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L’altro Sestrière

L’altro Sestrière

“Stia attenta a mettere le mani in quell’acqua, signorina!”. Questo fu l’avvertimento di un addetto comunale quando l’agronoma Elisabetta Panina si accingeva ai suoi prelievi. Non eravamo sulle spiagge dell’Adriatico e neppure in riva a qualche fiume superinquinato della campagna milanese: bensì sulle sponde di un ruscello di montagna, il Chisonetto, ormai ridotto a fogna a cielo aperto dagli scarichi non depurati di una grande stazione turistica invernale: Sestrière.

Sestrière: quando una località, per molti evidenti motivi, non è fotogenica…
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… la si fotografa di notte!
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Non avrebbe dovuto essere una sorpresa. Nel 1990, quando l’associazione ambientalista Mountain Wilderness e il settimanale L’Espresso idearono il progetto Aquila Verde, si sapevano già le condizioni preoccupanti in cui versavano i principali centri turistici alpini: ma i tecnici di Aquila Verde si trovarono di fronte a spettacoli proprio sconfortanti. Dopo aver analizzato aria, acque di scarico, acque potabili e neve, i risultati furono tali da poter paragonare la qualità ambientale della montagna a quella di grandi centri cittadini.

L’idea nacque quasi per caso, chiacchierando con Chiara Beria di Argentine, caporedattrice a Milano de L’Espresso. In fretta furono trovate due aziende desiderose di finanziare progetti utili all’ambiente: la So.Ra.Ro. operava a livello nazionale nel settore dello smaltimento rifiuti ed il Centro Ricerche Chimiche era un affidabile laboratorio di analisi. Furono fatti prelievi di aria, acqua e neve in nove tra le più note località alpine, da Courmayeur a Bormio, da Cervinia a Cortina d’Ampezzo. Fu fatto uno studio idrogeologico sugli alvei dei torrenti e sui tracciati delle piste da sci. I prelievi furono ripetuti tre volte, in agosto ed in dicembre, periodi di massima affluenza turistica, ma anche in ottobre, quando la montagna riposa nella sua veste autunnale.

Per la prima volta quindi fu coordinata una ricerca sullo stato di salute delle nostre Alpi, per indagare quanto vero sia ancora il luogo comune che in montagna l’aria è pura e le acque sono chiare e cristalline. I risultati delle analisi chimiche, anche se non pretesero di essere completi (il monitoraggio avrebbe dovuto essere esteso a tutti i giorni dell’anno), parlarono chiaro. Se Sestrière aveva problemi con le acque di scarico, Madonnna di Campiglio aveva l’aria inquinata della grande città; se Cervinia continuava a costruire condomini e alberghi su terreno franoso, Sesto Pusteria se la doveva vedere con discariche non controllate.

Giovanni Rosti, tecnico di Aquila Verde, a Sestrière, 1991
Aquila Verde 1991, Sestrières, G. Rosti

Gli amministratori del passato e del presente hanno certamente le loro responsabilità; molto è da imputare a un veloce quanto inarrestabile “sviluppo” urbanistico che ha stravolto la fisionomia dei centri alpini: da villaggi ottocenteschi e romantici a modernissime cittadine del turismo di agenzia, il passaggio è stato troppo rapido e convulso. Le infrastrutture igieniche non hanno seguito l’avanzare della cementificazione, non si è voluto porre alcun freno alla circolazione automobilistica, il riscaldamento di condomini vuoti durante la settimana rende irrespirabile l’aria del weekend. D’altra parte il turista non contribuisce a risolvere i problemi, per esempio rinunciando ad andare a sciare in automobile.

E quanto ai pericoli per la salute? Nessuno in particolare, basta rinunciare all’idea che in montagna si stia meglio che in pianura; basta che i bambini non mettano in bocca la neve, basta che non si abbia l’idea di fare un bagno nelle acque estive di un torrente di montagna al di sotto di un abitato.

Per porre rimedio a tutto questo occorre la buona volontà di tutti, amministratori, valligiani e turisti. È necessario mettere in bilancio opere di risanamento radicale e rinunciare a megaprogetti di sfruttamento che peggiorerebbero ancora la situazione.

Salita a Cima del Bosco, Thures. Foto: Andrea Rolando
cima del bosco thures valle di susa

L’alta Valsusa, e quindi il circondario del complesso sciistico della Via Lattea (Sestrière, Sauze d’Oulx, Cesana Torinese, Clavière, Bardonecchia e Chiomon­te), è stata alla fine del XIX secolo la culla dello sci italiano. Nel 1934 nacque a Sestrière la prima stazione di sci totale, in anticipo di quasi cinquant’anni sulle analoghe iniziative francesi. E a distanza di un secolo dalle prime sciate senza piste, ecco la Valsusa tornare alla ribalta in occasione dei Campionati Mondiali di Sci Alpino del 1997, un evento importante per il futuro della valle, logica conseguenza della recente apertura al traffico dell’autostrada che collega Torino alla Francia.

La Valsusa è sempre stata storicamente luogo di passaggio. Annibale la scelse per superare con i suoi elefanti le Alpi, le importanti abbazie altomedioevali di San Michele e della Novalesa erano cittadelle dello spirito a difesa delle incur­sioni barbariche e saracene, le numerose vestigia di fortificazioni militari (come il Forte di Exilles) testimoniano la grande importanza strategica del controllo di questa valle. Oltre ai due valichi stradali del Monginevro e del Moncenisio, il traforo ferroviario del Frejus (assieme a quello stradale) è la chiave del collega­mento Parigi-Torino. E non possiamo non citare la contestatissima TAV.

Eppure, accanto al traffico di merci e persone e a ridosso del gigantesco appara­to sciistico, convivono in Valsusa ben quattro oasi protette: dalla “zona umida” dei Laghi di Avigliana si sale all’Orsiera-Rocciavré ed al Gran Bosco di Salber­trand fino al parco della Val Troncea, che è proprio accanto a Sestrière. E non è tutto, perché parallele a quest’ultima valle, anche altri due lunghi solchi penetrano verso il confine in un ambiente ancora oggi pressoché intatto: sono la Val Thuras e la Valle Argentiera. Queste due zone sono talmente legate alla Val Troncea che da tempo è stato presentato un progetto di ampliamento di questo parco regio­nale che costituirebbe così, grazie ai 12 km di confine in comune, un’unica e grande oasi di protezione assieme al parco francese del Queiras. Così, in attesa che si consumino le ultime resistenze a questo progetto e moderatamente fiduciosi che anche le motoslitte, grande fastidio alla quiete di questi luoghi, siano definitivamente bandite dalle autorità, c’immergiamo in questo mondo di larici, tra caprioli, camosci, stambecchi, lepri e volpi. Penetriamo in questo santuario a portata di mano, silenziosi, con ai piedi le racchette, l’antico attrezzo per le grandi traver­sate nella wilderness. Oltrepassata la gotica chiesa di S. Restituto, erriamo fino alla borgata di Rollieres e alla Casa delle Lapidi di Bousson, esempi di quanto queste valli un tempo non fossero solo natura. A Thures, diamo un’occhiata ad una bella casa di recente ristrutturata con puntiglio, la Fontana del Thures: entriamo per comprendere come un vero rifugio, grazie ai gestori, possa essere differente da un albergo. Poco lontano ci sono le luci della ribalta su grandi eventi sportivi, programmati alla perfezione per spettacoli e competizioni a prova di errore.

Il Lac de Thures. Foto: Andrea Rolando
lac de thures, valle stretta, hautes alpes, francia

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Le Colonne d’Ercole – 2

Le Colonne d’Ercole – 2 (2-2)
(quasi 290 anni di esplorazioni dolomitiche)

Quasi 290 anni sono passati da quel lontano giorno del luglio 1726 in cui i veneziani Pietro Stefanelli, farmacista dell’alta società, e Giovanni Zanichelli, celebre botanico, si ritrovarono, quasi senza volerlo, in vetta al Cimon del Cavallo, una tra le cime dolomitiche ben visibili, nelle giornate terse, dalla laguna. “Lassù una vasta solitudine, luoghi orridi e belli, e nessun segno di vita umana e di coltivazione”, scrissero.

Visto che il loro scopo era la raccolta di erbe officinali, cosa li ha spinti fino alla cima? Non certo l’emulazione di cacciatori o pastori. E sarebbe stato già sufficiente andare lassù in alto per eventualmente menar vanto di imprese avventurose, senza bisogno della vetta. Dunque, rimane solo la meravigliosa ipotesi che siano stati catturati, a una cert’ora di un pomeriggio afoso, dall’enigmatico richiamo che il nostro spirito ogni tanto emette, come sapevano ben fare le sirene che Ulisse non volle ascoltare. Sessanta anni prima della conquista del Monte Bianco e ben prima dei viaggi interiori ed esteriori di Wolfgang Goethe.

Ne nacque una lunga storia che ha visto confrontarsi viaggiatori e alpinisti stranieri con le guide locali, con i locandieri, con la storia e le tradizioni della gente locale. In particolare, nel secolo XIX, sono stati i britannici a fare alpinismo sulle Dolomiti, facendovi nascere così il turismo.

Lago di Carezza e Latemàr
Lago di Carezza e Latemàr

Dopo la pubblicazione a Londra del Murray’s Handbook, nel 1837, le Dolomiti cominciano ad attirare i viaggiatori britannici, che percorrono le valli a piedi o a dorso di mulo cogliendo le immagini di “sublime grandiosità” indicate dalla guida.

Oltre ai numerosi scritti apparsi sull’Alpine Journal, il periodico dell’Alpine Club, furono pubblicati i diari di viaggio di Amelia Edwards, Elisabeth Tuckett, Douglas William Freshfield, Leslie Stephen. Ma il più fondamentale libro fu quello di George Cheetham Churchill e Josiah Gilbert, The Dolomite Mountains (1864). La loro opera “lancia” definitivamente le Dolomiti, che vengono inserite nel “Tour alpino” che il romanticismo ha contribuito a rendere di moda oltre Manica, come variante del “Grand Tour” che tradizionalmente viene compiuto, scendendo in Italia, nel percorso educativo delle classi più agiate del Regno Unito.

John Ball
John Ball

Nel 1857 nasce a Londra l’Alpine club, un esclusivo consesso di alpinisti che determina l’invenzione dell’alpinismo come noi lo intendiamo oggi. Anche le cime delle Dolomiti cominciano ad essere salite con sistematicità.

Nel 1868 esce la prima guida alpinistica delle Dolomiti, terzo volume di una collana fortunata che l’irlandese John Ball, sposo di una nobildonna di Bassano, pubblica a Londra con il titolo di A guide to the Eastern Alps.

In quel momento quasi tutte le vette maggiori erano state salite per l’itinerario più abbordabile. Inizia ora la lunga esplorazione delle creste, delle pareti, in un crescendo continuo dell’innalzamento del livello di difficoltà che porta nel 1925 alla conquista della parete più repulsiva e grandiosa, quella della Civetta.

Attraverso le epoche del Sesto Grado, dell’Artificiale, del Nuovo Mattino (conosciuto tardivamente anche in Dolomiti), e con il coinvolgimento di alpinisti di tutta Europa e non solo, si attraversa tutto il secolo XX e si giunge all’apertura, sempre in Civetta, di una via dal nome sintomatico, Colonne d’Ercole: si tratta della realizzazione che incarna in sé i valori massimi di difficoltà, di bellezza e di purezza di arrampicata libera (2012, Alessandro Baù, Alessandro Beber, Nicola Tondini). Il nome evoca un passaggio epocale, come è certamente quello in cui le Dolomiti e la loro storia, nonché il nostro alpinismo, si trovano.
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Nel 1988 qualcuno ebbe l’idea di festeggiare i duecento anni della scoperta geologica delle Dolomiti, solo perché nel 1788 (o 1789) il marchese Déodat de Dolomieu, geologo francese, lungo la strada tra Trento e Bolzano aveva raccolto alcuni campioni di roccia di colore chiaro simile al calcare, ma che da questo si differenziava per via della diversa reattività all’acido cloridrico.

Fu soprattutto un’operazione marketing, come oggi rischia d’essere intesa anche la più recente nomina a Patrimonio dell’Umanità UNESCO.

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Le cartoline che raffigurano alcune tra le vette dolomitiche più belle e caratteristiche sono note in tutto il mondo, l’immagine delle Tre Cime di Lavaredo fa concorrenza al Cervino quanto a staticità dell’idea che ce ne siamo fatta. Sciare nelle nevi splendenti con la corona delle guglie dolomitiche è un quadro mentale dal quale nessuno può ormai liberarsi. L’idea della perfezione ha sostituito non solo il ricordo, ma anche il desiderio di ulteriore conoscenza.

Il simbolo sta uccidendo il padre, l’immagine (soprattutto quella virtuale) è più importante della realtà fisica. Di questo sono responsabili gli alpinisti che hanno portato, come angeli, la conoscenza di un mondo sublime, di cui la gente si nutre. Loro stessi però non sapevano quel che facevano, e dobbiamo perdonarli.

Sassolungo e Sassopiatto dall’Alpe di Siusi, in un’illustrazione di J. Gilbert e G.C. Churchill, The Dolomite mountains, 1864
Sassolungo e Sassopiatto dall'Alpe di Siusi, in un'illustrazione di J. Gilbert e G.C. Churchill, "The Dolomite mountains", 1864

Il mistero di queste montagne è stato svelato nel momento stesso in cui l’esplorazione dava risultati molto visibili. Quando anche la Sud della Marmolada non ha più avuto segreti per i migliori ecco che i caroselli sciistici hanno sostituito totalmente la realtà. Come non ci fosse più bisogno della Gioconda di Leonardo o del Partenone ma ci accontentassimo delle loro fotografie.

