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Elisabetta Pastorelli da Carnino

Elisabetta Pastorelli da Carnino
una piccola grande storia
di Paolo Castellino
(già pubblicato su Alpidoc n. 92, per gentile concessione)

Oggi vorrei parlarvi di Elisabetta; una piccola storia persa nella burrasca del tempo, una storia vera. In alta Valle Tanaro c’è un piccolo borgo ormai disabitato, Carnino, formato da due manciate di case, l’una posta un paio di centinaia di metri di distanza più a monte – Carnino Superiore -, l’altra abbarbicata poco più a valle – Carnino Inferiore.
Da qui dipartono alcuni sentieri, solitamente percorsi dagli escursionisti nei mesi estivi e autunnali e dagli scialpinisti in quelli invernali e primaverili. Uno di essi si snoda alle spalle delle antiche case, risale verso monte, oltrepassa una sorta di gola fino a immettersi e proseguire in una valletta via via più aperta che culmina al Passo delle Saline, posto poco sotto l’omonima cima. Proseguendo oltre il Passo, e trascurando le vette limitrofe, si svalica verso la Valle Ellero, in direzione di Rastello, Roccaforte e così via. Il sentiero si distende tra radure di rododendri e alti pascoli prativi. Le altitudini sono quelle tipiche delle Alpi Liguri: Carnino giace all’incirca a 1400 metri sul livello del mare, mentre il Passo delle Saline conta 2174 metri di quota.

L’odierno Carnino Superiore
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Il mio primo incontro con Elisabetta avvenne molti anni or sono, proprio mentre camminavo, diretto verso la Cima delle Saline, sul sentiero sopra descritto, in una di quelle giornate autunnali in cui le montagne sono vestite di una meravigliosa armonia di tinte dorate, il cielo è terso e limpido a perdita d’occhio e le foglie dei mirtilli attirano lo sguardo con la loro intensa colorazione rossastra. Il passo procedeva costante, il vento lambiva dolce i pendii ricoperti di corta erbetta facendola ondeggiare, come la mano di un padre che accarezza i capelli della figlioletta; gli scarponi leggeri si posavano sul sentiero quasi senza fare rumore, con movimento naturale.
Fu allora che la incontrai per la prima volta; non sapevo chi fosse, ma qualcosa di lei devo averlo respirato, lasciandolo penetrare in una parte profonda di me. Quel giorno, dopo una pausa di un paio di minuti, ripartii e proseguii per la mia strada; tuttavia, si sa, spesso un seme aspetta una goccia d’acqua per germogliare, e può attendere nascosto sotto terra per mesi prima di intraprendere il suo cammino verso il sole.

Elisabetta aveva qualcosa di attraente: un qualcosa ancora da svelare, di non ancora detto.
Negli anni che seguirono, capitò che il pensiero tornasse a lei, finché, sul finire dell’inverno scorso, mentre stavo scendendo con gli sci ai piedi verso Carnino Inferiore, di ritorno da un giro che aveva toccato anche la Cima delle Saline, la incontrai di nuovo. Medesimo il posto; ora però non c’era traccia di erba autunnale e foglie di mirtilli. Un candido strato ricopriva ogni cosa rendendo ancora più dolci i lineamenti tipici di quelle alture; le ombre di radi cespugli di ontano si allungavano sulla neve verso di lei, disegnando sottili ricami. Eravamo così vicini, ma allo stesso tempo così distanti… Di Elisabetta non conoscevo l’età, solo il cognome. Immaginavo fosse di Carnino, ma nemmeno di quello ero sicuro.

Per comprendere meglio la storia che sto per raccontare, occorre fare ancora un passo indietro con la memoria, un salto indietro nel tempo. Oggi come oggi vediamo la montagna principalmente come una passione, ognuno con proprie sfumature e propri sentimenti; una volta, invece, essa rappresentava la vita e, talora, anche la morte delle persone che vivevano aggrappate alle sue pendici. Era una vita difficile, “grama”. L’alimentazione era estremamente frugale. Si viveva di nulla; in inverno spesso si riduceva addirittura il numero dei pasti giornalieri. Il lavoro, al contrario, era massacrante e continuo; indispensabile per mantenere un equilibrio di per sé già abbastanza precario. Generalmente quasi tutte le famiglie possedevano un numero minimo di capi di bestiame (ovini, caprini, bovini). La stalla era il luogo dove in inverno anche i cristiani si rifugiavano più a lungo, in quanto gratuitamente riscaldato dagli animali. I prodotti che da questi ultimi derivavano, quali formaggi e burro, spesso non venivano nemmeno sfiorati dai palati dei montanari, bensì venduti o barattati con altri beni altrimenti non reperibili.
La montagna era fonte rudimentale di vita, il teatro in cui il destino muoveva le difficoltose esistenze di quelle creature durante il lento scorrere delle stagioni; si potrebbe parlare di un sostentamento costantemente precario, di usanze create con intelligenza e osservate con meticolosità. Carnino, come le borgate di altre valli, possedeva un mulino che sfruttava la forza del piccolo rio al fine di macinare i cereali, e un forno comune per la cottura del pane; questa, di solito, si effettuava una sola volta l’anno, dopodiché le pagnotte venivano lasciate essiccare per poi essere consumate nei mesi successivi. Le donne, prima di avere figli cui badare, nella stagione fredda talvolta provvedevano anche alla consegna e allo scambio delle merci, dirigendosi verso i centri abitati della bassa valle oppure verso altre vallate. I valichi della Valle Tanaro, quindi, erano percorsi abitualmente da persone in cammino (o di ritorno) verso le valli Ellero e Pesio. I principali pericoli, durante quei viaggi invernali, erano rappresentati dalle valanghe e dalle bufere. Non esistevano previsioni meteorologiche, tantomeno capi d’abbigliamento antivento e impermeabili così come li concepiamo oggi. Sarebbe sbagliato ogni confronto con situazioni odierne, anche se ambientate nelle stesse zone e sui medesimi colli.

