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Natale in Tirolo

Natale in Tirolo

I primi presepi in Tirolo risalgono al XVII secolo e furono allestiti nelle chiese di Innsbruck e della vicina Hall. Nel periodo dell’Illuminismo i presepi furono banditi dalle chiese, e per questo motivo, realizzati in seguito nelle case di città e in quelle dei contadini. Il più antico presepio privato di quell’epoca è del contadino Maxenbauern di Thaur, il «paese dei presepi» vicino a Hall noto grazie agli intagliatori Giner. Fino al XIX secolo il presepio fu specchio della vita tirolese, anche se talvolta in presenza di alcuni motivi orientali con ambientazione in Palestina. Dopo le guerre mondiali molti presepi rischiarono di sparire. L’allora direttore del Museo d’Arte Popolare di Innsbruck fiutando questo pericolo adibì un’ala alla raccolta dei presepi più preziosi. Oggi il museo mostra un centinaio di presepi di ogni misura e stile. Il Krippeleschaun (guardare il presepio) è una bella tradizione sopravvissuta in molte fattorie dei paesi intorno a Hall dove vengono allestiti presepi di pazienza e maestria, da esibire con orgoglio a vicini ed ospiti. L’invito a visitarli è rivolto anche ai turisti, ma è necessario informarsi per avere le coordinate e l’appuntamento per certi luoghi sperduti. Naturalmente anche nelle chiese di tutte le località tirolesi vengono preparati i presepi e molti villaggi ne organizzano l’esposizione. Famoso è il grande presepio meccanico di Landeck, come quello di ghiaccio a misura d’uomo a Gurgl, nell’Ötztal, realizzato dalla famosa scuola d’intaglio di legno di Elbigenalp in Tirolo. Igls, vicino a Innsbruck, organizza un presepio vivente chiamato Bergweihnacht (Natale di montagna).

Maschere di Krampus
Innsbruck, Krampusmaske, maschera

 

Alla vigilia di San Nicola, il 5 dicembre, in Tirolo si usa fare piccoli doni ai bambini, soprattutto dolci nascosti nelle calze. In varie località «Sankt Nikolaus», vestito da vescovo, fa il suo ingresso nel centro storico seguito dalla banda e portando un enorme sacco pieno di regali da distribuire ai bambini. Il santo è accompagnato dai Krampus, diavoletti con catene e bacchette che fanno «paura» ai bimbi discoli (in altri casi, invece, sono diavoli che spaventano le belle ragazze). È nota la sfilata di San Nicola nel centro di Innsbruck dove Nikolaus e Krampus sono accompagnati da uno «stuolo di angeli».

Nell’Osttirol (Tirolo Orientale), la regione che meglio ha saputo conservare tutti i suoi antichi comportamenti collettivi, è ancora viva nella sua forma originaria una tradizione legata ai Krampus. In particolare a Matrei, nella zona degli Hohe Tauern del sud sono conosciuti i cosiddetti Klaubauftage, i giorni dei Klaubauf o Kleibeife che derivano con molta probabilità da credenze popolari negli spiriti vaganti nel periodo tra Natale e l’Epifania. Sorprendentemente tali tradizioni sono simili alle usanze carnevalesche: i diavoletti portano artistiche maschere in legno o metallo, pelli di pecora, collari e grosse cinte di cuoio dai quali pendono campanelli e campanellacci fino ad un peso di 30 kg.

Durante il periodo natalizio, nei centri storici di molte località vengono organizzati mercatini che offrono dolci e oggetti tradizionali. Particolarmente conosciuto il mercatino di Innsbruck. Sulla piazza centrale davanti al Tettuccio d’Oro viene allestito un enorme albero di Natale con ai piedi un presepe intagliato in legno. Dalla piazzetta fino al fiume Inn si può passeggiare tra tradizionali bancarelle assaporando profumi e sapori d’altri tempi. Il mercatino resta aperto per tutto l’Avvento e oltre, e si ripetono le varie manifestazioni letterarie e musicali. Ogni giorno ad un’ora precisa si esibiscono i suonatori della torre con le trombe. Un secondo mercatino è allestito sulla Landhausplatz. Per il periodo natalizio vengono offerte anche visite guidate speciali al museo delle campane, ai presepi nel museo dell’Arte Popolare e presso i contadini, per conoscere le usanze tradizionali.

Innsbruck, piazza del Tettuccio d’Oro (Goldenes Dachl) e albero natalizio
Ort: Innsbruck und seine Feriendörfer

Anche a Lienz (Osttirol), dove la Liebburg si trasforma in un gigantesco calendario d’avvento, viene allestito per tutto il periodo un bellissimo mercato di Natale sulla piazza antistante. La magia natalizia avvolge anche la fortezza di Kufstein per tutto il mese di dicembre con mercatini che hanno luogo ogni fine settimana. La navigazione sul fiume Inn con il battello Sankt Nikolaus è attiva anche durante i weekend dell’Avvento. Going nelle Alpi di Kitzbühel continua la tradizione dei mercati di artigianato artistico, dedicandone uno al Natale e molte sono le località anche piccole che organizzano mostre e mercatini.

L’Anklöpfln (bussare) è una tradizione che ricorda il peregrinare di Maria e Giuseppe alla ricerca di un rifugio. Gruppi di «pastori» girano di fattoria in fattoria, bussano, cantano e vengono accolti con grappa e dolci tradizionali: una tradizione ancora molto viva nella Zillertal e nella bassa valle dell’Inn. Il noto albergo Stanglwirt è un punto di riferimento in tutto il Tirolo per il suo impegno nella conservazione delle tradizioni autentiche.

Bergweihnacht, Notte dell’Avvento
Innsbruck, Bergweihnacht, Notte dell'Avvento

 

L’usanza dell’albero di Natale in Tirolo non è molto antica: il primo fu allestito nel 1890 nella scuola di Ischgl nella valle di Paznaun, poi la nuova idea conquistò velocemente tutta la regione. La particolarità degli alberi natalizi tirolesi è costituita dagli addobbi fatti principalmente a mano (stelle di paglia, pigne dorate e ornate di nastrini, angioletti, dolci, ecc). I profumi che si sprigionano dall’albero sono intensi: c’è l’odore del pino perché si usano solo pini o abeti veri e di cera d’api perché non ci sono «lampadine» ma autentiche candele di cera. I pini sono senza radici (col benestare degli ambientalisti, perché provengono dallo sfoltimento autorizzato del bosco oppure da allevamenti esteri: i controlli sono rigidissimi). L’albero viene preparato soltanto alla vigilia di Natale, il 24 dicembre. La sera, quando fa buio e tutte le candele sono accese, arriva il Christkind (Bambin Gesù) che porta regali a tutti. È risaputo che l’Austria è famosa per i suoi dolci, quindi anche il Tirolo. E le tradizioni natalizie contemplano soprattutto la preparazione di biscotti dai mille gusti. Nascono così delizie come i cornetti di vaniglia, i baci di cocco, le stelle al rum o alla cannella, i cuoricini di mandorle, il dolce della vita, ecc. che evocano nostalgici momenti dell’Avvento. Altri dolci, inizialmente nati come dolci natalizi, sono oggi dolci particolari quali per esempio la Prügeltorte di Brandenberg o il Blattlstock, una specialità del Tirolo Orientale. Ma il dolce natalizio più comune in tutto il Tirolo è lo Zelten, una specie di panforte poco dolce, fatto di frutta secca (fichi, pere, uva, mandorle, nocciole), arancini, cannella, chiodi di garofano e pasta di pane. Gli ingredienti variano però a seconda delle usanze locali nelle diverse vallate. In Tirolo non si conosce la Befana, ma il 6 di gennaio in ogni località girano i «Re Magi»: gruppi di ragazzi che portano con loro una grande stella e cantano ad ogni porta per raccogliere soldi destinati alle missioni.