Viene il dubbio che la soluzione sia quella di dimenticare la storia e ritornare a guardare queste montagne con gli occhi di un bambino, che sa mescolare così bene la fiducia e la paura.

Queste sono le Colonne d’Ercole che abbiamo paura di attraversare. Mille convenienze e piccoli e grandi interessi ci stanno remando contro e non ci lasciano abbandonare il Mare Nostrum, diventato angusto come una culla che prima o poi dovremo abbandonare. Dobbiamo avere fiducia che lo spirito, quello stesso di Zanichelli e Stefanelli, ci richiami ancora, con voce più forte.

Manolo libera Solo per vecchi guerrieri
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Le Colonne d’Ercole – 1

Le Colonne d’Ercole – 1 (1-2)

La natura dev’essere conservata, ma non solo per po­terla sfruttare anche in seguito. L’uomo si è sempre servito della terra per i suoi scopi, ma la natura ha qualche diritto? Ne violiamo qualcuno quando la costrin­giamo nelle vetrine e nei pieghevoli di una promo­zione turistica?

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Presumiamo che il minerale non chieda altro che rima­nere minerale, nelle forme in cui ci si presenta, ma negli ultimi anni la geogra­fia delle Dolomiti è stata sconvolta da inter­venti che non hanno più nulla di si­mile al lento evolversi, al graduale sviluppo della loro popolazione nei secoli scorsi. In molti casi non si può più parlare di riserva inesauribile né tanto meno di adat­tamento rispettoso dell’uomo alla natura. Il termine “sviluppo della monta­gna”, specialmente in alcune vallate do­lomitiche, ha perso ogni significato originario, quando emigrare era l’unica soluzione di progresso per le popolazioni locali. La massiccia cementificazione e l’enorme quantità di piste sciabili (quindi l’urbanizza­zione di vaste aree del territorio) hanno comportato la graduale distruzione e il veloce de­paupera­mento delle specie botaniche e ani­mali; l’ambiente generale ha subito aggres­sioni che non possono essere più tollerate nella dimensione attuale e soprattutto si scontrano con l’idea di “parco mondiale” che tanto faticosamente si è fatta strada.

Il paesaggio delle Dolomiti, l’atmosfera che avvolge il visita­tore, le dimensioni così di­verse dal resto delle Alpi e dagli Appennini, il tipo di presenza uma­na e la sua storia così par­ticolare fanno di queste montagne un esempio unico al mondo. Non sono certo l’unico a dirlo, altri mi hanno pre­ceduto con maggiore autorevo­lezza. Eppure non è inutile ricordare che sono tanti coloro che da sempre portano tutto l’amore possibile a questo strano insieme di valli solari e di creste affilate, anche senza averle percorse in lungo e in largo, d’estate e d’in­verno. Ne ho viste di monta­gne in tutto il mondo, ma alle Dolomiti ritorno sempre con piacere immenso, anche se so che ogni volta trovo qualche dolo­roso cambiamento.

Il paesaggio delle Dolomiti è quindi unico: e la sua unicità è dovuta “anche” alla grande facilità ad esse­re abitate. È una sensazione proprio forte quella che ti prende nel vedere quanto sia importante la presenza umana sulla montagna, quanto scambio ci sia stato un tempo tra l’uomo e il regno minerale. Il sudore, la fatica, il pericolo, l’operosità a contatto con la co­siddetta indifferenza della pietra.

Gli alpinisti hanno una grande fortuna nel poter vede­re le co­se dall’alto, pur rimanendo a stretto contatto con la solidità della roccia. Come pure gli speleolo­gi, che riescono a vive­rne la vita interiore, percor­rendone le viscere più riposte.

Se paragoniamo le condizioni di vita delle genti che abitavano queste montagne all’inizio del secolo XX con quelle di oggi, noi cittadini riconosciamo in­dubbiamente un progresso; ma se osser­viamo le strade, le piste, le costruzioni in­sensate e soprattutto la loro quantità, la lo­ro estensione, il danno generale ch’esse comportano, dobbiamo parlare di regresso: tanto più se analizziamo, al di là della qualità di vita materiale, l’attuale inespressività delle loro tradizioni più radicate. E anche se il parere della gente è espresso da diversa angolazione, proprio questo impoverimento è stato riconosciuto e sofferto sulla loro pelle so­prattutto da quelle persone che, fieri abitan­ti delle proprie vallate, si op­pongono ad un’ulteriore banalizza­zione della propria cultura.

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Questa è la tipica riflessione che può risultare del tut­to inutile. I giochi in realtà sono già fatti, il de­stino delle Dolomiti forse è già se­gnato. Le associa­zioni ambienta­liste e i valligiani più lungimiranti hanno accettato un compito forse impossibile. Noi però af­fermiamo che su questo terreno, soprattutto su que­ste Dolomiti, si sta giocando una partita estremamente importante.

La dignità del territorio e dell’ambiente può essere difesa anche altrove. Di certo continueremo a firmare petizioni a salva­guardia di altre località montane, magari minacciate dall’ennesimo impian­to per lo sci o da chissà quale altro progetto. Ma quasi sempre in altri luoghi ci si batte con interessi econo­mici che possiamo definire limitati a con­fronto di questi, a confronto cioè con l’industria turistica delle Dolo­miti. Questo è il luogo dove l’esigenza di un ambiente vivi­bile si scontra massimamente con l’esigenza dello sfrutta­mento totale per mantenere allo stesso altissi­mo livello il grande giro eco­nomico che è stato inne­stato.

Quindi proprio qui le diverse idee devono confrontarsi e tro­vare un accordo. Il pro­blema Dolomiti è grave, più grave degli al­tri: forse però è la gravità stessa che ne fa­vorirà la soluzione.

Se vogliamo realmente salvare queste mon­tagne, dobbia­mo prendere delle misure ve­ramente coraggiose ma indi­spen­sabili in primo luogo; e in secondo luogo dobbiamo mirare alla riconversione dell’economia lo­cale.

Voglio spendere alcune parole sulle misure che, a mio parere, dovrebbero essere immediate. È necessario chiudere all’attività sciistica tutti i luoghi an­cora intatti, indi­pendente­mente dalla maggiore o mino­re bellezza e dalla vici­nanza a comprensori già sfrut­tati; non permette­re la costru­zione di ulteriori ro­ta­bili per alcun motivo; chiudere al traffico privato ogni strada che non sia di collega­mento tra centri a­bi­tati; rinunciare all’am­plia­mento delle capacità ora­rie degli im­pianti in funzione, perché ciò comporta aumento di posteggi ed altre infrastrutture cementi­zie; rinunciare alla costruzione di grandi superstrade di collegamento che sna­turerebbero ul­teriormente valli che già ora sono facili mete da week-end di toccata e fuga.

Queste sono le misure più urgenti, senza l’applicazio­ne delle quali sarebbe perfetta­mente inutile sperare nei miracoli.

(continua)

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La Corona Imperiale

La Corona Imperiale

La settimana bianca è un’istituzione degli ultimi decenni, bellissima perché a giusta distanza dalle ferie estive e dalle follie natalizie ti fa riscoprire il senso dello stare in famiglia con i bambini, in un bel posto, tra le montagne. E, se devo esprimere una preferenza, Saas Fee è proprio adatta a una settimana bianca. Il fatto che la circolazione agli automezzi sia vietata, al di là del piccolo disagio dell’arrivo e della partenza con i bagagli, si rivela presto vincente. Il villaggio rimane comunque turistico e moderno, senza quell’aria di antico che siamo ancora abituati a sognare, ma è bello camminare nella stradina principale e sbirciare nei negozi luminosi o per le viuzze più interne. Al mattino presto ogni tanto capita di udire qualche muggito dalle stalle sotto alle abitazioni, mentre l’oscurità lascia pian piano la conca che s’arrossa in alto sulle creste e sulle pareti di ghiaccio a canne d’organo del Dom e del Täschhorn. Nell’aria si sente il profumo della legna nei camini appena riaccesi.

Saas-Fee
Saas Fee

La giornata scorre scandita da discese su pista, una dietro l’altra senza mai fermarsi né mai ripetersi, con dislivelli importanti. Per i bambini, un’emozione continua, dal trenino sotterraneo alla grotta di ghiaccio con la riproduzione della caduta degli alpinisti in un crepaccio, dalla breve ma aerea passeggiata alla cima della Quota 3460 m, nel vento che ti spazza via, fino alle prime divertenti escursioni fuori pista.

Non è la prima volta che vengo da queste parti. Sull’Allalinhorn avevo portato alcuni clienti bresciani, una delle rare occasioni in cui esercitai il mestiere di guida alpina in senso classico. La sera seguente avremmo raggiunto la Britanniahütte e da lì avremmo fatto, per l’Adlerpass, la traversata su Zermatt. Poi saremmo andati alla Schönbielhütte, senza sapere che, il giorno dopo ancora, il cattivo tempo avrebbe interrotto la nostra Haute Route per Arolla fermandoci con una violenta bufera al Col de Valpelline e facendoci tornare a Zermatt.

Dalla vetta dell’Allalinhorn la superba serie di Quattromila del Vallese sembrava un po’ più a portata di mano, come sempre quando si è su una cima e non sotto alle grandi pareti. L’emozione dell’aver raggiunto la vetta, la gioia della fatica terminata per quel giorno, la soddisfazione di aver fatto una bella cosa insieme facevano possibile ogni progetto, ogni voglia di scalare altre montagne. Alphubel, Täschhorn, Dom e Lenzspitze verso nord, Strahlhorn e Rimpfischhorn verso sud erano le montagne più vicine. Ma dietro a queste ecco il Monte Rosa ancora più gigantesco, e poi i Lyskamm, i Breithorn, fino al Cervino. A ovest la Dent Blanche, l’Obergabelhorn, lo Zinalrothorn e il Weisshorn, solo per citare i più importanti, chiudevano la cosiddetta Corona Imperiale.

Il Feegletscher cominciava proprio in quel momento a essere animato da veloci puntolini che aumentavano sempre più di numero, fino a diventare un piccolo formicaio che più s’infittiva più s’allontanava dal nostro mondo di silenzio e di vento: ciò che lì appariva davvero significativo era l’immensità delle montagne alla nostra altezza, la Corona Imperiale appunto.

Alba con il teleobiettivo da Saas Fee verso la vetta dell’Allalinhorn
Alba con il teleobiettivo da Saas Fee sulla vetta dell'Allalinhorn

Pensai quanto sarebbe stato bello progettare una grande traversata, ma quel pensiero non andò oltre. E altri lo realizzarono. All’inizio del 1986 i due più forti alpinisti svizzeri del momento, André Georges ed Erhard Loretan si accordarono per il concatenamento invernale di queste 38 vette, delle quali 30 di 4000 metri. Georges aveva già tentato due volte, con Michel Siegenthaler, nel 1983 e 1984. Una valanga all’Adlerpass per poco non aveva ucciso quest’ultimo. Al bar della stazione di Sion, il 12 febbraio 1986 Loretan aspettò per tutto il giorno e inutilmente il compagno Georges, bloccato dalla polizia per questioni di servizio militare. Loretan racconta in Les 8000 rugissants che il carnevale era finito la sera prima, che si era da poco tolto il costume da indiano, che il calumet della pace gli bruciava ancora in gola, l’acqua di fuoco era scorsa a fiumi e i bisonti stavano galoppando sul suo scalpo. Dopo due giorni di bel tempo persi, i due riescono finalmente a partire il 14 da Grächen. La loro impresa durò 19 giorni, di cui solo 7 di bel tempo e 3 bloccati dalla bufera nei bivacchi fissi del percorso. Il cielo azzurro era diventato un optional, un «elemento decorativo». Il 4 marzo l’avventura si concluse a Zinal. I giornali avevano inneggiato all’impresa, i puristi gridato allo scandalo, il club alpino parlato di «gloria personale». «A me rimane nel cuore un episodio che occulta tutte le critiche: durante la giornata di riposo al Teòdulo, la più vecchia guida di Zermatt, la più famosa, nata con il secolo (1900), Ulrich Inderbinen, ancora attivo, è venuta a darci il suo incoraggiamento. Il resto sono chiacchiere da salotto».

Questa è soltanto una delle vicende che una terra grande e bella come il Vallese può raccontare, quando non si vada là solo per il semplice divertimento di trovare centinaia di km di piste a propria disposizione. L’incontro di uomini e montagne ha fatto la storia che noi non potremo mai sapere e che dovremo accontentarci di conoscere un pezzetto qua e là. Tutto ciò si respira tra queste montagne, magari non le più alte delle Alpi ma di certo le più concentrate e ricche di fascino.

