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Go aid a pitch 03

Go aid a pitch 03 (3-4)
di Gabriele Canu

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Selvaggio Blu, Day 0 – Blu Moon (Prologo)
“ogni zaino dev’essere massimo 15kg, altrimenti vi tocca pagare di più!”. Aereoporto di genova, ore 15. Comincia così, da buoni liguri – con bagagli all’aria per spostare i pesi e per bagagli a mano dei bei sacchetti della coop – l’avventura di 4 loschi liguri in terra sarda. Ad attenderci nella Terra Promessa, un signore con un cartello con scritto “Gapclimb”. E vi ho già detto tutto, anche considerato che riconoscere 4 scapestrati in partenza per questa avventura, vi assicuro, non era impresa sì ardua. Dopo un viaggio di 2 ore con le schiene ben incollate ai sedili – scopriremo come alcuni sorpassi possano essere ben più pericolosi della permanenza plurigiornaliera in ambiente ostile – eccoci sbarcare a Santa Maria Navarrese, 8 di sera in pieno centro (…) città (…). Fontanella! Bene, riempiamo le taniche da 15 e 10 litri, e via verso la partenza. Inutile dire che, giunti alla partenza – un deserto piazzale dal tetro aspetto – scopriamo a malincuore il colore dell’acqua: gialla, forse un po’ arancione… non male, per essere l’acqua dei giardini dove giocano i bimbi! Ancora non siamo partiti, e già siamo alla prima decisione strategica… prendiamo coraggio, svuotiamo tutto, e ci fidiamo di un ipotetico punto di raccolta acqua “quasi certo”… a tre orette da qui. Un’ora a rifare gli zaini, un panino, una birra, e poi… e poi parte qui, dopo tempo che lo aspettavamo, il nostro “Selvaggio Blu”. Sappiamo che sarà una grande avventura, questa volevamo… e ora siamo qui, pronti, sicuramente felici di esserci anche se forse un minimo “intimoriti” da quel che potrà essere. Ma siamo stati noi ad aver voluto venire qui, l’abbiamo studiato bene e preparato, e ora che sono le dieci di sera, che abbiamo gli zaini in spalla, che siamo pronti a partire… beh, non sapremo cosa ci aspetterà… ma siamo pronti ad andare a vedere! Il cielo è terso, una bella stellata, e non fa neanche freddo… si parte! … è notte fonda ormai, ma bellissimo, questo lunghissimo sentiero che traversa mezzacosta un centinaio di metri sopra il mare! Andiamo via bene, veloci, fa fresco e camminare così quasi non pesa, e poi, finito il “prologo”, siamo alla -vera- partenza del percorso… e dopo aver camminato un’altra oretta, siamo al rifornimento d’acqua… che per fortuna c’è! Due a riempire le taniche e potabilizzarle, gli altri due a cercare la traccia per il giorno dopo e un buon posto dove passare la nostra prima notte… e tra mille risate, e un po’ di stanchezza, verso l’una e mezza le stelle ci danno la buonanotte… il prologo è finito: che l’avventura abbia inizio!

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Selvaggio Blu, Day 1 – Persi nel Blu
“tappa di non difficile individuazione”. Il team Gap mette subito le cose in chiaro: … chi sei tu, o omo, a mettere limiti alle nostre capacità di perderci?! … giammai! Così, illuso il nostro mistificatore non sbagliando una virgola sulla prima delle due tappe del selvaggio contro cui ci prenderemo a schiaffi oggi, non facciamo che un’oretta della successiva tappa prima di cominciare a non distinguere nemmeno un sentiero da uno stradone delle dimensioni pari al Grande Raccordo Anulare, e cominciare pertanto, seduti sconsolati su una pietra, a girare la cartina in tutti i versi possibili, autoconvincendoci di essere sulla Laurentina, e di avere a fianco il monte ginnircu. Resta un mistero capire come il ginnircu possa distinguersi da tutte le altre collinette a fianco, di eguali forme e quote, metro più, metro meno. Distinguere il ginnircu dal Su runcu nieddu, vi assicuro, non è come distinguere il Medale dal Fitz Roy… Fatto sta che, persi per persi, troviamo un’anima viva, un pastore della zona, e chiediamo con candida gioia, “… scusi, per porto quau?!”… un po’ come essere in piazza dei miracoli a pisa e chiedere informazioni per il colosseo. Tra l’altro, come chiederlo non all’APT, quanto piuttosto ad un individuo camuffato da pastore sardo, ma con l’accento più intorno al rumeno andante. La risposta “… per di là”, è tutto dire. Ore a ravanare nella fitta vegetazione, finché, tornando all’ovile (… che di solito è un modo di dire, ma qui no!) troviamo il vero pastore, che con accento sardo doc, ci illumina: “ah, porto quau?! Ci si arriva da ovunque!!!”. Essì, certo. Io e andre rimaniamo allibiti nel sentire tutte le spiegazioni dei vari itinerari per giungere a destinazione, e ubriachi di indicazioni, torniamo dai soci… ovviamente non ricordandoci nemmeno più se il “recinto di legno con cancelletto” è sull’itinerario 1,2,3,4… né tantomeno dove si collochino “i resti di un ovile abbandonato e distrutto”, e per giunta se siano prima o dopo della “straducola verso sinistra che poi scende e si prende l’altra discesa verso i resti di un ovile che si passano a destra, poi a sinistra, prima di prendere un’altra straducola da sinistra a destra”. Insomma, praticamente il pastore ci aveva fatto una bella supercazzola come fosse Antani, per giunta con scappellamento a destra… e noi ancora stavamo a ringraziarlo!!! E vabbè, via, si naviga “a vista” (… sì,

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vabbè, ‘a voglia, vedersi lì in mezzo a quella vegetazione!), finché, traversa traversa, giungiamo sul bordo di un grosso canale. Fortuna che da piccoli i nostri quattro bipedi avevano letto tutti i manuali delle giovani marmotte, e infatti concordarono tutti e quattro: “… ma certo, questo non può che essere bacu mudaloru!”. E poco dopo, concordarono che in effetti, vada per il possibile errore di taratura dell’altimetro, vada la pressione che andava cambiando, ma se l’attraversamento del bacu era dato a quota 170, e noi eravamo a quota 630, qualcosa in quel vecchio biplano a motore… e qui altro che amaro montenegro, qui di amaro c’è solo l’infinita discesa: 2h abbondanti per ben 400 metri di dislivello. Però! Fatto sta che a quota 200 nulla, 180, 170, 160, 130, 110… e i nostri quattro eroi, sconsolati e senza la minima idea di dove si siano cacciati, e con il buio sopra le loro teste, e nel cuore un’emozione, decidono per la soluzione finale: dritti per il bacu fino al mare, poi, domattina, se ne riparla!
… e non so come raccontarvi i restanti 100 metri di dislivello (e ottomilaquattrocento di sviluppo o giù di lì!), in un ambiente simil foresta tropicale: la lotta con l’alpe, qui portata ad una più congrua lotta con la giungla mediterranea ha inizio, dopo 10 ore di cammino è quello che ci vuole, si lotta, lo zaino si impiglia ovunque, si suda, ci si avvinghia alle liane, si sfondano muri di arbusti prendendo la rincorsa, si cammina a quattro zampe… ormai vale tutto! … ma a un certo punto, ore dopo, Mich penetra la notte stellata con un urlo: “IL MAREEEEEEEEEEE!!!!”. Per tutto questo tempo, da qualche ora a questa parte, non facevamo che chiederci dove fossimo finiti. Non era passato che un giorno, ed eravamo già abbrutiti, vestiti strappati, sguardo stravolto, schiena distrutta… e non avevamo la minima idea di dove fossimo. Poi, mentre Mich e Ricky iniziano le pratiche per accendere un bel fuoco per chiudere questa giornata, io e Andre scendiamo alla caletta pochi metri sotto, guida alla mano… “però, questa foto ci assomiglia…” – “c’è anche la placca liscia a destra, gli alberi lì…” – “… siamo a Porto Quau, ga!!!”.

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A questo punto inseriamo la presentazione che Gabriele fa dell’amico Ricky:

Ricky giunge al GAP dopo una lunga preparazione atletica; interi tiri da rinvio a rinvio, seguendo l’arte del mitico Richard (l’unico uomo al mondo a tirare TUTTI i rinvii della INPS a Pianarella TRANNE UNO!). In grado di addormentarsi due volte nel giro di quattro giorni su due soste di due vie diverse. Noto per il suo eclettismo, passa dalle grotte, alla mountain bike, al curling, alle gare di pentathlon acrobatico, il tutto nella stessa giornata, e la sera passa da chiaretta. Effettivamente nell’elenco fatto manca la scalata, ma fatta come la fa lui può tranquillamente rientrare nelle quattro attività menzionate. Ex maratoneta, ex ammaestratore di girini, ex campione di UNO (autore tra l’altro della prima solitaria invernale di un torneo del noto gioco da tavola), attualmente pare abbia la tendenza a sopravvivere inventando gare di mountain bike, e si dice che le organizzi in modo tale che almeno uno si sperda per le colline del finalese per dare alla gara un brivido finale. Il tutto mentre tutti ormai mangiano e bevono e se ne battono i maroni del poveraccio disperso, salvo il medesimo individuo, i vvff, i carabinieri, la questura, il comune di finale; inoltre ha la tendenza a distruggersi le caviglie sfracellandosi su lunghi rettilinei pianeggianti. Da consumarsi preferibilmente entro il 20 ottobre 2011.
NDA: per dovere di cronaca, in seguito a dura contestazione ricevuta a mezzo sms dall’interessato, si precisa che il sig. Richard, in arte Richard, si ritiene “certo di aver tirato TUTTI i rinvii sulla INPS, anche quelli sull’imbrago di chi mi aspettava in sosta”….
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Selvaggio Blu, Day 2 – … ma il cielo è sempre più Blu!
Ancora increduli dell’essere giunti a Porto Quau senza nemmeno aver capito se eravamo nella regione giusta – fatto confermato solo dall’accento del pastore di cui al Day One – eccoci al risveglio per una tappa che, almeno questa!, non dovrebbe crearci troppi problemi, giungendo nella splendida Cala Goloritzé… un deja-vu per tre quarti del gruppo. E in effetti, quattro minuti dopo essere partiti, ga è già disperso nelle fresche frasche sarde, ma dopo una lotta corpo a corpo con enormi corbezzoli, ha la meglio e torna sulla retta via… scuoiato come un cinghiale, ma ancora in grado di intendere e di volere. Non riusciamo a perderci nemmeno nella discesa di un enorme bacu – cosa sulla quale avremmo potuto scommettere oro! – e poi, risalendo, le patetiche scene per riempire le nostre taniche ormai a metà, con un meraviglioso seppur pericolante canale di scolo poggiato su un albero che porta la poca acqua piovana che riesce a strappare all’arido terreno dentro una grossa tanica. Inutile descrivere il colore dell’acqua… lo lascio alla vostra fervida

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immaginazione. In compenso l’opera di potabilizzazione sembra andare a buon fine, nonostante il colorito un po’ smorto… e noi sopravviveremo. Forse!Poco dopo, dopo averci regalato scorci stupendi su tutto ciò che sarà di noi nei prossimi giorni, la natura si vendica con noi ingrati e ci piazza davanti la ripidissima e durissima risalita – incredibile come 400 metri di dislivello possano essere così massacranti! – che ci toglie ogni energia, sembra sempre lì sta sommità, invece si sale, si sale, si sale per pietraie ed enormi distese rocciose lavorate dall’acqua e dai millenni… finché non giungiamo laddove non c’è più da salire, dopo cinque o sei ore, sotto il sole e con gli zainoni – chi più, chi meno – a schiacciarci la schiena. Lo svacco è massimo, siamo contenti di essere qui, siamo nei tempi, vicini a un bellissimo ovile, il meteo è dalla nostra… e ormai da qui è solo discesa. Ahhhh, già già, bella bella la discesa su sto tipo di terreno e con sti zaini…!! Rischiamo di perderci proprio qui sul più bello, ma un attento sguardo alla carta (sì, vabbè, dai, si fa per dire) ci riporta sulla retta via, e dopo otto ore, finalmente su una mulattiera degna di tal nome, giochiamo a chi riconosce per primo l’Aguglia… ed eccoci qui, Porto Quau-Cala Goloritzé è in saccoccia, sono le due e mezza… è presto, e possiamo rilassarci (?!?) in vista delle prossime due tappe, la prima la più ostica e facile da disperdere, la seconda… beh, quinta e sesta tappa da unire, altrimenti altro che traghetto Olbia-Genova, martedì sera!… ma prima di andare a nanna, c’è andre che aveva un sogno: salire sull’Aguglia – per lui la prima volta! – durante queste folli giornate… sono quasi le tre, ga ha visto la roccia e non capisce più niente, le scarpette – e solo quelle, e solo le sue! – nello zaino ci sono… e perché non dare una mano agli amici per realizzare un sogno? “Dai andre… presto che è tardi!!”.

Selvaggio Blu, Day 2 – Easy Gymnopedie
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Selvaggio Blu, Day 2 – Easy Gymnopedie
… e così, anche quest’idea malsana l’abbiamo realizzata! … come dire, scalare l’aguglia dopo 8 ore e mezza di avvicinamento con lo zainetto da 20 chili ti dà tutta una soddisfazione diversa… ma che voglia di scalare! … e così, la giornata è bella, non fa freddo… ma ci son solo due ore di luce! … ma ga, senza zainetto in spalla e con le sue inseparabili katana (i 450 grammi portati più volentieri sulle spalle) ai piedi, dopo aver racimolato un po’ di moschettoni singoli e ghiere li centellina quanto può lungo i tiri, andre con le scarpe da trekking non perde un colpo, e così… di nuovo qui, questa volta a goderci il tramonto!… bella l’aguglia, bellissima, un “missile” stampato in questa cala splendida… andre è felice, ci teneva a salire quassù… ed eccoci qua! … e ora è il momento di scendere… c’è da far legna, accendere il fuoco, preparare cena, riordinare… è lunga prima di nanna! … domani si torna a scarpinare, niente più tacchette, buchi, reglettes… d’altra parte – e questo penso si fosse capito – … non siamo mica qui per divertirci!!

Selvaggio Blu, Day 3 – Impegnativo Blu
Ed eccoci qui. Chi l’avrebbe mai detto, il giorno prima metà team poco prima del tramonto era nel punto più alto della cala, l’altra metà – sfiorando l’ibernazione – era nel punto più basso, immersi nelle stupende acque blu di questo luogo magico… La splendida alba dalla cala è un momento imperdibile, ormai in compagnia di un simpatico cagnetto, che da ieri alle 3 ci tiene compagnia. Ci facciamo prendere – e come, no?! – dalla voglia di una bella sboulderata su un masso nella cala… la tentazione di farsi male in maniera idiota proprio alla vigilia della tappa più impegnativa del percorso, è troppo grande… Ma è ora di finirla con questi stupidi momenti poetici… è il momento di tornare a scarpinare! Ogni volta che rimettiamo lo zaino sulle spalle, è come guardare dritto in faccia il nostro avversario sul ring senza aver sentito suonare l’inizio dell’incontro… ma la prima mezzoretta facile facile ci aiuta a prendere confidenza, sinché non sbattiamo dritti contro un muro di una quindicina di metri che si frappone al nostro cammino… e finalmente anche le corde che ci portiamo sulla schiena da una ventina d’ore si impregnano di un loro significato! Certo è che trovare degli spit in una cosa “selvaggia” non lascia indifferente ga, che non può che esimersi dall’ignorare un vetusto spit e passare un cordinetto intorno a un alberello. Ciò che è selvaggio, lasciamolo tale! Certo salirci con venti chili sulle spalle regala emozioni, quarto grado o cosa sia, ci rendiamo presto conto che “divertirsi” è un’altra cosa… ma son sicuro che si poteva capire anche senza averci una cassapanca sulla schiena! Il muretto successivo, quartopiù secondo la guida, invece è corto, sprotetto e… quartopiù “d’altri tempi”. In compenso, la caduta è di quelle consigliate

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dai migliori ortopedici. ga evita spiacevoli inconvenienti (e una visita medica onde decidere cosa fare dei resti delle sue vertebre sacrali) scalando senza zaino, e così pure gli altri. Tranne mich, diavolo d’un purista!!! La traccia ora riprende tranquilla ed evidente (… diciamo “ovvia“, và là…), salvo che non riusciamo a trovare, nell’ordine: “un’enorme grotta”, “i resti di un ovile”, “una mulattiera che incrocia la nostra traccia”. Vabbè, oh, non avremo una buona vista, ma qualche altra buona qualità la avremo! (… ?!?) E via di cartine, relazione, altimetro, bussola per poi capire… che non ci abbiamo capito niente. Ma l’istinto la fa da padrone, e quando mich dice “per di qua, miei prodi!”, nessuno ha il coraggio di controbattere… probabilmente per stanchezza, di sicuro non per fiducia nel socio. Incrociamo in breve una mulattiera ben segnata, e dopo poco rischiamo di prendere una testata contro un’enorme ovile. E fin qui ci siamo. “… dove sarà facile trovare due grosse taniche sempre ben rifornite durante l’anno d’acqua piovana”. E certo. Ben rifornite quasi come il cestello del gusto limone in una gelateria in centro livigno il 4 gennaio, verrebbe da dire. Ma noi – che lo ricordiamo a chi si fosse messo all’ascolto soltanto adesso – non siamo polemici, facciamo finta di nulla, e dopo una litigata d’altri tempi tra ga e ricky (l’acqua comincia a scarseggiare…!), possiamo riprendere a perderci. E non ci facciamo mancare niente: dopo pochi minuti stiamo scendendo lungo un bellissimo sentiero, ben segnato per giunta… ma qualcosa comincia a non corrispondere, quote, versante… uhmmmmm… e dopo un breve summit tecnico (giusto il tempo tecnico di capire che siamo quattro babbei… si risale. Giungiamo a un enorme ometto di pietre ormai all’ora di pranzo, e non abbiamo di meglio da fare che disquisire – stavolta in maniera lievemente più seria – sull’acqua. 12 litri in 4 per due giorni e mezzo. Ma è il momento di far gruppo, e dunque ga se ne esce con la sua teoria (riportata da chissà quale fonte): “le taniche ‘sembrano’ mezze vuote. Ma in realtà sono piene, interamente piene. Per un terzo di acqua, e per due terzi di aria!”. Lasciati basiti (e inorriditi) i ¾ del gruppo, si può ripartire. Sembra incredibile quanto queste idiozie possano ridare morale; e infatti, chiaramente non succede. A ridare conforto al team Gap, sono i segnavia… vagamente rari, un po’ tipo cercare gli spit sulle vie –a spit!- di koller. Di qui in poi troviamo tutto, una pietraia infame, Mich rotolanti, discese ghiaiose, paretoni strapiombanti, traversi di qui, traversi di lì, frane di lì, dirupi di là, boschi sospesi ripidissimi… e infine una calata. Poi bellissime ed enormi grotte una dopo l’altra, a due passi dal blu, e quando stiamo ormai quasi a fine tappa, un bel regalo: un otre e un fustone di acqua limpida raccolgono lo stillicidio di due stalattiti. Non possiamo negarlo; siamo felici di essere qui, abbiamo trovato l’acqua! … ora sta solo a noi, portare a termine la nostra avventura! … a chiudere la giornata, lunga e faticosa, saranno due notizie: la prima è che la bomboletta del gas è tristemente mancata all’affetto dei suoi cari; la seconda è che il trust di cervelli di un informatico e di un medico ha in serbo una soluzione che ciccio mcgyver dovrebbe solo che inchinarsi…

