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Storia dell’arrampicata libera 4

Storia dell’arrampicata libera dall’Alpinismo al Deep Water Solo (4-4)
di Guglielmo Magri, Istruttore della Scuola Franco Gessi di Bassano e collaboratore della Scuola Giuliano Mainini di Macerata

Il ritorno sulle grandi pareti
Aperture a spit dal basso
Naturalmente con questo stile la via non può essere considerata salita in libera in apertura a causa dei resting per piantare i chiodi.

Normalmente perciò l’apritore o i ripetitori ripercorrono la via successivamente cercando di salirla in libera senza utilizzare i riposi.

Con le vie aperte in questo stile nasce il concetto di “grado obbligatorio”, di grande importanza, ma di difficile valutazione.

Si tratta della difficoltà massima in libera fra una protezione e l’altra non eliminabile con passi di artificiale.

Dovrebbe essere valutato con la scala boulder, ma ciò non è semplice su una via di più tiri.

Arrampicata libera su vecchie vie artificiali
Una nuova tendenza fu quella di “liberare” vie aperte con l’uso dell’arrampicata artificiale.

Mauro “Bubu” Bole sulla via Couzy alla Cima Ovest di Lavaredo
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Lynn Hill sul Nose al Capitan
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Solitarie slegati su vie alpinistiche (free solo)
Si tratta di uno stile molto antico (vedi Paul Preuss), ma ultimamente balzato alla ribalta con svariate grandissime salite.

Hansjörg Auer sulla Via Attraverso il Pesce, Marmolada
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Alexander Huber sulla Hasse-Brandler sulla Cima Grande di Lavaredo
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Il ritorno del Boulder
Negli ultimi 10-15 anni la disciplina del boulder (già spinta in avanti dal francese Jacky Godoff negli anni ’80, NdR) l’arrampicata su massi ha avuto uno sviluppo impetuoso e molti forti scalatori si sono dedicati ad essa raggiungendo difficoltà molto elevate in singoli passaggi.

Fred Nicole
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Chris Sharma
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Gli ultimi sviluppi degli anni Duemila
La rincorsa al 9b
Negli ultimi anni è stato diverse volte dichiarato, ma spesso su tiri di lunghezza elevata e quindi aumentando la difficoltà con aumento della continuità.
Solo ultimamente sono stati dichiarati 9b su tiri di lunghezza.

Chris Sharma
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L’arrampicata su monotiri su protezioni rimovibili (trad climbing)
In Inghilterra è una disciplina che esiste da sempre e che negli ultimi anni si è ulteriormente sviluppata e diffusa (trad climbing).

In questo tipo di arrampicata non viene valutato solo il grado tecnico, ma anche la pericolosità.

Sui gradi più elevati non è tuttavia importante la prestazione a vista.
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In Italia si è cominciato a discutere e a rivalutare l’arrampicata su protezioni naturali, soprattutto in zone vocate a questo tipo di specialità (per tipo di roccia e conformazione).

A settembre del 2010 si è tenuto un primo raduno organizzato dal CAAI in Valle dell’Orco dove stanno nascendo nuovi monotiri in questo stile e dove si stanno rivalutando le vecchie vie aperte senza spit.

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Arrampicata slegati su acque profonde
Questo stile, denominato Deep Water Solo unisce la semplicità del Free Solo con la relativa sicurezza dovuta alla possibilità di cadere.

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Ultimamente anche Chris Sharma ha realizzato importanti salite in questo stile.

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Il futuro è appena cominciato

Adam Ondra
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Le prospettive future
Tanti tipi di arrampicata libera
Quale sia il futuro della scalata, non è ancora possibile dirlo, quello che è certo è che oggi esistono diversi tipi di arrampicata libera in cui anche se il gesto atletico è lo stesso, altrettanto non si può dire della filosofia e dei suoi interpreti principali.

Ci sono stati innumerevoli scontri e polemiche fra i fautori di uno stile o dell’altro, ma forse oggi tutti questi universi non sono più così distanti e l’incomunicabilità non appare più insormontabile come un tempo.

Non è più solo il chiodo ad espansione a fare da discriminante ma la forza, le idee, la fantasia ed il cuore degli arrampicatori stessi.

L’evoluzione riparte da qui…

 

Bibliografia
1. Storia del Free Climbing, Fabio Palma su Uomini e Pareti, Versante Sud;
2. L’assassinio dell’impossibile, Reinhold Messner in La Rivista mensile del CAI, 1968;
3. Settimo Grado, Reinhold Messner, 1973 Istituto Geografico de Agostini, Novara, e 1982 Görlich Editore, Milano;
4. La breve stagione del Free Climbing, Maurizio Oviglia, presentazione al Corso IAL CMI 2007;
5. Nuovi Mattini, il singolare 68 degli alpinisti, Enrico Camanni, 1998, I Licheni, Vivalda Editore;
6. Rock Paradise, Maurizio Oviglia, 2000 Versante Sud.

FINE

http://www.alessandrogogna.com/2014/07/15/storia-dellarrampicata-libera-1/

http://www.alessandrogogna.com/2014/07/16/storia-dellarrampicata-libera-2/

http://www.alessandrogogna.com/2014/07/17/storia-dellarrampicata-libera-3/

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Il gheppio e l’aquila

Soltanto un’evoluzione del classico!
di Stefano Michelazzi

Trad, clean, free… anglofonie di ciò che qui da noi ci “sforziamo” di eseguire in alpinismo da sempre…
Certo l’Italia, non è il Paese delle scoperte, delle invenzioni, del nuovo, dell’evoluzione.
No, “qui da noi” scopriamo, inventiamo ed evolviamo ciò che i nostri connazionali fanno all’estero…

Eleonora Lavo su Il gheppio e l’aquila

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Chissà perché, poi, accade ciò? Quale razionale motivazione si può dare a tutto questo, che abbia un senso…?
Sarà forse che l’italia sembrava fatta, ma in realtà mai lo è stata e che gli italiani i quali restavan da fare, scelgono l’”esilio” piuttosto dell’oblio?

Forse anche sì…!
Ma… restiamo in alpinismo, forse di qualcosa si riesce a venire a capo…
“Classico è bello!”, bella salita sul Sass de Ciampac di Rossin, Festi e Sarti dell’estate 1990, nel dolomitico gruppo del Puez, ma ancor più bello per me, come definizione di uno stile alpinistico che molto mi rappresenta.

E’ da poco che mi è stato assegnato il primo premio a quel concorso indetto da Mountain Wilderness e CAAI, relativo allo stile Clean climbing grazie alla quasi o totale assenza di protezioni fisse nelle mie realizzazioni su roccia.
Considerazione delle mie salite che, devo ammetterlo, mi ha dato una bella soddisfazione, specie nell’era dello spit e della “SICUREZZA” a ogni costo.

Ma Clean climbing che cosa significa?
Lo so che le mie salite, e di conseguenza il mio fare alpinismo, derivano principalmente da una “filosofia” datata primi del ‘900 e imputabile a Paul Preuss, esempio umano sicuramente particolare, il quale influenzò e, come comprensibile almeno nel mio caso, influenza ancora ciò che è il salire le pareti.

Quindi il Clean climbing, almeno in Dolomiti, non è storia recente!
Aumentano le capacità, grazie a equipaggiamento e tecnica, e deve di conseguenza aumentare il livello delle salite!
Almeno io la penso così…

ERGO…:
Se in alcuni casi “infierisco” sulla roccia, piazzando protezioni atte a tutelare la mia incolumità e di conseguenza la mia “incapacità” ad assumermi rischi, per me, troppo grossi, devono questi ultimi essere maggiori di quelli che furono per colui che considero un Maestro di stile, altrimenti non avrei posto in essere alcun avanzamento, anzi, mi sentirei di aver barato…
E’ con queste considerazioni che tento di portare avanti, faticosamente a volte, ciò che per me significa salire le montagne.

Stefano Michelazzi in apertura su Il gheppio e l’aquila

Michelazzi-1613912_10202636507646386_4384951553537566648_nEd è con queste considerazioni che pochi giorni fa, l’8 maggio 2014, assieme alla mia compagna di vita, la quale mi ama alla follia (altrimenti mi avrebbe già mandato a espletare le mie necessità fisiologiche sulle ortiche…), risalgo il bellissimo sentiero che conduce sotto alle pareti del Monte Carone, una cima ben visibile dalla strada della Gardesana occidentale, la quale un paio d’anni fa aveva attratto il mio interesse alpinistico ma che, finora, aveva “resistito” a causa di vari impegni, i quali mi avevano impedito di tentare una qualsivoglia forma di salita.

