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Monte Oramara-Monte Alfeo (Appennino Ligure)

Monte Oramara-Monte Alfeo (Appennino Ligure)
(dal mio diario)

Il 2 maggio 1961 mi trovavo a casa del mio compagno di classe Luigi Sciabà per programmare una gita al Monte Becco. Scaturì l’idea di fare un bel gitone di due giorni da qualche parte. In seguito conobbi Marco Ghiglione, ne parlai anche con lui, ben lieto di essere coinvolto.

Il 10 maggio 1961 Marco venne a casa mia con un mazzo di carte militari, avevamo già una mezza idea del cammino da fare.

Abbiamo tracciato l’itinerario, cosa che ha richiesto molto tempo, fino a sera. Ci andavano il 2 e il 3 giugno, giorni consecutivi di festa: ma poi non abbiamo potuto. Passò l’estate, eravamo tutti distanti.

Siamo al 14 gennaio 1962: vado a casa di Marco con l’intenzione di progettare ancora più precisamente la gita, con le località e l’ora di passaggio, le varie altezze, le distanze in km e, infine, le ore di passaggio secondo altre forze. Ma qui devo spiegare cosa erano per noi le “forze”.

Marciando si può camminare più o meno velocemente, perciò con forza 1 si fa 1 km in 20’, con forza 2 si fa 1 km in 18’… con forza 4 siamo a 16’, con forza 6 a 14’, con forza 8 a 12’, con forza 10 a 10’… fino al massimo concepibile, forza 21, con la quale si fa 1 km in 5’45”.

Riporto qui il percorso ufficiale della gita (parte 1)
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(parte 2)
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Come si vede, la gita è programmata con un tempo di due giorni e mezzo, su proposta di Marco. Siccome l’itinerario definito passava non solo sulle creste ma anche in costa e dato l’elevato numero di vette, per non cadere nella tentazione di evitarne qualcuna, abbiamo assunto questo motto in latino: hostinato rigore.

Tutto era pronto, mancava solo la data. Per vari impegni si era pensato a dopo la fine della scuola, ma poi ci vennero in soccorso quattro giorni di sciopero dei professori, dal 22 al 25 maggio 1962.

Dato che non era confermato lo sciopero, la mattina del 22 andammo ugualmente a scuola per vedere come si mettevano le cose, anche perché la partenza da piazza della Vittoria della nostra corriera era alle 16.30.

Confermato lo sciopero, siamo andati a casa per prepararci. Il mio zaino (nuovo) alla fine pesava 22 kg. Fatte le prove di come portarlo, e constatato che era cosa da bestie, mi son messo a leggere Ombre di cera, un giallo di Ursula Curtiss.

Al luogo dell’appuntamento giunge anche Marco, carico come un somaro perché in più aveva la tenda. Mentre aspettiamo la partenza, lo strillone del Corriere Mercantile ci urla che è uscita la prima edizione. Con quella, assorbiti nel Giro d’Italia, perdiamo tutta la prima parte del viaggio. A Prato acquistiamo interesse per il paesaggio, con i molti tornanti arriviamo a Bargagli, “u Bargaggi zeneise”. Dopo il passo della Scoffera e Laccio arriviamo a Torriglia. Ci raccomandiamo al bigliettaio che fermi il pullman a Costamaglio e ci faccia scendere.

Costamaglio non è più di due-tre case. Una volta a terra, prendiamo in mano subito la carta militare Rovegno: in fondo a questa valle, abbastanza cupa, scorre il Trebbia, verso il Po.

Profilo altimetrico
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Ecco l’inventario di tutto ciò che ho. Addosso a me, maglietta a mezze maniche, camicia, pool-over senza maniche, orologio (mezzo scassato), mutande, pantaloni lunghi di tela color marrone chiaro, calze, calzettoni di lana, scarpe a suola vibram; nello zaino, coperta che funge da saccopiuma, coperta di rinforzo, scatola di plastica contenente un pollo arrosto intero e del prosciutto, otto panetti, sette arance, una borraccia da litro senza acqua, barattolo di vetro con sei pezzi di cioccolata e zollette di zucchero, il fornello a spirito di Marco, una torcia elettrica, una lanterna elettrica a più luci, macchina fotografica, scatola di formaggini Milkana, due barattoli di pesche sciroppate, un succo di albicocca, cinque birre, una bottiglietta di alcol, bussola, asciugamani, giacca a vento, maglione, impermeabile, thermos con mezzo litro di latte, cassetta dei medicinali, cordicelle varie, orario ferroviario, busta delle posate, coltellino con accessori, lente, metro a nastro, forbici, notes, matita, portafogli, pettine, saponetta, distintivo del CAI e relativa tessera, fazzoletto da naso, batteria di ricambio, guanti di lana, berretto di lana, due bustine di tè.

Marco ha, in particolare, la tenda, le carte militari, il siero anti-vipera e un coltello da far paura.

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Alla partenza, alle 18.30, Marco fa scattare il cronometro. Scendiamo verso il torrente-fiume Trebbia, proprio dove questo fa un notevole gomito. In pratica siamo sulla cresta del dosso che costringe il fiume a questa ansa.

Il posto, assai bello, lo sarebbe molto di più se non fosse immerso nella nebbia, con una visibilità ridotta a circa 50 metri.

Attraversiamo il Trebbia su un ponte di legno e prendiamo una strada che ci si para davanti. Chiachieriamo del tempo o cose simili e non ci accorgiamo che la strada sale tanto da abbandonare il fondovalle, mentre noi, per raggiungere le Case Seretti, che sono prima delle Case Berbotti, avremmo dovuto stare al fondo. A una curva, controllando sulla carta, vediamo che la strada ci porterebbe a Santa Brilla… non possiamo far altro che tornare indietro. Ma ben presto ci accorgiamo che i guai sono appena incominciati. La nebbia si sta facendo più fitta, la sera si avvicina. A un certo punto la strada attraversa inaspettatamente il rio di Bocco, che stiamo costeggiando. Non era previsto. Di ciò ci allarmiamo assai. Torniamo sui nostri passi ma non vediamo alcun sentiero alternativo. Solo una specie di traccia, che seguiamo con scarsa convinzione, che poi si perde. Torniamo ancora indietro, passando per una frana, volendo fare lo spiritoso, cado rovinosamente per terra insozzando la carta militare che ho in mano. Finalmente di nuovo al rio di Bocco e prendiamo il sentiero che passa sull’altra sponda, lo seguiamo un po’ fino a vedere una specie di laghetto. Come facciamo ad attraversare? Fossimo senza sacchi sarebbe facile, ma con carichi simili… Buttiamo in acqua dei sassoni per poterci passare sopra. Passato per primo io, prendo gli zaini che mi porge Marco con infiniti stenti, poi è la sua volta. Ripreso il sentiero, arriviamo a un bivio non presente sulla carta. Capiamo di essere ancora fuori strada, ma non ne veniamo a capo. Probabilmente siamo un po’ dopo la confluenza con il rio di Giassina. Propongo di salire su a sinistra in modo da arrivare comunque alle Case Seretti o alla Case Bortotti. Dopo aver esplorato i dintorni per snidare un qualunque sentiero, prendiamo su per un versante ripido e cosparso di erba e cespugli spinosi. Penoso. Arrivati quasi in cresta, su erba, scorgiamo un casolare. Controllo sulla carta e gioisco: il casolare c’è, ed è un po’ più a ovest e poco più basso delle Case Berbotti. Avanziamo in costa e finalmente siamo sulla dorsale. Non si vede nulla per la nebbia, ma c’è una stradina che va in su. La prendiamo e dopo qualche minuto vediamo delle case. Le raggiungiamo e chiediamo a un essere vivente dove diavolo siamo. Ci viene risposto Pian della Chiesa!

Grande sconforto ci prende, perché siamo completamente fuori percorso, perfino su un’altra dorsale. Quello che credevamo essere il principio della valle del rio di Giassina era invece l’accesso alla valle del rio di Bocco. E, per colmo, anche sotto e a ovest del Pian della Chiesa c’è un casolare!