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Selvaggio Blu, Day 4 – Sbattone Blu
E fu sera, e fu mattina. La giornata di ieri ci ha spappolato le risorse mentali e fisiche – dura st’avventura, di testa e di fisico! – ma oggi siamo davvero carichi… meglio così, non possiamo concederci errori e dobbiamo andare a mille: tappe 5 e 6, totale 10h30, impegnative e ora la stanchezza comincia a farsi sentire. Ma ora comincia a esserci il “gruppo”, quello spirito per cui oggi, partenza con le frontali, ci porterà di sicuro a Cala Sisine, a qualunque ora del giorno o della notte. Arriveremo perché siamo un gruppo, e perché vogliamo arrivarci! Sembra quasi di partire per una grande via delle Alpi, invece siamo “solo” qui, a 100 metri dal mare, a 10 km dalla civiltà. A piedi. Eppure siamo “dispersi”. Per esserne sicuri, cominciamo a non trovare le tracce dopo 50 metri; ma la retta via è subito ritrovata. Ci troviamo a passare in enormi grottoni a cielo aperto, e poi, un piccolo buco. Albeggia, è un’altra giornata stellare, e noi con le frontali ci infiliamo in questa grotta, strepitosa, stalattiti appese a forma di enormi sciabole incombono sulle nostre teste, e un otre e una tanica, a raccoglierne lo stillicidio, ci danno il segnale: arriveremo – vivi, per giunta! – a Cala Sisine! … ma piantiamola lì con tutto st’entusiasmo… mancano ancora due giorni interi. Troviamo la prima calata e guardiamo i tempi “grandi, raga, questo è andare! siamo in anticipo di 50 minuti sulla tabella di marcia!!!”. Essì, certo. Non fosse che il sacro testo riporta un patetico errore di stampa… “contrordine, raga… siamo in ritardo di dieci minuti…” – “ma bravi lo stesso…”. Quattrocento chilometri (e mezzo) di traverso, e giungiamo a un murettino di III (…); è tardi, ce la sentiamo tutti, non tiriamo fuori la corda e, a turno, troviamo tutti lungo: e son soddisfazioni, eh! Poi stiamo sette-otto ore a interpretare l’espressione “compiere un semicerchio in senso antiorario” (?!), ma dopo averlo fatto e aver sbattuto un paio di volte la testa contro un masso di ciclopiche dimensioni, andiamo a intuizione, e forse fu per gioco o forse per amore, troviamo un ometto a portar conforto alle nostre teorie, e allora via, di corsa, su e giù per le scale “i fustes”, e ora c’è l’amletico (ed etico!) dubbio: siccome tutti qui si perdono, molti preferiscono la variante facile che segue una mulattiera. E anche noi, essendo strettissimi con i tempi, oggi non possiamo rischiare di perderci una volta. Infatti, ignorata a piè pari la variante senza una votazione ma direttamente con un solo sguardo, ci perdiamo DUE volte… oh, che l’etica sia etica! La prima volta sbagliamo totalmente cengia; peccato, era troppo una figata! La seconda, ci troviamo per i primi due segnavia, sbiaditi e lontanissimi; e poi è caccia all’ometto. Dispersi nella macchia come quattro pellicani nel petrolio, la lotta è impari, ometti ovunque, vegetazione fitta, rovi, liane, pietraie, tutto nel giro di un metro quadro. Scandagliata la zona, un urlo di Andre indica la fine delle ostilità: un evidente (…) segno blu si è palesato! Da lì, tutto facile, “in breve svettare” (!?!) e trovare la comoda mulattiera. Ah, ah? Di vette nemmeno l’ombra, di mulattiere non ne parliamo… boh?! Dopo una ravanata cosmica durata quella sporca mezza dozzina d’ore, troviamo un abbozzo di mulattiera, che si interrompe ogni 3×2… miii, sta tappa non finisce mai! … finirà quando decidiamo di essere arrivati alla fine, con un piccolo dettaglio: il bellissimo e grande ovile, non c’è. Ohhhh, vabbè, ma che palle che siete, stiamo mica a fare i puntigliosi. Magari è stato abbattuto dalle Belle Arti, oppure era un abuso edilizio mai condonato, insomma, noi mica siamo così precisi, se un enorme ovile non c’è, probabilmente la guida non è abbastanza aggiornata! Tappa 2, ore 12.30 si riparte. Ritardo accumulato: 1 ora. Stanchezza accumulata: lasciamo perdere. Qualche sbiadito e raro bollo blu ci porta in breve al bellissimo passaggio tra due pareti alte 20 metri, un piccolo canyon

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già visto in fotografia che ridà fiducia al nostro operato. Due calate vanno via veloci, e in breve siamo nel bellissimo e immenso bosco sospeso. Siamo in ritardo! Troviamo la traccia più facilmente di quanto pensavamo, e dopo aver detto “mich, siamo in ritardo: pensaci tu!”, ci ritroviamo poco dopo a pentircene amaramente, attraversando il bosco a una velocità folle! Siamo carichi a mille, e attraversato tutto il bosco, diamo uno sguardo all’ora: alla fine della calata eravamo in ritardo di 30 minuti, alla fine del bosco… in anticipo di 50 min sulla tabella di marcia! Riprendiamo a correre, rischiamo comunque di far notte e c’è ancora da scalare e far doppie (… e perdersi!)… ma per fortuna ormai non sentiamo più nulla, ormai ci siamo caricati a molla e nulla può più fermarci… salvo un segno blu di troppo che ci porta fuori strada, in vista dell’enorme cala sisine, a girare come 4 cretini su e giù per scarpate. Ma alla fine è fatta, nervi a pezzi ma un’ultima calata e gli ultimi dieci minuti a piedi ci consegnano al tramonto su cala Sisine… e, come alla fine del primo giorno sul Pesce, con lore sulla grande cengia con le grandi difficoltà alle nostre spalle, ci abbracciamo di gioia… siamo veramente stravolti, sfiniti, sfibrati… ma ora, qui e adesso, sappiamo che abbiamo tra le mani il “nostro” selvaggio blu… domani, come all’ultima tappa del giro d’italia, sarà ‘solo’ la passerella finale… e con i ricordi e le istantanee di una giornata straordinaria a tenerci compagnia… buonanotte!

 

Selvaggio Blu, Day 5 – Selvaggi Blu
… ed eccoci qui. L’alba su Cala Sisine è un momento straordinario… è un po’ come la firma a un’avventura stupenda, che oggi si concluderà a Cala Fuili, con il ritorno alla civiltà, alle macchine, al porto, ai fast food, ai centri commerciali. Sono passati solo 4 giorni, certo. Ma quattro giorni di un’intensità e di una pienezza davvero rara, ci sembra di essere dispersi da un mese. Cosa raccontare di questa tappa? … poco. Questa è davvero poco più di una passeggiata su sentieri ben segnati, cominciamo a intravedere la mano dell’uomo in tanti piccoli accorgimenti a cui non eravamo più abituati, gli zaini sono più leggeri (…), lo spirito pure, anzi, ci lasciamo senza troppi problemi prendere da un po’ di stanchezza… e di voglia di casa, dai, diciamocelo… è il momento di tornare! Solo brevi istantanee di questa giornata, dall’alba, alla dura risalita degli ottocento metri di dislivello al primo mattino, all’infinita discesa verso Cala Luna, con le caviglie doloranti, le ginocchia che chiedono pietà, all’incontro ravvicinato di ga con un rametto di discrete dimensioni dritto sul viso – fortuna che ci siamo portati dietro un quasi medico… – l’incontro con altri due ragazzi passati poco prima di noi per le stesse tracce e con lo stesso spirito, e poi via, ancora l’infinito traverso verso Cala Fuili, al quale giungiamo, quasi increduli e in condizioni devastanti, intorno all’una. Dopo la foto di rito per i Selvaggi Blu, rimane solo un’ultima idiozia per concludere veramente nel modo più stupido… ci son le scalette che salgono all’asfaltata che porta a cala gonone e poi alla civiltà, ma a fianco c’è uno sperone roccioso con tante viette… e due tiri facili e senza ferramenta per arrivare a sostare, cordone sulla ringhiera… proprio dove finisce il selvaggio e ricomincia la civiltà. Sta calando il sipario… dopo cinque incredibili giorni, il (nostro) Selvaggio Blu… finisce qui!

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Selvaggio Blu, Day 5 – Conclusione
“Non è vero. Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione. Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto:”Non c’è altro da vedere”, sapeva che non era vero. La fine di un viaggio è solo l’inizio di un altro. Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in Primavera quel che si era visto in Estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l’ombra che non c’era. Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre  (José Saramago)”.

… è stato grandioso. Un’avventura vera, di quelle che non si dimenticano. Da quando siamo atterrati a cagliari e finiti a Santa Maria Navarrese, è iniziato un viaggio di cinque giorni intensissimi, pieni, bellissimi. Ci hanno accompagnato un sole stupendo, quattro zaini stracolmi, un ambiente da lasciare senza fiato. E senza fiato lo siamo rimasti lungo le durissime salite, gli infiniti traversi, la terribile macchia mediterranea sarda. Abbiamo lottato con i mughi, con i corbezzoli, con gli arbusti. Abbiamo strappato tutti i vestiti, abbiamo strisciato per non aggrovigliarci nella vegetazione, corso per non farci sorprendere dal buio. Abbiamo perso la retta via mille piccole volte, e solo tre o quattro un po’ più seriamente, abbiamo vissuto il momento del suicidio della bomboletta del gas, ma ci siamo ingegnati e abbiamo cenato lo stesso. Abbiamo visto albe infuocati e tramonti straordinari, talvolta rischiato di linciarci per un po’ di tensione, ma insomma, eravamo semplicemente ‘noi’… nel bene e nel male, nei nostri lati positivi e in quelli negativi, ognuno con il suo modo di vedere le cose, ma uniti da una voglia di vivere una vera avventura nello stile più ‘pulito’ possibile. Abbiamo condiviso emozioni che ci porteremo sempre dentro, visto posti di una bellezza talmente profonda da non poter essere descritti a parole, vissuto bivacchi meravigliosi, sognato persone lontane. Insomma, è anche difficile trovare le parole per descrivere quest’avventura… forse, in realtà, questi cinque intensissimi giorni abbiamo semplicemente VISSUTO. E altrettanto semplicemente… indimenticabile.

Il racconto si conclude con un sibillino PS: … e non la vogliono capire….

Data: 23-27 novembre 2012

(continua)

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Il campo mobile di Kandersteg

Il campo mobile di Kandersteg
(dal mio diario)

 

Riassunto
(11 marzo 2016)
Nel 1963 ero fiero di far parte di un gruppo di rover liguri (boy-scout più grandi) con in programma il «campo mobile di Kandersteg». In una pioggerella di agosto ci eravamo sistemati nel campeggio, proprio alla fine del tunnel ferroviario che collega il Vallese al nord della Svizzera. La stessa sera qualcuno, invece di cucinarsi una cena, era andato al ristorante. Il giorno dopo ricordo grandi studi sulla cartina assieme all’amico Marco Ghiglione, mentre i «grandi» riposavano in piscina. Finalmente, il terzo giorno, partimmo in sedici: nostra guida era un rover di Berna, biondo e alto, che soprannominammo Siegfried. Risalimmo la Gasteretal fino al Lötschenpass, ai piedi del colossale Balmhorn. Il gruppo vi arrivò parecchio stanco e la magnifica vista sul Doldenhorn e sul Blüemlisalphorn non li confortò più di tanto. Nelle ultime ore Marco ed io eravamo stati incollati a Siegfried, in testa, per non dare l’impressione di essere debolucci. Volevamo a tutti i costi andare con i grandi in vetta al Balmhorn. In serata accennammo a salire il Klein Hochenhorn, ma Siegfried ci sconsigliò perché «pericoloso». Ci accontentammo di provare i ramponi su una placca di ghiaccio. Il mattino dopo era grigio, dopo una notte insonne non riuscivo ad accettare che i compagni decidessero di rinunciare. Verso le 8 apparve chiaro a tutti che era solo un po’ di nebbia, il sereno ci beffava. Il gruppo disorganizzato non era tempestivo, io scalpitavo. Raggiungemmo il Gitzifurgge rassegnati alla rinuncia ed espressi tutta la mia ribellione salendo da solo sul Gitzihorn, per avvicinarmi all’ormai mitico Balmhorn. Fui richiamato in basso a gran voce. La discesa su Leukerbad falcidiò le ultime energie del gruppo. Con la funivia al Gemmipass e da lì penosamente verso Kandersteg. La pioggia dei giorni dopo impedì anche solo un ripensamento. Nella riunione di fine campo dissi ciò che da giorni mi premeva: quello non era stato un campo mobile, troppe comodità ed eravamo stati poco puntuali e approssimativi. Credo che i grandi non me la perdonino neppure ora. E non dissi che secondo me il Balmhorn si poteva benissimo salire, quel giorno. Nei deserti l’atmosfera è sempre nitida, come i ricordi che contano.

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Diario
(settembre 1963)
Dopo la Messa ci ritroviamo nell’atrio della stazione Principe (Genova). Siamo tutti novizi, a eccezione di Sergio Bione, Mauro Cuccadu e naturalmente il capogruppo Edilio Boccaleri. L’altro responsabile, Giorgio Tirasso, viaggerà in auto assieme a don Pino (l’assistente ecclesiastico) ed Ernesto Parodi (maestro dei novizi). Nello scompartimento del treno, Marco Ghiglione e io confabuliamo per una strategia comune, allo scopo di partecipare a una gita prevista per i soli rover e non per i novizi come noi.

Passato Milano, a Sesto Calende ho un lungo dialogo con Edilio, nel quale sfoggio (guida del Monte Rosa alla mano) tutta la mia sapienza escursionistica, nel tentativo di accaparrarmi una buona dose della sua fiducia.

Ancor prima di entrare in Svizzera, siamo tutti al finestrino, anche quando siamo nelle numerose gallerie. Appena usciamo dall’ultima, poco prima della stazione di Kandersteg, ci accoglie la pioggia.

Dopo aver cambiato un po’ di lire con franchi, percorriamo tutto il paese in direzione sud fino al nostro campo. Dopo le formalità burocratiche ci viene assegnato il nostro spazio: sette tende vicino a uno chalet. Nella nostra dovrò dormire con Orazio Carbone e Marco.

In tardo pomeriggio, ordinata ogni cosa, usciamo a fare acquisti, mentre alcuni decidono di andare a mangiare al Simplon. Al campo sono presenti scout e rover di tutta Europa e anche America. Sono lì a mangiar prugne secche quando capita un ragazzo inglese, Colin Chandler, con il quale faccio subito amicizia. Così faccio esercizio, con il mio inglese scolastico. Raggiungiamo gli altri al Simplon, dove tutti stanno già cantando assieme a inglesi e tedeschi. Torniamo alle tende alle 22.30 e, dopo la consueta orazione serale, crolliamo addormentati in tenda.

5 agosto 1963
Oggi è la cosiddetta “giornata dello spirito”. C’è la santa Messa, celebrata da don Pino, poi un discorso speciale, quasi una conversazione.

Marco e io fuggiamo verso una grotta individuata non so più come, per scoprire però che non possiamo entrarci senza attrezzatura speciale. Facciamo un po’ di roccia sui sassi, io trovo un coltello scout, senza fodero. E me lo tengo.

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Dopo mangiato alcuni vanno a fare il bagno in piscina, io resto al campo. Una giornata poco interessante.

6 agosto 1963
Non avevo perso tempo nello studiare la nomenclatura dei luoghi e in breve sono in grado di orizzontarmi. Oggi c’è in programma la partenza per la gita, perciò ci va tutta la mattina per i preparativi. Finalmente partiamo, in sedici. Non ci sono né don Pino né Ernesto Parodi, cui è stata diagnosticata un’ulcera: se ne andrà qualche giorno a Berna a fare il turista. In compenso è di Berna un rover che ci farà da guida, praticissimo dei luoghi. E’ alto, biondo, presto capiremo che è instancabile. Lo soprannominiamo Siegfried.

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Andiamo a piedi dal campo 1207 m alla partenza della funivia dello Stock: qui prendiamo la strada per la Gasterntal, scavata nella roccia. Dopo il restringimento finale, la valle si allarga in modo tale da poter vedere i rilievi che la circondano. Siamo sulla destra idrografica del Kander, Marco e io ci teniamo un po’ indietro, a un centinaio di metri dagli altri, per poter parlare a nostro agio. Guardiamo la nostra meta, il Balmhorn. Ci fermiamo per una breve sosta a Gastern 1520 m. Quando ripartiamo è per salire alle ultime conifere, il ghiacciaio è ancora lontano mentre il Leitibach ci scroscia vicino.

Ci beviamo una bella birra alla Gfalalp Gasthaus 1847 m. L’ambiente è grandioso, non lo si può chiamare paesaggio: il roccioso Doldenhorn, l’intero gruppo del Bluemlisalp, l’estesissimo Alpetligletscher/Kanderfirn. Su terreno detritico proseguiamo fino all’inizio del ghiacciaio, in zona Balme 2403 m. Fa freddino, ma Siegfried e io siamo in camicia. Ora che cominciamo a pestare neve, Marco e io non restiamo più indietro, bensì talloniamo direttamente Siegfried. E’ lui quello che dovrà guidare Edilio, Sergio, Mauro e Giorgio in vetta al Balmhorn. Se finora ci ha visti in retrovia, non vogliamo che pensi che siamo dei rammolliti. Vogliamo essere della partita del Balmhorn a tutti i costi!

Intanto, nella colonna, si notano i primi cedimenti nella marcia faticosa nella neve. Ci saranno 2 km prima di arrivare al Loetschenpass 2690 m e al suo rifugio. Dopo una breve merenda, Marco e io usciamo, perché è ancora molto chiaro. Volevamo salire sul Klein Hockenhorn 3163 m, ma la guida Siegfried ci dice che è “pericoloso”. Così, per non creare attriti, ci accontentiamo di gironzolare attorno, in cerca di qualche roccia o placca di ghiaccio. Dopo qualche evoluzione sui sassi, troviamo un piccolo pendio di ghiaccio nerastro, giusto quei 45° di ghiaccio vetrato che ci servivano per provare i ramponi.

Al rifugio mangiamo come lupi, io mi addormento con la speranza di salire il Balmhorn.

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7 agosto 1963
La sveglia è alle 5, ma io alle 4 sono pienamente sveglio nella mia cuccetta. A contatto di gomito ho Marco e Gianluigi Caminata, che dormono come ghiri. Quando fa un po’ chiaro riesco a vedere fuori della finestra che c’è un gran nebbia. Sento anche fischiare il vento. Dubito che oggi si facciano gite. Cerco di assopirmi, ma non c’è modo. Guardo di nuovo dal finestrino e vedo le rocce del Ferdenrothorn: ma allora la nebbia è passeggera… e forse anche il vento. Non è una bufera. Alle 5 sento Giorgio che dice a Edilio: – Fuori è brutto… non si vede niente!

Moderna veduta sul Balmhorn dalla Loetschenpasshuette
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E’ vero, ora non si vede nulla. Vorrei intervenire per urlare che non è niente, che bisogna che ci alziamo. Ma sto zitto.
– Allora… che facciamo? – continua il dialogo.
– Mah, vediamo più tardi.

Capisco disperato che il dialogo è finito. Passano due ore interminabili e fuori c’è sempre nebbia. Per me la situazione è indecente, nessuno che abbia voglia di alzarsi e appurare le cose. Alle sette capiscono che fuori non è bello ma neppure brutto. Anzi, sta lentamente migliorando, fino a diventare sereno. Ha nevicato un po’, quindi Siegfried, Mauro ed Edilio vanno a vedere fino al vicino valico del Gitzifurgge 2915 m se le condizioni del ghiacciaio sono buone. Poi scendono velocissimi, come sciatori. Alle 9 sono da noi e ci dicono di prepararci, perché si va. Ero pronto da un pezzo, ma devo aspettare gli altri.

Ora avanziamo lentamente sul Ferdengletscher verso il Gitzifurgge. Non riesco a trattenermi e parto per il Gitzihorn, sulla via per andare al Balmhorn. Questo cocuzzolo è a 2975 m, sgombro da neve. Richiamato a gran voce dal basso, riscendo dai compagni. Ci aspetta una magnifica discesa per il Dalagletscher, dove finalmente posso sfogare il mio malumore per il mancato Balmhorn, con scivolate, balzi, slittate e capriole assieme al bravissimo Siegfried. Tra le cadute generali, quella mia e quella di Siegfried sono rimarchevoli, rovinose direi…

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Alle 11.30 siamo alla Fluhalp 2039 m, in cerca di latte e formaggio. Ma in Svizzera non c’è questa bella usanza che invece c’è da noi. E’ tutto sotto controllo. Sotto alla Majingalp entriamo nel bosco, anche se Ivo Pellegri ha preso una storta e fa fatica a seguirci. Franco Giordano e Bruno Ferrobrajo sono stanchi morti. Dei novizi, solo Luigi Madama, Orazio Carbone, Marco e io siamo ancora tonici. Comunque arriviamo a Leukerbad, più o meno alle 12.30. Marco e io compriamo cioccolata, latte, formaggio, yogurt e succhi di frutta per la colazione di quando saremo arrivati al Gemmipass. Invece la birra, un bottiglione, la beviamo subito.

Con la funivia in pochi minuti siamo tutti trasportati al Gemmipass 2316 m. Durante il pasto il cielo è minaccioso, io vado a calpestare il passo geografico. Vorrei rimanere lì, ma non è possibile. Altra esercitazione di roccia sui sassi con Sergio Bione, poi ripartiamo costeggiando il bacino lacustre del Daubensee. Piove. Poi smette. Allo Schwarenbach ricomincia, con nebbia. piove fino allo Stock, cioè fino alla funivia. Per raggiungerla, una marcia a drappelli dalla forza residua a calare. Arriviamo bagnati fradici.

Scesi dalla funivia, c’è perfino gara per raggiungere il campo! Dopo esserci cambiati, la trattoria del Simplon ce la siamo guadagnata, questa sera!

Dopo cena ritorniamo al campo, ci sono anche gli inglesi, quindi anche Colin. Cantiamo e fumiamo. Sì, fumiamo! Che bagordi! Mai fumate così tante sigarette, in una sera più di quelle che avevo mai fumate prima!

A mezzanotte la cosa ha fine, ci ritiriamo in tenda: ma Marco, Orazio e altri preferiscono dormire nel saccopiuma accanto alle braci del grande fuoco acceso in serata. Io intanto, chiuso in tenda, mi fumo un’ultima sigaretta.