La croce in memoria di Elisabetta pastorelli posta sul sentiero che collega Carnino con la Cima delle Saline. Foto: Paolo Castellino
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Ma torniamo a noi; la premessa, seppur apparentemente prolissa, era indispensabile per comprendere meglio il seguito. Elisabetta era lì, a pochi passi da me, eppure non avrei saputo dirne l’età, il colore dei capelli o degli occhi, l’espressione, la statura.
Era lì, proprio dinnanzi a me, ma, in quel mezzo metro, a separarci c’erano centotrentun anni. Avete letto bene. La donna era morta durante una tormenta a monte di Carnino, poco sopra quella gola che immette nel Vallone delle Saline, nel lontano 3 dicembre 1883. Anche l’anno è corretto e non frutto di un errore di battitura.
Eppure Elisabetta Pastorelli – questo il suo cognome – era in qualche modo presente. Sapevo che ormai si era accorta del mio sguardo, aveva capito che la stavo osservando: mi sentivo i suoi occhi addosso e non sarei più potuto andarmene facendo finta di nulla, se non a costo di tradirla e perdere ogni valore d’uomo. Probabilmente c’era ben poco da scoprire sulla sua vicenda; non era di certo un caso degno di Sherlock Holmes; vedendolo da un punto di vista oggettivo, si trattava di una donna deceduta nel corso di una tormenta di neve sulle alture non distanti da casa sua, per compimento del disegno del suo beffardo destino. Sul piano personale, però, mi sentivo – come dire – coinvolto e desideravo tentare di rintracciare tra le pagine di un vecchio registro qualche dettaglio in più rispetto alla frase scritta sulla targhetta affissa all’arrugginita croce metallica: “PASTORELLI ELISABETTA PERITA NELLA TORMENTA IL 3-12-1883”; alcune parole da strappare al buio del tempo per riportarle alla luce del sole, come se fossero state le ultime pronunciate da quella donna. Volevo cercare di conoscerne almeno la data di nascita ed eventualmente il motivo per cui si era trovata a passare per quei posti nel cuore dell’inverno. Le probabilità che fosse di Carnino, pur non essendo una certezza, sussistevano comunque, dal momento che Pastorelli era appunto un cognome tipico del luogo.
Ancora oggi, se con una brevissima passeggiata ci andasse di percorrere il sentiero che unisce Carnino Superiore all’Inferiore, alcune decine di metri sopra la stretta strada comunale asfaltata ci troveremmo a passare nei pressi di un minuscolo cimitero e, a lato del sentiero stesso, potremmo fermarci a osservare il monumento in pietra a ricordo dei caduti della Prima Grande Guerra: leggendo i nomi che la lapide riporta ci accorgeremmo di come undici su dodici abbiano esattamente quel cognome. Un’aquila di bronzo ad ali spiegate veglia su di loro.
Tuttavia, a nessuno di quegli sfortunati giovani fu dato di conoscere la “nostra” Elisabetta, in quanto soltanto uno di essi nacque prima del 3 dicembre 1883, ma con un anticipo di appena tre anni.
Di lei certamente avrebbe potuto raccontarci qualcosa colei che, dall’alto, osservò le sue azioni quotidiane, i suoi sorrisi e le sue lacrime; mi riferisco alla campana collocata nel campanile della Cappella di San Rocco a Carnino Inferiore; dati storici attestano come si tratti della “sorella” della campana più piccola delle due che si trovano sulla Parrocchiale della Madonna della Neve a Carnino Superiore, essendo state fuse assieme nel 1861 dallo stesso artigiano, tale Giacomo Semeria. Si dice anche che costui fosse un fonditore “ambulante” il quale dal suo paese, Andagna, in Valle Argentina, si recava a fondere le campane direttamente nel paese dove erano destinate. Si racconta pure che esistano ancora le tracce di quella fusione in una stalla del paese, ma su queste ultime informazioni non posso garantire di persona. La nostra testimone sarebbe dunque stata “cronologicamente” perfetta; purtroppo, però, non le era dato di riferirci nulla.

Carnino Superiore in una cartolina d’epoca
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Le uniche speranze potevano risiedere nei libri parrocchiali dell’epoca o, anche se più difficilmente, nei registri comunali. Fino all’anno 1947 Carnino fu frazione dell’ex Comune di Briga Marittima. Attualmente, insieme alle vicine Piaggia e Upega, è frazione del Comune di Briga Alta, angolo appartato della provincia di Cuneo che si protende verso il territorio ligure.
Il totale abbandono della borgata come dimora stabile si ebbe nel 1956, anche se una parte della popolazione continuò ancora per qualche tempo a salirvi ogni anno nel mese di giugno con gli armenti bovini. Una nuova storia, se così si può dire, ebbe inizio negli anni Sessanta del XX secolo, quando alcune famiglie iniziarono a ristrutturare alcune abitazioni, salvandole dal triste destino del crollo.
Oggi gran parte degli edifici sono stati resi abitabili, e sono curati e mantenuti in ottimo stato. Durante i mesi estivi si può contare anche su un minuscolo nucleo di popolazione stagionale. E tutto ciò è davvero una grande gioia, la stessa che mi invase l’ultima volta che passai di lì di ritorno da una gita, concedendomi anche un tratto di gincana “estrema”, sci ai piedi, lungo gli stretti vicoletti tra le case, quel giorno perfettamente innevati.
Quelle antiche dimore sembravano osservarmi; le piccole finestre però erano ancora chiuse in attesa di giorni più caldi.
Un’altra curiosità che forse ci consente di addentrarci più a fondo in quell’angolo di mondo di molti anni fa è legata ai pascoli; il sostentamento, come si può intuire da quanto raccontato in precedenza, era basato sulle attività agro-pastorali.
Il luogo centrale della transumanza ovina e dell’alpeggio bovino erano le Selle di Carnino, a circa 1900 metri di altitudine. Proprio in quella zona, a “cristiano conforto delle anime”, sorge da tempi immemorabili l’antichissima chiesetta alpina dedicata a sant’Erim, protettore dei pastori, la quale, recentemente ristrutturata, ancora veglia silente sulla Valle dei Maestri. Lassù, tra le dolci dune erbose alle pendici del Marguareis (la vetta maggiore delle Alpi Liguri con i suoi 2651 metri di altitudine), numerose famiglie di pastori con le loro greggi convenivano in attesa che si procedesse all’assegnazione dei pascoli secondo gli usi e le leggi di quel tempo.

