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Il viaggio istintuale per non si sa dove e quando

Il viaggio istintuale per non si sa dove e quando

Ferma restando la libertà di interpretare e di vivere un viaggio a seconda delle tendenze e dei caratteri individuali, vorrei qui soffermarmi sulla particolare angolatura di un punto di vista non scientifico e sulle opportunità da questa offerte all’esperienza generale nell’ambito di quei periodi di vita che noi chiamiamo “viaggi”.

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Per inciso, nella grande categoria del viaggio, accanto alle traversate, alle esplorazioni e alle immersioni nell’acqua o nelle culture diverse dalla nostra, includo quello alpinistico, dove tra un inizio e una fine succedono (o possono facilmente succedere) cose in ambiente naturale che possono cambiarci la vita stessa.

Personalmente sento una punta d’intima ribellione quando tecnica e scienza invadono oltremodo questo campo di avventura esperibile. Mi ribello cioè al “travel engineering”, la visione razionale del viaggio che vorrebbe “ottimizzare” le energie e il tempo impiegati.

L’ingegneria di viaggio programma i nostri spostamenti in base a curiosità e caratteristiche ambientali già esperite da altri, in funzione di avere la possibilità di toccare con mano il numero più grande possibile di meraviglie naturali, artistiche o culturali, per permettercene la documentazione fotografica e subito dopo passare ad altro fenomeno, nell’affannosa e continua rincorsa degli “highlights of the tour” resa possibile da spostamenti tattici ben studiati e ottimizzati, con un occhio particolare ai costi.

L’esempio opposto a questo particolare tipo di viaggio, ho già scritto e detto in più di un’occasione, è quello offerto dallo scrittore britannico Bruce Chatwin (1940-1989): quello che a tal punto si domandava Che ci faccio qui? da indurre i curatori a intitolare in tal modo l’ultimo suo libro, postumo.

Che errasse in Patagonia, o al seguito di Indira Gandhi, o alla ricerca dello yeti o in un quartiere malfamato di Marsiglia, Chatwin era sempre in viaggio e “osservava ogni esperienza con lo sguardo penetrante di chi, a partire da qualsiasi cosa, vuole andare il più lontano possibile”. Come se ogni fatto vissuto o luogo visitato non fosse un punto di arrivo da collezionare assieme ad altri, bensì un punto di partenza per il vero viaggio, quello per il non si sa dove e quando.

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Occorre porsi in particolare atteggiamento per essere ricettivi alla Chatwin; occorre umiltà, pazienza e fiducia che il nostro stesso destino sarà influenzato dalle cose che vedremo e vivremo. Occorre essere carichi di quella particolare fiducia che ciascuno di noi è molto propenso a richiedere agli altri e purtroppo molto meno disposto a concedere. Occorre affidarsi all’istinto, nella fiducia che sarà lui a governare la barca mentre procediamo nell’esperienza. Riconoscere la relazione, potenzialmente sempre feconda, tra la nostra intimità e quella altrui, tra il nostro sentire e l’ambiente che ci circonda.

Questa fiducia istintuale è l’unico passaporto per la responsabilità del viaggio, cioè dell’esperienza responsabile che abbiamo scelto intimamente e al di fuori delle suggestioni turistiche: non “fruitori”, ma attori responsabili e liberi.

La sicurezza fornita dal travel engineering è la principale nemica di questa libertà e della nostra responsabilità. L’ingegneria di viaggio ci rende soggetti paganti di un consumo passivo, come se il nostro viaggio non fosse nulla di più che una proiezione cinematografica in 3D.

Essere liberi e responsabili nel nostro viaggio istintuale vuole soprattutto dire essere esposti agli imprevisti. Nulla più dell’imprevisto è mal sopportato dall’ingegneria di viaggio. Nel necessario amore per l’imprevisto si delinea il robusto legame tra istinto-fiducia-imprevisto che costituisce il tessuto connettivo dell’avventura liberamente scelta e vissuta. Dove il limite è dato dalla nostra stessa accettazione di non poter programmare fatti, avvenimenti ed emozioni. Dunque, se si rispetta questo limite, si impara a essere davvero liberi.

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Per chi volesse sapere di più al riguardo del travel engineering (dal sito dell’Avalco Travel, http://www.avalcotravel.com/):

Le recenti NORME ISO 21101, 21102, 21103 (il set completo è disponibile dal 2014) sono rivolte al turismo d’avventura.
Esse suggeriscono criteri generali per la gestione dell’attività, con particolare riferimento a: pianificazione della stessa, competenza di guide e istruttori, comunicazioni interne ed esterne, informativa ai partecipanti, gestione delle emergenze e degli incidenti.
Inoltre trasmettono alcuni concetti importanti, tra cui:
– la necessità di documentare le procedure gestionali critiche per la qualità e la sicurezza dei servizi offerti;
– la necessità di effettuare periodicamente una ri-valutazione di rischi dell’attività e del relativo sistema di gestione;
– l’importanza della cultura e della pratica del miglioramento continuo.
Non entrano nel merito della valutazione e trattamento dei rischi, dato che per questi valgono le disposizioni delle norme ISO 31000 e 31010, oltre che quelle specifiche eventualmente esistenti per il settore di attività.
Alcune direttive nazionali nel settore Outdoor – Sport – Avventura sono in effetti disponibili da tempo in alcuni paesi, specialmente quelli di lingua inglese. Citiamo, in particolare:
-> le HB 246 della Nuova Zelanda, sulla Gestione dei Rischi, del 2010 ma pubblicate inizialmente nel 2004 come HB 8669;
-> le BS 8848, pubblicate la prima volta in UK nel 2007, sulla organizzazione di programmi di “turismo d’avventura” all’estero.
Queste norme, periodicamente aggiornate, sono spesso utili nella pratica e si dovranno idealmente integrare con le più generali e recenti ISO 21101.
Avendo la valenza di direttive facoltative (“guidelines”), esse non sono obbligatorie per legge. Ciò lascia la libertà all’operatore di adottarle, del tutto o solo in parte, secondo le proprie esigenze e, possibilmente, anche nell’interesse degli utenti.

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Il ticket di Goloritzé

Il 26 luglio 2016 sulla pagina facebook Comune di Baunei – Santa Maria Navarrese appariva la notizia che dal 1° agosto 2016 il sentiero di accesso alla famosa Cala Goloritzé sarebbe stato percorribile solo a pagamento. Nella data indicata l’esperimento, come lo stesso Comune lo ha definito, ha avuto inizio.

Il 29 luglio c’è stata un’operazione congiunta fra uomini della Polizia Municipale di Baunei e del Corpo Forestale della BLON di Arbatax: all’alba, dieci persone, tutte di nazionalità straniera, sono state sorprese a bivaccare nell’arenile di Goloritzé. A tutti è stato contestato il mancato rispetto dell’Ordinanza Comunale sull’Uso turistico del territorio comunale e quindi a tutti è stata elevata contravvenzione.
E’ curioso che ancora oggi (3 ottobre), sul sito ufficiale del Comune, non ci sia traccia della delibera 34 del 25 luglio 2016, giorno in cui la maggioranza del Consiglio comunale ha votato il Progetto sperimentale Goloritzé. Su facebook, il 2 agosto 2016, la chiede anche Gianluca Piras: “Dove posso trovare la delibera 34 del 25/07/2016? E non mi dite nel sito istituzionale, perché lì non si trova”.

Noi crediamo che, a prescindere dalle ragioni ambientali e dalle necessità di finanziamenti del Comune di Baunei, a distanza di un bel po’ di settimane si possa tentare di fare una ricapitolazione di quest’esperimento, in se stesso utile quanto pericoloso. Vi invitiamo a commentare, lo spazio apposito qui sotto è aperto a chiunque.

Il “la” di partenza lo diamo riportando per intero quanto apparso su facebook il 26 luglio.

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Il ticket di Goloritzé
a cura di Comune di Baunei – Santa Maria Navarrese
26 luglio 2016

Nella seduta di Consiglio Comunale del 25 luglio 2016 la maggioranza ha votato compatta il Progetto sperimentale Goloritzé che, in virtù della maggioranza qualificata dei due terzi, è ora esecutivo.
Il gruppo di minoranza, che già aveva disertato la seduta della commissione usi civici convocata il 18 luglio scorso, nella quale l’unico assente risultava proprio il consigliere Antonello Murgia, ha votato contro.
La linea di indirizzo approvata è quella di concedere in gestione in via sperimentale, per un periodo di tre mesi, dal 01 agosto al 31 ottobre 2016, ai sensi dell’art. 67 del Regolamento Comunale per l’esercizio degli Usi Civici, il percorso trekking per la spiaggia denominata “Cala Goloritzé” all’associazione di scopo Club di Prodotto Supramonte di Baunei in modo da garantire:
– la vigilanza e il controllo tramite operatori all’ingresso del sentiero e in spiaggia;
– il parcheggio custodito all’ingresso del sentiero;
– i servizi igienici minimi alla partenza e al rientro dalla caletta;
– la pulizia del sentiero e della spiaggia inclusa la raccolta differenziata;
– la sistemazione di cartellonistica informativa e regolamentare.