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8-10 agosto 1963
I giorni che seguono sono senza storia. Al Balmhorn non si va perché piove a dirotto, ormai abbiamo perso l’occasione. Impieghiamo il tempo a lavorare per un altro campo a Kandersteg. Sabato è una bellissima giornata, per fortuna non mi sento molto bene, tanto non si è fatto nulla. Salto anche il pasto. La sera, al Simplon, mi sento meglio e partecipo con gli altri al commento di fine campo. Tutti sono invitati a dare il proprio parere. Quando tocca a me, dico: “Beh, io vorrei far notare che questo “campo mobile” non è stato mobile per nulla, perché abbiamo sempre dormito a Kandersteg e solo una volta fuori, alla Loetschenhuette, non in tenda. Ma a parte questo, credo che la giornata di lunedì sia stata male impiegata. Doveva essere “dello spirito”, ma non è stata né dello spirito né del corpo e questo è davvero un peccato. La gita di due giorni è stata bellissima, ma poi abbiamo sprecato i giorni dopo. Sì, è vero, giovedì ha piovuto tutto il giorno, e le mattine del venerdì e del sabato siamo andati a lavorare. Ma i pomeriggi? Se non si poteva fare attività, si poteva almeno cercare di sapere qualcosa di più del posto dove siamo. Secondo me in questo campo ci sono state troppe distrazioni, troppe comodità. Non è forse vero che quasi tutti i giorni siamo venuti qui al Simplon a mangiare? Vi pare un “campo mobile” questo? Non vorrei sembrare disfattista, ma in tutta franchezza questo è ciò che ritenevo andasse detto”.

Tutti tacciono, io m’illudo che mi stiano dando ragione. E Marco aggiunge: “Devo anche far notare il difetto di puntualità: molto spesso siamo giunti in ritardo sull’ora programmata. Si diceva alle 8 e si faceva alle 9. Anche questo è perdere tempo”.

L’assemblea conclude che, per gli anni prossimi, occorrerà evitare il soggiorno prolungato in una sola località, al fine di evitare ciò che si è verificato questa volta.

11 agosto 1963
E’ il giorno del ritorno a Genova. La sera, con mio padre, riparto per la Val di Fassa.

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Il ticket di Goloritzé

Il 26 luglio 2016 sulla pagina facebook Comune di Baunei – Santa Maria Navarrese appariva la notizia che dal 1° agosto 2016 il sentiero di accesso alla famosa Cala Goloritzé sarebbe stato percorribile solo a pagamento. Nella data indicata l’esperimento, come lo stesso Comune lo ha definito, ha avuto inizio.

Il 29 luglio c’è stata un’operazione congiunta fra uomini della Polizia Municipale di Baunei e del Corpo Forestale della BLON di Arbatax: all’alba, dieci persone, tutte di nazionalità straniera, sono state sorprese a bivaccare nell’arenile di Goloritzé. A tutti è stato contestato il mancato rispetto dell’Ordinanza Comunale sull’Uso turistico del territorio comunale e quindi a tutti è stata elevata contravvenzione.
E’ curioso che ancora oggi (3 ottobre), sul sito ufficiale del Comune, non ci sia traccia della delibera 34 del 25 luglio 2016, giorno in cui la maggioranza del Consiglio comunale ha votato il Progetto sperimentale Goloritzé. Su facebook, il 2 agosto 2016, la chiede anche Gianluca Piras: “Dove posso trovare la delibera 34 del 25/07/2016? E non mi dite nel sito istituzionale, perché lì non si trova”.

Noi crediamo che, a prescindere dalle ragioni ambientali e dalle necessità di finanziamenti del Comune di Baunei, a distanza di un bel po’ di settimane si possa tentare di fare una ricapitolazione di quest’esperimento, in se stesso utile quanto pericoloso. Vi invitiamo a commentare, lo spazio apposito qui sotto è aperto a chiunque.

Il “la” di partenza lo diamo riportando per intero quanto apparso su facebook il 26 luglio.

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Il ticket di Goloritzé
a cura di Comune di Baunei – Santa Maria Navarrese
26 luglio 2016

Nella seduta di Consiglio Comunale del 25 luglio 2016 la maggioranza ha votato compatta il Progetto sperimentale Goloritzé che, in virtù della maggioranza qualificata dei due terzi, è ora esecutivo.
Il gruppo di minoranza, che già aveva disertato la seduta della commissione usi civici convocata il 18 luglio scorso, nella quale l’unico assente risultava proprio il consigliere Antonello Murgia, ha votato contro.
La linea di indirizzo approvata è quella di concedere in gestione in via sperimentale, per un periodo di tre mesi, dal 01 agosto al 31 ottobre 2016, ai sensi dell’art. 67 del Regolamento Comunale per l’esercizio degli Usi Civici, il percorso trekking per la spiaggia denominata “Cala Goloritzé” all’associazione di scopo Club di Prodotto Supramonte di Baunei in modo da garantire:
– la vigilanza e il controllo tramite operatori all’ingresso del sentiero e in spiaggia;
– il parcheggio custodito all’ingresso del sentiero;
– i servizi igienici minimi alla partenza e al rientro dalla caletta;
– la pulizia del sentiero e della spiaggia inclusa la raccolta differenziata;
– la sistemazione di cartellonistica informativa e regolamentare.

Il sentiero sarà fruibile in ingresso dalle 7.30 fino alle 16.30 di ogni giorno.
In questa fase sperimentale è stato stabilito il pagamento di un ticket di ingresso per i servizi offerti di € 6,00 a persona adulta ed € 3,00 ridotto.
Non pagheranno il biglietto d’accesso i bambini da 0 a 6 anni, mentre i bambini da 6 a 10 anni pagheranno il biglietto ridotto.
Riduzioni previste anche per gruppi accompagnati da guide alpine e guide ambientali regolarmente iscritte nell’albo regionale delle Guide Ambientali e per i gruppi accompagnati dalle guide che aderiscono al Club di prodotto Supramonte di Baunei.
Non pagherà il ticket neanche chi, dopo una bella nuotata raggiungerà la spiaggia, una volta lasciata l’imbarcazione oltre le boe di delimitazione della cala, considerato che l’accesso alla spiaggia alle imbarcazioni è vietato. Tutto nel pieno rispetto dell’art. 1, comma 251 della Legge n. 296/2006 e della giurisprudenza in materia come di recente la sentenza del T.A.R. Sardegna, Sez. II, 12 giugno 2013, n. 205/2013.
Sarà possibile acquistare il biglietto negli infopoint, all’ingresso del sentiero ed eventualmente anche in spiaggia.
Nella stessa seduta è stato approvato lo schema di “Disciplinare per l’affidamento di servizi connessi alla fruizione ambientale e turistica del percorso trekking per la spiaggia denominata “Cala Goloritzé’”.

Sardegna, Supramonte di Baunei, Cala e Aguglia Goloritzé

Ai fini di garantire l’applicazione di questo modello di gestione di un bene di altissimo pregio ambientale e naturalistico e per dare completezza all’attività sperimentale di gestione del sentiero, verrà emendata l’ordinanza sindacale n° 14 del 24.06.2016 – Uso Turistico del Territorio Comunale, affinché si preveda:
– divieto assoluto di ingresso alla cala Goloritzé via mare;
– possibilità di rientro via mare solo dopo le ore 16.30 esclusivamente per itinerari complessi facenti parte di pacchetti escursionistici di visita guidata del Supramonte;
– chiusura del traffico veicolare volto al raggiungimento della Cala Goloritzé e altre destinazioni limitrofe dalla strada denominata “Strada Comunale Ginnirco”, posizionando una sbarra di limitazione alla circolazione all’altezza del Coile Irbiddotzili, ad esclusione degli utilizzatori della strada per gli altri usi consentiti, compresi gli usi civici.
Con l’aumento delle presenze turistiche che si è avuto in questi anni, l’Amministrazione comunale di Baunei ha constatato che gli accessi alla spiaggia di Cala Goloritzé sono praticamente incontrollati e che causano persistenti problematiche derivanti da bivacchi ripetuti e non autorizzati, dall’abbandono di rifiuti, da danneggiamenti del sito, dal verificarsi di piccoli incendi, dalla situazione a volte critica (denunciata da diversi fruitori) sullo stato igienico sanitario, dalla circolazione di veicoli su vie sterrate minori utilizzate per raggiungere più velocemente la caletta con conseguente danneggiamento delle strade stesse a discapito delle persone che devono accedervi per attività legate ai diritti di uso civico.
Le suddette criticità contrastano con gli obiettivi di buona gestione del territorio e con i dettami normativi e regolamentari in materia, tra cui la tutela dei valori ambientali e paesaggistici, le norme igienico-sanitarie, il regolamento d’uso del demanio civico, nonché con l’economia locale mirata a uno sviluppo sostenibile per la tutela e la valorizzazione di detti beni.
Per questi motivi si ritiene ormai improcrastinabile regolamentare gli accessi al sistema sentiero-cala Goloritzé, garantirne il continuo controllo e vigilanza, nonché la manutenzione e il risanamento da rifiuti e danneggiamenti, in modo da garantire la massima qualità ai tanti visitatori che scelgono Cala Goloritzé come destinazione turistica.

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La grande cresta

La grande cresta

Quando bambino viaggiavo in treno da Genova a Trento con il naso appiccicato al finestrino, un occhio sulle risaie ed un altro al cielo, tra un filare di pioppi e l’altro, ecco in lontananza una visione magica, una mole rosata più alta di alcune nuvole. Il ritmo del vagone sulle rotaie era accompagnamento di un viaggio reale quanto la visione: non desideravo quelle creste ghiacciate, non ne sapevo neppure il nome. Stavo viaggiando in treno su quella montagna e la fantasia uguagliava la futura realtà. Da allora il Monte Rosa ha avuto un posto nel mio cuore. Anche Marco Milani: da piccolo lo portavano in vacanza a Gressoney e fu là che cominciò a salire le montagne, a muovere i primi passi su ghiacciai e creste. Lentamente concepì l’idea della Grande Cresta: percorrere il filo delle cime che separano la Valle del Lys dal Biellese prima e dalla Valsésia poi, dalla pianura canavesana fino alla vetta del Monte Rosa: e senza alcuna interruzione. Un approccio lento, ben diverso dal solito mordi e fuggi dei fine settimana. Una salita integrale che prendeva in consi­derazione tutto di una montagna e non soltanto quella parte che è definita «la più significativa». Da tempo avevo bisogno di una salita così globale, dalla pianura ai Quattromila. Era un dare corpo alla visione infantile, dai filari di pioppi e dalle risaie alle cime più alte, illuminate di rosa come le più belle speranze.

La vetta della Colma di Mombarone
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La salita al Monte Rosa lungo la cresta si presentava impegnativa. Pur appoggiandoci ai rifugi per le cene, volevamo vivere il più possibile a fondo l’esperienza della cresta, bivaccando all’aperto. Il 29 giugno 1996 ci ritroviamo alla partenza, sul grande cordone morenico che sovrasta Ivrea, tra i boschi e le radure di San Giacomo. Siamo in quattro: oltre a Marco e a me, ci sono Franco Girodo e Fabrizio De Liberali; gli amici Roberto Corsi e Cristina Galliena ci aiuteranno nel collega­mento con le valli e presso i rifugi lungo il percorso. Saliamo tra le nebbie alle prime malghe. Una pastora di mezz’età sorveglia la mandria e, curiosamente, legge il giornale. Ci salutiamo, scruta con sospetto i nostri carichi eccezionali, poi ci chiede «se siamo quelli della cresta»! Ora la vetta della Colma di Momba­rone ci sembra più vicina. Da lassù, sotto al gigantesco monumento al Redentore, il Monte Rosa si nega: ma sappiamo che è così lontano da far parte dell’orizzonte. Poi inizia la cresta, su e giù per cime facili ed erbose, lungo sentieri fino al Rifugio Coda, dove ci attende una prima notte di vento incessante. Il giorno successivo, la salita al Monte Mars lungo la cresta dei Carisey ci regala una bella ginnastica su roccia ottima, anche se siamo un po’ goffi per i pesi sulla schiena; poi giù di corsa per proseguire la tappa, tra le più impegnative. Nugoli di mosche ci circondano con insolita e tormentosa tenacia. Le ultime luci ci vedono scendere al Rifugio della Vecchia dal Monte Cresto. Anche questo tratto della grande cresta, nelle poco frequentate quanto belle Prealpi Biellesi, presenta i suoi tratti impegnativi, soprattutto se il tempo non è dei migliori, e cime come i Gemelli, posti lungo la tappa seguente, non sono da sottovalutare: nebbia, pioggia e vento sono le costanti del pomeriggio. Un pastore fa merenda sotto il diluvio senza scomporsi, a malapena coperto da un mantellaccio. Quattro chiacchiere con quest’uomo così «ultimo» per capire che anche lui lassù aveva qualcosa da insegnarci.

In vetta alla Punta Chaparelle (Prealpi Biellesi): Fabrizio De Liberali, Franco Girodo e Alessandro Gogna, 1.07.1996. Foto: Marco Milani
In vetta alla Punta Chaparelle (Prealpi Biellesi): F. De Liberali, F. Girodo e A. Gogna, 1.07.1996

Poi la calda accoglienza dei simpa­tici gestori del Rifugio Rivetti, assieme ad una banda di ragazzini scatenati che trascorrono qui una settimana, ci confortano dello sconforto e della pioggia in­cessante. Dopo tre giorni di cammino con zaini oltre i 15 chili, la stanchezza si fa sentire: e il peggio deve ancora arrivare. Il gior­no successivo, dal Colle della Mologna Grande attraversiamo fino al solitario Vallone di Loo, in un mondo che non ha più nulla di prealpino. La salita ai Corni del Pallone e al Corno Rosso tramite il Passo del Camino si svolge su un terreno che richiede attenzione; sulla cima ci sono Roberto e Cristina, che per la Val Vo­gna sono saliti quassù con rullini fotografici, batterie e alimenti che ci serviranno nella tappa successiva, priva di un rifugio dove appog­giarci. La sera, all’Ospizio Sottile, si respira una suggestiva atmo­sfera da rifugio del secolo scorso; la struttura, situata presso il valico che ha visto passare eserciti e migrazioni di pastori tra la Valsésia e la Valle del Lys, mostra i segni dell’età ma conserva un fascino segreto, dovuto anche alla gentilezza del giovane custode. I primi vaghi chiarori dell’alba ci sorprendono sulla bella radura a dieci minuti dal rifugio mentre con le dita infreddolite riponiamo le tende negli zaini. Davanti a noi, lungo il cammino della cresta, ci aspetta la cima del Corno Bianco, una montagna di tutto rispetto di 3320 m; ci sentiamo a quel punto al passaggio chiave di tutta la salita al Monte Rosa. Nella tarda mattinata, dopo una splendida arrampicata, ammiriamo i ghiacciai del Rosa dalla solitaria vetta del Corno Bianco. Dopo un’umida notte accanto al Bivacco Ravelli e una meravigliosa alba dalla Punta Straling, giungiamo all’arrivo della funivia di Punta Indren, dove sostituiamo le nostre pedule con scarponi in poliuretano; quindi ci incamminiamo nelle nebbie fino al Rifugio Gnifetti, dove incontriamo nuovamente Roberto e Cristina. Il morale è alto, ci sentiamo già in cima al Monte Rosa e pare che nulla ci voglia fermare. Coerenti ai nostri intenti, trascorriamo una notte di fitta nevicata nelle tende mon­tate sul ghiacciaio nei pressi del rifugio, ma al mattino il tempo è veramente pes­simo. La neve continua a cadere abbondante ed ogni traccia è sepolta, mentre la visibilità è di solo qualche metro. Ad ogni modo ci sentiamo forti: abbiamo percorso migliaia di metri di dislivello in sei giorni e non saranno certo questi ultimi pendii ben conosciuti che ci fermeranno. Un aiuto indispensabile arriva anche dal GPS Magellan, lo strumento satellitare che per tutta la cresta, e specialmente nella fitta nebbia, ha confermato le nostre po­sizioni con precisione sorprendente. Lasciamo il rifugio lungo un percorso che nelle giornate di bel tempo vede salire centinaia di persone in processione, men­tre questo 5 luglio si è trasformato in un arrancare nella neve profonda con il pro­prio compagno di cordata che sparisce nel turbinio della bufera. Ci diamo il turno nel battere la pista: sembra di galleggiare su di una nuvola, con la perdita di qualsiasi percezione dell’inclinazione e dell’orientamento della montagna. Siamo sicuri di essere al Colle del Lys perché lo dice il GPS e perché ci appare, in visione, un bastoncino di segnalazione. Il vento è sempre più insopportabile e, traversando sotto i pendii setten­trionali della Punta Parrot, sentiamo sotto i piedi i lugubri rumori di asse­stamento della neve che talvolta accompagnano le valanghe. A due-trecento me­tri dal Colle Sésia, quindi sotto alle ultime rampe della Punta Gnifetti, sentiamo di rischiare troppo. A malincuore torniamo. Il GPS è l’unica guida, il filo d’Arianna che ci permette di uscire con sicurezza dall’inferno della tormenta.

A. Gogna, F. Girodo e F. De Liberali sulla Punta Straling, con il bel panorama sul Monte Rosa (4.07.1996). Foto: Marco Milani
HighLab1996, La Grande Cresta, A. Gogna, F. Girodo e Fabrizio De Liberali sulla Punta Straling, Val Sesia/Valle del Lys, panorama sul Monte Rosa, 4.07.1996

La nostra Grande Cresta si è conclusa quindi sul Grenzgletscher, non sulla cima del Monte Rosa: per poche centinaia di metri. È stata una vera è propria avventura attraverso pascoli, rocce e ghiacciai, carica delle medesime sensazioni delle grandi pareti. Un’avven­tura di umiltà nei confronti della montagna. Spesso mi sono sentito rivolgere la domanda «quale fosse per me la montagna più bella», soprattutto da persone poco coinvolte nella passione per l’alpinismo. Mi appare nitido il ricordo di tutte quelle interminabili discussioni tra alpinisti, ognuno caloroso sostenitore delle proprie montagne, considerate le più belle. Credo che il titolo di montagna più bella si debba attribuire a quella dove ognuno di noi ha sentito nascere in sé la passione per i sentieri o le pareti: come in un primo amore il ricordo rimane per sempre e tutte le altre montagne che se­guiranno verranno sempre paragonate alla prima, la più bella. Il Monte Rosa, forse.

Sul Grenzgletscher, in discesa dalla Punta Gnifetti verso il Colle del Lys. Foto: Marco Gabbin
GrandeCresta-Colle Lys

Nota tecnica
Abbiamo sviluppato il percorso in 7 giorni, dal 29 giugno al 5 luglio 1996. In gran parte escursionistico su terreno privo di segnalazioni, presenta anche tratti alpinistici con arrampicata fino al III grado, brevi calate in corda dop­pia e salita finale su ghiacciaio d’alta quota. Dislivello in salita: quasi 10.000 m. Ore totali di pura marcia e arrampicata: 63. Da Ivrea ad Andrate-San Giacomo 1250 m c. Colma di Mombarone 2371 m, Punta Tre Vescovi 2347 m, Colle della Lace 2121 m, M. Roux 2318 m, M. Bechit 2320 m, Rifugio Agostino e Delfo Coda 2280 m, M. Mars 2600 m (per la Cresta dei Carisey, II e III), M. Rosso 2374 m, Punta della Balma 2384 m, Punta Lei Long 2389 m, Gran Gabe 2337 m, Punta Gragliasca 2412 m, Punta Pietra Bianca 2490 m, M. Cresto 2546 m, Rifugio della Vecchia 1872 m, Punta Chaparelle 2409 m, Coda di Jonno 2236 m, Punta Serange 2334 m, Colle Mologna Pic­cola 2205 m, Colle Mologna Grande 2364 m, Rifugio Alfredo Ri­vetti 2150 m, Punta Tre Vescovi 2501 m, Colle Lazoney 2395 m, Passo del Camino 2472 m, Corni del Pallone 2898 m, Cor­no Rosso 2979 m, Ospizio Sottile al Colle di Valdobbia 2480 m, Passo di Valdob­biola 2635 m, Passo dell’Alpetto 2774 m, Corno Bianco 3320 m, Bocchetta del Forno 3140 m, Bocchetta di Puio 3100 m, Colletto di Tailly 2719 m, Bivacco Ravelli 2503 m, Passo Nord della Coppa 2920 m c., Punta Stra­ling 3115 m, Corno Rosso 3023 m, Col d’Olen 2881 m, Passo dei Salati 2936 m, Rifugio Gnifetti 3611 m, Colle del Lys 4248 m, Colle Sésia 4299 m, Punta Gnifetti 4554 m (non raggiunta).

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I Sentieri di Selvaggio Blu

I Sentieri di Selvaggio Blu

A 51 m sul livello del mare, in una piazzetta senza nome della parte alta del paese di Santa Maria Navarrese, precisamente vicino al ristorante il Pozzo, è stato apposto un cartello segnalatore (vedi figura 1) che si comprende subito essere parte di un sistema segnaletico da pochi mesi esposto in tutta la provincia sarda dell’Ogliastra.

Dalla grafica accattivante, il cartello incuriosisce anche chi non intende muoversi da lì: per chi invece si sta accingendo a un’escursione esso diventa immediatamente oggetto di studio.

Mario Verin e Alessandro Gogna perplessi al cospetto del cartello. Foto: Giulia Castelli
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Mario Verin, Giulia Castelli ed io non facciamo parte di queste due categorie: in realtà riteniamo di conoscere a sufficienza il bellissimo territorio circostante Santa Maria, il sentiero per Pedra Longa nonché i sentieri di Cima di Pittaine 450 m c., Monte Scoine 647 m e Monte Oro 667 m. Dunque, osservando con attenzione il cartello, vorremmo ritrovare almeno alcune di quelle che sono le nostre certe conoscenze.

Anzitutto l’intestazione: BA003. Una sigla che, senza allegato elenco BA001, BA002, BA004, non significa nulla. Si presuppone che quello cui BA003 si riferisce sia il ben visibile titolo BAUNEI │Baunei Locorbu – Pedra Longa.