Tutto ciò ci può aiutare a comprendere meglio l’epoca in cui visse Elisabetta; chiudendo gli occhi, con un pizzico d’immaginazione non sarà così difficile catapultarci proprio in quel lembo dell’alta Valle Tanaro, tra quelle genti indaffarate nelle loro incombenze quotidiane.
Con un solo balzo ora siamo lassù anche noi, camminiamo in mezzo a loro e le incrociamo tra le strette viuzze racchiuse tra le case; i nostri occhi, inconsapevolmente tesi all’individuazione della nostra donna, ne osservano i visi. Chi sarà Elisabetta in mezzo a tutto quel via vai? Quale di quei volti apparterrà a lei? E così ci attardiamo, intenti a trovare una risposta, mentre i passi scandiscono il moto inarrestabile e operoso di quella piccola comunità, fino a quando, al calar del sole, qualche lanterna fioca si farà spazio nel buio della notte e quei camminamenti tra le case gradualmente si faranno vuoti, lasciandosi percorrere solo più dalla brezza notturna che, di tanto in tanto, trasporterà un delicato odore di stalla e di letame. Il chiù di una civetta appollaiata su qualche ramo darà il ben tornato alle stelle che brilleranno alte sopra la dirimpettaia Cresta del Ferà.

Carnino Superiore con il campanile della Parrocchiale dedicata alla Madonna della Neve in una foto recente
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Tutto sarebbe più facile se non fosse così complicato trovare il modo di accedere a dei vecchi registri, ammesso che questi esistano ancora. Molti abitanti non rispondono sentendo bussare alla porta.
Che il tempo ci abbia dato partita persa? Potrebbe anche essere, potrebbe, ma teniamo per noi almeno un condizionale. Quello che è certo è che Elisabetta non si trovava su quel sentiero per fare una scampagnata, ma per adempiere al dovere quotidiano.
Affidiamoci però al ragionamento e cerchiamo di guadagnare qualche altro metro di luce nello sconfinato buio pesto dell’oblio del tempo.
Portando il calendario al 3 dicembre, possiamo certamente immaginare scenari diversi su per quel vallone: a quella data, in alcuni anni al suolo c’erano già metri di neve, in altri c’era ancora l’erba autunnale, dalle tonalità color tabacco.
Le annate immediatamente prossime a quel 1883, secondo fonti non proprio locali ma comunque riferite al Piemonte e al Nord Italia, denotano inverni particolarmente nevosi; le stesse segnalano ingenti nevicate in Piemonte, per esempio, nel febbraio 1875, nel gennaio 1876, nell’inverno 1882-1883 e nel febbraio 1888.

L’ipotesi più plausibile, quindi, è che Elisabetta su quel sentiero stesse facendo ritorno da un “viaggio” che per qualche ragione (con buone probabilità, uno scambio di merce con gente dell’altra vallata) l’aveva portata a valicare il Passo delle Saline, e che, sulla via del ritorno, sia stata colta dal maltempo.
Perché non è pensabile che fosse in fase di andata? Beh, possiamo essere relativamente tranquilli nell’affermare che una tormenta di intensità tale da minacciare la vita di una persona non l’avrebbe certamente spinta a intraprendere qualsivoglia viaggio per addentrarsi tra incognite inaffrontabili. O, per lo meno, se l’avesse sorpresa quando ancora era vicina a Carnino, avrebbe senz’altro avuto le energie per fare dietro-front.
Chi, almeno una volta, ha avuto modo di trovarsi in montagna avvolto dal turbinare del vento che, gelido e arrogante, trasporta copiosa la neve sferzando il viso e facendo dolere gli occhi nonostante s’indossino occhiali conformati (di cui Elisabetta certo non disponeva), con visibilità ridotta letteralmente a zero, sicuramente è capace di comprendere meglio la situazione – le difficoltà fisiche e il rischio di crollo psicologico.
Conoscendo bene la zona, è cosa nota che, oltrepassato Pian Marchisio, in Valle Ellero, fino a Carnino non si trovano ricoveri di alcun genere; non ci sono boschi, né grotte di superficie, tantomeno baite di pastori o costruzioni simili in cui, se colti dalla bufera, sia possibile ripararsi alla ricerca di tregua.
E pertanto verosimile che la tormenta, per utilizzare il termine riportato sulla lapide, l’abbia raggiunta ben prima, e che ella, in cuor suo, abbia ritenuto in principio di poterla affrontare. Voglio credere che quella povera creatura, facendosi strada tra l’infuriare degli elementi, stesse già rivolgendo i pensieri al tepore di casa, convinta di potervi fare ritorno di lì a poco.
A un passo normale, dalla croce in sua memoria all’abitato di Carnino si impiega su per giù una mezzoretta.

La Cappella di Sant’Erim alle Selle di Carnino, nella Valle dei Maestri. Foto: Enrica Raviola
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Una volta svalicato verso la Valle Tanaro, la fiammella della speranza le deve essersi fatta più vigorosa in petto incitandola, tra difficoltà sempre crescenti, a percorrere in discesa, metro dopo metro, quel vallone che conosceva come le sue tasche.
Qualcosa però deve essere andato storto. Immagino che l’intensità della tempesta abbia finito per spegnere del tutto quella speranza, via via ridotta a flebile lumicino. Che, per ironia di una maledetta e meschina sorte, Elisabetta abbia esaurito ogni energia proprio a poche decine di minuti dalla soglia di casa.
Che nel rumore di quel vento incessante il suo respiro sia divenuto sempre più debole, fino a farsi rapire definitivamente da quella furia e perdersi in essa.
Che il suo cuore si sia arreso, stanco di contrarsi ed espandersi, e il suo corpo, dalle dolci fattezze femminili, si sia adagiato al suolo, in posizione quasi rannicchiata.
Che le sue ciglia si siano abbassate a coprire gli occhi doloranti, da troppe ore sferzati dai cristalli gelati che il turbine scaraventava loro contro da ogni dove.
Che le palpebre, in un ultimo movimento stanco, siano calate come ancora oggi, ogni giorno, il buio profondo delle notti senza luna scende sui vecchi muri di Carnino e sulla Cappella di San Rocco.

Avrei voluto saperne di più, ascoltare altro dalla sua voce, invece mi resta solo quel suo sguardo durante il nostro incontro. Ma qualcosa ora ci lega. E forse, un giorno, ci incontreremo in una pacata valle ad altitudini inaccessibili all’uomo e mi racconterà le tessere mancanti di questa sua triste storia e anche quelli, spero meno tristi, della sua breve vita terrena.