Una prima ispezione alle pareti (parliamo di un’estensione di circa 700/800 metri), si era attestata su di una torre dalla linea logica e a “goccia d’acqua”, con una tipologia di roccia molto simile a quella che si può trovare in Verdon…

Immaginate l’eccitazione e la voglia di “farla mia”… considerando anche che nessuno fino ad ora ci ha mai messo le mani… Insomma una chicca!!!

La giornata è abbastanza bella, il sole risulta solo momentaneamente coperto dalle nubi, la quota di circa 1400 metri e l’esposizione a sud fanno sì che la neve ormai se ne sia andata via tutta, perciò un “assalto” sembra quasi dovuto…!
Risaliamo il sentiero fin sotto alle pareti e da qui, abbandoniamo il battuto per addentrarci nella “wilderness”, che appare abbastanza semplice da percorrere e pure abbastanza breve.

Insomma dopo 10 minuti passati a superare qualche ghiaioncello e a trovare il giusto passaggio tra gli alberi e gli arbusti, mai troppo intricati, raggiungiamo il piede della parete e l’attacco della nostra “idea meravigliosa” (niente a che fare con Cesare Ragazzi e i suoi capelli…).

Beh… non voglio annoiare nessuno con racconti che nulla hanno di adrenalinico, perché la salita scorre regolare, i passaggi, seppure abbastanza impegnativi, li superiamo senza grossi problemi oggettivi e arriviamo in cima verso le 5 della sera avendo scalato una parete stupenda, che ci lascia dentro il gusto di aver scoperto un posto nuovo e, nel contempo di esserci divertiti su di una roccia fantastica e aver utilizzato lo stile classico, malgrado uno spit su di un passaggio al primo tiro e su due soste, ma questo come dicevo prima, fa parte dell’evoluzione…

Roccia bellissima, ambiente stupendo, godimento assicurato! L’ambiente è unico e magico, il panorama è unico, la discesa facile e molto caratteristica… che volere di più?
Appunto, che volere di più? La parete è tutta da esplorare… quindi riceverà sicuramente da parte mia ancora diverse visite…

La torre l’abbiamo battezzata “Torre del Muezzin”, perché quello sembra e la via l’abbiamo dedicata a due amici, i quali ci han fatto compagnia tutta la giornata.

Michelazzi-10367186_10202636509006420_8279268029008522654_nBuona salita a chi verrà da queste parti!

Torre del Muezzin (Monti del Garda – Monte Carone)
Il gheppio e l’aquila
Stefano Michelazzi ed Eleonora Lavo, 8 maggio 2014
130 m. circa
VII+/A1 (VIII-)
NdR
Volendo proprio dare un nome di moda al sistema di protezione usato in questa salita, non è clean climbing (che non ammette i chiodi), bensì trad (che perfino ammette lo spit purché piantato dal basso). Questo senza voler nulla togliere alla gloriosa esperienza italiana di salita su roccia rispetto a quella inglese… Vedi a questo proposito il post Clean climbing, trad climbing e new trad .

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postato il 6 giugno 2014

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Il trad come possibile antidoto all’assuefazione allo spit

Il dibattito sull’uso di mezzi artificiali in arrampicata e in alpinismo è vecchio quasi quanto le due attività stesse, probabilmente inizia con Albert Frederick Mummery quando il grande alpinista inglese cominciò a parlare di scalare le montagne “by fair means”. Dunque una “rivoluzione” tutta britannica, che seguiva del resto l’invenzione (sempre britannica…) dell’alpinismo.
Il dibattito arrivò poi alla forma assoluta ed estrema di Paul Preuss, quindi si stemperò nel tempo del Sesto Grado in un ventaglio di forme intermedie.

Una sosta trad
Trad-Climbing_anchorSi riaccese nella seconda metà degli anni Sessanta, prima in America (Royal Robbins), poi in Europa (Reinhold Messner, Enzo Cozzolino, ecc.). Venne il Nuovo Mattino e con lui il dibattito trovò corpo: l’alpinismo si divise, si creò il free climbing che per certi versi si contrappone all’alpinismo padre.
Con il Nuovo Mattino non si pretese più di fare salite che potessero essere comprese in un’etica che si voleva Una (che una però non era), ma ci si accontentò di farle in modo che appartenesse fisicamente a una delle Etiche.

Sempre del mondo anglosassone è l’invenzione dello «stile alpino», che esprime in modo perfetto, con il suo ridotto uso di materiali, ossigeno, uomini e corde fisse, la contrapposizione alla conquista con mezzi illimitati.

Nell’ambito del free climbing, e mentre a esso si contrapponeva l’arrampicata sportiva con la sua filosofia del gesto atletico in piena sicurezza, dunque assicurato da protezioni fisse, ecco nascere già negli anni ’70 altre varianti, come il real climbing, clean climbing… e negli anni del Duemila ecco il trad climbing e perfino il new trad.
Sulla possibile confusione tra clean e trad abbiamo già dedicato un post (vedi qui), ma è indubbio che si senta che il dibattito deve essere ulteriormente approfondito.

 Caroline Ciavaldini e il suo equipaggiamento tradTradClimbing-CarolineCiavaldini-original_photo_13292Il 27 aprile 2014, nell’ambito del Festival di Trento e nella sala conferenze della Fondazione Kessler, il CAAI e Mountain Wilderness hanno ritenuto di grande attualità organizzare il convegno Trad climbing: una nuova etica in alpinismo?, sia per sgombrare il campo da equivoci banali sia per tratteggiare quello che potrebbe essere un futuro.

Moderato da Alessandro Gogna, che ha curato un’introduzione al problema, il convegno si è trovato d’accordo subito su due punti fondamentali. Primo, si sta parlando di etiche, dando quindi per scontata la libertà di seguirne una, due, tutte o nessuna. Le etiche sono come dei codici di gioco, si può giocare con quelle regole (senza barare quindi), oppure dire chiaramente di aver adottato altre regole, seguendo quindi un’altra etica, oppure inventandone una nuova. Secondo, con il termine “trad”, cioè tradizionale non si vuole corrispondere affatto a un semplicistico «ritorno al passato», si vuole semplicemente aggregare quegli arrampicatori che, condividendo i valori tradizionali, praticano un’arrampicata moderna per molti versi originale.

La sala della Fondazione Kessler a Trento, 27 aprile 2014
TradClimbing-Premiazione Clean 27 aprile 2014 113L’arrampicata trad non evita i chiodi, ma il loro uso è limitato alle situazioni in cui non sono sostituibili, vengono preferiti i mezzi di protezione a incastro senza che il gioco vada a scapito della sicurezza. L’obiettivo dello scalatore trad è quadruplice: “fare” la salita (“chiuderla”), non sfruttare le protezioni per la progressione (RP), sistemarle personalmente e dedicare uguali sforzi (di tempo e di capacità) alla serie di movimenti in arrampicata libera e alla strategia di protezione (a volte davvero elaboratissima). L’arrampicatore trad rifiuta in genere la filosofia del “o la va o la spacca”, e sta magari delle ore a studiare come proteggersi. Ecco perché, al momento, il trad si esprime soprattutto sui monotiri.

Riguardo alle condizioni per cui ci possa essere un trad, l’impressione è che quelle vissute sulle pareti e le falesie del Regno Unito non siano esperienze trasferibili “tout court” sulle verticalità nostrane. Tuttavia, il movimento trad c’è ed è vivo anche da noi: non dimentichiamo che il CAAI è alla terza organizzazione (2010, 2012 e settembre 2014) del Trad climbing meeting in Valle dell’Orco (Parco del Gran Paradiso), istruttiva occasione d’incontro internazionale.
Nel 2010 si era anche tenuto, in quell’ambito, il convegno Arrampicata trad(izionale), quale futuro? E a questo proposito, assai valide sono le conclusioni del dolomitista Manrico Dell’Agnola, quando commentò che “nomi fra i più autorevoli dell’alpinismo mondiale credono che l’arrampicata dovrebbe fare un passo indietro, non tecnicamente, ma tecnologicamente e questo reputo sarebbe un bene per l’alpinismo e per la montagna”.