Ma a questo punto l’osservatore si preoccupa e medita: “Ma io sono qui a Santa Maria… come si pone Santa Maria in questo titolo/cartello?”.

Una risposta sembra essere data al fondo del cartello: un asterisco rosso indica il fatidico “Voi siete qui”. Qui, dove? Lo so io che sono a Santa Maria, il cartello non me lo dice. Se invece che questo cartello, posto in un paese, si prendesse in osservazione per esempio quello anch’esso relativo al BA003 (vedi figura 2) si vedrebbe che il cartello nella sezione inferiore è uguale identico a quello della figura 1 con la sola differenza dell’asterisco rosso, posto effettivamente in un altro punto.

Ora, siamo noi a sapere che il cartello della figura 2 è posto al Passo di Uttolo, sulla carrozzabile Baunei-Pedra Longa: il cartello non ce lo dice affatto. E un viandante, con a disposizione solo il cartello, non potrebbe mai saperlo. Inevitabile la sensazione d’essersi perso…

Ma proseguiamo l’analisi. Sotto al titolo è una breve descrizione dell’itinerario. Veniamo a sapere che l’itinerario BA003 inizia nella parte alta del borgo turistico di Santa Maria Navarrese. Ah, dunque siamo a Santa Maria! Finalmente sappiamo dove siamo. Al termine di una breve ma precisa descrizione dei primi minuti di itinerario “il sentiero conduce rapidamente sulla Cima di Pittaine a c. 500 m sul livello del mare (non è più di 450 m)”. tanto rapidamente non può essere, visto che si tratta di almeno 400 m di dislivello…

Figura 1
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Proseguendo si raggiunge Coile Locorbu, che si caratterizza per un punto di vista panoramico dal quale la vista spazia sull’intero promontorio di Capo Bellavista”. Citare Coile Locorbu senza dire che questo è anche un valico, tra Monte Oro e Monte Scoine, significa non avere idea di quanto si sta scrivendo. Citare Capo Bellavista (che è quello della lontana Arbatax) significa che sta scrivendo non ha a cuore le esigenze di chi dovrebbe leggere e almeno capire qualcosa.

Ma la descrizione continua: “Terminato il periplo di Monte Siccone (quando l’abbiamo iniziato? Sarà giusto pensare che “Siccone” stia per “Scoine”?), che tocca i 647 metri (allora sì, Siccone è Scoine), si può osservare il centro del paese di Baunei, per poi concludere il percorso in località Genna Intermontes”.

Figura 2
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La descrizione, che ci dice che stiamo vedendo Baunei, indica che siamo nel punto più a nord-ovest dell’intero periplo: come mai un attimo dopo si “conclude” a Genna Intramontes (che abbiamo già oltrepassato in salita, all’inizio della “strada panoramica” di Santa Maria, nel punto più a sud-est del periplo, 174 m, ma queste sono tutte informazioni che stiamo dando noi ora). Come si congiungono i due punti secondo il cartello? Mistero.

Il Monte Oro e il Monte Scoine dal Passo di Uttolo
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Inizia ora l’esame della sezione centrale del cartello, quella con i disegnini dell’omino che cammina e soprattutto con il simbolo della mountain bike. Viene indicata una “pendenza massima” dell’87%. Che tradotto in gradi si approssima molto ai 45°! Questo è probabilmente corretto, ma allora non si spiega come lo stesso cartello valuti “media” la difficoltà cicloviaria! Viene poi indicata ina “pendenza laterale”, che possiamo presumere essere quella di una strada/sentiero inclinata, non orizzontale. Altri misteri.

Il Monte Scoine dalla vetta del Monte Oro. In primo piano la Sella Locorbu.
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Ma ora però arrivano i misteri più agghiaccianti: i segni bianco-rossi indicano un orario di 1h40’ per la Pedra Longa (nominata solo nel titolo) e di 4h40’ per il Coile Duspiggius, mai nominato in descrizione!

A questo punto è la rinuncia a capire da parte di qualunque volonteroso. La terza sezione del cartello, quella inferiore, riporta un disegnino schematico, a tratti di vario colore, con dei numeri qua e là. Ci sono, sulla destra, altri numeri (anch’essi in colore diverso) che dovrebbero essere delle quote. Nella confusione totale di questo cartello, le quote sono numeri con la virgola, come se davvero ci interessasse sapere che si tratta di una quota di 276,7 m o un’altra di 553,5 m. Viva la precisione dove non serve a nulla!

Ma la cosa più incredibile è che si comprende subito che i numeri accanto al tracciato non sono quote: e non si capisce cosa siano!

A questo punto notiamo una dizione su fondo verde, a metà tra la sezione centrale e quella inferiore, che ci dice di “scaricare le app degli itinerari su www.percorrendologliastra.it”.

Dunque l’Ogliastra bisogna girarla con lo smartphone, altrimenti a casa o in spiaggia! Allora scarichiamo l’app, con logiche imprecazioni.

Finalmente appare l’elenco degli itinerari BA (che sta per Baunei): sono sette. Con la ricerca dell’itinerario BA003 appare la schermata http://www.percorrendologliastra.it/itinerari/baunei-baunei-locorbu-pedra-longa/, dove finalmente capiamo che i numeri accanto al tracciato sono i “punti d’interesse”. Cliccando sul numero una breve audioguida in tre lingue ci vorrebbe spiegare cosa stiamo vedendo, ma le poche parole che si ascoltano non danno sostanzialmente alcuna informazione, soprattutto sul dove siamo.

Con l’aiuto dunque dell’app, alcuni misteri si chiariscono, che ne richiamano però altri. E i misteri di base s’infittiscono:
1) Cosa sono quelle quote in metri con virgola?
2) Se l’itinerario parte da Santa Maria, come mai il titolo è BAUNEI │Baunei Locorbu – Pedra Longa?
3) Che c’azzecca Coile Duspiggius?

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Questo incubo ha una fine solo se si rifiuta di indagare oltre. Chi volesse percorrere i sentieri del Supramonte di Baunei acquisti senza paura la Guida ai Sentieri di Selvaggio Blu, di Mario Verin, Giulia Castelli e Antonio Cabras. Sono 24 euro ben spesi, che ci fanno dimenticare le tristezze dei cartelli dell’Ogliastra. Vi sono descritti 41 itinerari e 2 trekking, con mappe 1:15.000.

Le descrizioni sono perfette, nel limite del possibile. Perché la grande difficoltà degli autori, ma di chiunque si accinga a colossali lavori del genere, è di esprimere in parole il senso di vera e propria navigazione che è necessario in questi luoghi, senza alcun punto di riferimento visibile e soprattutto logico nell’arco di chilometri o, se volete, di ore. Navigare istintualmente nella macchia, o al fondo di valloncelli dei quali a volte non si comprende la direzione (la bussola schizza di qua e di là a volte in poche decine di metri), il senso di salita o discesa e neppure la situazione topografica tra i rilievi. Perdersi è praticamente da mettere in conto e non una volta sola. Un aiuto fondamentale lo dà il GPS, strumento qui indispensabile se si vuole almeno avere la speranza di non perdersi completamente (in un terreno che molto spesso non è coperto dal segnale telefonico e che richiederebbe l’uso del telefono satellitare).

La lettura attenta delle descrizioni degli itinerari della guida, unitamente all’uso del GPS, riducono il pericolo di dover chiedere aiuto a gran voce. Il consiglio, per chi vuole andare a questo genere di avventura, è di non sottovalutare alcunché e di iniziare dai sentieri meno complessi per farsi un’idea.

Mario Verin nella discesa del bacu Esone, uno degli itinerari più impegnativi della Guida ai Sentieri di Selvaggio Blu (il n° 40)
Sardegna, Supramonte di Baunei,  discesa del Bacu Esone, canyoning,

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Il mio richiamo della foresta, alla ricerca dell’orso

Il mio richiamo della foresta, alla ricerca dell’orso
di Chiara Baù
già pubblicato in Vita sul Pianeta, 27 febbraio 2016

Spesso la bellezza di certi luoghi può trasmettere sensazioni così intense da rapire la mente, ma non immaginavo che l’incredibile estensione di foreste del Canada potesse incidere così profondamente sui miei pensieri. Attratta dalle distese infinite di boschi e montagne, ho sempre tentato di seguire questo istinto, in parte innato, in parte proveniente da una sorta di imprinting datomi dai miei genitori che fin da piccola mi avevano abituato a scorrazzare nei boschi. Sempre con rispetto e un po’ di timore ho dato ascolto a questa voce e ho potuto vivere preziose esperienze, tra le quali la più emozionante è stata indubbiamente quella dell’incontro con l’orso bruno durante un monitoraggio effettuato nel Parco Adamello-Brenta nel periodo di stesura della tesi in Scienze Naturali. Si trattava di Daniza, l’orso reso famoso dai media, ucciso circa un anno fa in seguito a telenarcosi somministrata per la cattura.

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Avevo incontrato Daniza in una piccola radura quindici anni fa proprio durante la tesi di campo, nel secondo anno del progetto Life Ursus. Il compito quotidiano previsto dal progetto consisteva nel rilevare tramite una tecnica di radiotracking la posizione di ogni esemplare nelle ore più improbabili per noi, ma più probabili per gli orsi. Quella mattina erano circa le 5.30 ed ero in compagnia di una delle guardie forestali più esperte; la luce tenue dell’alba si confondeva nella radura nascosta ai confini del bosco. Il segnale era forte, ma vedere un orso è quasi impossibile: l’orso per sua natura non ama farsi vedere. Un anno di continui rilevamenti erano trascorsi senza successo. Nel silenzio di quelle ore mattutine il segnale sempre più forte disturbava la pace del bosco, finché improvvisamente Daniza è spuntata dagli alberi nella piccola radura, a circa cinque metri di distanza; lì si è fermata incuriosita, ci ha osservato roteando il muso, come per chiederci: «Ma a quest’ora del mattino non avete altro da fare che seguire me?». Impietrita, emozionata, avevo davanti a me Daniza, avevo davanti a me l’Orsa. L’avvistamento è stato di breve durata, pochi secondi scanditi dai veloci battiti del cuore, poi con quel tipico andamento dondolante Daniza si è eclissata lentamente nel bosco. Indescrivibile la mia felicità di quegli istanti, indescrivibile la mia amarezza alla notizia della sua eliminazione.

Il richiamo per l’orso bruno ha così iniziato ad appassionarmi, influenzando in parte la mia vita. Durante varie conferenze tenute negli anni successivi sui miei “Incontri con gli orsi” mi veniva chiesto frequentemente: “Perché proprio l’orso?” Non avevo mai una spiegazione razionale ed esaustiva a questa domanda… Forse risponderei come il grande scrittore James Oliver Curwood, autore del libro da cui è stato tratto il film L’orso: “Non so bene perché, ma c’è qualcosa nell’orso che induce ad amarlo”.

Nei rari momenti di incontro con animali selvaggi in libertà avverto ogni volta la sensazione di un fascino primordiale che ci appartiene e che ci fa sentire parte di una natura perfetta e in totale armonia.

Dopo il primo incontro in Trentino il richiamo per un nuovo incontro con l’orso diventava sempre più forte; per anni avevo coltivato il sogno delle foreste selvagge del Canada e ora quel richiamo si stava concretizzando in un trekking a cavallo nella British Columbia per esplorare le foreste di quel grande paese con la possibilità di unire al richiamo dei boschi la passione per il cavallo. Il linguaggio segreto di questo magnifico animale mi aveva sempre affascinato, incuriosita soprattutto dall’alone di mistero che circonda il magico “sussurro dei cavalli”.

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Risalendo il tempo verso ovest, assisto durante il viaggio aereo a un tramonto perenne, godendo di scenari unici, sospesa sopra un mare di nubi da cui occhieggiano di tanto in tanto lunghi tratti di terra, come le solitarie distese della Groenlandia. Atterro la sera, un po’ frastornata, a Vancouver dove dormo la prima notte. L’indomani conosco Frank, il driver del ranch che viene a prendermi a Vancouver e Cauleen, la guida canadese della spedizione; con loro su un piccolo van inizia il viaggio di trasferimento al ranch.

Il primo tratto di autostrada si snoda attraverso verdi ed estese pianure per poi immettersi in immense vallate scavate dal fiume Frazer, navigabile ai tempi della corsa all’oro del 1858. La conversazione con i miei nuovi compagni di viaggio cade subito sull’argomento orsi e non appena racconto dei miei studi sulla reintroduzione di orsi bruni nelle Alpi, capisco non solo di aver catturato la loro attenzione e curiosità, ma di aver creato un affiatamento e una sintonia immediati.

Solitamente nel Parco Adamello-Brenta in Trentino Alto Adige il letargo degli orsi inizia a fine novembre in coincidenza con l’abbassamento delle temperature e l’arrivo della neve. Ma nelle foreste della British Columbia ci si può aspettare la neve anche ai primi di ottobre… cosa che purtroppo nel mio caso avrebbe ridotto le probabilità di incontro con l’orso.

Mentre per le marmotte si parla di un vero e proprio letargo, per l’orso si tratta di ibernazione che può essere considerata come un evento fuori dal comune. Il letargo infatti non è assoluto; a volte, se il tempo è mite, l’orso può uscire dalla tana per brevi periodi, nelle ore più calde della giornata.

Può quindi capitare nel bel mezzo dell’inverno di osservare le sue impronte nella neve. Da notare che nelle latitudini a nord il letargo è più profondo rispetto alle latitudini a sud.

Ricordo sempre in proposito quello che mi capitò a Madonna di Campiglio durante un inverno particolarmente mite con temperature al di sopra della norma: mentre sciavo lungo una pista fui sorpresa improvvisamente dal passaggio di mamma orsa che con tutta calma attraversava la pista di sci con i suoi cuccioli.

Ma in Canada in quell’ottobre le temperature sembravano seguire il ciclo normale dell’inverno.

Anche se disturbato l’orso può abbandonare il ricovero, costretto tuttavia a reperirne uno d’emergenza. Durante l’ibernazione la temperatura del corpo scende di alcuni gradi, non molti in realtà, proprio per consentire una rapida ripresa del metabolismo. Il ritmo cardiaco rallenta con 8 battiti al minuto rispetto ai consueti 40. Ne risentono anche il consumo di ossigeno che viene dimezzato e la sensazione di fame che si riduce sensibilmente.

Non sono ancora chiari i fattori che causano l’ibernazione dell’orso. Probabilmente essa è dovuta alla riduzione del fotoperiodo, all’abbassamento delle temperature e alla scarsità di cibo disponibile. Si pensa che esista anche un fattore chimico in grado di stimolare il sonno invernale; il cosiddetto HIT, hibernation induction trigger, ma si tratta di un’ipotesi ancora da dimostrare.

La combinazione di tutti questi fattori agirebbe direttamente sul sistema nervoso dell’orso, inducendo due risposte: una fisiologica (entrata in ibernazione) e una comportamentale (inattività e scelta di un sito di svernamento).

Il letargo dura solitamente fino ai primi di aprile, mentre lo stato di immobilità viene raggiunto gradualmente dopo 2-3 settimane dall’entrata in tana e durante tutti questi mesi si ha un adattamento metabolico, cui appartiene il riciclaggio degli aminoacidi in proteine. Infatti durante il letargo l’orso bruno non urina e non vengono espulse le feci.

L’organismo è in grado di riciclare l’urea prodotta dal corpo. L’azoto ivi contenuto viene integrato negli aminoacidi, i quali forniscono le molecole per nuove proteine, la cui decomposizione produce glucosio (sostanza energetica). Nel periodo del letargo le funzioni corporee sono invece ridotte in misura minore rispetto a quelle di altre specie di animali, quali le marmotte.

Dopo circa sei ore di viaggio imbocchiamo una strada sterrata che affianca l’immensa distesa di acqua blu del Carpenter lake solcata da tronchi galleggianti, quindi la Gun Creek road che conduce al ranch, base di partenza del trekking a cavallo.

Conosciuto lo staff del ranch, scelgo col loro aiuto la sella più adatta e la lunghezza esatta delle staffe: è fondamentale verificare ogni particolare con attenzione, perché una volta partiti nessun cambiamento sarà possibile.

Scopro, nel frattempo, di essere l’unico componente della spedizione, perché a quanto dice la guida, nel mese di ottobre nessuno intende avventurarsi con i cavalli tra le montagne, sia per il problema del freddo, sia per possibili rischi legati al maltempo della stagione; il periodo più propizio è l’estate, quando maggiore è la frequenza di turisti. Tutto questo però acquista per me un carattere di incredibile unicità, consentendomi di essere protagonista di un’avventura!

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Il giorno successivo, appena alzata, incredula per ciò che sto vivendo, sistemo le briglie al cavallo, do una mano negli ultimi preparativi e monto in sella. Siamo in tre: oltre a me, Cauleen, la guida, e Cinthya, la ragazza del ranch. La guida è armata di fucile e mi mette in guardia sul comportamento da assumere nell’eventualità di incontrare l’orso: reagire con molta calma, evitare movimenti bruschi e improvvisi, tentare di arretrare senza voltare le spalle all’animale e soprattutto non fissarlo negli occhi: uno sguardo troppo diretto può essere interpretato come segno di aggressione… Ascolto con attenzione le istruzioni di Cauleen e mentre procedo sul sentiero miriadi di sensazioni le più diverse mi prendono, dal timore all’eccitazione per la natura estremamente selvaggia di questo paese con la sua magia e il suo mistero.

Il percorso a cavallo ha inizio in un bosco di latifoglie ingiallite dall’autunno ormai inoltrato. Un’ora dopo siamo a costeggiare un torrente, dai riflessi a tratti d’argento, grazie al sole che si specchia nella corrente turbinosa. Fa molto freddo e durante una sosta accendiamo un piccolo fuoco… il calore della legna che brucia ci scalda e con rinnovata energia riprendiamo il sentiero. Pian piano ci alziamo di quota, portandoci al limite della foresta; davanti ai nostri occhi svettano le cime delle Chilcoutin Mountains, la catena di montagne meta del nostro trekking. Il nome Chilcoutin, di origine indiana, significa “Popolo dalle acque azzurre” e infatti i ghiacciai, che un tempo ricoprivano la zona, hanno lasciato tracce della loro esistenza in una miriade di laghi dai colori smeraldo e turchese.

Mentre cavalchiamo mi arrovella di continuo il pensiero di incontrare l’orso da un momento all’altro, e scrutando piccole caverne formate da massi e muschio mi chiedo: “Che sia già in letargo e nascosto in quell’anfratto?”.

Le tane più adatte al letargo sono le cavità naturali della roccia, le piccole caverne parzialmente scavate e adattate oppure, raramente, cavità situate alla base di ceppaie o di grossi tronchi.

All’interno delle tane spesso si trovano giacigli formati da cumuli di foglie, erba e ramoscelli secchi, licheni, muschi e tutto quello che in autunno si può racimolare all’intorno per rendere il suolo il più asciutto e morbido possibile. Le tane solitamente non vengono occupate per più di un anno; se la presenza antropica disturba in maniera eccessiva, l’orso esce alla ricerca di un ricovero più tranquillo.

Raggiunto il termine della grande vallata, si spalanca dinanzi a noi un altopiano coperto da una fitta boscaglia: sul tronco di un pino, un cartello con l’immagine stilizzata di un orso avvisa: “CAUTION” il che mi dà ulteriore conferma di quanto vicina possa essere questa presenza.

Lentamente ci addentriamo nel bosco, territorio di grizzly e orsi neri, e con un certo timore mi guardo cautamente intorno, mentre i cavalli avanzano tra i pini in una quiete assoluta… ho l’impressione di sentirmi spiata dallo sguardo dell’orso.

Lungo l’altopiano boscoso ecco che intravedo le sponde dello Spruce Lake (“Spruce” è l’abete rosso, spiega Cauleen), un magnifico lago incantato… un’atmosfera di grande armonia che penetra ogni angolo della mia immaginazione… rimango ferma un attimo, attonita ad ammirare il paesaggio che mi circonda.

Una piccola baita in legno dall’aspetto fiabesco si nasconde tra alcuni pini in riva al lago: Cabin, come la chiamano i canadesi, sarà il campo base dove pernotteremo tutta la settimana.

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Appena scesa da cavallo, Cauleen mi prega di scaricare il cibo avanzato dai saddle-bag, le sacche laterali appese alla sella, una precauzione indispensabile perché l’orso non si avvicini ai cavalli fiutando l’odore di cibo… sono semplici accorgimenti per evitare un contatto diretto con l’animale… Le finestre sono chiodate, ennesimo stratagemma per impedire incursioni notturne… Sembra che l’orso abbia la forza di 12 uomini.

D’altronde l’olfatto è il senso più sviluppato in un orso che, in condizioni di sopravento, è in grado di fiutare odori a una distanza di 12 km.

Senza contare che proprio davanti alle finestre prospicienti il lago sono stati conficcati nel terreno numerosi chiodi, le cui punte acuminate fungono da deterrente per scoraggiare gli orsi che più volte hanno tentato di sfondare la baita alla ricerca di cibo.

Nonostante la porta sia sbarrata da un asse di legno, ennesimo stratagemma per impedire l’ingresso a orsi affamati, con forza riusciamo a schiodare l’asse e a entrare.