Sono ormai trascorsi un paio di mesi da quando, in un giorno qualunque, scrissi la prima parte di questo racconto e, ora, mi ritrovo a mettere mano alla storia di Elisabetta dovendo correggere un po’ la mira di quelle che, al tempo, erano state soltanto ipotesi. Nel frattempo, infatti, ho preso in prestito da una biblioteca due vecchi volumi su Carnino, introvabili ormai da anni. Inoltre, miracolo delle comunicazioni telematiche, sono riuscito a rintracciare un volumetto dedicato a questo specifico episodio a firma di Luciano Frassoni (che ringrazio per avermene fatto avere una scansione, in quanto irreperibile pure esso; il titolo della pubblicazione, da cui ho tratto preziose informazioni, è L’eroica bugia di mamma Elisabetta).
Dunque qualcuno mi aveva preceduto… ma poco importa; quando, dopo essere passato l’ultima volta davanti alla croce di Elisabetta, avvertii il desiderio (o il dovere?) di rimettere insieme i tasselli della storia che giace alla sua stessa ombra, ignoravo completamente che di ciò si fosse occupato qualcun altro.
Torniamo quindi a Carnino. Manca meno di un ventennio al termine dell’Ottocento; oltre i tetti in paglia di segale, flebili linee di fumo grigiastro si alzano per andare a dissolversi nel cielo d’inizio dicembre. In una di quelle semplici dimore abita Elisabetta insieme col marito, tal Bartolomeo, e i due figlioletti Enrico e Gianbattista, di circa 14 e 15 anni.
Nei primi tempi del matrimonio, Elisabetta e il suo sposo avevano – cosa abbastanza usuale all’epoca – trascorso alcuni inverni in Provenza, pare a raccogliere radiche da rivendere poi al mercato delle pipe nella città di Sainte-Maxime, dove erano nati i loro due figli. Grazie anche a quei sacrifici la famigliola era riuscita a mettere da parte i risparmi sufficienti ad acquistare un piccolo bosco di castagni in Valle Ellero, presso l’abitato di Prea. Quest’ultimo, tutt’oggi, è un paesino molto caratteristico, dove ogni anno, in alcune serate del periodo natalizio, prende vita uno spettacolare presepe vivente. Prea, con la sua struttura e le sue peculiarità, pare essere nato per nessun altro scopo se non per quello.
All’epoca della nostra storia, essendo ben lontana l’età delle auto e delle strade asfaltate, per raggiungere la zona di Prea da Carnino era appunto necessario risalire il Vallone delle Saline fino al passo omonimo, svalicare verso la Valle Ellero, discendervi per Pian Marchisio (zona dove ora si trova il Rifugio Mondovì Havis de Giorgio) e proseguire oltre il cosiddetto Ponte Murato. Il tutto richiedeva un tempo, a piedi, indicativamente superiore alle cinque ore.
Correva dunque l’anno 1883; erano i primi giorni di dicembre e la neve non era ancora venuta a inghiottire l’autunno. Nel seccatoio presso il bosco in Valle Ellero c’era ancora una discreta quantità di preziose castagne in via di essiccazione. Fu così che, uno di quei giorni, Elisabetta, con i due figli ormai già fattisi ometti, intraprese il cammino verso Prea.

Dalla croce di vetta della Cima delle Saline, panorama verso la Valle Ellero, la pianura cuneese e, all’orizzonte, la catena alpina che si estende dal Monviso al Monte Rosa. Foto: Paolo Castellino
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Conosco molto bene quelle montagne e non mi è difficile immaginare lo spettacolo che rapì gli occhi dei tre viandanti quando valicarono il Passo delle Saline; la visuale si apre come un grandangolo sulla pianura, fino a fermarsi, all’orizzonte, sulle pendici del Monte Rosa e del Cervino. E, mentre si rimane incantati da tanta bellezza, ci si trova immersi in un lenzuolo dolcemente ondulato, dalle tinte tipiche dell’oro invecchiato, ma molto più accese e vive, grazie alla fantasia autunnale di colori di cui questi luoghi si vestono.
I tre, dopo le dovute ore di cammino, raggiunsero il seccatoio e vi rimasero un paio di giorni, provvedendo ai lavoretti necessari, dopodiché riempirono alcuni sacchi di castagne, vi legarono intorno la corda che, contemporaneamente, serviva a chiuderli e fungeva da spallaccio per il trasporto, quindi si ridistesero sui loro giacigli di fieno, in attesa dell’alba successiva, in cui sarebbero partiti per rincasare in Valle Tanaro.
Il cielo non era più quello dei due giorni precedenti; il tempo si era guastato e chi spesso lo osserva per interpretarlo sa riconoscere quando è in arrivo una perturbazione. Le cime inghiottite da nuvoloni grigiastri e densi possono essere un quadro pittoresco se lo si guarda da dietro una finestra, riscaldati dal fuoco della stufa. Cosa ben diversa è sapere di doversi addentrare fra esse; capita anche oggi, in montagna, durante le gite, o quando, la sera, in rifugio, si è in pensiero per la salita del giorno successivo. Solo che in questo caso c’è di mezzo lo svago o la passione, mentre allora si trattava di necessità di vita.
Scrutare il brutto tempo sapendo di doverlo affrontare solleva nere nuvole anche nel cuore e nell’animo. Elisabetta quella notte quasi non dormì, la mente contesa tra un “ma forse” e un “ma no”, occupata da fantasmi, inquietudine e tristi presagi. Venne il nuovo giorno e non sembrava promettere nulla di buono; presi a spalle i sacchi, partirono alla volta del Passo delle Saline. Dopo non molto lo sferzare del vento e i nuvoloni iniziarono a far mulinare nell’aria fiocchi di neve che, immagino, in un primo momento, furono visti con gioia dai due ometti. Qual è infatti il bambino non saluta felice la prima neve? I tre raggiunsero il passo sotto una nevicata costante; già i piedi sprofondavano nel manto bianco. L’aver svalicato verso la Valle Tanaro, cioè verso casa, doveva in qualche modo aver rincuorato Elisabetta, i cui pensieri certamente restavano fissi sul destino dei due figlioletti per poi farsi trasportare dal turbine fino giù a Carnino, alla sua dimora, al suo uomo.
Passo dopo passo la stanchezza erodeva le forze della donna; la preoccupazione faceva il resto. Immagino che Elisabetta fosse già caduta nella neve sotto il peso del sacco per poi rialzarsi subito in modo da non farsi scorgere da Enrico e Gianbattista. Sono i primi sintomi di quella stanchezza che, se non incontra riposo, porta allo sfinimento, al crollo delle forze. A un punto di non ritorno. Giunta poco sopra Carnino, quando ormai il tragitto verso la salvezza era breve e i due ometti avrebbero potuto raggiungere da soli casa, la donna, con quell’istinto primordiale che pilota le azioni delle mamme, inventò una bugia. Disse loro di proseguire, di non aspettarla; raccontò di avere smarrito la borraccia e di volersi riposare un attimo prima di tornare qualche passo indietro per recuperarla.
Ora, non si stenterà a capire quanto questa fosse solo una scusa, una bugia “eroica”, un modo per dire ai figli di scendere nel più breve tempo possibile senza stare ad aspettare lei; proprio lei che, ora, stava pagando anche la stanchezza per non aver dormito la notte precedente, impensierita e tormentata da quel triste presagio che ora si stava avverando.
Ma la rincuorava il fatto che i figli sarebbero arrivati a casa sani e salvi; a quel punto, qualcuno avrebbe suonato le campane per chiamare a raccolta la gente, e i paesani sarebbero certamente saliti in suo soccorso. Mentre gli amati figli sarebbero stati già al sicuro e al caldo.
Così andarono le cose. I figli sopravvissero a quella bufera e a quella vicenda, destinata però a imprimere nei loro cuori una ferita la cui cicatrice il tempo non avrebbe potuto guarire.
E qui, la realtà coincide con le ipotesi che avevo fatto nella prima parte di questo triste racconto. Elisabetta cadde per non rialzarsi più. La neve iniziò ad ammucchiarsi, quasi dolcemente, attorno al suo giovane corpo. Il finale già lo si conosce. E questa è una storia vera, una piccola grande storia di umanità. La storia di una mamma.
Nel luogo in cui Elisabetta cadde, sorge quella croce, alta meno di un metro, umile; sono passato molte volte di lì e posso dire che quasi sempre l’ho vista adorna di fiori, a volte recenti, a volte secchi di mesi, spesso raccolti nei dintorni. Sono convinto che nella maggioranza dei casi siano stati lasciati da passanti che nulla sapevano di Elisabetta e della sua tragica storia. Forse il suo spirito vaga ancora per quella valle, ora sereno e sorridente, e talvolta, a nostra insaputa, sussurra qualche parola al cuore del viandante.
Negli anni che seguirono Bartolomeo e i figli si trasferirono in Valle Ellero, dove si dedicarono al taglio della legna e, si dice, misero su una piccola falegnameria.
Come sempre, su quelle montagne le stagioni fanno il proprio corso e, ogni anno, giunge il giorno in cui la neve va a ricoprire le tinte dorate dell’erba autunnale. E il vento è il vivo respiro che libero si muove per quei sentieri e quegli antichi pascoli.