Convegno sul Trad a Trento (27 aprile 2014): Maurizio Giordani, Ivo Rabanser, Alessandro Gogna, Maurizio Oviglia e Alberto Rampini
TradClimbing-Premiazione Clean 27 aprile 2014 147I protagonisti del convegno di Trento sono stati scalatori che non hanno bisogno di presentazioni: Maurizio Oviglia, Maurizio Giordani, Ivo Rabanser, Alberto Rampini. Di essi, solo il primo ha praticato esperienza trad e clean in senso stretto.
«Il Traditional climbing va anzitutto spiegato – ha argomentato il moderatore Gogna – perché non è un ritorno al passato e, se è facile da praticare sul granito dove si possono usare dadi, friend, cordini, è più difficile sulle Dolomiti e su certi calcari. Qui è necessario spesso usare il chiodo il quale, messo e levato, col tempo spacca le fessure. Lasciato o non lasciato, ma comunque usato, non può essere “clean”.
Ci sono rocce diverse, storie diverse e arrampicatori diversi, parliamo di codici che uno accetta di usare se vuole giocare a questo gioco. Io sono però uno strenuo difensore della libertà individuale di interpretare, negare o fare delle cose intermedie o diverse: ci sono tanti alpinismi diversi e parlarne può essere utile per sapersi muovere e distinguere culturalmente. Non credo che occorra dare troppa importanza a questi nomi, anche perché c’è chi dà più importanza all’impresa in generale. È la codificazione di un gioco, poi sta a noi valutarlo».

Maurizio Oviglia, aiutato da alcune immagini e un breve film, ha illustrato come lui stesso ha fondalmente contribuito alla nascita del trad in Italia, soprattutto in Sardegna, con la scoperta di alcune aree dove questo può essere praticato senza troppe difficoltà. Oviglia, in questa ricerca, era partito dalla constatazione del forte sbilanciamento presente a fine secolo XX: in Italia non c’era quasi falesia che non fosse chiodata a spit, i vecchi itinerari schiodati che si prestavano al trad praticamente tutti richiodati in modo definitivo. Ecco dunque l’esigenza di trovare alcune cosiddette “aree clean”, autonome e di principio non violabili dalla filosofia sportiva, anche per “un’alternativa di arrampicata più gustosa ai giovani alpinisti”. Oggi la situazione non è molto diversa, ma qualcosa si comincia a vedere (Valle dell’Orco, Valle di Mello, Cadarese, Capo Testa, Carloforte, ecc.).

Maurizio Oviglia arrampica trad in Valle dell’Orco
TradClimbing-5634Maurizio Giordani ha espresso il suo parere rievocando quella che è stata la sua storia personale, soprattutto la sua scelta di eleggere la parete sud della Marmolada come terreno privilegiato in cui cercare di progredire e di eccellere. Il percorso gli divenne sempre più chiaro dopo lo Specchio di Sara e i pochi spit usati in quell’occasione: aprire un itinerario di difficoltà equivalenti, ma senza l’uso di neppure uno spit. Giordani ci ha detto di esserci riuscito quando aprì Andromeda e che per questo la sua soddisfazione fu immensa, come a sottolineare la gioia che si può provare ad aver agito “clean”, pulito: una gioia che si affianca a quella della conquista, almeno a pari merito.
Aver ottemperato all’intenzione di non appropriarsi totalmente dello spazio in parete, ma di lasciarlo intatto a beneficio degli alpinisti che saliranno dopo.

Anche Ivo Rabanser si serve di un po’ di esposizione autobiografica per sottolineare come per lui ciò che conta è l’autonomia e l’estetica di un itinerario, in altre parole il risultato di un impegno, di una performance. Senza nulla togliere al valore dei vari codici, Rabanser afferma con decisione di essersi trovato a sottometterli alla via, vista in modo globale. Inoltre, per Rabanser, «una via aperta con protezioni mobili implica una difficoltà più alta per i ripetitori, la via non si semplifica con il passare del tempo. Quindi questa tecnica consente agli alpinisti di restare più autonomi e farebbe riacquistare capacità che si stanno un po’ perdendo, come quella di piantare i chiodi».

Infine Alberto Rampini ha spiegato in modo sintetico e magistrale l’etica in vigore in Gran Bretagna, in particolare in Cornovaglia: no chiodi, no soste, no discese attrezzate, nessun nome all’inizio della via, no “gardening”… perfino, su certi terreni, no alle suole Vibram per l’approccio!

Alberto Rampini su William’s Chimney, Trewevas Head, Cornwall
TradClimbing-Alberto-Rampini-on-William's-Chimney-Trewevas-Head,-CornwallE questa pratica, là diffusa a livello popolare, è stata trasportata in altri terreni, questa volta di vera montagna, come sulla catena dell’AntiAtlante, in Marocco. E proprio nell’audiovisivo che Rampini ci ha mostrato sul Marocco si è potuto avere una vaga idea di come potrebbe essere il “trad” del futuro. Tra quelli che sono stati là, qualcuno è tornato spaventato: ma l’opinione prevalente è che sia soprattutto una questione psicologica, da assuefazione allo spit.

Il convegno si è chiuso con la consegna dei premi del Concorso Clean Climbing 2013.

Premiazione Concorso Clean Climbing 2013: Carlo Alberto Pinelli, Arturo Castagna, Alessandro Beber, Stefano Michelazzi, Giovanni Nico, Tomas e Silvestro Franchini
TradClimbing-Premiazione Clean 27 aprile 2014 207

L’intervista di Mountainblog a Carlo Alberto Pinelli

L’intervista di Mountainblog ad Alessandro Gogna

postato il 16 maggio 2014

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Un’altra frontiera da immaginare

Intervista ad Alessandro Gogna
Touring Giovani – Dove sei nato e quando hai iniziato ad arrampicare?
A Genova nel ’46, e a 16 anni, a dispetto dei genitori, mi graffiavo le mani sulle paretine calcaree di Sestri Ponente (oggi distrutte dalle cave). Mi sono iscritto ad ingegneria per accondiscendere a mia nonna, ma io preferivo filosofia o lettere: dopo il liceo scientifico, in quegli anni per accedere a facoltà umanistiche si doveva sostenere un esame di greco proprio nell’agosto della maturità. Ovviamente rinunciai e partii per le vacanze. Fui iscritto all’università per qualche anno, poi abbandonai perché sentivo che non era la mia strada. Ricordo che in quegli anni ogni mio pensiero era orientato a trovare nuove pareti e tracciarvi delle vie sempre più difficili.

La copertina di La Parete
UnaltraFrontiera-la-pareteE così arrivò la fama…
Era la fine del 1967, con l’invernale al Badile la stampa mi scoprì. Va detto che in quegli anni c’era bisogno di eroi e di coraggio e l’opinione pubblica era molto attenta a questo genere di imprese. Oggi, invece, c’è una sorta di idolatria “usa e getta”. Il consumismo è arrivato anche qui. Guarda come tanti personaggi vengono portati sugli altari e poi da tutti dimenticati o peggio gettati nel fango. Eppure anche oggi ci sono gli “eroi”, è solo che sono più nascosti, più confusi tra la gente.

Tra “eroismi” e riconoscimenti: come vivevi il ’68?
In montagna. Allora, nel movimento, o eri operaio o universitario, io non fingevo più di appartenere ai secondi e non ero mai stato tra i primi. A 22 anni ho lasciato la mia famiglia per trasferirmi a Milano, senza un soldo. Vivevo di serate di diapositive e qualche rappresentanza, ma appena possibile andavo a scalare. Nel movimento del ’68 io non c’ero.

E il Nuovo Mattino?
Il Nuovo Mattino è stato un nuovo modo di andare in montagna che potrebbe, un po’ forzando la mano, essere identificato come il ’68 nell’alpinismo. Eravamo un po’ stanchi di quell’aria eroica ed amplificata che caratterizzava il nostro ambiente. Dalla California arrivò il free climbing, che proclamava più rispetto per le pareti e meno infissioni nella roccia. Cercavamo più semplicità e leggerezza nell’andare in montagna: non più pesanti scarponi ma pedule per aderire alla roccia, si andava in Valle dell’Orco e qualcuno, come l’amico Patrick Cordier, si ritirò a fare il pastore in cerca di se stesso. C’era però, ci tengo a dirlo, poco ideologismo, e molta praticità. Il Nuovo Mattino si viveva arrampicando tutto il giorno per poi rimpinzarsi di mirtilli alla base delle pareti. Ma non c’erano “miti indiani” o simili. Per carità, in India ho girato un anno intero nel ’74 con mia moglie, ma non da “hippy”. Il Nuovo Mattino si viveva soprattutto con le mani attaccate al granito. Io andai in California, primo italiano, a fare la Salathe sul Capitan ed il confronto tra la nostra mentalità europea e quella americana fu molto importante.

