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Gli aspetti giuridici della fruizione turistica della montagna

Gli aspetti giuridici della fruizione turistica della montagna
di Carlo Bona (Prof. Avv. Docente di Diritto privato all’Università di Trento)
Il presente post è tratto dalla relazione che Carlo Bona fece a Lecco, il 14 dicembre 2013, in occasione del convegno L’Arrampicata sportiva, un’opportunità per il territorio.

Mi è stato chiesto di affrontare i problemi d’ordine giuridico che possono derivare dalla richiodatura di una falesia. Le mie conclusioni dovrebbero, assieme a quelle degli altri relatori, aiutare a prendere decisioni sull’opportunità di richiodare. Una decisione deve ovviamente considerare sia i benefici, sia i costi dell’intervento. Un beneficio, almeno potenziale, è sotto gli occhi di tutti: l’arrampicata sportiva può generare importanti flussi turistici, con significative ricadute sull’economia del territorio. Seneci e Veronesi hanno riportato l’esempio arcense, ma di esempi se ne potrebbero fare molti o moltissimi altri. A fronte di questo beneficio ci si deve chiedere se ci siano costi potenziali, e quali siano. In particolare, ci si deve chiedere se ci siano, in termini di responsabilità, costi attesi così elevati da sconsigliare la richiodatura. L’esempio arcense e decine d’altri dimostrano che così non è: la valorizzazione delle falesie genera un importante afflusso economico, senza che vi sia traccia di costi per le responsabilità.
Una strana alchimia? Non era l’arrampicata uno sport pericoloso, foriero di responsabilità? Vediamo come ad Arco ed altrove si è affrontato il tema.

Foto: Delfino Formenti

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Chi ha fino ad oggi saputo trarre frutto dall’arrampicata ha preso decisioni in modo analitico, impegnandosi nella comprensione di uno sport, l’arrampicata sportiva, che, va sottolineato, è profondamente sconosciuto.

Se si ragiona (meglio, se si decide) facendosi trasportare dalle immagini che abbiamo in memoria dell’alpinismo e dell’arrampicata e dalle emozioni non ci si impegnerà mai nella chiodatura. L’arrampicata è legata a doppio filo alla paura. La paura orienta le rappresentazioni che la gente ha degli arrampicatori (nell’immaginario collettivo pratichiamo uno sport «estremo»); la paura dirige le rappresentazioni che agli arrampicatori piace dare di loro stessi (nei libri: chi dimentica il successo di 342 ore sulle Grandes Jorasses (Nota 1)?; nei film: basti ricordare la solitaria di Edlinger in Verdon slegato e scalzo sulle note di Bach (Nota 2); negli spot: basti ricordare quello dell’Adidas in cui Huber si destreggia slegato nel grande vuoto della Brandler Hasse in Lavaredo (Nota 3), ecc.); la paura informa di sé perfino le rappresentazioni che gli arrampicatori danno a se stessi dell’arrampicata (dai nomi delle vie: Il grande incubo sul Brento (Nota 4), Au delà du delire in Verdon (Nota 5), al linguaggio che usano: il «vuoto siderale» della Marmolada, il «gaz», «quel giorno abbiamo giocato con la follia… »). Tutto ciò ha un impatto enorme su decisioni come quelle di cui si discute nel nostro convegno.

Negli ultimi vent’anni la ricerca ha svelato molti dei meccanismi grazie ai quali la paura incide sulle decisioni.
Si è dimostrato (grazie agli studi iniziati, tra gli altri, da Simon e Kahneman, premi Nobel per l’economia, Nota 6) che tutti noi, nel prendere decisioni, non ci rifacciamo ad una impraticabile razionalità, ma utilizziamo schemi compatibili con le risorse del nostro sistema cognitivo (cioè, della mente e del cervello). L’utilizzo di questi schemi semplificati fa sì che ci si faccia fortemente e spesso inconsapevolmente influenzare, anche nelle decisioni giuridiche o regolative come queste, dalla salienza di un’informazione presente in memoria (più «forte» è l’immagine in memoria, più influenzerà la decisione, Nota 7) e dalle emozioni, come la paura (Nota 8). La nostra memoria, quando si vanno a pescare informazioni riferite all’arrampicata, è ricca di immagini che evocano il rischio, il pericolo, l’incidente. Si tratta di immagini estremamente salienti, estremamente «forti». Così all’arrampicata si associano emozioni altrettanto forti. Se ci si fa trasportare da tutto questo non si chioderà mai. Ma se ad Arco, a Riva del Garda ed in altre località turistiche ci si fosse fatti trasportare da tutto questo, non si sarebbe mai sviluppato l’indotto turistico collegato al windsurf, alla mountain bike, al downhill, al canyoning, allo sci da discesa, ecc. (tutti sport che almeno in origine generavano analoghe immagini di pericolo, Nota 9).

Foto: Delfino Formenti

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Se non ci si lascia trasportare da euristiche (questo è il termine tecnico dei fenomeni psicologici ai quali abbiamo fatto cenno) ed emozioni il discorso cambia drasticamente. Non è difficile avvedersi del perché ad Arco le amministrazioni e gli operatori abbiano investito sull’arrampicata (e, quindi, sulla valorizzazione delle falesie) e del perché abbiano ritenuto che quello dei costi attesi in termini di responsabilità non costituisse un problema.

In primo luogo chi è riuscito a trasformare gli investimenti in arrampicata in un’opportunità per il territorio si è sforzato di analizzare l’arrampicata sportiva (sebbene in un primo momento, lo hanno sottolineato anche Seneci e Veronesi, gli arrampicatori fossero tutt’altro che ben visti), così giungendo alla conclusione, ovvia per un arrampicatore, tutt’altro che ovvia per chi arrampicatore non lo è, che l’arrampicata sportiva (Nota 10) non è l’alpinismo, né quello classico (Nota 11), né quello moderno (Nota 12), né quello himalayano (Nota 13); non è l’arrampicata trad (Nota 14); non è il free solo (Nota 15). I rischi ed i pericoli tipici di queste attività sono estranei all’arrampicata sportiva. Se si conosce questo sport si comprende anche la differenza che intercorre tra vie di arrampicata sportiva chiodate con una seppur minima attenzione per la sicurezza e vie chiodate con approssimazione (o con l’intento di renderle pericolose…). E chi coglie queste differenze non ha difficoltà a concludere che la probabilità di verificazione di sinistri (rapportata al numero di praticanti) in falesie pensate per l’arrampicata sportiva è più ridotta (forse molto più ridotta) di quella che si registra in sport ad ampia diffusione come lo sci da discesa. Con tutto ciò che ne consegue sulla valutazione dei costi attesi in termini di responsabilità.

Foto: Delfino Formenti

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In secondo luogo, chi ha tratto frutto dall’arrampicata sportiva non si è accontentato di analisi, del tutto generiche, sui profili giuridici degli eventuali incidenti (analisi che, spesso condotte da chi l’arrampicata l’ha vista solo sui libri, si riducono alle formulette pigre del «non si è mai responsabili perché c’è l’accettazione del rischio» o «si è sempre responsabili perché l’arrampicata è uno sport estremo e, quindi, pericoloso»). Ha saputo distinguere tra la probabilità che si verifichi un qualsiasi tipo di sinistro e quella (l’unica importante per valutare i costi attesi in termini di responsabilità) che si verifichi un sinistro che comporti la responsabilità del chiodatore o del proprietario della parete in falesie fatte oggetto di interventi di pulizia e richiodatura secondo le norme tecniche (COSIROC o altre, Nota 16): insomma, in falesie come quelle di cui si discute in questo convegno. Se si distingue tra queste ipotesi non è difficile concludere che la seconda probabilità è prossima allo zero. I casi-limite in cui si può ipotizzare una responsabilità sono quelli del distacco della protezione (cementata!) e quello del crollo di massi di significative dimensioni o di consistenti porzioni rocciose (tutti gli altri sinistri o non sono imputabili a chiodatori e proprietari (Nota 17), o sono coperti dalle scriminanti dell’esercizio di un’attività sportiva, Nota 18). Ma la verificazione di casi come questi (dei quali non si ha alcuna notizia ad Arco dal 1982 ad oggi e per i quali non si registra nessun precedente giurisprudenziale edito), si ribadisce in strutture fatte oggetto di un normale intervento di pulizia e di richiodatura secondo le norme tecniche, costituirebbe oggetto di una vera e propria singolarità statistica. Ed anche di questo si deve tener debito conto quando si confrontano i benefici in termini di ricadute positive per il territorio con i costi attesi in termini di responsabilità.