E ora che questa piccola grande storia è stata rispolverata e riportata alla luce del sole, mi sento più leggero, con addosso la sensazione che si prova dopo aver adempiuto a un qualcosa che ci si sentiva in dovere di fare. Arrivederci Elisabetta.

L’odierno Carnino Superiore
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Paolo Castellino (10 febbraio 1981) abita in un paesino a ridosso delle Langhe e opera nel settore della salute e della sicurezza sul lavoro. Volontario da oltre quindici anni sulle ambulanze del soccorso sanitario, frequenta la montagna un po’ in tutte le sue discipline, inseguendo un personale desiderio dì scoperta che lo porta a muoversi alla ricerca di angoli, linee e valloni sempre nuovi.

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La Croce di Cevo

Sicuramente che la Croce di Cevo venga ricostruita saranno in molti a considerarla una buona notizia. Di certo Il Giornale di Brescia del 27 agosto 2015 a questo proposito è entusiasta.

I fatti
Nel 1998 l’opera, larga 72 centimetri e alta oltre 30 metri, per oltre 6 tonnellate di peso, venne collocata nello stadio Rigamonti di Brescia dove papa Giovanni Paolo II celebrò una Messa.

La croce era stata realizzata materialmente dalla Moretti Interholz, una ditta specializzata nella lavorazione del legno lamellare, mentre il Cristo inchiodato era invece un’opera dello scultore Giovanni Gianese.

In seguito la pesante struttura fu poi trasportata a circa 1200 metri di altezza, sul Dosso dell’Androla, vicino a Cevo, un paese della bresciana Val di Soviore.

L’inaugurazione della Croce di Cevo al Dosso dell’Androla
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La posizione dominante la Valcamònica e l’imponenza della struttura ne facevano certamente una moderna opera d’arte. Il Cristo non era in verticale, come la tradizione artistica ha sempre voluto, bensì era inchiodato in orizzontale a un’inquietante croce ricurva e protesa verso il vuoto della valle.

Quel 5 novembre 2005 a Cevo il Cristo Redentore era stato benedetto alla presenza dell’artista che l’aveva ideato e realizzato, Enrico Job. Era presente anche sua moglie, la regista Lina Wertmuller.

La scultura era stata stabilizzata contro le raffiche di vento che spesso investono il Dosso dell’Androla: ma quel tragico 24 aprile 2014 era una giornata particolarmente ventosa.

C’erano dei ragazzi che stavano facendo merenda. Nel momento in cui hanno sentito il rumore del legno che si spezzava si sono precipitati in tutte le direzioni, mettendosi così in salvo. Solo il ventenne Marco Gusmini, di Lovere (BG), affetto da una leggera disabilità motoria, rimaneva travolto dallo schianto, purtroppo senza scampo. Solo tre giorni dopo, il 27 aprile, Papa Wojtyla è canonizzato.

Marco Gusmini
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Si trovano i fondi
La Croce di Job era diventata il simbolo della Comunità di Cevo, motivo di orgoglio non solo per chi viveva in paese. La tragedia ha profondamente colpito l’opinione pubblica, nel sospetto che la ferita non potesse mai rimarginarsi. Pian piano si fece strada l’idea che la Croce, come tutti la chiamavano, potesse essere ricostruita. Un’impresa non facile: la struttura in legno era completamente distrutta, oltre alle difficoltà per recuperarla c’era la considerazione che il collasso potesse riverificarsi. Anche il gigantesco Cristo si era letteralmente schiantato, “con le mani e i piedi spezzati e rotolati poco distante, le braccia a cingere, non simbolicamente, l’altare e la testa piegata contro, come se fosse stata schiacciata contro la stessa tavola liturgica”.

Ecco come Fulvia Scarduelli dà notizia sul citato Giornale di Brescia del reperimento fondi necessari alla ricostruzione:
Ora la buona notizia: su iniziativa dell’Unione dei Comuni della Valsaviore, grazie ai fondi del Bando «6.000 Campanili», la grande Croce sarà ricollocata. Il costo totale dell’intervento sarà di circa 350.000 euro: il cantiere dovrebbe partire ai primi di ottobre.
«L’opera – spiega Giampietro Bressanelli, presidente dell’Unione della Valsaviore – sarà intitolata alla memoria del giovane loverese, sarà una riproduzione della precedente, ma la Croce sarà in acciaio patinato COR-TEN; nel progetto, predisposto da uno studio di architettura di Edolo, è compresa anche la realizzazione della Via Crucis che salirà al Dosso dell’Androla da Berzo Demo passando per Cedegolo». Il corpo del Cristo verrà invece sistemato”.