Patrick Cordier
UnaltraFrontiera-PatrickCordier-1min46,320Mi ha molto colpito leggendo La Parete il conflitto interno molto umano e coraggioso ed un relativo passaggio dalla “prima linea” ad una posizione più defilata cambiando anche i compagni di cordata. Per intenderci, in quel periodo hai quasi smesso di andare in montagna…
In mezzo ci sono un po’ di spedizioni tra cui il K2. Ho rallentato la mia attività perché sentivo di non avere più gli stimoli per stare là davanti, non mi riconoscevo più in un certo ambiente, cercavo nuove frontiere.

La copertina di 100 Nuovi Mattini
UnaltraFrontiera-100NMC’è un libro di Andrea Gobetti Una frontiera da immaginare
Più o meno. Continuavo ad arrampicare, ma stavo riscoprendo anche le montagne meno famose. Iniziavo, cioè, a trovare l’avventura anche nel raggiungere la base di una parete in Sardegna, inventandomi il sentiero e poi la via sulla roccia. È di questo periodo Cento Nuovi Mattini, in cui descrivo cento vie di roccia che ho salito con amici.

Ed oggi? Cosa fai?
Pur essendo guida non esercito, oggi scrivo libri, articoli, tengo conferenze, mi hanno anche chiamato per seguire dei progetti di rispetto dell’ambiente. Ci sono tante sfide aperte. Nelle mie conferenze parlo di Montagna usata o vissuta? proprio per evidenziare come si debba riposizionare il nostro rapporto con l’ambiente. Il 90% delle Alpi è considerato di serie B, zona superflue. Nel ’96 sono partito da Ivrea a piedi per raggiungere il Monte Rosa. È giusto che i giovani siano più attratti dalle pareti vertiginose o dai couloir ghiacciati, ma l’avventura e la bellezza sono anche in tanti altri posti. Dobbiamo ridare dignità all’accessorio, riscoprire con creatività la natura sotto casa. Quando parlo di “Alpinismo del terzo tipo” intendo proprio la riscoperta di una “natura più bassa” ma soprattutto, al di là dell’altitudine, intendo un approccio alla montagna radicalmente diverso da quello odierno e molto più teso alla fusione con la wilderness. Oggi ci sono scalatori che infiggono spit nella roccia in quantità impressionante, anche dove non serve perché in vicinanza di fessure. Spit che resteranno per sempre o che dovranno essere rimossi con grande lavoro e dubbio risultato. Scalatori che chiodano dovunque, magari aprono vie a pochi metri l’una dall’altra. Vogliono solo gesti atletici, mentre la paura di cadere è parte integrante dell’alpinismo. Ci sono valli che si potrebbero chiudere alle macchine gestendo un sistema di trasporto pubblico molto meno inquinante. Ci vorrebbero piani regolatori, studi di fattibilità, formazione degli esercenti ad un turismo pulito. Per non parlare dell’eliturismo e dell’eliski che costringono gli animali a continue fughe oltre a disturbare chi cerca nelle camminate pace e tranquillità.
A dispetto delle proposte dei pieghevoli promozionali o di molte tra le guide alpinistiche, in una mia conferenza ana­lizzo i limiti ed i pericoli dell’“uso” che si fa della montagna e presento una concreta alternativa a tanti luoghi comuni che impe­discono di vivere l’ambiente alpino con rispetto sia della natura che di se stessi. È un’occasione per “entrare” in un alpinismo autentico e può diventare un momento di riflessione su come uno sport, l’alpinismo, possa appassionare e coinvolgere fino a diventare il proprio mestiere.

Nel ’88 con Mountain Wilderness vi siete calati dalla funivia del Monte Bianco per protesta. Lo rifaresti?
Non oggi. Allora era necessario lanciare un messaggio forte e chiaro, ma oggi servono soprattutto gesti quotidiani, esperienze individuali, concrete.

Un augurio?
Che i ragazzi escano da certi schemi con le loro forze e spingano al massimo la creatività positiva che hanno. La vita all’aria aperta aiuta molto a conoscersi, ricordo delle notti appeso in parete con un senso di essere vivo raramente provato altrove. Vorrei sentissero dentro che per vivere la natura bisogna prima di tutto conoscerla ed amarla senza compromessi.

postato il 28 aprile 2014

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IL RE-STYLING POST-MODERNO

Un altro modo possibile di restaurare le vie classiche
di Maurizio Oviglia

Ho letto attentamente l’articolo sul “re-styiling intelligente” delle vie classiche: il tema mi sta molto a cuore ma, visto gli autorevoli commenti al suddetto articolo e, visto che mi sentivo sostanzialmente in sintonia con essi, non mi sembrava il caso di intervenire per ripetere gli stessi concetti. Tuttavia vorrei fare alcune considerazioni alla luce dell’evoluzione che la scalata e i materiali hanno avuto negli ultimi 30 anni e porre l’attenzione su un possibile “altro” modo di riproporre le vie del passato, che non mi sembra sia stato considerato negli interventi precedenti…

Una via famosissima e frequentatissima: la Via Piaz alla Torre Delago. Vi sono state recentemente chiodate le soste con resinati e catene inox. Lungo i tiri sono rimasti presenti i chiodi originari, mentre le doppie si eseguono su un solo anello cementato. Foto Maurizio Oviglia
Una via famosissima e frequentatissima: la Via Piaz alla Torre Delago. Su questa via sono state recentemente chiodate le soste con resinati e catene inox. Lungo i tiri sono rimasti presenti i chiodi originari, mentre le doppie si eseguono su un solo anello cementato. Foto Maurizio Oviglia

Metto subito le mani avanti dicendo che mi è capitato spesso di compiere queste operazioni di “ristrutturazione” e che dunque mi son trovato più volte con il dubbio se stessi facendo una cosa giusta, eticamente corretta e/o condivisa da tutti. Sono solito infatti pormi degli interrogativi prima di agire, ma nonostante questo mi è capitato qualche volta di “sbagliare”, oppure cercare di rimediare ad “errori” del passato. In ogni periodo storico siamo influenzati da “mode” o sarebbe meglio chiamarle consuetudini, convinzioni diffuse, che determinano enormemente il nostro agire. Finché apriamo un nuovo itinerario non vi sono molti problemi, ognuno ha il suo stile, il suo metro e le sue capacità; ma quando si mette mano a quelli degli altri diventa tutto un altro paio di maniche. Ovviamente è molto più facile lasciare le cose come stanno, in questo modo non si sbaglia di sicuro. Tuttavia viviamo in una società in perenne evoluzione e quindi è normale confrontarsi con spinte innovative o moderniste, che in generale spesso si traducono in un bisogno di maggiore sicurezza e comodità. Evidentemente non basta chiedere agli apritori se siano d’accordo o meno ad “ammodernare” le loro vie, perché il concetto che una via sia proprietà del suo apritore appare ormai superato. In tema di vie classiche, magari molto famose, penso che esse siano in un certo senso patrimonio comune, della collettività, dunque dovrebbe essere una specie di assemblea o un organo ritenuto competente a deciderne eventualmente la sorte. Volendo fare un esempio, se anche Igor Koller fosse favorevole a spittare il Pesce in Marmolada, non credo che questa sarebbe un azione condivisa ed approvata da tutti… anzi! Probabilmente si finirebbe per giudicare Igor incapace di intendere e di volere! La scappatoia più semplice, e normalmente condivisa dalla maggioranza delle comunità mondiali, è dunque quella di mantenere la via nella maniera in cui è stata aperta, in modo che chi desideri ripeterla lo possa fare con lo stesso spirito e impegno dei primi salitori.

