Posted on Lascia un commento

Aeroporto a Cortina per russi e sceicchi

Un aeroporto “delle giuste dimensioni”, elemento di attrazione non solo per Cortina, in vista dei mondiali di sci che vi si svolgeranno nel 2021, ma per l’intero comprensorio delle Dolomiti. È ciò che intende realizzare il presidente della Regione Veneto Luca Zaia, con l’obiettivo di migliorare l’accessibilità della destinazione affinché “competa ad armi pari con le località montane svizzere, austriache, francesi, americane che vanno per la maggiore, le quali hanno uno scalo aeroportuale più o meno vicino al loro servizio”.

Confermo la disponibilità della Regione a intervenire con la Finanziaria Veneto Sviluppo e a fare tutto il possibile, nei limiti delle sue competenze e delle norme, perché il progetto dell’aeroporto a Cortina vada a buon fine” ha dichiarato Zaia per nulla turbato dal fatto che già la sola idea di un aeroporto faccia a pugni con ciò che, nonostante tutto, Cortina ancora rappresenta nell’immaginario e nel concreto turistico.

Già, perché anche per Zaia è valida la solita formuletta politica, il mantra ripetuto ormai alla nausea: “Dal punto di vista ambientale andrà posta molta attenzione, ma conciliare ambiente e sviluppo si può e si deve fare“. Quale attenzione Zaia? Non sembra per nulla quella di un buon amministratore o di un contadino che vuole costruire un muretto di pietra sulle sue terre. Piuttosto assomiglia a quella di chi entra in una casa nottetempo per rubare o, meglio, a quella degli adulteri (Non è come sembra, cara…). Suvvia, getti la foglia di fico e dica chiaramente la verità, governatore Zaia!

Verità che s’intuisce molto bene andando a leggere i dettagli, un aeroporto piccolo e dedicato al target di fascia alta che frequenta la località: una pista, sala vip, area meeting, negozi di grandi marche e perfino una moschea per i ricchi turisti arabi. “Solo” 10 milioni di euro, “per fruire meglio delle più belle montagne del mondo”.

Aeroporto a Cortina? No, grazie
di Dante Schiavon

Non sono passati nemmeno due mesi dalla frana di Borca di Cadore e la politica e l’imprenditorialità, in vista dei mondiali di sci a Cortina nel 2021, si uniscono appassionatamente nel pensare nuove opere infrastrutturali, come se il problema del futuro della montagna fosse principalmente quello.

Come se nuove colate di cemento e di asfalto potessero ridare vita a paesini semi abbandonati, a malghe cadute in rovina, a boschi e valli non più presidiate, come un tempo, dall’uomo. Così l’ignoranza degli equilibri della natura e l’avidità dell’uomo “economico” fanno prendere corpo a un’idea demenziale: l’aeroporto a Cortina.

In agosto 2015 c’è stata una frana: l’ennesima conta dei morti, l’ennesima richiesta di stanziamenti per mettere in sicurezza il territorio. I responsabili di questa tragedia, ed è stato così anche per le morti di Refrontolo, non ci sono. O meglio, c’è n’è uno, ed è additato come nemico dell’uomo e della sicurezza dei cittadini, anche se chiamato con nomi diversi: natura, maltempo, eccezionalità, cambiamenti climatici, fatalità. L’avidità di affaristi e amministratori senza scrupoli, coperti e sostenuti da una politica compiacente, non finiscono mai sul banco degli imputati. Fatto sta che l’uomo ci ha messo del suo anche a Borca di Cadore, dove è stato alterato l’assetto territoriale a ridosso del paese con la creazione di una pista di discesa, una seggiovia, opere che hanno richiesto sbancamenti, taglio di centinaia di alberi e la regimentazione del corso d’acqua in uno stretto alveo: e per di più si sono costruite case a ridosso del torrente. Senza queste opere, forse, si sarebbe attutita la forza della frana che, di fatto, ha trovato un’autostrada nel suo percorso finale.

AeroportoCortina-1292418061906_tn_cortinaUn’estate di diversi anni fa mi trovavo a camminare nella parte alta della pista Olimpia di Cortina, sulle Tofane, e sono rimasto sgomento nel vedere all’opera “ruspe” e “benne” che, in modo non proprio dolce, spostavano massi, allargavano passaggi fra le rocce, ammorbidivano pendenze irregolari e tale lavoro serviva per aumentare la valenza tecnica della pista. Io sono purtroppo convinto che, quando si interviene con questa rozza forza meccanica, “qualcosa” nella conformazione rocciosa dell’area interessata dai lavori può rompersi, anche a distanza di anni.

Nel 2021 Cortina organizzerà i mondiali di sci e la politica veneta farebbe bene a interessarsi del come verrà progettato e realizzato l’insieme di infrastrutture e impianti per lo svolgimento dell’evento. E iniziare con l’idea di un aeroporto a Cortina è un atto irresponsabile.

Non mi fido delle dichiarazioni fatte dai promotori: “rilanceremo Cortina e la montagna bellunese”. Temo che, per loro, rilancio voglia dire una superstrada per arrivare velocemente a Cortina e poi nuovi impianti e nuove opere che richiedono taglio massiccio di alberi, occupazione di aree verdi, ruspe all’opera ovunque, per creare una città di sport, di divertimento, di shopping. Il rischio è di creare una Las Vegas montana, un agglomerato di alberghi e residence di lusso senza una “relazione vera” tra l’uomo e la montagna.

In questo quadro le cime dolomitiche svolgeranno la loro funzione “virtuale” di cartolina e i dubbi e le perplessità sulle “conseguenze future” delle ferite inferte al suolo, alla roccia, al paesaggio, al bosco e agli animali che ci vivono, ai torrenti, ai pendii, spariranno dalla mente dell’Homo Sapiens, sopraffatto da una sorta di delirio di onnipotenza sulla natura.

Io credo ci sia un’altra strada per il rilancio di Cortina e della montagna bellunese che, tra l’altro, non necessariamente dovrebbe passare attraverso l’organizzazione di un mondiale di sci.

Innanzi tutto bisogna pensare a un sostanzioso ripopolamento dei paesi della Valle del Boite, oggi ritenuti solo degli ostacoli da attraversare per poter giungere a Cortina.

Per ripopolare le valli e le montagne del Cadore si devono incentivare le attività agricole e pastorali ai 1400/1500 metri, la silvicoltura con tutta la filiera del legno (dalla segheria all’artigianato, dal legno come fonte rinnovabile alla bioedilizia), la ristrutturazione secondo criteri architettonici ed ecologici degli immobili vetusti dei paesi e dei paesini della valle per adibirli alla ricezione turistica, la mobilità dolce (rete di piste ciclabili).

Ma l’idea più coraggiosa e innovativa, quella che consentirebbe di cambiare marcia nella declinazione della parola “sviluppo”, potrebbe essere quella di ripristinare la linea ferroviaria Calalzo-Cortina, magari cominciando subito un primo stralcio. Altro che aeroporto a Cortina. Tale iniziativa avrebbe una ricaduta eccezionale, sia dal punto di vista ecologico, sia dal punto di vista turistico, se venissero previste fermate nei paesi oggi solo transitati dal turismo diretto verso la perla delle Dolomiti. Queste sono solo alcune idee con cui si può cercare di rilanciare la montagna.
Per l’evento sportivo in senso stretto invece vanno tenute in considerazione, oltre alle osservazioni precedenti sui cattivi interventi che creano dissesto idrogeologico, le condizioni di partenza. Cortina ha già ospitato nel 1956 le Olimpiadi invernali e ha dei vecchi impianti, alcuni dei quali, vedi trampolino, in disuso. Cortina non è come un piccolo paesino sperduto della montagna siberiana o del deserto dell’Arizona: è una piccola città con strade, alberghi, prime case e seconde case, un’entità quindi già molto cementificata.

Si dovrà quindi privilegiare per la costruzione degli impianti sportivi il riuso di manufatti già presenti sul suolo cementificato di Cortina, decentrando in altre realtà comunali o territoriali, aventi cubature da riutilizzare, la realizzazione di alcune opere. La lotta al dissesto idrogeologico inizia nel momento in cui si pianifica un intervento che può impattare sull’equilibrio che la natura ha saputo mantenere, variare o rigenerare senza prodursi in fenomeni devastanti.

