’idea potesse essere ripresa da qualcun altro. Caldwell andava su e giù con vari compagni, tra cui Chris Sharma, Alex Honnold, Jonathan Siegrist. Jorgeson ne rimase seriamente impressionato e mandò a Caldwell una e-mail per offrirsi come compagno definitivo.

Kevin Jorgeson spalma mastice sul nastro adesivo per contrastarne la lacerazione
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Punti d’interesse
Lunghezza 15. Il passo chiave per Jorgeson. All’inizio il nastro adesivo gli proteggeva le dita da appigli microscopici e taglienti come rasoi, ma dopo 11 tentativi in sette giorni ce l’ha fatta, a mani nude.

Lunghezza 16. Il passo chiave prevedibile per Caldwell. Si era ricreato la disposizione delle prese sul suo enorme pannello di plastica, per fare pratica. Includeva un lancio pazzesco di più di due metri partendo da un’ondulatura decente. Ma alla fine Caldwell ha deciso di aggirare l’ostacolo, scendendo una mezza lunghezza sotto a quel passaggio e poi arrampicando a lato. Questa è stata chiamata “Loop pitch” e si è rivelata un difficilissimo 5.14° (inclusa la parte in discesa di 5.13/5.14).

Wino Tower. Dopo questo tratto, la via diventa “più facile”. I tiri di 5.13 e 5.14 sono fatti e il resto è di 5.11 e 5.12 (a parte un passo boulder di 5.13 molto vicino alla cima). Secondo la moglie, Becca Caldwell, Tommy aveva le lacrime agli occhi, perché sapeva che facendo quello la salita si poteva considerare “fatta”.

La ricerca dell’attrito
La cordata ha attribuito buona parte del successo alle temperature fredde della stagione: lo sapevano anche prima e per quel motivo hanno scelto il periodo di gennaio per il tentativo decisivo. Hanno scalato parecchio anche di notte, per evitare il sole. La gomma delle scarpette dà il massimo di attrito a una temperatura compresa tra 0° e 5° gradi Celsius. Questo intervallo è il migliore anche per la pelle, perché non permette il sudore.

Trucchi disperati
Caldwell ha raccontato che le condizioni della pelle erano un fattore così importante che i due mettevano la sveglia dopo quattro ore di sonno per poter riapplicare con maggiore frequenza la crema rigeneratrice.

Maggiori inconvenienti
2011. Jorgeson ha subito ammaccamenti ossei e stiramenti tendinei alla caviglia tentando il dinamico della lunghezza 16: a tal punto da dover chiudere la stagione.

2013. Caldwell si è danneggiato la cartilagine di una costola allorché il saccone da recupero gli cadde per una sessantina di metri mentre era attaccato alla sua imbragatura. Questo gli è costato qualche mese di inattività.