L’inglese Tom Randall apre, (al meeting della Valle dell’Orco del 2010) una nuova fessura appena sotto la famossissima Fessura della Disperazione. La nuova “Espirazione”, si noti, non utilizza i chiodi normali anche nelle fessure fini, come è ormai da quasi 30 anni nell’ottica della scalata britannica senza martello. Foto Maurizio Oviglia

L'inglese Tom Randall apre, (al meeting della Valle dell'Orco del 2010) una nuova fessura appena sotto la famossissima Fessura della Disperazione. La nuova "Espirazione", si noti, non utilizza i chiodi normali anche nelle fessure fini, come è ormai da quasi 30 anni nell'ottica della scalata britannica senza martello. Foto Maurizio Oviglia

Tuttavia sappiamo bene, ed abbiamo verificato, che le cose non sempre vanno così. Proprio per il fatto che alcune vie sono belle o prestigiose, divengono automaticamente ambite da un numero sempre crescente di ripetitori. Non so se il termine “classica” indichi esattamente questa tipologia di via, sta di fatto che con questo aggettivo indichiamo probabilmente le vie che contano un gran numero di ripetizioni. Al contrario, una via difficile raramente ripresa, difficilmente diventerà una classica, e probabilmente nessuno sentirà la necessità di compierne un restyling. Come dicevo, la maggiore frequentazione porta normalmente ad un’aggiunta di materiale da parte di chi normalmente non è all’altezza della via, o comunque del livello posseduto dai primi salitori. Ciò, inevitabilmente, snatura il carattere e l’impegno originario della via stessa.

Accettato il fatto che la maggior frequentazione porta ad una aggiunta di materiale fisso, anche da parte di chi restaura l’itinerario,  dobbiamo ora fare un’ulteriore distinzione. A seconda del terreno (la roccia), del luogo e della sensibilità locale verso la tradizione, questa “aggiunta” potrà limitarsi all’infissione di chiodi normali, alla chiodatura con tasselli ad espansione delle soste, all’aggiunta di alcuni tasselli lungo i tiri, fino ad arrivare alla completa chiodatura ad espansione dell’itinerario. E’ bene far notare che, anche se ogni aggiunta riduce e snatura l’impegno originario della via, generalmente solo i chiodi normali e il materiale amovibile (lasciato sul posto) viene considerato lecito, mentre l’infissione di tasselli solitamente solleva perplessità e critiche, talvolta molto accese. Il problema non è affatto nuovo e la comunità alpinistica vi si è confrontata spesso, basti ricordare la chiodatura (e schiodatura) delle celebri vie di Yosemite, oppure la schiodatura di alcune vie di roccia del Monte Bianco alla fine degli anni settanta, che erano diventate progressivamente delle vere e proprie scale di chiodi. Nel caso si tratti di vie molto famose, ad esempio la Bonatti al Gran Capucin o la Rébuffat all’Aiguille du Midi, ogni tentativo di ripristinare la chiodatura originaria (in genere promosso da una ristretta élite) è sempre stato fortemente osteggiato da una comunità che ormai si era abituata alla situazione più agiata, senza porsi minimamente il problema se la via ripetuta fosse la stessa che avevano affrontato i primi salitori. Sicuramente si instaura la tendenza, per questo tipo di vie, a indulgere nel collezionismo. Il pensiero comune dunque diviene: se le cose sono più semplici, tanto meglio, potrò presto dedicarmi alla prossima! Questa tendenza è stata spesso incoraggiata dalle guide alpine o dai rifugisti, che hanno un interesse direttamente economico dal fatto che le vie classiche siano più semplici e sicure.

La Messner alla seconda Torre del Sella è divenuta famosa per essere una via poco chiodata con molti passaggi obbligatori, testimonianza del talento e della bravura di un giovane Rehinold Messner. Eppure, visto in un’ottica post-moderna, potrebbe esserlo ancora meno, eliminando cioè qualche chiodo e variante e lasciando spazio ai friend piccoli. Foto Maurizio Oviglia

La Messner alla seconda Torre del Sella è divenuta famosa per essere una via poco chiodata con molti passaggi obbligatori, testimonianza del talento e della bravura di un giovane Rehinold Messner. Eppure, visto in un'ottica post-moderna, potrebbe esserlo ancora meno, eliminando cioè qualche chiodo e variante e lasciando spazio ai friend piccoli. Foto Maurizio Oviglia

Dopo questa lunga premessa vengo dunque al punto. Ciò che non ho riscontrato negli illustri interventi che mi hanno preceduto è una decisa presa di coscienza del fatto che, nel considerare un restyling di una via, dovremmo tendere, più che ad aggiungere, rimpiazzare o cementare il materiale esistente, a ripristinare le condizioni di partenza dell’itinerario stesso, togliendo tutto quanto c’è di superfluo. Tuttavia vi è un altro aspetto generalmente non preso in considerazione: in questi anni le protezioni amovibili, intendo i nut ed i friend, sono diventate decisamente più sicure di quanto fossero un tempo. All’aumentata sicurezza dei materiali non è seguita purtroppo (almeno nell’Europa Mediterranea) la presa di coscienza che si possano utilizzare questi materiali anche dove prima si era ricorso ai chiodi (e agli spit), perché sostanzialmente la nostra cultura alpina è quella del chiodo. E, quella odierna, è quella “sportiva” che per definizione nega l’utilizzo delle protezioni mobili.

E’ necessario dunque riconsiderare le cose sotto differenti punti di vista, non solo quello portato dalla cultura “sportiva” che si è diffusa da noi negli ultimi 30 anni, secondo la quale un itinerario debba possedere per forza una chiodatura fissa per essere considerato sicuro. Gli ultimi 10 anni, in cui si è parlato molto di un presunto “ritorno del trad” in paesi quali l’Italia, la Francia e la Spagna, che si erano in precedenza votati all’arrampicata sportiva (in questi paesi il 99 per cento delle falesie è stato chiodato a spit, oltre a un buon numero di vie lunghe in bassa valle e in montagna) hanno portato senza dubbio a importanti prese di coscienza da parte degli scalatori:

–          esistono anche altri stili di scalata oltre quello definito sportivo;

–          esistono persone che li vogliono praticare e hanno il diritto di farlo anche al di fuori di un contesto montano;

–          devono esistere degli itinerari e/o delle aree ad essi dedicati, già definite provocatoriamente “riserve”.

Ciò nonostante, come dico spesso, l’Italia non sarà mai l’Inghilterra, e nemmeno la California (che ha un’etica un po’ più morbida di quella britannica). Abbiamo una diversa storia e una diversa cultura, dunque sarebbe impossibile pretendere che improvvisamente le protezioni amovibili acquistino la stessa dignità che hanno nei paesi anglosassoni, o possano talvolta sostituire gli spit mantenendo inalterata la sicurezza. Tuttavia non possiamo rimanere arroccati nelle nostre convinzioni e dobbiamo aprirci ed abbracciare mentalità diverse, facendo tesoro di quella che è stata l’evoluzione degli ultimi 30 anni negli altri paesi, accogliendola come patrimonio comune.

Top Secret al Garibaldi (7 Fratelli, Sardegna) è un esempio eclatante di restyling post-moderno. Aperta nel 1984 in semi-artificiale tradizionale, fu spittata parzialmente nel 1995 nel tentativo di renderla frequentata, cosa che non avvenne mai. Nel 2012 gli spit vennero rimossi rendendola una splendida via clean di arrampicata libera in fessura. Foto Sara Oviglia

Top Secret al Garibaldi (7 Fratelli, Sardegna) è un esempio eclatante di restyling post-moderno. Aperta nel 1984 in semi-artificiale tradizionale, fu spittata parzialmente nel 1995 nel tentativo di renderla frequentata, cosa che non avvenne mai. Nel 2012 gli spit vennero rimossi rendendola una splendida via clean di arrampicata libera in fessura. Foto Sara Oviglia

Se vediamo le cose sotto questo punto di vista dovremmo considerare, nel momento in cui ci accingiamo a restaurare una via, non solo l’effettuarne una pulizia dalla vegetazione aggiungendo materiale fisso, anche questi fossero cordini, chiodi e altre protezioni non ad espansione. Ma anche la rimozione dei chiodi presenti, nei punti dove oggi è ragionevole proteggersi agevolmente con i friends. E, a maggior ragione, rimuovere gli spit aggiunti successivamente alla prima salita a lato delle fessure ben proteggibili. Insomma valutare la possibilità che alcuni itinerari classici, certo non tutti, possano essere non solo oggetto di restilyng “intelligente” come pare auspicare Gogna, ma ricreati in un’ottica clean, che tiene conto dell’evoluzione della scalata non solo a livello di sicurezza, ma anche di capacità psico-motorie. Ormai l’arrampicata sportiva compie 30 anni ed è universalmente accettata e insegnata: abbiamo a disposizione migliaia di falesie dove poterci allenare e centinaia di palestre al coperto dove andare nei giorni di cattivo tempo. Sono stati abbattute barriere sino a pochi anni fa impensabili, ma anche limitandoci al livello medio dei praticanti, almeno teoricamente, dovremmo essere molto più forti e capaci di chi ha aperto gli itinerari classici che vogliamo ripetere. Utilizziamo allora questo “margine” per ricreare, almeno là dove sia possibile, gli itinerari classici in modo pulito, rinunciando ai punti fissi, accettando serenamente i propri limiti quando essi sono al di sopra delle nostre possibilità. Non servono più vie classiche fruibili, più ripetitori che alimentino l’economia di alcuni centri di arrampicata già di per sé famosi. Di tutto questo ne abbiamo già abbastanza. Serve un generale cambiamento di cultura, del modo di porci verso gli itinerari del nostro passato. Potremmo dunque definirlo un restyling post-moderno?