Il collasso della Croce, 24 aprile 2014
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Il Programma 6.000 Campanili
Il Piano 6.000 Campanili è partito con il Decreto del Fare che ha destinato 100 milioni di euro ai Comuni sotto i 5.000 abitanti per costruire infrastrutture, ristrutturare edifici pubblici e costruirne di nuovi, realizzare reti telematiche, mettere in sicurezza il territorio.
Le risorse sono state assegnate a 115 progetti attraverso un click day avvenuto il 24 ottobre 2013, dopo il quale è stata redatta una graduatoria.
Dato l’alto numero di domande presentate, la Legge di Stabilità per il 2014 ha messo a disposizione altri 50 milioni di euro, che hanno reso possibile lo scorrimento della graduatoria e il finanziamento di altri 59 progetti.
Con il Decreto Ministeriale 30 gennaio 2015 sono altre 119 le opere infrastrutturali ammesse al primo Programma 6.000 Campanili.

Tra queste, evidentemente, anche la ricostruzione della Croce di Cevo, “appaltabile entro il 30 aprile 2015 e cantierabile entro il 31 agosto 2015”.

Con questo decreto sale quindi a 250 milioni di euro il totale erogato per questo tipo di interventi e a 293 il numero delle opere finanziate. Vi sono poi altri 100 milioni, ripartiti tra le Regioni con il DM 88/2015, che renderanno possibile la realizzazione da 250 a 1000 interventi.

Come accedere ai fondi 6.000 Campanili
Sulla base del budget assegnato ad ogni Regione, i Comuni interessati possono fare richiesta di finanziamento. Sarà data priorità agli interventi volti:
– alla qualificazione e manutenzione del territorio, mediante recupero e riqualificazione di volumetrie esistenti e di aree dismesse, nonché alla riduzione del rischio idrogeologico;
– alla riqualificazione e all’incremento dell’efficienza energetica del patrimonio edilizio pubblico, nonché alla realizzazione di impianti di produzione e distribuzione  di energia da fonti rinnovabili;
– alla messa in sicurezza degli edifici pubblici, con particolare riferimento a quelli scolastici, alle strutture socio-assistenziali di proprietà comunale e alle strutture di maggiore fruizione pubblica.
Per risultare finanziabili, i progetti devono prevedere investimenti da 100 mila a 400 mila euro.
Le Regioni compilano una graduatoria delle proposte ricevute. Prima dell’assegnazione delle risorse, il Comune deve assumere l’impegno a procedere alla pubblicazione del bando di gara o della determina a contrarre entro il 31 agosto 2015.

Considerazioni
La Croce di Cevo rientra in questi requisiti? Parrebbe proprio di no. Sono in molti, noi compresi, a domandarsi perché mai un finanziamento statale dovrebbe andare a ricostruire un’opera d’arte moderna, cancellando così le innumerevoli altre precedenze. Abbiamo scuole, ospedali e strutture pubbliche fatiscenti che aspettano solo altre alluvioni o terremoti per crollare. Abbiamo un patrimonio artistico di enorme valore storico che è in condizioni che urlano vendetta. E questo in tutta Italia, non solo in alcune regioni. E, last but not least, la Croce di Cevo, a nostro avviso, non rientra tra le opere che soddisfano i requisiti del Decreto. Viene il dubbio che anche gli altri 292 progetti vadano in direzioni bislacche.

E’ comprensibile che gli abitanti di Cevo e il sindaco Silvio Citroni ne siano felici, ricevere soldi dallo Stato è certamente una soddisfazione di grande rilievo.

Malga Campellio
CroceCevo-malgaCampellio

Grazie ai finanziamenti dei «6.000 Campanili», a Cevo si realizzeranno altri due progetti: la trasformazione in strada agro-silvo-pastorale del sentiero che parte dalla località Rasega di Valle e giunge a Malga Campellio, nonché il trasferimento a sede più idonea del Museo della Resistenza. Non so il secondo, ma il primo non è un progetto di ampio respiro, la solita ruspa che amplierà con danni irreparabili e inutilmente una bella mulattiera nel bosco di abete rosso.

Con il finanziamento di 350.000 euro, i 902 abitanti di Cevo (Séf, in dialetto camuno) usufruiscono di 388 euro a testa ma hanno perso una grande occasione, quella di imparare a rispettare l’ambiente e le vicende di un destino molto chiaro in proposito.

La Croce era stata collocata, amata. Era diventata un simbolo di unità. Una tragica vicenda l’ha spazzata via, esigendo anche una vittima inerme.

Questa Croce ha davvero ancora i requisiti per esistere? Per me dovrebbe rimanerne solo il ricordo e questo essere sufficiente allo spirito di unità dell’intera cittadinanza.

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Il famigerato Colletto Verde di Clavière

Il famigerato Colletto Verde di Clavière
Il famigerato Colletto Verde di Clavière, in alta Valsusa, ha colpito ancora.

Era a sciare sulle montagne che conosceva bene Tommaso Martinolich, un ragazzo di Chieri (TO) che a 14 anni è morto il 4 gennaio 2015 dopo una rovinosa caduta.

La pista numero “100” parte dal Colletto Verde, che segna il confine tra Italia e Francia: da quota 2600 metri permette il rientro nell’area sciistica di Clavière-Monti della Luna per gli sciatori che arrivano dal versante francese di Montgenèvre. E proprio in quel giorno la pista era stata riaperta. Negli anni scorsi su questa pista “nera”, o meglio negli immediati dintorni, sono purtroppo successi altri incidenti mortali. Ma questa volta non si tratta della solita valanga provocata.

Tommaso Martinolich
Quattordicenne-113030597-343d3271-98a5-4ec9-b5eb-63b0b5382757Il tratto iniziale è privo di vegetazione, data la quota elevata: solo rocce fuori dal tracciato nel primo tratto particolarmente ripido e impegnativo, adatto agli sciatori esperti. Chi non se la sente di affrontarlo, può aggirare il ripido grazie a un passaggio alternativo e iniziare la discesa alcune centinaia di metri più in basso percorrendo così una pista “rossa”, la “100 bis” che in seguito si ricongiunge alla «pista nera» quando questa si fa più dolce in vista di alcune casermette abbandonate poco prima della capanna Gimond.