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Il tempo della lentezza

Il tempo della lentezza
(novembre 1995)

Dopo Merano, oltre il poderoso edificio della birre­ria, una stretta gola dell’Àdige ci apre la Val Ve­nosta: è giugno, la natura si celebra con un tripudio di colori. Al colmo di que­sta larga valle verde, oltre alle cime brune su cui occhieggia ancora qualche chiazza di neve, un cielo azzurro movimentato da veloci macchie bianche sigilla la pace di questo mondo. Si allargano anche i nostri cuori, che non speravano tanto. Eppure la valle è antropizzata, sia accanto al fiume che sui conoidi delle confluenti laterali: mele ed erba la fanno da padroni. Ovunque si vedono impianti di irrigazione ar­tificiale con spruzzi a scatto che ruotano a 360°. Se­gnalano la presenza di grande abbondanza di acqua e non cancellano l’uomo, che s’indovina sempre presente e attento. Una volta i raccolti di fieno erano due, oggi sono tre: e l’erba cresce più alta. Non ci si può sottrarre alle leggi di mercato neppure se abiti in Sud Tirolo, dove le pressioni perché la vita contadina subisca nuovi impulsi sono enormi. Incontriamo trattori per tagliare, seccare e raccogliere l’erba, macchinari per aspirare il fieno e riempire i fienili senza lavorare di forco­ne: e poi le inquietanti mungitrici meccaniche. Al maso in cui alloggerò con tutta la mia tribù familiare, il primo che ci viene incontro è il piccolo Simon Mair: sottobraccio ha il forcone, che tiene con due mani, e in bocca, ben stretto, ha il bi­beron. I prati intorno sono ripidi, ma con il trattore si riesce a fare l’80% del lavoro. Il resto a mano, come una volta. L’orario è dilatato alla luce di giu­gno, quando il giorno è più lungo. Ogni tanto si fer­mano, ma per poco.

I pastori che mi hanno detto che “di là da quel monte c’è l’Italia…”
Pastori, salendo alla Prader Alm, Parco Nazionale dello Stelvio

Già all’inizio ci si accorge che il tempo qui, lungi dall’essere statico, segue i ritmi della luce e quindi degli animali. Girovagando per le Alpi e per il mondo avevo già visto angoli dove il tempo sembrava non scorrere affatto: ma erano mondi in decadenza, se non proprio di degrado culturale ed economico. Qui in Val Venosta le esigenze del mercato hanno costretto il la­voro a un’accelerazione. Quando a 1300 metri l’erba non è ancora alta a sufficienza per essere tagliata, il contadino scende a Prato, perché a 700 metri invece è il momento di «segare». Può farlo sulle sue pro­prietà o sui campi di qualche parente, che poi resti­tuirà il favore. La giornata è quindi tempisticamente programmata in funzione dei metri quadri da fare, dell’accudire agli animali, del mettere in fienile o in magazzino i vari prodotti: e poi c’è la manutenzio­ne delle macchine, la preparazione dei pasti, la sor­veglianza ai bambini piccoli, la pulizia della casa e le mille altre piccole e grandi incombenze che deter­minano e scandiscono il tempo di Herr e Frau Mair.

In salita alla Prader Alm per portare le mucche all’alpeggio estivo
Stelvio (Stilf), mucca, pastori, S. Martino

Non v’è alcun lento scorrere nelle attività lavorative perché non si dedica un minuto di più di quanto neces­sario a un’attività, in quanto subito dopo si passa all’altra. E così da prima dell’alba fino a notte. Ep­pure è un lavoro decisamente a misura d’uomo, perché non è spersonalizzato: il contadino sa sempre perché sta facendo una cosa in quella maniera e non diversa­mente. Ciò che colpisce noi cittadini, abituati per di più ai frenetici ritmi del lavoro nella comunicazione, è la mancanza di fretta, nella consapevolezza che agli animali e alle piante non si può comandare di far più presto: la mungitura meccanica per esempio richiede per il singolo animale lo stesso tempo di quella ma­nuale.

Prader Alm e Ortles
Ortles, parco nazionale Stelvio, da Prater Alm

Il proprietario del maso qui si vanta di non usare mangimi particolari per i suoi animali, siano essi maiali, vacche o galline. Però l’irrigazione artifi­ciale ha sconvolto la tempistica del fieno e c’è di sicuro qualche differenza tra il foraggio di oggi e quello di ieri. Mungere 10 vacche con le macchine è meno faticoso che farlo a mano, ma co­stringe ad un’estrema pulizia della stalla e di tutto il macchinario. Alla fine anche qui vince la tecnica, perché pulizia ed efficienza fanno parte del nostro mondo futuro più che sporcizia e lentezza.

Lavorazione del formaggio alla malga Prader Alm, Ortles (gruppo dello Stelvio), alta Val Venosta
Lavorazione formaggio alla Malga Prader Alm, Ortles (gruppo dello Stelvio), alta Val Venosta

Però non stravince. Certi standard igienici al di sotto del mi­nimo in alcune malghe di altre zone delle Alpi non fi­gurano più in Val Venosta. E allora il buon sapore an­tico? Come abbiamo già fatto nella spesa al supermercato, tra ortaggi cresciuti in serra e fragole di bosco grosse come prugne, rinunceremo al pane del forno casalingo? Qui esigenze e diritti degli animali sono ancora alla base della convivenza con l’uomo, contrariamente a quanto avviene nei lager degli allevamenti di pianura.

Val Venosta, Lichtenberg, fienagione, nonno e bambini (1995)
Val Venosta, Lichtenberg, fienagione, nonno e bambini