Il contadino, vedendoci in difficoltà, ci indica la strada da prendere. Orrendo a dirsi! Nel nostro vocabolario non c’è la possibilità di chiedere a qualcuno la strada! E ci dice anche di fare attenzione a non sbagliare e andare verso le Case Posasso.

– Il bivio – ci dice – è a duecento metri da qui.

Partiamo ringraziandolo, ma giunti al bivio prendiamo a sinistra, cioè sbagliamo di nuovo. La spiegazione la devo a un mio errore e solo mio. Guardando la carta, credevo che la cresta della dorsale a destra idrografica del rio di Bocco e a sinistra delle Case Scorticata: in base a questo il percorso per Barbagelata (nostra meta) avrebbe dovuto essere in fondovalle e le Case Posasso sull’altro versante. Invece la strada per Barbagelata è sulla cresta, le case Posasso sono a destra (idrografica) di questa e le Case Scorticata a sinistra. Per questo errore non vedo attenuanti.

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Dunque scegliamo quel percorso pensando erroneamente che a un certo punto ci saremmo trovati in fondovalle. Invece il tracciato ci porta a sinistra, e questo ci pone molti dubbi. Frattanto la nebbia s’infittisce ancora, e la stanchezza, con il morale a terra e con il peso degli zaini, si fa sentire. Il luogo è boscoso, per di più. Grandi alberi di castagno ci sovrastano, contribuendo ad accelerare l’oscurità. Sono le 20.20. Finalmente il bosco finisce e ci troviamo davanti a un casolare. Sulla carta, accanto alle Case Scorticata, non figura alcun casolare. Questo è piuttosto lungo e stretto, in rovina nella parte posteriore. Avanziamo un po’ in salita e ci fermiamo, orribile a dirsi, per consultare la bussola, perché ora non solo non sappiamo dov’è il sentiero, ma non sappiamo neppure dove è il nord, sempre per quel mio errore. Seguiamo una specie di crestina erbosa dove appare un sentiero. Ora ci sembra di udire delle voci e un abbaiar di cani. Sempre credendo di essere vicini alle Case Scorticata, ci buttiamo verso l’alto in direzione dei rumori. Scorgiamo le case solo quando siamo a 15 metri. Salutiamo una donna e le chiediamo dell’acqua, che ci servirà per fare da mangiare. Quando quella torna con l’acqua, le chiedo se quelle sono le Case Scorticata, ma risponde che siamo alle Case Posasso e che per andare a Barbagelata bisogna prima salire per il sentiero lì vicino e poi seguire la cresta.

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Ringraziamo e iniziamo a camminare. Alle ultime luci ci fermiamo per controllare sulla cartina, accorgendoci così finalmente dell’errore commesso. Ritroviamo così la strada giusta, quella che avevamo lasciato per sbaglio subito dopo Pian della Chiesa. Dopo una mezzora ci ritroviamo su una specie di colle, che vediamo sulla carta essere vicina sia a Barbagelata che a Costafinale.

Ormai però non vediamo più nulla, è notte. Perciò scendiamo di poco a una radura per piantare la tenda. Sono le 21.30. Mentre uno fa luce, l’altro erige la tenda, con il copritenda, perché il tempo non promette nulla di buono. Poi ci buttiamo sulle cibarie con una fame da lupi. Finiamo con una camomilla, poi tiriamo su le cartacce i gusci d’uovo sodo con i quali abbiamo insozzato davanti a noi. Quindi ci ritiriamo in tenda, io con la mia coperta lui con il sacco sintetico, e facciamo il punto sulla situazione. Decidiamo la sveglia per le 5.00, per andare a Barbagelata. E da lì faremo forzosamente il Monte Larnaia e il Monte Bocco, quelli che avremmo dovuto fare oggi. Poi torneremo a Barbagelata e tutto proseguirà come da programma.

Spegniamo le luci, lui sicuro di dormire perché abituato, io sicuro di stare sveglio. Dopo un po’ di rimescolii dalla sua parte, alla fine tutto tace. Io faccio tutto meno che dormire: mangio, guardo fuori della tenda (accorgendomi tra l’altro che la nebbia si è dissolta). Riesco a dormire sì e no due ora, poi alle quattro non dormo più. Il mio compagno sembra un sasso. Decido di vestirmi e di uscire. Il tempo è bello, il sole sta sorgendo, vedo anche un paese, che riconosco per Costafinale. Passeggio un po’, aspettando che il dormiglione si svegli.

Fatta colazione e sbrigate le ultime faccende, leviamo la tenda e partiamo. dalla colletta di ieri sera vediamo Barbagelata, il M. Larnaia e il M. Bocco che nel frattempo abbiamo deciso di non fare perché perderemmo troppo tempo, tra andata e ritorno. Siamo mezz’ora in anticipo e filiamo verso Barbagelata dove, a una fontana, ci laviamo. Ben sgrassati e ripuliti, ripartiamo alla volta di Costafinale. Dopo la Cappella incontriamo un contadino con un mulo. Ci salutiamo e ci chiede se eravamo noi quelli con la tenda rosso-arancione. Gli rispondiamo di sì e, dato che lui va al paese e noi invece al Monte Pietrabianca, ci separiamo. Il Monte Pietrabianca 1198 m è un monticiattolo erboso che facciamo con poca fatica. Da qui riconosciamo il Monte Posasso in lontananza e ci mettiamo subito in cammino. L’anticipo è sempre di 29-30 minuti, ma fatichiamo a conservarlo. Giunti alla base del cespuglioso Posasso, lasciamo la mulattiera e scarpiniamo verso la vetta tra macchie di noccioli. Poi per prati alla vetta, a 1236 m. mentre Marco si scarica la pancia del sovrappiù, io mangio un’arancia. Riconosciuto il Monte Collere, ripartiamo. Alla Cappella della Cardenosa facciamo una breve sosta per mangiare un po’ di zucchero. Ripartiamo. Alla base del Collere, un sentierino lascia il principale. Noi lo seguiamo e dopo un po’ siamo in vetta, a 1288 m. Il panorama è vasto, ma un po’ offuscato. Sotto di noi c’è il Passo della Rocca e lo oltrepassiamo con soli 15’ di anticipo. A noi sembra di filare come dannati, ma si vede che abbiamo sbagliato qualcosa. Procediamo in discesa, verso il Lago della Nave, invaso da un’infinità di girini; poi ripartiamo per il Monte Laghicciolo 1259 m, che oltrepassiamo soffrendo la calura. Scendiamo alla Cappella Fregarolo 1203 m, dove succhiamo altri zuccherini. Sempre più fiacchi per il ritmo, ripartiamo per il Monte Garba 1326 m che raggiungiamo alle 10.45, con soli cinque minuti d’anticipo. Scendendo al Passo del Gifarco 1264 m perdiamo la strada. Dopo aver vagato qua e là, c’incamminiamo tra sterpi e rovi con il pensiero fisso alle vipere. Al passo non ci fermiamo e proseguiamo per l’omonimo Monte Gifarco. A questo punto Marco e io discutiamo perché lui non ci vuole andare.

– Ricordati dell’hostinato rigore – gli dico. Mi dà ragione. In seguito ci accorgeremo che il Monte Gifarco non l’avevamo neppure messo in programma!

Comunque alle 11.30, dopo una scalata di roccia mista a terra che ha rappresentato una delle cose più belle della giornata, ci ritroviamo in vetta al Gifarco. Da qui possiamo vedere Fontanigorda.