Soprattutto, ed è il terzo punto, chi ha investito nell’arrampicata ha saputo trattarla così come ogni altro sport, liberandosi dalle trappole cognitive che portano a ritenerla un fenomeno a sé, nemmeno inscrivibile tra le discipline sportive in senso stretto.

Se si tratta l’arrampicata come ogni altro sport la soluzione ai costi attesi in termini di responsabilità c’è ed è ovvia: ci si assicura. Il Comune di Arco ha esteso alle strutture d’arrampicata l’assicurazione già stipulata per le altre strutture pubbliche (parchi, ecc.) così risolvendo alla radice il problema.

Insomma, se non ci si fa influenzare da euristiche e emozioni, se ci si impegna in un’attenta analisi della probabilità di verificazione dei sinistri, se si valuta in modo parimenti attento da quali dei potenziali sinistri può effettivamente derivare una responsabilità di chiodatori e proprietari e, soprattutto, se si tratta l’arrampicata come ogni altro sport, assicurandosi, il problema dei costi attesi in termini di responsabilità è facilmente affrontabile. Ed è in questa direzione che va operata una corretta analisi costi-benefici quando, come nel nostro caso, si debba decidere se intervenire o meno sulle falesie.

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Nota 1. R. Desmaison, 342 ore sulle Grandes Jorasses, Corbaccio, 2007. La storia narrata nel libro è famosissima: Desmaison e Gousseault affrontano i 1200 metri di granito e ghiaccio della nord delle Grandes Jorasses. Partiti l’11 febbraio 1971 i due impiegano sei giorni per arrivare a 200 metri dalla vetta, quando, il 17 febbraio, il tempo volge al brutto. Serge Gousseault tradisce i primi segni di sfinimento: «tornare indietro non è più possibile, non resta che proseguire, uscire dalla parete: è l’inizio della fine, i bivacchi si susseguono fino all’ultimo, a 80 metri dalla meta. Gousseault non riesce più a muoversi, e Desmaison, che ancora – non per molto – avrebbe energia sufficiente per arrivare in cima, decide di restare con il suo compagno di cordata che, infine, soccombe. Ormai a Desmaison non resta che attendere l’elicottero dei soccorsi che arriverà solo il 25 febbraio, dopo 342 ore, più di due settimane in parete (dalla quarta di copertina)».

Nota 2. La celeberrima sequenza di Opéra vertical di Jean Paul Janssen (1982) in cui Edlinger sale l’espostissima Debiloff Profondicum (6c+). La musica di Bach è la cantata Allein zu dir, Herr Jesu Christ (BWV 33).

Nota 3. Parete nord della Cima Grande di Lavaredo, 550 mt. fino al 7a+.

Nota 4. Il grande incubo, D. Filippi, A. Zanetti, 1997, Monte Brento – Arco, 1200 mt., VI, A4/R3/V.

Nota 5. Au delà du delire, M. Fauquet, M. Guiot, P. Guiraud, D. Mottin, 1981, Verdon, 180 m (la sola via), 7a.

Nota 6. H. A. Simon, Models of Bounded Rationality, Cambridge, Mass., MIT Press. (1982). Kahneman, D., Slovic, R., Tversky, A., Judgement under Uncertainty: Heuristic and Biases, New York, Cambridge University Press (1982).

Nota 7. Cfr. in ambito giuridico, C. Bona, Sentenze imperfette, Il Mulino, Bologna (2010) e C. Bona, R. Rumiati, Psicologia cognitiva per il diritto. Ricordare, pensare, decidere nell’esperienza forense, Il Mulino, Bologna (2013) e la bibliografia ivi citata. Con riferimento al piano più strettamente regolativo cfr. C. R. Sunstein, Il diritto della paura, Il Mulino, Bologna (2010). Sunstein, costituzionalista, ha insegnato a Chicago ed Harvard e dirige l’Office of Information and Regulatory Affairs alla Casa Bianca.

Nota 8. Sull’impatto delle emozioni, dopo i primi pioneristici studi di A. Damasio, L’errore di Cartesio, Adelphi, Milano (1994) e Alla ricerca di Spinoza, Adelphi, Milano (2003) v. ora G. Belelli, R. Di Schiena (a cura di), Decisioni ed emozioni. Come la psicologia spiega il conflitto tra ragione e sentimento, Il Mulino, Bologna (2012).

Nota 9. Si dice «in origine», ma c’è chi tende a tutt’oggi a fare valutazioni sintetiche, attraendo tutto nella sfera dell’«estremo»: cfr. L. Santoro, Sport estremi e responsabilità, Giuffrè, Milano (2008).

Nota 10. L’arrampicata sportiva si svolge su pareti di dimensioni solitamente contenute (fino ai 100-150 metri). I rischi ambientali sono normalmente inesistenti. La protezione è garantita dalla corda e da ancoraggi cementati (o da tasselli). Si deve riuscire a salire “a vista” o “rotpunkt” una via, ossia percorrere la linea di salita senza cadere e senza far uso di mezzi artificiali di progressione, al primo tentativo (a vista) o dopo una serie di tentativi (rotpunkt). La difficoltà della via è espressa secondo scale: la più diffusa in Europa è quella francese che va, attualmente, dal 5a al 9b+. Nell’arrampicata sportiva alla componente strettamente tecnica si può aggiungere una componente psicologica. La paura del volo (seppur non rischioso in quanto protetto dalla corda) contribuisce a volte a creare la difficoltà della salita. Per le distinzioni cfr. C. Bona, La responsabilità nell’alpinismo e nell’arrampicata senza guida, in U. Izzo (a cura di), La responsabilità civile e penale negli sport del turismo, I, La Montagna, Giappichelli, Torino (2013), 417 e ss. e bibliografia ivi citata.

Nota 11. L’alpinismo tradizionale si svolge su vie di sviluppo normalmente superiore ai 100-150 metri (che possono superare i 2.000 metri), di roccia, di ghiaccio, o miste roccia e ghiaccio. Il rischio ambientale è assai variabile e dipende dal tipo di parete, dalla sua esposizione (una parete esposta a nord è sotto questo profilo normalmente più severa), dall’altimetria, dalla zona, dal tipo di roccia o ghiaccio. La protezione è garantita dalla corda, da chiodi a lama (non da chiodi cementati o tasselli) o da protezioni veloci. Si deve riuscire a salire una via, ma sono normalmente ammessi anche mezzi artificiali di progressione, di vario tipo. La difficoltà di una salita è espressa da varie scale. Per le difficoltà su roccia si usa normalmente la scala Welzenbach (o UIAA), che esprime le difficoltà massime dei singoli passaggi ed è attualmente compresa tra il I° e l’XI° grado, e la scala delle difficoltà in artificiale, ossia delle difficoltà che si incontrano usando i mezzi artificiali di progressione, compresa tra A0 e A5. Per esprimere la difficoltà su ghiaccio si è soliti riportare la pendenza della parete, espressa in gradi (60°, 75° etc.). Per le difficoltà nell’arrampicata mista su roccia e ghiaccio (si sale usando piccozze e ramponi ma incontrando anche tratti su roccia) si usa invece una scala compresa tra M1 e M11. A queste tre scale si aggiunge quella dell’impegno complessivo, così articolata: F (facile), PD (poco difficile), AD (abbastanza difficile), D (difficile), TD (molto difficile), ED (estremamente difficile), EX (o ABO), eccezionalmente difficile. L’impegno psicologico è molto variabile: si passa da vie in cui è quasi inconsistente ad altre in cui il rischio di incidenti mortali è elevatissimo.