Un uomo lavora una mattina ed un pomeriggio per pulire la stalla e le mungitrici in una malga di 80 vacche; un altro lavora uguale per fare due volte il formag­gio; e un altro ancora va al pascolo con gli animali per non doverli poi cercare per tutta la notte. L’i­giene scrupolosa richiede un’enorme quantità di tempo, riguadagnato con la maggiore facilità di trasporto dei prodotti. Anche gli animali accedono alla malga in au­tocarro. Ma c’è ancora chi, proprietario di non molti animali, preferisce salire all’alpeggio come una vol­ta. Ho seguito a piedi animali e pastori da Stélvio alla Prader Alm: partenza alle ore 5 dal ponte sotto al paesino di Stélvio. Ho chiacchierato abbastanza con i due pastori, due fratelli delle vicinanze. Il mag­giore si chiama Alfons Ortler ed è proprietario di un maso sopra a Prato. I discorsi con loro erano abba­stanza semplici, anche a causa delle difficoltà lin­guistiche, ma sono sicuro che non hanno visto in me l’italiano estraneo: pur domandandosi come facevo a sapere tante cose che li riguardavano, mi mostrarono l’Ortles e mi dissero che «di là c’è l’Italia»! Il si­gnificato non era la «tua» Italia, bensì l’Italia in genere. Pensai, mentre mi offrivano sorridendo genero­se fette di speck tagliato con coltello tascabile, che ormai ero «uno dei loro». In seguito feci visita al maso di Alfons, e lì ebbi modo di capire che l’accele­razione del Sud Tirolo non è stata uguale dappertutto. Lì, eccetto la mungitura, si fa ancora tutto a mano, dai prati al pane. Frau Ortler si è rifiutata qualche anno fa di ingobbirsi ulteriormente e ha preteso l’ac­quisto della mungitrice. I figli, Hubert e Kurt, lavo­rano con i genitori nella conduzione di questa piccola e remota azienda familiare. Kurt è anche guida, del consorzio di Solda: quel giorno aveva salito in poche ore e da solo una difficile via sull’Ortles, era sceso e adesso era lì che falciava il prato. Perché voleva allenarsi, forse presto avrebbe fatto parte di una spedizione in Himalaya. Famiglia e profonda fede reli­giosa sono gli elementi che resistono alle tentazioni del modernismo a tutti i costi nella nuova società sudtirolese; ma anche il senso della comunità è ancora forte, perfino a Solda, forse il villaggio dove più di tutti il turismo ha cambiato abitudini e tempi. Chi non ci crede può andare a vedere la spontaneità e l’entusiasmo della Festa dei Fuochi del Sacro Cuore, quando tutte le cime della valle ardono di strisce di fuoco nella notte, oppure la funzione religiosa e poi la festa con danza delle donne che hanno terminato la raccolta delle mele. Oppure provare la loro ospita­lità: al momento dei saluti finali, potrà succedergli di sentirsi dire da Frau Silvia, conosciuta solo pochi giorni prima, «mi raccomando, quando arrivate a Mila­no, per favore datemi una telefonata. Così so che tut­to è andato bene».

Val Venosta, Lichtenberg, fienagione, bambino

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Tirolo in festa

Tirolo in festa

In Tirolo le manifestazioni per il Carnevale si tengono ogni anno; le grandi sfilate tradizionali invece hanno cadenza ciclica ogni 3/5 anni. Ecco le più famose: il Wampelerreiten, ad Axams, si svolge ogni anno. Wampelerreiten significa «cavalcare sulla pancia» ed è un’usanza spettacolare ma anche un po’ rude. È un combattimento tra gruppi di giovani del luogo con enormi camicie imbottite di fieno, tanto da sembrare giocatori di rugby con enormi ingessature: ma sono tutti in gonnella!

Le sfilate dei Muller, Tuxer e Huttler hanno tutte le stesse caratteristiche ma denominazione diversa a seconda della provenienza, che però si localizza principalmente nelle vicinanze di Innsbruck. Ogni anno a Carnevale (generalmente gli ultimi quattro sabati prima della quaresima), la città di Innsbruck sulla piazza davanti al Tettuccio d’Oro (Goldenes Dachl) offre ai cittadini ed ai turisti le esibizioni spettacolari dei Muller, famosi soprattutto per i loro copricapo particolari ed il rituale degli Abmullen, schiaffi con la mano piatta che simboleggiano il risveglio della natura e delle sue forze. Analoghe manifestazioni si svolgono sempre vicino a Innsbruck, a Igls e Thaur.

Le grandi sfilate cicliche invece sono concentrate nell’alta valle dell’Inn e ruotano attorno alla piccola cittadina di Imst ed al suo famoso Schemenlaufen. La sfilata è caratterizzata dai cosiddetti Roller e Scheller che ballano secondo un antico cerimoniale ormai consolidato nei secoli. Essi caricano sulla schiena enormi campane che pesano circa 30 kg, vestiti multicolori, maschere facciali di legno e ricchi copricapi. Anche le vicine località di Wenns e Tarrenz organizzano sfilate simili. Altra sfilata ciclica è il grande Schellerlaufen di Nassereith, manifestazione che assomiglia molto allo Schemenlaufen di Imst e contrappone ai Roller e agli Scheller il gruppo delle streghe. Insolito è il «gioco degli orsi», uno degli elementi più autentici e più antichi del carnevale tirolese. I gruppi vengono accompagnati da Maje, Spritzer e Sackner, le maschere che fanno dispetti al pubblico.

Blochziehen, sei tonnellate per 65 uomini. Foto: APA-FOTO (FISSER BLOCHZIEHEN/ANDREAS KIRSCHNER)
APA16113200-2 - 17122013 - FISS - …STERREICH: ZU APA 269 CI - MŠnner beim traditionellen "Blochziehen" im Tiroler Fiss (undatiertes Archivbild). Nach drei Jahren Pause sollen am 26. JŠnner 2014 wieder die "Schallner", die "Mohrelen" und der "Bajatzl" durch das Tiroler Fiss ziehen. Bei einem der Šltesten Tiroler FasnachtsbrŠuche, der seit 2011 zum immateriellen UNESCO Kulturerbe zŠhlt, wird ein Baumstamm, der "Bloch", durch das Dorf gezogen. +++ WIR WEISEN AUSDR†CKLICH DARAUF HIN, DASS EINE VERWENDUNG DES BILDES AUS MEDIEN- UND/ODER URHEBERRECHTLICHEN GR†NDEN AUSSCHLIESSLICH IM ZUSAMMENHANG MIT DEM ANGEF†HRTEN ZWECK ERFOLGEN DARF - VOLLST€NDIGE COPYRIGHTNENNUNG VERPFLICHTEND +++ APA-FOTO: FISSER BLOCHZIEHEN/ANDREAS KIRSCHNER

Il Blochziehen, è un’usanza che nacque un anno in cui non si celebrò alcun matrimonio nella località: il Bloch è un grande pino che viene tagliato dagli scapoli del paese e guardato a vista perché non sia rubato o danneggiato dai ragazzi dei paesi vicini. Il giorno della sfilata viene addobbato e portato per le vie del centro, accompagnato da orsi, streghe e diavoli. Questa è una manifestazione che si svolge principalmente nelle zone dell’alta valle dell’Inn.

Schleicherlaufen a Telfs
TiroloFesta-Schleicherlaufen-telfs
Lo Schleicherlaufen di Telfs deve il suo nome agli Schleicher. Così vengono chiamate le figure vestite di seta e velluto con campane gigantesche legate in vita, sofisticate maschere di maglie di filo di ferro (uniche in Tirolo) e soprattutto con cappelli spropositati ed improbabili che possono arrivare fino ad un metro di altezza e pesare anche 10 kg. Caratteristica anche la figura del «Portatore delle lanterne» che indossa un cappello con quattro enormi punte, costruito con oltre 3.000 granelli di mais. A queste figure si contrappongono i «selvaggi», caratterizzati da orribili maschere di legno e interamente ricoperti di barbe ricavate dalle piante. Del corteo fanno parte anche il «gruppo degli orsi», la banda musicale ed i carri.

l «roghi delle streghe» a Sillian, nel Tirolo Orientale: questa usanza risale al 1637, quando sulla roccaforte di Heinfels si svolse un processo per stregoneria contro una ragazza di 18 anni, in seguito bruciata sul rogo. Ogni martedì grasso, durante la grande sfilata carnevalesca, un carro con l’«alta corte» ed il carro del boia chiudono la sfilata dei partecipanti. La manifestazione finisce con un «processo» sulla piazza centrale del paese, dove si denuncia la strega che viene poi bruciata sul rogo.