I cambiamenti climatici e l’avidità dell’uomo hanno rotto questo equilibrio e ora ne paghiamo le conseguenze. Vogliamo prenderne atto o preferiamo insistere su progetti che non danno opportunità di un dignitoso benessere per tutto l’anno e a tutti i paesini che fanno parte della montagna bellunese?

Posted on Lascia un commento

Un ponte verso il nulla

Un ponte verso il nulla
di Carlo Alberto Pinelli

Molti anni fa, di fronte al proliferare sregolato delle piste per lo sci di discesa, con il corollario delle loro aggressive e devastanti infrastrutture speculative, qualcuno di noi – al culmine della frustrazione – arrivò ad augurarsi che l’arrivo di un clima sempre più tropicale finisse per rendere l’innevamento così scarso e saltuario da scoraggiare investimenti indirizzati all’ulteriore sviluppo delle stazioni sciistiche. Un paradosso, naturalmente, ma non privo di una sua amara logica. Oggi che effettivamente quelle condizioni climatiche si stanno avverando (diciamolo francamente: purtroppo!) e il mantello nevoso da cartolina natalizia cede spazi sempre maggiori alle margherite – malgrado il costoso utilizzo dei cannoni spara-neve – i messaggi che ci giungono dai principali centri invernali sono tutt’altro che rassicuranti e anzi si allontanano sempre più da quelle che dovrebbero essere riflessioni sensate e saggi ridimensionamenti. Poco rassicuranti soprattutto per chi difende il valore etico e culturale di un sano rapporto tra gli esseri umani e la montagna. Tralascio di accennare qui allo scandalo del progettato collegamento funiviario tra la valle d’Ayas e Cervinia, perché di ciò si parlerà in altra sede e assai presto. E mi concentrerò su “scandali” diversi, forse meno macroscopici ma alla radice altrettanto inquietanti.

Punta Helbronner come saràPonte-nulla-01

Per far fronte al progressivo calo delle presenze degli sciatori gli operatori turistici europei stanno escogitando affannosamente nuove proposte alternative, capaci di riempire di un pubblico pagante, comunque vada la stagione, le migliaia di alberghi sovra-dimensionati, frutto della speculazione e dell’avidità consumistica. Purtroppo le proposte non vanno in direzione della riscoperta (e riproposizione in forme appetibili) del fascino della “frequentazione dolce”: passeggiate nei boschi a piedi o a cavallo, visite culturali, trekking con ciaspole verso le zone più alte, corsi di cucina tipica, incontri con i saperi tradizionali, ecc. ma insistono a offrire il miraggio patinato di una montagna da operetta, vissuta sempre più come una ludoteca in cui, senza pericolo e con limitata fatica, si possono gustare forti e volatili pseudo-emozioni, anche in mancanza di neve. Insomma, una squallida parodia, ricalcata sui peggiori stereotipi urbani.

Ho visto recentemente che la pubblicità delle stazioni sciistiche dell’alta Provenza invita il pubblico a visitare “Il paese della Cuccagna”. Qualcuno da quelle parti deve aver letto molto superficialmente Pinocchio!

Due o tre altri esempi chiariranno meglio il senso di quello che sto scrivendo. A Titlis, in Svizzera, è stata costruita una funivia con cabina rotante per raggiungere un ponte “tibetano”, sospeso nel vuoto e lungo ben 107 metri. A Solden in Austria, e all’Aiguille de Midi in Francia sono in funzione piattaforme protese sul vuoto, con pavimento di vetro: il brivido della vertigine è garantito! Perfino in Cina, nelle montagne Tien Amen, c’è ora un ponte-giocattolo, disteso tra una guglia e l’altra, a quota 4700 metri. Alla Punta Helbronner, sul confine tra Italia e Francia, entrerà in funzione un ristorante vero e proprio, gestito da Eataly. Anche in questo caso gli infreddoliti frequentatori lo raggiungeranno servendosi di una avveniristica cabina rotante. Non sarebbe male organizzare picchetti con striscioni di denuncia di fronte agli sfavillanti locali di questa tanto lodata catena di ristorazione. Qualcuno si candida?

Ferrata Tridentina
Ponte-nulla-tridentina1Con un filo di ironica esagerazione potremmo parlare di un concentrico tentativo di circonvenzione di persone alle quali, volutamente, non vengono forniti gli strumenti conoscitivi e culturali necessari per comprendere le dimensioni dell’inganno che stanno subendo e per accostarsi con piacere e curiosità a un rapporto con la montagna davvero alternativo.

Quando noi di Mountain Wilderness in un recente passato denunciavamo il rischio che l’esperienza dell’incontro con la montagna venisse ridotta a un infantile divertimento da luna park, davamo ingenuamente alle nostre affermazioni un significato soltanto analogico. Ora invece ci troviamo di fronte ad una realtà letterale. I ponti “tibetani” oscillanti, i passaggi su corda “alla tirolese”, le carrucole, ecc. offrono gli stessi identici brividi a buon mercato della grotta delle streghe dei vecchi luna park. Parchi tematici per frequentatori “mordi e fuggi”, di bocca buona.

Ricordate la campagna che la nostra associazione fece per arginare lo sviluppo delle vie ferrate? Allora moltissimi tra i frequentatori delle Alpi ci accusarono di estremismo elitario. “Perché” ci chiedevano “ve la prendete proprio con chi si impegna a raggiungere una vetta accettando di venire aiutato nell’impresa da qualche cavo metallico e da poche scalette? Non ci sono misfatti più gravi contro i quali puntare il dito?” Sì, in effetti c’erano allora e ci sono anche oggi. E tuttavia, con il senno di poi, bisogna riconoscere che la ragione stava già in quegli anni dalla nostra parte. I principi apparentemente innocui – o quasi – che giustificano le vie ferrate si sono rivelati semenze infide dalle quali è sbocciata la malapianta delle attuali macroscopiche aberrazioni. Il brivido della verticalità e della vertigine, il fascino di paesaggi ammirati dall’alto, il divertimento atletico, tendono a divenire gusci vuoti quando vengono conseguiti artificialmente, eliminando o riducendo al minimo il rischio calcolato, l’intelligenza nella scelta dei vari passaggi, l’intuizione dell’itinerario migliore, in una parola l’immersione nella montagna autentica, affrontata contando solo sulle proprie forze fisiche e energie psichiche. Non è un caso, ma piuttosto una deriva inevitabile, se il modello delle vie ferrate, esportato nel resto dell’Europa, si sia degradato a una grottesca caricatura. Un gioco da kindergarten per adulti di fronte al quale non si sa se piangere o ridere! Basta scorrere, ad esempio, la guida “Randoxigene-Via Ferrata”, edita dal Consiglio Generale delle Alpi Marittime francesi per rendersene amaramente conto.

Sento già la solita voce che esclama indignata: “Ma allora voi condannate ogni forma di divertimento all’aria aperta! Se pensate che divertirsi sia una colpa assomigliate troppo ai Telebani!” Cosa rispondere? Intanto premettendo che ciascuno può comportarsi come meglio credere purché (sottolineiamolo!) quei suoi comportamenti non interferiscano negativamente con le aspettative e i desideri di altri esseri umani. E poi il termine divertimento possiede diversi e anche opposti significati. C’è un divertimento epidermico, esclusivamente ludico, che ci allontana da noi stessi; e c’è un divertimento che può aiutarci a entrare più profondamente in noi stessi. Sinceramente non riesco a individuare molta dignità in un divertimento che altera, anche visivamente e in modo indelebile, il messaggio della montagna e allontana i suoi adepti dalla possibilità di aprirsi all’esperienza della natura incontaminata; non solo, ma rende anche impraticabile la fruizione degli stessi luoghi per chi fosse interessato a viverli in modo diverso. Il veleno che il modello delle vie ferrate secerne è sottile, inavvertito, facilmente sottovalutabile. Proprio per questo può essere assai pericoloso.

A conti fatti credo che dovremmo avere il coraggio di riprendere – magari in forme nuove e con parole d’ordine più articolate – questa nostra vecchia battaglia. Senza tema di scandalizzare qualcuno e di andare, come sempre, coraggiosamente contro-corrente.

