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Beluga Tower

Canadesi in libera sulle big wall dell’Isola di Baffin
di Shey Kiester (da un post del 9 settembre 2014 su www.alpinist.com)

L’estate scorsa, non appena quattro canadesi partirono dal villaggio di Clyde River per navigare a motore sulla superficie del Sam Ford Fjord in un viaggio di dodici ore di barca, “pareti gigantesche si susseguivano una dopo l’altra emergendo dal mare come centinaia di Yosemite affollati in solo posto” ricorda Paul McSorley.

Dopo averli portati al campo, la “bagnarola” fa ritorno a Clyde River (Baffin Island). Foto: Joshua Lavigne
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Approdati finalmente al Walker Arm dell’Isola di Baffin, McSorley, Crosby Johnston, Joshua Lavigne e Tony Richardson sono stati in grado di vedere l’obiettivo: la parete nord della piramidale Beluga Spire, i cui 1300 metri di dislivello ne facevano la più alta parete della zona ancora da salire.

Loro erano una squadra, come ha detto Lavigne, “disposta ad accettare il completo fallimento di fronte all’insieme di incertezze… nell’eccitazione di quel cocktail di situazioni di mare, di montagna e di Artico”.

Harpoon (VI 5.12, 1100m), Beluga Spire. Foto: Joshua Lavigne
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L’ultimo tentativo noto sulla parete nord del Beluga era stato quello di Dave Turner, da solo, nel 2009. Questi, nell’American Alpine Journal del 2010, aveva scritto di non aver portato portaledge, spit, corde statiche e (ovviamente) alcun compagno.

Ahimè, ancora sofferente di recenti congelamenti alle dita, fu costretto a tornare indietro due volte dopo aver superato metà parete. Anche se aveva viaggiato fino alle più remote coste dell’Isola di Baffin, dove sapeva esserci una gran quantità di granito vergine, ma con l’intenzione di aprire una via nuova sul Beluga, finì per consolarsi aprendo una via nuova di 5.10 A3 sui 1400 metri del vicino Broad Peak.

Da sinistra, Paul McSorley, Tony Richardson, Joshua Lavigne e Crosby Johnston. Foto: Joshua Lavigne
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Il Beluga Spire, tra il Polar Sun Spire e la Walker Citadel, non registrò altri tentativi nei cinque anni seguenti a quello di Turner.

Quindi arrivarono i canadesi, su quella che Lavigne ha definito “una specie di bagnarola con un tossicchiante motore Yamaha a due cavalli, non esattamente adatta a caricare il timoniere, quattro persone e tutto il loro bagaglio in un fiordo artico”.

Richardson impegnato sulla parete ovest della Turret. Foto Joshua Lavigne
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Non volendo perdere tempo né sprecare bel tempo, fatto campo “tra carcasse di balene e feci di orso bianco”, sono corsi subito ai pendii di approccio alla base della parete del Beluga.

Dopo un lustro, ancora una volta la parete nord era invasa dalle brame di gloria e sensi di frustrazione dei quattro scalatori che si affannavano su quella massa soverchiante.

Nei due giorni di parete, il team ha avuto a che fare con roccia “sempre impegnativa, con buone cenge per bivaccare”, ha scritto McSorley.

Il Sam Ford Fjord. Foto: Joshua Lavigne
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Le lunghezze iniziali erano su roccia un po’ marcia, un ricordo però sbiadito subito nella mente degli scalatori. Perché la via è di 29 lunghezze in totale, battezzata poi Harpoon (L’arpione) per via della contemporanea caccia alla balena che impegnava gli abitanti di Clyde River.

Harpoon, finita il 2 agosto, è di VI, 5.12 con due brevi sezioni di A1 che qualcuno di loro fece in libera dopo l’attrezzatura. McSorley spiega che il grado è solo per la cronaca, perché “quell’esperienza non può essere affatto espressa da un grado”.

McSorley esulta sulle più facili rocce vicino alla vetta del Beluga Spire. Foto: Crosby Johnston
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Dopo l’esultanza della vetta, i quattro hanno traversato un’affilatissima cresta e altre due cime prima di scendere i 1400 metri di “pietraia pazzesca” sotto al Polar Sun Spire.

Sono arrivati al campo ancora con il bel tempo, cosa che li ha fatti decidere di tentare anche la Turret, un monolito che vedevano emergere sulla cresta del Walker Arm.

Le strane pose di McSorley, Richardson e Johnston sulla cengia Coffee Break Ledge, Beluga Spire. Foto Joshua Lavigne
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Tutti e quattro tentano di aprire una via sull’inviolata parete ovest della Turret, ma sono costretti a rinunciare dopo 400 metri per le condizioni proibitive. Ancora in piena forma, Johnston e Lavigne, favoriti ancora dal bel tempo, hanno modo di “scippare” il pilastro nord della Turret, 700 metri di 5.12 A1. Undici ore di parete, “incontrando condizioni sfavorevoli al free climbing con fessure verglassate e temperature sottozero”: riescono comunque a salire per lo più in libera.

Dopo il tentativo alla parete ovest, Johnston e Lavigne tornano alla Turret e riescono a salire il pilastro nord. Foto: Joshua Lavigne
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Il viaggio è stato “un sogno fattosi realtà” per tutti e quattro, ha detto McSorley: “Ci sembra che questo sia uno dei teatri più belli al mondo per l’arrampicata, anche se la vasta scala del territorio può inibire un po’ i programmi. Sebbene il Sam Ford Fjord sembri avere, agli occhi emozionati di uno scalatore “carico”, più roccia che un “centinaio di Yosemite”, la sua reputazione di viaggio costoso, di temperature gelide, di avvicinamenti su mare infido e agitato e alla fine di pareti epiche terrà sempre lontane le folle tipo Yosemite Valley. Rimarrà un terreno da big wall per pochi coraggiosi.

Fonti: Joshua Lavigne, Paul McSorley, 2012 American Alpine Journal, e www.gripped.com.