Fascino che rischia di essere altamente compromesso dalle follie del marketing. Un esempio? Era il marzo 1999 e in un comunicato stampa diffuso dall’ufficio turistico di Saas Fee lessi testualmente: «Nella sua nuova linea di comunicazione, Saas Fee cambia il look ed evolve nella sua coscienza turistica. Per essere precisi, si tratta della riscoperta dei valori del turismo antico… stabilendo il proprio sviluppo a lungo termine con l’accettazione di cinque visionari principi guida. Il turismo non è più considerato da un punto di vista meramente materiale, ma si connette ai cinque livelli di spirito, cuore, intelletto, emozione e corpo. Con riferimento al best seller Le profezie di Celestino queste cinque idee fondamentali saranno il motivo-guida del turismo». Eccone il riassunto: «1) Saas Fee, la magia della natura… a livello corpo, la vacanza è percepita come il risveglio dalla vita di ogni giorno… il soggiorno è bello quando vi si può trovare il significato della propria vita… mentre i locali provvedono agli spazi e all’incontro con altra gente; 2) Saas Fee, qualità di vita per ospiti e abitanti… il livello cuore è determinato dal comune battito nell’unione delle aspirazioni; 3) Saas Fee mantiene le promesse… il livello intelletto cresce mentre si offre un servizio davvero professionale e a prezzo giusto e mentre si raccomanda all’ospite di arrivare con la mente sgombra e rilassata; 4) Saas Fee, ritmo, gioia di vivere e sensualità… il livello emozione è assicurato dalla felicità degli ospiti… l’abbondanza di energia vitale rende la gente aperta ed altruista; 5) Saas Fee s’impegna allo sviluppo sostenibile e a propria misura… il livello corpo si esprime nella facile scelta di un luogo libero dalle auto».

Curling a Saas Fee. Foto: Sandro Vannini
Curling a Saas Fee (Vallese, Svizzera)

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Oltre la Streif

Oltre la Streif

L’area era già abitata nel IX secolo a. C., e oggi Kitzbühel è oggi uno dei più importanti comprensori turistici del mondo. Il villaggio, citato nelle fonti storiche per la prima volta nel 1165 con il nome di Chizbuhel, siccome era situato in posizione assai favorevole sulla linea commerciale tra Venezia e la Baviera, ottenne nel 1255 il diritto di tenere un mercato e in seguito, nel 1271, fu elevato al rango di città dal duca di Baviera Ludovico II. Il periodo di prosperità non s’interruppe né con l’annessione al Tirolo del 1504 né con le altre vicissitudini storiche: ma ecco che alla metà del XIX secolo arrivarono i primi villeggianti, attratti dalla particolare posizione tra i verdi prati di Kitzbühel, dallo scenario delle vette del Kaisergebirge e dalla forza curativa dei fanghi dello Schwarzsee, il bel laghetto alle porte dell’abitato. Nel 1892, Franz Reisch, che in seguito doveva diventare sindaco di Kitzbühel, colpito dalla lettura di un libro norvegese sullo sci, si fece spedire il primo paio di sci dalla Scandinavia. Già l’anno successivo Reisch sperimentava sulle nevi del Kitzbüheler Horn le sue incredibili «scarpe da sci» lunghe 2,30 metri, suscitando tra gli amici valligiani reazioni di stupore, ammirazione e scetticismo. Era l’inizio: già nel 1894, un cospicuo lotto di «legni» scandinavi equipaggiò i più volonterosi ed entusiasti e la diretta conseguenza furono il primo campionato di sci di Kitzbühel e il fulminante avvio della disciplina, al seguito dei quali iniziarono i primi soggiorni dei turisti in inverno, desiderosi e curiosi del nuovo divertimento sulla neve. Le vertiginose discese dell’Hahnenkamm divennero una leggenda, l’attività dello sci club di Kitzbühel (fondato nel 1902) era frenetica e diede luogo ai miti di Christian Pravda, Anderl Molterer, Ernst Hinterseer, Hias Leitner, Hansi Hinterseer fino a quello di Toni Sailer; per non parlare dello specialista di combinata nordica Klaus Sulzenbacher e dei fondisti Maria Theurl e Markus Gandler, per un totale di 47 medaglie (di cui 18 ori) solo nelle gare olimpiche e di Campionato del Mondo. E perfino una particolare pista, la Streif, ancora oggi è, tra le varie competizioni di Coppa del Mondo, forse la vittoria più ambita.

Kitzbühel
sciare a Kitzbühel

La personalità di Kitzbühel mi ha colpito improvvisamente, all’ingresso della colorata e viva principale via della cittadina, la Vorderstadt. Circondato da una folla di turisti tra i quali parecchi italiani, mi sembrava d’essere a Cortina o in qualche altro posto esclusivo del genere. Ma le case erano così diverse, e pure le torri che le dominavano, e le chiese. Iniziai una visita accurata di tutti i punti d’interesse, dalla chiesa parrocchiale con il suo cimitero a quella di «Unsere lieben Frau» e quella di S. Caterina; poi l’Hotel Goldener Greif ed il suo portale gotico, la Hinterstadt, la casa di Toni Sailer, la Pulverturm, anche i monumenti moderni come la Fontana dei Camosci o quello ai Combattenti per la Libertà. L’impressione di amore per la propria città domina su tutto, anche sugli oggetti non bellissimi. Ma è una sensazione valida e determinante solo per chi non è in attesa dell’inverno e dei suoi divertimenti. Sembra infatti che la maggior parte della gente sia lì sapendo che «dopo» ci si diverte. Le montagne al di sopra di Kitzbühel paiono essere immerse nel sonno estivo: tutto è aperto, gli impianti di risalita, gli alberghetti, i panorami che solo con un occhio di sole diventano grandiosi. Tutto funziona, poco vive, come se l’inverno e la neve fossero una droga di cui nessuno può fare a meno.

Una coppia di austriaci, con il loro cane quieto e rispettoso, è seduta sulla piatta ed erbosa vetta dello Zweitausender, a contemplare nebbie e nubi che ingrigiscono le valli sottostanti, inutile proseguire verso occidente, verso il Grosser Rettenstein fino alle montagne del Gerlos Pass. Non si vedrebbero altro che nubi e montagne d’erba spenta. A Kitzbühel è l’ora del sonnellino, dopo il pranzo di mezzogiorno che la pensione completa non perdona mai, prima del passeggio nella Vorderstadt con gli scarponcini comprati la mattina nel più bel negozio di articoli sportivi. Qui invece è tutto grigio, anche dentro di me.

L’arrivo della Streif. Foto: Albin Niederstrasse
Kitzbuehel, Tirolo, Streif, competizione di sci,

La grande estensione delle Kitzbüheler Alpen, con zone solitarie ed altre troppo frequentate, è un bell’esempio di colonizzazione. Le voglie, prima di conquista poi di sfruttamento, hanno portato a una presenza invasiva ed eccessiva dell’uomo sulle nostre montagne. L’inserimento dei bivacchi di quota è emblematico di questo processo: se inizialmente i bivacchi erano sporadici e radi punti di appoggio per l’alpinista, ora ve ne sono talmente tanti, che c’è da essere felici quando un bivacco, per la sua decrepitezza crolla e nessuno si cura di risistemarlo o di metterne un altro. Ma soprattutto l’asservimento allo sci è spia di una libertà finita. Raramente i club alpini dei paesi europei si sono opposti al proliferare degli impianti. In Italia, in molte sezioni del CAI, ci sono gli ski-club, il cui scopo non è quello di conoscere e difendere la montagna, bensì quello di andare la domenica sulle piste di sci, incentivando così l’economia degli impianti di risalita e favorendo il fiorire di progetti che imitano i vari Monterosaski o Superski Dolomiti. Perché il CAI non si pone il problema dell’incompatibilità con quelle sezioni, che nulla hanno da condividere con lo spirito dell’associazione e con lo statuto? Fino a quando all’interno dei club alpini vi saranno queste contraddizioni, essi non potranno insegnare niente a nessuno, e se dobbiamo parlare di etica della montagna, penso sia opportuno gettare la prima pietra.

Queste le mie riflessioni, mentre un’appassionata di parapendio attende il suo turno in vetta all’Hohe Salve: sono quasi le 17,30, la telecabina sta per chiudere, occorre decidere se volare o no. Più sotto un amico, dopo un decollo abortito, sta raccogliendo i vari pezzi del suo apparecchio e disponendoli con ordine nel sacco. Lei, bardata e paziente, aspetta. Poi rinuncia. Mentre il sole cala un’altra ragazza non sa che fare, parla con i suoi amici con il telefonino, chiede perfino a me consiglio, in un inglese stentato. Alla fine prende coraggio, e al sole ormai al tramonto, prende la rincorsa verso il vuoto di Westendorf. Le Kitzbüheler Alpen sono lì di fronte, dorate. Anche dentro di me è l’oro della solitudine e della pace.

Decollo in deltaplano dall’Hohe Salve, Kaisergebirge, Tirolo
Decollo in deltaplano dall'Hohe Salve, Kaisergebirge, Tirolo

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Un glaciale lenzuolo di morte

Un glaciale lenzuolo di morte

I primi studi sistematici sui ghiacciai dell’Adamello-Presanella risalgono agli anni ’20 allorché vennero catastati 93 apparati glaciali di cui 66 nell’Adamello e 27 nella Presanella. A signi­ficativa testimonianza del perdurare della fase di regresso, quando nel 1962 il Comitato Glaciologico Italiano pubblicò il suo Catasto dei Ghiacciai Italiani, i ghiacciai della regione erano scesi a 79 di cui 54 nel massiccio dell’Adamello e 25 in quello della Presanella. Nel 1991 la nuova edizione del Catasto dei Ghiacciai Lombardi ad opera del Comitato Glaciologico Lombardo faceva riscontrare qual­che sorpresa. Dei 18 ghiacciai dati per estinti, qualcuno aveva ripreso forma e attività a causa delle notevoli precipitazioni nevose e di annate più fredde nel periodo fine anni ’70 primi an­ni ’80. Sono ricomparsi ad esempio il Ghiacciaio Triangolo in Val Miller così come quello del Cristallo alle pendici settentrionali del Corno omonimo. La successiva fase di clima caldo sta facendo però scomparire di nuovo questi apparati anche se in molti casi essi sopravvivono riparati da una spessa coltre di pietrisco e materiale morenico. Comunque questo periodo vede ancora una fase di regresso stabilita principalmente da una perdita di spessore e dall’accentuarsi della tendenza degli apparati glaciali a suddi­vidersi in nuclei minori e separati fra loro. Solo il nucleo cen­trale del Pianalto ha dato solo piccoli segni di cedimento, forse anche a causa del maggior tempo di risposta agli influssi cli­matici che hanno simili grandi masse glaciali.

Ghiacciaio del Presena, copertura con teli bianchi di materiale isolante della coltre nevosa
Ghiacciaio del Presena, copertura con teli bianchi di materiale isolante della coltre nevosa (probabilmente da spostare)

Sul Ghiacciaio del Presena si realizzò un comprensorio sciistico che, in esercizio anche d’estate, svolgeva la sua grande funzione in abbinamento con gli impianti del Tonale, via via potenziati nel tempo. Oggi la notevole riduzione del bacino glaciale e la sua predisposizione a smagrire proprio in corrispondenza dell’inizio dell’impianto a ski-lift, con conseguenti enormi problemi di manutenzione non solo estiva, ha determinato una riflessione seria se continuarvi l’attività o rinunciare. Ma la presenza dell’impianto a fune del Passo Paradiso e il collegamento essenziale con le piste del Tonale hanno convinto i responsabili a tentare l’impossibile per tenere in piedi il Presena. Così in luglio e agosto dei primi anni di questo secolo, con frenetico andirivieni di gatti delle nevi a impianto chiuso, si è assistito ad una scena mai vista prima: la copertura integrale delle linee degli ski-lift, delineate da neve prima riportata e poi compressa, con una serie di lenzuola sintetiche, il cui colore bianco dovrebbe limitare lo scioglimento estivo. Queste, oltre a non servire a nulla, sono state lasciate in luogo.

Ghiacciaio del Presena, i teli bianchi posti l’estate precedente
Ghiacciaio del Presena, copertura con teli bianchi di materiale isolante della coltre nevosa (probabilmente da spostare)

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Carta delle Valli del Gran Paradiso

Carta delle Valli del Gran Paradiso

Non si poteva trovare quadro più naturale per il lancio della nuova Carta delle Valli del Gran Paradiso: durante la giornata di apertura del XIX Gran Paradiso Film Festival.

Quest’anno l’inaugurazione è stata a Cogne: sono stati quasi in cinquecento ad assistere al concerto de L’Orage che nel pomeriggio del 24 agosto 2015 ha dato il via alla manifestazione di cinque giorni (24-29 agosto 2015, vedi programma). Un’importante affluenza di pubblico che è proseguita anche in serata, in occasione delle proiezioni dei film (qui, il backstage): a Cogne è stato necessario attivare due ulteriori sale, in aggiunta al centro congressi del la Maison de la Grivola, che hanno registrato il tutto esaurito. Sale piene anche a Ceresole Reale, Champorcher, Rhêmes-Saint-Georges e Villeneuve per un totale complessivo di 1.774 spettatori. Numero più che positivo, per la prima sera soltanto.

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Ma la cerimonia d’inaugurazione che normalmente precede la proiezione dei film in concorso, con una giuria popolare di 190 persone, quest’anno è stata sottolineata da una grande novità, la firma della Carta delle Valli del Gran Paradiso, un’opera a più mani che vuole sensibilizzare stakeholder, istituzioni e cittadini sul ruolo fondamentale che ogni individuo riveste nella conservazione della biodiversità e dell’ambiente.

La carta vuole essere un esempio di cittadinanza attiva e di partecipazione che il Festival ha voluto stimolare e lanciare.

E’ una proposta che parte dal basso, dai cittadini, per incoraggiare politiche di conservazione della biodiversità e la fruizione sostenibile del fragile ambiente naturale. Cittadini, turisti, imprese, rappresentanti di istituzioni assumono simbolicamente una responsabilità nel mettere in atto condotte e scelte che contemperino gli interessi delle presenti e future generazioni. Partendo dal Parco Nazionale Gran Paradiso – prima area protetta italiana – si intende ovviamente allargare lo sguardo sull’intero pianeta. Si tratta di un documento tuttora aperto ai contributi e alle considerazioni dei partner coinvolti e delle persone interessate.