Ristorante girevole dello Schilthorn

Ponte-nulla-Schilthorn-resized_650x365_462572

Posted on Lascia un commento

Monti Sibillini: una possibile alba

La serie in tre puntate di La lunga notte dei Sibillini ha, per usare le parole di Luigi Nespeca, “ricostruito la vicenda del Parco dei Monti Sibillini con pazienza e accuratezza”.

Chi volesse ripercorrere questa storia può farlo ai seguenti link:
La lunga notte dei Sibillini 1  8 novembre 2014
La lunga notte dei Sibillini 2  4 dicembre 2014
La lunga notte dei Sibillini 3  4 gennaio 2015

Nella terza parte, tramite la sezione “commenti”, si era da tempo avviata una costruttiva discussione spontanea, come se questo Gogna Blog fosse diventato un forum “istituzionale” per tale problema.

L’iter culturale e amministrativo è ancora lungi dalla conclusione, pertanto abbiamo deciso di continuare, scegliendo un “commento” che ci pare particolarmente significativo per iniziare un’altra serie, Monti Sibillini: una possibile alba, che ci auguriamo fortunata e produttiva come la precedente.

Monti Sibillini: una possibile alba
di Luigi Nespeca

Purtroppo mi rendo conto che queste montagne sono ormai famose non più per la bellezza dei territori e la biodiversità che conservano, ma piuttosto per il marasma di contraddizioni che domina le valli, le praterie e le vette. Un marasma, unico in tutto il paese, che ormai sembra essere l’unica vera endemia del Parco.

Monti Sibillini, Cima del Redentore. Foto: www.fotografiadinatura.it

AlbaPossibile1-06. CIMA DEL REDENTORE - MONTI SIBILLINI

Paolo Caruso mi ha citato in un commento alla serie La lunga notte dei Sibillini, quindi ho deciso di intervenire nella discussione.

Due parole riguardo la vicenda che mi vede protagonista, accusato di grave terrorismo ambientale: nel mese di ottobre ho ricevuto tre verbali per aver introdotto un cane nel parco, nelle stesse aree in cui cani randagi girano indisturbati. Gli accertamenti sono scaturiti da un’importante e lunga indagine, svolta interamente su internet, da cui sono state scaricate foto, filmati e racconti, senza di fatto averne verificato le coordinate spazio-temporali. Peccato non aver mai incontrato personale del Parco o del CFS sul territorio ad informare gli escursionisti. Comunque la questione è all’attenzione di un ricorso che ho presentato, anche al ministero.

Non vorrei porre però l’attenzione sulle mie disavventure personali, ma tornare ai punti salienti della discussione: la segnaletica e la fruizione del parco.

1- La segnaletica del Parco
Ricordo romanticamente i tempi in cui si programmavano le escursioni sui tavoloni di legno nei rifugi, studiando il percorso sulle carte IGM e consultando la letteratura e le guide esperte. Ora con i GPS o un semplice tablet basta vedersi all’attacco del sentiero per dare inizio all’avventura.

Niente di più sbagliato! Il mio consiglio è comunque di avere nello zaino documentazione cartacea e di affidarsi a un professionista della montagna: fatevi sempre accompagnare da bravo avvocato amministrativo – non me ne voglia l’amico Paolo Caruso e portate sempre con voi il codice civile e di procedura penale, oltre all’ultima versione del regolamento del Parco, aggiornato agli ultimi editti emanati.

Il fatto che l’Ente Parco sponsorizzi solo le sue cartine e di fatto sanzioni o metta a rischio l’incolumità di chi non le usa mi sembra una concorrenza sleale per altri editori ed un ricatto commerciale nei confronti dei consumatori/turisti.

Inoltre affidarsi alla segnaletica del Parco risulta arduo perché, ove presenti, i tabelloni informativi sono aperti all’interpretazione dell’escursionista e presentano correzioni a pennarello di dubbia validità. Se è vero che sono stati spesi tutti quei soldi allora sarebbe opportuno sostituire i pannelli quando non più validi in base a nuovi divieti, invece di impegnare un addetto per fare il giro dei tabelloni e ripassare le cancellature con il pennarello, che non mi sembra un’attività conforme e degna di un Parco Nazionale.

Consiglio la visione del sopralluogo che ho realizzato nel Parco nel mese di ottobre, sulla situazione della segnaletica. Ecco il video:


2- La fruizione del Parco
S
icuramente avrete visionato il documentario presente nel canale YOUTUBE del parco, in cui al minuto 5.35 il dr. Perco dichiara che i Monti Sibillini sono fin troppo noti e che nel futuro occorre aumentarne la riservatezza. In una frase è esplicitata la politica alla base della attuale gestione del Parco.

Ecco il video:

Fortunatamente in altri Parchi Naturali nelle regioni vicine, l’indirizzo nella gestione degli equilibri tra tutela ambientale, popolazione locale e turistica ed economia ha virato nella direzione opposta, riconoscendo che la condivisione e la partecipazione tra istituzioni e popolazione possano solo giovare al raggiungimento delle finalità di un Parco Naturale.

Un esempio: sabato scorso (10 gennaio 2015) ero a Subiaco per la conferenza stampa di presentazione di un Trail che attraverserà l’intero territorio del Parco dei Monti Simbruini, riserva naturale più estesa del Lazio, oltre che di grandissimo interesse naturalistico, ricca di animali selvatici (anche l’Orso Marsicano transita per quei boschi) e paesaggi di montagna selvaggia.
Tutti i rappresentati delle istituzioni dal commissario del parco al direttore dell’agenzia per il turismo, dall’assessore regionale all’ambiente al direttore dell’agenzia regionale dei parchi convengono che: “occorre preservare il bene naturalistico affinché il maggior numero di persone lo possa vedere” e che “Non si tratta di sopportare una manifestazione. Il trail è più bello se si fa in un parco ed il parco è più bello se ci si fa il trail”.

Per maggiori info ecco l’articolo: http://www.appenninico.it/?p=859

Quindi è evidente che un “cambio di poltrone” ai vertici di un parco aiuta sempre a ritrovare la rotta, infatti il nuovo Direttore dei Simbruini ha dato l’impulso per avviare una stretta collaborazione sinergica tra istituzioni, associazioni sportive, operatori turistici per aumentare l’interesse nella popolazione per la tutela della risorsa ambientale e naturalistica.

Appena la voce che nel Paese alcune aree protette vengono ancora gestite all’insegna del divieto selvaggio, della repressione o suon di sanzioni a turisti/escursionisti/alpinisti giungerà all’attenzione dell’orecchio giusto, qualcuno telefonerà a Visso per chiedere spiegazioni. Qualcuno presto si renderà conto che la politica di “fatturazione” a discapito delle tasche di turisti che praticano attività eco-sostenibili, in favore di attività di stampo venatorio (come la conta della coturnice con cani da caccia liberi e il prelievo selettivo del cinghiale tramite abbattimento) non rappresenta certo una strategia di tutela ambientale, né tanto meno un alternativa di sviluppo economico per la popolazione. Allora si cambierà rotta!

Siamo grandi e responsabili, non abbiamo certo bisogno dei “giochini” ed “indovinelli” che il Parco dei Sibillini pubblica sulla pagina facebook in nome della pedagogia: l’educazione e la formazione è altro.

Ricordo che l’educazione (intesa come formazione etica delle generazioni) salverà il pianeta, i divieti e la repressione ovviamente no.

L’autore, Luigi Nespeca, con il suo cane-alpinista Melody in marcia sul Monte Autore (Monti Simbruini)
AlbaPossibile1-Nespeca,Luigi-caneMelody-MonteAutore(Simbruini-Ernici)

Posted on Lascia un commento

Turisti o vuoti a perdere? Il blitz degli albergatori trentini

Turisti o vuoti a perdere?
di Stefano Michelazzi (Guida Alpina iscritto al Collegio delle Guide Alpine del Trentino)

Viaggiamo ormai da un decennio per le strade d’Europa senza passaporto, condividiamo nel bene e nel male le sorti di francesi, tedeschi, inglesi, ecc., paghiamo con la stessa moneta, regoliamo le nostre leggi sulle basi di quelle comunitarie, giusto o sbagliato che sia, perché non esiste comunità che si possa così definire, se non vi sono regole, diritti e doveri, uguali per tutti i membri appartenenti.