Nota 12. L’alpinismo moderno presenta gli stessi caratteri dell’alpinismo classico, con la differenza che è ammesso l’utilizzo, come ancoraggi, dei chiodi cementati o dei tasselli. Per le scale di difficoltà molto spesso si utilizza la scala francese invalsa nell’arrampicata sportiva (in aggiunta alla scala dell’artificiale, nel caso vi siano passaggi di questo tipo, ed alla scala dell’impegno complessivo sopra riportata). Le difficoltà raggiunte nell’alpinismo moderno sfiorano ormai il 9a. L’impegno psicologico è anche in questo caso molto variabile. Peraltro l’utilizzo dei tasselli o dei chiodi cementati per l’assicurazione fa sì che di norma non si raggiungono i vertici di impegno psicologico che si possono raggiungere in quello che abbiamo definito l’alpinismo classico.

Nota 13. L’alpinismo himalayano si svolge su pareti dalle dimensioni normalmente imponenti (lo sviluppo delle vie è normalmente superiore ai 2-3.000 metri), situate ad una quota compresa tra i 6.000 e gli 8.000 metri. I rischi ambientali sono sempre elevati e possono diventare elevatissimi. La protezione è garantita da ogni mezzo disponibile. L’impegno psicologico è normalmente notevolissimo: la salita di una qualsiasi via himalayana comporta sempre seri pericoli mortali.

Nota 14. L’arrampicata trad o hard grit si svolge su strutture analoghe a quelle su cui si svolge l’arrampicata sportiva in falesia, quindi pareti dalle dimensioni normalmente contenute (qui di solito non si va oltre i 20-30 metri): non c’è rischio collegato alle condizioni metereologiche e quello collegato alla friabilità della parete è solitamente molto ridotto. La protezione (minore a quella che si riscontra nell’arrampicata sportiva) è sempre assicurata dalla corda, ma ciò che cambia sono gli ancoraggi: non chiodi cementati o tasselli, ma quelle che gli arrampicatori chiamano “protezioni veloci”, ossia attrezzi da incastro in buchi o fessure. L’obiettivo è anche in questo caso quello di salire una via senza cadere e senza far uso di mezzi artificiali di progressione: a vista o rotpunkt.
In questa disciplina alla scala di difficoltà si aggiunge una scala di impegno (anche psicologico) della salita, che va attualmente, dall’HVS all’E11: ciò è dovuto al fatto che l’impiego delle sole protezioni veloci rende molto più elevato il rischio di cadute pericolose.
Sulle vie più impegnative si deve scontare il rischio di cadute mortali.

Nota 15. Il free solo si esercita su qualsiasi tipo di parete (dalle paretine di 10-20 metri ai colossi alpini o californiani che superano i 1000 metri di sviluppo). Il rischio collegato alle condizioni ambientali dipende dal tipo di parete che si affronta (così è inesistente su una piccola parete di fondovalle, è elevatissimo in una salita dei 1.600 metri spesso friabili della parete nord dell’Eiger). Si arrampica senza corda e senza alcuna protezione. Lo scopo è quello di riuscire a salire una via e le difficoltà sono espresse dalle stesse scale che si applicano all’arrampicata sportiva in falesia (il maggior grado qui raggiunto è attualmente l’8b+). L’impegno psicologico è assoluto: una caduta comporta spesso (ed anzi si potrebbe dire normalmente) un pericolo mortale. Recentemente al free solo si è aggiunta una disciplina più ludica, in cui si arrampica sì senza protezioni, ma sopra specchi d’acqua: è il deep water solo. Le scale di difficoltà sono le solite (qui però si è raggiunto il 9b), l’impegno psicologico è significativo, seppur decisamente inferiore a quello del free solo classico.

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Nota 16. Incidentalmente, si ricorda che esiste anche una norma tecnica UNI (UNI EN 12572-1 del 28/08/2007) che, pur riferita espressamente alla sola predisposizione di strutture artificiali d’arrampicata, offre svariati spunti anche per la chiodatura delle falesie.

Nota 17. E così, non sono certo imputabili al chiodatore od al proprietario gli incidenti:

a) causati dall’erronea assicurazione. Quanto agli incidenti da erronea assicurazione, in senso proprio questa consiste in quel complesso di manovre che consentono di trattenere la caduta di un compagno di cordata bloccando la corda. È intuitivo che di eventuali incidenti debba rispondere chi abbia errato nell’assicurazione e non certo l’ente pubblico che si sia occupato della manutenzione straordinaria della parete con la richiodatura od il proprietario;

b) quelli causati dall’arrampicatore che finisce “fuori via”. Un altro tipo di incidente collegabile alla condotta del compagno di cordata è quello che può verificarsi quando l’alpinista o l’arrampicatore, nella ripetizione di una via salita da altri, finisca “fuori via”, ossia non segua il tracciato della salita ma finisca in una zona di parete che lo mette in gravi difficoltà. Si tratta di un tipo di incidente che di fatto non si può verificare su pareti chiodate per l’arrampicata sportiva, come quelle che ci interessano (i chiodi, qui, sono posti a distanza ravvicinata e quindi non si può finire “fuori via”). In più la responsabilità dell’incidente non cadrebbe certo su chi ha provveduto alla chiodatura, sempre per difetto del nesso causale;

c) quelli causati da errori nella progressione. Un altro tipo di errore e correlato incidente è collegato al modo di arrampicare. Un incidente, in alcune discipline, può essere provocato dalla sopravvalutazione di un appiglio per l’erronea “lettura” della parete da parte del primo di cordata o dall’erronea impostazione del corpo. Anche tralasciando il fatto che incidenti di questo tipo quando si verifichino sulle pareti destinate all’arrampicata sportiva non aprono alla responsabilità (si infortuna solo chi cade, non essendo ragionevolmente possibile che la caduta coinvolga anche chi assicura), comunque non si vede come potrebbe risponderne il chiodatore o il proprietario.

d) quelli da eccessivo ardimento. Un incidente nella progressione può essere causato dall’eccessivo ardimento di uno dei componenti la cordata, che affronta difficoltà per lui insuperabili. Qui vale un discorso analogo a quello che abbiamo appena fatto. Si tratta di incidenti che sulle strutture destinate all’arrampicata sportiva possono al più coinvolgere solo chi sbaglia e cade e non il compagno e, soprattutto, si tratta di una classe di incidenti che non apre a responsabilità di chi provveda alla mera chiodatura della parete.

e) il cedimento di un chiodo infisso dal compagno di cordata. Anche questo sinistro, diffuso in relazione alle vie d’alpinismo classico non chiodate o solo parzialmente chiodate o d’alpinismo himalayano, solitamente non ha nulla a che vedere con la responsabilità connessa alla chiodatura di una falesia. Si può dare il caso che qualcuno provi a salire le vie in stile trad, ossia non utilizzando le protezioni presenti ma posizionandone di proprie, “veloci” (friend, nut, ecc.), ma anche in questo caso la responsabilità di chi ha ripristinato la parete o del proprietario va esclusa, visto che l’incidente, laddove si verifichi, non ha nulla a che vedere con la condotta di chi ha posizionato i chiodi già presenti in parete.

Nota 18. Il discorso sull’applicabilità delle scriminanti (o cause di giustificazione) è troppo complesso per essere trattato in queste poche pagine. In modo molto approssimativo, e solo per offrire un cenno al lettore, si può affermare che c’è una sostanziale unanimità di vedute circa il fatto che l’arrampicatore non può pretendere risarcimenti del danno che costituisce verificazione del rischio normalmente accettato tra chi pratica l’arrampicata (per una più attenta analisi ci si richiama a C. Bona, La responsabilità nell’alpinismo e nell’arrampicata senza guida, in U. Izzo (a cura di), La responsabilità civile e penale negli sport del turismo, I, La Montagna, Giappichelli, Torino (2013), 417 e ss. e soprattutto alla bibliografia ivi citata). Sicché non sarà offerta la tutela risarcitoria a fronte di piccoli distacchi di pietre ed a fronte di cedimenti di prese od appoggi che siano normalmente prevedibili.

postato il 4 luglio 2014

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Il futuro delle Alpi

Nel 1992 il mondo ambientalista visse una bella primavera con la conferenza mondiale di Rio de Janeiro, quando le multinazionali e i governi s’impegnarono per un continuo progresso economico e sociale che tenesse però attentamente conto dell’equilibrio ambientale e s’impegnarono per lo Sviluppo Sostenibile. La salvaguardia dell’ambiente era ormai un dovere per tutti: si doveva continuare a ricercare uno sviluppo economico, senza compromettere le risorse naturali indispensabili per le generazioni future. Questo era lo Sviluppo Sostenibile, la grande sfida.