La Carta è stata redatta coerentemente con l’accordo raggiunto in ambito Nazioni Unite sull’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile (Sustainable Development Goals and Targets); nonché in base alle osservazioni relative ai territori montani contenute nel documento “Il futuro che vogliamo” a conclusione del vertice mondiale di Rio del 2012 e nell’Agenda 21 delle Nazioni Unite del 1992.

«Esiste un’analogia tra la Carta delle Valli del Gran Paradiso e la Carta di Milano, proposta in occasione di EXPO 2015, con una sostanziale differenza: la Carta delle Valli del Gran Paradiso nasce dal basso, come esempio di cittadinanza attiva e scaturisce dall’esperienza e dalle buone pratiche che, da sempre, contraddistinguono il territorio del Gran Paradiso. È un documento che esprime una grande attenzione e un forte sentimento di appartenenza verso queste valli, da parte di chi le vive, le frequenta, le ama e le rispetta. È un’iniziativa meritoria e innovativa, che contribuisce a perseguire gli obiettivi del Governo» ha commentato Barbara Degani, Sottosegretario all’Ambiente e alla Tutela del Territorio e del Mare.

Concerto de L’Orage alla cerimonia di apertura
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«La Carta delle Valli del Gran Paradiso fa proprio il principio della partecipazione dei cittadini rispetto all’elaborazione di strategie sulla sostenibilità di lungo periodo e mostra come dalle valli del Gran Paradiso scaturiscano un esempio importante e un segnale della vitalità di un territorio di montagna da poter esportare in tutta Europa» ha dichiarato Renata Briano, membro del Parlamento europeo – Committee of the Environment.

«La Carta declina e riempie di contenuti concreti i principii della politica ambientale europea, fornendo un esempio e una buona pratica in vista degli obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile dell’accordo politico raggiunto recentemente in ambito Nazioni Unite sull’Agenda 2030» ha sottolineato Marco Onida, membro della Commissione Europea che ha moderato il dibattito di presentazione della Carta.

La Carta viene sottoscritta a titolo individuale ed è disponibile per essere consultata e firmata sul sito http://www.carta.grand-paradis.it; nella stessa pagina è inoltre presente “L’agenda 2.0 partecipata”, uno spazio di dibattito e confronto per tutti coloro che volessero esprimere le proprie idee sui temi trattati nella Carta, avvalorandone e implementandone i contenuti.

Dalla sua presentazione la Carta è stata firmata da più di 300 persone tra cui: Barbara Degani, Luigi Bobba, Valerio Onida, Monica Frassoni, Alberto Sinigaglia, Luciano Violante, Luigi Spagnolli, Franco Iseppi, Franco Zagari, Umberto Martini, Annibale Salsa.


Considerazioni
Al riguardo di questa Carta, sono assolutamente d’accordo con Annibale Salsa, che la giudica “Documento di estrema importanza che pone al centro le grandi emergenze della governance territoriale dei territori alpini”.

Ma, mentre approvo senza riserve il diritto della popolazione montana al miglioramento del tenore di vita, avrei qualche riserva ad affermare il diritto al perseguimento di una crescita economica sostenibile: è opinione di molti che tra qualche anno la crescita non sarà più possibile per nessuno (sostenibile o non sostenibile…), dunque occorra prepararsi piuttosto (e non solo psicologicamente) a una comune decrescita indolore, vedi la teoria di Serge Latouche.

In più, il successo della sua prestigiosa presentazione non ci deve far dimenticare che, appunto, una Carta rischia di rimanere carta. Non sarebbe la prima volta che si va ad aggiungere altra lettera morta a giornali e libri nei più svariati archivi. In questo il digitale non ci aiuta: nella giungla del web anche le cose più preziose possono scomparire.

Il compito che hanno ora gli estensori è quello di far vivere la Carta, in ogni modo. Deve diventare reale strumento di comunicazione e condivisione, i clic e le firme non sono sufficienti. Ed è evidente che questo compito sarebbe tanto più difficile quanto più grande fosse la nostra indifferenza.

Addendum
Sopra si è fatto riferimento alla Carta di Milano, il lascito immateriale di Expo Milano 2015. Venerdì 23 ottobre 2015, le Comunità Montane Lombarde hanno integrato il manifesto di Expo 2015 Milano. E’ successo al PalaMonti di Bergamo, unica struttura in Italia dedicata interamente alla montagna di proprietà del CAI di Bergamo, in una serata Fuori Expo organizzata dal Sistema Orobie, alla presenza del Presidente della Regione Lombardia Roberto Maroni, del Sindaco di Bergamo Giorgio Gori e del Presidente della Provincia Matteo Rossi. E’ stata presentata, la Carta di Milano per la Montagna, documento redatto con la supervisione scientifica del Prof. Annibale Salsa, past President Club Alpino Italiano, e con contributi in primis di Regione Lombardia, sottosegretariato alle Politiche per la Montagna, dell’Unione Bergamasca CAI, Ersaf, Unimont, Uncem, Anci, Aiccre, Crea, Federbim, Fondazione Montagne Italia, Gruppo interparlamentare per lo sviluppo della Montagna e Ruralpini, e dalla Conferenza delle 23 Comunità Montane Lombarde.
Da queste ultime è partita la richiesta al Ministro Maurizio Martina, in qualità di Presidente del coordinamento per la Carta di Milano, di integrazione del “testamento” di Expo Milano 2015 in almeno due punti:
1) paragrafo diritti – “noi crediamo che”:
“la salvaguardia delle montagne, che rappresentano il 24% della superficie terrestre e possiedono un enorme patrimonio di biodiversità, sia fondamentale per garantire la disponibilità e l’accessibilità alle risorse alimentari a livello globale e vada attuata anche attraverso il diritto alla conservazione del patrimonio culturale e tradizionale delle popolazioni che le abitano e favorendo processi di coesione e di equità sociale, tra aree rurali e montane e aree urbane;”

2) paragrafo consapevolezza “siamo consapevoli che”:
“le Montagne della Terra sono ecosistemi preziosi, ricchi di risorse naturali e di biodiversità indispensabile per l’evoluzione della vita e il mantenimento degli equilibri del Pianeta, e possiedono un patrimonio unico di ricchezze culturali, tradizionali, identitarie e di peculiarità sociali ed economiche. La valorizzazione delle risorse mediante attività come l’agricoltura, il turismo, l’artigianato, la produzione di energia, di alimenti e di materie prime, praticate in modo sostenibile ed in grado di garantire reddito equo alle popolazioni montane, richiede la definizione e l’adozione di politiche specifiche ed integrate, che sappiano trasformare le specificità in opportunità, anziché svantaggio”.

La Carta di Milano per la Montagna è già ufficialmente uno dei 108 contributi alla Carta di Milano, un arricchimento fondamentale per un manifesto che cerca di coinvolgere tutti, donne e uomini, cittadini di questo pianeta, nel combattere la denutrizione, la malnutrizione e lo spreco, promuovere un equo accesso alle risorse naturali e garantire una gestione sostenibile dei processi produttivi.

Ovviamente. anche per la Carta di Milano per la Montagna sono valide le nostre considerazioni di cui sopra.

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Vieto, dunque sono

Vieto, dunque sono

Ricevo dall’avvocato Luca d’Alba:
Dal 18 al 20 settembre 2015 ho organizzato un raduno d’arrampicata tra Timpa di san Lorenzo e Timpa di Falconara, con pernottamento in tenda davanti alla chiesetta di Sant’Anna. Siamo nel cuore del Parco Nazionale del Pollino. Considerato che l’evento è stato patrocinato dal comune di San Lorenzo Bellizzi è stato necessario dare comunicazione al Parco del Pollino dell’iniziativa. In prima battuta il Parco ha comunicato la fattibilità del raduno, dettando le sue prescrizioni per la salvaguardia dell’ambiente. La Guardia forestale, tuttavia, ha inteso mettere i bastoni tra le ruote affermando che Timpa di San Lorenzo è riserva naturale, per cui ogni attività è vietata o comunque subordinata all’autorizzazione dell’UTB (ufficio territoriale per la biodiversità).

Alla luce di ciò abbiamo evitato di arrampicare su Timpa di san Lorenzo e ci siamo dislocati sulla Falconara. Non paghi, gli uomini della Forestale hanno fatto miliardi di foto a noi che arrampicavamo e hanno scritto una relazione, chiedendo al Parco chiarimenti sulla legittimità dell’arrampicata nel suo territorio. Con la nota 10577 del 5 ottobre 2015 il direttore del Parco dr. Gerardo Travaglio, ha dichiarato, da un lato, che l’evento organizzato è compatibile con le esigenze di salvaguardia delle specie protette, dall’altro, però, che fino a che non verrà regolamentata, l’arrampicata è vietata in tutto il territorio del Parco. Sto mobilitando mezzo mondo per far fare un passo indietro al Parco. Ho scritto una diffida, che è sottoscritta da me come avvocato e da almeno altri sette colleghi. Arriverò fino al TAR per impugnare questo assurdo divieto”.

La Timpa di san Lorenzo, Parco Nazionale del Pollino
Parco Pollino, Timpa San Lorenzo e Barile

Considerazioni
Questo episodio è l’ennesimo tentativo di scoraggiare la libera attività degli appassionati di montagna e di arrampicata in territorio di Parco. Come giustamente è sottolineato dall’avvocato d’Alba, in nessun Parco l’arrampicata è vietata, anche se (aggiungiamo noi) qualcosa di questo genere è in atto nel Parco Nazionale dei Sibillini, sebbene i risultati deleteri provocati dai divieti siano sotto gli occhi di tutti.

E’ assai malcelato il disagio e il fastidio che provocano direttori di parco così limitati, così chiusi nella loro interpretazione restrittiva di ciò che dovrebbe significare un Parco per il cittadino.

Se aggiungiamo poi la lista di tutti i provvedimenti che si dovrebbero prendere e di tutte le iniziative che si dovrebbero favorire, senza che a questa lista si possa purtroppo mettere mano costruttivamente causa la cronica mancanza di fondi, beh allora sorge il sospetto che questi divieti siano un palliativo, solo per dimostrare che qualcosa si fa. Una dimostrazione però che non esula dai confini di una rigorosa autoreferenziazione, perché non convince nessuno.

Davvero questi direttori, che ci ostiniamo comunque a considerare persone competenti, hanno bisogno di vietare per dimostrare di esserci e di servire a qualcosa? O un quasi cartesiano “Veto, ergo sum” è alla base delle loro decisioni?

La diffida
Spett.le
Parco Nazionale del Pollino, Rotonda (CS),
Ministero dell’Ambiente, Roma

p.c. Corpo Forestale dello Stato

Oggetto: arrampicata e alpinismo nel Parco Nazionale del Pollino
In riscontro alla nota n. 10577 del 5.10.15 a firma del dr. Travaglio, anche in rappresentanza di…, che aderiscono alla presente, si evidenzia quanto segue.

L’affermazione secondo cui il raduno d’arrampicata menzionato nella detta missiva “causa disturbo” è destituita di qualsivoglia fondamento, in quanto priva di riscontri oggettivi di carattere scientifico o giuridico. Si invita pertanto codesto Ente o soppesare con estrema cura le proprie dichiarazioni, che potrebbero risultare offensive nei confronti di chi, come molti degli aderenti, ha combattuto battaglie in prima linea per la difesa dell’ambiente proprio nel territorio del Parco (si ricordino le vicende del canyon del Caldanello, della centrale del Mercure…)

Condividiamo l’opportunità di regolamentare la pratica dell’arrampicata (così come in tutti i parchi d’Italia, dove si è ben lungi dal vietare l’arrampicata), ma a condizione che ciò avvenga tenendo conto delle effettive esigenze di salvaguardia. In altri termini le limitazioni e i divieti non possono essere imposti in via teorica, ossia “ipotizzando” che la pratica dello sport “possa” arrecare disturbo all’avifauna e/o ai vegetali, essendo invece necessario uno studio sulla concreta esistenza di nidi o altre situazioni degne di tutela. Secondo i principi del diritto amministrativo, infatti, ogni provvedimento deve essere “ragionevole” e, soprattutto, “motivato”. Peraltro, una volta individuati i periodi e/o le aree oggetto di divieto, nei periodi e nelle aree residuali lo svolgimento dell’attività deve essere consentita sic et sempliciter, non potendosi imporre ai fruitori l’ulteriore onere di richiedere un’autorizzazione. Dati i precedenti, appare opportuno sottolineare che i provvedimenti di natura limitativa e cogente devono trovare espressa esplicitazione in norme e regolamenti, non potendo essere rimessi a indebiti poteri discrezionali da parte di funzionari del Parco.

Maria Lucia Venneri sulla terza lunghezza della Via di Marchino, parete sud-ovest di Timpa Falconara. Foto: Guido Gravame
Maria Lucia Venneri su L3 della Via di Marchino sulla parete Sud Ovest di Timpa Falconara


Assolutamente illegittima è infine l’adozione di un divieto assoluto di arrampicata a tempo indeterminato su tutto il territorio del Parco nelle more dell’adozione di “linee guida” la cui natura giuridica non è stata affatto chiarita. Tale provvedimento, oltre che illogico e immotivato, si pone in evidente contrasto con quanto affermato dallo stesso Parco, secondo cui la manifestazione d’arrampicata
de quo “può ritenersi compatibile con le finalità di conservazione”. È contraddittorio altresì rispetto alla precedente nota del 29 maggio 2015 a firma del dr. Milione, il quale ha confermato che nessun regolamento vieta a priori l’arrampicata all’interno del Parco.