Ma nella realtà, siamo davvero cittadini europei che operano per il bene della Comunità?

Turisti-Vuoti-06 escursionisti_sentiero_rifugio_tschierva_chamannaLo scorso 23 ottobre, la Provincia Autonoma di Trento (e con il termine autonoma sembra ormai si approvi più il significato di “al di fuori dello Stato italiano”, piuttosto che “autorizzata a gestire situazioni uniche e caratteristiche”) sigla una legge provinciale, la numero 11, dove all’articolo 48 bis punto 1 e 2 si legge:

I gestori degli esercizi alberghieri ed extra-alberghieri al fine di promuovere e incoraggiare i propri clienti a frequentare, ammirare e meglio apprezzare il patrimonio ambientale e naturalistico locale, possono organizzare percorsi di accompagnamento sul territorio. L’attività di accompagnamento prevista dal comma 1 può essere svolta dai gestori o dai familiari che operano nella struttura ricettiva, esclusivamente per i propri clienti, purché sia garantita una copertura assicurativa per la responsabilità civile verso terzi per lo svolgimento dell’attività. Sono comunque escluse le escursioni che comportano difficoltà richiedenti l’uso di tecniche e materiali alpinistici”.

Ma come…? Non esiste una legge dello Stato italiano che si basa su concertazioni internazionali (LEGGE 2 gennaio 1989, n. 6 – sull'”Ordinamento dell’attività di Guida Alpina”), di valore superiore, che indica chi siano i professionisti autorizzati all’accompagnamento di persone in ambiente montano?

Evidentemente per qualcuno nella Provincia di Trento questo conta poco, non si conosce assolutamente o si evita di conoscere per altri non ben identificati motivi.

Ma procediamo per gradi.
Perché a suo tempo fu ravvisata la necessità di legiferare in merito all’accompagnamento guidato di persone in ambiente montano?

Non ci vuole gran intuito per comprenderlo, e le migliaia di turisti che ogni anno affidano la propria vita alle mani di una Guida Alpina lo sanno molto bene. Ma probabilmente questa conoscenza di tipo più che popolare, sfugge alla cognizione di causa di chi amministra la politica trentina…

Ogni anno e ormai in ogni stagione, le statistiche delle varie stazioni del Soccorso Alpino riportano dati estremamente allarmanti, sempre in aumento, su incidenti di vario tipo e genere che accadono in ambito montano.

Turisti-Vuoti-fotolia-8609704-_1-20120318_113432-34A causa di chi pur di vendere qualche articolo crea un’atmosfera da tragedia attorno a tutto ciò e grazie a chi invece, coscientemente e per amor di verità, mette a conoscenza di questi episodi, è ormai universale una, seppur vaga e spesso errata, concezione dei pericoli che si corrono o possono correre andando per monti.

Il concetto di rischio ne esce piuttosto modificato nelle sue caratteristiche, tanto da creare quasi nell’opinione pubblica una sorta di condanna nei confronti dei frequentatori dell’Alpe senza l’ausilio di una Guida, e su questa posizione di fruizione limitata dell’ambiente montano, che la maggior parte di noi Guide vede non come una forma di business ma come una forma altamente limitante delle libertà umane e di conseguenza alpinistiche, ci stiamo battendo in molti per riuscire a stravolgere culturalmente un modo di pensare assolutamente errato.

Di punto in bianco però, senza preavviso alcuno, tutti i nostri sforzi, e chi tenta di far cultura in qualsiasi ambito sa bene quali difficoltà si incontrino nel tentare di cambiare un’immagine ormai consolidata, arriva la doccia gelata della legge trentina…

Una legge che stravolge il concetto di certezza nell’affidarsi a un professionista e lascia senza alcun parametro di valutazione, visto che il citato “uso di tecniche e materiali alpinistici” non viene definito da alcuna parte.

Viene quindi spontaneo chiedersi:
1) perché mai qualcuno debba essere ancora interessato a seguire i corsi di abilitazione alla professione di Guida Alpina o di Accompagnatore di Media Montagna;

2) perché affidarsi a un professionista, screditato nella sua professione da un Ente pubblico, pagando probabilmente molto meno con figure certamente non professionali ma comunque autorizzate;

3) perché nell’opinione pubblica si va formando un concetto di pericolosità della frequentazione montana, così ampio e a volte catastrofico, se basta gestire un B&B per assicurarne una frequentazione sicura;

4) quali interessi si possono ravvisare nello screditamento di una figura professionale altamente specializzata e con una tradizione ormai consolidata, la quale, amata od odiata rimane comunque “il riferimento” per chi sale le montagne;

5) quali interessi si possono ravvisare nell’agevolare alcune figure piuttosto di altre accreditandone caratteristiche che fino al giorno prima risultavano “abusivismo della professione” e venivano sanzionate in base all’articolo 348 del Codice Penale.

Oltre a queste domande, tra le tante che chiunque potrebbe porsi davanti ad una legge come questa, sorge spontaneo chiedersi:

La prossima riguarderà magari i dentisti? I fabbri meccanici potranno estrarre i denti, trapanare le carie e impiantare protesi a patto che usino strumenti chirurgici?

… e ancora: i turisti che affolleranno nella prossima stagione i monti trentini saranno considerati come visitatori da accogliere con professionalità in modo da vederli tornare a vivere le bellezze di questi monti nelle stagioni a venire, o si potrà considerarli come vuoti a perdere senza alcun valore?

Posted on Lascia un commento

La vergognosa situazione del rifugio Croce di Campo

La vergognosa situazione del Rifugio Croce di Campo (Val Cavargna)
di Andrea Savonitto

Datato 21 luglio 2014, questo è il comunicato stampa che Andrea Savonitto ha diffuso nella speranza di smuovere le acque di una situazione asfittica.

Dopo dieci mesi di disagi pesantissimi dovuti al danneggiamento dell’impianto fotovoltaico, per un fulmine che ha colpito il rifugio a fine settembre 2013, a complemento di sei anni di inefficienze strutturali conclamate, ma ancor più al totale disinteresse da parte della proprietà Comunale di San Bartolomeo Val Cavargna, la situazione al Rifugio Croce di Campo è diventata insostenibile. Ciò nonostante la buona volontà del gestore, la guida alpina Andrea Savonitto, che per l’inverno passato si è dotato di un sistema sostitutivo in attesa della riparazione dell’impianto. Nessuno dal Comune è mai salito (non lo fanno da tre anni, quando furono costretti a farlo dal Tribunale di Menaggio!!) a controllare i propri impianti tecnologici. Né il Comune ha dato incarichi a ditte di competenza per le dovute riparazioni e/o manutenzioni. Anche l’impianto solare termico dell’acqua calda è fermo dall’inverno 2011/12, subito dopo l’ultima riattivazione (era fermo da tempo!) inefficace, a cura della ditta incaricata, a seguito di sentenza, e mai più ripristinato. Non c’è peraltro alcun libretto di manutenzione della caldaia a gasolio dell’impianto di riscaldamento, obbligatorio, e alcun tecnico si è più presentato per le manutenzioni periodiche. L’onere per l’efficienza degli impianti tecnologici in un contratto di affitto di azienda è per legge competenza della proprietà e questa deve designare delle ditte incaricate della manutenzione periodica. Inoltre tali ditte intervengono solo dietro richiesta scritta della proprietà. Per cui il gestore non può richiederne i servizi autonomamente. Se i fax non vengono mandati dal Comune, tutto prima o poi si ferma!
A ottobre 2013, dopo una sequela di raccomandate il Sindaco era stato convocato nello studio dell’avvocato Alessandro Mogavero di Como, che segue le istanze del Rifugio Croce di Campo, e lì si era impegnato ad attivare immediatamente le ditte di manutenzione… cosa a tutt’oggi non avvenuta. Durante l’inverno, come in tutti quelli precedenti, ci sono inoltre stati “i soliti tre mesi” di assenza di acqua, il che la dice tutta sull’efficienza delle strutture di un rifugio alpino nato male, costato oltre un milione di euro alla collettività. Non si comprende come mai a fronte di un simile patrimonio pubblico il Comune non si sia dotato di un’adeguata assicurazione sul fabbricato a copertura dei rischi da eventi naturali e non si accetta che ora i sinistri accaduti vengano scaricati come onere su una gestione, cui non competono, già provata dalle carenze, dalle inefficienze, dal malfunzionamento di un complesso di opere male eseguite come già ampiamente dimostrato, acclarate anche per vie legali. Il gestore già assolve i propri oneri gestionali pagando quanto gli compete nella osservanza delle normative: oneri fiscali, commerciali, camerali, assicurativi di responsabilità civile, di prevenzione sanitaria, di iscrizione ad Albi Regionali e di aggiornamento continuato alle normative e alle prassi richieste dagli enti preposti, comprese le “giornate perse” a dotarsi di certificazioni di qualità (qualità italiana e AICQ). Oneri assolti per un’attività che non si lascia operare secondo le sue precipue aspettative e potenzialità. Istigando nei fatti all’inosservanza di normative vigenti che come Gestione, come impegno civile, s’intende invece perseguire. In relazione poi alla causa del 2011, intentata dal gestore a seguito di continuate, inaccettabili nonché pericolose per la salute pubblica, “disfunzioni impiantistiche” e carenze amministrative… causa persa dal Comune, il Giudice di Menaggio aveva intimato allo stesso di produrre entro 15 giorni tutte le certificazioni di agibilità (antiincendio in primis) necessarie al rilascio della licenza comunale di esercizio della attività di rifugio alpino, oltre a compiere tutte le opere necessarie alla funzionalità normale e legale del rifugio Croce di Campo. Le opere iniziate nell’estate 2011 si sono interrotte a novembre 2011 col sopraggiungere della prima neve in quella stagione, e mai più riprese o completate successivamente. Nonostante i richiami, per non parlare degli obblighi assunti. Lavori incompiuti, abbandonati con muri divelti e macerie abbandonate, portoni antiincendio più fatti, cavi di messa a terra lasciati abbandonati per inciampare in mezzo al cortile, bivacco invernale fuori uso, pavimentazioni da eseguire, ecc. Un fulmine, ancora, a maggio nel 2012, aveva colpito la centralina della cappa di aspirazione, obbligatoria e indispensabile. La centralina veniva rimossa dal tecnico inviato dal Comune e, ad oggi, mai più riconsegnata in opera. Tuttora il rifugio è privo di licenza, di agibilità, di certificazione antiincendio e ciò continua a costituire un’inaccettabile pregiudizio all’operatività della gestione. Sono documentazioni imprescindibili a qualsiasi attività commerciale aperta al pubblico.