In Europa tutti i Paesi sono in via di Turismo Sostenibile, e questa era un’opportunità storica. La sfida era contribuire, con il lavoro, la conoscenza, la passione, a rendere coerenti lo sviluppo turistico inarrestabile e la salvaguardia dell’ambiente, in uno spirito condiviso da tutta una comunità.

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Le Alpi sono una grande opportunità geografica perché giacimento di immense ricchezze paesaggistiche cui attingere e gigantesco serbatoio di grandi mercati in evoluzione, sempre più interessati al reinvestimento degli utili.

Accanto alle inevitabili tecniche di marketing occorre programmare maggiormente ricerca e cooperazione. La ricerca deve avere un respiro europeo, come pure ci deve essere cooperazione tra governi, sviluppo turistico e società civile per sovrastare gli interessi di pochi. Inoltre i turisti devono esportare rispetto nelle valli che frequentano. Il contributo dei cittadini è fondamentale per un corretto processo di sviluppo nei paesi valligiani. Perché la cooperazione sia valida e duratura occorre che siano rispettate le componenti politiche, socioculturali, religiose, economiche e tecnologiche dei luoghi.

Per una possibile applicazione pratica delle strategie concordate a Rio, come divulgatori ci dovevamo rivolgere al grande pubblico delle Alpi, definendo l’utilizzo migliore delle risorse turistiche e limitando prodotti e servizi verso cui le nuove tecnologie continuavano a spingere. Il coinvolgimento dell’opinione pubblica comportava una presentazione ed una promozione del nostro lavoro che sempre più dovevano virare, da strumenti di pura vendita, a elementi di maggiore partecipazione informativa per il singolo.

Le necessità elencate, con riguardo alla scala europea ma anche un po’ mondiale su cui si voleva operare, e in considerazione della estrema varietà di pubblico, imponevano l’adozione di un progetto unico e condiviso. La sintesi dei temi di comunicazione, rappresentativi del movimento di coscienze che si era prospettato negli anni ‘90 e dei valori difesi dai più illuminati come Alex Langer, non ci fu e non c’è. Avrebbe potuto e potrebbe testimoniare dinamicità, voglia di cambiamento, visione dell’avvenire in un mondo in movimento.

Perché un progetto possa essere solido e sedurre per la sua capacità d’essere avanti nel tempo, dovrebbe attenersi alla conoscenza dei luoghi; i riferimenti cui dovrebbe rifarsi per una collocazione storica e geografica avrebbero dovuto essere la conoscenza delle culture più antiche e la ricerca dei segreti del tempo.

La prima delle grandi scoperte è stata quella del Tempo, quadro di tutta l’esperienza vissuta. Scoprire il Tempo vuol dire scoprire il Sapere.

Ma il Sapere è fatto soprattutto di smisurati archivi. Le intelligenze artificiali cercano di riprodurre e interpretare gli smisurati archivi con i quali ogni manifestazione naturale memorizza il proprio passato e programma il proprio futuro. Decodificare la Natura è possibile se si identificano le varie chiavi di accesso agli archivi. Gli anni ‘90 e la prima decade del Duemila hanno visto il mondo proseguire una marcia già molto lunga in direzione di tempi nuovi e sconosciuti, dove più che mai i valori di tradizione e di innovazione segnalavano la via giusta all’umanità.

L’Europa è giusto al centro di questo cammino: all’inizio del XXI secolo continua a produrre innovazione, pur rimanendo legata a tanti aspetti del passato. Ha raccolto le sfide comuni e proprio per questo le sue grandi tendenze sono un valore faro, nel bene e nel male, dell’umanità.

I nuovi ricercatori, allorché saliranno le Alpi, raggiungeranno un luogo unico al mondo, dove culmina la ricerca del XXI secolo: essi appassioneranno un’opinione pubblica già attenta e i risultati delle ricerche saranno i risultati di un impegno ambientale comune a tutti.

Terre di grandi spazi, di grandi civiltà e di grandi altezze, le Alpi sono gli archivi del tempo e uno dei bacini della conquista del futuro. Esportandovi rispetto, il cittadino porta anche l’innovazione di pensiero di cui v’è enorme bisogno. Le Alpi sono un insieme di popoli il cui motore è ancora la cultura ancestrale, popoli seducibili dai valori solidi o meno di altre civiltà.

Agire, studiare, documentare nelle Alpi significa collaborare con i custodi nel tempo di quei tesori, quindi in definitiva contribuire al Turismo Sostenibile.

Ricercare nelle Alpi è operare alle radici della Sapienza. I ghiacciai e le catene montuose che si trasformano nel tempo sono l’energia della Terra; i valori culturali e la storia dei rilievi alpini sono la testimonianza del confronto difficile che gli europei si sono imposti. Questa è la vera sfida culturale, ambientale e mediatica. Una sfida d’equipe per la cui riuscita le risorse impiegate producono solide informazioni oggettive e soggettive. Un impegno autentico, in una reale e millenaria cultura alpina. In questa accelerazione del Tempo cui tutti siamo oggi sottoposti, un’avventura apparentemente solo pedestre deve diventare avventura spirituale.

postato il 26 giugno 2014

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Parchi nazionali che vanno a Maometto

Le iniziative per trasformare l’ambiente naturale in uno spettacolo da luna park (una volta si diceva “da baraccone”, bisognerebbe ricominciare a usare quest’espressione!) continuano indefesse in tutto il mondo.

Il Glacier Skywalk nel Parco Nazionale di Jasper

skywalk-02_glacier_skywalk_canada_uffstE’ stato appena inaugurato questo incredibile skywalk nel cuore del Parco Nazionale di Jasper, il più grande parco nazionale delle Canadian Rockies, con 10.878 km quadrati di wilderness montana nello stato canadese dell’Alberta. Il parco è stato istituito nel 1907, ed è quello delle meravigliose cascate di Sunwapta e Athabasca. Lo scopo dell’opera è quello di far passeggiare nel vuoto i turisti, regalando emozioni a basso prezzo (tanto paga l’ambiente…).

La piattaforma è un arco di vetro e ferro, si allontana 35 metri dal bordo roccioso, il pavimento è trasparente e permette di osservare la Sunwapta Valley ben 280 metri al di sotto dei propri piedi, oltre naturalmente ai ghiacciai e alle montagne.

Il nome di questo “prodigio architettonico” è Glacier Skywalk, ha richiesto due anni di lavoro per essere costruito e venti milioni di dollari. Inutile dire che l’iniziativa sta registrando un grosso successo di pubblico…

Infatti l’attrazione è ben pubblicizzata, si giunge perfino a dire che l’altezza alla quale si passeggia è maggiore di quattro metri rispetto alla terrazza panoramica che si trova sulla cima della Tour Eiffel.
Il pubblico estremamente emozionato sullo skywalkskywalk-05_glacier_skywalk_canada_uffstUna bella immagine del Parco Nazionale di Jasper

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Il filmino pubblicitario

postato il 20 maggio 2014

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E-bike. Una minaccia silenziosa?

Nato in città e diventato montanaro, ora il “rampichino” mette il motore
di Roberto Serafin

Questo articolo è tratto da MountCity per gentile concessione.

Bici elettrica e scarponi da trekking, una combinazione vincente. Questo sostiene in questi giorni un comunicato stampa (Pizzini/Scolari) diffuso per conto di un ente turistico tirolese. E-Hike,viene definita la nuova “disciplina”.