Il sentiero sarà fruibile in ingresso dalle 7.30 fino alle 16.30 di ogni giorno.
In questa fase sperimentale è stato stabilito il pagamento di un ticket di ingresso per i servizi offerti di € 6,00 a persona adulta ed € 3,00 ridotto.
Non pagheranno il biglietto d’accesso i bambini da 0 a 6 anni, mentre i bambini da 6 a 10 anni pagheranno il biglietto ridotto.
Riduzioni previste anche per gruppi accompagnati da guide alpine e guide ambientali regolarmente iscritte nell’albo regionale delle Guide Ambientali e per i gruppi accompagnati dalle guide che aderiscono al Club di prodotto Supramonte di Baunei.
Non pagherà il ticket neanche chi, dopo una bella nuotata raggiungerà la spiaggia, una volta lasciata l’imbarcazione oltre le boe di delimitazione della cala, considerato che l’accesso alla spiaggia alle imbarcazioni è vietato. Tutto nel pieno rispetto dell’art. 1, comma 251 della Legge n. 296/2006 e della giurisprudenza in materia come di recente la sentenza del T.A.R. Sardegna, Sez. II, 12 giugno 2013, n. 205/2013.
Sarà possibile acquistare il biglietto negli infopoint, all’ingresso del sentiero ed eventualmente anche in spiaggia.
Nella stessa seduta è stato approvato lo schema di “Disciplinare per l’affidamento di servizi connessi alla fruizione ambientale e turistica del percorso trekking per la spiaggia denominata “Cala Goloritzé’”.

Sardegna, Supramonte di Baunei, Cala e Aguglia Goloritzé

Ai fini di garantire l’applicazione di questo modello di gestione di un bene di altissimo pregio ambientale e naturalistico e per dare completezza all’attività sperimentale di gestione del sentiero, verrà emendata l’ordinanza sindacale n° 14 del 24.06.2016 – Uso Turistico del Territorio Comunale, affinché si preveda:
– divieto assoluto di ingresso alla cala Goloritzé via mare;
– possibilità di rientro via mare solo dopo le ore 16.30 esclusivamente per itinerari complessi facenti parte di pacchetti escursionistici di visita guidata del Supramonte;
– chiusura del traffico veicolare volto al raggiungimento della Cala Goloritzé e altre destinazioni limitrofe dalla strada denominata “Strada Comunale Ginnirco”, posizionando una sbarra di limitazione alla circolazione all’altezza del Coile Irbiddotzili, ad esclusione degli utilizzatori della strada per gli altri usi consentiti, compresi gli usi civici.
Con l’aumento delle presenze turistiche che si è avuto in questi anni, l’Amministrazione comunale di Baunei ha constatato che gli accessi alla spiaggia di Cala Goloritzé sono praticamente incontrollati e che causano persistenti problematiche derivanti da bivacchi ripetuti e non autorizzati, dall’abbandono di rifiuti, da danneggiamenti del sito, dal verificarsi di piccoli incendi, dalla situazione a volte critica (denunciata da diversi fruitori) sullo stato igienico sanitario, dalla circolazione di veicoli su vie sterrate minori utilizzate per raggiungere più velocemente la caletta con conseguente danneggiamento delle strade stesse a discapito delle persone che devono accedervi per attività legate ai diritti di uso civico.
Le suddette criticità contrastano con gli obiettivi di buona gestione del territorio e con i dettami normativi e regolamentari in materia, tra cui la tutela dei valori ambientali e paesaggistici, le norme igienico-sanitarie, il regolamento d’uso del demanio civico, nonché con l’economia locale mirata a uno sviluppo sostenibile per la tutela e la valorizzazione di detti beni.
Per questi motivi si ritiene ormai improcrastinabile regolamentare gli accessi al sistema sentiero-cala Goloritzé, garantirne il continuo controllo e vigilanza, nonché la manutenzione e il risanamento da rifiuti e danneggiamenti, in modo da garantire la massima qualità ai tanti visitatori che scelgono Cala Goloritzé come destinazione turistica.

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Allegre proposte turistiche outdoor

Allegre proposte turistiche outdoor
(tutte braccia rubate all’escursionismo)

Tiro al piattello in montagna
Evidentemente molte persone NON considerano essenziale il silenzio in montagna. Ad alcuni il silenzio fa orrore.

Il trofeo memorial Ducoli Giacomone, 2015. La rete stesa serve a raccogliere i piattelli
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Al cosiddetto “rifugio” Bazena-Tassara 1804 m si giunge in auto, da Breno o dal Passo di Croce Domini (a lato della Valcamònica): chi, domenica 17 luglio 2016, fosse andato in gita sul monte Frerone (El Frér in camuno, Al Frerù in bresciano), proprio sopra al suddetto “rifugio”, avrebbe udito per tutto il giorno il ripetuto e assordante rumore di colpi di carabina. Gli spari si susseguivano in occasione dell’annuale trofeo memorial (di tiro al piattello) Ducoli Giacomone, organizzato dalla FIDASC (Federazione Italiana Discipline Armi Sportive da Caccia) e giunto alla 17a edizione. Un frastuono che sentivano proprio tutti, anche quelli che non avrebbero voluto.

La gara (www.fidascvallecamonica.it/eventi-2016.html), vinta quest’anno da Maurizio Belotti, era ambientata sul prato appena a lato del detto “rifugio”, peraltro aduso ad altre iniziative ben rumorose e invasive (d’inverno con le motoslitte, d’estate con un corto alpine coaster/fun bob). Vedi a questo proposito il sito http://www.rifugiobazena.it/, nel quale il “rifugio” si autopresenta così:

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Del resto, in zona, ogni anno, nell’ultimo week-end di luglio, si tiene il motoraduno di Passo Croce Domini, della durata di tre giorni (venerdì, sabato e domenica).

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Il sottile legame tra specializzazione e consumismo
Se c’è una cosa che non dà fastidio a nessuno è il silenzioso nordic walking. La mia scarsa considerazione per quest’attività non è dovuta al fatto che sia prossima alla “fatica zero”. Ognuno è libero di fare quanta fatica desidera e come lo desidera, poca o tanta, anche a seconda delle sue possibilità.

Mi limito a osservare che la sua recente “invenzione” e “diffusione”, a dispetto di quanto predicato, non differisce affatto dal comune “escursionismo”, una parola che, chissà perché, nessuno pronuncia più. Anche la parola “passeggiata” è ormai praticamente riservata alle gite a cavallo.

Ötzi faceva qualcosa di simile 5000 anni fa, senza pretese, nonostante tutte le operazioni da specializzazione che le hanno cucito addosso per attribuirle (come si dice) “dignità” di disciplina sportiva.

Mi infastidisce non l’esercizio in se stesso bensì la sua denominazione, poiché questo “battesimo” evidenzia come tanti di coloro che trattano qualcosa non riescono ad evitare di tentarne una “qualificazione”, dunque darne le regole e quindi in qualche modo, più o meno invasivo, di imporla ad altri, anche a costo di forzarli.

Die Fotos dürfen ausschließlich für PR- und Marketingmaßnahmen des Füssen Tourismus und Marketing - Kaiser Maximilian Platz 1 - 87629 Füssen verwendet werden. Jegliche Nutzung Dritter ist mit dem Bildautor (www.guenterstandl.de) gesondert zu vereinbaren.

In quest’ultimo senso, ad esempio, si può interpretare l’intestazione Nordic Walking Park di Brenzone sul Garda data a un qualsiasi percorso pre-esistente.

Il problema che vorrei evidenziare non riguarda la validità o meno dell’attività (qualunque essa sia è comunque indifferente a chi non la pratica); riguarda invece il fenomeno per il quale, quando qualcuno rimaneggia qualcosa è come se ne appropriasse e, di fatto se non di diritto, la imponesse ad altri, quantomeno come modello da considerare secondo una sua pretesa configurazione, la quale risulterà più o meno rilevante o vincolante a seconda dell’importanza che riesce ad acquisire nel pubblico (più o meno consumistica).

Per chi non lo sapesse, ricordiamo qui che anche per il Nordic walking si fanno corsi, si rilasciano diplomi e c’è qualcuno che di fatto fa intendere che ve ne sia un’esclusiva professionale.

Di tale attività didattica a me e tanti altri non importa nulla, però non mi piacciono né le prese in giro (come quelle volte a dimostrare, con dovizia di argomenti tecnici se non scientifici, che è un qualcosa a sé), né le operazioni di mercato che operano, in ogni possibile angolo in cui si possa farlo e nella combinazione con analoghe altre, sul terreno “culturale“.

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Questo è il problema. E’ una strategia, una pratica in corso: proporre e diffondere attività, a volte appunto insulse ma comunque gestibili, con mira a mutare la mentalità delle persone, da soggetti autopensanti, silenziosi, rispettosi, consci di limiti, ecc., a soggetti potenziali consumatori, ovviamente di ciò che è facile e divertente ove si vogliano attingere i numeri grossi.