Il Signor Sindaco di questo pare non voler rendersene conto. Nonostante il “parere” di un giudice. Per la gestione questo significa “lavorare” in condizioni di palese irregolarità. Con dei rischi gestionali inaccettabili.

Andrea “Gigante” Savonitto
Croce di Campo-10628448_877075465657413_2828142802872672817_nSignifica non potere, ci mancherebbe, prendere personale in cucina dove ti può arrivare un fulmine e forzarsi a fare una gestione solitaria, per attenuare il più possibile il rischio, in un rifugio da 36 posti! Significano danni continuati, impossibilità a garantire un servizio decoroso, mancati incassi, impossibilità di accedere a servizi di società di “Booking on line”, indispensabili per qualsiasi struttura ricettiva odierna e attuale perché le società che forniscono questi servizi, giustamente, richiedono che le strutture ricettive che aderiscono siano a norma. Significa “fare brutte figure” ripetutamente. Significa non poter ospitare le colonie o il turismo scolastico con i minori (se “cade un bambino dal letto”, e può veramente succedere di tutto in un rifugio che non si riesce a capire come è fatto, le assicurazioni non pagano se le documentazioni non sono regolari). Queste attività di didattica con i gruppi erano state determinanti nella scelta e nel progetto stesso di gestione della guida alpina Andrea Savonitto, ma il Comune per tutto ciò pare non avere il minimo interesse… e accampa irragionevoli e improponibili pretese di canoni di affitto per una struttura ricettiva che MAI avrebbe potuto aprire in altro luogo civile, in queste condizioni.

Il gestore ha anche segnalato al Comune (doveva farlo?) la possibilità di accedere in questi anni a importanti finanziamenti regionali, ora scaduti, che consentivano risparmi sulle opere, dovute, fino al 50% a fondo perduto. Ma se non si fanno né i progetti né le richieste i soldi non vengono erogati. Poi è inutile lamentarsi e incolpare il Patto di Stabilità! A questo punto una nuova causa giuridica è inevitabile. Senza corrente in estate è impossibile lavorare e il gestore del rifugio Croce di Campo si vede costretto ancora una volta a rivolgersi al Tribunale.

Il “Gigante”, come è soprannominato Andrea Savonitto, è oltretutto un professionista molto noto e specialista in interventi di sviluppo alpinistico. Ne ha curati tanti, importanti, in Lombardia (dalla Valsassina alle Valli del Bitto, al Lago Maggiore… fino a Positano: per citarne alcuni). In questi anni ha messo a disposizione le sue capacità e le sue ampie relazioni; un valore aggiunto che il Comune non ha voluto in nessun modo assecondare. Come gestore assolutamente dedito, ha aperto il rifugio sempre e comunque in estate e in inverno… in qualsiasi condizione cercando di offrire un servizio agli appassionati di montagna. Comunque. Dando ragione di esistere a quel fabbricato enorme che per il Sindaco attuale poteva benissimo restare chiuso e abbandonato sul monte. Si è dedicato senza alcun aiuto o supporto “istituzionale”, nonostante tutto, a dotare il comprensorio dove sorge il rifugio di una segnaletica dei sentieri prima completamente assente in tutta la valle (una valle turistica?); ha proposto e segnalato a sua cura, facendo anche una guida scaricabile in rete, una Nuova Alta Via da Menaggio a Lugano (il Sentiero dei Gauni) con l’intento di valorizzare tutti i rifugi della valle; ha segnalato i resti dimenticati della Linea Cadorna sul Pizzo di Gino. Ha coinvolto altri professionisti attivi sul territorio per iniziative condivise di didattica alpinistica e naturalistica. Ha coinvolto il Collegio Regionale delle Guide Alpine lombarde per fare corsi di Formazione degli Accompagnatori del futuro, in Val Cavargna… e fatto importanti rilevamenti di incisioni rupestri sparse sul territorio intorno al Rifugio Croce di Campo. La Regione Lombardia ha poi prodotto uno studio sistematico e dei tabelloni esplicativi bilingui di ottima fattura da posizionare sul territorio nei vari Comuni interessati da incisioni rupestri. E i Comuni si sono impegnati per la loro infissione in quota dove previsti. Quelli del Rifugio Croce di Campo sono in Municipio a San Bartolomeo… da due anni! A prendere polvere.

Per ulteriori dettagli.

Croce di Campo-16316_861446563886970_3265763481293086215_n

Situazione al 13 agosto 2014 al Rifugio Croce di Campo
Diciamo che con il comune ci siamo incontrati e ho posto le mie condizioni che a parole hanno accettato… a giorni dovrebbe esserci la firma di un documento integrativo al contratto che prevede:
– azzeramento dei canoni pregressi;
– sistemazione da parte del Comune di tutti gli impianti (hanno fatto le analisi dell’acqua e domani vengono a sistemare l’impianto fotovoltaico);
– io concedo che il rifugio sia ridotto come capienza a 25 posti (non più 36), il che consente al comune un grande risparmio in termini di interventi di adeguamento e la non necessità di avere una certificazione antiincendio;
– altri lavori vari a totale carico del comune per l’agibilità;
– rilascio/consegna entro settembre 2014 di tutte le certificazioni e della licenza comunale;
– il canone resta invariato agli attuali 5000 €, e io inizierò a pagarlo da quando tutto sarà a norma certificato e il contratto viene rinnovato (ma lo è già di fatto) per altri 6 anni.

Morale: hanno calato le braghe su tutto (o quasi).

Chiaramente l’avvocato ha dato cinque giorni di tempo (già passati invano!) per la ratifica… minacciando l’invio immediato della causa già pronta… aspettiamo dopo ferragosto per vedere cosa succede!

Situazione al 14 agosto 2014 al Rifugio Croce di Campo
Fiat lux 2! Nuntio vobis gaudium magnum… dopo ben undici mesi l’impianto fotovoltaico rientra in funzione!!!! (Grazie al Comune di San Bartolomeo, a Pietro Nogara della Centro Omega… e alla nostra sacrosanta lotta (con Alessandro Mogavero).