Ormai il sole è tramontato e un’aria gelida accarezza le distese di pini che circondano Spruce Lake. Accendiamo la legna nella stufa, cuciniamo una zuppa calda e finalmente ci concediamo un meritato riposo. Nel sottotetto della baita ci addormentiamo rinchiuse nei sacchi a pelo, mentre la legna finisce di ardere…

Penso all’orso fuori nel bosco…

Allo Tayax Camp e ritorno a Spruce Lake
L’indomani al mio risveglio la legna già scoppietta nella stufa… Cauleen si è alzata per prima ad accendere il fuoco e mi avverte subito di aver notato impronte di orso in riva al lago… subito mi precipito sulla riva per scrutarne le tracce.

Le impronte sono inconfondibili dato che essendo un plantigrado, l’orso poggia completamente la pianta della zampa a terra. L’orma dell’orso è simile per forma a un piede umano, però più larga e con le dita tutte uguali. Sono sempre visibili i cuscinetti delle cinque dita, tutti sulla stessa linea e i robusti artigli. Come in tutti i plantigradi, il cuscinetto del tarso, il nostro calcagno, è sempre visibile nell’orma della zampa posteriore.

Probabilmente si tratta di un esemplare maschio ancora intento a cercare il ricovero invernale.

Le femmine saranno le prime a entrare in letargo, soprattutto quelle gravide

La gestazione dura dai 6 ai 9 mesi ed è differita. La blastocisti smette di dividersi e rimane libera nell’utero per un tempo abbastanza lungo (probabilmente regolato dal fotoperiodo) prima di iniziare il vero e proprio sviluppo embrionale. La gestazione effettiva dura solamente 8 settimane. Questo spiega le dimensioni ridotte dei cuccioli che quando nascono pesano intorno ai 300/400 grammi, circa 1/1500 rispetto al peso della madre. I cuccioli nascono generalmente tra metà gennaio e metà febbraio e sono ciechi.

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Per avere un po’ di energia le madri si nutrono della placenta e iniziano a produrre il latte, denso e viscoso, molto concentrato per evitare la dispersione delle risorse idriche, e contenente un’elevata quantità di grassi. Nonostante le dimensioni ridotte delle mammelle, i cuccioli riescono a succhiare i litri di latte necessari a una rapida crescita (2 litri circa al mese).

Nascendo di così piccole dimensioni, i cuccioli hanno comunque minori esigenze nutrizionali, proporzionate alla disponibilità della madre, che arriva a perdere il 30% del suo peso tra gravidanza, allattamento e letargo (in confronto al 20% delle femmine non gravide).

Tayax Camp è la destinazione della giornata, a circa 7-8 ore di cavallo… con la tazza di tè bollente in mano esco per godermi le prime sensazioni del mattino in riva allo Spruce Lake…

Le cime delle montagne sono già spruzzate di neve. L’aria è frizzante e pungente, nessun rumore attorno, solo un’immensa pace… sono consapevole di essere lontano dal mondo di tutti i giorni, ma mi sembra di aver custodito da sempre quelle sensazioni di libertà e armonia.

Selliamo i cavalli, “GET ON!“ è il comando per montare a cavallo e nel silenzio più totale ci addentriamo nel bosco. Sarà suggestione, ma ho ancora l’impressione che l’orso ci stia spiando, è comunque una sensazione che mi dà rinnovata energia…

E’ raro l’incontro con altri animali nella foresta. Di tanto in tanto scambiamo qualche parola, mentre a cadenza regolare lo scalpitio degli zoccoli dei cavalli sulla traccia di sentiero rompe il silenzio del bosco. Nella salita a Tayax camp prima costeggiamo e poi attraversiamo il torrente, seguendo la traccia che si snoda tra gli abeti offrendoci ad ogni passo panorami nuovi.

I graffi incisi dalle unghie di un grizzly sul tronco di un abete ci calano di nuovo nella realtà, ricordandoci la sua misteriosa presenza. Spesso gli orsi nei loro tragitti preferiscono seguire i sentieri piuttosto che vagare in mezzo al bosco… è quindi facile osservare le loro tracce lungo il percorso.

Non sono segni di marcatura del territorio ma vengono utilizzati dagli orsi come ausilio per il riconoscimento di altri esemplari. I graffi vengono lasciati ad altezze superiori a un metro, obliquamente rispetto all’asse del tronco. Non sono visibili tutte e cinque le impronte delle unghie, ma solo tre o quattro.

Avanziamo in un’ampia radura dove l’erba è ormai gialla e secca, e finalmente arriviamo a Tayax camp, tappa per i trekking dei mesi estivi… le tende sopraelevate sono ancora montate. Accanto sorge una piccola capanna che ha ospitato cacciatori di big horn, le capre selvatiche tipiche di queste montagne. Sostiamo in mezzo a un prato vicino al campo e ci godiamo il pranzo al sacco non prima di aver lasciato liberi i cavalli al pascolo.

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Approfittiamo quindi di una radura aperta priva di alberi per una breve galoppata, godendo appieno l’ebbrezza della velocità per poi riprendere l’andatura normale, al passo, in silenzio, come sempre… Il percorso di ritorno è il medesimo dell’andata, ma la luce ha toni più caldi, il sole si appresta a tramontare e i colori assumono sfumature più pacate; di tanto in tanto il terreno è costellato di piccoli stagni che riflettono immobili le montagne circostanti.

Siamo molto stanche, le ore a cavallo sono state numerose, ma con la stanchezza c’è anche tanta soddisfazione e gioia… pian piano ci avviciniamo alla baita e i cavalli accelerano improvvisamente l’andatura, intuendo l’approssimarsi della sosta. Non occorre più che Cauleen mi ricordi di scaricare gli avanzi di cibo dalle sacche laterali della sella; è diventato un gesto istintivo che mi fa intuire di essere entrata a pieno titolo nello spirito della spedizione: i miei compiti si svolgono ormai con naturalezza assoluta. Tolgo la sella dal cavallo, trasporto nella baita alcuni ceppi di legna, aiuto a preparare la cena. Due righe sul mio taccuino in pelle per non dimenticare neanche un particolare della giornata e subito mi addormento con gli ultimi scoppiettii della legna che arde, mentre lo sconfinato cielo stellato dell’ovest canadese fa da cornice alla notte e al riposo.

Da Spruce Lake al Rundy Pass

Un saluto a Spruce Lake dal piccolo molo davanti alla capanna diventa una sorta di rituale quotidiano: un profondo respiro, stregata dal fascino del lago al mattino, sfiorato dai raggi del sole che ancora non hanno raggiunto il campo e poi via di nuovo in sella.

Improvvisamente la quiete del bosco è interrotta dal curioso ticchettio del wood-pecker, il picchio che battendo ritmicamente il becco sul tronco dell’albero dà luogo a un bizzarro martellio che riecheggia tra i pini.

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Salendo di quota lo scenario appare sempre più ovattato dalla neve in una strana atmosfera in cui ogni piccolo ramoscello sembra essere pietrificato. Ci avviciniamo alla cima della montagna, rapite da un ambiente saturo di gelo e magia. Le tracce del passaggio di un grizzly, visibili nella neve, ci svelano i suoi movimenti in direzione del bosco. Probabilmente la prima caduta della neve lo ha spinto a cercare luoghi riparati, ma pur con qualche timore non perdo la speranza di incontrarlo. Un’aquila, vigile custode di queste montagne, sembra sorvegliarci dall’alto volteggiando con eleganza.

Intanto il cielo si è fatto denso di nubi sempre più scure che fanno presagire l’avvicinarsi della bufera.

Una breve sosta per colazione e ci avviamo sulla via del ritorno. Nonostante l’attività fisica moderatamente impegnativa, l’appetito rimane una costante… Confrontandomi con l’orso che incamera 7-10.000 calorie al giorno con un apporto minimo di 4-5000 calorie nelle due settimane successive all’ibernazione, non posso che sentirmi a mio agio, accettando pezzi di pancetta affumicata che Cauleen mi propina di continuo per combattere l’intensità del freddo.

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La tempesta è sempre più vicina e poco prima di rientrare nel bosco inizia a nevicare… il verde degli alberi lascia spazio a un candido mantello bianco, che fa scomparire gli aghi dei pini e degli abeti. L’ambiente assume una veste natalizia e il lento cadere di innumerevoli fiocchi di neve sempre più fitti attutisce ogni benché minimo rumore. La bufera sopraggiunge con violenza, ma gli alberi della foresta ci proteggono e in poco tempo i cavalli tracciano una nuova pista sul sentiero ormai completamente imbiancato. E’ la prima forte nevicata della stagione, un annuncio dell’inverno imminente e ci sentiamo fortunate di partecipare al solenne esordio del misterioso mondo invernale. Lungo l’intero percorso è necessario cavalcare tenendo i piedi all’esterno delle staffe data l’abbondante quantità di neve che va accumulandosi sul sentiero e il rischio di scivolare e cadere. Costeggiando la riva sinistra del lago ci imbattiamo in una piccola baita di legno che arricchisce la bellezza del paesaggio… ogni tanto occorre scuotere dalla mantella il pesante strato di neve che si carica man mano. Mentre osservo le tracce lasciate da pochi animali non ancora in letargo, mi chiedo dove si sia nascosto l’orso di cui avevo scoperto la pista il giorno precedente, forse si è allontanato verso il basso alla ricerca di una comoda tana invernale per il letargo.

Sotto la fitta nevicata raggiungiamo finalmente, stanche e infreddolite, la baita per asciugare i nostri abiti e riscaldarci al tepore della stufa.

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La stufa è ora il nostro punto di riferimento e le vecchie pentole appese si alternano con le nostre giacche fradice. Il freddo acuto ci costringe a consumare una gran quantità di legna per cui più volte devo attingere dalla legnaia ceppi di legno da tagliare con l’accetta, orgogliosa comunque del mio improvvisato ruolo di boscaiola.

Il giorno successivo, calata la tormenta, occorre condurre i cavalli nel tardo pomeriggio in un alto pascolo perché possano foraggiarsi con un’erba di qualità migliore sia pur frugando col muso nella neve. Nei giorni precedenti questo era compito esclusivo di Cauleen che faceva il percorso cavalcando a pelo, senza sella per poi lasciare i cavalli nel pascolo e tornare a piedi col buio attraverso la foresta. Non ho mai osato chiedere a Cauleen di condividere quel momento che lei riteneva il migliore della giornata. Se me lo avesse proposto, avrei acconsentito, altrimenti avrei capito che sarebbe stato giusto così… Fortunatamente Cauleen quel pomeriggio mi invita a cavalcare a pelo assieme a lei. Le sono grata della prova di fiducia ed emozionata di sperimentare questa cavalcata veloce, non esito un attimo ad accettare.

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Tolte le selle, le redini, le staffe… due regole al volo per evitare di cadere e tenere la posizione corretta… ecco che sono in sella e via di volata verso l’alto pascolo. E’ una sensazione primordiale quella di cavalcare a pelo perché consente di percepire ogni movimento del cavallo, in perfetta aderenza col corpo dell’animale, e di nuovo sotto la bufera di neve… una specie di ritorno alle origini, un viaggio a ritroso nel tempo, l’antica e più autentica usanza di andare a cavallo come una volta gli indiani, un crescendo di sensazioni forti mentre sfioro in velocità i tronchi degli abeti… ora capisco perché Cauleen considerava quello il momento più bello e più vero della giornata! Arrivati al pascolo, lasciamo liberi i cavalli nei prati, mentre la neve continua a coprire il loro manto; solo il suono della campana al collo ci permetterà di ritrovarli più facilmente il mattino seguente, anche se difficilmente capita che si allontanino dal luogo in cui vengono lasciati.

Rimaniamo a osservarli per qualche tempo mentre tranquillamento brucano tra la neve per cercare l’erba più gustosa: il tempo sembra essersi fermato, quasi a blindare per sempre un momento particolare.

Ci mettiamo in cammino per tornare alla baita sprofondando nella neve, in silenzio, felici… mi sono abituata all’idea di incontrare l’orso e devo riconoscere che gran parte della paura è svanita, non solo, ma sempre più acuto è diventato il desiderio dell’incontro con questo animale venerato dagli indiani del luogo… La neve sembra portarci in un’altra dimensione, il lago con la baita di legno assume un aspetto sempre più affascinante… mi sento a casa, da giorni ho una sensazione di totale benessere; la realtà di questa esperienza, fatta di aspetti estremamente semplici, mi dà una grande serenità.

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Rientrata alla baita mi accingo a preparare lo zaino da caricare sui cavalli per il ritorno al ranch. Lascio la firma e un pensiero scritto sul libro di casa, proprio come si usa fare nei rifugi alpini, quasi per immortalare la presenza sul posto. Aiuto negli ultimi preparativi e a inchiodare l’asse di legno sulla porta per impedire all’orso di entrare a caccia di cibo. Selliamo i cavalli e nel pomeriggio iniziamo la via del ritorno: la temperatura si è alzata e la neve lascia il posto a una fitta pioggia che abbevera il bosco. La strada in discesa è lunga, ma il ticchettio della pioggia ci tiene compagnia. E’ tardi e pian piano cala il buio sulla foresta: mi ritrovo così a cavalcare tra scure sagome di abeti proprio quando pensavo di aver vissuto già tante emozioni. Fortunatamente il cavallo che mi precede ha il manto bianco, così riesco a intravvederlo nell’oscurità, prestando attenzione a non graffiarmi con i rami che mi sfiorano il viso. Il silenzio tra noi è ancora più profondo. Un attimo di paura nel percorrere un tratto ripido e scosceso lungo il torrente: Cauleen mi avvisa di lasciare una distanza di circa quindici metri dal suo cavallo per evitare che il passaggio di due animali troppo vicini provochi una frana del terreno, ma senza paura superiamo sani e salvi il tratto pericoloso.

Ormai è buio fitto e per fortuna la vista dei cavalli è migliore della nostra. Per qualche istante provo a chiudere gli occhi per sentirmi avvolta dalla magia di quel luogo, priva del corpo, liberi i pensieri, uno spirito della foresta. Il profumo nell’aria di legna bruciata ci annuncia la vicinanza delle case, finché iniziamo a scorgere le prime luci, come per incanto in mezzo agli abeti; sono le finestre illuminate del ranch. I proprietari ci vengono incontro, in ansia per il buio e la pioggia che abbiamo affrontato e soprattutto preoccupati nei miei confronti, ma li tranquillizzo subito con una gran risata, cui si uniscono le mie compagne, come me ubriache di stanchezza.

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L’indomani dopo colazione mi aspetta un’ultima galoppata nel bosco e mi preparo a tornare a Vancouver. Cauleen mi aspetta vicino al pulmino per regalarmi una banda intrecciata con crini di cavallo, da avvolgere sul cappello. Salgo sul pulmino e ripercorro la strada sterrata che mi aveva portato al ranch… mi guardo ancora intorno… Mai distrarsi nei territori dell’orso… pochi chilometri di strada che si snoda parallela a un torrente impetuoso, ed improvvisamente eccolo!!! Proprio lungo la riva! Cercato per giorni nelle sperdute foreste della British Columbia, arrivo a incontrarlo a due passi dal ranch, vicino alla strada sterrata… Non mi sembra vero… Stava attraversando il torrente per eclissarsi di nuovo nel bosco, avanzando con quella tipica andatura goffa e dondolante che lo caratterizza, è il cosiddetto ambio, come si definisce il suo incedere dovuto al movimento contemporaneo della parte anteriore e posteriore destra del corpo seguito dalla parte sinistra.

Forse si tratta di un esemplare maschio che ancora non ha trovato il luogo più adatto per il letargo invernale. Probabilmente la nevicata dei giorni precedenti lo ha spinto a un’altitudine inferiore… oppure è lo stesso esemplare di cui avevamo osservato le impronte sulla riva dello Spruce Lake.

Forse è semplicemente venuto per un saluto dopo averci spiato a lungo… chi può saperlo… so solo che il richiamo dell’orso dopo l’esplorazione delle foreste del Canada ha continuato ad appassionarmi, spingendomi a scoprire altre, uniche destinazioni, alla ricerca di nuovi incontri con orsi e grizzly in luoghi solitari e, tanto per proseguire, una prossima volta nelle terre dell’Alaska.

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Tutti i colori del vento

Sapevo dell’uscita di Tutti i colori del vento, come pure sapevo che l’autore non avrebbe potuto sfogliarlo appena stampato: l’amico Giorgio Bertone è infatti mancato ai primi di gennaio di quest’anno 2016.

Quando ne ho ricevuto una copia dalla moglie Anna, l’ho presa in mano un po’ incerta, come mi succede ogni volta che esamino un libro che so postumo.

Perché leggere gli ultimi pensieri di qualcuno che stimi è un’emozione impagabile, l’unica in grado di alleviare un poco il dolore per la perdita.

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Questa volta Bertone racconta di un suo viaggio in barca da Port Stanley nelle Isole Falklands alla South Georgia, con lo scopo di ripercorrere il mitico Traverse di Ernest Henry Shackleton e compagni, dalla baia di Re Haakon (costa meridionale) alla stazione baleniera di Stromness (costa settentrionale).

Lo Schakleton’s Traverse è oggi meta di trekking che richiedono una grande preparazione, capacità e soprattutto rassegnazione in caso di molto probabile fallimento.

La traversata è stata ben documentata nel film del 2001 di George Butler Shackleton’s Antarctic Adventure, con protagonisti del calibro di Reinhold Messner, Stephen Venables e Conrad Anker: un follow-up di The Endurance: Shackleton’s Legendary Antarctic Expedition (2000), dello stesso regista.

L’avventura di Shackleton (da wikipedia)
Dopo il raggiungimento del Polo Sud da parte di Roald Amundsen e un mese dopo da parte di Robert Falcon Scott, l’unica conquista di prestigio che rimaneva era la traversata del continente antartico.

Conrad Anker, Reinhold Messner e Stephen Venables nel 2000, durante la lavorazione del film Shackleton’s Antarctic Adventure
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La spedizione Imperial Trans-Antarctic Expedition era partita da Londra il 1º agosto 1914, tre giorni prima che l’Inghilterra dichiarasse guerra alla Germania, con a bordo Shackleton e altri 27 uomini. La nave Endurance rimase ancorata a Grytviken (Georgia del Sud) per circa un mese e salpò diretta verso il mare di Weddell il 5 dicembre del 1914; il 10 gennaio 1915 la nave lo raggiunse, ma il 19 dello stesso mese rimase incastrata nel pack.

La nave, imprigionata nei ghiacci, andò alla deriva da 77° S a 61° S; il 21 novembre fu completamente distrutta dalla pressione del ghiaccio. Shackleton fece trasferire l’equipaggio sulla banchisa in un accampamento d’emergenza chiamato Ocean Camp, dove rimase fino al 29 dicembre quando tutti si trasferirono, trasportando al traino tre scialuppe di salvataggio, su di un lastrone di banchisa in quello che chiamarono Patience Camp.

Shakleton’s Traverse, l’itinerario seguito da Shakleton, Crean e Worsley per raggiungere un centro abitato e la salvezza
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Fino all’8 aprile 1916 rimasero sulla banchisa e quando questa iniziò a sciogliersi tentarono di raggiungere, a bordo delle scialuppe, l’isola Elephant. Dopo una navigazione molto difficile, raggiunsero la costa dell’isola il 15 aprile del 1916 (498º giorno della spedizione). Le probabilità di ritrovamento e soccorso erano nulle, quindi Shackleton decise di raggiungere, utilizzando la scialuppa in condizioni migliori (la James Caird), la Geogia del Sud (distante 870 miglia marine, circa 1.600 km) assieme a cinque uomini per cercare aiuto. Salparono il 24 aprile 1916 e riuscirono ad attraccare nella parte meridionale dell’isola (baia di Re Haakon) dopo 15 giorni di navigazione in condizioni meteorologiche abominevoli.

Sir Ernest Henry Shakleton
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Shackleton, assieme a Tom Crean e al fotografo Frank Worsley, riuscì in 36 ore ad attraversare 30 miglia di montagne e ghiacciai inesplorati della Georgia del Sud (fu il primo attraversamento dell’isola) per raggiungere la stazione baleniera di Stromness situata sulla costa settentrionale, dove giunsero il 20 maggio. Da lì Shackleton organizzò il soccorso dapprima dei tre uomini rimasti alla baia di Re Haakon, poi degli uomini rimasti sull’isola di Elephant che furono tratti in salvo, al quarto tentativo, il 30 agosto del 1916 col rimorchiatore cileno Yelcho.

L’impresa di Shackleton, che nonostante le incredibili traversie non perse nemmeno un uomo, fu per lungo tempo oscurata dall’attenzione dedicata alla quasi contemporanea sfortunata spedizione di Scott. Solo in epoca molto più recente le difficoltà incontrate nel 1964 dalla Combined Services Expedition che aveva l’obiettivo di esplorare la Georgia del Sud e la richiesta di evacuazione d’emergenza da parte di alcuni uomini dello Special Air Service britannico coinvolti nell’operazione Paraquet e rimasti bloccati dalle avverse condizioni meteo sul ghiacciaio Fortuna nel 1982 (evacuazione che costò ai britannici la perdita di due elicotteri Westland Wessex), fecero comprendere la reale portata della traversata effettuata da Shackleton.

Chi volesse approfondire la vicenda Shackleton può consultare l’apposito capitolo di wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/Spedizione_Endurance, nel quale è presente anche la corposa bibliografia.