“Discipline” come quelle del bob estivo, del tiro al piattello montano, del nordic walking, dei parchi-avventura, delle funi e ponti tibetani e analoghi divertimentifici, sono ciascuna e tutte nel senso di alterare la precedente mentalità (a cominciare da quella dei bambini) di chi frequenta la montagna: ed è su questo terreno che, se si vuole, occorre rinvigorire o creare anticorpi.

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Luoghi e nonluoghi

Luoghi e nonluoghi

L’espressione non luogo non significa, come si potrebbe immaginare, luogo che non esiste. Significa invece luogo privo di un’identità, quindi un luogo anonimo, un luogo staccato da qualsiasi rapporto con il contorno sociale, con una tradizione, con una storia. In genere, quando si parla di non luogo, si ricordano gli aeroporti, le autogrill, i centri commerciali, le stazioni; tutti luoghi che hanno questa stessa caratteristica, una sorta di anonimato, una riproduzione in serie anche degli ambienti architettonici all’interno del quale quella istituzione è collocata. A usare per primo l’espressione non luogo è stato l’antropologo francese Marc Augé che ha usato, appunto, l’espressione non lieu. Lo ha fatto nel 1992, nel titolo di un suo libro che è stato poi tradotto nel 1996 con il titolo in italiano di Nonluoghi. Introduzione a una antropologia della surmodernità. Da quel momento l’espressione non luogo ha avuto grande successo anche nella lingua italiana e il successo è dimostrato anche dal fatto che è scritta indifferentemente e con un trattino tra non e luogo, e, ancora più spesso, la forma è univerbata, quindi nonluogo scritta in un’unica soluzione. A partire dal 2003 nonluogo è entrato ufficialmente come termine prima in un dizionario dei neologismi, e in un secondo momento ha cominciato ad essere registrata anche in tutti i vocaboli della lingua italiana (Valeria Della Valle)”.

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Luoghi e non luoghi: lo spazio tra Marc Augé e Zygmunt Bauman
(Articolo tratto dalla tesi di Laura Lucchese, L’arte del viaggiare: l’etnografia del pendolare, studio sociologico sulle moderne forme del viaggiare e della loro relazione con le concezioni di tempo e spazio modificatesi con le più recenti trasformazioni sociali. Tesi pubblicata su http://sociologia.tesionline.it/sociologia/articolo.jsp?id=2597 il 15 settembre 2008)

Nell’esperienza contemporanea, luoghi e non luoghi «si incastrano, si compenetrano reciprocamente, la possibilità del nonluogo non è mai assente da un qualsiasi luogo» così Chiara Giaccardi e Mauro Magatti riprendono un’affermazione di Marc Augé sulla compresenza nello spazio sociale di luoghi della solitudine, della non permanenza, dell’interazione strumentale e contrattuale.
Ma cosa sono effettivamente i luoghi e i non luoghi?
I primi riguardano uno spazio relazionale identitario storico, cioè uno spazio in cui le relazioni sono sollecitate e sono parte integrante di questo luogo, i soggetti si riconoscono al suo interno e per questo è definito identitario e storico perché i soggetti hanno una storia comune o si richiamano ad essa.
Il nonluogo ha caratteristiche opposte, riguarda gli spazi di transito, di attraversamento, che sono pensati a prescindere dalla relazione, infatti, non sono identitari cioè non sono spazi in cui ci si riconosce come appartenenti (classici non luoghi sono l’aeroporto, la stazione).
Nella contemporaneità proliferano questi spazi che sono pensati attorno a dei fini, essi sono come degli incroci di mobilità, dove il rapporto principale si svolge tra il luogo e l’individuo, non tra gli individui all’interno di questo luogo. Naturalmente poi ogni non luogo può diventare un luogo per qualcuno: si tratta quindi, di una distinzione di atteggiamento e non di sostanza.
Il nonluogo: “è uno spazio privo delle espressioni simboliche di identità, relazioni e storia: esempi tali di ‘non luoghi’ sono gli aeroporti, le autostrade, le anonime stanze d’albergo, i mezzi pubblici di trasporto […]. Mai prima d’oggi nella storia del mondo i non luoghi hanno occupato tanto spazio (Zygmunt Bauman, Modernità liquida, 2002, p. 113)”.

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Bauman riprende anche una distinzione fatta da Claude Lévi-Strauss, tra spazi antropoemici e spazi antropofagici, cioè tra spazi che sono costruiti in modo da respingere, da disincentivare la socialità e spazi invece che sono costruiti in modo da fagocitare i soggetti, i comportamenti disciplinati in qualche modo, annullando quella alterità che rende possibile la socialità.
I nonluoghi hanno alcune caratteristiche dei luoghi emici (antropoemici), ma accettano l’inevitabilità di una loro frequentazione da parte di estranei, chiunque vi si trovi deve sentirsi come se fosse a casa propria ma non comportarsi come se davvero lo fosse.
Inoltre, ci sono luoghi dove le differenze vengono rese invisibili e ognuno di essi ha una specifica modalità, tra questi, gli spazi vuoti. “Luoghi ai quali non viene attribuito nessun significato. Non hanno bisogno di essere divisi fisicamente da staccionate o barriere. Non sono luoghi proibiti, ma spazi vuoti, inaccessibili a causa della loro invisibilità… (Jerzy Kociatkiewicz e Monika Kostera, citati da Zygmund Bauman, Modernità liquida, 2002)”.
Questi sono spazi che non hanno alcun tipo di significato e non sono nemmeno in grado di darne uno. Per come vengono descritti, sono luoghi che non vengono “colonizzati” perché nessuno ne sente il bisogno, sono in fondo alla lista di tutti gli spazi descrivibili. «La vacuità del luogo è negli occhi di chi guarda e nelle gambe o nelle ruote di chi procede. Vuoti sono i luoghi in cui non ci si addentra e in cui la vista di un altro essere umano ci farebbe sentire vulnerabili, a disagio e un po’ spaventati (Zygmunt Bauman, Modernità liquida, 2002, p. 116)».
Il tipo di società che nasce e si sviluppa ancor oggi vede l’accrescersi del controllo e degli strumenti d’azione, da parte delle società umane, in diversi aspetti della vita: stato, impresa e scienza, ma in particolare nel viaggio, un viaggio nel tempo libero, per turismo o per lavoro.

Expo, un nonluogo per eccellenza
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Nonluogo in montagna
(adattamento e interpretazione da Wikipedia, a cura della Redazione)

Il neologismo nonluogo (o non luogo, entrambi modellati sul francese non-lieu) definisce due concetti complementari ma assolutamente distinti: da una parte quegli spazi costruiti per un fine ben specifico (solitamente di trasporto, transito, commercio, tempo libero e svago) e dall’altra il rapporto che viene a crearsi fra gli individui e quegli stessi spazi.

Definizione
Marc Augé definisce i nonluoghi in contrapposizione ai luoghi antropologici, quindi tutti quegli spazi che hanno la prerogativa di non essere identitari, relazionali e storici. Fanno parte dei nonluoghi sia le strutture necessarie per la circolazione accelerata delle persone e dei beni (autostrade, svincoli e aeroporti), sia i mezzi di trasporto, i grandi centri commerciali, gli outlet, i campi profughi, le sale d’aspetto, gli ascensori, eccetera. Spazi in cui milioni di individualità si incrociano senza entrare in relazione, sospinti o dal desiderio frenetico di consumare o di accelerare le operazioni quotidiane o come porta di accesso a un cambiamento (reale o simbolico). I nonluoghi sono prodotti della società della surmodernità, incapace di integrare in sé i luoghi storici confinandoli e banalizzandoli in posizioni limitate e circoscritte alla stregua di “curiosità” o di “oggetti interessanti”. Simili eppure diversi: le differenze culturali massificate, in ogni centro commerciale possiamo trovare cibo cinese, italiano, messicano e magrebino. Ognuno con un proprio stile e caratteristiche proprie nello spazio assegnato. Senza però contaminazioni e modificazioni prodotte dal nonluogo. Il mondo con tutte le sue diversità è tutto racchiuso lì.

I nonluoghi sono incentrati solamente sul presente e sono altamente rappresentativi della nostra epoca, che è caratterizzata dalla precarietà assoluta (non solo nel campo lavorativo), dalla provvisorietà, dal transito e dal passaggio e da un individualismo solitario. Le persone transitano nei nonluoghi ma nessuno vi abita.

Per provare a definire qualche realtà dell’attuale turismo montano usando la definizione di nonluogo: alberghi e rifugi alpini a conduzione non personalizzata, alberghi e bar dei passi alpini, tutti gli impianti sciistici (la magnitudo di spersonalizzazione dei quali aumenta con le dimensioni del domain skiable). Ma aggiungiamo le falesie attrezzate esclusivamente per l’arrampicata sportiva, le vie ferrate, i percorsi vita. Qualunque tipo di rating (dal numero di stelle alla graduazione di difficoltà) accelera il processo che trasforma un luogo in un nonluogo.