Croce di Campo-10550134_854607624570864_2600134559985560014_o

Situazione al 2 ottobre 2014 al Rifugio Croce di Campo
Dopo aver fatto il primo intervento di ripristino del sistema fotovoltaico (il 14 agosto 2014), poi del Comune, che verbalmente si era impegnato a risolvere tutte le questioni in sospeso (licenze, agibilità) e a fare tutti gli interventi necessari sugli impianti entro il mese di settembre, NON SI E’ VISTO PIU’ NESSUNO!

postato il 23 ottobre 2014

Posted on Lascia un commento

La chiusura del sentiero “Antermoia”

La chiusura del sentiero “Antermoia”
Per motivi di pubblica sicurezza il sindaco del comune di Rocca Piétore il 20 giugno 2014 ha emesso l’ordinanza n. 2015 in cui si fa divieto assoluto di percorrere il sentiero che dalla località “Dovich” porta a “Serauta” e viceversa. Qui di seguito il testo:

Il Vallone dell’Antermoia sorvolato dalla funivia Malga Ciapela-Punta Rocca
Marmolada, vallone d'Antermoia, dalla seconda stazione della funivia


IL SINDACO
Viste e considerate le condizioni del sentiero denominato “Antermoia” che dalla località “Dovich” porta a “Serauta” e viceversa, le quali non permettono di garantirne la percorrenza in condizioni di ordinaria sicurezza;

considerato quindi che occorre intervenire con ordinanza contingibile ed urgente per garantire la pubblica incolumità delle persone;
Visti gli articoli 50 e 54 del Testo Unico degli Enti Locali approvato con Decreto legislativo 18.08.2000 n.267 e successive modifiche ed integrazioni;
Visto l’art. 37 dello Statuto del Comune di Rocca Pietore in vigore;

O R D I N A
1) E’ ISTITUITO IL DIVIETO ASSOLUTO DI PERCORRENZA DEL SENTIERO DENOMINATO “ANTERMOIA” CHE DALLA LOCALITA’ “DOVICH” PORTA A “SERAUTA” FINO A QUANDO LO STESSO NON SARA’ RIPRISTINATO;

2) IL PRESENTE DIVIETO SARA’ RESO NOTO, OLTRE CHE CON LA PUBBLICAZIONE DELLA PRESENTE ORDINANZA, CON AVVISO PLURILINGUE DA ESPORRE ALLE DUE ESTREMITA’ DEL SENTIERO;

3) I contravventori alla presente ordinanza saranno puniti con la sanzione amministrativa pecuniaria da un minimo di € 25,00 a un massimo di € 500,00, salvo che il fatto non costituisca reato. Si applicano le procedure di cui alla Legge 24.11.1981, n.689.

Ordinanze come questa me ne arrivano sul tavolo quasi un giorno sì e un giorno no, abbiamo già affrontato l’argomento molte volte e nella maggior parte dei casi riteniamo non sussistano minimamente gli estremi per editti di questo tipo, adatti più a un pubblico medioevale che agli appassionati moderni di montagna.

In questo caso non vengono neppure spiegate le ragioni del pericolo, ma non solo. Non viene detto che il sentiero è sempre stato borderline tra un percorso escursionistico e un percorso d’avventura non segnalato in alcun modo.

Sul sentiero dell’Antermoia, rifiuti. Anno 1988.
Rifiuti sotto al Vallone di Antermoia, 11.09.1988. Marmolada pulita 1988, Dolomiti
Chi fino a oggi si fosse spinto a percorrerlo, come abbiamo fatto noi più volte ai tempi della bonifica della Marmolada, lo avrebbe sempre e comunque fatto a “suo rischio e pericolo”, come si suol dire.

Quindi, a meno che non si siano verificate frane, terremoti o altri disastri, questo “non sentiero” non è mai stato e continua a non essere una minaccia per la burocrazia comunale e le rivalse degli eventuali incidentati.

Non c’è mai stato nessuno che si è preso la paternità di quel “non sentiero”, quindi nessuno è responsabile. Dunque perché gettare fumo negli occhi con ordinanze retrive, ottuse, fintamente premurose dell’opinione pubblica? Viene per caso indicato un percorso ricostruttivo, un quando alla disponibilità? No.

Resta il divieto puro e semplice. Perché? Perché no, come dice Jannacci.

Ancora una volta ribadisco che al posto dei divieti e delle sanzioni si deve parlare o di eventuale ripristino d’urgenza (ma in questo caso di cosa?), oppure di “consiglio” di non percorrere, magari dando uno straccio di ragione.

Ma il linguaggio burocratico ha nel suo DNA questa evidente disparità tra cittadino e autorità, sempre più fastidiosa, iniqua, paternalista.

Sul sentiero dell’Antermoia, rifiuti. Ben visibile la Stazione Serauta. Anno 1988
Marmolada, vallone d'Antermoia, 1988

Posted on Lascia un commento

Nuovo Bidecalogo Punto 3. Vie di comunicazione e trasporti

Il Nuovo Bidecalogo del CAI, approvato a Torino il 26 maggio 2013, dedica il Punto 3 alle vie di comunicazione e ai trasporti. Potete consultare il documento finale e la presentazione del past-president Annibale Salsa, i due documenti sui quali ho lavorato per esprimere un mio parere sul Punto 3.

Il documento fa un’analisi corretta ed esauriente della situazione:
– denunciando l’invasività delle nuove vie d’accesso in atto;
– dicendo a chiare lettere che non è necessario estendere ulteriormente la rete stradale nelle Alpi e negli Appennini, perché già ora ogni località è “largamente” accessibile;
– constatando che il traffico “fuoristrada”, sia estivo (4×4, quad, trial) che invernale (motoslitte) è decisamente in aumento;
– registrando l’incremento di voli a scopo turistico (eliski) e commerciale.

Annotiamo che, per precisione, accanto all’eliski, occorreva citare la piaga dell’eliturismo.

Bidecalogo-3-0000000714-800x600-fSubito dopo, il Bidecalogo esprime una posizione debolmente “neutra”, ricordando genericamente che, se è importante lo sviluppo delle regioni di montagna (al quale danno grande contributo le vie di comunicazione), lo è pure la tutela del patrimonio ambientale. Più incisivo è quando spezza poi una lancia per il trasporto su ferrovia a servizio delle comunità locali.

Questo è un punto assai importante che Annibale Salsa, nella sua presentazione, ha svolto assai bene. Egli ci ha ricordato che il Protocollo Trasporti della Convenzione alpina “da anni si insiste, a livello politico e di opinione pubblica, sull’indifferibilità del trasferimento graduale delle persone e delle merci dalla gomma alla rotaia“. Poi con forza ha aggiunto, interrotto dagli applausi, “che ci vuole più coerenza da parte delle Amministrazioni regionali e più vigilanza da parte del CAI“.

Una situazione prevedibile, chioso io, visto che l’Italia ha svogliatamente firmato per ultima (tra i vari paesi alpini) il Protocollo Trasporti.

Infine il Bidecalogo espone con precisione gli impegni del CAI, al riguardo di costruzione di nuove strade, di ampliamenti, di regolamentazione della circolazione. S’impegna poi con parole ferme a rendere valido su tutto il territorio nazionale il “divieto assoluto di esercitare il turismo motorizzato (4×4, quad, enduro, ecc., e motoslitte in inverno)”. Non si dimentica neppure dei natanti a motore sui laghi alpini ed appenninici!

Ma qui tralascia incredibilmente l’intero capitolo dell’eliski e dell’eliturismo. Non una parola è scritta al riguardo. La cosa è stupefacente, assodato che il tema era ben presente nell’analisi della situazione. Per fortuna che, in corner, l’argomento è ripreso nel Punto 4 (che vedremo prossimamente), altrimenti non saprei cosa dedurre da questa esclusione: semplice caduta di stile o silenzio voluto?