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Avevamo stabilito di pranzare alle 12.30, ma anticipiamo per la fame da lupi che ci ritroviamo addosso. Scendiamo per il versante nord, per una ripida scarpata, e ci ritroviamo di fronte al Monte Roccabruna 1418 m che saliamo senza difficoltà. Ripartiamo, ma dopo neppure duecento metri ci fermiamo a controllare la carta. Non sto a farla lunga, ma bisogna dire che abbiamo perso di vista il Passo d’Esola, abbiamo traversato coste e canaloni nella boscaglia, a lume di naso. A un certo punto siamo costretti a riconoscere d’esserci un po’ persi. Abbiamo creduto di riconoscere i due passi, d’Esola e di Ertola, ma non era così. Poi Marco, passando sotto un monte roccioso, crede di riconoscere il Monte Gifarco. Questo vorrebbe dire che stiamo tornando indietro! Ma procediamo fiduciosi e, dopo un bel po’ di cammino, ci ritroviamo davanti a una cappelletta… Guardiamo affannosamente sulla carta che non riporta, nel punto in cui crediamo d’essere, alcuna cappelletta. Scorgo un paesino in basso a sinistra, ma sulla carta non c’è. Si accentua il sospetto di essere tornati sui nostri passi alla Cappella Fregarolo. Io mi rifiuto di crederci, ma Marco me lo dimostra: 1) nei pressi della cappelletta, c’è una cartina di zucchero, quello che avevamo mangiato alla mattina; 2) sulla carta, rispetto alla cappelletta, è segnato il paese che si vede; 3) ci sono le nostre impronte!

A questo punto ci diamo alla disperazione più nera, non sapendo neppure spiegarci l’accaduto. Anche in seguito proveremo a capire, senza successo.

Intanto ora decidiamo il da farsi. Non si può tornare ancora una volta al Roccabruna, così decidiamo di scendere a Fontanigorda. Da lì a Rovegno, poi a Gorreto, fino a pernottare alle pendici del Monte Alfeo, come avremmo fatto nel programma iniziale passando da Ottone. facendo così avremmo recuperato il tempo, perché saremmo passati per la carrozzabile invece di salire i monti Montarlone, Oramara, Dego, Spinarola e Veri. Stiamo letteralmente smaniando arrabbiatissimi per la soluzione di ripiego. Scendiamo a Casoni e poi arriviamo di fronte a Fontanigorda, separati dal paese da una valletta. Decidiamo di prendere un sentiero per tagliarla. Mai l’avessimo fatto! Il prezzo che paghiamo è l’affrontare una lunga distesa di sterpi e rovi. Ma giunti alla SS 45 finalmente possiamo andare veloci. Dopo un sacco di km arriviamo a Gorreto alle 18.50. La gente ci guarda come bestie rare mentre facciamo qualche acquisto alimentare. Alla fine, alle 19.10, ripartiamo per un largo e ripido sentiero nella macchia. E’ il colpo di grazia. Arriviamo a Bertone con gli occhi che si stanno chiudendo. Ore 20.30. Prendiamo acqua da una fontana e saliamo ancora qualche decina di metri per cercare una radura. Mentre Marco pensa all’alloggio, io penso al vitto, cucinando cibo per maiali: apro le uova credendo siano sode. Impiego un mucchio di tempo, imprecando, a togliere la scorza. Le butto nel tegame, assieme al tonno. Mangiamo insieme nello stesso tegamino. poi ingurgitiamo anche altra roba, che ora non ricordo.

Poi crolliamo in tenda.

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Sveglia ancora alle 5.00. Mi alzo per primo e vado per latte nel paesino di Bertone. Giro un po’ per le casupole ma non vedo nessuno. Poi però vedo una donna che sta mungendo in una stalla. Mi dice di tornare tra un po’, che per allora avrà finito di mungere e filtrare il latte. Torno alla tenda, mangiamo qualcosa guardando la carta. Poi torno dalla donna con la borraccia. Un litro di latte cento lire. Mezzo a testa, con il cacao, una bontà.

La strada ora è larga, ripida e piena di ciottoli che ti fanno scivolare. Siamo un po’ lenti e ci alterniamo davanti. Continuiamo nei castagneti (adesso per lo meno siamo all’ombra) e la mulattiera si fa sempre più brutta e meno battuta. Infine usciamo su prati in cui stanno pascolando delle pecore, ma di pastori non v’è traccia. Di strade neppure, ma a noi basta seguire il costone erboso per arrivare con molta fatica sul Monte Alfeo 1651 m, dove sorge una grande statua alla Madonna. Il panorama è delizioso, sul Lésima, sul Cavalmurone e anche sul Carmo e l’Àntola, che sono in programma per oggi. Dopo alcune foto e una birra, scendiamo. Il terreno è uguale a quello in salita, ma rivolto a sud-ovest. Oltrepassiamo il Monte Cappello 1378 m, poi però si deve salire più decisamente, in pieno sole. A una selletta sostiamo abbastanza stanchi, poi riprendiamo verso il Monte Pecoraia 1384 m che raggiungiamo non prima di esserci buttati per una creduta scorciatoia rivelatasi invece un ginepraio di rovi e sterpi. Prendiamo la mulattiera per le Capanne Carrega, ma poi deviamo per pendii ripidi ed erbosi verso il Monte Carmo. Strasciniamo i passi, procediamo colubridamente. Cercando la via più diretta le gambe non ci reggono più, ci abbandoniamo alla sosta, lo stomaco reclama cibo ma glielo neghiamo fino a che non saremo arrivati alle Capanne di Carrega. Arriviamo sulla cresta, molliamo qui gli zaini perché ripasseremo da qui. Saliamo con la sola forza di volontà. I piedi dolgono, polpacci e ginocchia non reggono, il morale è basso. Stiamo per fermarci di nuovo, ma ci ritroviamo inaspettatamente in vetta al Monte Carmo 1640 m, un pianoro di circa venti mq.

Per gravità, ritroviamo gli zaini e proseguiamo per le Capanne di Carrega. Qui c’è un rifugio del CAI abbandonato e un’osteria. Entriamo.

Nessuna traccia del padre di Marco che dovrebbe essere lì ad aspettarci. Compriamo delle birre e delle gazose e ci ritiriamo nella pace dei campi a mangiare. Ma un cane e una mucca fanno la posta al nostro cibo!

– Pussa via, bestiaccia! – e giù un sasso. Niente, sono sempre qui. Così traslochiamo ad altro posto, più ombroso. Siamo in una radura di castagne al fresco più delizioso, quand’ecco di novo il simpatico cane e l’ossessiva vacca. Emigriamo ancora, salendo su un poggio. E chi vediamo? Il padre di Marco e tre amici suoi! Dopo i saluti entusiasti ci offrono della cioccolata. Noto i binocoli di Elio Ghiglione, meravigliosi. Con quelli vediamo la cima dell’Alfeo salita questa mattina: sembra lì. Scherzando e ridendo raccontiamo quello che ci è successo. Vengo a sapere che uno dei tre, Gian, è appassionatissimo di montagna ed è stato sul Monte Bianco il 9 agosto 1952: e quest’anno vorrebbe rifarlo per il decennale. E’ un camminatore formidabile e pochi gli stanno dietro. Gli altri due invece sono escursionisti più tranquilli: uno è piuttosto anziano e l’altro mi è antipatico. Dopo altre risate per l’acquisto all’osteria di un vino particolarmente schifoso, ripartiamo. Seguiamo per un pezzo la strada, poi ci stufiamo e seguiamo la cresta: io, Marco e Gian per primi, gli altri dietro. Oltrepassiamo la vetta del Monte Pio di Brugneto 1475 m. Frattanto Marco, che ha il sacco un po’ più pesante del mio, resta indietro e io invece seguo tenacemente Gian, il quale sale imperterrito le due anticime del Monte delle Tre Croci e si trova poi in cima (a 1565 m) seguito a 50 metri da me. Al successivo Passo delle Tre Croci ritroviamo Marco che ha scartato questa cima per la stanchezza e ha seguito il sentiero. Gian inizia una marcia, per me disperata, verso il Monte Àntola. Vuole dare la polvere a tutti, ma io non mollo e gli tengo dietro come posso. Camminiamo a questo ritmo per circa 30 minuti, quando ci ritroviamo sul costone finale dell’Àntola. Mi precede in cima, a 1597 m, con due minuti di vantaggio. Ah, se fossi appena partito, se non fossi sfinito da questi due giorni… gliela farei vedere io!