Certo, la divisione non è sempre così netta: i luoghi e i nonluoghi sono sempre altamente interlegati e spesso è difficile distinguerli. Raramente esistono in “forma pura”: non sono semplicemente uno l’opposto dell’altro, ma fra di essi vi è tutta una serie di sfumature. In generale però sono gli spazi dello standard, in cui nulla è lasciato al caso tutto al loro interno è calcolato con precisione il numero di decibel, dei lum, la lunghezza dei percorsi, la frequenza dei luoghi di sosta, il tipo e la quantità di informazione. Sono l’esempio esistente di un luogo in cui si concretizza il sogno della “macchina per abitare”, spazi ergonomici efficienti e con un altissimo livello di comodità tecnologica (porte, illuminazione, acqua automatiche).

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Rapporto tra i “nonluoghi” e i loro frequentatori
Nonostante l’omogeneizzazione, i nonluoghi solitamente non sono vissuti con noia ma con una valenza positiva (l’esempio di questo successo è il franchising ovvero la ripetizione infinita di strutture commerciali simili tra loro). Gli utenti poco si preoccupano del fatto che i centri commerciali siano tutti uguali, godendo della sicurezza prodotta dal poter trovare in qualsiasi angolo del globo la propria catena di ristoranti preferita o la medesima disposizione degli spazi all’interno di un aeroporto. La montagna non fa eccezione, anzi certi aspetti sono acuiti, esagerati. Per esempio, quella sensazione di smarrimento che un escursionista non pratico della zona si ritrova a provare si attenua di molto in presenza di baite accanto alle piste di sci, di cartelli segnaletici, posteggi organizzati, di rifugi pieni di giorno e vuoti di notte.

Il rapporto fra nonluoghi e i suoi abitanti avviene solitamente tramite simboli (parole o voci preregistrate). L’esempio lampante sono i cartelli affissi negli aeroporti vietato fumare oppure non superare la linea bianca davanti agli sportelli. L’individuo nel nonluogo perde tutte le sue caratteristiche e i ruoli personali per continuare a esistere solo ed esclusivamente come cliente o fruitore. Il suo unico ruolo è quello dell’utente, questo ruolo è definito da un contratto più o meno tacito che si firma con l’ingresso nel nonluogo.

Le modalità d’uso dei nonluoghi sono destinate all’utente medio, all’uomo generico, senza distinzioni. Non più persone ma entità anonime. Non vi è una conoscenza individuale, spontanea e umana. Non c’è più libertà. Negli anni ’70 l’Albergo Col di Lana del Passo Pordoi ha visto gesta e amicizia di un gruppo di giovani tra i più creativi della storia dell’alpinismo: quel luogo era gestito dal carisma e dall’umanità di Almo Giambisi. Il quale però ha ricreato questo bel clima al rifugio Antermoja. Stessa atmosfera al rifugio Gardeccia grazie a Marco Desilvestro. Non è vero che oggi non vi sia più possibilità di gestire e frequentare un vero luogo: basti ancora pensare al rifugio Boccalatte di Franco Perlotto.
Nel nonluogo non vi è un riconoscimento di un gruppo sociale, come siamo abituati a pensare nel luogo antropologico. La tessera del Club Alpino Italiano non è più certificazione di passione in comune ma è vista quasi come un fastidio in certi “rifugi”.
Una volta l’uomo aveva un’anima e un corpo, oggi ha bisogno anche di un passaporto, altrimenti non viene trattato da essere umano: così scriveva il novelliere e saggista Stefan Zweig. Da quel tempo il processo di disindividualizzazione della persona è andato via via progredendo, di pari passo con quella dei luoghi. Anche nella ben tenuta montagna del Tirolo le diverse località si stanno sempre più omologando, con i medesimi rifugi e ristoranti: se ci sono differenti identità storiche, queste tendono a perdere personalità e attrattiva culturale nel momento in cui sono ridotte a stereotipo di richiamo turistico.

Si è socializzati, identificati e localizzati solo in occasione dell’entrata o dell’uscita (o da un’altra interazione diretta) nel/dal nonluogo; per il resto del tempo si è soli e simili a tutti gli altri utenti/passeggeri/clienti che si ritrovano a recitare una parte che implica il rispetto delle regole. La società che si vuole democratica non pone limiti all’accesso ai nonluoghi, a patto che si rispettino una serie di regole, poche e ricorrenti. Farsi identificare come utenti solvibili (e quindi accettabili), attendere il proprio turno, seguire le istruzioni, fruire del prodotto e pagare.

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Il concetto di gita
Anche il concetto di gita è stato pesantemente attaccato dalla surmodernità: grandi “nonluoghi” posseggono ormai la medesima attrattività turistica di alcuni monumenti storici. Si veda la funivia del rifugio Torino appena rimodernata. Si va alle Tre Cime di Lavaredo con la stessa religiosa devozione con cui i cattolici vanno a San Pietro, i musulmani alla Mecca, i giocatori d’azzardo a Las Vegas, i bambini a Disneyland o Gardaland, le famiglie all’Auchan il sabato pomeriggio. Questo tipo di gita, oggi, è sempre più diffuso.

Centri commerciali
L’identificazione dei centri commerciali come nonluoghi, tuttavia, è stata oggetto di messe a fuoco distinte da quella di Marc Augé: una ricerca effettuata in Italia su un vasto campione di studenti delle scuole superiori (Lazzari & Jacono, 2010) ha mostrato come i centri commerciali siano uno dei punti di ritrovo d’elezione per gli adolescenti, che li pongono al terzo posto delle proprie preferenze d’incontro dopo casa e bar. Secondo Marco Lazzari (2012) i nativi digitali sono nativi anche rispetto ai centri commerciali, nel senso che non li percepiscono come una cosa altra da sé: sfuggendo la retorica del nonluogo e ogni snobismo intellettuale, i ragazzi sentono il centro commerciale come un luogo vero e proprio, di frequentazione non casuale e non orientata soltanto all’acquisto, dove si può esprimere la socialità, incontrare gli amici e praticare con loro attività divertenti e interessanti. Lo stesso Augé, in effetti, ha successivamente convenuto che «qualche forma di legame sociale può emergere ovunque: i giovani che si incontrano regolarmente in un ipermercato, per esempio, possono fare di esso un punto di incontro e inventarsi così un luogo».

Il campo profughi di Zaatari, vicino a Mafraq, Giordania
An aerial view shows the Zaatari refugee camp on July 18, 2013 near the Jordanian city of Mafraq, some 8 kilometers from the Jordanian-Syrian border. The northern Jordanian Zaatari refugee camp, now home to 160,000 Syrians, equal in size to what would be Jordan's fifth-largest city. AFP PHOTO/MANDEL NGAN/POOL        (Photo credit should read MANDEL NGAN/AFP/Getty Images)

Il nonluogo nei rifugiati
Augé definisce come doppiamente destinati al nonluogo i rifugiati: essi tagliano i ponti con il luogo di provenienza, a volte per sempre, e si imbarcano senza identità verso qualcosa che non raggiungeranno mai. Sono in duplice negazione. Si crea, particolarmente nell’Europa che tenta di fermare l’ingresso dei migranti, una coppia di nonluoghi: quelli dell’abbondanza, sostanzialmente già descritti sopra, e quelli della miseria, come campi profughi, centri di detenzione dei migranti et similia. In essi la tendenza spontanea riscontrabile nei centri commerciali o in altri nonluoghi a divenire, per alcuni, dei veri e propri luoghi, non si verifica, trattandosi di spazi strutturalmente esclusivi e transitori. L’identità è pericolosa per chi ci si trova (poiché espone al rischio di espulsione o incarcerazione) e questo elimina ogni possibilità di riconversione in luogo.

Bibliografia
Marc Augé, Nonluoghi. Introduzione a un’antropologia della surmodernità, Elèuthera, 2009 (prima ed. in italiano nel 1996);
Marc Augé, Che fine ha fatto il futuro? Dai non luoghi al non tempo, Elèuthera, 2009;
Marc Augé, Disneyland e altri nonluoghi, Bollati Boringhieri, 1999;
Marc Augé, I nuovi confini dei nonluoghi, Corriere della Sera, 12 luglio 2010, pag. 29.

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Lo scempio del “parco giochi” boulder

La scorsa primavera su facebook sono circolate immagini tristemente esplicative di come si possa massacrare un bosco in nome di un’attività per nulla impattante come quella del bouldering.

Giustamente Giordano Mazzini ha definito i lavori per il terzo Gramitico “uno scempio perpetrato in Val Daone, la trasformazione di un bosco in un parco giochi per arrampicatori”.

Il Boulder Park è il primo intervento di Valdaonexperience (www.valdaonexperience.it), un piano pluriennale di sviluppo del turismo outdoor in Valle di Daone, per farne un riferimento per quanti amano lo sport nella natura – climbers, trekkers e bikers.
Nell’ambito di questo “progetto di sviluppo” della valle, nella primavera 2016 si è dato il via alla devastazione del bosco, con taglio alberi, spianamenti enormi, pulizia integrale dei sassi con idropulitrice, indicazione degli stessi con numeri e top con puntellamento di targhette metalliche. Ovvio il piazzamento di cartelloni e striscioni sponsor fissi, più il posizionamento di panche e tavoli nell’area.
Hanno praticamente reso irriconoscibile la zona per farla assomigliare a una palestra a cielo aperto.