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Tutti i colori del vento
Un primo esempio di come le difficoltà ambientali di quelle lontane regioni possano condizionare qualunque volontà di successo piuttosto che attentissima programmazione, Bertone ce lo fornisce nelle prime pagine del libro quando racconta, durante la lunga traversata sulla barca Australis, l’impossibilità di transitare vicino, dato il tempo, alle famose Shag Rocks, curiosissimi scogli messi in fila nell’immenso oceano che emergono nel nulla dell’orizzonte: “Non li vediamo. La nostra rotta passa qualche decina di miglia più a sud di questi isolotti fantasma, un immenso dinosauro, della specie degli spinosauri con il dorso a cresta. Fare un bordo in più allungando la navigazione fino a quella scogliera, sarebbe pericoloso e inutile. Fuori la bufera ci avvolge come in un bozzolo. Visibilità ridottissima. Perciò siamo incollati alle foto su internet…”.

Lo stile di Bertone conduce il lettore nel meraviglioso mondo della fantasia, quasi lo costringe a fantasticare. Il suo scopo è quello di pennellare impressioni, come se il narratore esprimesse le sue sensazioni proprio nel momento in cui apprende informazioni nuove su ciò che lo circonda, talvolta con note di humor britannico-genovese sicuramente dovuto alla terra natia dell’autore ma anche alla compagnia di viaggio, una maggioranza inglese su lontane terre comunque suddite della Regina.

Un esempio tra tanti di questo humor? Allorché Bertone racconta la “riconquista” di Grytviken, il capoluogo della South Georgia, da parte delle truppe inglesi a spese degli occupanti argentini nella guerra lampo del 1982, scrive: “I marines erano poi sbarcati senza colpo ferire nella Baia. Del tutto superfluo l’assalto notturno delle forze speciali cui prudevano sempre le mani, che in prossimità della spiaggia, scorgendo delle ombre agitarsi, spararono a raffica. Non udirono, stranamente, il rumore dei proiettili rimbalzanti sulle rocce. Le esplosioni erano state infatti assorbite dal grasso adiposo degli elefanti marini maschi che stazionano a King Edward Point da secoli, sempre in rissa tra loro, e che ora sanguinavano per una causa a loro del tutto sconosciuta…”.

Le Shag Rocks
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Uno dei capitoli più belli del libro racconta di come Shackleton e il suo documentarista Worsley salvarono le immagini della spedizione, ma anche di come Scott, ormai certo di morire, fino all’ultimo scrive sul suo diario.

L’autore snobba dichiaratamente l’immagine e privilegia il testo. Che, a sua volta, è sempre essenziale, sia quando racconta fatti precedenti alla sua esperienza (la guerra delle Falklands piuttosto che l’avventura di Shakleton) sia quando tratteggia piccoli e grandi eventi del suo viaggio, oppure quando semina un aggettivo o un avverbio per dipingere il carattere di un compagno o del Capo.

Questo modo di scrivere è voluto, accurato: teso allo scopo di incuriosirci e farci lavorare di fantasia. Lo definirei understatement (attenuazione), ancora una volta britannico-genovese.

Un momento dello Shackleton Traverse. Foto: Giorgio Bertone
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Citando ancora l’autore: “Tuttavia le storie, gli aneddoti, le leggende, i filmati, le foto, i dati scientifici crescono nella narrazione degli uomini in proporzione al sentimento ansioso di ritrovare in un Continente intero la riserva reale e immaginaria dell’umanità. Dagli inizi del Novecento gli esploratori di prima, seconda e terza generazione hanno inventato, ognuno, itinerari, sfide, prove differenti con differenti regole, come cavalieri antichi che disdegnano norme precise universali, ma inventano regole proprie ed eleggono l’umanità a sponsor”.

Oggi è infatti assai difficile, se non si è originali, scrivere di un viaggio breve: per di più in un ambiente che trasuda avventura epica (Shackleton, Scott, ecc.) e comunque in un’epoca e in una cultura che risente della fondamentale lezione di Bruce Chatwin. Chi non ha letto In Patagonia o Che ci faccio qui? lo faccia in fretta… Direi che Bertone c’è riuscito, grazie alla sua essenzialità che ha fatto da passaporto.

Sentite cosa dice in proposito, evidentemente scrivendo di se stesso: “Né studioso di miti, né storico, il pellegrino senza nome conosce l’umiltà. Disfa la tela e la ritesse con diversa figura e composizione e inserimento di un filo esile che lo riguarda”.

Un momento dello Shackleton Traverse. Foto: Stephen Venables
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Bertone, nel suo viaggio, con la sua personalità e con il suo carisma, ha tenuto testa alla maggioranza britannica che lo circondava. Tra le altre scorribande culturali, leggete cosa scrive a proposito del Regno Unito e degli “odiati” argentini: “(La South Georgia è) una riserva naturale della biosfera che gli inglesi mantengono come il più selvaggio e ghiacciato dei giardini. Si sono permessi laggiù delle Riserve nazionali. Le Falklands sono invece una sorta di Riserva nazionalistica. Quando l’Inghilterra diventerà una Banca finanziaria unica in un unico grattacielo esteso per tutto il suo territorio, con i nuovi coolies multietnici nei sotterranei, ogni tanto qualcuno dei suoi abitanti britannici verrà a fare una visitina laggiù per riassaporare la fisionomia degli oggetti, delle vetture, dei relitti di nave, del colore del vento vero, delle old fashioned battles e dei volti dell’antico paese. E porgere sottovoce un saluto grato agli argentini, i migliori alleati di sempre…”.

E, poche righe sotto: “Quando chiacchiero di queste cose con gli inglesi, mi rispondono “What a curious theory”, che non sai mai se approvano, se rifiutano oppure sono in imbarazzo di fronte all’immagine paradossale dell’Argentina fedele alleato…”.

Giorgio Bertone
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I custodi del tempio

I custodi del tempio

All’inizio del terzo millennio siamo ben lontani da una gestione razionale delle vacanze. Le Alpi si affacciano su paesi che in modo vario hanno affrontato, ma mai risolto, il problema dell’af­follamento. È da parecchi anni che week end e ferie concentrano grandi numeri di persone nelle valli alpine, e non soltanto d’e­state come è per il mare, ma ancor di più in inverno.

Cascata del Rutor
Cascata della Dora del Rutor

Lo sviluppo sociale non ha favorito dappertutto lo scaglionamento e, dove è progredito, questo non è sufficiente ad alleggerire la pressione sulle monta­gne; per sgravarle almeno parzialmente dall’impatto e in attesa di scaglio­namenti dei tempi di ferie coordinati a livello europeo, occorrerebbe diversificare le mete. Invece alcune famose località da sempre esercitano attrazione sui grandi numeri del turismo: quelle mete non sono scelte per curiosità personale o per cono­scenza diretta del territorio, ma in ossequio a monda­nità, fama o quantità di divertimenti offerti.

Pur con la miglior buona volontà, la concentrazione di umani in un luogo natu­rale tende a deturparlo ineluttabilmente. Con ancora maggior puntiglio quindi le stesse norme che regolano la nostra vita civile devono essere osservate in montagna e nei luoghi naturali.

Un ruolo essenziale lo assumono qui le strutture preposte all’in­vasione, più o meno pacifica, della montagna. La buona volontà del singolo a volte si scontra con la grande offerta turistica, per la volontà di colonizzare che ha caratterizza­to il periodo tra il dopoguerra e gli anni ’70 e per la necessità di proporre sconti quantità quando la località registra un calo di presenze. Il singolo in ge­nere s’adegua volentieri: se ha a disposizione il bel rifugio, quasi albergo, con tanti servizi e centinaia di po­sti letto, lo usa senza farsi domande. Se un rifugio del genere non c’è, ne fa a meno.

Se non lo fanno le amministrazioni, ciascuno di noi deve caricar­si del problema. Si può contribuire a non sovraccaricare i rifugi rinunciando alla propria presen­za, non confondendoli con risto­ranti per ghiottoni, evitando i pernottamenti inu­tili, risparmiando. L’aggiun­gere sempre più scelta e quindi sempre più esigenze comporta mag­gior quantità di rifiuti e dispendio d’energia per smaltirli; ed è inevitabile che ciò che prima rimaneva sul posto ad inquinare oggi abbia uno smaltimento totale a costi che non tutti giudicano ragionevoli. Un piccolo esempio era il lavag­gio quotidiano delle lenzuola che richiedeva grande consumo di e­nergia e con il detersivo provocava inquinamento alle acque circo­stanti. Era molto comodo non dover portare con noi il lenzuoli­no, ma tali sono le conse­guenze dell’agio.

Il nostro benestare a “lussi” e affollamento favorisce ulteriori progetti di ampliamento dei rifugi, degli alberghi in quota, dell’indotto e degli impianti mec­canici in generale, se non di ricostruzione su scala più vasta, con docce calde e altri agi su­perflui.

Così i rifugi diventano le cittadelle di un consumismo in alta quota ben distante dallo spirito con cui la montagna e la natura dovrebbero esser conosciute e apprezzate.

Ghiacciaio del Rutor. In primo piano, da sinistra, Lago Verde, Lago Superiore e Lago del Rutor; alla sommità della distesa glaciale, da sinistra, Monte Doravidi, Chateau Blanc, Testa del Rutor, Punta Loydon e Grand Assaly
Ghiacciaio del Rutor, in primo piano, da sinistra, Lago Verde, Lago Superiore e Lago del Rutor, alla sommità della distesa glaciale, da sinistra, Monte Doravidi, Chateau Blanc, Testa del Rutor, Punta Loydon e Grand Assaly

I più giovani, i più squattrinati e i fanatici della vacanza spartana adottano la tenda. E’ la soluzione perfetta con piccoli numeri ben distribuiti in numerose località, perché invece i grandi numeri provocano grossi danni. Dormire sistema­ticamente in tenda o all’addiaccio alla lunga la­scia tracce evi­denti. I posti scelti tendono ad essere tradizionalmente gli stessi, dove c’è l’acqua, al riparo dai venti, su terreno erboso: e l’esperienza di­ce che dopo non molto questi si degradano, per­dono la loro dignità di luoghi ospitali. È lo stesso perfido meccanismo che contamina i rifugi.

Non è forse meglio affrontare lunghi trekking scartando a priori i pernottamenti in quota e approfittando dell’ospitalità di fondo valle? Ostelli, vecchie baite, pic­cole pensioni, ex-conventi sono spesso convenzionati con itinerari precisi e offrono un tratta­mento migliore dei rifugi e a tariffe più economiche. Ogni zona ha le sue usanze, ma “gasthof”, “zimmer”, “ferme”, “gîte d’étape”, aziende di agriturismo offrono una vastissima alterna­tiva a “rifugio”, “cabanne” e “hütte”. Lasciamo i rifugi e gli albergoni a chi non ha mai tempo per un po’ di fantasia, a chi è incapace di avere contatti con la gente del luogo, a chi crede che le tessere servano solo per avere sconti: a chi, insomma, ve­de le associa­zioni alpinistiche o ambientali solo come società di servizi.

Rifugio Deffeyes nei pressi della Testa del Rutor, Valle d’Aosta
Rifugio Deffeyes nei pressi della Testa del Rutor, Valle d'Aosta

Un tempo nei rifugi si stava meglio di oggi. Le associazioni pro­prietarie dispo­nevano di molti più volontari per la manutenzione e la pulizia delle capanne in­custodite. I custodi erano una casta a parte, di solito guide alpine, e la condu­zione del tempio era familiare. Oggi questi fenomeni tendono a scomparire: la condu­zione, anche se familiare, assomiglia sempre più a quella di un albergo.

Ci sono stati (ma ci sono ancora adesso) custodi che hanno sapu­to, con il loro calore e con tanto senso dell’ospitalità, guada­gnarsi la simpatia e la stima di tanti appassionati che, alla soddisfazione di fare una gita in montagna, aggiun­gevano il pia­cere di andare a salutare degli amici.

Ma è giunto il momento di giustificare il titolo del mio articolo, “I custodi del tempio”. Popi ed io non eravamo mai stati al rifugio Deffeyes, però ne avevamo sentito tanto parlare. Per un po’ di anni infatti la gestio­ne era stata affidata alla guida alpina Ivan Negro, che aveva saputo in breve tempo fare del Deffeyes una meta ambita da molti. Eppure due ore e mezza di marcia non sono poche e scoraggiavano tanti. Il rifu­gio era tenuto come un gioiello, i rifiuti smaltiti correttamen­te, i prezzi modici. L’equipe che lavorava in cucina era fatta di amici ben coordinati, Ivan aveva anche attrezzato una graziosa palestra di roccia nei pressi del lago, il piccolo Tommaso gioca­va col cane. Tutto filava per il meglio e l’investimento di tante fatiche cominciava a rendere. Prima il Deffeyes era un rifugio quasi sconosciuto.

Ma nel 1994 l’associazione proprietaria non ha rinnovato il contratto, prefe­rendo una gestione in proprio. Una decisione che ha lasciato perplessi molti, ma alla quale non c’era rimedio.

Così, quando arrivammo al rifugio, eravamo un po’ tristi, era come se ci avessero por­tato via una fetta di Rutor, la montagna che con i suoi laghi e ghiacciai fa l’in­canto di questo luogo pacifico. I nostri saranno stati pregiudizi, ma sapevamo che lì non sarebbe stato mai più come prima. I custodi del tempio sono stati allontanati, realismo miope e piccole convenienze hanno ancora una volta avuto ragione dei sentimenti. Ma il sole era così tiepido… i ghiacciai scintillavano, i colori dell’erba e dei laghi erano vivi. Lì attor­no era così meraviglioso che la tristezza a poco a poco svanì: come se i custodi del tempio ci avessero fatto l’ultimo regalo an­dandosene discreti, suggerendoci di dare fiducia al futuro e di non avere inutili nostalgie.

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Langtang (Nepal), 25 aprile 2015

Il mondo lo ha quasi dimenticato, come tante altre catastrofi naturali che colpiscono paesi poveri e lontani da noi: il terribile terremoto del Nepal. Il 25 aprile 2015 un sisma di grado 7.8 della scala Richter ha devastato il paese himalayano, causando oltre 8.000 morti e gravi distruzioni di abitazioni e infrastrutture. Una spedizione di torrentisti italiani, appartenenti al Corpo Nazionale del Soccorso Alpino e Speleologico, si trovava a Langtang, villaggio a 3430 metri di quota nel nord del paese. Qua il terremoto ha provocato un’immane valanga che ha raso al suolo l’intero abitato. Al cataclisma sono sopravvissute una ventina delle circa 400 persone (fra locali e stranieri) presenti sul posto.
Dei nostri quattro connazionali sono sopravvissuti Giuseppe Antonini e Nanni Pizzorni, socio della sottosezione di Sori; purtroppo deceduti Gigliola Mancinelli e Oskar Piazza.
La Redazione della Rivista della Sezione Ligure del CAI

Il Langtang Lirung 7227 m
LangtangLirung7227m

Langtang (Nepal), 25 aprile 2015
di Giuseppe Antonini
(pubblicato sulla Rivista della Sezione Ligure del CAI, 1-2016, per gentile concessione)

Madre e Figlia
Siamo in treno e Gigliola incrocia le dita mentre finisce le ultime telefonate, per una conferma che tutto funzionerà come ha disposto con i suoi incastri prodigiosi. Poi spegne il telefono. Ora è, finalmente, in spedizione. Nanni ci attende in stazione, a Milano, ed è sereno alla vigilia di questa impresa, da condividere con pochi amici. Lo scorso anno non eravamo riusciti a convincerlo, ma stavolta siamo stati molto più persuasivi. Infine, voliamo a Kathmandu. Oskar è lì da qualche giorno e ci accoglie con la sua bella divisa nera da alpinista, impeccabile come sempre. A vederlo sembra un alto ufficiale e, in effetti, gli spettano i gradi più alti, guadagnati in ‘prima linea’.

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Il mattino seguente alle 7 siamo già nel bus verso Syabrubesi. Ci aspettano 8 ore a dondolo fra le curve e poi due giorni di marcia tra il rosso e il rosa dei grandi rododendri fioriti. A Langtang ci accoglie Pasan Dindu, cuoco, guida locale e amico, proprietario del lodge nel quale vivremo per i prossimi giorni.

Il nostro obiettivo è la prima discesa di una splendida forra, il cui nome è “Figlia”. E questa ha anche una “Madre”, un solco vertiginoso nella grande parete che sembra precipitare su Langtang. L’avevamo esplorata nella spedizione di maggio 2014. Ma, dopo di questa, non era rimasto tempo per carezzare anche la Figlia. E così tornammo a novembre, invano: era percorsa da cascate che non davano margini di sopravvivenza. Sapevamo che saremmo dovuti tornare solo per lei. Nel momento in cui rinunciammo a scenderla, scegliemmo inconsapevolmente la strada che ci stava portando diretti all’appuntamento con il destino.

Foto: Guy Zakh
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Nei giorni successivi al nostro arrivo saliamo a installare le corde fisse per consentire un accesso più sicuro e il trasporto dell’equipaggiamento all’attacco della forra. Giglio e Nanni si ‘acclimatano’ ulteriormente salendo al monastero di Kyangjin Gompa, alla testata della valle. Un giorno io e Oskar scendiamo lo spigolo che delimita il lato sinistro della Figlia, mettendo gli occhi in quel profondo baratro, per capire quali difficoltà incontreremo durante la discesa. Scendiamo in forra in un paio di punti a installare corde fisse per una fuga in caso di problemi insormontabili. Bisogna ricordare che, una volta dentro, non c’è altra via d’uscita che la fine del canyon. Queste precauzioni sono necessarie: saremo tutti e quattro in forra e, in caso di necessità, nessuno verrà a tirarci fuori da quelle cascate, incassate nel solco della profonda gola.

Venditrice di rape, Langtang Valley. Foto: K3PhotoAgency
Venditrice di rape, Langtang Valley, Nepal

Passiamo le serate nel lodge, ci si raccoglie attorno a una piccola stufa che brucia legna e stereo secco di yak. Non sembra, ma la cucina tibetana di Pasan e della moglie riescono anche ad alleggerire i pensieri, orientati da qualche giorno alla discesa di quelle cascate. Dopo cena, sempre attorno al fuoco, si apre il libro dei racconti. Storie divertenti, drammatiche… tragiche. I racconti durano fin quando nella stufa c’è legna, merce rara qui, razionata. Il dopo sono letture, ognuno le sue, o un film da vedere insieme, con Giglio.

Per il 24 aprile è deciso che riposeremo. Ce lo dobbiamo imporre, in vista della lunga giornata di domani. Il tempo dovremo dedicarlo alla lettura, a bere tè e mangiare. La sera ci raccogliamo di nuovo attorno alla stufa a confermare i piani per l’indomani, a ‘sentirci’, a rilassarci e a pensare a quando saremo di nuovo qui, consapevoli di aver fatto una grande discesa.

La nube grigia
25 aprile: stamane non c’è il solito raggio di sole a illuminare la porta, il segnale che partiremo. C’è nebbia sopra i 3600 metri. E così continuo a gustarmi il tepore della piuma ancora per un’ora. Verso le 6 busso da Oskar e, come immaginavo, rinunciamo all’idea di andare: con quella nebbia patiremmo troppo il freddo. Poi vado a dare il buon giorno a Giglio. Quando si sveglia intuisce che oggi non si farà nulla. Le domando se ha dormito bene. Indugia un po’ a rispondermi… poi, con sguardo adombrato, dice “Ho sognato Mamma” (sua madre era scomparsa lo scorso anno). “Cosa ti ha detto?” e Lei: “Cose brutte, ma ora non voglio parlarne…”.