Ogni anno il Carnevale trasforma i centri dei villaggi tirolesi, ma anche le piste da sci, in atmosfere ed ambienti multicolori, ricchi di fantasia, note musicali, specialità gastronomiche e tanta allegria.

Il primo maggio nelle campagne, un po’ dovunque, si innalza l’albero della cuccagna, il Maibaum, ben vigilato perché dai paesi vicini non venga rubato o mozzato per scherzo. La prima domenica di maggio a Zell am Ziller ricorre la Gauderfest, una celebrazione primaverile che risale al 1500. Il nome Gauder deriva da un antico podere della zona e la caratteristica della festa è una grande lotta di arieti sotto l’occhio vigile della protezione animale. All’epoca fu fondata anche una piccola birreria privata che da allora produce birra di alta qualità ed un prodotto tipico: la Zillertaler Gauderbock. Questa birra ad alta gradazione (8,2°) viene servita unicamente durante la Gauderfest. L’antica sede della fabbrica è stata ora trasformata in un grazioso albergo.

Anticamente, nel Tirolo, il giorno del Corpus Domini era occasione di moltissime rappresentazioni sacre e profane ispirate dalla festività cristiana. In parte, queste manifestazioni sono state vietate nel XVIII secolo e oggi si conservano esclusivamente riti religiosi. Una delle più antiche tradizioni legata al Corpus Domini è l’Antlassritt che si ripete ogni anno nelle Alpi di Kitzbühel (a Westendorf, Brixen im Thale e Kirchberg): si tratta di una processione a cavallo, di origini storiche, alla quale partecipano tutti i contadini della zona. I cavalli, accuratamente puliti, ornati di piume, foglie, corone di fiori, ramoscelli di larice e peonie portano le selle delle grandi occasioni. I cavalieri, che avanzano in coppia e vestiti a festa, portano rami verdi, bandiere e lanterne. Guidati dal parroco, che cavalca un destriero bianco, attraversano i paesi accompagnati dalla banda musicale fino alla Schwedenkapelle.

Wampelerreiten ad Axams
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Il Gründonnerstag (Giovedì Santo) non deriva da grün (verde) bensì da grunen che significa «piangere»; anche le campane rimangono in silenzio fino al sabato. Per tradizione il Giovedì Santo era il giorno della coloritura delle uova. I Santi Sepolcri allestiti per il Venerdì Santo, e costruiti appositamente per alcune chiese parrocchiali, furono molto in uso nell’Ottocento, ma la stragrande maggioranza è andata perduta. Alcuni esemplari furono ritrovati dopo la seconda guerra mondiale e fanno di nuovo parte della tradizione pasquale di alcune località tirolesi: a Patsch vicino a Innsbruck, a Ehrwald e a Breitenwang, a Schwaz. Nel periodo pasquale vengono montati anche dei presepi, i cosiddetti «presepi della quaresima», i Fastenkrippen: un magnifico esempio si trova a Zirl nella Kalvarienkirche. Gli Osterfeuer, i «fuochi pasquali», sono un’antica tradizione che si è conservata soltanto nella valle dello Zillertal. Lontano dalle fattorie, su cime panoramiche, vengono accesi grandi falò che illuminano la valle a significare la resurrezione e la fine della Quaresima. I Passionsspiele o «giochi della Passione», che annunciano il messaggio cristiano della pace, sono una caratteristica della scena culturale tirolese fin dal Medioevo ed hanno origine principalmente da voti religiosi. Essi hanno luogo ancora oggi a Thiersee ed a Erl. I Grasausläuter sono un’usanza tipica della bassa valle dell’Inn: vicino a Schwaz e nella Zillertal è «risvegliare l’erba suonando». Ragazzi con grandi campanacci alla vita allontanano simbolicamente i demoni risvegliando la natura e raccogliendo piccoli doni da parte dei contadini.

Tempo d’autunno. Soprattutto nelle Alpi di Kitzbühel questo periodo dell’anno costituisce un’autentica attrazione turistica e festa per gli occhi. A St. Johann si dà l’addio alla stagione con grandi manifestazioni come la «festa dei canederli» e l’Oktoberfest Tirolese. Nella vicina Ebbs molte manifestazioni sono legate all’equitazione, visto che la piccola località ospita il più grande allevamento europeo di Haflinger e molto noto è anche il pentathlon degli uomini forti ovvero le «Olimpiadi dei muscoli» di Ebbs.

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Festival Torino e le Alpi

Tra il 10 e il 12 luglio 2015, la Compagnia di San Paolo promuove a Torino e in 22 località alpine di Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta la seconda edizione del Festival Torino e le Alpi.

Sarà possibile assistere a spettacoli teatrali, concerti, reading, conferenze, visitare mostre, partecipare ad azioni di street art e videomaking. Lo scopo è quello di esprimere la cultura contemporanea del territorio di montagna.

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Lo scorso anno il Festival si era svolto a Torino, presso il Museomontagna, e presso il Forte di Exilles dal 12 al 14 settembre.

L’edizione 2015 propone un ricco calendario di eventi a Torino, tra cui un’esposizione di giovani artisti, performances e concerti al Museo della Montagna, una rassegna di film di montagna al Cinema Massimo, workshop e passeggiate in collina per adulti e bambini. Nelle valli il programma si arricchisce di altre numerose iniziative culturali. Qui è il programma dettagliato.

Si è creato così un festival “diffuso” con sedi, calendari e realtà diverse ma omogenee intorno ai temi del Programma Torino e le Alpi.

Anche se il momento saliente e/o di riepilogo sarà dal 10 al 12 luglio, giorni del Festival Torino e le Alpi, le iniziative collegate sul territorio hanno un programma che durerà per tutta l’estate.

Stefano Riba
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Fil rouge tra l’edizione 2014 e 2015 è la sezione arti figurative di Torino. È curata da Stefano Riba che, insieme ad altri artisti, ha allestito una mostra intitolata Passi Erratici. La mostra nel 2014 ha avuto il Monviso come fonte di ispirazione, mentre quest’anno gli artisti si sono spostati in Valle d’Aosta, intorno al Cervino. Cervino-Passi Erratici 2015 verrà inaugurata al Museomontagna venerdì 10 luglio e rimarrà in esposizione fino a settembre.

Ecco il link all’intervista di Stefano Riba che in poche note presenta i contenuti dell’edizione 2015 di Passi Erraticihttp://www.torinoelealpi.it/arti-figurative-stefano-riba/.

La Compagnia di San Paolo, tra numerose proposte pervenute, ha selezionato dodici iniziative nelle valli organizzate da associazioni del territorio montano oppure da realtà cittadine che sono andate a progettare e programmare in montagna.

Alla pagina http://www.torinoelealpi.it/festival-torino-e-le-alpi-2015/ è l’elenco dei dodici progetti scelti. Ne diamo qui l’elenco con una sommaria presentazione e senza nascondere la nostra predilezione per i numeri 2, 4, 5, 9 e 11:

1 – Cervino 150
Festival per i 150 anni dalla conquista del Cervino, a cura della Regione Autonoma Valle d’Aosta in collaborazione con Comune di Valtournenche e rete territoriale – www.lovevda.it.
Un intenso programma di 10 giorni (dal 10 al 19 luglio) di eventi multimediali, culturali e alpinistici per festeggiare i 150 anni dalla conquista del Cervino.
La montagna sarà protagonista e ispiratrice di emozioni e arti (dal teatro, al cinema alla letteratura), laboratori per bambini, attività con le guide alpine, per appassionati e famiglie.