Maurizio Oviglia (CAAI)

La Hasse-Brandler alla Cima Grande di Lavaredo, una grande classiche che tuttavia è quasi completamente chiodata, al punto che a volte i chiodi si saltano. Togliere qualcosa? Foto Maurizio Oviglia

La Hasse-Brandler alla Cima Grande di Lavaredo, una grande classiche che tuttavia è quasi completamente chiodata, al punto che a volte i chiodi si saltano. Togliere qualcosa? Foto Maurizio Oviglia

postato il 19 marzo 2014

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Re-styling della Gogna-Cerruti al Medale

Quando la guida lecchese Fabio Lenti mi chiese se ero d’accordo con l’idea di richiodare a spit la via che avevo aperto nel lontano 1969 sulla Corna di Medale mi stupii favorevolmente.
Come? Qualcuno un bel po’ più giovane di me chiedeva il mio parere?
C’era in ballo un progetto di ”valorizzazione” della montagna lecchese, in particolare della Grignetta, sicuramente finanziato da qualche ente pubblico, quindi lavoro assicurato per mesi, e le guide lecchesi chiedevano a un lontano protagonista fuori dalle scene il suo parere sulla questione?

Leo Cerruti nella prima ascensione alla via Gogna-Cerruti della Corna di Medale, 17 maggio 1969
Leo Cerruti nella prima ascensione alla via Gogna-Cerruti della Corna di Medale, Grigna
Beh, non era cosa da poco, apprezzavo il fair play. E in quel momento mi tornò subito alla memoria l’amico Leo Cerruti, con il quale avevo aperto la via: se fosse stato ancora con noi, mi sarebbe piaciuto coinvolgerlo nei dubbi che la domanda di Lenti poneva.

C’era stato una specie di precedente: dopo averci riflettuto, Ettore Pagani, assieme alla guida Nicolò Berzi e altri, aveva appena finito di richiodare a spit la bella via Milano ’68, che appunto in quell’anno lui aveva aperto assieme a Tiziano Nardella, anch’egli nel frattempo scomparso. La Milano ’68 è proprio vicina alla Gogna-Cerruti, sembrava quasi un passo logico “risanare” anche questa, come se ci fosse stata un’onda da cavalcare con la tavola da surf…
Sapevo anche che la Milano ’68 era diventata più difficile di prima, togliendo un bel po’ di ferraglia: ma non era la stessa cosa…

Mi feci dare da Lenti l’elenco delle altre vie da loro prese in considerazione: erano una decina, una più bella dell’altra, la maggior parte vie assai significative nell’evoluzione dell’arrampicata in Grignetta.

Non mi piaceva l’idea di far diventare la Gogna-Cerruti una multipitch sportiva, perciò ricorsi a un compromesso: diedi licenza di chiodare le soste a spit e di sostituire solo i miei 5 o 6 chiodi a pressione con altrettanti spit.

Alessandro Gogna nella prima ascensione alla via Gogna-Cerruti della Corna di Medale, 17 maggio 1969

1969, Alessandro Gogna nella prima ascensione della Gogna-Cerruti alla Corna di Medale, Grigna

Credo di aver scelto la soluzione giusta, quella di lasciare sostanzialmente la via inalterata rispetto alle condizioni di apertura e nello stesso tempo di aver concesso alle questioni fondamentali di sicurezza un punto, quello di avere soste a prova di bomba, senza dover più temerne l’inaffidabilità. In fin dei conti stiamo parlando di una via sul Medale, non di un capolavoro in montagna.
Salvatore Bragantini sulla via Gogna-Cerruti alla Corna di Medale, 11 novembre 2007
S. Bragantini sulla lunghezza chiave della via Gogna al Medale

La mia scelta credo sia stata apprezzata da un grande numero di arrampicatori, lo prova la quantità di ripetizioni che ancora oggi la via ha. Alla fine forse l’hanno apprezzata anche gli stessi “sistematori”, che effettivamente hanno fatto un buon lavoro (io stesso ho ripercorso la via nel 2007, tanto per rendermi conto di persona).

Una soluzione quindi che mi sento di appoggiare anche per altri percorsi. E che mi auguro venga presa in considerazione anche nei casi in cui i primi salitori non possano più essere interpellati perché passati a miglior vita.

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Re-styling intelligente


Ri-attrezzare rispettosamente le grandi vie del passato si può!

Una delle grandi motivazioni per rivedere lo stato di chiodatura di una vecchia via (e qui non faccio distinzione tra falesia e montagna) è la constatazione dell’abbandono in cui questa versa. Sterpi, appigli mobili, erba, chiodi che ballano, ecc.
Preferisco usare la parola “motivazioni”: altri, più radicali di me, potrebbero dire “pretesti”.
In ogni caso lo scopo è quasi sempre “rendere fruibile” un terreno di arrampicata che altrimenti vivrebbe altri anni di solitudine.

Heinz Grill
RestylingIntelligente-spirit-heinz-grill

E’ vero: fino all’affermarsi della cultura sportiva, chiunque facesse una via nuova non si preoccupava minimamente di coloro che sarebbero venuti dopo, arrampicava per se stesso, rischiava e nessuno metteva in discussione che chi voleva seguirlo, mesi o anni dopo, avrebbe dovuto rischiare e penare allo stesso modo.

Se si lasciava chiodata una via, non era per scrupolo ecologico o per gentilezza e riguardo verso il ripetitore… era solo perché l’apritore non aveva problemi nel suo personale approvvigionamento di ferraglia.
Se le ripetizioni mancavano, meglio! Si sottolineava il grande impegno necessario per quell’itinerario…

Oggi, con l’avvento dello spit, con le protezioni mobili e con la mutata sensibilità nei confronti del possibile numero di ripetitori, cioè di giudici favorevoli al nostro operato, si tende a un comportamento del tutto diverso.
Questo modo di pensare si riflette anche nel prendere in considerazione vecchi percorsi.

Ma i modi in cui si può affrontare il restyling sono davvero molti e sfumati. Ciò che lo scalatore trad (o similari, questione di definizione) auspica oggi non è che si proceda a una ri-attrezzatura “sportiva” tout-court, bensì che si ri-crei un itinerario senza “essenzialmente” snaturarlo.

Esempi di cosa vado dicendo ce ne sono molti, anche se quelli di una ri-attrezzatura brutalmente sportiva sono assai superiori di numero, direi dieci a uno.
Qualche anno fa le guide lecchesi procedettero in un programma di restyling di alcuni itinerari della Grignetta e della Corna di Medale. Mentre alcune vie furono spittate come itinerari sportivi, su altre si preferì (a volte per espresso desiderio dell’apritore, magari ancora vivente…) sistemare a spit solo le soste e invece, per ciò che riguarda i chiodi di protezione della via, realizzare una chiodatura efficiente, perché fatta appesi alle corde e non procedendo da primi di cordata. Quindi: sostituzione di chiodi con rispetto del numero originale, asportazione di erba, spine, lichene, terra, appigli mobili. Asportazione dei vecchi cunei in fessure oggi proteggibili con nut e friend. In qualche caso anche stabilizzazione artificiale di scaglie. Certo, un compromesso: però intelligente.