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Dopo 10’ arriva Marco, poi arriva l’altra metà della truppa. Scendiamo al rifugio Musante. Ci sediamo e ordiniamo salame, formaggio, cioccolata e tutto quello che ci è avanzato negli zaini. Dopo il caffè, iniziamo a scendere per Torriglia. Io non ho ancora intenzione di smettere la mietitura di vette, così chiedo a Gian (perché Marco non ne ha più voglia) di accompagnarmi sul Monte Cremado 1512 m. Lui mi risponde: – Guarda, per me va bene. Solo che io seguo solo la cresta. In cima non ne ho voglia, perché ci sono già salito.

Gian ed io ci separiamo dal gruppo, poi io mi stacco da Gian e filo vero la cima, che raggiungo con sforzo. Mi butto giù a raggiungere Gian che a quest’ora chissà dov’è. Riesco a raggiungerlo. Ci ricongiungiamo al gruppo, ma poi lo abbandoniamo di nuovo, lui per costeggiare e io per salire il Monte Duso 1450 m che raggiungo da solo allo stremo delle forze.

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Appena calpestato il punto più alto mi precipito in discesa per cercare di raggiungere quel delinquente (si fa per dire) di Gian che è già molto lontano. Lo raggiungo, ma non smettiamo di correre perché pensiamo che il gruppo da lì sia già passato. Cosa non vera, dopo il Colletto ci raggiungono loro!

Vi è ancora il Monte Preda da salire, ma non trovo la volontà di farlo e perciò procedo assieme agli altri fino al Passo dei Colletti. Da lì, volata finale fino a Donetta, frazione di Torriglia. Gian è davanti a me di trecento metri. Lo seguo ostinato. Dietro di me, a 500 metri, il gruppo. E questo è l’ordine di arrivo a Dunetta.

In auto, salgo assieme a Gian. In discesa sui tornanti dal Pian della Scoffera lo prego di fermarsi: devo vomitare!
A Genova, Gian mi lascia in via Monte Zovetto. Via Rodi dove abito io non è distante, ma il tragitto è penoso. Sono così stanco che non faccio neppure cena.

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Punto altimetrico più alto: Monte Alfeo 1651 m.
Cammino a piedi: km 80,200.
Tempo impiegato camminando: ore 23.
Notti in tenda: 2 (la prima nel punto 32TNQ18962648 e la seconda nel punto 32TNQ21414132.

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Solo, con i mezzi pubblici – 1

Solo, con i mezzi pubblici -1
di Gian Luca Gasca (tratto da https://montagnedigitali.wordpress.com/)

Mi chiamo Gian Luca Gasca, ho 23 anni e da ormai quattro mi occupo di divulgazione scientifica, partecipando a numerosi eventi nel territorio piemontese e non. Non sono mai stato un amante dei racconti senza espressività ed emozioni realmente vissute, e sono convinto che la risata sia la chiave per imparare meglio qualcosa e avvicinarsi agli argomenti con maggior interesse.  Per questo nel mio lavoro ho sempre cercato di coinvolgere il pubblico, facendogli vivere in modo divertente mostre e laboratori.

Gian Luca Gasca
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Un viaggio, partendo da Trieste ed arrivando a Nizza. In sé non c’è nulla di nuovo, non sono certo il primo a percorrere le Alpi in lunghezza. Ma perché proprio un viaggio? Il tema del viaggio permette di rendere maggiormente coinvolgente il racconto. Attraverso storie realmente vissute, emozioni e sensazioni è più facile appassionare e sensibilizzare il lettore al tema trattato. Si potrebbero leggere le stesse informazioni in un libro di storia o in un trattato scientifico. La differenza sta nel fatto che questi ultimi riportano in modo sterile una sequenza di eventi o dati, che difficilmente attraggono una persona, se non del settore.

Mentre il tema del viaggio lungo le Alpi è già stato sfruttato da altri, io mi concedo un piccolo primato. Sarò infatti il primo a compierlo interamente attraverso l’uso di mezzi pubblici, principalmente attraverso bus e treni. In circa due mesi. Anche questa scelta ha una motivazione: quando si decide di fare una gita in montagna la macchina è il primo pensiero, così da arrivare il più vicino possibile all’imbocco del sentiero. Magari posteggiando in un parcheggio a 2000 m. Tema del progetto è anche quello di mostrare che è possibile vivere la montagna in modo responsabile, sfruttando le linee di collegamento pubblico. Per quanto il territorio sia impervio, esistono reti di trasporto che permettono di raggiungere tutti i centri, anche quelli minori e meno sfruttati turisticamente.

La terra trema, la terra frana
di Gian Luca Gasca (tratto da https://montagnedigitali.wordpress.com/)
appunti di viaggio tra Pinzano e Longarone, 29 giugno 2015)

Venzone. Mattina. Piove. Mi incammino lungo la strada che porta in paese. Le auto mi sfrecciano accanto, incuranti della mia presenza.

Il centro di Venzone, sotto fitta cortina di pioggia, osservato dalla desertica stazione
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Sono qui per le mummie: reperti unici nel loro genere, ma purtroppo non conosciuti; e, come ho potuto osservare, non molto valorizzati. Sotto la pioggia, mi faccio strada fino alla cappelletta che le conserva, vicino al Duomo. Sembra di camminare in un borgo con millenni di storia ma, in realtà, questi edifici non hanno più di una quarantina d’anni. Il paese era stato raso al suolo dal devastante terremoto del Friuli, per poi essere ricostruito uguale a prima. Purtroppo non potrò vedere le mummie, è tutto chiuso. Cerco allora l’ufficio turistico, che scopro essere aperto solo due giorni a settimana per un paio di ore. E, secondo voi, io sono capitato in uno di questi due giorni? Sconsolato e bagnato m’incammino, sotto le nuvole cariche di pioggia, verso la stazione dei treni. Non riesco a spiegarmi come reperti di tale importanza possano essere così poco considerati e mantenuti inaccessibili al pubblico. Chissà cos’avrebbe fatto Napoleone, se avesse trovato chiuso quando venne a visitarle. In stazione leggo con piacere che il primo treno utile partirà da lì a due ore. Inizio allora un lungo giro alla ricerca di un bar. Nulla. La stazione pare abbandonata da anni, non c’è neppure una macchinetta per fare i biglietti. Arrivo a Pinzano che ormai è già passata l’ora di pranzo. Per raggiungerlo sono passato da San Daniele. Al piccolo paese sul Tagliamento vengo accolto da Raffaele, il vicesindaco. Un uomo bassino con gli occhiali ed un carattere elettrico. Vengo immediatamente sommerso di parole, ha una parlantina veloce e fitta di informazioni. Mentre mi parla continua a muoversi. Il suo sorriso spontaneo mi mette subito allegria, però vorrei che si fermasse per un istante.

Remigio osserva dall’alto il Tagliamento
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“Stavo uscendo per andare a bere una birra con gli amici, mio padre quando mi ha visto con la giacca e le chiavi mi ha detto ‘certo che a te il terremoto non ti prende’. Era così, una battuta che mi faceva ogni tanto perché a casa non c’ero mai”. Questo è l’inizio della fine per Remigio, in quella sera del 6 maggio 1976 che tutti i friulani dai quarant’anni in su hanno ben impressa nella loro mente. Remigio è il mio Cicerone qui a Pinzano: è un uomo di mondo, ha lavorato un po’ ovunque e si è fatto la sua gavetta, prima di raggiungere i suoi obiettivi. La folta barba bianca e la stazza notevole lo fanno sembrare un vecchio burbero ma, dentro è un bambinone, con tanta voglia di vivere e scoprire ancora il mondo attorno a sé. Ci incamminiamo lungo le vie del paese. Le case sembrano vecchie di cento anni, ma qui nulla ha più di quarant’anni. A parte il campanile. “Quello ha retto”, mi dice Remigio.