Si tratta di una nuova moda che questa estate promette (minaccia?) di esplodere anche sulle nostre montagne. La verità piuttosto inquietante che traspare dal comunicato è che la mountain bike ora ha messo il motore. E vabbe’ un motore elettrico, ricaricabile, non inquinante. Un motore che attenua la fatica assicurando una pedalata “assistita”: perché pedalare, comunque, bisogna. Un’evoluzione impensabile nel 1985 quando a Milano la mountain bike spiccò il volo grazie al mai dimenticato “rampichino”. Con quel nome, qualcuno lo ricorderà, venne battezzata la prima mountain bike apparsa in Italia. E qualcuno ricorderà che, dopo il lancio, “rampichino” divenne per estensione il nomignolo di qualunque bicicletta da montagna, desunto da quello di un uccellino che si arrampica sui tronchi degli alberi per poi gettarsi giù in picchiata.

E-bike nell’Ötztal
Serafin-e-bike-gefuehrte-e-bike-tourenFrutto dell’intuizione di un produttore lombardo, questo velocipede adatto a tutti i terreni (i francesi lo hanno battezzato significativamente con la sigla VTT, Velò Tout Terrain) è diventato subito un oggetto di culto, come precisava all’epoca la pubblicità. I primi mille esemplari, va precisato, sono andati a ruba grazie a un’iniziativa promozionale della rivista mensile Airone, allora assai diffusa, che annunciava l’iniziativa con il seguente slogan: “In un mondo che cambia freneticamente, Rampichino è per sempre”. Una profezia che si è avverata.

Oggi i rampichini, pardon, le mountain bike si contano a decine di migliaia ed è stato necessario fissare inderogabili regole di comportamento per disciplinarne l’uso lungo i sentieri. Ma ora è arrivato il momento di rivedere quelle regole, tenuto conto che lungo sentieri e mulattiere della Lombardia (e non solo) il transito di mezzi motorizzati è vietato in base alla LR 31/2008. Il rampichino motorizzato e o non è equiparabile a una moto? E potrebbe mai essere equiparato a un mezzo agricolo, il solo ad avere licenza di circolare sui sentieri?

Serafin-eBikeLa realtà purtroppo è sotto gli occhi di tutti: i mezzi motorizzati circolano impunemente da una valle all’altra; pressoché inesistente è la vigilanza; a prescindere dai danni provocati ai sentieri e mulattiere, della cui manutenzione si fanno carico con sacrificio i soci volontari del CAI, per molti escursionisti l’incontro con le moto e forse, l’estate prossima, con le bici elettriche, rappresenta un serio problema in termini di disturbo se non di pericolo. Ma davvero è un “nuovo modo sportivo di interpretare la montagna” quello che, secondo il comunicato citato, arriva dalla Ötztal, la vallata tirolese a pochi passi dall’Italia? Già da diversi anni, la Ötztal è leader alpino per l’introduzione delle E-Bike (bici elettriche): in valle infatti ha sede la ditta EH-Line, che produce tali biciclette. Ma quali sarebbero i veri vantaggi dell’E-Bike? “Innanzitutto”, ci viene spiegato, “le molteplici possibilità di escursioni in montagna. Il nuovo trend E-Hike è semplice: si noleggia un’E-Bike e con il supporto elettrico si sale in quota con grande facilità raggiungendo malghe e rifugi alpini. Qui si abbandona la bici per iniziare il trekking con scarponi ai piedi e zaino in spalla: è la scoperta dell’alta montagna! Con questa combinazione è possibile raggiungere le vette evitando lunghe camminate. Dopo aver raggiunto la vetta si ritorna alla propria bici per ridiscendere comodamente a valle”.

Tutto maledettamente facile, alla portata del primo che capita. Inquietante, vero? Da una rapida inchiesta di “Mount City” non sono pochi gli alberghi che nelle vallate della Lombardia e dell’Ossola hanno scelto di offrire ai clienti questo (innocuo?) trastullo suggerendo itinerari ad hoc. E se uno la mountain bike elettrica invece volesse comprarsela? Precisato che, in base un inventario su Google, esistono anche mountain bike elettriche pieghevoli, il prezzo non andrebbe oltre i 1.500 euro, IVA inclusa.

Questa bicicletta”, spiega un costruttore italiano, “ci permetterà di attraversare percorsi sterrati o pietrosi godendoci la natura, anche senza essere fisicamente molto allenati. O se comunque siamo in forma ci darà la possibilità di andare più veloci e di godere di più delle discese, che alla fine è ciò che ci piace!”. Importante è abbattere la barriera della fatica. Quella barriera che, bene o male, ha finora assicurato all’alta montagna il suo incorrotto fascino e tenuto a freno tanti improvvidi.

Roberto Serafin, 13 aprile 2014

Per ulteriori notizie sul’e-bike vedi il post su Altitudini.it

Roberto Serafin al Monte dei Cappuccini, Torino
SerafinRobertoRoberto Serafin, giornalista dal 1964, ha lavorato al Corriere Lombardo, La Notte, Corriere d’Informazione, L’Occhio e per i periodici Capital, Playboy, Tv Sorrisi e canzoni, Oggi e Visto. Dal 1987 ha curato, su incarico del Club Alpino Italiano, le pagine del notiziario mensile Lo Scarpone fino alla fine dell’edizione cartacea. È autore, tra gli altri, di Samaritani con la coda (Priuli & Verlucca, 2005), Nel regno dell’altezza (Priuli & Verlucca, 2007) e Walter Bonatti: l’uomo, il mito (Priuli & Verlucca, 2012) . Appassionato di cinema, è stato critico cinematografico e ha fatto parte del consiglio direttivo del Filmfestival di Trento.

postato il 14 maggio 2014

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Gli sport outdoor, una risorsa turistica

Gli sport outdoor, una risorsa turistica: farne un’opportunità e non un problema
di Angelo Seneci guida alpina, Direttore Rock Master e consulente esperto in Turismo Outdoor

Il presente post è tratto dalla relazione che Angelo Seneci fece a Lecco, il 14 dicembre 2013, in occasione del convegno L’Arrampicata sportiva, un’opportunità per il territorio.

Prima di tutto vogliamo inquadrare l’outdoor in generale perché ritengo che l’arrampicata sia un tassello di quest’ultimo. Un tassello che a volte può svolgere il ruolo di “Cavallo di Troia” per entrare con dinamiche importanti in certi ambienti e può essere un mezzo capace di dare grande visibilità. I numeri dell’outdoor sono però molto più ampi e importanti della semplice arrampicata e questo lo vedremo insieme in seguito.

Noi siamo partiti nei nostri territori molto tempo fa (dal 1987) e ovviamente l’arrampicata di allora non corrisponde all’arrampicata di adesso. Allora era difficile vederne la crescita e all’inizio abbiamo fatto anche degli errori, forse è meglio chiamarli “tappe nell’evoluzione”. Col senno di poi avremmo detto: “Bisognava fare così”, ma i nostri errori di allora potrebbero essere utili per chi deve compiere un percorso simile oggi e offrire soluzioni migliori a certe problematiche.

Che cos’è lo sport outdoor? Per capirlo basta semplicemente affacciarsi alla finestra di questa sala, guardare il lago e le montagne che sono sullo sfondo. Per sport outdoor consideriamo tutte quelle attività o discipline sportive che hanno come terreno comune di azione la natura: dall’acqua alla roccia, dalla terra all’aria. Tutte queste attività hanno la caratteristica di essere sport che si praticano nella natura e quindi con delle problematiche comuni.

Prima caratteristica è quella di svolgersi in un ambiente non strutturato per accogliere grandi numeri e che bisogna impostare in modo essenziale tenendo conto della fragilità e delle problematicità di questi ambienti.

Biker nei pressi del Lago di Garda. Foto: Leo Himsl/K3
Mountain-bike Wheely 104Possono poi nascere esigenze contrastanti, tipo il conflitto che è nato in questi anni tra escursionisti e biker. È un problema serio. Noi abbiamo fatto anche dei tavoli provinciali per tentare di risolverlo ed è un problema che è comune in tutta Europa.