Gli esempi più belli di re-styling ci vengono però dalla Valle del Sarca, dove Heinz Grill, il più attivo apritore di nuovi itinerari degli ultimi anni, si sta dando da fare con la sua squadra a ri-valorizzare gli itinerari del passato. Lo affianca  gente come Florian Kluckner o Franz Heiss, per non parlare delle tenaci e graziose “ancelle” Johanna Bluemel, Petra Himmel, Barbara Holzer, Sigrid Koenigseder, Sandra Schieder, Monika Staufer e magari altre.
Vie come il pilastro Cristina e Alba Chiara (entrambe a Monte Casale), come Luce del primo mattino al Piccolo Dain, oppure ancora l’attuale ciclopica lavorazione su Oasi di Pace sulla Cima alle Coste sono lavori che richiedono settimane a più persone! Stiamo parlando infatti di vere e proprie vie di centinaia di metri.

In questi casi dunque, la volontà di ri-proporre un itinerario che trasuda storia anche agli odierni arrampicatori, in modo che questi apprezzino il valore dei primi apritori, supera di molto la semplice volontà di “rendere fruibile”, termine irrispettoso che sa di “consumo” e di “superficialità”.

Giuliano Stenghel e Heinz Grill. A quando il re-styling di una delle grandi vie di “Sten” Stenghel?
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L’ultima sentinella del cimitero

La chiodatura a spit dell’ultima via classica della Rocca Sbarua, la diretta integrale alla Torre del Bimbo, a cura di Adelchi Lucchetta, equivale all’abbattimento dell’ultima sentinella del cimitero.

Dino Rabbi, Giorgio Rossi, Franco Ribetti e Alberto Marchionni avevano raddrizzato negli anni ’60 una significativa via che Guido Rossa e compagni avevano aperto nel maggio 1956 sul Bimbo, una bella torre al margine della Sbarua, la famosa “palestra” degli arrampicatori torinesi la cui fama in seguito si è allargata ben oltre la sua collocazione. Ne erano risultate tre bellissime lunghezze di arrampicata libera e artificiale che si andavano ad aggiungere alle ultime tre della via Rossa: nome dato, Diretta al Bimbo.

UltimaSentinella-20838Sbarua

Le generazioni sono passate, la Sbarua è diventata sempre più popolare. Ricordo il rispetto con cui venivano affrontate fessure come la famosa “duelfer” di Giusto Gervasutti o placche tipo la Vene di Quarzo di Gabriele Boccalatte, entrambe assolutamente sprotette (ma la prima oggi ben proteggibile con dadi e friend). Poi sono arrivati nuovi itinerari, nuove capacità sportive: e con essi gli spit. Che presto invasero anche gli itinerari classici e le vie di artificiale.

Rimanevano solo la seconda lunghezza della Fessura Beuchod e la Diretta al Bimbo a testimoniare il valore di altri tempi: con la chiodatura di quest’ultima è davvero finita un’epoca. Anche perché, se continua così, pure la bella fessura di Gabriele Beuchod, da lui aperta in libera nel 1977 e ancora oggi miracolosamente illesa, sarà presto omogenea con il resto di quello che ormai è un rocciodromo come tanti.

Una fessura alla base del Bimbo, già salita in stile classico, poi richiodata e “ribattezzata”.
UltimaSentinella-attaccoviadirettaBimboSbaruaP1020303Adelchi Lucchetta, da tempo puntiglioso chiodatore, anche in questo caso ha agito come se la Sbarua fosse sua, non ha neppure accennato a chiedere ad altri una condivisione. Evidentemente parte dal presupposto che non esiste altro interesse che l’arrampicata sportiva e tutto va sacrificato a questa.

La mania di riattrezzare in ottica sportiva, di “risanare” una via (come diceva Juerg von Kaenel), ricorda l’atteggiamento della maggioranza degli alpinisti “estremi” degli anni ’50 e ’60, quando le vie dei grandi Cassin, Comici, Ratti, Vinatzer, Carlesso, ecc. venivano ripetute e chiodate in modo capillare, tanto che il sesto grado conclamato (e provato) delle prime ascensioni scadeva in uno squallido esercizio, quello che anni dopo si sarebbe chiamato A0. Ma tutti se ne guardavano bene dal protestare, dava lustro fare un cosiddetto sesto grado, iperchiodato o no. Ci sono voluti due decadi prima che Messner, Cozzolino e pochi altri facessero chiarezza e risollevassero le sorti dell’arrampicata libera.

In un ambiente in cui anche i custodi dei rifugi sono conniventi con le chiodature perché notano che il flusso maggiore di arrampicatori si convoglia sulle vie chiodate a spit e quindi “sicure”, come possiamo pensare a un’inversione di tendenza o almeno a una convivenza?

Possiamo chiedere, solo per rimanere in Sbarua, il ripristino di alcune vie (tipo Gervasutti, Rivero, Cinquetti o altre) sperando che qualcuno ascolti? O dobbiamo scatenare una schiodatura selvaggia?

Mi si fa sempre più chiaro che la pacifica convivenza tra arrampicata sportiva e trad stenta a decollare. Mi viene il dubbio che in questi anni sia meglio lottare per avere aree completamente clean, ma già in questo non sappiamo se avremo successo o meno. La via diretta alla Torre del Bimbo è morta, era l’ultima sentinella di quel Cimitero.
Possiamo recitarne solo il de profundis, è il funerale minimo che possiamo farle sui social e sulle riviste. Mi viene in mente che si potrebbe anche confezionare un cartello da mettere alla base della via, tipo quelli che comunicano la morte di uno del paese (facilmente rimovibile). Almeno susciterebbe casino.

La famosa fessura in “duelfer” della via Gervasutti alla Sbarua, oggi protetta a spit
UltimaSentinella-20838

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NO SPIT A CAPO TESTA!

A Santa Teresa Gallura, si trova un Sito di Interesse Comunitario dove le rocce granitiche formano delle forme geomorfologiche paesaggisticamente molto belle, uniche in tutta l’Isola.
Il sito si chiama Capo Testa, ma è da tutti conosciuto come Valle della Luna. Le sue pareti arrivano sino a 120 m di altezza sul mare e sul luogo si arrampica in stile classico (trad) sin dal 1975. Celebrata sia in 100 Nuovi Mattini che in Mezzogiorno di Pietra, nel corso degli anni la Valle della Luna è divenuta una Mecca per questo tipo di arrampicata.

R. Bonelli sulla 2a L del Collo dell'Ortelli, 1a RP alla Parete di Luna (Capo Testa). 25.05.1981Roberto Bonelli sulla 2a L del Collo dell’Ortelli, 1a RP alla Parete di Luna (Capo Testa). 25.05.1981

A Cala Spinosa, una delle calette di Capo Testa, si trova una falesia di arrampicata sportiva, creata dalla libera iniziativa di un singolo, che in passato è stata oggetto di vandalismi tesi a eliminare gli spit che rivestivano la parete. In diversi punti spit arrugginiti occhieggiano.

Al Comune è stato consigliato che per dare rilancio al territorio le pareti andrebbero attrezzate e si pensa già alla creazione di 100 vie di arrampicata sportiva. Spinti da un’associazione che in quest’iniziativa avrebbe il suo tornaconto, il consiglio comunale non si accorge neppure che lì si arrampica già da quarant’anni, ed è convinto che in questo modo si creerebbero presenze e posti di lavoro, tralasciando il fatto che l’associazione non conta tra le proprie fila alcuna guida alpina autorizzata ad accompagnare eventuali frequentatori.

A. Gogna e Ivo Mozzanica sulla via del Cannellone alla Parete di Luna (Capo Testa). 26.06.1980

Alessandro Gogna e Ivo Mozzanica sulla via del Cannellone alla Parete di Luna (Capo Testa). 26.06.1980

In questi giorni stanno ultimando il Piano di Gestione che poi porterebbe a stanziare i finanziamenti per le opere. Pare che si possano fare osservazioni e rilievi entro e non oltre il 20 di gennaio. Pochissimo tempo!!!!!!
L’arrampicatore di Sassari Marco Marrosu, che per primo si adoperò assieme a Lorenzo castaldi che quella zona fosse dichiarata Area Clean (no bolting zone), cioè un’area di arrampicata priva di strutture fisse per l’assicurazione (spit, soste, catene, ecc.) intende inviare le sue osservazioni al Comune e all’Assessorato all’Ambiente per spiegare come non sia necessario bucare per forza la roccia, come sia dannoso l’impatto e come la comunità alpinistica non gradirebbe.Mountain Wilderness potrebbe contattare anche il nuovo presidente del CAI sardo, Gian Piero Demartis, per convincerlo ad appoggiare questa posizione e darvi più forza. Naturalmente occorre che molti prendano posizione. Ce la possiamo fare.