Proprio quest’estate la società Vialattea che gestisce gli impianti del comprensorio sciistico aveva portato alcune modifiche al tracciato originario della pista, proprio per aumentare la sicurezza di quel tratto di discesa lungo quasi 3 km che porta gli sciatori alla partenza della seggiovia Gimont. Una discesa che non viene quasi mai battuta perché i gatti delle nevi faticano ad arrampicarsi su quelle pendenze. Ma che tuttavia viene ben delimitata con una serie di paletti, proprio per evitare che gli sportivi escano inavvertitamente fuori dal tracciato.

La cronaca
E’ stata la scarsità d’innevamento a tradire Tommaso che, conoscendo bene quella pista, durante la discesa si è allontanato dal percorso tracciato e ha superato i paletti per avventurarsi in qualche salto fuori pista. Ma proprio durante un salto è atterrato in modo scomposto, battendo violentemente la testa contro una roccia che affiorava dal manto nevoso. È questa la prima ricostruzione fatta dai poliziotti del commissariato di Bardonecchia, che indagano sulla vicenda.
L’incidente è avvenuto verso le 15, sotto gli occhi dei genitori e di altri familiari. È possibile che la neve ghiacciata gli abbia fatto prendere velocità e perdere il controllo degli sci, che sono andati distrutti nell’urto. Indossava il casco, ma questo non è servito a salvargli la vita. Ha battuto la faccia e torto il collo. Sono stati proprio i familiari i primi a soccorrerlo e a dare l’allarme al 118, mentre sul luogo dell’incidente arrivavano anche gli addetti delle piste. Tommaso era incosciente ma respirava ancora quando l’elicottero del 118, che era fermo a Torino, si è levato in volo. Ma in quota c’era molto vento, vento contrario, che ha rallentato il viaggio. Mentre sulla pista si attendevano i soccorsi, il ragazzo ha avuto un arresto cardio-respiratorio. Nel gruppo c’era una dottoressa, che lo ha ventilato e massaggiato per tutto il tempo, finché i sanitari non lo hanno intubato e caricato sull’elisoccorso. Ma le condizioni dell’adolescente erano disperate. Troppo lontano l’ospedale infantile Regina Margherita di Torino, l’elicottero lo ha portato alla più vicina struttura, l’Ospedale Agnelli di Pinerolo, dove i medici del pronto soccorso hanno fatto di tutto per stabilizzare i parametri vitali. Ma il filo di speranza cui tutti erano appesi si è spezzato un paio d’ore dopo.

Il Colletto Verde di Clavière
Quattordicenne-DOSCTUYA4120-krRB-U10401281334606eh-700x394@LaStampa.itL’indagine
Il fascicolo sulla morte di Tommaso, che abitava a Chieri e frequentava l’istituto alberghiero Colombatto di Torino, è stato aperto dal pm di Torino Raffaele Guariniello, che valuterà se vi siano responsabilità nell’accaduto.

Guariniello ha inviato la Polizia giudiziaria della Procura di Torino sulle piste da sci di Clavière per un sopralluogo. A quello che verrà riportato dai poliziotti, si aggiungeranno le testimonianze dei parenti di Tommaso, presenti al fatto.

Il fascicolo per il momento non contiene nomi di indagati, né reati. Il pm vuole fare chiarezza su quanto accaduto, vuole capire se la pericolosità del canalone in cui si è consumato il dramma, di fianco alla pista “100” del Colletto Verde, era ben segnalata. Nel caso di “segnalazione insufficiente”, i responsabili degli impianti sciistici potrebbero dover rispondere di omicidio colposo per la morte del ragazzo.

I commenti
Vittorio Salusso, direttore tecnico della Sestrières Spa, esclude che il fondo fosse in brutte condizioni: «Le piste “100” e “100 bis” erano state bene tracciate e battute. In quota la neve in pista è ancora molto buona e abbondante». Nessun pericolo, quindi? «No, le condizioni erano perfette e anche la giornata era buona, solo il vento poteva dare fastidio, ma all’ora della tragedia c’erano un bel sole e un’ottima visibilità».

Quali sono, allora, le cause della sciagura? Qualcuno si sbilancia: «Molti ragazzi per esibirsi abbandonano la pista per andare a cercarsi qualche salto a pochi metri del tracciato. Una pratica vietata ma spesso usuale, che questa volta purtroppo è finita in tragedia».

Il pm Guariniello, con la consueta sollecitudine, ha aperto l’inchiesta e ne seguiremo gli sviluppi. Naturalmente, di fronte alla tragedia e ancora “a caldo”, è difficile fare commenti di ogni genere, ma una prima annotazione occorre pur farla: segnalazioni sufficienti o meno, risulta difficile ritenere che i gestori della pista debbano essere incriminati. Lo sci è uno sport abbastanza pericoloso. Se si va fuori pista lo è anche di più. È solo questo che bisogna sapere, e non è riempiendo le stazioni turistiche di cartelli che si eviteranno altre disgrazie.

Per fare un esempio, in Italia qualunque postazione panoramica è dotata di balaustra protettiva, più o meno solida e invasiva: ma non risulta che in Islanda, dove questo non succede affatto, la percentuale di incidenti sia superiore alla nostra.

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Everest, tragedia e farsa

Everest, tragedia e farsa
di Carlo Alberto Pinelli

C’è voluta la morte di sedici Sherpa nel labirinto della seraccata detta “Lo schiaccianoci” che separa il campo base dell’Everest dal campo primo, perché alcune notizie su quanto da anni sta succedendo lungo i pendii della più alta vetta del mondo raggiungessero il grosso pubblico. Ma già nel 1997 Jon Krakauer  nel suo best seller: “Aria Sottile”(Into thin Air) aveva descritto in modo inequivocabile e agghiacciante la degradazione che l’abuso delle spedizioni commerciali stava provocando nell’alpinismo himalayano, con abbondante corredo di decessi e amputazioni. Chi avesse pensato che tali descrizioni avrebbero portato ad una saggia inversione di rotta, si sarebbe sbagliato di grosso. Perché è accaduto proprio il contrario, come dimostrano le desolanti foto già pubblicate nel giugno del 2013 dal National Geographic Magazine. La scalata dell’Everest si è trasformata ormai in un business cinico e spietato che coinvolge ogni stagione migliaia di visitatori e centinaia di spregiudicati operatori turistici, portando una gran quantità di valuta pregiata nelle disastrate casse dello stato nepalese. Cosa quest’ultima che rende estremamente improbabile un serio intervento governativo per limitare l’afflusso degli stranieri al dilà del campo base. Ormai la scalata all’Everest dal versante di Khumbu è praticamente gestita in ogni sua fase dai montanari di etnia Sherpa, i quali guadagnano in media da venti a quaranta volte più di un impiegato governativo.