GraMitico 2014, il boulder meeting in Valle di Daone
Tutto è nato con l’edizione del primo GraMitico, il raduno boulder che si è tenuto in Valle di Daone (TN) il 13 e 14 settembre 2014. Presenti i due grandi campioni Jacky Godoffe e Christian Core, l’evento radunò quasi 200 partecipanti.

L’edizione 2014 di GraMitico
ScempioParcoGiochiBoulder-Gramitico+ValDaone-2014-FotoAngeloDavorio-Daoneclimbing.com

Planetmountain riferì a suo tempo che “il meeting è stato l’occasione per fare conoscere ai tanti appassionati di questa giovane disciplina il nuovo Boulder Park voluto dalla Amministrazione Comunale di Daone in località Plana e realizzato grazie anche al sostegno finanziario della Comunità di Valle delle Giudicarie e del Consorzio Turistico Valle del Chiese.
In quest’angolo di foresta ai piedi della cascata di Lert, infatti, sono stati puliti una trentina di massi, è stato livellato il terreno alla base dei blocchi con trucioli di larice, si sono rimossi ostacoli pericolosi, tracciati sentieri di collegamento tra le diverse aree. Si è lavorato, insomma, per creare un’area attrezzata adatta ai tanti sportivi che solitamente praticano questa disciplina nelle sale boulder urbane e vogliono provare l’emozione di scalare su blocchi in granito; per accogliere le famiglie, anche con bambini; per avvicinare a questa pratica sportiva quanti ne sono affascinati incrementando le presenze turistiche con l’attenzione, però, a ridurne l’impatto sulla natura.

I blocchi di granito, il bosco, i ruscelli che scorrono ai piedi dei massi creano un ambiente di favola, un vero e proprio paradiso, ideale per una vacanza all’insegna dello sport nella natura. Il Boulder Park sarà completato nella prossima primavera con percorsi segnalati che porteranno grandi e piccoli a scoprire passo per passo tecniche, movimenti ed equilibri del muoversi sulla roccia. E, accanto a questi, saranno realizzati anche alcuni servizi come aree sosta, toilette, segnaletica in loco e in avvicinamento, perché l’area si caratterizzi quale punto di incontro e condivisione”.

GraMitico Valdaone 2015
Dal 11 al 12 luglio 2015 la Valle di Daone ha ospitato la seconda edizione di GraMitico, con la partecipazione di più di 400 climbers e la presenza di campioni come Marzio Nardi, Roberto Parisse e Roberta Longo.

L’evento è stato voluto dalla Pro Loco di Daone e dal Comitato Speed Rock in partnership con il Comune di Valdaone, promotore del progetto Valdaonexperience che si propone di “valorizzare” la valle e tutte le numerose attività che offre: “Vorremmo fare scoprire la bellezza del boulder nella natura a chi lo pratica nelle sale delle grandi città facendo scoprire il tocco del granito, l’aria fresca del bosco, la musica delle cascate”. Da qui la nascita del Boulder Park La Plana, in cui sono stati segnalati tre circuiti di blocchi con diverse difficoltà tra cui il Sentiero della Lince per i più piccoli. Negli intenti del progetto si vuole gradualmente creare un’area attrezzata con il doppio obiettivo di facilitare e incrementare la pratica ma allo stesso tempo ridurne l’impatto sulla natura, perciò sono state sistemate le aree di caduta per facilitare la posa dei crashpad ed eliminati gli ostacoli pericolosi in modo da rendere l’area accessibile a boulderisti di tutte le capacità ed età.

Il problema è che, a nostro avviso, quanto i boulderisti che praticano sono davvero rispettosi dell’ambiente, tanto lo spianamento e l’adattamento alle esigenze di sicurezza sono l’esatto contrario.

L’edizione 2015 di Gramitico
ScempioParcoGiochiBoulder-Gramitico+ValDaone2015-ArchScempioParcoGiochiBoulder-Gramitico2015

Primavera 2016: confrontare con la foto sopra per il taglio degli alberi
ScempioParcoGiochiBoulder-Gramitico+ValDaone2016FotoMicheleGuarneri

GraMitico Valdaone 2016
La logica del progetto è ben riassunta in questa pagina:
http://www.valdaonexperience.it/boulder/arrampicata-x/boulder-park-la-plana/gramitico-2016/ in occasione del terzo Gramitico che si è tenuto il 2 e 3 luglio 2016. Ecco alcune affermazioni:

“Hai conosciuto il bouldering nelle sale indoor della tua città? Gramitico è l’occasione di scoprire la magia dell’arrampicata sui massi di granito tra abeti e cascate del nuovo Boulder Park della Foresta di Plana”.

ScempioParcoGiochiBoulder-Gramitico+ValDaone-guida

Il Boulder Park è un vero parco giochi per gli appassionati dell’arrampicata boulder: decine di massi di stupendo granito sono stati puliti, il terreno livellato e liberato da ostacoli, tracciati sentieri nella foresta, segnati percorsi anche per principianti e bambini, arredate aree di sosta”.

E’ stata fatta accurata catalogazione dei massi, tutti di modeste dimensioni, non più alti di 3-4 metri. Attualmente vi sono 14 zone con circa 600 blocchi puliti e ben accessibili: Occhio d’Aquila, Plaz, La Plana, L’occhio del ciclope, Cascata, Curva Lago, Diciotto Dodici, Fiume, Subacqueo, Doss dei Aser, SS, Mr. Nice, Nudole.

Anche la terza edizione dell’evento è stata un successo. Alle 14 del 2 luglio il sole ha fatto finalmente capolino e si è fatto sentire scaldando in poche ore i blocchi del Boulder Park La Plana. Nel primo pomeriggio tutti i boulderisti si sono radunati al boulder park e, crash pad in spalla e magnesite alla mano, hanno iniziato a esplorare l’area e a mettersi alla prova sui sassi di granito che contraddistinguono il territorio.

La giornata è poi proseguita al campo base in località Limes dove gli iscritti a GraMitico hanno decretato i vincitori del contest The Magic Line 2016. Ad aggiudicarsi la vittoria è stato il duo Jenny Lavarda – Riccardo Vencato.

Il boulder meeting GraMitico si è confermato ulteriormente come occasione per avvicinare tutti all’arrampicata su blocchi in un contesto outdoor, spaziando tra top, beginner, no big, family e kids.

ScempioParcoGiochiBoulder-Gramitico+ValDaone-DAONEBoulder

Come viene ben spiegato in http://www.valdaonexperience.it/boulder/arrampicata-x/boulder-park-la-plana/, il Boulder Park la Plana, situato a 12 km da Daone, progressivamente si sta adeguando con lavori di adattamento alle famiglie e ai bambini, oltre che ai boulderisti, con l’obiettivo dichiarato di “incrementare le presenze turistiche con l’attenzione a ridurne l’impatto sulla natura”.

Dunque nuova segnaletica, un’idonea sentieristica, sistemazione della base blocchi così da rendere più facile e sicuro l’utilizzo delle attrezzature e tecniche di assicurazione anche per chi  è uscito poche volte dalle sale indoor o per chi è poco esperto; poi aree sosta, toilette, itinerari di collegamento tra i blocchi, tracciati con diverse difficoltà.

Le reazioni
Su facebook, chi maggiormente si dà da fare per difendere l’operato di ruspe e motoseghe è Angelo Davorio: “Già 10 anni fa la foresta era stata usata per il taglio legname, ma pochi se ne erano accorti… il Trentino vive di vendita legname che si voglia o no, resta cmq una fonte rinnovabile… Bisogna farsi un bel giro nel bosco, se il bosco è lasciato a se stesso fa schifo. Questa foto mi ricorda la prima foto della falesia di Lert alta dopo il taglio legna: i commenti erano “avete fatto un raduno di fuoristrada?“. Bene, dopo 6 anni che nessuno va a scalare là, basta andare a vedere come si è ripreso il bosco…”.

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Molti, tra i quali anche Stefano Tononi, sostengono che “C’è comunque modo e modo di attingere risorse dal bosco”. E Davorio ribatte: “Certo, ma dubito che la forestale che gestisce i boschi da sempre e conosce il territorio faccia le cose a cazzo… Io mi preoccuperei di più dei lavori da Pieve di Bono a Lardaro località Forti (svincolo Daone) per creare una bretella stradale, lì si che hanno disboscato e verrà sversato cemento a go go, ma in questo caso nessuna lamentela…”.

Ste Mont: “Sì, vabbè, alberi pluricentenari segati anche se ben distanziati, i medi doppi van bene lì dove stanno, un micro clima distrutto; al posto del fresco e ombra nel “bouder park” ci sarà la valle della morte… Sotto l’elefante è successo l’anno scorso e quest’anno… oleeeeeee!”.