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Falesie di arrampicata: Aree Clean

Così come esiste la divisione tra arrampicata sportiva e arrampicata trad, allo stesso modo dovrebbero esistere zone dedicate all’una e all’altra disciplina: oggi invece accade che lo spit sia imperante quasi ovunque nelle falesie italiane. Io aggiungerei che anche i centri di arrampicata indoor, per essere davvero evoluti e al passo con i tempi più moderni, dovrebbero dotarsi di aree in cui gli scalatori possano mettere loro stessi le loro protezioni.

FalesieArrampicata-classes_traditional
Come nacque la prima area clean (no bolting zone)
Ai primissimi anni del nuovo secolo, in occasione della redazione della quarta edizione della sua guida di arrampicata sportiva della Sardegna Pietra di Luna, l’accademico Maurizio Oviglia ebbe modo di confrontarsi (dapprima in modo piuttosto burrascoso) con alcuni scalatori sassaresi al riguardo di una falesia da lui chiodata a Santa Teresa di Gallura. Solo la discussione con Marco Marrosu e Lorenzo Castaldi di Sassari si è avviata a toni costruttivi, tanto che alla fine i tre personaggi coinvolti si ripromisero di trovare un accordo per la salvaguardia delle vie tradizionali in Gallura (di cui lo stesso Marrosu e Castaldi, in cordata spesso con Alessandro Gogna, erano gli autori).

Prima dell’uscita della guida (2002) giunsero quindi a un accordo scrivendo a chiare lettere nelle prime pagine del libro (con tanto di cartina) che in tutto il nord Sardegna, e nella fattispecie la zona nota geograficamente come Gallura, le vie spittate non erano gradite e che anzi, qualora ne fossero state aperte, esse avrebbero potuto essere oggetto di schiodatura.

Ma lasciamo parlare Oviglia: “Di fatto si trattava della prima proposta di Area clean (no bolting zone) in Italia e questo accordo, di fatto deciso solo a tre, fu in linea di massima rispettato, se si eccettuano alcune vie a spit (ormai corrosi) aperte a Capo Testa da Sandro Zilioli di Brescia, una via sul Monte Pulchiana aperta da scalatori di Lecco e una sulle torri di San Pantaleo aperta da un Istruttore CAI di Firenze. Posso dire che, considerate le premesse, è stato un successo forse anche, direte voi, dovuto al fatto che la roccia della Gallura non è particolarmente adatta all’arrampicata sportiva. Ma la Gallura è grande come metà Piemonte ed è un territorio pieno di roccia!”.

E’ possibile dichiarare “clean” altre zone?
Il prossimo anno 2014 uscirà la nuova edizione di Pietra di Luna dedicata alle vie lunghe e, per la prima volta dopo la guida CAI-TCI Sardegna (1997), vi saranno incluse un buon numero di vie tradizionali. Mentre Marco Marrosu è sempre attivo e agguerrito in questo senso, purtroppo Lorenzo Castaldi ha perso la vita per una scarica di ghiaccio sulla parete nord del Gran Zebrù. In Sardegna sono dunque rimasti in due (contro tutti?) a difendere questa idea?
Come si può facilmente immaginare in dodici anni sono emersi nuovi interessi e problematiche. Molti agriturismi e comuni in tutta Italia vedono di buon occhio l’attrezzatura di vie spittate e spesso sono sollecitati da personaggi di dubbio spessore alpinistico e culturale che sperano di trarne qualche utile economico. Vengono anche realizzate vie ferrate, spesso senza chiedere preventivamente parere a nessuno, e nemmeno a norma, in zone ad alto interesse ambientale.

Non deve essere un “muro contro muro”
“E’ giusto pensare che l’eventuale allargamento di zone clean o le nuove “nomine” d’ora in poi, per una questione di metodo e strategia, passino attraverso un processo di discussione e confronto piuttosto che attraverso una guerra di religione che, portando al muro contro muro, avrebbe effetti controproducenti” dice Giacomo Stefani, presidente del Club Alpino Accademico Italiano, da sempre favorevole al mantenimento di aree nelle quali sia possibile un’arrampicata “trad” (vedi organizzazione di due edizioni del Trad meeting in Valle dell’Orco). In effetti il CAAI si è sempre battuto contro il proliferare delle spittature selvagge e richiodature delle vie storiche (vedi documento della Presolana del 1999 e convegno del Passo Pordoi del 2007).

Occorre dunque cercare alleati, occorre che sempre più praticanti e appassionati condividano questa idea, prima di procedere ad altri “blitz”.
Sicuramente schierata pro le aree clean sarà l’Associazione Mountain Wilderness, ideatrice del concorso Clean Climbing appena concluso.

Il triste esempio di Salinella
Ricordiamoci che è più facile preservare che ripristinare.
Nell’ottobre 2011, in occasione del Climbing Festival di San Vito lo Capo,  avevo pregato pubblicamente di schiodare sei o sette monotiri che ai primi degli anni ’80 i Sassisti di Sondrio avevano aperto con scalata tradizionale a Salinella, la falesia più vicina e più comoda del comprensorio di San Vito. Di questi bellissimi monotiri c’era traccia storica nel mio libro Mezzogiorno di Pietra, che chiunque abbia scalato nel Sud Italia e nelle isole almeno ha sentito nominare. Responsabili dell’imponente lavoro di chiodatura a Salinella erano stati i fratelli inglesi Jim e Scott Titt, assieme agli austriaci Joseph Gstottenmair e Karsten Oelze e al catanese Daniele Arena: duecento le vie spittate.

Nessuno capì neppure cosa stavo dicendo. Ripetevo: “cosa possono importare 6-7 lunghezze su 200? Che danno possono avere i chiodatori, o gli utenti assatanati di spit, o ancora un’amministrazione comunale magari assetata di sempre più ingenti quantità di roccia arrampicabile in modo sportivo?”. Chiedevo semplicemente un po’ di rispetto della storia… perché neppure i nomi originali avevano conservato, proprio con l’intento di cancellare ogni traccia, di banalizzare. Ebbene, la proposta è stata accolta con sorrisetti sia dagli inglesi che dai siciliani, e le vie in questione sono ancora là, banalizzate.
Dunque il ripristino è assai improbabile, e in ogni caso un’azione di schiodatura non sarebbe certo condivisa.

FalesieArrampicata-rackCome procedere dunque?
Un ristretto comitato potrebbe stilare una carta delle zone in cui potrebbe essere vietato o limitato l’uso degli spit. Nel limite del possibile occorrerebbe anche l’appoggio delle istituzioni.

Oviglia (per la Sardegna): “Stabilire delle aree clean dove è totalmente proibita l’infissione di spit (ad esempio la recente area trad dedicata al clean climbing da me valorizzata sulla costa SW della Sardegna, in località Capo Pecora, che ha già catturato l’immaginazione e i favori di moltissimi climber europei… o altre aree della Gallura ad altra concentrazione di vie tradizionali o protette); poi altre aree in cui è proibito spittare nelle fessure, compresi i camini, e se si usano spit si deve farlo in modo parsimonioso e in apertura dal basso; e infine altre zone, chiaramente più estese, dove vige l’assoluto rispetto delle vie classiche esistenti. Una di queste potrebbe (dovrebbe) essere il Supramonte intero. Come è noto alcune vie classiche sono state spittate (Surtana, Lanaitto, Gonone) ma ora sta succedendo anche su vie che hanno fatto la storia dell’arrampicata italiana (ad esempio Tempo Reale di Marco Bernardi). E questo è veramente un grosso danno”.

Proviamo a spingere nelle zone dove l’arrampicata sportiva è in ritardo!

E poi comunicare, dibattere. L’esempio del Trad in Valle dell’Orco, le bellissime vie trad di Cadarese (Val Formazza), l’intero e splendido castello delle grandi vie dolomitiche dovrebbero essere testimonianza di un nuovo modo di pensare che affonda le radici nella tradizione. Maurizio Oviglia ricorda: “quando pubblicai la prima falesia clean sulla Rivista della Montagna nel 2001, Roberto Mantovani ricevette diverse lettere che mi accusavano di istigare i giovani al suicidio. Oggi però le cose stanno cambiando, c’è forse maggior rispetto, almeno la consapevolezza da parte degli sportivi di non essere gli unici ad avere diritti sulle rocce!.