Il sacrario militare di Pinzano, ricoperto da una folta vegetazione
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“Siamo estremamente orgogliosi della medaglia d’oro che ci ha dato lo Stato italiano” mi dice, con gli occhi sempre più lucidi. Poi mi guarda e dice una frase che non ho mai sentito dire a nessuno, prima di lui: “Chiedi a tuo padre… chiedigli se è stato contento di pagare la tassa per aiutare noi friulani. Io lo so che sicuramente avrà bestemmiato come tanti, ma io li invito tutti qui a vedere cosa abbiamo fatto, con quei soldi”. “Ricordo con affetto il periodo della ricostruzione. – mi dice mentre andiamo verso il sacrario militare – Lo Stato diede la possibilità di aprire un mutuo praticamente a fondo perduto per le cifre che ci venivano chieste”.

Uno dei bunker della Guerra Fredda
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Il sacrario militare di Pinzano è un luogo strano. Doveva essere il luogo in cui onorare i caduti della Prima Guerra Mondiale ma, alla fine, dopo l’armistizio, è diventata base di soldati cosacchi. Oggi è tutto ricoperto da una vegetazione che dona al luogo un’aura di antichità. Sui muri, i segni del terremoto: alcuni dei blocchi sono fuori posto. Pinzano è un paese in cui la Storia è ovunque: basta camminare per strada e, se si scruta in direzione dei boschi che circondano il paese, si notano casematte e fori di tiro, sia della Seconda Guerra Mondiale che della Guerra Fredda. Con Remigio ci allontaniamo dal centro, percorrendo in direzione opposta la statale che porta al borgo. Passiamo una breve galleria scavata nella roccia. Ci sono due porte di ferro ai lati: le usavano i tedeschi per chiudere gli accessi al paese, quando dal bunker che dava sul Tagliamento li avvisavano di un pericolo.

La più “cresciutella” delle vedette di Cia Ronc
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Svoltiamo a sinistra, in una stradina secondaria, ed iniziamo a salire per boschi e prati da fieno. Ad un certo punto, una casa. “Loro sono le ultime vedette”, dice Remigio indicandola. Siamo a Cia Ronc, una frazione abitata fin dal 1960 da due sole persone, madre e figlio. Ci accolgono con grande entusiasmo, contenti di vedere qualcuno, anche se forestiero. Lei, 92 anni e uno scialle che le avvolge la testa, mi fissa incuriosita dalla sedia per tutto il tempo. Questa sera dormo da Daniela e Salvino a Sequals, nel paese di Primo Carnera. Sono il loro primo cliente, hanno aperto da poco. Sono incuriositi da me, dalla mia storia e dal mio viaggio. Passiamo la serata davanti ad un buon prosecco, poi ci salutiamo: sono stanco e domani e mi attendono svariate ore di autobus per arrivare a Longarone. “Mandi”, mi dicono. Significa “Nelle mani del signore”, in ladino.

Il muro della diga del Vajont, monito (purtroppo spesso ignorato) per le generazioni future
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Arrivo a Longarone in tarda mattinata. Un bel cielo azzurro mi accoglie e, quando volto la testa e scruto fuori dal finestrino, eccola lì. La visione è impressionante. Enorme e grigio, si staglia nel mezzo della valle il muro in cemento della diga del Vajont. “Rimane a testimonianza dell’idiozia degli uomini”, mi ha detto Gervasia Mazzucco, una delle superstiti di quell’indescrivibile sciagura. “La mattina dopo c’era un silenzio enorme, sentivi solo qualche sasso rotolare. Ricordo un gruppo di uomini che guardavano verso la montagna, senza parole”. Così Gervasia  ricorda la mattina del 10 ottobre 1963. La tragedia, però, ha avuto luogo la sera prima. “Tu sei dentro al rumore, non si può far capire. È una cosa inumana, che ti paralizza. Ricordo che non riuscivo a muovermi, ero paralizzata da quel suono”.

Gervasia Mazzucco, una dei sopravvissuti alla tragedia del Vajont
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Dopo poco ci raggiunge Renato Migotti, architetto di Longarone. Aveva 16 anni, nel 1963. Mi racconta brevemente cosa gli è accaduto, ma non ne parla volentieri. “Non ho mai raccontato la mia esperienza, nemmeno in famiglia, perché mi emoziona, mi mette in tensione”. Renato è il presidente dell’associazione che raccoglie i sopravvissuti al disastro del Vajont. Un’associazione nata inizialmente per l’esigenza di chi aveva vissuto quel momento di sentirsi uniti in un gruppo, un gruppo con cui potersi confidare. Poi questo gruppo ha cominciato ad organizzare eventi per ricordare e diffondere la propria storia. La storia di un lavoro “all’italiana”.

Renato Migotti, presidente dell’Associazione Superstiti del Vajont
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Sono stato in questa zona di leggende e tragedie due giorni. Quando me ne sono andato ero ormai cambiato dentro. Ho avuto difficoltà ad assorbire l’impatto con questa realtà perennemente presente nella zona, ovunque ci si trovi. Quando si è a Longarone si ha la diga di fronte, quando si va a Erto e Casso invece si ha una vista forse ancor peggiore: la frana. Ho volutamente scelto di non visitare musei sul Vajont, ma di cercare le testimonianze di chi l’ha vissuto. La cronaca dei fatti la si può ritrovare nei libri di storia, ma il racconto delle sensazioni e delle emozioni dei sopravvissuti – di cui qua riporto solo alcuni stralci – ha tutto un altro impatto.

Ciò che resta della montagna dopo la frana è ancora più impressionante del muro della diga
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Il Vajont è fatto di persone. Persone che hanno sofferto e che, purtroppo, continuano a soffrire. Il Vajont è fatto di illegalità, di soprusi, di mafia. Il Vajont dovrebbe insegnare. Dovrebbe insegnare il peso delle decisioni, il peso della responsabilità. Ma in realtà, come spesso accade in Italia, per ora ha insegnato ben poco.

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Da un vecchio Stélvio a un nuovo PEACE

Da un vecchio Stélvio a un nuovo PEACE
a cura di Mountain Wilderness

Se si guarda all’attuale degrado del Parco nazionale dello Stélvio non si può pensare a un recupero di idee ormai morte e sepolte. Occorre guardare al futuro, pensare a un parco che consolidi la conservazione e promuova lavoro compatibile con le priorità della tutela.
Per un rilancio strategico esiste il progetto PEACE, la grande area protetta nel cuore delle Alpi Centrali. In memoria di Alex Langer.

IL PARCO NAZIONALE DELLO STÉLVIO
Il Parco nazionale dello Stélvio è stato istituito il 24 aprile 1935 con il sostegno attivo del CAI e del Touring Club Italiano. E’ il parco alpino più vasto d’Europa, 130.700 ettari, il più ricco di biodiversità nelle Alpi. Un patrimonio mondiale di cultura, risorse, paesaggio. Quest’anno compie 80 anni, ma non li può dimostrare, né in azioni, né in promozione, né sul piano scientifico perché per molti anni è stato un parco gestito più come istituzione che come ente reale. Dal dopoguerra in poi ha subito il costante boicottaggio dalla SVP (partito autonomista di maggioranza, altoatesino) che ha visto nel parco una imposizione di stampo fascista da cancellare con ogni mezzo.

Orso in Valle di Rabbi
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In realtà il parco nacque sull’onda di un feroce nazionalismo post bellico. L’arroganza dei vincitori di allora spiega perché oggi il parco venga ancora considerato un’imposizione del governo di Roma, un governo che giunse a cambiare i nomi di tutti i paesi del Südtirol. E’ dal 1951 che la SVP discute su come ridurre i confini del parco nel territorio altoatesino per offrire vita alle aree ad alta intensità agricola: si sono provate petizioni e mozioni, tese anche a demolire il Parco Nazionale.