Alla luce di quanto precede e tenuto conto della portata potenzialmente limitativa della libertà personale della nota del 5 ottobre 2015, ai sensi della L. 241/90 si chiede all’Ente Parco di prendere visione ed estrarre copia della nota di trasmissione del Coordinatore Territoriale VQAF dell’ing. Perrone agli atti dell’Ente al n. prot. 10245 del 29.9.15 e di ogni documento ad essa allegato, ivi espressamente compresa la nota a firma del Comandante Stazione CFS Civita, nonché di ogni altro atto e documento presupposto alla nota del Parco n. 10577 del 5.10.15.

L’accesso agli atti viene richiesto anche ai fini della tutela penale, atteso che nei giorni 19 e 20 settembre 2015 alcuni agenti del Corpo Forestale hanno inteso effettuare rilievi fotografici invasivi su mezzi e persone (anche del sottoscritto) sfiorando i limiti della persecuzione e comunque con intenti dichiaratamente intimidatori, nonché per i profili di abuso di potere riscontrabili nella nota del 5.10.15.

Stante la palese illegittimità sostanziale e l’irregolarità procedimentale della nota del 5.10.15 n. 10577, anche per l’evidente vizio di eccesso di potere, se ne chiede la revoca in autotutela nella parte in cui prevede la sospensione delle attività di arrampicata e alpinismo nel territorio del Parco, preannunciando in caso contrario ricorso al TAR.

Distinti saluti

Avv. Luca D’Alba
Avv. Vincenzo D’Alba
Avv. Nina Nigro
Francesco Colao, Gerardo Tarsia, Mattia Sposato, Giada Di Leo, Fabio Alfano, Marco Gagliardi, Giovannino Santagada, Rossella Bruno, Salvatore Romeo, Riccardo Quaranta, Giovanni Basile, Guido Gravame, Antonio Larocca, Roberto De Marco, Antonio Mancino, Ferraro Francesco, Angelo Laino, Mino D’Amico, Marco Rigliaco, Anna Ruscelli, Domenico Riga, Maria Giovanna La Scalea, Nino Gagliardi, Luigi Manghisi, Francesco Serianni, Nino Abbracciavento, Ettore Angiò, Simonetta Sechi, Anna De Salvo, Antonio Sangineto, Renzo Ruscelli, Maria Taverniti, Stefania Emmanuele, Maria Tripodi, Tina Zaccato, Vincenzo Maratea, Franco Piccaro, Carmine Lo Tufo, Giovanna Barcello, Alessandro Galasso, Sara Crivella, Wieke De Neef, Nino Ricci, Chiara Torchia, Massimo Gallo, Leonardo Santoro, Salvatore Mustari, Domenico Ippolito, Filippo Capurso, Rosanna Riccelli, Francesco Di Trani, Franco Formoso, Claudio Pileggi, Domenico Bloise, Imma Canonica, Giuseppe Cesarini, Daniela Stanziani, Antonio Ferrigni, Eleonora Russo, Domenico Calopresti, Giuseppina Carrieri, Luigi Vincitore, Gabriele Percoco, Gilberto Peroni, Monica Venneri, Domenico Puntillo, Pasquale Larocca, Lorenzo Zaccaro

(la lista dei firmatari è in corso di formazione)”.

Su questo sito si può firmare la petizione:
https://www.change.org/p/ente-parco-nazionale-del-pollino-rotonda-pz-non-vietiamo-l-arrampicata-nel-parco-nazionale-del-pollino?recruiter=400576496&utm_medium=email&utm_campaign=share_email_responsive

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La nuova minaccia alla Marmolada

Guido Trevisan è nato a Noale (VE) il 5 settembre 1976. Laureato in ingegneria per l’ambiente e il territorio a Padova, è gestore del rifugio Pian dei Fiacconi dal 1 gennaio 2001. Papà di due figli e alpinista per passione.

La nuova minaccia alla Marmolada
di Guido Trevisan

Sono Guido Trevisan, gestisco il rifugio Pian dei Fiacconi da quindici anni: ho preso in gestione questo posto, assieme all’amico e allora socio Sergio Rosi, quando era ai minimi storici per tutta una serie di motivi tra cui il mancato interesse politico locale e provinciale a sviluppare questa parte di Val di Fassa. Dopo tre anni di affitto abbiamo comprato e ristrutturato. E personalmente ho investito TUTTO in questa avventura, semplicemente perché è un posto splendido e perché mi piace. E ci credo.

Sono cambiate molte cose, gli affari vanno meglio, la clientela è tornata e questa nicchia dolomitica ha continuato a tenere un’aura di romanticismo, un posto un po’ fuori dal tempo, in particolare d’inverno quando lo sci di massa non arriva quassù perché “c’è solo un impianto”, dicono.

Stamattina leggo sui quotidiani Trentino e L’Adige che la giunta provinciale ha adottato in via preliminare il programma per gli interventi “per uno sviluppo sostenibile della Marmolada” e che il documento “disegna il futuro della Regina dal punto di vista ambientale e turistico”.

Guido Trevisan, custode del rifugio Pian dei Fiacconi
NuovaMinacciaMarmolada-guidoTrevisan-425x319

Sono rimasto inorridito a leggerlo:

– di ambientalista e sostenibile non c’è niente in quel progetto visto che prevede la stazione di arrivo a monte della funivia in mezzo al ghiacciaio in un punto attualmente vergine, il Sass Bianchet, visibile da tutti i lati, con conseguente antropizzazione di un’altra zona oggigiorno pulita (ricordiamoci che a 500 metri di distanza c’è già la stazione a monte della funivia che sale dal Veneto);

– le decisioni, chiaramente politiche, non hanno minimamente tenuto conto del parere del comune di Canazei e tanto meno di noi operatori;

– non ha neppure una giustificazione economica visto che, arrivando sotto la cima, i turisti “estivi” preferiranno ancora salire dal lato Veneto in modo da arrivare in cima e godere del panorama a 360°;

– inoltre a titolo personale vedermi passare un impianto sopra la testa che poi scarica i turisti 50 metri sopra al rifugio mi sa tanto di presa in giro perché in estate nessuno torna in giù 50 metri per andare al rifugio sotto ed in primavera, anziché allungare la stagione, me la accorcia visto che quando la neve in basso comincia a scarseggiare la pista di rientro verrebbe chiusa.

Non mi interessa che mi scarichino i turisti fuori dalla porta del rifugio ma neppure mi piace sentirmi preso in giro su ciò in cui credo e leggere tanta ipocrisia di chi usa queste parole “sviluppo sostenibile” e “ambientalismo” solo per giustificare scelte politiche a noi tenute oscure”.

 

La vicenda
a cura della Redazione

Questo lo sfogo di Trevisan, che fa ecco all’accorata telefonata da lui fattami il 15 settembre. Per me è come un fulmine a ciel sereno e mi dedico subito a una ricerca sull’argomento, che riproduco qui sotto.

Già nel giugno 2013 si era avuta notizia di un nuovo piano della Provincia autonoma di Trento per il ghiacciaio della Marmolada. Il documento era stato inviato alla Regione Veneto, alla Fondazione Dolomiti Unesco e agli interlocutori locali: la giunta provinciale contava di approvarlo entro il termine della legislatura.

E’ di questi giorni il via libera della giunta provinciale. Il documento ricalca le linee del piano presentato a giugno 2013:

– smantellamento dell’attuale impianto “Graffer” e nuovo impianto in due tronchi: dalla diga del passo Fedaia al Pian dei Fiacchi (cabinovia a otto posti o seggiovia quadriposto) + collegamento con il Sass Bianchet, alcune centinaia di metri sotto Punta Rocca (funivia bifune senza piloni intermedi);

– smantellamento dell’impianto Passo Fedaia-Sass de Mul (quello andato distrutto dall’incendio del 27 ottobre 2012) e rifacimento dell’impianto Sass de Mul-Seràuta, con ripristino ambientale di tutte le infrastrutture obsolete presenti sul ghiacciaio.

Dal Sass Bianchet si potrebbe usufruire di due ski-weg di collegamento in discesa verso Punta Seràuta e verso il Sass del Mul.

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In questo modo, secondo il piano, non ci sarebbe ampliamento dell’area sciabile o la realizzazione di nuove piste sul ghiacciaio, perché non verrebbe aperta alcuna pista per scendere da Sass Bianchet al Pian dei Fiacchi (“paradiso” dunque dei freerider). Se si scende solo fino al Sass de Mul si può salire sul previsto impianto (Vascellari) Sass de Mul–Seràuta; se invece si scende giù fino al Passo Fedaia, allora occorrerà arrivare fino a Malga Ciapela per risalire in vetta con le funivie.

Per brevità, non entro nel merito di ciò che dice il piano a proposito del problema parcheggi e delle frequenti chiusure invernali della strada di collegamento Pian Trevisan-Diga del Fedaia. Tralascio anche di dire quanto “ingegnoso” sia il previsto utilizzo estivo della pista Pian dei Fiacconi-Diga del Fedaia da parte degli appassionati di downhill. E sorvolo anche sull’inutilità di insistere sulla “novità” di un percorso ciclo-pedonabile attorno al lago di Fedaia e sull’ovvio e doveroso interessa da riservare alle vestigia della Grande Guerra.

Naturalmente per le aree sciabili si continuerà a concedere agli impiantisti, come già ora succede, di preservare il manto nevoso con l’utilizzo dei teli geotessili.

Il piano, non appena sbandierato il via libera della giunta provinciale, è stato duramente contestato.
Ciò che è notevole in questa protesta è il fatto che, ben lungi dal rifiutare qualsiasi altra invasione umana sul ghiacciaio, la popolazione di Canazei e limitrofi vorrebbe che il collegamento si prolungasse fino a Punta Rocca, facendosi scudo “ambientale” del fatto che Sass Bianchet è ancora “vergine”, dunque meglio andare a costruire manufatti e stazione d’arrivo laddove i danni sono già abbondantemente presenti!

In salita da Pian dei Fiacconi verso Punta Rocca
Salita alla vetta della Marmolada di Rocca con panorama su Sassolungo e Sella (manifestazione Mountain Wilderness)

Silvano Parmesani (sindaco di Canazei): «Non siamo per nulla soddisfatti e lo faremo sapere alla giunta provinciale, fiduciosi di trovare ascolto. Pare infatti che in questo piano i veneti (con gli impianti che arrivano in vetta) siano tenuti in considerazione più dei trentini. Come se il nostro progetto fosse poco rispettoso della nostra Regina».

Elena Testor (procuradora del Comun general de Fascia): «Il previsto arrivo del nuovo impianto in località Sass Bianchet invece che a Punta Rocca, penalizza pesantemente tutta la skiarea che risulterebbe monca di un collegamento indispensabile al fine di creare un comprensorio sciistico di un certo interesse. Non di secondaria importanza è poi l’impatto ambientale. L’agonizzante ghiacciaio della Marmolada verrebbe pesantemente intaccato in un punto alquanto delicato e ancora vergine».

L’arrivo della funivia Malga Ciapela-Punta Rocca in una foto aerea da sud
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Ancora più duri i toni del consigliere provinciale dell’Union autonomista ladina (UAL), Giuseppe Detomas: «Tale progetto è nel modo più assoluto inaccettabile, sia sotto il profilo del merito che anche nel metodo… Valutiamo tale piano impattante sotto il profilo ambientale per gli interventi previsti, poiché sul versante veneto è previsto un nuovo impianto, mentre per il Passo Fedaia si impone di limitare la nuova stazione di arrivo alla località intatta e integra dal punto di vista ambientale di Sass Bianchet. Appare invece facilmente intuibile, anche osservando le cartine, che con un minimo ulteriore prolungamento si potrebbe arrivare direttamente a Punta Rocca, dove sono già presenti strutture e piste da sci, senza nuovi interventi invasivi… Con tale piano di sviluppo Canazei e l’intera Valle di Fassa rimarrebbero per l’ennesima volta penalizzati, vedendo nascere un impianto “monco” in quanto privo del collegamento realmente funzionale oltre che necessario». E aggiunge: «In realtà il piano risponde alle esigenze di sfruttamento da parte veneta che, in barba agli aspetti ambientali, con il nuovo impianto del Sas de Mul andrebbe a introdurre un ulteriore ampliamento dell’offerta sciistica e quindi a promuovere nuovi accessi di sciatori e nuovi passaggi su quel versante che comunque, si ricorda, insiste sul territorio di competenza trentina».

Non diverso infine il giudizio di Luca Guglielmi, segretario politico dell’Associazione Fassa, secondo il quale «l’arrivo di un ipotetico impianto di risalita e Sass Bianchet a poche centinaia di metri da Punta Rocca, è poco incisivo: di fatto taglierebbe in tronco la possibilità di uno sviluppo a 360° gradi del massiccio stesso».

Anche Aurelio Soraruf, gestore del rifugio Castiglioni al Passo Fedaia, è di questo parere: «C’è un altro piano, quello elaborato dla comune di Canazei… La Provincia deve capire che quella di arrivare a Punta Rocca non è la richiesta di una parte politica, ma dell’intera rappresentanza valligiana… Un piano che tra l’altro tiene in seria considerazione i singoli rifugi (non come questo, che passa sopra al rifugio Pian dei Fiacconi, tagliandolo completamente fuori dal circuito)… Ugo Rossi (presidente della Provincia di TN, NdR) ha ripetuto che dobbiamo avere buoni rapporti di vicinato col Veneto. Ma possibile che questi buoni rapporti dobbiamo pagarli solo noi fassani? Il fatto è che Mario Vascellari ha urgenza che Trento gli dia il via libera per fare il nuovo impianto in territorio trentino, se no ci rimette: e i suoi interessi contano molto più dei nostriLa funivia del Sass Bianchet è costosa, troppo corta e non serve al turismo estivo. Insomma, non sta in piedi economicamente e nessuno investirà un euro per realizzarla. Invece gli investitori privati ci sono, ma per arrivare fino in cima, a 700-800 metri dalla Punta, dove la stazione di arrivo si potrebbe fare senza problemi».