I primi passi dello sport outdoor si muovono negli anni ’80/90 del Novecento, nello stesso periodo in cui si affermano gli “sport estremi” che godono in questi due primi decenni di grande visibilità dovuta alla loro spettacolarità, anche se sono attività confinate a settori limitati della popolazione, spesso marginali e che avevano, in quel periodo, scarso interesse sotto il profilo economico.

Si trattava di attività che allora non davano l’idea di un mondo su cui investire, ma chi ha cominciato a investire a quel tempo (come ad esempio gli Amministratori di Arco) oggi ne trae i maggiori frutti. Allora non era facile intuire cosa stava per succedere, ma adesso la storia è cambiata.

Dalla fine degli anni Novanta e con gli anni Duemila c’è stata una profonda mutazione. Lo sport outdoor è passato da gruppi limitati al coinvolgimento di grandi strati di popolazione. Nell’universo outdoor sono rappresentate tutte le fasce d’età e ceti economico-sociali differenti tra loro. Si va dai giovanissimi alle famiglie, fino alla terza età. Sono coinvolti praticanti di ogni livello sociale. Diviene così una risorsa economica non marginale per territori che hanno un patrimonio ambientale da valorizzare e proporre. Una cosa interessante è che anche in questi anni di crisi quei territori che a suo tempo hanno investito vedono un movimento che si consolida con continui trend in crescita: un turismo di prossimità capace di soddisfare il bisogno di movimento e natura diventa un’appetibile e praticabile alternativa sulla porta di casa. Il successo del Garda Trentino lo dimostra. Il “vivere diverso”, il” muoversi” è diventato nel mondo una necessità così come per tanta parte della nostra popolazione senza dover per forza fare viaggi esotici o lontani.

Vediamo a grandi linee i dati sui praticanti in Europa
Cerchiamo di capire effettivamente cosa vale a livello europeo il turismo dello sport outdoor.
Sono dati su cui non esistono numeri certificati perchè sono sport che, per loro natura, si svolgono fuori da stadi e da terreni per lo più a pagamento, quindi difficili da quantificare, anche se possono essere fatte delle stime.
L’unico dato che abbiamo certificato e acclarato è quanto valeva nel 2012 il mercato dell’attrezzo e dell’abbigliamento riferito allo sport outdoor a livello europeo.

Questo era 14 miliardi di euro. Il mercato più importante è la Germania col 24%. Seguono il Regno Unito con il 14%, la Francia con il 13%, Italia – Austria – Svizzera con un 6% ciascuno. In totale si calcola che i paesi dell’arco alpino influiscano su questo valore per il 55% del totale. I paesi del nord dell’Europa occupano un 15/16% e sono in crescita i paesi dell’Est Europa (Polonia e Repubblica Ceca).

Mettendo in relazione questi dati con le stime sui praticanti dei singoli paesi possiamo valutare in circa 80/100 milioni i praticanti di sport outdoor in Europa così ripartiti: 25 milioni in Germania; 15 milioni in Francia; 6 milioni in Italia; 6 milioni in Svizzera; 6 milioni in Austria, per un totale di 55 milioni di praticanti nei paesi dell’arco alpino.

A riguardo delle motivazioni si tenga presente che i praticanti propensi al viaggio hanno nello sport la motivazione della loro vacanza nell’80% dei casi.

Se quindi lo valutiamo come potenzialità turistica, arriviamo a definire il potenziale bacino di turisti outdoor per l’Europa superiore ai sessanta milioni e in quaranta milioni per l’arco alpino. Sono numeri pesanti, perché è gente motivata e che si fidelizza facilmente su un territorio.

Quanto vale l’arrampicata? Circa il 3% del mercato outdoor complessivo. È un dato un po’ forzato che però è interfacciato con quello che abbiamo più o meno sui singoli paesi, di percezione, che fa tornare abbastanza il senso dei dati.

Trasformato in praticanti: Germania 700.000; Francia 400.000; Italia 200.000; Austria 200.000; Svizzera 200.000.

Diciamo anche che spesso viene percepito come arrampicatore solo chi va tutte le settimane ad arrampicare, ha un livello di preparazione sul 6b (sto un po’ esagerando) e conosce tutta la vita di Adam Ondra. Ma io dico: “Uno sciatore va tutti i giorni a sciare? Uno che una volta all’anno fa una settimana bianca è uno sciatore, cioè rappresenta per noi un riferimento, oppure no?”. Quindi i numeri che abbiamo dato sono conservativi per questi motivi. C’è tra l’altro un mondo nuovo che è esploso negli ultimi sette, otto anni ed è quello delle sale indoor di arrampicata in tutta Europa.

Alcuni esempi: Neu Thalkirchen a Monaco di Baviera conosce 270.000 entrate/anno. Gaswerk a Zurigo 250.000 ingressi/anno. Tradotto, significano almeno 15.000 persone singole. A Monaco ci sono sette sale del genere per un numero stimato di 40.000 persone frequentanti. L’Italia non è da meno anche se la storia è più recente (tre, quattro anni) ed è un mondo che vale 40/50mila ingressi con realtà molto più piccole come bacino di utenza rispetto ad esempio a Monaco di Baviera.

In tutto questo mondo non tanti vanno in falesia: è una realtà che dobbiamo andare a scoprire per proporre cos’è la vacanza in falesia.

Un altro dato interessante viene dai numeri della FASI. Il trend di crescita confermato dall’andamento degli affiliati alla Federazione di Arrampicata Sportiva Italiana è nell’ordine dei +400% negli ultimi dieci anni. Sono dati importanti anche in riferimento alla crescita dell’arrampicata in Italia che è stata un’evoluzione non solo quantitativa, ma anche qualitativa.

Tra l’altro tutte le età sono rappresentate in modo importante.
Età dei praticanti (da interviste che abbiamo fatto nel Garda Trentino): fino a venti anni, 5%; 21/30 anni, 25%; 31/40 anni, 39%; 41/50 anni, 20,5%; oltre i 50 anni, 10,5%.
Quindi una grossa componente va dai trenta ai cinquant’anni, e tra l’altro sono persone con buona capacità di spesa e che magari vengono anche con la famiglia.

Un numero interessante, che qui è basso perché è stato fatto soprattutto sull’arrampicata, è quello dei praticanti oltre i cinquanta. Se andiamo a prendere, ad esempio, la statistica sui soci del Deutscher Alpenverein in Germania ci accorgiamo che questa fascia di età è molto più rappresentata tenendo presente anche che in Germania i soci DAV sono molto attivi (nelle nostre associazioni ci sono soci attivi, ma anche molti soci “storici”).

Soci DAV – distribuzione per età: Fino a diciotto anni: 16%; 19/25 anni: 7%; 26/40 anni: 20%, 41/60 anni: 38%, oltre i sessanta anni: 19%.
Notiamo una percentuale elevata di soci con età superiore ai quaranta anni (con capacità e disponibilità di spesa) ed un buon numero di soci in età di pensione con tempo e risorse da impiegare. Quindi famiglie e “Best Age” sono i nuovi target su cui investire nello sport outdoor. “Best Age”, “Gold Age”, chiamiamola come vogliamo, ha disponibilità economica e tempo: mentre la prima fascia ha disponibilità economica e meno tempo, quella degli over sessanta ha tanto tempo a disposizione ed è un mondo ancora tutto da scoprire. Nessuno ha ancora investito sull’outdoor nei termini della terza età.

Arrampicata nella zona di Torbole. Foto: Leo Himsl/K3
climbing,gardasee,italien , arrampicata ad Arco , donneSto seguendo un progetto del genere in Liguria e sono rimasto esterrefatto dal fatto che la stessa, che ha un terreno noto per l’outdoor, ad esempio col Finalese, ha visto un crollo verticale delle presenze.
Quando ero un ragazzo ricordo che la Liguria era un luogo privilegiato dove andavano a svernare i pensionati del Nord Italia e del Nord Europa. Non ci vanno più… quando in realtà c’è tutto un mondo nuovo da intercettare, a esempio in Germania.