Ribatte Davorio: “Dubito sui pluricentenari, nelle due guerre e durante i lavori era tutto pelato soprattutto la zona di Manon…”.

Il dialogo tra i due va poi nella direzione di andare a contare i cerchi dei tronchi, per capire se si tratta di alberi centenari.

Sistemazione a trucioli alla base dei massi
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Valdo Chilese conferma che altri alberi pluricentenari sono stati abbattuti in quantità, mentre Tommaso Brentari commenta la grandezza dei tronchi abbattuti e parcheggiati ancora in loco.

Stefano Punto a Capo: “Ho visto pure io la situazione, ma cosa vuoi farci è un anno che ne sono a conoscenza. Più di una volta ho espresso il mio parere e detto della condizione di sporcizia della zona causata dai loro cartelli, ecc., ecc.; ma solo belle parole e niente altro, vedrai che quando arriverà il momento in cui salterà fuori il cash per il raduno si attiveranno tutti per far piazza pulita prima dei soldi poi, forse, della merda lasciata lì da un anno a questa parte”.

Giulia Bertoloni: “E’ davvero molto triste, soprattutto nel tanto “ben dipinto” Trentino. Come dice Stefano Tononi ci sono modi e modi di utilizzare la risorsa bosco. Le risorse vanno utilizzate nel modo corretto e rispettoso dei microambienti e macro ambienti. Di sicuro questo scempio è stato fatto senza tenere conto di queste peculiarità dell’ambiente boschivo. Ehi, ma siamo in Italia, dove gli inceneritori vengono definiti ecologici! Povera Plana”.

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Manuele Gecchele: “Da conoscitore del mondo forestale e agricolo posso confermare che ormai gli alberi sono quasi oro e prima di effettuare dei tagli sono effettuate parecchie valutazioni… Soprattutto per zone particolari come la Val Daone… Supporto pure io il “non radere al suolo il bosco”, ma una corretta gestione della zona porta solo benefici… Ovviamente il tutto va sempre e comunque fatto nel rispetto della natura e dei suoi abitanti (che non siamo noi). A volte basterebbe piantarne tre di piccoli al posto di uno anziano… Come fanno in Svezia…”.

Ribatte Stefano Punto a Capo: “Quindi il fatto che io oggi passando ho trovato una plana disastrata, dove ci sono resti di rami, striscioni, sentieri impraticabili, e uno spiazzo che a voler vedere è pari al parcheggio delle auto disboscato… è stato frutto di parecchie valutazioni??? Io credo che le valutazioni siano state fatte più sul denaro che sulla salvaguardia del territorio. Il fatto che questa non sia casa nostra, non sia territorio nostro è un grosso errore perché io sono italiano e ho tutto il diritto di dimostrare il mio disappunto. Spero solo che quest’anno tutti i vari gruppi assidui frequentatori della valle si uniscano per cercare di trovare una soluzione accettabile e basta con questa è casa nostra e decidiamo noi”.

Per Valdo Chilese “la verità è che più lavori fanno più soldi prendono e del risultato non gliene sbatte un fico secco, anzi! L’importante è fatturare. Si tratti di alberi, roccia o acqua. La Plana oggi è lo specchio di questo modo di agire. Quando poi il sindaco dice che la valle è loro e che ne fanno quel che vogliono… beh, si commenta da sé il livello di culturale dell’amministrazione comunale”.

Tommaso Brentari: “Comunque sì, hanno esagerato… irriconoscibile…”.

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Giordano Mazzini: “Chi pulisce blocchi è molto rispettoso, c’è una forte etica.
Semplicemente, con fondi pubblici, certi personaggi hanno convinto l’amministrazione che bisogna avvicinare l’arrampicata in ambiente a quella in palestra, per attrarre gente.
Hanno completamente pulito con idropulitrice i blocchi, piazzato piastrine con i numeri sui blocchi, installato segnaletica, panche, tavoli, riempito di cartelloni degli sponsor e, cosa peggiore, disboscato ampiamente e senza logica per l’arrampicata (le foto mostrano una striscia 10×30 m di disboscamento). Non è più un bosco in una zona wilderness, ora è solo un parco giochi. Tutto ciò allontanerà gli arrampicatori, oltre a farli incazzare
”.

Pi Oelle fa una battuta: “Andiamo a farci i rave… ora che c’è spazio!”.

Alessandro Solero: “Non sono dell’ambiente boulderismo (quindi non so il vostro pensiero) però non mi sembra una cosa così grave…

Giordano Mazzini: “Lo è… Il bouldering è tra le attività meno impattanti in assoluto e chi dedica il proprio tempo per sé e per gli altri a pulire blocchi e aree mai farebbe una cosa del genere.
Qui stanno rovinando un luogo che è frequentato solamente da arrampicatori. Stanno spillando dei soldi per lo “sviluppo” di una zona che alla fine si ritroverà senza affluenza proprio per i lavori che stanno compiendo
”.

Alberto Ziggiotto: “Sono stato anch’io ieri, c’è stato molto sarcasmo e disprezzo da parte di tutti per i lavori svolti. A parole si scherzava ma in realtà ci faceva veramente schifo. Spero che dopo tre anni di questa politica siano arrivati un po’ di soldi di turisti boulderisti in più in valle. Se no, magari, sarebbe meglio cambiare politica”.

Più lapidari sono Serena Solai (“Sono sconcertata… uno schifo”), Alessio Conz (“Quando nel West iniziano a costruire ferrovie i pionieri si spostano”) e Andrea Gennari Daneri (“Una graMitica puttanata”).

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Accompagnare in Sardegna

Ogni regione italiana ha evidentemente le sue caratteristiche geografiche e culturali e in ciascuna di esse si è sviluppato uno stato di fatto più o meno disordinato nell’ambito delle professioni di guida alpina e di accompagnatore.

Un’analisi della situazione, assai impegnativa, richiede una ricerca regione per regione. Abbiamo optato di iniziare con la Sardegna.

Un caso particolare
Il recente caso delle indagini sulla via ferrata del Cabirol a Capo Caccia è l’esempio lampante di come la situazione sia per certi versi insostenibile.

Noi crediamo che l’autore della ferrata, Corrado Conca, abbia operato al di fuori della legge perché a dispetto di un’accurata ricerca presso le istituzioni non siamo riusciti a trovare alcun documento che provasse ad aggirare i vincoli del Parco o la classificazione a rischio franosità che caratterizza l’intera zona di Capo Caccia. Qui non è in discussione quanto i geologi hanno asserito, per quel che ci riguarda possono anche aver preso una cantonata. Conca invece sostiene che “la ferrata del Cabirol è sicura” (vedi http://www.sardegnaoggi.it/Cronaca/2016-04-29/32263/Capo_Caccia_la_replica_dellesperto_Nessun_pericolo_la_ferrata_del_Cabirol_e_sicura.html). In quell’articolo (di Andrea Deidda) Conca è definito “guida escursionistica, già istruttore di speleologia, torrentismo e arrampicata”. E, in quanto “padre” del percorso che abbraccia le falesie di Capo Caccia, “è stato lui a progettare e realizzare la Ferrata del Cabirol ed è lui ad accompagnare ogni anno centinaia di persone a scoprire panorami mozzafiato”. Conca non deve convincere noi, deve semplicemente rispettare la legge.

Al di là di una specifica “legalità del percorso”, con quell’affermazione Deidda e Conca dimostrano di non riconoscere la legge 6/89, attualmente vigente, e neppure vi fanno cenno, preferendo declassare la ferrata a percorso a “difficoltà non di carattere alpinistico”. Non solo dunque non conoscono o ignorano le normative ma anche dimenticano tutta la tradizione più che centenaria su ciò che le vie ferrate rappresentano…

La prova di quanto diciamo è in questo film (trasmesso a suo tempo dalla trasmissione Linea Blu di RAI1), più precisamente al minuto 3’40”.

Scrive in proposito Stefano Michelazzi (con il quale non possiamo che essere d’accordo): “Eddai che da questi nuovi pionieri delle montagne riceviamo tutti una lezione su ciò che significa gradi, difficoltà, assicurazioni, ecc. Praticamente noi alpinisti non abbiamo mai capito una mazza di cosa stiamo facendo perché ora arrivano i nuovi messia a spiegarci che un cavo fisso al quale ci si ancora non è alpinismo ma semplice escursionismo… e pensare che dal 1869, quando venne attrezzata sul Grossglockner la prima via ferrata, eravamo certi che fosse un percorso alpinistico ma… non sapevano allora  che per poter accompagnare clienti su di un percorso alpinistico 150 anni dopo si sarebbe dovuto essere obbligatoriamente Guide Alpine. Perciò oggi, se cambiamo da alpinistica a escursionistica la definizione delle ferrate, si può accompagnare anche senza essere Guide Alpine! Ma guarda là che bell’escamotage…! Ma allora sarebbe il caso di avvisare le aziende produttrici che moschettoni, imbraghi e quant’altro non sono attrezzature alpinistiche ma soltanto escursionistiche…

V’è poi l’ulteriore considerazione che, anche se si è “istruttori” di arrampicata, l’accompagnamento non può essere svolto come professione perché a questo è attualmente abilitata solo la figura di Guida Alpina. Siamo tutti in attesa dell’emendamento alla legge 6/89 (vedi http://www.banff.it/riordino-nelle-professioni-di-guida-alpina-e-accompagnatore/).