Luigi Casanova, portavoce di Mountain Wilderness, ha fatto parte del Comitato di coordinamento scaturito dall’Accordo di programma del 2002, firmato quattro anni fa con lo storico “nemico”, l’impiantista Mario Vascellari delle Funivie Marmolada srl, un accordo ancora oggi indigesto ai fassani sul futuro della montagna e del suo ghiacciaio: «Il nuovo impianto Pian dei Fiacchi-Sass Bianchet andrebbe a incidere su un territorio ambito dallo sci alpinismo. Lasciamolo in sospeso, quel secondo tronco ipotizzato dalla Provincia. Anche perché per fare tutto il resto, ossia per gettare le fondamenta del rilancio della Marmolada, serviranno dieci anni… Le «fondamenta» sono tutte le altre azioni previste dal Piano preliminare approvato lunedì 14 settembre: la messa in sicurezza della strada che arriva a Passo Fedaia, la riqualificazione dell’area del passo con la messa in sicurezza della pista ciclabile, la costruzione di parcheggi meno invasivi, la riqualificazione dei rifugi e alberghi che finora sono rimasti fermi e la sostituzione della bidonvia tra Passo Fedaia e Pian dei Fiacconi con una seggiovia quadriposto, la sentieristica e i centri informativi… Per fare tutto questo ci vorranno almeno dieci anni e solo alla fine si potrà ragionare di ciò che eventualmente manca. Ma comunque non si potrà arrivare a Punta Rocca, perché nella sella dove arriva oggi la funivia di Vascellari non c’è posto, bisognerebbe sbancare, ossia smontare l’arrivo di importanti vie alpinistiche che hanno fatto la gloria della Regina delle Dolomiti, andando con le ruspe a 3.250 metri. E a quel punto Dolomiti Unesco non avrebbe più senso, avrebbe fallito la sua mission in tutti i sensi».

Lo stesso Casanova si permette un piccolo sfogo con la nostra Redazione: «Cosa si imputa a Mountain Wilderness? Di aver seguito la Marmolada anche dal punto di vista politico, in Provincia, e di aver concordato, nel 2005-6 un piano di sviluppo importante, del valore di 50 milioni di euro, bocciato dal comune di Canazei perché non prevedeva l’arrivo di una funivia ulteriore a Punta Rocca. La provincia ovviamente non ha reso disponibili i 50 milioni. Da allora la Marmolada è in piena decadenza, con responsabilità dirette dei rifugisti locali, a partire da Aurelio Soraruf, l’urlatore principale.
Dopo la nostra vittoria 2010 in Cassazione, contro lo sfregio al ghiacciaio da parte della Società di Mario Vascellari, ho avviato (praticamente in modo personale) un percorso di condivisione che ci ha portati a un documento (2012) che, qualora venisse attuato, risolverebbe gran parte dei problemi di abbandono del versante settentrionale della Marmolada. Ad alcuni soci di Mountain Wilderness trentina questo accordo non va bene perché vogliono vedere MW contro tutti e tutto, sempre arrabbiata e incapace di risolvere, sempre perdente come quasi tutto l’ambientalismo nazionale, ormai superato. Una posizione legittima, ma occorre tener presente che oggi tutti i politici fassani vogliono Punta Rocca e che a loro di Dolomiti UNESCO nulla importa. Dalla nostra parte abbiamo la provincia di Trento e Vascellari. Nell’accordo con Vascellari sta scritto che qualora una delle due parti non condivida un progetto tale idea viene cassata. Vi pare poca cosa?».

Considerazioni
L’affermazione dell’assessore provinciale Carlo Daldoss nell’approvazione finale di giunta, «Abbiamo dato priorità alla tutela ambientale, con un piano rispettoso di questa montagna», è secondo me risibile, anche perché per l’ennesima volta è utilizzata una formuletta ormai trita e ritrita.

Se la giunta provinciale ritiene che, per essere credibile non certo solo da un punto di vista ambientale, basti fare quest’affermazione, siamo come al solito ai confini della realtà di buon senso.

Se gli estensori del piano credono, sempre con l’obiettivo della credibilità, che basti l’istituzione della navetta da Pian Trevisan alla Diga e che il non aggiungere piste sia sufficiente a preservare un ambiente “tipo” montagna; se reputano che davvero servano a qualcosa per un futuro equilibrio accettabile l’obbligo di battere le piste lungo la linea di massima pendenza (la modalità più “rispettosa” per il ghiacciaio) e il divieto di “importare” neve dal ghiacciaio: beh, allora fingono di ignorare che durante i mesi di marzo e aprile (quando dovrebbero essere al massimo delle loro potenzialità) l’utilizzo degli impianti della Marmolada (in rapporto alla loro attuale capacità) è dell’11%. Per non parlare dei mesi invernali, in cui questo rapporto, a causa delle condizioni ambientali certo più severe di altre aree dolomitiche e fassane, si riduce ancora.

Fingono di ignorare che 300-450 sono gli sciatori giornalieri necessari per rendere economicamente sostenibile un nuovo impianto. Comunque non collegato al ben più esteso e frequentato sistema piste-impianti della valle di Fassa.

E queste argomentazioni sono del tutto valide anche nell’altrettanto deprecabile ipotesi che l’idea di Sass Bianchet venga prima o poi abbandonata in favore di un prolungamento a Punta Rocca.

Il rifugio Pian dei Fiacconi   NuovaMinacciaMarmolada-rifugio

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A cosa servono i musei di Messner?

In occasione dell’odierno compleanno di Reinhold Messner pubblichiamo questo stuzzicante saggio di Giorgio Robino.

A cosa servono i musei di Messner?
di Giorgio Robino

Il 27 luglio 2015 leggo sul web lo stimolante articolo di Mariateresa Montaruli, dal titolo: Il museo di Messner – La finestra in vetta alla montagna, sottotitolo: il 24 luglio ha aperto al pubblico il più alto museo dell’Alto Adige: scavato nelle viscere di Plan de Corones. Un capolavoro di design nel cuore della montagna. [1]

L’articolo [1] viene riportato su pagina facebook di un amico e si scatenano commenti contro, da parte di ambientalisti e di strenui oppositori ad ogni azione di Reinhold Messner. Anch’io mi schiero subito contro, in un commento d’impulso dove mi dilungo sulla mia critica radicale al concetto di museo.

Ma poi ci ripenso ed elaboro questa riflessione più approfondita e spero equilibrata, che affronta due aspetti giustapposti. Anzitutto: definire il valore del concetto di museo come strumento divulgativo culturale, in generale e nella impostazione del Messner Mountain Museum (in seguito MMM) [2]. In secondo luogo: chiarire l’eventuale contraddizione ambientalistica degli edifici museali in montagna.

MMM di Plan de Corones. Immagine da www.messner-mountain-museum.it/it/corones/museo/
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1) La contemplazione del mistero, attraverso i musei
Lessi anni fa, nel libro intervista a Reinhold Messner La mia vita al limite [3], del suo progetto di far conoscere la montagna ai “cittadini” (o “turisti”, termine da lui spesso usato) attraverso l’Arte, ovvero le opere artistiche ispirate alla montagna e la storia dell’azione umana in montagna (tutta, non solo quella alpinistica), da contenersi in musei dedicati a specifiche aree tematiche. Fui subito entusiasta del suo percorso mentale, che lo ha portato a decidere che:

anche attraverso l’Arte è possibile conoscere la Montagna.

Una scelta di percorso sorprendente, proprio perché scaturito da un alpinista che per molta parte della sua vita è stato a ridosso del limite psicofisico delle capacità umane, e poi, una decina di anni fa, forse tornato indietro da un qualche estremo “limite” (termine che lui usa spesso, anzi ossessivamente), e dopo aver tentato alcune imprese nel territorio con l’agricoltura e nella politica europea, dedica negli ultimi anni una grandissima energia per sviluppare il vasto progetto museale MMM.

Reinhold Messner si autodefinisce quindi come mediatore culturale e narratore, con l’intento di farci conoscere la montagna attraverso la storia delle imprese alpinistiche e la loro rappresentazione nelle opere artistiche. Il nostro camminatore diventa una specie di stalker (vedi film di Andrei Trakovkij [22]), portatore di umani in zone del sacro dove il mezzo di trasporto è il museo e noi, pubblico, siamo i visitatori della “zona”.

La mia azzardata tesi qui è che la sua operazione culturale abbia un significato spirituale, che consiste nella sua necessità della comunicazione di una “contemplazione del mistero” della montagna. Mediante l’arte visiva contenuta all’interno di musei specifici, che sono lo stratagemma comunicativo.

Sì, ma cos’è questo qualcosa di misterioso?

Vorrei far dare la risposta allo stesso Reinhold Messner, che nelle interviste, pur avendo spesso volutamente “rigettato” ogni domanda allusiva a questioni metafisiche, mi sorprende invece con la risposta a una domanda di Daria Bignardi durante un’intervista in trasmissione televisiva di qualche anno fa [20]:

“DB: Ha trovato Dio da qualche parte?
RM: No, no! Io non vorrei dire se Dio c’è o non c’è. Io accetto il fatto che c’è “qualcosa”. Che noi non possiamo riconoscere, noi umani non abbiamo occhi, cervello, tasto per capire tutto. C’è sempre qualche cosa al di là. Io sono andato molto vicino all’aldilà, però dietro all’ultimo orizzonte nemmeno io posso vedere. Non è possibile! E noi dobbiamo accettare che c’è qualcosa che noi non possiamo afferrare, vedere, capire. E questo aldilà io rispetto come una dimensione divina, ma non lo chiamo Dio”.

Ora tralasciamo momentaneamente questo delicato terreno ultra-verticale, anzi ultra-terreno, perché devo prima un po’ blaterare contro i musei. Personalmente ne sono sempre stato deluso, anzi a dirla tutta: sono proprio totalmente contrario!

E’ un concetto generale, che riguarda qualsiasi esposizione dell’opera umana di creazione dell’inutile artistico: quando l’arte è fissata, catalogata all’interno di un museo (non parliamo delle “gallerie d’arte”), questa è morta, non ci parla più, è cadavere.

Perlomeno questa è la mia sensazione, che sono più sensibile alla musica e sono profano di arte visiva, ma in verità lo stesso vale per la musica, dove l’equivalente del museo è forse il concerto in pubblico.

Messner all’inaugurazione. Foto: http://www.mmmcorones.com/it/media/foto.html
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La mia emozione usuale quando entro in un museo è sempre d’irrigidimento, appena vedo dei cataloghi di oggetti messi in un percorso prestabilito attraverso delle stanze. Non riesco a concentrami bene sui quadri e le foto e gli oggetti. Sono distratto dalle scelte di associazione fatte dalla “direzione artistica”, sono distratto dai commenti del capitato lì per caso come me, ignorante o storico dell’arte che sia.

E’ che ho la convinzione che l’arte sia sempre un po’ nascosta tra le pieghe, riluttante all’esposizione, e svanisce quando esposta a un pubblico (noi tutti). Divulgata e didascalizzata, pubblicizzata e venduta. Diventa “porno” e l’anima nell’opera svanisce, andandosene lontana (semmai prima fosse stata lì).

L’arte è invece un percorso anzitutto individuale, anche se poi richiede la comunicazione agli altri, affinché l’azione venga riconosciuta come sublime.
E’ il solito, contraddittorio, doloroso, dilemma umano.

Forse l’arte è come l’alpinismo puro, bisogna farlo nascosti e da soli affinché serva a “qualcosa”, e perché superi il meschino teatrino sociale.

Allora non mi è quasi mai possibile assaporare la bellezza delle opere d’arte contenute nei musei, non per come questi sono concepiti fino ad oggi, nella nostra cultura, con questo tipo di storici dell’arte, con questo tipo di architetti che progettano edifici museali, con questo tipo di esperti di comunicazione, con questo tipo di pubblico, noi tutti.

Non c’è una visione, un passo avanti nell’altrove (il contenuto di cui l’arte potrebbe parlarci).
Non c’è quasi mai apprendimento, consapevolezza di quel “qualcosa”.
Non si intuisce quasi mai niente di niente, dentro spazi espositivi, non-luoghi non-intimi.

L’uccisione dell’arte dentro i musei è un “problema” generale nella nostra società e di una visione non spirituale, desacralizzata, ma invece esibizionistica, tecnicistica e virtuosistica (e quindi, infine, inutile e sterile). Ripeto, è questione generale e il povero Reinhold Messner non ha colpa.

Ma allora, per inciso, come andrebbe goduta la fotografia, o la pittura, o la scultura?

Non ho una risposta definitiva. I libri sono una risposta parziale e forse superata. Forse oggi è il cinema l’arte visiva che permette un ottimo rapporto intimo tra visionario (autore della visione) e vedente, evitando tutta la necessità del luogo di “culto” prestabilito (il teatrino museale). Il cinema non richiede un luogo spaziale obbligatorio di fruizione e tutte le mediazioni e compromessi derivanti. Ormai, con i computer ora, e già qualche decennio fa con le videocassette, le sale cinematografiche non sono più necessarie. Io poi ho saltato a piè pari il dilemma, perché la forma d’arte che mi interessa maggiormente è la musica, che io stesso realizzo “in solitaria”, evitando tutte le procedure dei luoghi di “rito” espositivo, ma qui sono fuori tema davvero. Ho esagerato e divagato. Mi fermo!