Tessitrice, Langtang. Foto: K3PhotoAgency
Tessitrice, Langtang Valley, Nepal

Anziano a Langtang. Foto: K3PhotoAgency
Anziano della Langtang Valley, Nepal

Una casa di Langtang (1975). Foto: K3PhotoAgency
Tipica finestra lavorata in legno della Langtang Valley, Nepal

Gigliola Giglio Mancinelli
Langtang-Gigliola-Mancinelli

 

E così, scendiamo di sotto a fare colazione, la stufa è già accesa e la figlia di Pasan continua a mettere legna. Verso le 10.30 esco dal lodge con il satellitare in mano; devo comunicare a Paola, in Italia, il cambio di programma, informandola che tutto è rinviato al giorno dopo. Ci diamo appuntamento telefonico per il 26 sera o, al più tardi, il 27 mattina. Poi chiudo e salgo in stanza con Giglio e cerco un film sul computer. Proprio sui titoli iniziali del film, accade qualcosa. La terra inizia a tremare in un crescendo che atterrisce. Anche Giglio si alza dal letto e stiamo vicini. Sono abituato al terremoto, vivendo in un’area sismica dove già dall’infanzia si impara a convivere con questo mostro orrendo. Negli istanti che seguono cresce d’intensità e la struttura della casa ondeggia, sembra quasi che si stia per disarticolare… passano i secondi e mi rendo conto che, se continua così, a breve crollerà tutto. Pensando al peggio, osservo il tetto sopra di noi, è molto leggero e, forse, nel crollo potremmo anche sopravvivere… altri secondi interminabili, poi l’intensità diminuisce, lasciando la speranza che forse finirà qui. Ma non è così… aumenta in modo esponenziale e stavolta, ne sono certo, sprofonderemo tra le macerie; infatti pochi istanti più tardi crollano i muri esterni, lasciandoci praticamente all’aperto. Inspiegabilmente il tetto e il solaio reggono ancora. Le implorazioni fanno sì che la terra finisca di tremare. In quel momento grido agli altri di sotto chiedendo se sono salvi. Mi risponde Nanni, rassicurandomi che sono tutti vivi, ma di fare attenzione perché la tenuta del lodge è appesa a un filo. In un istante mi allontano da Giglio per controllare se la scala per scendere esiste ancora… e quella c’è. Ma avverto un rumore sordo e cupo che ne nasconde un altro, più sinistro ancora. So già che cos’è, perché il rumore non lascia dubbi. Dalla parete vedo precipitare la massa solida di una ciclopica valanga. Spero che la distanza, circa 1 km, sia sufficiente a impedire al mostro di raggiungerci e infatti, nei secondi che seguono, la massa solida si abbatte sul fondo della parete, proseguendo nell’alveo della valle, rilanciando la speranza che tutto andrà per il meglio. Ma rimane un sibilo di sottofondo, qualcosa che avanza ancora nascosto tra le nebbie. So che l’immensa seraccata che incombe su Langtang è franata su un fronte immenso, tra i 6000 e i 7000 metri di quota, e sta per raggiungerci sotto forma di una valanga nubiforme. Tra pochi istanti quella roba uscirà dalla nebbia. La mia sola speranza è che la distanza che ci separa sia sufficiente ad attenuarne la forza. Ma non è così… questa immensa nube grigia, alta forse qualche centinaio di metri, avanza senza esitare verso di noi sempre più rapida (400 km/h), a ondate successive. Moriremo, lo so, rinunciando a ogni speranza. Ma Giglio, che forse non ne è pienamente consapevole, mi domanda: “Cosa facciamo?”. Per la prima volta, non trovo una risposta dentro di me, e le dico solo: “Vieni qui con me”. Non so se abbia realizzato che non ci sarebbe stata più vita, che non avremmo più potuto rivedere figli, amici, madri e fratelli. So solo che vedevo la nube avanzare e, come un condannato a morte chiede di poter esser bendato, mi sono portato dietro la sottile parete divisoria della stanza, per non vedere in faccia la fine. Giglio mi stava raggiungendo lì, per morire insieme. Poi… più nulla.

Oskar Piazza
Langtang-oskar piazza 5 maggio-2

 

Modalità sopravvivenza
Il primo contatto con la realtà è il rumore di un vento dalla forza immane, apro gli occhi solo per vedere la neve nebulizzata che non mi consente di capire nulla, né di orientarmi. Non so neppure cosa stia succedendo attorno a me, ma sento che molte pietre mi colpiscono. Non avverto alcun dolore, e penso solo che probabilmente tra poco arriverà la frazione solida della valanga, ricoprendomi totalmente. In quell’istante ho sperato di morire subito, per non subire l’agonia del soffocamento. Non saprei dire quanto è durato il vento, so solo che per aria volavano grandi pietre e ogni pezzo di Langtang. E, mentre mi chiedevo cosa ci sarebbe stato dopo la vita, quel soffio improvvisamente è cessato, lasciando solo un silenzio immane. Ci sono voluti alcuni istanti per collegare la mente al corpo e, la prima cosa che ho gridato è stata “Giglio”. L’ho chiamata… ma non rispondeva. Poi ho pensato che fosse sotto le macerie e che quindi dovevo fare in fretta. Ma non mi ero ancora reso conto di essere sepolto dai detriti: fuori, oltre alla testa, mi rimaneva solo un braccio. Il resto era sotto i rottami della casa. Ho preso a scavare e, nel frattempo, sentivo Nanni che mi chiamava, ma non potevo vederlo, essendo intrappolato e senza possibilità di voltarmi. Pietra dopo pietra sono riuscito a tirarmi fuori con il busto e a guardarmi attorno, chiamando Giglio, invano. Cercando con gli occhi, infine, lo sguardo s’imbatte in un qualcosa di blu. Giglio indossava proprio una maglia di quel colore, ma il sangue che mi cola sugli occhi non mi permette di mettere a fuoco nulla. Penso di aver impiegato una ventina di minuti a liberarmi dalle macerie. Con estremo stupore mi rendo conto di poter camminare.

Nanni Pizzorni
Langtang-Nanni Pizzorni

 

Mi precipito verso quel blu, lontano una decina di metri, la trovo piegata con il busto in avanti… la chiamo, le sollevo il busto, spero che sia solo ferita. Poi, la osservo bene, le apro gli occhi, le ascolto il polso. Ma Giglio non può sentire le mie mani… non più. L’anima non può essere toccata. In quel momento non piango, non riesco a farlo. La mia mente non vuole accettare la realtà, ma il mondo si fa buio. La vita mi ha dato tanto, ma in quell’istante mi ha tolto di più. Rimango ad accarezzarla, incredulo e svuotato.

Poi i richiami di Nanni mi riportano a quello che devo fare. Cammino scalzo verso di lui e solo allora posso avere un’immagine complessiva della devastazione. Nulla esiste più intorno a noi. Tutto è grigio, la nebbia è sempre più bassa e pochi centimetri di neve sporca sono la coperta che la morte ha disteso sul villaggio. La seraccata è caduta da 3 km più in alto, ha attraversato il fiume ed è risalita sul versante opposto per più di mille metri di dislivello, penetrando a monte e a valle per almeno 1 km. Non c’è più nulla. Le uniche cose vive che vedo attorno a me sono Nanni, che si lamenta, dolorante all’addome, e Pasan che ha un braccio rotto e piange per sua moglie, schiacciata dalle macerie. Ma… Oskar, dov’è? Chiedo a Nanni, che me lo indica, appena visibile tra i detriti; lo vedo di spalle, mi avvicino e lo trovo seduto dentro una specie di buca tra le macerie, dalle quali Pasan lo ha liberato. Ora è davanti a me, ha il volto gonfio, ma il resto sembra a posto. Non so che cosa abbia veramente, ma è disorientato e, sebbene mi capisca, non riesce a rispondere alle mie domande. Temo che abbia un trauma cranico o… peggio. Ma spero di sbagliarmi e voglio pensare in positivo. Gli dico “Oskar, non ti preoccupare, ora troveremo un riparo e poi arriveranno i soccorsi”. In realtà, in quel momento non ci credevo, perché già la mente razionalizzava sul fatto che quel disastro era di proporzioni immani e noi, dispersi in un villaggio tra le montagne, saremmo stati gli ultimi degli ultimi. Così, già mi proiettavo in un futuro a breve fatto di fame e di attesa… giorni, forse una settimana; senza contare Oskar e Nanni, sul cui futuro non avrei potuto scommettere. Ero smarrito, forse sarei rimasto solo. Ma dovevo reagire e pensare ai vivi, ero l’unico in piedi e dovevo pensare a loro.

Langtang non c’è più. Foto: Guy Zakh. Foto: Reuters
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Così mi allontano in cerca di un riparo e, soprattutto, di indumenti, scarpe, cibo. Eravamo con due maglie addosso e… null’altro. La neve polverizzata nella nube aveva intriso completamente gli indumenti ed eravamo fradici. Nonostante l’adrenalina scorresse a fiumi, il freddo cominciava a farsi vivo, soprattutto ai piedi, scalzi nella neve. Rovistando tra le macerie passo davanti a corpi semisepolti e straziati di gente che, fino a poco prima, ci salutava con un sorriso; in qualche caso non riesco neppure a capire se si tratti del corpo di una persona o di un animale. Faccio fatica a crederlo, ma la mia mente è già entrata in modalità ‘sopravvivenza’ e, pertanto, non considera più ciò che è privo di vita. Compassione, pietà, non c’è posto per questi sentimenti. Solo ‘azione’ funziona bene. Infine, entro nella porta scardinata di un ripostiglio, ormai senza tetto, dove vedo alcuni bidoni blu da spedizione. Trovo così un paio di scarponi, dei grandi teli in plastica e coperte. Non so a chi devo questo, se a Dio o agli dei, ma quella roba era lì per noi, per farci vivere. Esco e copro immediatamente Oskar e Nanni, ai quali chiedo solo di attendere per il tempo che servirà a cercare una dimora per i giorni a seguire. E così mi allontano, camminando solo su macerie e, più in là, neppure quelle… la nube ha fatto il suo lavoro in modo perfetto: là dove c’erano case, sembra che ci siano stati da sempre solo pascoli; neppure le macerie sono rimaste. Mentre vago desolato alla ricerca di un riparo e non so che altro, in lontananza intravvedo due sagome nella nebbia. Grido loro di avvicinarsi. Mi si presenta Florent, un francese con il suo portatore. È in lacrime, ha appena ritrovato il corpo straziato della sua ragazza: era solo pochi metri dietro di lui, ma lei è stata spazzata dalla nube. Lo scuoto e gli dico che questo non è il momento di lasciarsi andare, ma di rimanere in piedi, e così gli dico di farsi forza, poiché anche a me è toccata la stessa sorte, e ora bisogna reagire. Gli chiedo di unirsi a me per aiutare i sopravvissuti.

L’unica casa di Langtang a essere rimasta in piedi (a metà)
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Così torniamo da Oskar e Nanni e, mentre provo a cercare altro per coprirci, chiedo a Florent di recarsi presso l’unica casa rimasta in piedi a metà. Paradossalmente è la casa più vicina alla traiettoria seguita dalla nube ma, essendo addossata a una parete, è stata letteralmente scavalcata. Più tardi torna dicendomi che quel che rimane della casa dopo il sisma è in buone condizioni. Ma è troppo lontana, almeno 400 metri, Oskar e Nanni non sono in grado di camminare. E noi non abbiamo le forze per trascinarli fin là. Trovo una stalla, bassa, ancora in piedi, ma semi sepolta dalle macerie. Si trova a poche decine di metri ed è davvero l’unico posto riparato: ha una base di sterco asciutto, isolante, e inoltre c’è molta legna secca. Ma la neve della nube si sta già sciogliendo sul tetto e filtra tra le assi, creando uno stillicidio intenso che rischia di infradiciare tutto e di trasformarlo in pantano. Devo fare in fretta e così, cercando ancora come un disperato, trovo dei tappeti, che stendo nella stalla, poi porto i teli e le coperte. Infine, il momento più difficile: dobbiamo portare qui Nanni e Oskar. Nanni si lascia trasportare nella stalla. Lo copro per bene con i teli e le coperte, Pasan lo veglierà per tutta la notte. Poi, è il momento di Oskar. Mi avvicino e gli dico “Oskar, ora ti porteremo in un riparo sicuro, devi solo lasciarti aiutare a raggiungerlo… è qui vicino”. Lui mi osserva smarrito e, anche se intende quello che dico, mi risponde in modo incomprensibile. Ma non c’è tempo per pensare, lo afferriamo e, nonostante i lamenti, lo portiamo nella stalla, dove rimane in posizione semi seduta. Lo copro con quello che rimane del mio saccoletto, strappato alle macerie, e con i teli di plastica. Nel frattempo ci raggiunge una donna anziana che si aggrega al gruppo e alla quale chiedo, tramite Pasan, di accendere un fuoco e di mantenerlo per tutta la notte. Ma ora è il momento di separarci. La stalla è infatti molto sicura nel caso di un altro sisma, ma non nel caso di caduta di un’altra seraccata. Ma è comunque un bunker, essendo protetta su ogni lato da detriti. In ogni caso sarebbe impossibile trasferire Oskar e Nanni nella casa della parete, confortevole ma poco sicura in caso di altri eventi sismici, essendo per metà crollata. E, lì dentro, in caso di terremoto, bisognerebbe uscire in fretta e con le proprie gambe per evitare la sepoltura tra le macerie. Così io, Florent e la figlia di Pasan, di appena 9 anni, ci incamminiamo verso la casa.

Il bivacco di fortuna nell’ospedale in costruzione
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Comincia a far freddo e, per prima cosa, bisogna accendere un fuoco. Così inizio a cercare legna… che non trovo. Non mi rimane che saccheggiare i mobili, seppure di legno intarsiato. E così il fuoco è acceso. Poi cerco ancora nella casa e trovo indumenti, con i quali mi copro, sapendo che passerà del tempo prima di scendere a valle. Mi intravvedo un istante specchiandomi nel vetro di un mobile… sono orribile: non c’è un centimetro del mio volto che non sia coperto da sangue rappreso e mi spavento a guardarmi. Ho l’occasione per fermarmi un po’ a capire in che condizioni mi trovo. E così toccandomi la testa capisco di esser pieno di ematomi e tagli profondi. Non mi rimane che avvolgere una maglia sulla testa in modo da evitare altri sanguinamenti. Mentre ci asciughiamo al fuoco, si affacciano alla porta una ventina di superstiti, gli unici di Langtang, gente impegnata lontano, nei campi, o in posizioni riparate. Sono tutti anziani, salvo cinque bambini, ormai orfani. Ma noto subito in loro un atteggiamento sospettoso, che sfocia ben presto in aperta ostilità non appena vedono bruciare nel fuoco quei mobili che avevo rotto. Tentano addirittura di sbatterci fuori dalla casa; ma, per fortuna, dopo aver chiarito che dovevamo asciugarci per sopravvivere, ci tengono tra loro. Durante la notte mi offrono tè e una tazza di riso. Devo mangiare e bere, altrimenti non reggerò a lungo. Ogni tanto qualche scossa di terremoto ci desta da un dormiveglia fatto di immagini, quella di Giglio che se n’è andata, sempre nei miei pensieri. E spero davvero di svegliarmi da un momento all’altro per poter raccontare di questo incubo, così incredibilmente vero. Ma so bene che non ci sarà risveglio, e che questa sofferenza dovrò viverla per il resto dell’esistenza.

Il bivacco di fortuna nell’ospedale in costruzione
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26 aprile
Viene l’alba e c’è nebbia. Non appena si dirada, mi incammino zoppicante verso la stalla, pensando a cosa troverò. Me lo sono domandato spesso nella notte. Nanni aveva problemi all’addome e non è possibile escludere che fosse un’emorragia interna, un lento stillicidio fatale; mentre Oskar aveva un trauma cranico certo e, forse una frattura della base cranica. Spero che almeno uno dei due sia ancora vivo. Almeno uno. E quando l’ultimo passo mi porta nella stalla, non ho quasi il coraggio di rompere quel silenzio. Ma trovo la forza di farlo… e mi risponde Nanni. Sono sollevato. Poi chiedo di Oskar. “È morto stanotte, ha rallentato il respiro e poi se n’è andato”. Nanni piange. E vorrei liberarmi anch’io del macigno che pesa sulla mia anima, ma non riesco a farlo. Lo rassicuro, informandolo che c’è un punto di raccolta sulla collina, proprio dov’è stato completato in pochi mesi un piccolo ospedale. Tutti gli escursionisti della valle stanno scendendo verso Langtang, convinti di trovarvi rifugio; ma, quando si affacciano dall’alto, non si azzardano neppure a scendere: sono terrorizzati dalla visione spettrale del luogo. Nel frattempo la nebbia si alza e, poco dopo, avverto il rumore di un elicottero lontano che sale la valle: forse non ci hanno abbandonato. Poco dopo sbarca un gruppo di militari e penso che ce ne andremo tutti, per questo, mi affretto a costruire una barella di fortuna con due travi e una corda, che a fatica ho strappato dalle macerie; ma sono senza forze, e ogni nodo per gli incroci di corda richiede almeno un paio di minuti. Poco più tardi scende un militare, al quale richiedo aiuto. Mezz’ora dopo un gruppo di nepalesi sistema Nanni su una lettiga militare, molto meglio della mia barella di fortuna, e inizia il trasporto verso l’ospedale… comincio a intravvedere una spiraglio.

Foto: Guy Zakh
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Ma prima di salire mi affaccio nella stalla, dove Oskar giace avvolto dal telo. Poi, torno da Giglio. È sempre lì, non ho le forze per liberarla dalle macerie: un trave sembra trattenerla per la gamba e non so come fare… non c’è nessuno che possa darmi una mano. La abbraccio, piango, la bacio. Poi la copro per non lasciarla esposta allo scempio degli avvoltoi che volano alti.

Raggiungo a fatica la collina dell’ospedale. Ci saranno circa 120 persone, in prevalenza europei. Nanni viene trasferito dalla lettiga a una porta, quella dell’ospedale, che sarà il suo letto, quindi viene sistemato tra le mura in cemento che sono ancora in piedi. Lo spostamento d’aria ha fatto esplodere ogni cosa, il tetto per primo. Ma tra le mura almeno saremo riparati dal vento. Più tardi arriva un altro elicottero che tuttavia può imbarcare solo sei persone. In ogni caso, quel volo è destinato ad altri. Scende la nebbia e per il resto della giornata nessun elicottero ci raggiungerà più. E arriva un’altra notte, fredda e umida. Si accendono i fuochi tra le stanze spettrali dell’ospedale, mai finito e senza tetto. Lo scenario è apocalittico, post atomico. Vago tra una stanza e l’altra, passando ogni tanto per quella di Nanni, coperto dai sacchi letto. Infine vengo invitato a sedermi attorno al fuoco, acceso dai ragazzi neozelandesi e da un italiano, al quale posso finalmente raccontare questa storia, liberandomi un po’ di questo peso. Siamo tutti addossati l’uno all’altro, ognuno proveniente da terre diverse… ma l’istinto gregario prevale sulle differenze. E così, mentre la fiamma tremula langue sempre più, la ragazza che mi offre la spalla come cuscino, mi prende per mano, sotto il saccoletto, e inizia a carezzarmela, ma in un modo che già conoscevo… quello di Giglio. Non sto vaneggiando, né sognando. Penso solo che lei sia li, vicino a me, e non abbia altro modo per farmi sentire la sua vicinanza, se non per mano di un’altra. E, mentre le carezze continuano, le lacrime, le poche rimaste, bastano appena a lucidarmi gli occhi.

Foto: Guy Zakh
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27 aprile
6 del mattino e c’è sempre nebbia. Mi sollevo anchilosato, ormai anche l’adrenalina non ha più effetto: l’ho semplicemente finita e il corpo ne è drogato. Mi accorgo così del profondo taglio alla gamba sinistra, da cui vedo bene di che colore è la carne, come mai mi era capitato. Ora so perché zoppicavo. Sento che oggi scenderemo e così, prima di andarmene, devo rivedere Giglio. Devo farlo per Andrea ed Eva, i figli di Giglio. Scendo di nuovo a Langtang impiegando un tempo assurdo, scopro Giglio e le parlo, sapendo che quel corpo non è più Lei, anche se il suo sguardo, ne sono certo, è su di me. Dopo un ultimo bacio le scopro il collo, togliendole le due catenine che era solita portare. Poi, piangendo, risalgo il pendio, superando i corpi intatti di alcune persone e di animali. La valanga si è presa le vite di molti, semplicemente facendone esplodere i polmoni. Chissà perché è toccato a me vivere, me lo domando spesso. Penso solo che, di fronte a quello che è accaduto, l’unica spiegazione è che, evidentemente, ho un compito da portare a termine in questa vita. Un giorno scoprirò esattamente cosa.

Raggiunti di nuovo i ruderi dell’ospedale, esce un raggio di sole e l’aria si scalda. Forse oggi gli elicotteri voleranno. Non ho più forze e mi sdraio al suolo, lasciandomi penetrare dal calore del sole. Chiedo di nuovo all’ufficiale di dare precedenza a Nanni nell’imbarco, essendo il più grave. Ma, sinceramente, non sono sicuro che andrà così, perché già alla prima rotazione si palesa la miseria umana. L’elicottero viene letteralmente assalito da decine di persone, che spingono per entrare, ancora in fase di atterraggio, rischiando di finire nel rotore. Una ragazza americana, illesa e con il proprio bagaglio, una che non ha perso davvero nulla, finge persino di svenire per avere la precedenza al recupero su feriti gravi. E infatti noi rimaniamo lì, in attesa del secondo volo. Al ritorno dell’elicottero, nonostante l’assalto, i militari finalmente ci hanno caricato. Dall’alto ho potuto vedere le proporzioni del disastro immane, la nicchia di distacco della seraccata… la valanga risalita sul versante opposto. E poi, man mano che scendevamo la valle, le frane, i crolli. Osservo le strade di fondovalle, interrotte da decine di frane… i paesi ridotti a spettri e l’esodo della popolazione verso Kathmandu. Infine, sbarchiamo a Trisuli, nello spazio antistante l’ospedale, ormai in rovina, dove insieme a decine di persone, nel sangue in comune, tra le mosche e il caldo, ci offrono la prima assistenza, poco più che infermieristica, in condizioni così precarie che posso davvero essere fiero dei miei anticorpi. Tra la folla, vedo Pasan e sua figlia. Piange ancora al ricordo della moglie, lasciata sotto le macerie, ma anche per suo figlio, che proprio la mattina del 25 aprile era sceso nella valle per tornare a scuola (disperso, sarà poi ritrovato sano e salvo).