Siamo partiti dall’attualità e da un caso particolare per giungere a esprimere qualche idea/proposta di carattere generale.

Alcune idee generali
In generale si può dire che quello che serve in Sardegna è una somma di figure che possano accompagnare lungo percorsi scoscesi dove si usano le mani (quindi si arrampica) e ci si cala (come il Selvaggio Blu, per esempio), siano in grado di realizzare brevi assicurazioni, insegnino e accompagnino arrampicata sportiva su monotiri e multipitch, insegnino e accompagnino nelle forre e sulle vie ferrate.

Cominciamo col dire però che tutte le figure indicate non avranno mai significato se non verranno azzerate (o almeno fortemente ridimensionate) le attività a pagamento che attualmente svolgono le varie associazioni sportive dilettantistiche (UISP, FASI, ecc.) che offrono ai non possessori di titoli a livello nazionale la possibilità di esercitare attività.

Come primo passo si potrebbe:

– eliminare la possibilità di poter percepire denaro a livello personale da parte degli associati (attualmente la cifra si aggira sui 7.500 euro all’anno, esentasse): con la motivazione che se i soci di una qualunque associazione (non rientrante nella 6/89) accompagnano qualcuno possono farlo solo a titolo completamente gratuito. E’ comprensibile che in questo caso le associazioni farebbero grande resistenza (con conseguenze oscillazione di voti politici e amministrativi): in alternativa, si potrebbe limitare il “rimborso spese” a una cifra irrisoria tipo 1.000 euro annuali, oppure a un tot per ciascun corso o evento organizzato (tipo 300 euro forfetari all’istruttore per rimborso del corso o dell’evento organizzato).

– obbligare a inserire in ogni locandina o comunicazione (anche quelle via mail) ai soci che “l’attività non va a sostituire quella delle figure abilitate professionalmente dalla legge 6/89” (comunque questa venga aggiornata tramite l’emendamento);

– sopra una certa cifra obbligare all’apertura di una partita IVA meno agevolata di quella delle figure riconosciute;

– aumentare decisamente la multa di abuso di professione di guida alpina/canyoning/accompagnatore di media montagna, partendo da un minimo per esempio di 30.000 euro. In questo caso occorre valutare assieme a un legale come si possa fare in modo che la 6/89 emendata s’inserisca nell’art. 348 C.P. per aumentare le sanzioni già previste in via generica.

Capo Caccia. Foto: Camping Village Torre del Porticciolo – Alghero
Accompagnare in Sardegna-Promontorio_Capo_caccia_manuale_2274

Per tutte le figure
Obbligatoria l’assicurazione dei partecipanti a qualsiasi tipo di attività e naturalmente la RC di tutte le figure professionali.

Numero massimo limitato di partecipanti per istruttore e accompagnatore, comminando pene severe nel caso in cui questo numero non venga rispettato.

Obbligatorio un corso aggiornamento ogni tot anni per mantenere la qualifica.

Più in particolare, in riferimento all’emendamento
Che l’Accompagnatore di Media Montagna diventi una figura nazionale e non più regionale e sia abilitata all’accompagnamento su neve”:

Legiferata dalla Regione Autonoma Sardegna esiste già una legge regionale attinente le professioni turistiche (LR n.20/18-12-2006) attraverso la quale è stata istituita la figura della Guida Ambientale Escursionistica (GAE) che in pratica si sovrappone a quella dell’Accompagnatore di Media Montagna ma con criteri di selezione probabilmente più severi (laurea in materie ambientali, conoscenza di due lingue, ecc.). Questa legge non indica in maniera precisa se la GAE può accompagnare o meno su neve: perciò in qualche modo lo permette, almeno sul Gennargentu, l’unico luogo dove la neve ha una certa persistenza sull’isola, sebbene per pochi mesi all’anno.

In questo senso quello che la legge dovrebbe fare per prima cosa è assorbire le figure già riconosciute presenti in registri ed elenchi dalle leggi regionali. In secondo luogo dare dei criteri di qualità minimi della figura (un corso base con le materie che deve conoscere).

In quest’operazione, meglio lasciare una certa autonomia alle Regioni di adattare la figura di Accompagnatore di Media Montagna (AMM) alle specificità regionali.

Permettere a chi è laureato in materie scientifiche ambientali (agronomi, geologi, naturalisti, biologi, ecc.) di evitare alcune materie del corso AMM in quanto già seguite dagli specifici corsi di laurea.

Sempre al riguardo della figura dell’AMM e osservando la tipologia dei sentieri e percorsi, è evidente che anche in Sardegna è facile sconfinare… Su Selvaggio blu, per intenderci, ogni tanto bisogna fare delle sicure. Se non ci sono degli spit, che fa l’AMM? Aspetta che arrivi una guida alpina o un Maestro di Arrampicata che gli piazzino due chiodi e un cordino per fare una sosta, oppure se la fa da solo? Oppure vietiamo Selvaggio blu all’AMM?

E’ evidente che l’ambito di operatività dell’AMM deve essere un po’ ampliato, al di là del discorso neve.
Che sia istituita la nuova figura di Guida canyoning”:
In Sardegna la maggior parte delle gole non presenta scorrimento idrico (dove in pratica si tratta di buttare giù delle comuni doppie senza bisogno assoluto di utilizzare le tecniche standard del torrentismo) e solo alcune hanno un flusso d’acqua tale da poterlo equiparare a quelle presenti in nord Italia.

Il Maestro di Arrampicata dovrebbe essere abilitato ad accompagnare anche in forre in cui però non siano necessarie le tecniche standard di torrentismo che si applicano in genere quando lo scorrimento idrico è elevato. Sostanzialmente accompagnare in forre V7 (escludendo ovviamente la presenza di cascate e portata e considerando solo le difficoltà legate all’arrampicata e calata su corda) e A1 massimo. Vedi scala difficoltà http://www.gulliver.it/help/scala_canyoning.php.

A una figura ben più completa e specializzata sul canyoning, come appunto la Guida canyoning tratteggiata dall’emendamento, sarebbe riservato in più l’accompagnamento e l’insegnamento della progressione con difficoltà V7 A7.
Che sia istituita la nuova figura del Maestro di arrampicata”:
Il Maestro di Arrampicata sarà autorizzato a livello nazionale ad accompagnare e insegnare la progressione in via ferrata e arrampicata sportiva, quindi sulle ferrate, sentieri attrezzati e su monotiri e multipitch attrezzati per l’arrampicata sportiva, quindi con grado di difficoltà al massimo S1. Ma ci sono itinerari, solo apparentemente meno impegnativi, che sfuggono a queste classificazioni. E’ facile sconfinare.

Il Maestro d’Arrampicata sarà formato dalle Guide Alpine e gli dovranno essere insegnate tante cose che esulano dallo sportivo vero e proprio, compresa l’abilitazione a costruire ex-novo ancoraggi per corda doppia. Per non parlare delle necessarie nozioni sull’etica dell’arrampicata e sulle norme e rispetto ambientale, con qualche cenno di legislazione ambientale e approfondimenti su base regionale su questo tema.

Sarebbe anche apprezzato, come di sicuro anche in altre regioni, che questa figura possa, volendolo, continuare il suo percorso come Guida Alpina, riconoscendole quanto già fatto fino a quel punto, onde abbreviarle e renderle meno costoso l’iter.

La Scala del Cabirol per raggiungere la Grotta di Nettuno, Capo Caccia
AccompagnareInSardegna-40980692


In generale
La legge 6/1989 dice chiaramente che l’attività di guida alpina è rivolta “comunque laddove possa essere necessario l’uso di tecniche e attrezzature alpinistiche”.

La legge 4/2013 è abbastanza vaga. Dice in pratica che vengono ritenute libere quelle attività non legiferate e non rientranti in albi e ordini, ecc. Ma questo non vuole dire però che ci si possa inventare una professione superspecifica come a esempio un fantomatico Accompagnatore sulle dune delle spiagge della Calabria. Logico che questa figura non si troverebbe in nessuna legge, ma a ben vedere potrebbe invece rientrare probabilmente nella figura della Guida Ambientale Escursionistica (riconosciuta in alcune Regioni Autonome con leggi ad hoc).

Il punto cruciale è proprio chiarire cosa si intende quando si parla di tecniche e attrezzature alpinistiche. Esiste una lista ufficiale a riguardo da qualche parte?

Occorrerebbe sancire che:

– l’attrezzatura che viene utilizzata è definibile tale se è stata omologata come attrezzatura alpinistica da un organo nazionale o superiore (UIAA, CE);

– le tecniche che sono utilizzate sono equiparabili a quelle presenti nei manuali di arrampicata e alpinismo, sia in quelli per i praticanti semplici che per i soccorritori (CNSAS, ecc.).