Invece, per approfondire in particolare l’operazione MMM, che credo sia nobile e sincera, proviamo a leggere qualche passo estratto da libri intervista a Reinhold Messner e ragioniamo sul percorso che ha fatto.

Riporto qui alcuni passaggi del libro intervista di Thomas Huetlin a Reinhold Messner: La mia vita al limite [3] di cui estraggo solo qualche capoverso di conversazione tra loro a riguardo della fondazione MMM:

“TH: Lei è solito affermare che la realizzazione di questi spazi sia il suo “quindicesimo ottomila”. Cosa la alletta nella prospettiva di invecchiare come direttore di museo?
RM: Io sono solo l’iniziatore del MMM. […] Di nuovo sono disposto ad impiegare ogni energia, ogni mezzo e tutto il mio tempo in questo progetto. […] io voglio solo realizzare un sogno. E dal momento che questo suscita tanto entusiasmo – da parte di amici, artisti, architetti, collezionisti, collaboratori -, il risultato sarà di sicuro qualcosa di eccezionale, che alla fine si sosterrà da solo. Non ho mai desiderato altro.
TH: Oggi come oggi lei è più gratificato dall’idea di “
scalare all’interno di un’opera d’arte” piuttosto che su una montagna?
RM: Sì, ormai le montagne le affronto solo mentalmente. […]. Ma mentalmente, mi occupo quotidianamente di montagne: montagne nell’arte, i popoli di montagna, la storia dell’alpinismo, le religioni che si sono sviluppate nelle zone montane, questi sono i miei temi odierni. […] La storia dell’alpinismo, così come viene raccontata dagli sportivi da bar, non è solo noiosa e sterile, è anche falsa perché nessuno può verificare che gusto ha l’aldilà, quando l’aldiqua non è accessibile. Il mio desiderio è l’emozione che diventa afferrabile per pochi istanti, fra terra e cielo, quello sguardo, quello sguardo dentro di noi che coglie l’insieme quando veniamo dall’alto, ciò che è sommo e per il quale non riusciamo a trovare le parole. […]
TH: Come mai questo tipo di esperienza è più importante?
RM: Il mio approccio di oggi, un tipo di esperienza della quale trent’anni fa avrei riso, mi rende curioso, mi tiene sveglio, mi fa provare la gioia di vivere. Forse a stimolarmi è solo il desiderio di fare, oppure l’istinto che sa che ho bisogno di sempre nuovi spazi di esperienza, commisurati alla mia età.

Nel libro La Montagna a modo mio [4], a pagina 326, Messner esprime con ancor maggior chiarezza l’idea iniziale del MMM:

“Non so come sono arrivato all’idea di sviluppare una struttura museale intorno al tema della montagna. Non si tratta di un museo in senso classico. Ho in mente uno spazio d’incontro dove mostrare il significato delle montagne per l’uomo. L’Alto Adige, la mia patria, sarà la sede del museo. E visto che anche in questo caso ho incontrato molte opposizioni, quando ho incominciato a mettere in pratica la mia idea, ho deciso di ampliare il nucleo originario del progetto. Alla sede centrale, situata a Bolzano, presso Castel Firmiano, sono collegati quattro ‘satelliti’, nei quali vengono trattati aspetti particolari del tema. Tutte le sedi nel loro complesso costituiscono il Messner Mountain Museum (MMM), un museo della montagna che si occupa della natura dell’uomo“.

E nelle ultime pagine dello stesso libro, a pagina 335, viene riportato un comunicato stampa del 2005, in cui Messner si esprime così:

“In mezzo alla frenesia che ormai caratterizza il turismo moderno, voglio creare un luogo di contemplazione. Qui le montagne e arte devono congiungersi. Mi stanno a cuore il dialogo, la storia comune, l’eredità culturale dell’alpinismo.

Così intendo fare mio un ruolo di mediazione fra il grande pubblico e le montagne. Il solitario si trasforma in mediatore. Le montagne e la loro dimensione possono essere percepite direttamente, salendole, oppure attraverso le arti figurative in un museo.

Al di là della loro relativa attualità, le opere d’arte raccontano dei loro creatori, della creazione, le opere sulla montagna raccontano della montagna. Per tutti coloro che sono interessati alla montagna, faccio in modo che il ‘paese dei monti’ diventi uno spazio d’esperienza. Poiché anche nell’era del turismo di massa e del ‘fit for fun’ sarà importante interpretare in modo nuovo questo tema.

Paesaggio, opere d’arte e visitatori devono comunicare tra loro e fornire informazioni senza che si renda necessario spiegare le montagne. Nel mio ruolo di coordinatore e creatore credo a un’immagine dinamica delle montagne, non a una realtà congelata. Solo così si realizza uno spazio d’espressione della fantasia fra chi osserva e le montagne stesse, che nella nostra coscienza si modificano costantemente. Con questo progetto ho preso in considerazione la montagna nel suo insieme.

In questo senso sono solo fondatore e suggeritore del museo, una sorta di catalizzatore. Mi interessano lo sguardo d’insieme e l’opera completa, che continua a rimettere in contatto fra loro luoghi storici e le opere d’arte.

E’ così che il tempo al quale appartengono si annulla, e si costruisce una biografia collettiva dell’alpinismo. Si tratta quindi non tanto di documenti, bensì, come nel rapporto con la montagna, della vicinanza della lontananza, della curiosità e della sorpresa.

Il ruolo di mediatore che mi sono assunto vale anche per quanto riguarda il dialogo tra le generazioni e le epoche, le opere e le tensioni che le uniscono. Come una specie di ‘ruffiano’, voglio sottolineare la sensualità dell’opera creativa, senza per questo attribuire necessariamente un’utilità all’alpinismo.

Scopo e significato del museo stanno nell’essenza viva delle opere, che vengono vissute in maniera diversa dal singolo osservatore.

Ciò cui penso e cui miro con il museo è la montagna incantata per tutti coloro che desiderano sapere cosa c’è dietro e sopra le vette”.


Quelle sopra sono parole di interviste di parecchi anni fa, ma penso siano ancora valide.

Interno del MMM Corones. Foto: http://www.mmmcorones.com/it/media/foto.html
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Reinhold Messner utilizza il museo come “meta-arte”. Quello che gli interessa credo sia soprattutto colmare la sua sete di desiderio di comunicazione dell’immaginario ad altri, a un gran numero di persone, ai cittadini, ai “turisti”, ai più lontani dalla montagna. I musei sono il mezzo a lui congeniale per comunicare il rispetto all’ignoto dietro alle montagne, al sacro, al mistero che dir si voglia. Con un’operazione culturale per la “massa”.

Nell’articolo di Vincenzo Chierchia comparso su Sole24ore.com [5] si legge:

“Per Reinhold Messner la rete di musei, che fa capo alla Fondazione di famiglia gestita dalla figlia Magdalena, si fermerà qui; d’ora in avanti la passione sarà quella cinematografica con documentari sulla montagna”.

Dai musei passerà al cinema? Oh, bene, ci sta arrivando con giusta progressione! D’altro canto il più bel film di montagna, a dir di molti, e anche secondo me, è un film che vede Reinhold Messner come protagonista, si tratta dello splendido “documentario” di Werner Herzog: Gasherbrum – Der Leuchtende Berg [6]. Tra l’altro il grande regista è autore di altri magnifici film, specificamente centrati su temi ambientalistici, ultimo ma non ultimo: Wild Blue Yonder [21].

Il passaggio chiave è, secondo me, che Reinhold Messner ha capito personalmente “qualcosa” (che io dico essere cosa metafisica, ma lui sicuramente lo negherebbe al grido rimproverante di: “Nessun esoterismo, ma semplice pragmatismo!”). E’ tornato indietro da noi dabbasso e ha ideato e poi realizzato una maniera per comunicare la necessità della contemplazione di questo “qualcosa”. Con i musei fino ad oggi, forse con il cinema (dentro i musei) domani. Questa la mia tesi.

 

2) La critica ambientalista all’ultimo museo
Ecco l’introduzione (estate 2015) scritta dallo stesso Messner nella web home page del museo di Plan de Corones sul sito MMM [8]:

“Sito a Plan de Corones, tra val Badia, Valdaora e val Pusteria, l‘MMM Corones completa il circuito Messner Mountain Museum, un percorso che si compone di sei musei. Ai margini del più spettacolare belvedere montano del Sudtirolo, dove sorge la singolare sede del museo progettata da Zaha Hadid, si narra la storia dell’alpinismo tradizionale.

Da Plan de Corones, lo sguardo spazia nelle quattro direzioni, spingendosi oltre i confini provinciali: dalle Dolomiti di Linz a est all’Ortles a ovest, dalla Marmolada a sud alle cime della Zillertal a nord.

Le vetrate del museo restituiscono le immagini della mia infanzia – le Odle e il Pilastro di Mezzo del Sass dla Crusc, l’ascensione più difficile della mia vita – così come i ghiacciai granitici che sovrastano la valle Aurina.

All’interno della montagna, il museo ripercorre l’evoluzione dell’alpinismo moderno, i miglioramenti ottenuti nel corso degli ultimi 250 anni per ciò che riguarda l’attrezzatura, i trionfi e le tragedie che si sono consumati sui fianchi delle più famose montagne del mondo, dal Cervino al Cerro Torre al K2, e la rappresentazione delle imprese di noi alpinisti, per quanto contraddittorie esse possano apparire.

Come negli altri musei del circuito, l’alpinismo è raccontato attraverso reliquie, citazioni, opere d’arte (dipinti e sculture) e la trasposizione, all’interno dell’MMM Corones, della scenografia montana che lo circonda.

Nel mio ruolo di narratore dell’alpinismo tradizionale non intendo né esprimere giudizi né drammatizzare. Piuttosto, l’obiettivo è quello di condensare le esperienze di chi, come me, ha fatto proprio il confronto tra l’uomo e la montagna. Al centro del museo non vi sono imprese sportive o primati bensì i grandi personaggi dell’alpinismo, oltre a filosofi e pionieri che hanno osato “la transizione aurea“ dall’idea al fare, prescindendo dal perché.

In lingua ladina, Corones significa corona. Plan de Corones, la celebre montagna dello sci e delle escursioni, la vetta dei deltaplanisti e dei parapendisti, ospita oggi quello che considero il punto culminante del mio progetto museale: un luogo del silenzio e della decelerazione che offre panorami indimenticabili, uno spazio in cui ritirarsi e lasciare che la percezione si apra verso l’alto, verso l’oltre. La montagna diviene così uno spazio esperienziale, parte della nostra cultura. Viviamola in modo nuovo, facendo volare lo spirito al di sopra di ogni vetta”.
Luogo del silenzio e della decelerazione? Sopra le funivie, gli impianti sciistici e con pure quelli che fanno parapendio?
Sono perplesso, e l’immagine sotto con la folla attorno agli impianti non è rassicurante.
Direi piuttosto: luogo di accelerazione! Ma sto scherzando. Gli ambientalisti polemici invece scherzano meno e colgono solo contraddizioni nell’ultimo museo di Plan de Corones. Dicono:

E’ contro le croci, non vuole le ferrate, non vuole gli spit sulle vie alpinistiche, poi va a fare scempi architettonici, disseminando musei in tutto l’Alto Adige, ora bucando addirittura una montagna, facendo accordi d’opportunità con il consorzio delle funivie. Una completa contraddizione con se stesso!“.

Plan de Corones. Foto da http://www.mmmcorones.com/it/plan-de-corones.html
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Tra l’altro, in concomitanza con l’apertura del museo, il 26 luglio 2015 Reinhold Messner afferma, in articolo comparso su mountlive.com [19]:

Le croci sulle cime? Quelle esistenti lasciamole. Ma non installiamone altre. Sulle cime solo gli ometti di sassi e nient’altro. Le vette delle montagne non devono essere sfruttate per dei messaggi”.

Sarei d’accordo, ma a ben vedere, la realizzazione del museo a Plan de Corones contraddice l’affermazione sopra, perché il museo rappresenta un potentissimo “messaggio” che veicola i valori del pensiero “laico” di Reinhold Messner. Io penso che i musei (sulle cime dei monti) sono l’equivalente delle croci di vetta.

Argomenterò in dettaglio poco più avanti l’aspetto simbolico (per me positivo) del messaggio di questo museo in particolare, ma torniamo all’articolo citato inizialmente [1]. Sono perplesso se penso all’enorme impegno economico per la realizzazione dell’opera, per esempio leggo che:

“Il progetto, 3 milioni di euro pagati da Skirama Plan de Corones, il consorzio di impianti di risalita membro del Dolomiti Superski”.

Eppoi il numero di frequentatori ipotizzati nei prossimi anni è altissimo, troppo alto, se è verosimile la previsione riportata sempre nell’articolo [1]:

“Attraverso il magnete-museo si scommette sul raddoppio dei passaggi nei 27 impianti di risalita oggi contati a 70mila d’estate, 1,5 milioni d’inverno”.

Raddoppio? Vorrebbe dire 3 milioni di persone ogni inverno? Ho capito bene?
Io spero che queste stime siano un po’ come le stime governative di presenza turistica all’EXPO 2015: “leggermente” gonfiate, perché sennò davvero il comprensorio di Plan de Corones avrà un impatto ambientale ben poco sostenibile.