2 – Eretici, viandanti, partigiani, montanari
Contest di street art, teatro e narrazione, a cura di Associazione Diversi Sguardi in collaborazione con Associazione Pigmenti – www.unatorredilibri.it.
Quattro personaggi che abitano la storia del territorio alpino saranno protagonisti della narrazione collettiva di illustratori, artisti e scrittori ospiti. Un percorso di ricerca-azione e narrazione collettiva multimediale che costituirà un’occasione di interazione fra due manifestazioni già affermate nel territorio: Una Torre di Libri e Street Alps.

3 – ExillesFest 2015
Il Festival dei comuni dell’Alta Valle di Susa, a cura dell’Associazione Culturale Glocal Sounds – www.glocalsounds.it.
Dare vita a una nuova visione/fruizione del territorio dell’Alta Valle di Susa, coniugando cultura e intrattenimento con l’obiettivo di raccontare un territorio nei suoi molteplici aspetti e nei suoi rapporti con la città. Il Forte di Exilles, Torino e i comuni dell’Alta Valle di Susa saranno sede di una manifestazione di richiamo in cui parola, libri, musica, danza, storia, arte, teatro e cibo saranno protagonisti indiscussi.

4 – Dalla terra al cielo
Storie di montagna tra il comune e lo straordinario, a cura dell’Associazione Culturale Hiroshima Mon Amour – www.rassegnaterracielo.it.
Concerti acustici, reading e workshop sulle Alpi. Racconto in cinque tappe in un contesto dall’inestimabile valore paesaggistico: l’ambiente montano che dall’Appennino ligure arriva alla vetta del Cervino, attraversando le catene delle Alpi Occidentali. Cinque luoghi per conoscere e raccontare la montagna attraverso le parole e i suoni di attori, scrittori, musicisti e narratori.

5 – Nuovi Mondi
Il Festival in montagna, a cura dell’Associazione Culturale Kosmoki in collaborazione con Fondazione Nuto Revelli – www.nuovimondifestival.it.
Un concorso cinematografico e la prima “Scuola del ritorno in montagna” uniscono due borgate protagoniste della storia, Paraloup e Valloriate, in Valle Stura (CN). Un’iniziativa culturale di respiro internazionale sulla montagna e in montagna.

Paraloup, Valle Stura
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6 – Lo Spettacolo della Montagna
a cura di Onda Teatro – www.ondateatro.it.
Un festival itinerante incentrato sul rapporto tra uomo, natura e memoria storica che promuove la cultura e il teatro in Valle di Susa coinvolgendo e valorizzando comuni e borgate montane. Parallelamente al percorso tematico, si snoda quello tra i diversi linguaggi e le forme artistiche: teatro di narrazione, teatro-musica, teatro-danza, teatro e cinema, teatro e letteratura.

7 – Teatro in quota
a cura dell’Associazione Culturale Ratatok Teatro – www.teatroinquota.it.
Il teatro, come la montagna, è per tutti. Per ciascuno. Dieci tappe, dieci repliche, dieci incontri. Un vero e proprio “sentiero narrativo” in quota ospitato in dieci rifugi alpini e articolato in tre momenti: lo spettacolo teatrale (S)legati, i laboratori, della durata di due/quattro giorni, e le merende teatrali, letture e racconti che avranno come temi storie, miti e leggende di montagna.

8 – TransAlp
Percorsi di cultura alpina fra le Valli Grana e Stura
a cura della Società Cooperativa Sociale Emmanuele Onlus – www.progettotransalp.it.
Un progetto che coinvolge le Valli Grana e Stura offrendo spazi di fruizione e di creazione artistica aventi come soggetto il contesto alpino quale luogo di transito, di passaggio di esperienze e di costruzione di una cultura condivisa. Attraverso arti visive, fotografia, video arte e cinematografia, il tema del percorso verrà declinato in tre soggetti specifici: la transumanza, l’emigrazione e i luoghi di transito.

Valloriate, Valle Stura
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9 – Alpi Graie
Palcoscenico delle Arti
a cura dell’Associazione “Amici del Museo Civico Alpino del Comune di Usseglio” – www.alpigraie.net.
Cinque iniziative per i cinque Comuni montani di Viù, Lemie, Usseglio, Rubiana, Groscavallo. Poesia e narrativa, pittura, fotografia e video d’autore, incisione e illustrazione, musica e arte culinaria: ogni disciplina è chiamata a convergere sul tema dell’ambiente e a declinarlo secondo modalità inedite e originali con lo scopo di costruire per le Valli un nuovo vocabolario capace di immaginare un futuro di crescita e rinnovamento e di stimolare una nuova percezione del rapporto città-montagna.

10 – PerpendicolArte
A Vogogna tra piana e montagna
a cura del Comune di Vogogna – www.comune.vogogna.vb.it.
A Vogogna, Land art, canti della tradizione orale, fotografia e video, performance teatrali, laboratori creativi, presentazione di libri, escursioni guidate. Un’occasione per conoscere questo borgo incastonato ai piedi delle montagne, tra la piana del fiume Toce che solca la val d’Ossola, e le aspre cime della Val Grande con l’intento di valorizzare l’articolazione tra il fondo valle e la montagna.

Parco naturale delle Alpi Marittime. Il Lago delle Portette
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11 – Le Marittime invisibili
Parco naturale regionale Alpi Marittime – www.lemarittimeinvisibili.it.
Quattro giovani artisti insieme ad altri dodici ragazzi vivranno e interpreteranno l’esperienza della montagna attraverso un viaggio di una settimana in quota. Come nuovi Marco Polo, questi artisti di estrazione cittadina si immergeranno nell’ambiente alpino per portare a valle una nuova narrazione delle terre alte su più livelli: un diario di bordo fatto di scrittura, illustrazioni, musica e racconto visivo.

12 – Montagna_FEST2015
a cura dell’Azienda Turistica Locale del Biellese – www.montagnafest.it.
Sei progetti artistici incastonati nell’intero arco alpino biellese in cui i linguaggi contemporanei si fondono con la cultura e la tradizione dei luoghi alpini che li accolgono: un percorso che accompagna lo spettatore tra arte e luoghi, tradizioni e innovazione. Montagna_Fest2015 è: Estate Musicale Giovani Piedicavallo (montagna, giovani e musica classica), Biarteca (danza contemporanea, performance, arti visive nella natura), Trappa Landscapes to be continued (progetto di Land Art con giovani artisti in residenza), Suoni oltre le nuvole (rassegna musicale night&day in alta quota), t_essere_territorio (danza contemporanea, arti visive e nuove tecnologie), La montagna del suono (work-show residenziale di musica elettronica e contemporanea).

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La Stalla ovale del Qualido

La Stalla ovale del Qualido
di Giuseppe Popi Miotti

Il vecchio patriarca dei Della Mina uscì ancora una volta dalla casera nascosta fra le cascine di Cà di Sciüma, al di là del torrente e guardò verso l’alto. Di fronte a lui si apriva il ripido imbocco della Val Qualido, delimitato da un’impressionante muraglia granitica.