Bidecalogo-3-Grossglockner-in-moto-7

http://www.alessandrogogna.com/2014/08/15/nuovo-bidecalogo-punto-2-il-bene-ambientale/

http://www.alessandrogogna.com/2014/09/15/nuovo-bidecalogo-punto-4-turismo-in-montagna/

 

Posted on Lascia un commento

Le possibilità di sviluppo delle falesie del Lecchese

Possibilità di sviluppo per le strutture di accoglienza del territorio, in previsione di un incremento turistico legato all’outdoor
di Ruggero Meles (Distretto Culturale del Barro)
Il presente post è tratto dalla relazione che Ruggero Meles fece a Lecco, il 14 dicembre 2013, in occasione del convegno L’Arrampicata sportiva, un’opportunità per il territorio. Vedi anche: http://www.alessandrogogna.com/?s=Progetto+di+valorizzazione+delle+falesie+lecchesi e http://www.alessandrogogna.com/?s=il+sistema+delle+falesie+lecchesi

L’idea di un convegno sull’arrampicata sportiva nel lecchese è nata inizialmente per far conoscere alle Amministrazioni questo particolare fenomeno, che sta portando migliaia di persone sulle falesie della Provincia e che, in altre zone prealpine simili alla nostra, ha generato consistenti benefici economici.

Sulla Falesia di Galbiate. Foto Archivio: Alessandro Ronchi
Meles-Galbiate-A.RonchiParallelamente, grazie a un progetto della Comunità Montana Lario Orientale – Valle San Martino, si concretizzerà a breve una prima riattrezzatura del Corno del Nibbio ai Piani dei Resinelli.
La metodologia che sarà seguita nell’attuazione dei lavori, è frutto dell’esperienza maturata con gli interventi già realizzati nell’anno 2002 e che hanno interessato un centinaio di itinerari in Grigna Meridionale e Medale.

Da queste importanti premesse è nata l’idea di pensare e presentare altre opportunità offerte dal nostro territorio, in ambito sportivo, prendendo sempre l’arrampicata sportiva come immagine e volano, per uno sviluppo di un turismo specialistico “outdoor”, con un doveroso occhio di riguardo alla sostenibilità.

Nonostante sia l’escursionismo l’attività outdoor di gran lunga più rappresentativa sulle montagne lecchesi, l’arrampicata, spesso erroneamente definita come sport “estremo” in nome di una inutile spettacolarizzazione, ha invece dimostrato nel corso di questi ultimi quindici anni caratteristiche di attività estremamente popolare. Rappresenta, inoltre, per il nostro territorio un elemento distintivo, data la presenza di numerosissime strutture rocciose concentrate in un’area relativamente ristretta attorno alle città di Lecco e Valmadrera e in Valsassina.

L’arrampicata su roccia, è una delle principali chiavi di lettura della storia dell’alpinismo lecchese che si è sviluppata in una particolarissima situazione ambientale di forti contrasti tra la città ed i suoi immediati dintorni: un magnifico ambiente naturale in parte ancora incontaminato. Se, quindi, una parte importante della notorietà internazionale del comprensorio lecchese è dovuta all’ambiente, all’alpinismo ed ai suoi protagonisti, va anche rimarcato che questi ultimi sono e sono stati, fin dagli anni ‘20/’30 del secolo scorso, soprattutto dei rocciatori.

Anche se siete in buona parte amministratori e arrampicatori da falesia vi sarà capitato di trovarvi in cima alla Grignetta o al Resegone o più semplicemente sul Coltignone ai Piani Resinelli o sul monte Barro in una sera limpida di inverno. Guardando verso la pianura si vedono accendersi a poco a poco le luci dell’ormai unica grande città che da Milano si espande fino a Lecco, Varese, Bergamo e oltre…
Le uniche macchie scure che si vedono corrispondono alle montagne o ai laghi.

Lo storico francese Jacques Le Goff faceva notare come una volta, nel Medio Evo, si recintassero le città per proteggerle dal mondo naturale e di come invece adesso si recintino i parchi naturali per proteggerli dal mondo antropizzato.
E’ importante che queste macchie scure rimangano così come sono: un luogo dove noi e gli abitanti della grande pianura possiamo ancora perderci su un sentiero, giocare sulle rocce, sederci sotto un albero a guardare le formiche, correre in bicicletta, volare con un parapendio oppure nuotare, remare, sentire il vento che gonfia le vele.

La nostra terra è una “terra di mezzo” tra la grande area urbana e l’area alpina. Qualcosa di simile a quello che hanno descritto i nostri amici trentini, anzi ancora più unica perché più vicina alle grandi aree metropolitane.

Una precoce rivoluzione industriale ha segnato il nostro territorio in questi due ultimi secoli, la grande fabbrica e la piccola e media officina sono entrate nel nostro DNA dando lavoro e benessere, ma anche facendo passare in secondo piano questa straordinaria natura che ci circonda e che si mostra anche solo guardando dalle finestre di questo salone.

I dati sul turismo in montagna forniti dall’Assessorato al Turismo della Provincia di Lecco mostrano con chiarezza le enormi possibilità di crescita in questo settore evidenziando come in questi ultimi anni vi sia stata addirittura una flessione del turismo interno a causa della crisi economica.

Così come il Corno Nibbio è stato riscoperto come parete d’arrampicata da Comici negli anni Trenta, allo stesso modo occorre reinventare il nostro territorio.
Siamo partiti dall’arrampicata considerandola il primo tassello di un mosaico che mostri le possibilità di sviluppo sostenibile che l’outdoor, il “fuori dalle porte” di casa o delle città, può offrire al nostro territorio.
Siamo partiti da questa pratica perché fa parte, assieme al ferro, della nostra tradizione.

Come abbiamo visto, l’arrampicata sportiva attira sul nostro territorio un gran numero di appassionati; come diceva Pietro Corti, sarà necessario verificare i numeri, studiare e quantificare il flusso e pensare alle possibilità di accoglienza, non in una logica di sfruttamento estremo che in breve ucciderebbe quello di cui vuole nutrirsi, ma in una logica di rispetto e, quando possibile, di miglioramento dell’esistente.

Marco Ballerini su Calypso, Antimedale (metà anni ’80)
Marco Ballerini su Calypso, Antimedale, GrignaSia nelle relazioni di oggi sia nei momenti di colloquio informale che abbiamo avuto in questi giorni, i relatori trentini hanno più volte evidenziato analogie tra il nostro territorio e il loro come per esempio:
– il clima insubrico che permette attività all’aperto per molti mesi dell’anno;
– la presenza storica di attività ricreative sportive in particolare su roccia, su terra, in acqua e aria quali: escursionismo, arrampicata, mountain bike, parapendio, canoa, vela, canottaggio e, anche se, ancora in fase meno sviluppata, wind surf.

Va giudicata come estremamente positiva la presenza al convegno dei gestori degli ostelli (Eremo Barro, Oggiono, Olginate) oltre che delle associazioni dei rifugi. Mentre dovranno essere nuovamente contattati gestori di B&B, Camping e alberghi così come è significativa la presenza e il coinvolgimento di rappresentanti delle istituzioni: Comunità Montana, Distretto Culturale, Regione, Provincia, Amministrazioni Comunali, amministratori del Parco Regionale del Barro e rappresentanti della Camera di Commercio.

Per evitare che questo rimanga solo un convegno prendiamo l’impegno di risentirci a breve e tentare di costruire con le strutture di accoglienza e le istituzioni un polo di accoglienza che si riconosca nel marchio “Larioest – arrampicata sportiva” e tentare di far conoscere le potenzialità del nostro territorio, anche in chiave Expo Milano 2015. Accoglienza e attività outdoor, ma con la massima cura al rispetto del territorio perché Expo Milano 2015 è un obiettivo importante, ma l’esposizione passerà mentre le nostre montagne e il lago hanno accolto i nostri antenati, ci accompagnano nella nostra vita e osserveranno i nostri figli e nipoti.

Come Distretto Culturale lavoriamo da alcuni anni con Michelangelo Pistoletto, il grande artista che ha inventato il simbolo del “Terzo Paradiso” ormai diffuso in tutto il mondo e che è stato esposto lo scorso anno sulla piramide del Louvre.
Pistoletto dice con questo simbolo: c’è stato un primo paradiso che è quello naturale, ed è ormai irrimediabilmente perduto.
C’è stato un secondo paradiso, quello artificiale, in cui l’uomo pensava di risolvere tutto grazie alla tecnologia e anche questo ha dimostrato i suoi limiti.
Il terzo paradiso sarà la fusione armonica di questi due paradisi con un incontro tra il territorio naturale, l’uomo e la sua tecnologia. Il nostro territorio ha le potenzialità per diventare un laboratorio dove sperimentare il Terzo Paradiso.