Nell’articolo [1] viene riportata una risposta di Reinhold Messner alla domanda dell’intervistatrice a riguardo di una possibile violazione della montagna (credo si riferisca alla posizione e agli scavi sotterranei di quest’ultimo museo):

“RM: Non era possibile operare in altro modo: il futuro, del resto, sarà far sparire nella roccia anche le case e le funivie. C’è un limite a questa visione ed è di natura antropologica e altimetrica: lì dove l’uomo, in montagna è sempre andato per tagliare legna o portare le pecore, lo sfruttamento ai fini turistici è accettabile. Oltre, tra ghiaioni e ghiacciai, bisognerebbe, con una ‘barriera’, tutelare la wilderness”.

Pare quindi che Reinhold Messner consideri come compromesso accettabile la possibile “violazione” della montagna (qui stiamo parlando degli scavi per il museo), se fatta in un territorio già sfruttato e deturpato per fini turistici (gli impianti sciistici, ecc.), ovvero quello che sta al di sotto di una certa quota limite (ma quale quota precisamente?), mentre pare confermare la sua idea di necessità di evitare qualsiasi intervento umano alle alte quote (dai ghiacciai in su?).

Può sembrare quindi un po’ opportunistica questa visione e fa un po’ specie il fatto che dica: visto che ormai il territorio montano è così, anch’io mi adeguo all’edificazione in quota. Non posso negare che tutto questo appaia in contraddizione con la sua ideologia ambientalista che ha portato avanti per primo lui in passato.

D’altro canto la sua affermazione “il futuro, del resto, sarà far sparire nella roccia anche le case e le funivie” ipotizza uno scenario abitativo meno fantascientifico ed esagerato di quello che ora può sembrarci. E nella pratica, con questo museo lui ha appena realizzato (forse per primo e tecnicamente in modo impeccabile devo dire) una provocazione e un avvertimento all’umanità in tal senso, come dirci: “finiremo con il vivere sottoterra!”. Pertanto arrivo alla paradossale conclusione:

il museo di Plan de Corones esprime simbolicamente un magnifico messaggio ambientalista.

Dal punto di vista dell’integrazione con terra e roccia, l’edificio museale sotterraneo, realizzato bucando sotto la vetta di Plan de Corones, non è poi così incoerente rispetto alla necessità di minimizzare l’impatto ambientale, e la scelta progettuale precisa è sottolineata anche nel comunicato stampa di presentazione nel museo [9], di cui estraggo passaggio:

“Il Museo ha uno sviluppo prevalentemente sotterraneo, articolato su diversi piani tanto che, nonostante i 1000 metri quadrati di superficie che saranno disponibili, solo una minima parte di essi richiede costruzioni fuori terra, a tutto vantaggio della componente paesaggistica, dato il ridottissimo impatto visivo della struttura rispetto all’ambiente naturale in cui la stessa sorge”.

Ora, se si paragona questo edificio con, per esempio, quanto fatto recentemente all’arrivo della Sky Way in vetta alla punta Helbronner [10] (più che ottava meraviglia del mondo, secondo me un obbrobrio architettonico e concezione di spazio pubblico che peggio non si poteva fare), allora:

il museo di Plan de Corones è avanti anni-luce, capolavoro di integrazione ambientale e di creatività architettonica, al confronto!

Ma soprattutto mi intriga il valore simbolico, concettuale che ha l’interramento: il museo viene a rappresentare una specie di ‘caverna platonica’ [11], dalle cui finestre entra “Luce” e visione panoramica, che permette al visitatore di vedere la bellezza delle montagne lontane!

MMM di Plan de Corones. Immagine da http://www.messner-mountain-museum.it/it/corones/museo/
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Può darsi poi davvero che Reinhold Messner sia così pessimista e lungimirante da ipotizzare un futuro magari non così lontano, in cui l’umanità vivrà sottoterra, e questi musei sotterranei sono addirittura una premonizione di un mito fantascientifico; tutto questo mi ricorda il magnifico libro La Valle del Ritorno di Flavio Favero [12], eppoi gli amati fumetti de L’Incal di quella psico-testa esoterica di Alejandro Jodorowsky [13].

Infine l’architettura degli interni, fatta di pareti lisce che pare di esser in una astronave, mi porta alla mente i cunicoli tubolari della piattaforma spaziale nel film Solaris, di Andrei Tarkovsky [14], uno dei miei film preferiti. In quel film una piattaforma spaziale è stata posizionata dagli uomini nello spazio cosmico di un lontano “pianeta magmatico”, pianeta che, nella concezione cristiana del regista, è palesemente simbolo della presenza di Dio, e la piattaforma è il luogo che permette ad alcuni astronauti di comunicare con il ‘mare pensante’, cioè Dio. Trovo che ci sia una similitudine concettuale con il museo in questione, anche se qui al posto del mare ci sono le montagne attorno a Plan de Corones.

Pertanto mi devo inchinare di fronte a ‘sto benedetto architetto Zaha Hadid, o allo stesso Reinhold Messner, se è lui che ha avuto l’idea di realizzare la mistica cavernicola.

Ora, tornando alla diatriba ambientalistica odierna, specialmente tra Mountain Wilderness Italia e lo stesso Reinhold Messner, sono dispiaciuto della inopportuna separazione che c’è stata in passato e pare essere ancora attuale (vedi anche articolo di Carlo Alberto Pinelli [15] e recente discussione a valle di articolo di Luigi Casanova, su Gogna Blog [16]).

E’ uno sbaglio paradossale pensare che Reinhold Messner, che ha contribuito a creare Mountain Wilderness nel 1987, e che è stato così amico di Alexander Langer, e che si è prestato alla divulgazione della causa ambientale in cui crediamo ancora in molti, venga criticato acerrimamente, considerato ora come un venduto, ipocrita, egocentrico assolutista, proprio dal momento in cui lui elabora negli anni una azione culturale che come ho spiegato sopra contiene un forte messaggio ambientalista.

Estrapolo testo da intervista, credo comparsa qualche anno fa su giornale quotidiano altoatesino [17], che penso sia tuttora valida:

“Giornalista: Mountain Wilderness protesta perché il Dolomiti Superski usa l’immagine del Sassolungo con il marchio della fondazione Unesco.
RM: Non mi piacciono i fondamentalismi. Quanto a Mountain Wilderness, di cui rivendico di essere stato l’ideatore, ne ho preso le distanze per le posizioni estremiste.
Giornalista: Gli impianti di risalita sono compatibili con la tutela Unesco?
RM: Il problema non è l’inverno, ma l’estate per il traffico e l’aggressività con cui auto e moto si avvicinano alle montagne. Lo dico da anni: i turisti dovrebbero spostarsi in funivia come d’inverno, perché questi impianti sono un mezzo più sostenibile rispetto ai veicoli a motore”.

D’accordo, le parole sopra sono riferite a un contesto leggermente diverso, tempo addietro, ma il percorso di pensiero ambientalista di Reinhold Messner a me pare “pragmatico” (per usare un termine a lui caro) e piuttosto coerente con un suo pensiero sempre trasparente.

Veduta estiva di Plan de Corones. Al centro e in basso si nota il museo, parzialmente interrato. Foto: http://www.mmmcorones.com/it/media/foto.html
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Per capire l’evoluzione della sua concezione ecologica e ambientalista, può essere utile la lettura di qualche passaggio di intervista del 2012, sul sito della regione Emilia Romagna, dal titolo: In montagna ed in città, l’ambientalismo realista di Reinhold Messner [18]:

“Giornalista: Lei è stato un grande comunicatore oltre che scalatore: è possibile educare le persone alla sostenibilità?
RM: Io non ho mai fatto altro che descrivere il mondo semplicemente così come è. Sono prima di tutto un alpinista, un contadino, porto avanti un maso autosufficiente in montagna, un maso che è sostenibile teoricamente fino alla fine della terra e la sostenibilità in questo caso è la base soprattutto economica di questo pezzo di terra. E offro tutto questo come un modello al quale ispirarsi per il nostro comportamento in montagna.
Però se io in città vado in macchina, pur sapendo che in questo modo aumento la quantità di CO2 nell’aria e che questa CO2 poi ha degli effetti di cambiamento sulla montagna, allora sono intrappolato in una contraddizione.
Se nel mondo civilizzato, cioè le città e i luoghi dove si vive e si lavora, non potessi più agire come tutti gli altri, andrei incontro al fallimento delle mie attività umane, lavorative, di sopravvivenza. Io, ad esempio, non posso andare a piedi dal mio maso fino a Monaco dove c’è l’aeroporto, non è possibile. Così, anche io da un lato, come cittadino, sono uno che sporca e inquina la terra. Io vado ancora oggi in aereo, è l’unico mezzo di trasporto ragionevole per andare in Nepal sull’Himalaya. L’ho utilizzato per andare ieri a Francoforte perché avevo un invito in televisione per parlare di questi temi. Però quando vado in montagna sono la persona più pulita possibile. E così devo dire che anche io porto avanti una vita schizofrenica.
La maggior parte degli alpinisti non si accorge che gli errori che facciamo li facciamo nella civilizzazione e non in montagna. “Errori”, fra virgolette, perché sono commessi per la necessità di portare avanti le nostre vite in maniera normale. Per questo l’educazione dovrebbe essere fatta soprattutto sui temi che riguardano la vita quotidiana di tutti i giorni laddove si vive.
Giornalista: Com’è possibile risolvere questa schizofrenia in cui in tanti vivono?
RM: L’importante è ricordare che con le chiacchiere non si risolve niente. Credo di aver capito che il mondo, specialmente in questa crisi, sta senza dubbio subendo una progressiva distruzione ecologica. Ciascuno deve fare la propria parte, io stesso posso cambiare vita, essere responsabile per quel pezzo di terreno che ho comprato, che è mio, dove faccio il meglio possibile: ad esempio vado in macchina solo se è necessario, non giro il mondo soltanto per godermi i viaggi e la sensazione di avere un motore sotto il sedere.
Ciascuno, ripeto, può fare la sua parte. Noi tutti, in 7 miliardi su questa Terra, siamo una forza incredibile: con la tecnologia che abbiamo sviluppato, abbiamo la possibilità di auto-eliminarci tutti, di distruggere il mondo. E contemporaneamente abbiamo in mano le carte per salvare il mondo. Con la crisi probabilmente non lo faremo ma siamo tutti responsabili per tutto il pianeta.
In questo contesto un po’ pessimista, le parole fini a se stesse e le critiche non servono. Criticare gratuitamente senza agire, senza fare niente, è deleterio. Chi vuole parlare di ecologia vada a fare qualcosa in casa propria, nel proprio orto, nel proprio terreno, nella propria zona, nelle proprie montagne. Partiamo dal “pulire” casa nostra. Senza criticarsi da un luogo all’altro del pianeta sottolineando i reciproci sbagli, ma agendo con coerenza”.

Mi pare quindi che Messner abbia fatto negli anni un percorso evolutivo, a valle della sua esperienza politica nell’ormai defunto partito italiano dei Verdi e poi soprattutto dalla creazione di Mountain Wilderness, venendo a praticare una azione culturale con i musei e stabilendo ora una scala di priorità dei problemi di inquinamento ambientale, sottolineando soprattutto la devastazione procurata dai mezzi di trasporto a motore (auto, moto, ecc.), utilizzati in modo pervasivo in aree ad altissima densità e purtroppo sempre di più anche sulle montagne.

Quindi il suo “ambientalismo realista”, come qualcuno lo chiama, può essere contestato su alcune contraddizioni, ma io penso che sia più che mai opportuna una comunicazione con lui, una collaborazione con lui, per perorare insieme la causa ambientale, ecologica, non solo delle montagne.


Bibliografia e links

[1] http://www.iodonna.it/attualita/storie-e-reportage/2015/07/27/il-museo-di-messner-la-finestra-in-vetta-alla-montagna/
[2] http://www.messner-mountain-museum.it/it/
[3] La mia vita al limite. Reinhold Messner con Thomas Huetlin. Corbaccio. 2008
[4] La montagna a modo mio. Reinhold Messner, a cura di Ralf-Peter Martin. Corbaccio. 2009
[5] http://www.ilsole24ore.com/art/impresa-e-territori/2015-08-05/a-plan-de-corones-l-ultimo-museo-messner-progettato-zaha-hadid-161343.shtml
[6] https://it.wikipedia.org/wiki/Gasherbrum_-_Der_leuchtende_Berg
[7] http://www.banff.it/category/gogna-blog
[8] http://www.messner-mountain-museum.it/it/corones/museo/
[9] http://www.messner-mountain-museum.it/download/mmm_corones_ita.pdf
[10] http://www.banff.it/la-nuova-funivia-del-monte-bianco/
[11] Repubblica. Libro VII, Il mito della caverna. Platone, circa 360 a.C.
[12] La valle del ritorno. Flavio Favero. Luca Visentini Editore. 2007
[13] https://it.wikipedia.org/wiki/L’Incal
[14] https://en.wikipedia.org/wiki/Solaris_%281972_film%29
[15] http://www.mountainwilderness.it/news/displaynews.php?idnews=319
[16] http://www.banff.it/non-solo-croci/
[17] http://www.mountainwilderness.it/pdf/Moro-Messner.pdf
[18] http://ambiente.regione.emilia-romagna.it/rubriche/intervista/2012/in-montagna-ed-in-citta-l2019ambientalismo-realista-di-reinhold-messner
[19] http://www.mountlive.com/reinhold-messner-basta-croci-e-messaggi-in-montagna-solo-omini-di-pietra/
[20] http://www.la7.it/le-invasioni-barbariche/video/lintervista-a-reinhold-messner-18-12-2010-79731
[21] https://en.wikipedia.org/wiki/The_Wild_Blue_Yonder
[22] https://it.wikipedia.org/wiki/Stalker_(film_1979)