Il 28 settembre 1968 è l’intera comunità della valle Venosta a chiedere l’abolizione del parco. Si è provata anche la via giudiziaria con il protagonismo dei pretori di Tirano (SO) e Silandro (BZ) che sostennero l’illegittimità della legge istitutiva del 24 aprile 1935: la Corte Costituzionale ne rigettò le istanze. E’ anche vero che nella vicina Engadina i proprietari terrieri e i contadini ricevono un indennizzo per il mancato godimento della proprietà: da noi invece non è permessa alcuna flessibilità o indennizzo. Nel 1977, finalmente in controtendenza alle tesi che proponevano la demolizione dell’ente, arrivò invece un ampliamento del parco di 38.000 ettari. Si inserirono l’alta valle dello Spöll e dell’Adda; e per collegare il parco all’Engadina i gruppi del Gàvia, Sobretta e Serottini.

Nel 2010 la SVP ha alzato il tiro con una serie di imbarazzanti e disinvolti accordi politici nazionali, prima con il centrodestra ed oggi con il PD, sempre con l’obiettivo di spaccare il parco. Ora si è arrivati a infliggere al parco il colpo definitivo. Certamente la SVP, complice un sempre assente Ministero dell’Ambiente, fino ad oggi ne ha impedito o intralciato il funzionamento fino agli accordi di Lucca (1993). La nascita del Consorzio nel 1995, strutturato dal Ministero dell’Ambiente e dalle tre realtà amministrative, Regione Lombardia e le province autonome di Trento e Bolzano, non ha prodotto, come risultato, un migliore funzionamento del Parco. Le amministrazioni locali hanno impedito di fatto che il Ministero dell’Ambiente, uscendo dal suo abituale letargo, approvasse il piano di gestione (depositato al ministero da ormai dieci lunghi anni). Risultato? L’Ente parco oggi è privo di un qualsiasi comitato di gestione, anche nei tre profili regionali o provinciali.

Il Lago Pian Palù in Valle di Pejo. Foto: Tiziano Mochen/Archivio PNS
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Un parco bloccato
In questi lunghi anni di immobilismo il parco non ha potuto esprimere le sue potenzialità, né sul piano dell’offerta promozionale, né sulla proposta culturale, tantomeno conservazionistica. Un parco privato di questi valori non può nemmeno offrire risposte in termini di lavoro e ricerca alle popolazioni locali: evitando un suo radicamento nel territorio si è voluto depotenziare l’ente di ogni credibilità legandolo solo a una sommatoria di vincoli e laccioli burocratici che incidono negativamente sulle quotidiane necessità degli abitanti locali, senza riuscire invece a bloccare i grandi progetti devastanti.

Era dovere del nostro Stato fare rispettare le norme UICN (Unione internazionale per la conservazione della natura) e il dettato della Convenzione delle Alpi che prevede il potenziamento delle aree protette e la loro interconnettività, anche transnazionale.

Era dovere dello Stato italiano fare approvare in tempi utili il piano parco, che ricordiamo, era stato approvato all’unanimità dal Consiglio centrale dell’Ente. Doveri disattesi.

Dal 2010 a oggi si sono lasciati scadere dagli incarichi i tre comitati di gestione regionali, perfino il Consiglio centrale, senza che si sia mossa foglia per offrire all’ente degli organismi gestionali, perlomeno provvisori. A oggi sono in carica solo i revisori dei conti, il direttore e il discusso e debole Presidente Ferruccio Tomasi al quale è stato prorogato l’incarico fino a nuova definizione dell’ente.

La proposta politica degli accordi di Lucca del 1993, attuata nel 1995, che istituì il Consorzio del parco pur incrinando il dettato della legge 394/1991, avrebbe potuto funzionare se gli enti locali avessero investito energie e soprattutto volontà politica. A oggi, se il Consorzio è fallito, non possono funzionare nemmeno altri enti, quali la Fondazione ad esempio. In qualunque situazione ci si troverebbe sempre in presenza dell’azione ostativa del Südtirol e probabilmente si toglierebbe voce agli enti locali subordinati, i comuni, e alla partecipazione nelle scelte della società civile. Per lo Stélvio è necessario investire in qualcosa di nuovo, che abbatta confini amministrativi e culturali, diffidenze storiche: in presenza della debolezza dello Stato, solo l’Europa oggi può essere garante di un simile percorso.

L’Ortles
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L’azione dell’ambientalismo per evitare lo smembramento
Le norme di attuazione discusse in questi primi mesi del 2015 prevedono di fatto lo smembramento del parco in tre unità praticamente autonome alle quali è concesso il diritto di modificare i confini dell’area protetta. Ognuna di queste unità costruirà il suo piano di gestione anche amministrativa e organizzerà la sorveglianza. Il finanziamento ricadrà unicamente sulle spalle delle due province, Trento e Bolzano; si tratta di oltre 5 milioni di euro l’anno. La Regione Lombardia, ormai assente da ogni attenzione verso le politiche conservazionistiche delle aree montane, si ritroverà così a subire l’assistenzialismo delle due province autonome e verrà di fatto privata di ogni responsabilità di governo nella gestione di un territorio strategico.

Le associazioni ambientalistiche nazionali e locali (CIPRA, CAI, Italia Nostra, Mountain Wilderness, WWF, Legambiente, LIPU, Touring Club Italiano, Pro Natura, FAI, SAT, ENPA, EPPAA) hanno provato in più occasioni a rilanciare i valori di un’area protetta chiedendo: a) l’inserimento nel Coordinamento nazionale dell’Ente dei rappresentanti qualificati dell’ambientalismo e del mondo scientifico, b) il varo di un unico piano del parco, c) la sorveglianza affidata ad un unico corpo, d) il rilancio del ruolo del Ministero dell’ambiente quale garante della unitarietà del parco, e) il superamento del poco incisivo Comitato di coordinamento per investire in organismi di gestione certi e responsabili, dotati di Presidenza, di un direttore, di una segreteria operativa. La fermezza della SVP e l’assenza ideale di tutti gli altri schieramenti politici hanno impedito anche questi passaggi di mediazione.

Cosa c’è dietro alle rivendicazioni nazionalistiche?
Nel consolidare lo spezzatino operativo del parco si sono nascoste le vere ragioni che hanno portato alla totale disattenzione della Regione Lombardia verso queste sue montagne e all’insistenza sullo smembramento della parte sudtirolese. Ragioni prettamente speculative. Non è un caso che le norme di attuazione prevedano esplicitamente la possibile modifica dei confini.

L’Alto Adige/Südtirol chiede la modifica dei confini per alzarli di quota, non solo per liberare alcuni abitati da vincoli urbanistici oggi forse superati, ma specialmente per permettere la caccia al cervo fino al limite dei ghiacciai; si vogliono sviluppare le colture dei piccoli frutti e ampliare aree sciabili in val Martello. Da anni ai piedi del Passo dello Stélvio diverse imprese chiedono lo sfruttamento dell’alveo fluviale per ricavarne preziose sabbie da inviare nei cementifici locali e per drenare un ricco ambito fluviale che la natura sta faticosamente riprendendosi e portando a straordinaria naturalità (Prato allo Stélvio). In Lombardia invece ci si vede liberati di un peso: la presenza di un parco nazionale e la riduzione dello Stélvio in Valtellina e nella valle Camonica in un miniparco regionale lo porterebbe ad essere territorio dimenticato dalla Regione, come avvenuto per l’insieme delle aree protette lombarde.