Cito adesso il sociologo Aldo Bonomi, che da un paio d’anni sta collaborando col Distretto Culturale del Monte Barro. Il Distretto raduna nove comuni più vari enti che operano intorno a questa piccola montagna circondata da ogni lato da territori antropizzati ed elevata a simbolo di nuove relazione tra gli uomini e tra uomo e natura.
Bonomi divide la società in tre grandi categorie: i rancorosi e purtroppo nel mondo dell’alpinismo lecchese ce ne sono stati tanti nel passato e hanno mostrato l’incapacità di mettersi d’accordo, la difficoltà a lasciar perdere il proprio particolare e capire che un gruppo, tante volte, è una cosa bellissima al suo interno, ma esclude tutti quelli che sono fuori.
Una volta don Agostino Butturini, il creatore del gruppo Condor mi ha detto: “Facevo fatica a chiamarlo ‘Gruppo Condor’ perché il gruppo è una cosa bella, ma tende a escludere quelli che non ne fanno parte…”.
Aldo Bonomi dice che ci sono appunto i rancorosi e poi c’è la società degli operosi che sono persone che fanno; capaci di costruire e di fare, ma che non hanno una visione ampia delle situazioni. Infine c’è la società di cura, la gente che si “prende cura”, che è capace di progettare un territorio, di prendersi cura di questo territorio.
Lui dice: “Attenzione!!. I rancorosi parlano, si lamentano, ma non agiscono. Ma quando si saldano agli operosi allora rischiamo momenti terribili”.
Bisognerà fare in modo che chi vuole prendersi cura del territorio collabori con chi opera e che si crei una sinergia che può davvero cambiare la realtà.

Per evitare che questo rimanga solo un convegno bisognerà che le persone presenti diano il via a interventi che rispettino persone e ambienti superando la visione di un turismo esclusivamente “di consumo”. La realtà di Arco presentata da Seneci e da Veronesi racconta di un turismo che si rivolge a un’utenza più consapevole del bisogno di “benessere” che può e deve conciliarsi con uno sviluppo economico sostenibile.

postato il 23 luglio 2014

Posted on Lascia un commento

Trekking in difesa della Croda Rossa di Sesto

Monte Elmo-Croda Rossa: collegamento “svelato”
Per i prossimi 2 e 3 agosto 2014 Mountain Wilderness organizza un trekking aperto a tutti per la salvaguardia della Croda Rossa di Sesto, la magnifica montagna che si pone a cavallo fra le Dolomiti di Sesto ed il Comelico, interessata da proposte di collegamento sciistico che ne deturperebbero il fascino e la sua storia.

La manifestazione, in un luogo ancora integro e capace di offrirci emozioni altrove perdute, vuole essere un richiamo alla Fondazione Dolomiti UNESCO affinché intervenga, con urgenza, a fermare una macchina politica impazzita che sta distruggendo definitivamente quanto rimane di integro nel territorio delle Dolomiti. Sarà l’occasione per chiedere a Dolomiti UNESCO, pensiamo proprio per l’ultima volta, coerenza e trasparenza nelle progettazioni e nelle scelte. Da mesi Mountain Wilderness non ha risposta nel merito della possibilità di seguire i piani di gestione, nessuno ne conosce contenuti e analisi. La Fondazione Dolomiti UNESCO è ormai una fortezza inespugnabile in mano a politici che la stanno gestendo con superficialità e nei ritagli di tempo, portando la Fondazione ad essere solo una dispensatrice, anche in modo contraddittorio, di marchi e di iniziative “immagine” prive di qualunque ricaduta e condivisione con i territori.

Quanto accade attorno alla Croda Rossa, ma anche al Latemar, a Campiglio, nella gestione delle acque del territorio dolomitico, lo sta a dimostrare. Paesaggi ed emozioni che vengono giorno dopo giorno sviliti, cancellati per sempre.

Croda Rossa - 2

Il progetto
Nei confronti di un progetto precedente, sul quale pende tuttora un ricorso ambientalista al TAR di cui si attende ormai solo la pubblicità della sentenza, un secondo progetto è stato elaborato. Va detto che questa seconda versione accoglie significative revisioni e modifiche, in virtù delle veementi proteste ambientaliste che hanno incontrato, in parte, anche la condivisione voluta o forzata della società impiantistica. Le novità del nuovo progetto sono state sottolineate dal sindaco di San Candido, azionista per il suo comune nella società impiantistica presieduta da Franz Senfter.

Ma questo passo di “buona volontà” non è certo sufficiente. Il nuovo progetto continua a prevedere due nuovi impianti di risalita, con rispettive piste di discesa, che collegheranno le due montagne attraverso la località in quota dell’Orto del Toro partendo dal versante Kristler dell’Elmo per giungere alla stazione a valle della pista Signaue. Lo faranno con un tracciato sostanzialmente nuovo che, abbassandosi sensibilmente, salvaguarderà l’ambiente storico rurale della località Negersdorf ed eviterà l’attraversamento del rio Villgrater. L’abbassamento della quota della stazione a valle sul versante dell’Elmo consentirà anche di salvaguardare i due preziosi biotopi, il Langbödenle Moos e lo Seikofl, interessati invece dal progetto abbandonato.

La manifestazione chiederà apertamente un passo indietro, per salvaguardare la totale integrità di quel territorio.

Croda Rossa - 1

La situazione UNESCO
Cinque anni fa, il 26 giugno 2009, UNESCO offriva alle Dolomiti il patrocinio di Monumento naturale dell’Umanità. Si concludeva una lunga e complicata azione sociale e politica che Mountain Wilderness aveva avviato a Cortina d’Ampezzo, affiancata da SOS Dolomites e Legambiente, con la raccolta di 12.000 firme poi depositate presso il Ministero dei Beni culturali.

Il mondo politico delle Dolomiti e la stessa Fondazione tendono a cancellare la storia reale di questa grande vittoria ambientalista, mentre si deve dare atto alle istituzioni di aver lavorato con intensità e una visione propositiva al progetto, ma questo è avvenuto solo dopo il 2005 e solo dopo che Mountain Wilderness, da sola, aveva reso fertile il terreno presso i ministeri.

Sono trascorsi cinque anni e a nostro avviso la situazione progettuale e del consenso su Dolomiti UNESCO è ferma all’anno zero. Nessuno conosce i contenuti, neppure parziali, dei documenti di gestione dell’area (paesaggio, geologia, aree protette, mobilità, turismo sostenibile, formazione, marketing). Ogni forma di partecipazione diretta è preclusa.

Visione invernale da Sesto Pusteria su Croda Rossa di Sesto, Cima Undici, Croda dei Toni e Cima Una (che incoronano la Val Fiscalina)
Visione invernale da Sesto Pusteria su Croda Rossa di Sesto, Cima Undici, Croda dei Toni e Cima Una (che incoronano la Val Fiscalina)

Mentre questo avviene nelle aree che circondano Dolomiti UNESCO, in luoghi incantevoli, i politici delle cinque province offrono nuovi spazi di erosione alle ruspe, nuove aree sciabili sono aperte e sostenute, quasi ovunque, con denaro pubblico. Attorno a Croda Rossa verso il Comelico; le aree di Serodoli a Madonna di Campiglio; a Moena si avvia un impianto che straccerà i boschi del Latemàr. Ovunque quanto è ancora intatto nei piccoli torrenti viene umiliato dall’imposizione di nuove centrali e centraline idroelettriche. Le moto e le auto continuano a inquinare, anche con assordanti rumori, i passi delle Dolomiti. E in Veneto si vuole attraversare il Cadore con una nuova autostrada.

Questi saranno i temi che Mountain Wilderness inserirà nel libro nero che sarà presentato nell’estate 2015 all’UNESCO a Parigi.

Clicca qui per il programma della manifestazione alla Croda Rossa di Sesto (2-3 agosto 2014).

 

Moena e il Latemàr
Croda Rossa-moenalatemar

Il lago di Serodoli (Dolomiti di Brenta)
Croda Rossa-lago-serodoli