Sui pascoli superiori, non visibili dal basso, alcuni del clan stavano terminando i preparativi per abbandonare l’alpeggio; l’autunno era alle porte e le vacche dovevano essere riportate giù. Quello sarebbe stato l’ultimo anno di monticazione; il Qualido era diventato troppo difficile, troppo pericoloso, poco redditizio. Stavano finendo gli anni Cinquanta del ‘900 e anche fra le montagne era giunto l’ammaliante richiamo delle città, di lavori più comodi, di stili di vita meno duri che attiravano i giovani lontano dal paese.

Eppure – si trovò a pensare – quella vita, dura e rozza mi ha lasciato incancellabili ricordi. Mi dispiacerà abbandonare l’Alpe”.

La colonizzazione del Qualido da parte della sua famiglia, assumeva ai suoi occhi significati epici.

La Val Qualido. Foto: Federico Raiser
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Mentre il vento staccava le prime foglie dorate di un grande faggio, il vecchio andò con la mente a molto tempo prima, quando era ancora piccolo e tutta la famiglia si era impegnata nell’impresa. Secoli prima l’alta Val Màsino era appartenuta ai Melàt, quelli di Mello, ma anche quando, dal 1785, i confini amministrativi erano cambiati, la proprietà della valle, che aveva preso il nome del paese, era rimasta loro.

“Noi Melàt siamo gente dura e caparbia, ma nessuno si era mai sentito di affrontare l’impresa che è riuscita ai Della Mina. – pensò con orgoglio l’anziano, iniziando a ripulire una grande caldera di rame – solo noi siamo stati capaci di installare un alpeggio sul Qualido, la valle più difficile di tutte”.

Salendo all’Alpe del Qualido
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Per realizzare quel progetto c’erano voluti anni di fatiche, da parte di tutta la famiglia, compresi quelli del ramo dei “Barba”. Strofinando il pentolone, l’anziano pastore ricordava ancora i racconti del nonno e di come fossero riusciti a trovare il percorso meno difficile verso i pascoli. L’alpeggio era sufficiente per una sessantina di mucche, ma c’era un altro problema: i pendii erano esposti alle valanghe e sarebbe stato difficile costruire baite sicure. Tradizionalmente abili nello scavo e nella costruzione di ricoveri sfruttando, in parte, grossi blocchi di granito, i Della Mina non si persero d’animo. Sul lato orientale della valle, oltre il colle del Cavalet, ove la valle si divide nei due profondi valloni che piombano in Val di Mello, videro una zona di macigni. Il luogo era sicuro e ben esposto al sole. Con pazienza allargarono gli spazi sottostanti i massi più grandi, ne protessero le aperture con muretti a secco e ricavarono l’Alpe del Qualido.

Salendo all’Alpe del Qualido
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Contemporaneamente migliorarono il sentiero costruendo rampe di muri a secco su cui deposero enormi gradini di granito. Nei punti più esposti le scalinate furono protette da robusti parapetti di legno e fu costruita una casera intermedia al termine del tratto più difficile della salita, quello iniziale.

La via della transumanza partiva da Mello e, passando per Caspano, entrava in Val Màsino risalendo fino a San Martino da dove entrava nella Valle di Mello. I piccoli agglomerati rurali di Cà Rogni, Panscer, Cascina Piana, Cà di Sciüma, Ràsica, erano punto d’appoggio degli alpeggi, ma consentivano anche di prolungare la stagione grazie ai ricchi pascoli del fondovalle.

Portare le mandrie sul Qualido era un’impresa e gli incidenti non erano rari: bastava che una vacca facesse uno scarto e la caduta era fatale. Il tracciato era tanto ripido da rendere impossibile l’uso del mulo per portare i rifornimenti: la povera bestia, sovraccarica, si sarebbe ribaltata. Il problema fu risolto con stoico pragmatismo: i trasporti da Cà di Sciüma all’alpeggio si sarebbero fatti a spalla e il mulo sarebbe stato utilizzato per quelli sui pascoli.

Col tempo, i Della Mina riuscirono a guadagnare un po’ di pascolo anche nella ripidissima Val della Mazza, il ramo più stretto e impervio del Qualido, quello che scende direttamente sotto l’alpe, ad oriente del Cavalet. Poi si spinsero ancora più in là, fin sulla groppa di un grande dossone di granito, oggi noto come “Scoglio delle Metamorfosi”, dove c’era ancora erba. Sulle grandi cenge alberate da maestosi faggi, i Melàt raccoglievano legna e foglie secche per farne lettiere agli animali. Per facilitare accessi e trasporti furono allora tracciati altri sentieri, quello della Zoca di föleg (conca delle foglie) e quello detto del Ciudì, vero capolavoro d’astuzia e ardimento. Questa sorta di via direttissima, risale la Val della Mazza, superando alcune placche rocciose grazie a gradini scavati nel granito, a tronchi infissi nelle fessure a mo’ appigli e appoggi, a vene sporgenti di pegmatite che, fungendo da esili camminamenti, collegano i punti deboli della salita.

L’ingresso della Stalla ovale del Qualido
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Furono anni spesi ad ottimizzare le dure clausole di un contratto non scritto con la montagna del Qualido, ma lui, il patriarca, era fiero di quello che erano riusciti a fare. Ancor più, andava fiero della sua idea, quella del Camarun e con piacere ripercorse per l’ennesima volta le tappe di quella vicenda. Era da poco tempo diventato il punto di riferimento della famiglia quando, durante un’infelice estate, una tremenda bufera aveva disperso la mandria e le acque in piena avevano trascinato alcune bestie giù per la Mazza, fino in Val di Mello. Il danno fu immenso e non era possibile consentire che si ripetesse, tuttavia, data la grande esposizione dei pendii alle valanghe, era quasi impossibile costruire una capiente stalla. Le speranze di tutti erano riposte nel nuovo capofamiglia: ci voleva un’idea. La soluzione venne quasi per caso. Aggirandosi fra i grandi blocchi dell’alpeggio, il Della Mina scorse un’apertura sotto un grande sasso. L’antro però si chiudeva poco dopo l’ingresso. Uscito di nuovo all’aperto, il pastore prese ad analizzare il macigno, cercò di percorrerne il perimetro e con stupore si rese conto che era di dimensioni ciclopiche.

L’interno della Stalla ovale del QualidoOLYMPUS DIGITAL CAMERA

Forse – pensò – questa è la soluzione dei nostri problemi”.

Fu così che all’inizio del XX secolo si iniziarono gli scavi per ampliare la piccola apertura scoperta dal capo clan. Tutti contribuirono all’impresa: come molte famiglie contadine del tempo, anche i Della Mina erano numerosi, e sul monte si davano il cambio in dieci, dodici membri del gruppo. Non è chiaro quante stagioni di lavoro abbia richiesto l’opera; forse due, forse tre. Allo scopo fu costruita sul posto una carriola in legno di larice, ruota compresa, e fu aggiunta una slitta dello stesso legno per trascinare i massi più grossi. Le speranze crescevano, di mano in mano lo scavo si approfondiva sotto l’immane blocco di granito ma, probabilmente, nessuno di loro si aspettava ciò che emerse a lavoro ultimato: un vasto “salone” naturale che avrebbe potuto ospitare al sicuro tutta la mandria. Avevano tolto circa 600 metri cubi di terra e sassi d’ogni dimensione, ricavando un vano di forma ovale, lungo una ventina di metri, alto nel punto massimo quattro metri e largo circa sette. La grande stalla ovale fu poi rifinita con un pavimento in acciottolato dotato di scoli per i liquami; su tutto il perimetro interno fu disposta una lunga mangiatoia di larice, con fori appositi ove legare circa 50 mucche, i vitellini erano invece tenuti liberi, al centro della stalla. Alcune feritoie verso valle provvedevano a lasciar passare aria e luce, mentre tutto il perimetro, compresa la porzione interna a monte, fu chiuso con un solido muro a secco. Infine, un grosso tronco di larice, disposto in centro alla sala, quasi a sostenere il monolitico tetto, serviva a reggere un piccolo tavolato sospeso che fungeva da fienile.