Il rifugio Nino Corsi in Val Martello
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Rischio smembramento per altri parchi nazionali
Va evidenziata un’altra emergenza, strettamente legata a quanto accade al Parco nazionale dello Stélvio. Se il disegno SVP – PD dovesse avere successo, cosa ormai praticamente certa, un simile esempio negativo verrebbe immediatamente esportato nel Parco del Gran Paradiso che vive analoghi conflitti istituzionali e di gestione. Si corre il rischio che il più antico parco italiano, 1922, finisca spezzato in due fra Val d’Aosta e Piemonte. E a questo punto sarebbe quasi inevitabile che il deleterio suggerimento venga accolto dal parco d’Abruzzo-Lazio-Molise e dal Parco dei Sibillini. Mentre in Europa si attuano politiche di unione e connessione fra aree protette, in Italia, unico paese al mondo, si smembra quanto intelligenze scientifiche e politiche avevano unito nel passato, si rinnovano e consolidano assurdi confini, si evitano politiche conservazionistiche e si rinuncia a fornire a un territorio fragile risposte basate sulla qualità, attente alla creazione di nuovi lavori innovativi nelle vallate alpine.

La lunga mano della speculazione
Negli anni ’50 il parco è stato devastato dalla costruzione di dighe per produrre energia elettrica, fino a quote molto alte. Tra gli anni ’60 e ’70 località come Bormio e Solda sono state stravolte dal proliferare delle seconde case. Il passo dello Stélvio è stato ridotto a una ragnatela di fili e cavi che ingloba e avvilisce l’intero paesaggio montano; lo stesso è accaduto a Solda.

Nel frattempo in aree particolarmente sensibili del parco sono stati realizzati – senza trovare opposizioni valide – progetti di distruzione ambientale inauditi, insostenibili anche dal punto di vista economico. Ecco due esempi:
– la grande pista della discesa libera dei mondiali di Bormio 2005 (oggi i paesi della Valtellina sono ancora costretti a pagare debiti contratti per l’appuntamento dell’ordine di decine di milioni di euro);
– sul versante del Trentino si è rifatta la funivia che raggiunge Val della Mite e oggi si pensa, in piena area valanghiva, di dotare l’impianto di una nuova pista di discesa.

Cascata in Valle di Rabbi
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Le peculiarità
Il Parco nazionale dello Stélvio non casualmente è composto da un’unica vasta area SIC. Questo territorio, grazie al valore di (ancora) imponenti ghiacciai, è infatti uno dei più importanti serbatoi di acqua delle Alpi intere. Ma non vi è solo ghiaccio, non vi sono solo cascate indimenticabili, corsi d’acqua che di ora in ora durante le estati modificano considerevolmente la loro portata. Vi sono torbiere fino in alta quota, foreste uniche come i cimbreti centenari di Solda, come i larici della scalinata del Saent, come la foresta del Sebel e ancora la cembreta di val Martello, gli ontani in val di Rabbi (alnetum incanae), pascoli estesi che offrono paesaggi d’incanto.

Fra la fauna è utile ricordare come, dopo innumerevoli rilasci, proprio in questi mesi sia avvenuta la prima nascita in libertà di un piccolo Gipeto. Da pochissimi anni nel parco sono arrivati predatori che erano scomparsi: il lupo e la lince. Non possiamo dimenticare la facilità con la quale si incontrano, grazie al divieto di caccia, caprioli, cervi, camosci, marmotte e lepri, aquile, varie specie di falchi e tutte le varietà di picchi delle Alpi.

Ma a noi sono rimaste impresse le emozioni che ci ha trasmesso il grande giornalista trentino Aldo Gorfer, il cantore delle montagne e delle sue genti, nel libro del 1971 Gli eredi della solitudine. A proposito della Val Martello scriveva:
“I luoghi ed i nomi imposti ai luoghi danno la misura della discreta antropizzazione che non si arresta nelle alte radure dei massi, ma coinvolge la montagna del deserto nivale. Si tratta di una storia umile perché i suoi protagonisti non sono le date e le guerre, né i potenti, né le città: ma povera gente, disperata, la cui economia era appesa alla bontà o meno del corso del tempo, ieri come oggi. E’ sempre stato così. E’ per questo che la storia della colonizzazione delle montagne ha il fascino misterioso del cosmo… Vi si ritrovano la secolare vicenda dei masi, l’accanimento epico della lotta per la sopravvivenza e l’avvicendarsi delle generazioni, ognuna delle quali ha ricevuto e trasmesso qualcosa di suo…”.

Il rifugio Casati e il Gran Zebrù
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IL PROGETTO PEACE
Già nel 1971 Italia Nostra e il CAI proponevano di ampliare i confini del Parco dello Stélvio per trasformare l’area protetta in un parco transfrontaliero dell’Europa. Negli anni ’90 Mountain Wilderness, sostenuta dalla intelligenza e dalla visione di Alex Langer, rilanciò la proposta inventando l’acronimo PEACE (parco delle Alpi dell’Europa Centrale, il parco della pace) allo scopo di consolidare, attraverso la difesa della natura e della biodiversità, nuovi contenuti nei rapporti fra stati, una innovativa strategia per superare i confini amministrativi, un nuovo modo per ritrovare sentieri di pacificazione transfrontaliera.

Il Parco PEACE
Le realtà a parco attuali e che prevediamo possano da subito avviare una gestione condivisa delle azioni tese alla conservazione della biodiversità dei territori e dello sviluppo sostenibile sono:

  • Il Parco nazionale dello Stélvio;
  • Il Parco regionale Adamello lombardo istituito nel 1983, vasto 51.000 ettari che coinvolge la selvaggia Val Camònica e fa da ponte fra lo Stélvio e l’Adamello–Brenta trentino;
  • Il Parco provinciale trentino Adamello–Brenta, istituito nel 1967 ma funzionante dal 1985, vasto 62.051 ettari, coinvolge 48 laghi e uno dei ghiacciai più vasti d’Europa: oggi è anche geoparco;
  • Il Parco regionale delle Orobie bergamasche, istituito nel 1989, vasto 70.000 ettari, caratterizzato da foreste di particolare fascino e importanza biologica;
  • Il Parco regionale delle Orobie valtellinesi istituito nel 1989, esteso 44.095 ettari che coinvolge le province di Lecco, Bergamo e Sondrio, ancora oggi privo di una sua efficacia gestionale;
  • Il Parco regionale dell’Alto Garda Bresciano, istituito nel 1989 e vasto 38.000 ettari. E’ un sistema alpino unico perché poggia su forti contrasti ambientali, climatici, altimetrici visto che i suoi confini partono dai 65 metri sul livello del mare e superano quota 2000;
  • Il Parco nazionale svizzero dell’Engadina, unico parco della Confederazione, istituito nel 1914 ed esteso 17.200 ettari. Qui la natura è lasciata libera a se stessa, appartiene all’esclusivo gruppo dei parchi di prima categoria, è riserva della biosfera UNESCO e si discute di ampliarlo;
  • La recentissima riserva della biosfera UNESCO delle Alpi Ledrensi, 46.000 ettari. Si tratta di una strategica oasi, quasi priva di attività antropiche, che unisce il Parco provinciale dell’Adamello-Brenta al parco dell’Alto Garda Bresciano.

Si tratterebbe del più grande insieme di aree protette dell’intera Europa: 414.900 ettari. A questi potrebbero aggiungersi, senza difficoltà amministrative, la gestione delle aree SIC e ZPS presenti nella vicina Austria.

Questa proposta di disegno di conservazione ambientale e paesaggistica delle Alpi poggia sulle indicazioni presenti nel protocollo Protezione della natura e tutela del paesaggio della Convenzione delle Alpi. In un primo passaggio, anche sperimentale, per la sua realizzazione riteniamo non siano necessari l’istituzione di ulteriori enti istituzionali. E’ un percorso che può strutturarsi e concretizzarsi attraverso accordi di programma che trovino la condivisione degli Stati (Italia, Svizzera, Austria), delle Regioni e province autonome interessate, dell’Unione Europea. La Fondazione Dolomiti UNESCO e nel suo ambito più ristretto la Rete delle Riserve attuata dalla Provincia Autonoma di Trento possono rappresentare un esempio su come sia possibile mettere in atto, e gestire con efficacia e condivisione, reti funzionali che abbiano lo scopo di perseguire gli obiettivi della conservazione dei beni naturali, della biodiversità, della sostenibilità dello sviluppo delle popolazioni che abitano le aree protette.