Kathmandu
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Ora, che Kathmandu è più vicina, devo ancora fare una cosa importante: farmi vivo per ridare speranza alle persone in Italia, le quali, con poche eccezioni, daranno per scontato che siamo scomparsi per sempre. Ma come fare? Chiedo a Pasan che, per fortuna, ottiene il cellulare da uno sconosciuto. Compongo un numero, ma le comunicazioni sono difficili e discontinue. Poi, finalmente, Paola risponde, ma cade la linea. Ma non può andare sempre male, ed è così che rivedo la donna olandese con cui sono sceso in elicottero. Le domando se posso usare il suo cellulare per una telefonata e lei acconsente. Non riesco a farmi sentire, ora che vorrei, a causa delle comunicazioni aleatorie; ma, proprio quando tutto sembra impossibile, la ragazza olandese mi porge di nuovo il telefono… è dall’Italia. La voce è quella di Luisa che, sentendo la mia, immagina che siamo tutti insieme, sani e salvi. Sapevo che sarebbe arrivato questo momento. Mi domanda di Oskar… segue il mio silenzio, interminabile. E poi le dico ciò che mai avrei voluto dire. In quel momento le ho scaricato addosso il peso di un dolore che non si sopporta. L’ho sentita gridare e, le sue lacrime, anche così lontane, mi hanno bagnato profondamente, come nessuna pioggia potrà mai fare. Infine, questa donna forte conclude la conversazione tra lacrime amare dicendomi: “Arrivate a Kathmandu e poi vi porteremo fuori da lì…”

Kathmandu
Raggiungiamo Kathmandu con un’auto a noleggio, insieme all’olandese, e saremo ospiti della Swiss Family Home, diretta da uno svizzero, Stephan, che si prende cura di noi come un padre. Due giorni dopo Nanni riesce a prendere un’aeroambulanza che lo porta a Parigi, dove viene operato. Nonostante le gravi lesioni riportate a bacino e colonna, ha ripreso la vita di prima. Anche lui evidentemente ha ancora una missione da concludere in questa vita.

Quanto a me, il 29 aprile, vestito in pigiama e sandali, senza soldi né telefono, raggiungo l’aeroporto di Kathmandu. E così, dopo aver spiegato bene a Pigi Rosati, pilota di elicotteri e amico di Oskar, in Nepal per lavoro, come trovare Giglio e Oskar, quella sera stessa sono decollato con un C130 dell’aeronautica militare. Sono tornato a casa. E non c’è davvero più nulla da raccontare. La verità è che quel giorno a Langtang siamo morti tutti, ognuno a modo suo.

Ma sono ancora in questo mondo e voglio continuare a vivere, anche per ricordare due persone così grandi. Giglio e Oskar ora sono un’idea, quella che la passione e la volontà, pulite da qualsiasi altro interesse, possono più di ogni altra cosa. E se il CNSAS ha ancora un futuro, lo si deve in buona parte a persone come loro che sapevamo guardare avanti. Oskar, amico, ora che voli più alto del tuo elicottero, veglia su di noi. E non c’è giorno che abbia inizio e fine senza il tuo volto, Giglio. Voglio credere che Tu sia qui, vicino a noi. Tienimi per mano e continua a guardare il mondo attraverso i miei occhi.

Foto: Guy Zakh
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In memoria di Oskar e Gigliola
L’associazione Oskar for Langtang si propone di svolgere attività di assistenza sanitaria e alimentare, nonché di contribuire alla ricostruzione di strutture mediche e logistiche nella valle del Langtang, con particolare attenzione a utilizzare i fondi direttamente sul territorio nepalese. Informazioni dettagliate e resoconti sul sito: http://www.oskarforlangtang.it/

Per donazioni, bonifico su IBAN IT 78 S 08316 34661 000008453839.

Gigliola con noi è l’associazione costituita per ricordare Gigliola Mancinelli. Le finalità sono fornire una borsa di studio a uno studente privo di mezzi, proprio come la sua condizione durante gli studi universitari. Inoltre, in linea con il suo pensiero, il progetto prevede il finanziamento, attraverso il CNSAS, della formazione sanitaria per i tecnici dei servizi regionali del Centro Sud.

Per donazioni, bonifico su IBAN IT 85 C 06055 02600 000000008909.

L’autore, Giuseppe Antonini
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Lo scippo dell’Alta Via dei Monti Liguri

Lo scippo dell’Alta Via dei Monti Liguri

Tutto è cominciato con una malinconica e stringata notizia apparsa già a metà febbraio sul sito dell’Associazione Alta Via dei Monti Liguri: “Siamo spiacenti di comunicarvi che a partire dal 1 marzo 2016 cesseranno i servizi finora garantiti dall’Associazione Alta Via dei Monti Liguri per mancanza di finanziamenti da parte della Regione Liguria: distribuzione della cartografia, informazioni sul percorso e sulle strutture ricettive, aggiornamento del portale Alta Via, monitoraggio e manutenzione del percorso. Nella sezione Ospitalità–strutture ricettive viene sospeso il servizio di richiesta disponibilità a partire dal 25 febbraio p.v. Il portale con i suoi contenuti, le webcam e le immagini sarà visibile al pubblico fino al 4 aprile 2016, poi sarà disattivato. Grazie per averci seguito in tutti questi anni”.

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Il grido d’allarme, lanciato dal sito ufficiale, scatena in pochi giorni una bufera su facebook, tra meraviglia, curiosità e indignazione: “La Regione, per la prima volta, non ci ha dato nessuna risposta sui finanziamenti per il 2016” si lamenta l’Associazione. Non può essere che la manutenzione e valorizzazione del sentiero di collegamento tra Sarzana e Ventimiglia siano improvvisamente interrotte! Non appena la notizia si è diffusa, gli appassionati e non solo si sono chiesti quale sarebbe stato il futuro del percorso, che è uno dei più noti e apprezzati, e più in generale se tale scelta fosse quella più corretta in un’ottica di promozione delle risorse turistiche “non balneari” della Liguria.

L’Alta via, un percorso unico
442 chilometri di sentieri e mulattiere, percorribili tutto l’anno, che collegano le estremità della riviera ligure da Ventimiglia a Ceparana, dalla provincia di Imperia alla provincia della Spezia. Un viaggio tra costa ed entroterra, tra Alpi e Appennini, tra mare e cielo, lungo praterie erbose che scendono raramente sotto i mille metri di quota, in un ambiente aspro e dolce allo stesso tempo dove le strade carrabili, spesso, non sono mai arrivate.

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L’Alta Via dei Monti Liguri è un unicum anche perché si adatta a tanti tipi di turismo: per coloro che vogliono scoprire gli angoli più reconditi dell’entroterra ligure, per chi è in cerca d’avventura, per chi vuole passare un tranquillo weekend a contatto con la natura o per la famiglia in gita domenicale. Il segnavia – la bandierina bianco/rossa con la scritta “AV” al centro – individua e caratterizza il tracciato, disegnando una grande strada verde dove crinali soleggiati si alternano a boschi ombrosi e, talvolta, nebbie orografiche creano forme e atmosfere surreali, un percorso unico da cui, nelle giornate più gloriose, è possibile ammirare, nello stesso momento, la Corsica, il Monviso e il Massiccio del Monte Rosa.

L’Associazione AVML
L’Associazione Alta Via dei Monti Liguri nasce nel 1994, i suoi soci fondatori e attuali sono: CAI Regione Liguria, FIE (Federazione Italiana Escursionisti) e Unioncamere Liguria.
L’idea della costituzione dell’Associazione nasce dall’esigenza della Regione Liguria di creare uno strumento operativo alla legge regionale del 25 gennaio 1993, legge che si propone la promozione e la fruizione dei sentieri che percorrono l’Alta Via dei Monti Liguri.
Scopo dell’Associazione è la promozione, manutenzione e sviluppo del percorso Alta Via dei Monti Liguri.

Lo scippo
Ma ecco che il 1° marzo 2016 l’assessore allo Sviluppo dell’entroterra Stefano Mai risponde che i fondi ci sono e che la prossima settimana verrà presentata una delibera in giunta, con una dotazione di 100 mila euro, ma la gestione passerà al CAI Regione Liguria: «Il Club Alpino Italiano si occuperà di gestire l’attività di manutenzione e valorizzazione dei percorsi escursionistici che attraversano i parchi regionali delle Alpi Liguri e di tutte le località interessanti dal punto di vista naturalistico-ambientale. In passato non si è provveduto a una adeguata promozione, da oggi si passerà attraverso una nuova gestione e l’implementazione di un settore che fino a oggi non disponeva di adeguate risorse umane».

In effetti nel complesso bilancio della Regione Liguria c’è un capitolo (il 2513) dedicato proprio ai contributi per l’attuazione del programma regionale per l’Alta via dei Monti Liguri, contenuto all’interno dell’unità previsionale di base Investimenti nei parchi e nelle aree protette. Il soggetto attuatore era esplicitamente indicato: l’Associazione Alta via dei Monti Liguri.

Invece, secondo la delibera, da ora sarà il CAI a farlo. E Mai aggiunge: “Contiamo di recuperare anche nuovi fondi europei per puntare in modo deciso alla valorizzazione del territorio”.

Il giorno dopo 2 marzo è proprio il presidente dell’Associazione Alta Via dei Monti Liguri, Franco Zunino, a intervenire: “Dunque i fondi (almeno parte di quelli necessari) ci sono e il nuovo gestore anche. Ma difficilmente questo sarà sufficiente a portare avanti il lavoro così come si è fatto negli ultimi vent’anni”.

Zunino, tra l’altro ex assessore regionale, non raccoglie la provocazione di Mai che puntava il dito sull’operato ventennale dell’Associazione, bensì spiega con un certo scetticismo: “La nostra associazione è composta dal CAI Regione Liguria, dalla FIE e da Unioncamere e dal 1993 si occupa di gestire l’Alta Via. Una legge regionale di quell’anno (la numero 5 del 1993, appunto) stabilisce che è compito unicamente nostro occuparci della valorizzazione e della cura del percorso, che tenendo conto anche dei sentieri secondari ha un’estensione di circa mille chilometri. Dal 1993 la Regione ha stanziato alla nostra associazione circa 200 mila euro l’anno di finanziamenti per coprire le spese necessarie a svolgere questi compiti. Da cinque anni a questa parte la cifra si è praticamente dimezzata”.

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E continua: “Nonostante questo taglio, noi siamo comunque riusciti a portare avanti la nostra attività con successo. Dei fondi a nostra disposizione, circa 60 mila euro venivano utilizzati per la pulizia del sentieri, al sistemazione delle bacheche informative e la manutenzione dei pittogrammi con cui gli escursionisti si orientavano lungo il percorso. Altri 25 mila euro, invece, permettevano di coprire le spese per due dipendenti part-time che si occupavano rispettivamente di monitorare in loco lo stato dei sentieri e di mandare avanti l’ufficio di segreteria ospitato all’interno dei locali messi a disposizione dalla camera di commercio di Genova in via Garibaldi, di gestire il sito e la pagina Facebook e il sistema di prenotazione nelle strutture ricettive lungo l’Alta Via.

Ora, senza i fondi regionali, queste attività si sono del tutto interrotte. Da ieri le nostre due dipendenti sono a casa e l’attività di segreteria si è praticamente interrotta. Non possiamo più rispondere alle mail o agli Sms che riceviamo, abbiamo disdetto il servizio di webcam presenti sull’itinerario e dal 4 aprile disattiveremo il sito. Tanti continuano a scriverci chiedendo informazioni, ma io da solo non sono in grado di fare tutto il lavoro. Io e gli altri membri dell’associazione, infatti, abbiamo sempre prestato la nostra opera a livello di volontariato e senza percepire emolumenti di alcun genere”.

Franco Zunino
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Poi Zunino avverte: “I 100 mila euro stanziati per il CAI di cui parla l’assessore Mai non andranno a finanziare esclusivamente la gestione dell’Alta Via, ma quella di tutti i sentieri della nostra regione che sono affidati al CAI. La loro estensione è di 4 mila chilometri, quindi ben quattro volte superiore alla lunghezza della sola Alta Via. E’ evidente che la cifra non sarà sufficiente.
Anche il CAI è un’associazione che si fonda sul volontariato. In questo ambito è senza dubbio la realtà più importante, ma nonostante questo difficilmente potrà portare avanti l’attività di manutenzione e di segreteria che la nostra Associazione ha portato avanti in tutti questi anni.
Come non bastasse, la legge regionale numero 5 del 1993 stabilisce che la manutenzione del sentiero spetta esclusivamente alla nostra Associazione. Facciamo tutti gli scongiuri del caso, ma in caso di disgrazia sarebbe la nostra associazione a rispondere di eventuali questioni legali. Tra l’altro a causa della mancanza di fondi abbiamo anche dovuto disdire l’assicurazione che ci tutelava, quindi in questo momento siamo del tutto scoperti”.

E Zunino non ha certo torto quando sottolinea che “l’affidamento diretto al CAI senza un bando pubblico potrebbe portare qualche realtà simile a presentare ricorso e a chiedere che la gestione dell’Alta Via sia affidata tramite una gara a cui possano partecipare anche gruppi diversi. Perché l’affidamento al CAI Regione Liguria sia legittimo, quindi, occorre modificare la legge regionale”.

Infine Zunino conclude: “La cura dell’Alta Via può essere anche affidata ad un altro gestore, ma l’importante è che non si creino vuoti (così come sta avvenendo ora). Per questo chiediamo alla Regione di poterci sedere intorno a un tavolo e di decidere tutti insieme il modo migliore per raggiungere questo obiettivo. A luglio avevo chiesto un incontro all’assessore regionale Giacomo Giampedrone, ma finora nessuno ci ha ricevuto. A novembre Stefano Mai ci aveva detto che ci saremmo incontrati a dicembre, ma anche questo non è avvenuto. Noi vogliamo salvaguardare l’Alta Via dei Monti Liguri, che rappresenta un tesoro e una risorsa unica per la nostra regione”.

I veri risvolti
Poche ore più tardi però si cominciano a vedere i veri risvolti di questa operazione.

La comunicazione e la promozione del sentiero Alta Via dei Monti Liguria sarà curata da Agenzia In Liguria – afferma Carlo Fidanza neo commissario straordinario dell’Ente di promozione turistica – siamo nelle fasi conclusive dello sviluppo di un nuovo sito dedicato alla vacanza attiva in Liguria. Tutti i dati, testi, foto e tracce GPS delle 43 tappe dell’Alta Via sono stati salvati e saranno inseriti nel nuovo portale dedicato agli itinerari di mountain bike e trekking”.

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L’Agenzia In Liguria, di concerto con il settore Turismo della Regione Liguria, sta lavorando al progetto da un anno ormai per promuovere il turismo sportivo all’aria aperta nell’ambito di finanziamenti dei progetti di eccellenza. Il nuovo sito sarà promosso sui mercati internazionali nelle prossime settimane per potenziare l’offerta turistica ligure e lanciare il forte il messaggio nei mesi primaverili per destagionalizzare i flussi.Londra, Parigi, Amsterdam, Monaco di Baviera, Stoccolma e Copenaghen saranno le sedi delle presentazioni alla stampa e ai tour operator internazionali del nuovo sito Be Active, on line dal 23 marzo. Soprattutto i mercati nord-europei sono molto sensibili alle proposte di vacanza sportiva nella natura in qualsiasi periodo dell’anno e non solamente in estate. Il progetto aiuterà a spingere un turismo green e sostenibile, parole chiave delle azioni di promozione dell’Agenzia In Liguria per il prossimo triennio.

L’Agenzia In Liguria fa anche notare che Alta Via Stage Race, gara di mountain bike, e la nuova Epic Trail, competizione di trail running (gestite da associazioni locali), sono gli esempi evidenti delle potenzialità del percorso.

Dobbiamo proseguire nel solco di questa strategia che porta turisti e appassionati a vivere la natura in modo attivo e sano, creando indotto nell’entroterra ligure”, sottolinea Fidanza.

Senza ancora nulla sapere al riguardo dell’Agenzia In Liguria, pochi minuti dopo www.savonanews.it/ parla apertamente di “colpo basso”: “La politica serpeggia tra i monti liguri, che di tutto hanno bisogno fuorché della parzialità. Un conto è lo spoils system (una pratica giusta anche per evitare incollature alle poltrone), altra faccenda invece è sottrarre finanziamenti a un’associazione per rimpiazzarla in base alla “prossimità” di bandiera. La giunta regionale di Giovanni Toti ha interrotto le palanche all’Associazione Alta Via dei Monti Liguri, sostituendone le funzioni con il CAI.

Edoardo Rixi
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L’associazione AVML, dall’attività ultradecennale, è presieduta da Franco Zunino (Rifondazione, ex assessore all’ambiente con Burlando), mentre Edoardo Rixi, attuale assessore allo sviluppo economico e climber in forma (oltre che istruttore alpinista), è un rappresentante del CAI. La logica la capiscono anche i più sprovveduti frequentatori di Facebook.
Alla fine per la Regione l’esborso sarà sempre lo stesso: circa 100 mila euro. L’impegno richiesto è sempre uguale: cura della rete escursionistica, manutenzione del territorio, protezione dei parchi e delle aree di interesse naturalistico.
Un atto opinabile da parte dell’esecutivo regionale, perorato dall’assessore all’entroterra Stefano Mai (collega di Carroccio di Rixi). Ci si può discutere sopra. Ma, se dettato da valide ragioni di opportunità (che non sono state divulgate), assolutamente legittimo e nelle facoltà della giunta. Bisognerà capire se il Club Alpino Italiano, con la sua storia ed esperienza gloriosa, ottimo nell’organizzare passeggiate e scarpinate, sarà anche in grado di svolgere il compito cruciale: quello della promozione dell’Alta Via”.

E sui social s’incrociano le ipotesi:
Che sia un favore della giunta a Rixi?”;
Ma guarda, il CAI di Rixi sostituisce un’associazione il cui presidente è l’ex assessore regionale all’ambiente Franco Zunino, di Rifondazione Comunista”.

Sempre nella stessa giornata, il 2 marzo 2016, Andrea Melis, portavoce del MoVimento 5 Stelle, deposita un’interrogazione. Riassumendola, Melis dice:
“La scelta di Mai è poco opportuna, vista anche la posizione del suo collega di partito e di Giunta, Edoardo Rixi, che del Club Alpino Italiano è socio storico e aiuto-istruttore”;
”Quali, e quanto importanti, ragioni hanno spinto Mai a silurare un’associazione, prevista per legge, e che sin qui non aveva dato prova di inefficienza, né di cattiva gestione o sperpero di denaro pubblico. Se l’assessore è a conoscenza di prove che testimoniano il contrario, lo dica pubblicamente e oggettivamente”;
“Di sicuro resta un problema di metodo, perché nulla abbiamo avverso al CAI che anzi rappresenta un tassello fondamentale nella salvaguardia e fruizione delle zone montane. Se però la Giunta ha davvero intenzione di procedere con questo avvicendamento, come appare chiaro da tutte le dichiarazioni, non se la può cavare con una semplice delibera, che come MoVimento 5 Stelle siamo pronti a impugnare, ma dovrà necessariamente procedere a una modifica della legge 5 del gennaio 1993, che prevede espressamente l’affidamento della tutela dell’Alta Via all’associazione omonima”.

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Il presidente del CAI Regione Liguria Gianni Carravieri prova a fare chiarezza. Dopo aver riconosciuto che l’Associazione Alta Via Monti Liguri (AVML) è una piccola ma efficiente realtà finanziata fino a ieri dalla Regione Liguria, Carravieri precisa che attualmente nell’associazione vi sono un presidente di nomina regionale, cinque consiglieri (di cui due CAI), un tesoriere (CAI), un revisore (CAI), due dipendenti part time. “Da circa due anni l’AVML non godeva più, nonostante l’impegno costante nella promozione, gestione e manutenzione di circa 800 km di sentieri di cresta e di collegamento, dei pieni consensi della giunta regionale – continua Carravieri – fino ad arrivare al mancato rinnovo dei finanziamenti.
Da più di un anno tra Regione e CAI era allo studio una bozza di convenzione CAI / Regione Liguria che prevedeva per il CAI Liguria (affiancato dalla FIE Regionale) un servizio consulenza alla Regione su tutta la sentieristica regionale (la cosiddetta REL, Rete escursionistica ligure, 3500 km di sentieri della carta inventario inclusi i sentieri dell’AVML, quelli dei Parchi, dei Comuni e delle Province). Ora questa convenzione, già pensata insieme alla precedente Giunta, sembra essere arrivata alla fase finale di approvazione, ma questo evento non si è ancora verificato. E’ stato facile per alcune testate giornalistiche collegare i due fatti sopra menzionati. In effetti il CAI non intende sostituirsi tout court all’Associazione AVML (di cui tra l’altro fa parte)…
Nella ristrutturazione in atto della sentieristica regionale la Regione Liguria può sicuramente contare sull’apporto e la consulenza del CAI affiancato dalla FIE (che opera da tempo in due province liguri), ma deve preliminarmente costituire al suo interno una unità strutturata con esperti di sentieri, di cartografia, di promotion, di amministrazione con i quali CAI e FIE sono pronti a collaborare…”.

Considerazioni
Secondo il nostro punto di vista, tutta l’autoritaria operazione trova ragion d’essere nell’affidamento all’Agenzia In Liguria (l’unità strutturata di cui parla Carravieri) della promozione dell’Alta Via. Questo è il vero motivo per cui si è praticamente licenziata l’Associazione e per cui ci si servirà dell’utile paravento di CAI e FIE.

Ennesimo episodio di come il volontariato sia sostituito dal (solo in apparenza) più efficiente marketing; di come i veri valori su cui si fonda la cultura della montagna e della sua conoscenza possano essere stravolti da chi li tratterà come prodotto. Il vero scippo non è quello che il CAI ha fatto o non ha fatto ai danni dell’Associazione, bensì la sostituzione della mentalità “aziendale” al volontariato iniziale. Per convincersene, basta visitare il sito di In Liguria.
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