“Il Camarun aveva funzionato benissimo – pensò l’anziano Melàt – ma da oggi sarà abbandonato. Peccato, perché è costato tanta fatica”.

Con semplicità il vecchio riprese le sue incombenze rivolgendo altrove i suoi pensieri, senza sapere che con quell’opera i Della Mina avevano creato uno dei più strabilianti manufatti delle Alpi.

L’interno della Stalla ovale del Qualidoqualido-001

 

Geografia e toponomastica antica e moderna
Diramazione orientale dell’alta Val Màsino, la Val di Mello è una delle più belle vallate della Alpi. Modellata dal lavoro dei ghiacciai, la valle ha un orientamento Est-Ovest con due versanti molto differenti.

Il lato destro orografico è caratterizzato da grandi pareti di granito, solcate da cenge alberate ad è inciso da quattro valli laterali (da Ovest: Val del Ferro, Val Qualido, Val di Zocca e Val Torrone) che si addentrano verso Nord, fino allo spartiacque con la Val Bregaglia. Il versante opposto è oscuro ed ombroso e le valli laterali sono più piccole e corte. Ad Est la valle è chiusa da un vasto anfiteatro, dominato dalle vette del Monte Pioda 3431 m e del Monte Disgrazia 3678 m.

Delle quattro citate, la Val Qualido è la più piccola e selvaggia. L’imbocco è formato da due profondi valloni paralleli, incisi fra alte pareti granitiche. Il solco occidentale, delimitato dall’altissima muraglia del Qualido, è quello principale; quello a Est o Val della Mazza, è assai più stretto ed incassato. Questi due valloni, separati dalla costiera della Mazza, oggi più nota come “Mongolfiera“, si uniscono a circa 2000 m, confluendo nella sella prativa del Cavalet. Da qui la valle si apre in un ampio pascolo per poi morire in un anonimo punto senza cime dello spartiacque. Il margine orientale della Val Mazza è formato dalle due grandi strutture sovrapposte oggi note come “Bastionata dei Dinosauri” e “Scoglio delle Metamorfosi”. I toponimi moderni, ormai entrati nell’uso comune, risalgono agli anni fra il 1970 e il 1975, quando la Val di Mello e le sue pareti divennero uno dei maggiori centri italiani di arrampicata. I giovani scalatori trovarono simpatico identificare vie e formazioni rocciose con nomi di fantasia, un po’ più poetici di quelli in uso secolare presso gli abitanti della valle. Il tutto fu comunque fatto nel pieno rispetto della storia e delle tradizioni, senza voler cancellare il passato.

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Alle sorgenti del Reno

Alle sorgenti del Reno
Molti anni fa feci un sogno che ancora ha il magico potere di si­gillarmi il pensiero. Ero su un’autocorriera, non guidavo, mi do­mandavo dove mai fossi. La lingua parlata era il tedesco, che ca­pisco solo un minimo. Giravamo senza una fissa destinazione, come chi cerca la propria strada in un luogo sconosciuto e privo di rife­rimenti certi. Alla fine, con l’aiuto di una carta, riuscii a lo­calizzare la mia posizione: ero in un anonimo paesino sul Reno, vicino a Sciaffusa, al confine tra la Germania e la Svizzera. Da­re una spiegazione a questo sogno ne diminuirebbe la carica, co­munque lo ridurrebbe. Perciò riferisco la parte essenziale dell’interpretazione, senza fronzoli personali: ero oltre al con­fine, tra il mondo che conoscevo (quello italiano, ma anche quel­lo delle montagne, delle Alpi) e lo sconfinato Nord permeato di linguaggio, mentalità e leggende a me del tutto sconosciute. L’ultimo ostacolo era il fiume da valicare, con le sue promesse, ma anche punto d’arrivo se non avessi osato andare avanti nella ricerca di ciò che di tedesco porto in me.

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Il grande fiume dell’Europa centrale e settentrionale ha le sue origini proprio al confine con le terre italiche: il Reno Ante­riore dai pressi del Passo di Lucomagno, il Reno Posteriore dal Rheinwaldhorn, vicino al Passo del San Bernardino. I due rami si uniscono prima di Chur, poi il fiume, ormai imponente, oltrepassa i Grigioni, s’infila tra il Rätikon e le Alpi di Glarona, si al­larga nell’enorme Lago di Costanza. A Basilea si dirige decisa­mente alle pianure settentrionali fino a sfociare nel Mare del Nord.

Il magnifico genio di Wagner ha ricreato un mito che, innestando­si nelle antiche leggende dell’Edda, e quindi nella prima guerra del mondo tra le due stirpi divine degli Asi e dei Vani, è il punto di partenza dell’epopea musicale dell’Anello del Nibelungo. Un grande fiume è per ogni cultura una grande ricchezza, di soli­ to è la fonte della vita stessa. Nella vigilia del ciclo delle tre giornate Wagner espone il tema: L’oro del Reno. Lì è il noc­ciolo, l’origine dei tre drammi successivi. Il luminoso tesoro custodito dalle ninfe del fiume è stato rubato da un nano, Albe­rico il Nibelungo. Questi, respinto dalle tre ninfe che giocavano a sedurlo, ha potuto appropriarsi dell’oro solo rinunciando all’amore. Con questa rinuncia, Alberico ha il potere di ridurre a schiavi i Nibelunghi e fa forgiare a suo fratello Mime l’anello magico che dà il dominio sul mondo. Il signore degli dei, Wotan, intanto, doveva pagare ingenti quantità di denaro ai due giganti Fafner e Fasolt che gli avevano costruito la reggia del Walhalla: altrimenti loro avrebbero ottenuto il possesso di Freia, la dea dell’amore, sorella di sua moglie Fricka. Con l’inganno Wotan ru­ba l’anello ad Alberico che però lancia una maledizione terribi­le: chiunque possederà l’anello sarà votato alla distruzione. Wo­tan vorrebbe tener per sé quello smisurato potere, ma non può la­sciar Freia nelle mani dei giganti: lo convice definitivamente Erda, la Madre Terra, apparsa d’improvviso per esortarlo a fuggi­re la maledizione. Sono immagini chiare, lucide, l’oro nella pace del Reno che scorre, giocattolo di bimbe, i dissidi che provoca, la sua trasformazione ad anello che, con la rinuncia all’amore, dà il potere sul mondo, genera le brame di chi non lo possiede e provoca la morte a chi è appartenuto. In La Walkiria, Sigfrido e Il crepuscolo degli dei il tema si amplia, con gli occhi dell’an­tico germano che guarda i cerchi nell’acqua ineluttabilmente in­grandirsi sempre più fino alla rovina di tutto, dell’uomo ma an­che degli dei. E la potenza di questa immane distruzione viene da una colpa gigantesca, un peccato originale senza pari. L’idea centrale dei germani era che neppure gli dei potevano essere su­periori alla natura. Il peccato è stato compiuto dallo spirito consapevole e ordinatore, che si è eretto al di sopra di tutto. Questo la natura non lo permette. La supremazia spirituale degli dei vince i giganti rozzi e gli abili nani. Ma ci sono compromes­si e astuzie, come pure i patti con le potenze occulte. La trage­dia, divina e umana, è dunque inevitabile.