Ho appena visto ad Arco un pullman di cinquanta persone, tutti pensionati tedeschi, che sono scesi coi loro bastoncini da trekking e sono andati a farsi la passeggiata. In questa fascia stagionale la nostra amministrazione sta giocando tantissimo; tutto è comunque da scoprire anche per noi perché non ci abbiamo investito così tanto. Comunque è una questione del tutto aperta.
Anche la componente femminile è in continua crescita e rappresenta il 35% dei fruitori dell’outdoor.

La capacità di spesa media giornaliera del turista outdoor dimostra anche una cifra interessante che si aggira sugli 80/100 euro.
Una statistica più dettagliata (2011) ci dice: spesa media giornaliera da 10 a 50 euro: 57%; spesa media giornaliera da 50 a 100 euro: 32%; spesa media giornaliera da 100 a 150 euro: 8%; oltre i 150 euro: 3%.

Interessante anche come si “muove” il turista outdoor. Oltre il 60% lo fa con amici; circa il 30% con la famiglia e da solo si muove circa il 5%.

L’alloggio tipo vede un preponderante uso del campeggio (55%) contro un 25,5% in albergo, 4,5% in agriturismo, 7% in appartamento o casa in affitto, 8% in casa di proprietà. Si vede un trend in crescita delle strutture di piccole dimensioni, tarato su questo tipo di clientela dinamica, con strutture e servizi dedicati.
L’indice di fidelizzazione ci dice che oltre il 60% torna sullo stesso territorio più volte all’anno, quindi facciamo un investimento che crea nel tempo una crescita continua.

Altro dato interessante è che questo è un pubblico estremamente sensibile a tutti gli aspetti che contemplino soluzioni volte alla salvaguardia dell’ambiente (ad esempio disponibilità a camminare per accedere alle falesie o disponibilità ad usare parcheggi di testata: 75% degli intervistati). Questo denota che è disponibile ad assumersi delle “fatiche” in questo senso (aspetto interessante per far nascere nuove imprenditorialità).

Ci troviamo quindi ormai in presenza non più solo di utenti esperti, ma di un pubblico che pratica l’outdoor con spirito ricreativo e non totalizzante, spesso caratterizzato da neofiti. È un pubblico che cerca strutture e servizi per praticare lo sport in sicurezza, piacevolmente, massimizzando il tempo delle vacanze, moltiplicando le esperienze, in un contesto accogliente; in quest’ottica il “dopo sport” ha un grande valore. In realtà territoriali come la nostra o come la vostra, avere un centro urbano con servizi, anche ricreativi, vicino ai punti di pratica dà un valore aggiunto notevole.

Questo quanto è successo ad Arco. Il centro storico di Arco parla di arrampicata: vai al bar e trovi le foto degli arrampicatori, oppure sugli schermi interni passano le immagini dei bikers, del canyoning o del volo libero. Da noi tutti si “vestono da outdoor“. Questo è sintomo di una percezione di un fatto culturale, di stare bene con queste persone che tra l’altro hanno vivacizzato la storia di Arco. La vita è passata dal “bianco e nero” degli anni settanta al “colore” di oggi (metafora usata durante un’intervista per una TV tedesca sul turismo ad Arco…).

Per andare ad intercettare e fidelizzare questo pubblico non è più sufficiente promuovere le valenze naturali della destinazione, ma diventa necessario offrire esperienze diversificate e prima ancora costruire ed organizzare gli spazi di queste esperienze, creando il contesto dove tutte queste attività sono integrate con l’enogastronomico e con la cultura.

Per esempio negozi di prodotti tipici locali e di prodotti a chilometro zero. Anche questo va pensato in un progetto integrato al fine di: 1) riuscire a proporre un prodotto spendibile anche in modo interessante; 2) creare un turismo outdoor sostenibile.

Attività sportive che hanno nell’ambiente naturale il loro terreno di gioco non possono non mettere la sostenibilità al primo posto. È evidente però il rapporto dialettico e non semplice, dove i problemi crescono al crescere dei numeri: fare dell’outdoor una risorsa turistica ci obbliga ‘in primis’ a individuare modi, mezzi, regole per contenere l’impatto sull’ambiente.

Se questi temi non vengono gestiti bene, ci si scontra con chi abita lì da sempre e vede nel turista outdoor qualcuno che non porta ricadute e che dà solo fastidio. Meglio farlo subito. Da noi questo aspetto si è strutturato “da solo” e oggi ci tocca un po’ metterci mano magari con qualche difficoltà in più di mediazione. Bisogna pensare alle regole, pensare a modi.

L’esperienza che ha vissuto Arco, in quasi trent’anni, ha attraversato tutte queste tappe: prima l’arrampicata con l’attrezzatura delle strutture, poi i percorsi per bike che erano stati segnalati e infine il rendersi conto di aver pensato tante belle cose senza prevedere i problemi legati alla manutenzione o alla gestione delle strutture realizzate. Chi viene dopo di noi potrà far tesoro della nostra esperienza.

Negli anni ’90 gli interventi si limitano alla valorizzazione di quanto scoperto e già attrezzato dagli appassionati: falesie, itinerari MTB… Questo sicuramente corrisponde alle esigenze di una fase iniziale e alla tipologia dei praticanti, ma velocemente mostra i suoi limiti sia verso l’ambiente naturale e antropico che verso lo stesso sviluppo dello sport. Infatti la mancata pianificazione e progettazione dello sviluppo ha effetti negativi sia interni che esterni. Nel predisporre progetti nuovi bisogna immaginare da subito chi saranno i gestori, chi saranno gli attori.

Gli effetti negativi interni sono stati:
1) Sbilanciamento dell’offerta verso i livelli medio alti della pratica dell’arrampicata (80% degli itinerari di difficoltà medioalta, contro una realtà di un 80% di praticanti sotto il 6b) e tracciati MTB estremamente tecnici e ripidi, con rischio di non intercettare la maggioranza dei praticanti.
2) Assenza di un servizio di monitoraggio continuo e di periodica manutenzione, con rischio di deterioramento accelerato delle opere: sentieri, attrezzature in parete, segnaletica, problemi di sicurezza e di degrado.

Non aver determinato delle regole ha lasciato proliferare l’uso selvaggio del territorio: parcheggi, viabilità, rifiuti, con l’instaurarsi di conflitti con la popolazione e anche tra diversi gruppi di praticanti.

La risposta
Con gli anni Duemila s’inizia a riflettere su come gestire questo patrimonio (oggi la gestione è a metà tra il professionismo e l’associazionismo con partecipazione degli Enti, ma anche sempre più dei privati che guadagnano e investono in modo equilibrato).

Nel 2008 nasce il progetto “Outdoor Park Garda Trentino”, un piano di sviluppo territoriale con centro sullo sport outdoor. Il progetto è ripreso dalla Comunità di Valle nel Piano Urbanistico Territoriale e vengono coinvolte le sei amministrazioni comunali del Garda Trentino sotto la regia di Ingarda APT e la partnership della Provincia di Trento.

Nasce un piano pluriennale che prevede le seguenti azioni:
1) Individuazione e catasto dei siti esistenti e potenziali, valutazione delle loro potenzialità rispetto ai target di riferimento (es. famiglie, principianti, disabili…);
2) Individuazione delle criticità: gestione servizi igienici, gestione rifiuti, parcheggi e mobilità;
3) Interventi di valorizzazione (attrezzatura falesie, tabellazione sentieri, realizzazione bikepark…), ma anche realizzazione e organizzazione delle strutture accessorie: toilette, parcheggi di testata, mobilità alternativa, centri servizi;
4) Implementazione di un servizio continuo di manutenzione (falesie, rete mtb) con specifici protocolli;
5) Costruzione di modelli gestionali (rete mtb).

Si passa quindi dagli interventi tampone alla pianificazione dello spazio outdoor, con un progetto di sviluppo che affronti in modo integrato lo sviluppo di tutte le attività outdoor in funzione dell’ampliamento dell’offerta verso un pubblico multisport.