Sulla seraccata (Ice Fall) del versante nepalese dell’Everest
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Sono gli Sherpa ad addomesticare con ponti di metallo  la pericolosa seraccata iniziale, pretendendo poi (giustamente) un pedaggio. Sono gli Sherpa che attrezzano tutto il successivo itinerario, fino in vetta, con chilometri di corde fisse lungo le quali arranca, armata di jumar, l’interminabile processione dei loro danarosi clienti. Sono gli Sherpa che scavano le piazzole per le tende dei campi alti, portano le bombole di ossigeno, i viveri, i sacchi letto, i fornelli. Sono gli Sherpa che cucinano la cena e la prima colazione per quei branchi di stolidi stranieri ossessionati dalla vanità di raggiungere la cima, pur non essendone all’altezza. Sono infine gli Sherpa che trasportano in basso, a pagamento obbligatorio, i bidoni delle latrine del campo base, stracolmi di deiezioni umane. L’Everest è diventato per loro la gallina dalle uova d’oro: un lavoro di manovalanza specializzata particolarmente redditizio anche se non esente da seri rischi. Dunque il dolore per la recente tragedia, pur essendo giustificato e sincero, non dovrebbe prescindere dalla conoscenza e dalla valutazione del contesto. E questo contesto ha più ombre che luci. Negli ultimi tempi gli Sherpa – consapevoli che solo grazie al loro aiuto la macchina del business commerciale può andare avanti – si sono trasformati in una potente lobby che detta le proprie condizioni, anche se in genere senza alzare la voce e tende a considerare la montagna dal versante della via normale una sorta di proprietà privata. Hanno torto gli Sherpa?

All’interno di quell’allucinante e sovraffollato contesto dobbiamo dire di no. E’ sul contesto che bisognerebbe intervenire per tentare di salvare almeno una scintilla del significato dell’alpinismo himalayano. Impresa disperata, perché qualunque soluzione si volesse adottare essa non potrebbe prescindere da una radicale diminuzione dei visitatori, con conseguente contrazione delle entrate per tutti: governo, sherpa, guide e agenzie che organizzano le spedizioni commerciali. Sono soprattutto queste ultime le vere responsabili del disastro. Perché hanno imposto un modello di pseudo-alpinismo consumistico e inautentico, che rinnega e tradisce le ragioni stesse sulle quali si fonda l’alpinismo vero. E’ inutile nasconderlo: la salita all’Everest si è trasformata in una patetica parodia di se stessa. E’ stato il veleno di quel modello, introdotto a suon di dollari dalle spedizioni commerciali, a plagiare la mentalità degli Sherpa e a corrompere le fragili radici della loro cultura tradizionale,  fino a trasformarli in complici a tutto tondo. Per questa sola ragione siamo disposti a perdonarli, anche quando evitano di prestare soccorso ad alpinisti in gravi difficoltà non appartenenti all’agenzia per la quale in quel momento stanno lavorando, o minacciano, coltelli alla mano, le poche cordate indipendenti che osano sfiorare una delle loro corde fisse. I casi descritti da Fausto De Stefani e da Simone Moro sono esemplari, sebbene non (ancora) generalizzabili.

Sull’Ice Fall dell’Everest. Foto: Manuel Lugli

Everest, Icefall

Ma c’è un limite a tutto, anche per gli Sherpa più “robotizzati”. Pochi giorni fa, la resistenza dei datori di lavoro alla concessione di una pausa nell’attrezzatura dell’itinerario di salita (quest’anno particolarmente insidioso) per permettere alla manovalanza di compiere le tradizionali cerimonie funebri e per riprendersi dallo shock, ha provocato una violenta reazione, culminata in uno sciopero ad oltranza. E’ bastato questo soprassalto di orgoglio identitario (unito per verità alla più prosaica richiesta di un maggiore riconoscimento assicurativo e alla ben comprensibile paura di lasciarci la pelle) per costringere decine e decine di pseudo-alpinisti  ad abbandonare l’impresa e a tornarsene a casa con la coda tra le gambe. Un fatto che la dice fin troppo lunga  sulla totale dipendenza dall’aiuto degli Sherpa di quelle schidionate di sprovveduti Tartarini di Tarascona.

Ora abbandoniamoci per un momento al piacere dell’utopia e proviamo ad elencare i provvedimenti minimi che sarebbe possibile prendere se il mondo che ruota intorno all’Everest non fosse quello che invece è.

Il primo provvedimento potrebbe consistere nell’imposizione del numero chiuso stagionale. Le presenze degli alpinisti andrebbero almeno dimezzate. La perdita di introiti per lo stato nepalese potrebbe essere compensata in parte da un aumento significativo delle royalties.

Il secondo provvedimento dovrebbe prevedere la proibizione dell’uso dell’ossigeno durante l’ascensione (non la notte), almeno sotto agli ottomila metri di quota e l’obbligo di riportare a valle le bombole vuote. Basterebbe tale norma per togliere di mezzo i tre quarti degli aspiranti “conquistadores”.

Il terzo provvedimento dovrebbe limitare l’attrezzatura della via di salita con corde fisse ai soli tratti veramente difficili. Inoltre ogni spedizione dovrebbe avere l’obbligo di recuperare tutto il materiale posto lungo l’itinerario, corde incluse.

Il quarto provvedimento vieterebbe la salita a chi non abbia già nel curriculum l’ascensione certificata di una vetta himalayana superiore ai settemila metri.

Il quinto provvedimento riguarderebbe i liaison officers che il governo impone a tutte le spedizioni. Questi personaggi, oggi del tutto inutili e spesso facilmente corrompibili, dovrebbero essere formati attraverso specifici corsi, simili a quelli che da anni Mountain Wilderness tiene in altre regioni montane dell’Asia (India, Pakistan, Afghanistan).

Va da se che nulla di tutto ciò accadrà, per lo meno  finché l’UIAA non si deciderà a studiare e mettere in pratica interventi efficaci e durissimi. Il primo passo potrebbe consistere nella messa a punto di un severo protocollo comportamentale, particolarmente restrittivo, relativo alle spedizioni commerciali, seguito dall’ espulsione senza appello da tutte le associazioni alpinistiche di chi non ne rispettasse scrupolosamente le regole. Utopia nell’utopia?

Carlo Alberto Pinelli
maggio 2014