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Wotan
Reno-odino-wotanContrariamente al ruolo di Eva, prima protagonista del peccato originale, la parte di Fricka è secondaria. Anzi la Grande Madre nordica, Erda, è perentoriamente saggia nel consigliare a Wotan la rinuncia all’anello.

I popoli latini sono dominati dalla figura della Grande Madre me­diterranea. Questa attitudine materna è il contrario della psico­logia del Grande Padre. La figura materna si fissa sul figlio, con amore, protezione e nutrimento: può però degenerare in soffo­camento, corruzione e inganno. I popoli nordici sono più portati alla valutazione delle capacità virili, fino agli eccessi della soppressione spartana dei minorati. Italiani e indiani sono deci­samente matriarcali, mentre gli ebrei, figli del deserto, sono decisamente patriarcali come del resto anche i tedeschi. La ci­viltà di Roma e quella di Sparta, pur nate in un contesto medi­terraneo, hanno espresso qualcosa di diverso, probabilmente una riuscita mediazione. Ernst Bernhard diceva che forse i patriarca­ti degli ebrei e dei tedeschi si sono divorati a vicenda.

Alla luce di questi spunti di riflessione, non è una “profanazio­ne” che l’esercito svizzero abbia scelto le sorgenti del Reno Po­steriore come sede di esercitazioni belliche. No. Io vedo che proprio là, in tempo di pace e nel Paese che da più di 300 anni è il più pacifico al mondo, la guerra si tiene in esercizio. L’a­nello dell’oro del Reno non ha perso nulla dei suoi poteri e a nulla serve mettere la guerra nella riserva intima del Reno Po­steriore (ma non sarebbe più giusto tradurre Hinterrhein con Reno di Dentro?).

Il Reno
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Il Reno a Colonia. Foto: Enrico Bertone
Colonia, navigazione sul Reno. Germania, Köln.
E comunque la nostra ricerca alle sorgenti del grande fiume è i­nutile in partenza. Sono i tedeschi di buona volontà che, caso­mai, dovrebbero risalirlo dalla foce alla fonte, consapevoli che lassù in cima non c’è alcun tesoro pericoloso. Noi, per parte no­stra, abbiamo ripetuto in piccolo l’impresa degli Argonauti che, risalendo il corso del Po e di un suo affluente, sono giunti alle nevi eterne: e come qualcuno di loro lottiamo per non impietrirci allo spettacolo. Nessuno è superiore alla natura, neppure gli dei. “Mentre chi esplora il mare si aspetta di trovare qualcosa sul piano dell’orizzonte, chi sale verso l’alto sa che non deve trovare nulla (Cecilia Gatto Trocchi)”. Alle sorgenti del Reno incontreremo la nostra schwester: speriamo che ci voglia bene e di volergliene.

postato il 29 luglio 2014

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In montagna il gusto ci guadagna

In montagna il gusto ci guadagna
di Simone Bobbio da www.dislivelli.eu 27 febbraio 2014

L’aria di montagna e le attività che vi si praticano suscitano innegabilmente appetito. Ma intorno ai cibi delle terre alte continuano a coesistere due visioni opposte e contrarie: da un lato, l’ambiente incontaminato è in grado di produrre ingredienti d’eccellenza per una gastronomia sostanziosa e sostanziale; dall’altro, la lontananza dalle città e dalle pianure favorisce l’idea di una certa arretratezza della cucina alpina. Luoghi comuni e contraddizioni emergono da una serie di dialoghi raccolti in anni di frequentazione delle montagne.

Polenta taragna
Polenta taragna

Spesso è difficile capire se l’atteggiamento conservatore in fatto di tradizioni gastronomiche sia proprio dei montanari o dei cittadini.
– Che fai domenica?
Vado in rifugio a mangiare polenta.
– Domenica scorsa che hai fatto?
Sono andato in rifugio a mangiare polenta.
– E quella precedente?
Idem.
Chi è più abitudinario, il frequentatore di rifugi o il rifugista?

Mentre in città si sperimentano nuove forme di consumo come il km0, atte a ridurre più possibile il trasporto delle merci e a favorire le produzioni locali, al bar di un paesino di montagna…
– Cosa mettete nel toast?
Cotto e sottiletta.
– Tagliarmi una fetta di toma locale vi costa troppa fatica?

Pizzoccheri
Pizzoccheri

Invece, al bar sulle piste il km0 viene espressamente negato per mero scopo di lucro.
– Vorrei un bicchiere d’acqua del rubinetto per piacere.
Qui non è potabile.
– Quanto viene quella bottiglietta di gasata che sgorga da una fonte in tutto e per tutto uguale a quella che alimenta i vostri sanitari, ma situata a 1000 km di distanza?
1,50 €
– Ha mai sentito tutti quei discorsi sulla crisi petrolifera che causerà la terza guerra mondiale?
Sì.
– Non si preoccupi, finché la benzina costerà meno dell’acqua, possiamo stare tranquilli.

Poi c’è il tema della genuinità dei prodotti che in montagna acquistano caratteristiche organolettiche uniche grazie alla purezza dell’aria, dell’acqua e dei suoli. Può capitare però che in un alpeggio isolato la semplicità e autenticità con cui si producono le forme possano danneggiare la purezza di cui sopra. E così il cittadino ignaro scopre l’inconsistenza del mito del buon selvaggio.
– Buona questa toma di malga, mi piace soprattutto quel retrogusto un po’ acidulo. Sembra urina, chissà perché?
Vuoi davvero saperlo?

In vetta all’Astjoch (Cima Lasta), altopiano Plose. Lia, Steve House, Simone Bobbio, Leila Meroi, Alessandra Raggio, Guya Spaziani e (in ginocchio) A. Gogna. Ottobre 2010
IMS 2010, gita alla Astjoch (Cima Lasta), altopiano Plose, Lia, Steve House, Simone Bobbio, Leila Meroi, Alessandra Raggio, Guya e (in ginocchio) A. Gogna

In fin dei conti tutto si risolve in un incontro/scontro tra abitudini e consuetudini. In montagna, come altrove, ci si nutre per reintegrare calorie, proteine e grassi spesi durante le attività quotidiane, oppure si mangia per il piacere di gustare qualcosa di buono? Le posizioni tendono ad acuirsi sulla vetta.
Lo sportivo (mentre sgranocchia una barretta energetica): – Cos’hai nel panino?
Il godereccio: – Acciughe.
Lo sportivo: – Non sono un po’ pesanti prima della discesa?
L’altro: – No, perché le ho condite col burro. Sai, avevo finito i peperoni.

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Simone Bobbio
Laureato in storia contemporanea, ha collaborato con le riviste ALP e Rivista della Montagna. Attento agli aspetti ambientali e sociali delle terre alte, è riuscito a coniugare il lavoro con una particolare sindrome acuta di “mal di montagna”, che ha iniziato a manifestarsi sin dalla tenera età.

Postato il 24 marzo 2014