Ancora due considerazioni interessanti da proporvi:
1) Il discorso della gestione integrata di tutte le attività sportive, prima di tutto per l’offerta al pubblico di un prodotto completo, ma anche per raggiungere delle economie di scala interessanti dove possano nascere delle attività. A esempio, la gestione delle toilette e dei parcheggi. Se individuo i punti strategici dove la collocazione e l’uso sono più funzionali e dove i servizi possono essere facilmente usati da tutti, creo una struttura fruibile in modo intelligente. Vanno quindi pianificate da subito le forme di gestione e manutenzione, individuando i soggetti deputati e le forme di finanziamento.
2) Il polo attrattore è un altro punto fondamentale. I praticanti alla sera vogliono ritrovarsi, ad Arco (per es. i bikers fanno anche tanta vita nel paese). Vanno quindi individuati i poli attrattori su cui costruire la rete delle infrastrutture. L’obiettivo non è solo di creare una massa critica di visitatori che possa stimolare la crescita di nuova imprenditoria, ma anche un riferimento forte da spendere nella promozione.
Bisogna individuare strutture territoriali, associazioni, imprenditori che possano prendere in mano lo sviluppo diventandone i motori. Solo la passione di queste persone potrà essere il vero volano.

Un ultimo aspetto: la formazione degli operatori a questa nuova recettività. Questo è un altro passo molto importante soprattutto in riferimento al rapporto.
Chi gestisce l’attività recettiva deve essere aperto ai turisti e se gli chiedono dove sono le falesie devono saperlo spiegare con precisione, sapendo anche preparare la colazione. Non ci deve essere solo l’operatore ma, un po’ alla volta, bisogna che tutto il paese “mastichi” questa nuova modalità di ospitare facendo crescere anche nella popolazione, non direttamente coinvolta, la “simpatia” e la passione per queste attività sportive (elemento importante per i nostri ospiti: “sentirsi” a casa). Quindi servono operatori poco formali e che rispondano alle esigenze (servizi e strutture dedicate nelle unità recettive, conoscenza delle attività, parteggiare la passione…).

Noi ci abbiamo messo vent’anni, perché c’è stata un’evoluzione (utilizzo del web e dei social, promozione diretta). Chi arriva adesso può usufruire di momenti di formazione allargata basati su esperienze precedenti.

Angelo Seneci

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postato il 13 maggio 2014

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Le mura antiche della Chartreuse

La Chartreuse, subito a nord di Grenoble e a sud di Chambéry, si alza dalla valle dell’Isère con una bastionata calcarea di decine di chilometri, da lontano inconfondibile. Mostra così d’essere un altopiano da qualunque parte la si os­servi, stagliata di netto ai lati con pareti precipiti. Sono queste le mura più anti­che.

La Chartreuse è infatti un gigantesco e regale castello di pietra calcarea, occu­pato all’interno da immense foreste e grandi radu­re. La pressione che lo creò fu determinata dal sollevamento dei vicini massicci granitici (Monte Bianco, Belle­donne, ecc.): que­sti spaventosi sommovimenti piegarono gli strati sedimentari del­le sue rocce. In seguito iniziò il lungo lavoro di erosione: gli anticlinali furono praticamente sfondati, mentre i sinclinali re­sistono ancora oggi e costituiscono le sommità. Il paesaggio pre­senta cime tronche e asciutte, quasi tavole di pie­tra, isole dure su foreste più modellate, umide e morbide.

Proprio le caratteristiche di isolamento appena descritte deter­minano un clima più rigido e più umido che nel resto delle Preal­pi Calcaree del Nord: ciò ha si­gnificato, assieme all’evidente difficoltà di accesso, l’impossibilità per l’uomo di una colo­nizzazione antica. Soltanto nell’XI secolo, con la costruzione della Grande Chartreuse, si ebbero i primi timidi insediamenti. Tra le varie attività intraprese, non dissimili da altre zone di montagna, fu ingegnoso lo sfrutta­mento di un minerale, dal quale si estraeva ferro tramite rudimentali forni ali­mentati a legna.

La Grande Chartreuse
MuraAntiche-Chartreuse-La_Grande_MuraAntiche-ChartreuseLe prime costruzioni (1084) del convento erano ben differenti dall’attuale. San Bruno e i suoi sei compagni erano stati mandati lì, nel Désert de Chartreuse, dal vescovo di Grenoble. Il luogo era del tutto disabitato e i monaci costruirono qualche capanna di legno e una chiesa. Il primo monastero fu presto distrutto da una frana e un discepolo di San Bruno, Dom Guigues provvide a riedifi­carlo più in basso. In seguito vari incendi danneggiarono a più riprese gli edifici, fino a quello del 1676. La costruzione attuale è del 1688, occupa cinque ettari ed è coperta da 40.000 mq di tetti in ardesia.

La solitudine ha governato questo convento attraverso i secoli: anche le rego­le dell’ordine monastico dei certosini, redatte da Dom Guigues con molta fedel­tà allo spirito del fondatore, sono rimaste immutate, forti della loro essenziale semplicità. La vita del certosino è contemplativa, l’eremitaggio si organizza in tre momenti, la meditazione in preghiera, il lavoro intellettuale e il lavoro ma­nuale.

Il convento non è aperto al pubblico: lo si può guardare da fuo­ri, nella sua splendida cornice naturale. Ci possiamo solo imma­ginare cosa è la vita del monaco, chiusa tra mura antiche che rinserrano la sua volontà di isolamento e di concentrazione. Gli spessi muraglioni della Grande Chartreuse, unitamente alla recin­zione, evocano in qualche osservatore la sensazione strana di es­sere lui il prigioniero: forse perché il muro è comunque un vin­colo alla sua curiosità, forse perché di fronte a tanta austera maestà e in ambiente così sereno dav­vero gli pare di non essere stato in grado a suo tempo di fare le scelte giuste. E queste so­no dunque altre mura antiche, che proteggono chi è libero d’esse­re prigioniero e impediscono chi è prigioniero fuori.

Alphonse de Lamartine preferiva il riparo di un ponte di legno nelle Gorges du Guiers-Mort: nel 1823, sotto gli scrosci d’un temporale, scrisse nelle sue Méditations: Non esistono spaccature di roccia più profonde, svolte di strada più inattese, ponti più arditi e incerti su abissi spumeggianti. Meno romantico, Alexan­dre Dumas padre nel 1832 degustò il celebre elisir della Char­treuse: Appena bevuta qualche goccia ci sembrò d’aver ingoiato del fuoco e ci met­temmo a correre per la stanza come degli inva­sati. Marco Milani, salendo al Dent de Crolles, fu investito per ore da un vento violentissimo: era sicuro di vivere un momento particolare in cui l’essere si stava rivelando e mostrava il suo potere.

Il massiccio della Chartreuse, nei pressi di Grenoble
MuraAntiche-Chartreuse-LTA_3094_12256E dopo monaci e visitatori più o meno illustri, parliamo degli abitanti, conta­dini, pastori e boscaioli. La Chartreuse non è mai stata nei secoli prodiga con loro e anche oggi la mancanza di un turismo invernale per lo sci alpino è da molti sentita come una condanna, anche se lo sci di fondo e i suoi bellissimi per­corsi, favoriti dalla nevosità del microclima, offrono comunque un’invidia­bile alternativa. La vicinanza a Grenoble, invece di favorire l’insediamento nel cuore del massiccio, provoca un au­mento di abitanti nelle zone limitrofe: le vecchie e massicce ca­se con i tetti a quattro versanti spesso diventano le se­conde a­bitazioni dei cittadini, oppure sono affiancate da costruzioni nuove. Tutto oggi va così di fretta che il rimpianto supera sem­pre l’ottimismo: e così anche gli abitanti credono di essere un po’ prigionieri ed edificano questa loro convinzione sulla vaga invidia per chi è nato in città ed ha avuto dalla vita delle cose diverse. E queste sono le ultime mura antiche della Chartreuse, pur­troppo solide come le altre: mura che impediscono senza esi­stere.

postato il 19 aprile 2014