Un simile progetto permetterebbe alla comunità europea non solo di offrire risposte in materia di tutela ambientale, ma di sommare nuovo senso culturale, valoriale e ideale all’Europa stessa. Nel contempo, grazie alla istituzione del Parco d’Europa, si supererebbe lo sterile e anacronistico nazionalismo che oggi nel Südtirol mette in discussione la presenza del Parco nazionale dello Stélvio e incide negativamente su una equilibrata convivenza delle popolazioni locali.

LE INIZIATIVE DI MOUNTAIN WILDERNESS
Il Trekking
(20–25 luglio 2015)
Proprio vent’anni fa ci ha lasciati l’amico Alex Langer: con questo trekking, a lui dedicato, lo vogliamo ricordare, per quanto ci ha offerto, per la sua coerenza, la sua gentile caparbietà e intelligenza.

Mountain Wilderness Italia promuove per l’estate 2015 un trekking internazionale che si pone tre obiettivi:
– bloccare lo smembramento del parco nazionale dello Stélvio in tre spezzoni che lo dequalificano a un insieme di parchi regionali;
– rilanciare, con urgenza, le funzioni primarie del Parco: conservazione della biodiversità e del paesaggio, promozione del lavoro compatibile e innovazione sul territorio alpino;
– promuovere l’istituzione del più grande parco d’Europa, nel cuore delle Alpi Centrali, con il progetto PEACE (Parco Europeo Alpi Centrali).

Verranno percorse le valli più incontaminate e affascinanti del Parco dello Stélvio. Ramponi e piccozza non sono necessari. Le singole tappe non supereranno mai le cinque ore di marcia; si seguiranno solo sentieri. Per ragioni logistiche è stato fissato a trenta il numero massimo di partecipanti. Le iscrizioni si sono chiuse il 15 giugno con pieno successo. Oggi non ci sono più posti disponibili. Un secondo gruppo di escursionisti raggiungerà il primo, lungo il percorso, provenendo dall’Alto Adige. Si arriverà a Bormio, guidati da Fausto De Stefani, presidente onorario di Mountain Wilderness Italia, in coincidenza con la conclusione del Festival della Montagna La Magnifica Terra. Il festival dedicherà all’evento la serata conclusiva. Rientro alla base di partenza organizzato da Mountain Wilderness. Durante la settimana del trekking alcuni dirigenti di Mountain Wilderness si staccheranno dal gruppo per andare a incontrare i rappresentanti delle istituzioni e le popolazioni locali.

La partenza è fissata alle ore 8.30 del 20 luglio 2015 dal Fontanino in Val di Rabbi. Si salirà al rifugio Dorigoni 2436 m. Il giorno dopo si traverserà il passo di Saent 2948 m de si scenderà in Val Martello (Alto Adige) fino al rifugio Corsi 2265 m. Il 22 luglio si sale al passo del Madriccio 3123 m per poi scendere in valle di Solda fino al rifugio Milano 2581 m e poi risalire al rifugio Coston (Hintergrathutte) 2661 m. Dopo il pernottamento, salita al rifugio K2 2330 m e al rifugio Tabaretta 2566 m. Si sale ancora alla forcella dell’Orso 2887 m, si prosegue poi scendendo gradualmente fino a giungere al rifugio Borletti 2188 m e al rifugio (hotel) Franzenshohe 2100 m. E’ questa la giornata più impegnativa (ore 6-7). Si sale il mattino dopo (24 luglio) verso il passo dello Stélvio e Cima Garibaldi 2843 m. Si scende poi nella Val Muranza (Svizzera) fino a S. Maria 1375 m. Da qui, il mattino dopo, con pulmini dell’organizzazione di nuovo a passo dello Stélvio 2757 m da dove si proseguirà il cammino seguendo alcuni tratti di strada statale fino ad imboccare il sentiero n° 12 nei pressi della Bocca del Braulio 2200 m che porterà verso la località Campo dei Fiori 2131 m, per poi scendere alla casa cantoniera sulla SS (a 1700 m). Da qui si potrà scendere fino a Bormio concludendo il trekking, costeggiando la strada statale oppure usufruendo dei pulmini dell’organizzazione.

Il rifugio Segantini in Val Nambrone
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Il Meeting di arrampicata TRAD sui graniti della Presanella (18-19 luglio 2015)
Con la collaborazione del Club Alpino Accademico Italiano e delle guide alpine locali (Gruppo dei Rampagaroi di Val Rendena), Mountain Wilderness organizza al rifugio Segantini in val Nambrone (Presanella) un incontro di alpinisti giovani e meno giovani sulle pareti granitiche dei dintorni.

Il Meeting di arrampicata TRAD vuole riscoprire il fascino di scalate compiute utilizzando solo (o principalmente) protezioni mobili. Discussione serale sul significato emblematico di tali pratiche. Il giorno successivo alcuni personaggi famosi dell’alpinismo europeo introdurranno numerosi ragazzi delle scuole medie ai segreti delle tecniche base di progressione su roccia in “stile Mountain Wilderness”.

Questa è un’occasione unica per comprendere il vero significato della parola “trad”.
Perché il termine “trad”, cioè tradizionale, non deve essere associato a un semplicistico «ritorno al passato». La pratica del trad infatti è del tutto moderna. L’accettazione del chiodo, in unione all’utilizzo delle protezioni mobili, si contrappone alla pratica sportiva dell’assicurazione totale dello spit. Il valore del trad è tale perché nasce dal rifiuto all’omogeneizzazione. Il trad è il nostro futuro perché è l’unico antidoto all’assuefazione da spit.

Il trad non è ritorno al passato, perché nel passato gli spit non esistevano. La questione psicologica del rifiuto dello spit ha a che fare con il riconoscimento dei nostri limiti e dunque con l’intera questione della libertà. Se ci sono limiti allora sono libero di scegliere, quindi sono libero davvero. Libertà non è fare ciò che si vuole, bensì fare ciò che si è scelto, nell’ambito dei propri limiti.

Ultim’ora: la Provincia di Bolzano riapre alla caccia il Parco Nazionale dello Stelvio!
La Provincia Autonoma di Bolzano, appena appropriatasi della porzione altoatesina del parco dello Stelvio, ha deciso di riaprirla alla caccia. Una vergognosa regressione alla barbarie giuridica e naturalistica alla quale seguirà a ruota l’innalzamento dei confini del Parco da quota 500 metri sul livello del mare a quota 1200.
E’ dal 1964 che la Provincia Autonoma prova a riaprire la caccia: con una delibera di quell’anno si poterono cacciare cervi, camosci, caprioli e anche marmotte, galli cedroni e galli forcelli. Nell’81 fu aperta la caccia anche alla lepre, alla lepre bianca, al tasso, alla martora, al tordo, al merlo e ad altre specie. Soltanto nell’83 il Consiglio di Stato decise l’abolizione della caccia nel Parco Nazionale dello Stelvio. Divieto sancito definitivamente dalla legge-quadro n. 394 del ’91 sulle aree protette.
Chiediamo – insieme a tutte le Associazioni ambientaliste – al presidente Sergio Mattarella di adottare la stessa linea di condotta del suo predecessore che si rifiutò di firmare un analogo decreto di spezzettamento del Parco escogitato dal governo Berlusconi. Ma chiediamo di più, chiediamo una rinnovata attenzione politica per tutte le aree protette, un aggiornamento scientificamente e socialmente responsabile della legge 394/1991 in base al Codice per il Paesaggio, la cancellazione dei “correttivi” peggiorativi che si vogliono introdurre attraverso abborracciati ed equivoci disegni di legge. Chiediamo che i Parchi e le aree protette ritornino ad essere un giusto vanto nazionale e non una vergogna per l’Italia.