Segnaliamo due link che sollevano il problema:
http://www.guidealpine.it/attenzione-agli-abusivi-del-canyoning.html
http://www.loscarpone.cai.it/news/items/abusivi-del-canyoning.html


Attrezzatura e chiodatura
Oggi in Sardegna chi è abilitato legalmente al lavoro su corda può realizzare fisicamente l’attrezzatura di una via ferrata o di vie di arrampicata sportiva (commissionate da enti pubblici). Indipendentemente dalla presenza di un progetto. Ciò che succede è che si salti infatti la fase del progetto.

Ma è giusto che un grafico, o un idraulico o un bagnino possano PROGETTARE una via ferrata e itinerari di arrampicata sportiva per enti pubblici?

Si tratta di percorsi che invece richiedono studi tecnici preventivi (soprattutto per le vie ferrate), esperienza nella scelta dei materiali (cementante, metallo, tipo di strutture da utilizzare, ecc.). In certi casi (vengono in mente i ponti “tibetani”) dovranno esserci valutazioni e calcoli che ricadono nelle competenze di un ingegnere o simili.

Attrezzatura delle vie ferrate e tracciatura di itinerari sportivi (almeno quelli che sono commissionati da enti pubblici) dovrebbero dunque essere riservate a figure ad hoc, in questo momento purtroppo non ancora contemplate nell’emendamento della 6/1989.

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Le prime guide alpine

Le prime guide alpine

Una vecchia cronaca del 1129 (Abbazia di Saint-Trond), riportata alla luce da Jules Brocherel (Les soldats de la neige in Augusta Praetoria, 4, 1949, pagg. 216-230), racconta di come iniziò, nel gennaio di quell’anno, l’attività dei marrons (o marronniers, o marroni). Una carovana di commercianti, a causa di una violenta bufera di neve, era bloccata da più giorni a Saint-Rémy. Passare il Gran S. Bernardo era quindi impossibile. Alcuni giovani, vestiti di pelle, si offersero per indicare il giusto cammino e per battere la pista nella neve fresca.

William Auguste Brevoort Coolidge
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Il rev. William Auguste Brevoort Coolidge riferisce che il bretone signore de Villamont, durante la salita al Rocciamelone del 1588, fu aiutato da due marrons, due vere e proprie guide che lo trascinarono in cima munito di graffes (ramponi). Secondo Coolidge furono costoro a esercitare per primi un vero e proprio mestiere di guida: infatti i compagni di Antoine de Ville sul Mont Aiguille nel Vercors potevano essere qualificati più operai militari che guide. Qualche anno prima della conquista, fu Horace-Bénédicte de Saussure a promettere una notevole ricompensa a chi fosse riuscito a salire per primo sulla vetta del Monte Bianco.

In Italia, per tutta la prima metà dell’800, il turismo alpino faticò a diventare una realtà. Tra le molte cause, la mancanza di strade e di vere locande: forse le intelligenze erano rivolte al più importante compito dell’unità del paese. Se chi si avventurava per le nostre valli era guardato con sospetto, in Savoia le ascensioni vittoriose al Monte Bianco erano salutate a colpi di cannone. E Valentin Rey, guide a mulets di Courmayeur, era costretto a far la stagione con i suoi animali a Chamonix.

Nel 1821 nacque la società delle Guide di Chamonix, mentre solo nel 1850 si fondò a Courmayeur una prima società delle guide, per di più non riconosciuta.

Un dato la dice lunga su quanto non si tenesse nel debito conto il nuovo fenomeno. Dal 1786 al 1860 furono registrate 115 salite al Monte Bianco da Chamonix. Nel 1865, e quindi solo qualche anno dopo l’annessione alla Francia della Savoia, le salite erano già 293 (ben 178 in più). Soltanto nel 1865 comparvero su un giornale di Aosta i primi appelli per l’abbellimento del villaggio di Courmayeur.

Le prime guide furono cacciatori, cercatori di cristalli o contrabbandieri. Ogni valle ebbe uno sviluppo differente della professione, ed in epoche diverse. Nel 1778 Horace-Bénédict de Saussure ingaggiò il cacciatore Jordaney, detto Patience, perché da solo si era spinto fino al Colle del Gigante. Patience fu così la prima guida valdostana. Novant’anni dopo Paolo Saint-Robert, nel 1867, assoldò il contrabbandiere Antonio Castagneri, di Balme, per avere chance di conquistare la Ciamarella.

L’abate Gorret ci racconta di come le guide, da domestici al servizio del signore, divennero presto così necessari da essere in condizione di fare il bello ed il cattivo tempo: Gorret li definì “tiranni”, e pretese a gran voce che si arrivasse ad un regolamento, come era previsto per le altre professioni.

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Nel 1865 la trattativa per i compensi era ancora diretta: Felice Giordano, per la sua campagna al Cervino, concordò 20 lire al giorno (con il bel tempo) + vitto. Ma già nel 1867 il canonico George Carrel, dopo molti episodi incresciosi, cercava di fissare delle tariffe, specificando quante guide a quanto, il numero di portatori per tot bagaglio, e definendo perfino i compensi per le attese. Seguirono accese polemiche. Nessuno era contento, tutti si lamentavano che i compensi erano esigui, oppure pretendevano la trattativa diretta. Nel 1885 Alessandro Martelli propose di abbassare le tariffe su escursioni secondarie, con la scusa ufficiale di diminuire gli incidenti incoraggiando l’assunzione di una guida per comitiva. Le guide di Alagna non accettarono per una stagione l’imposizione delle tariffe e furono sconfessate dal CAI Varallo.

Contrabbandieri sul lago gelato del Gran San Bernardo. Cartolina del fotografo Brocherel (Aosta)
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Nel 1910 Giuseppe Giacosa scrive che c’erano 150 guide attive nelle Alpi e sottolinea che raramente quello poteva essere il loro unico mestiere. Molti morivano in povertà totale, provocando accorati appelli e sottoscrizioni. Daniel Maquignaz, che lasciò otto figli nel 1910, ebbe il privilegio di uno scritto di Ugo de Amicis. E così pure Antonio Castagneri, Jean-Antoine Carrel, Joseph Maquignaz furono commemorati sempre in maniera tardiva. Nel 1888 era nato anche il Consorzio intersezionale Guide per le Alpi Occidentali: pur prevedendo questo istituto una specie di mutua si era ancor ben lontani dal riconoscere alla professione della guida la sicurezza di una duratura dignità economica. Molta responsabilità di questa ingiustizia la si dovette al luogo comune che la guida lo facesse solo per denaro. Solo in seguito si cominciò a pensare diversamente, perché gli episodi di generosità, altruismo ed abnegazione di cui si erano rese protagoniste le guide alpine erano ormai così tanti che non si poteva più far finta di niente. Come per coloro che hanno un animo nobile, l’orgoglio era la molla numero uno: anche per i clienti era così. Quando Joseph-Marie Perrod, mi pare nel 1863, dopo aver salito il Monte Bianco partendo finalmente da Courmayeur ed avendo quindi trovato un itinerario autonomo, urlò dalla vetta “cari amici di Chamonix, finalmente non abbiamo più bisogno di voi!”, in quell’urlo c’era tutto l’orgoglio di cui un uomo può essere capace. E pensare che fino a poco tempo prima i chamoniardi erano stati suoi compatrioti.

Antonio Castagneri
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Presentazione della Carta di Fontecchio

Per i dettagli sulla carta di Fontecchio, vedi http://www.alessandrogogna.com/2016/01/30/la-carta-di-fontecchio/

Presentazione della Carta di Fontecchio
Come dare un futuro ai parchi e alle aree protette in Italia
relazione di Massimo Bray, direttore generale Istituto Enciclopedia Italiana Treccani

(Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 5 aprile 2016)

La Carta di Fontecchio riveste straordinaria importanza per il futuro dell’ambiente e del paesaggio del nostro Paese. Non credo sia superfluo ricordare, nel parlare di questo prezioso documento, che, a fronte degli innumerevoli scempi subiti dalla Penisola, alla tutela del paesaggio ci vincola in primo luogo l’articolo 9 della nostra Carta costituzionale, entrata in vigore il primo gennaio 1948.

Massimo Bray, ex-ministro dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo (28 aprile 2013-22 febbraio 2014)
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Eppure, quanto quella così lungimirante prospettiva espressa dai padri costituenti sia stata disattesa – a partire soprattutto dagli anni del boom economico – è purtroppo sotto gli occhi di tutti: troppo cemento ha sfigurato le coste, le montagne e le periferie delle città; troppi rifiuti sono stati o sotterrati o bruciati nelle campagne, avvelenando acqua, cibo e persone; troppe grandi opere sono rimaste per anni e anni incompiute deturpando i paesaggi; troppi abusi edilizi sono stati commessi persino all’interno di aree soggette a vincolo; troppi ecomostri sorti perfino a ridosso dei monumenti naturali più belli hanno sfigurato il volto del Bel Paese; e tutto ciò a detrimento di quella che dovrebbe e potrebbe essere la sua più grande ricchezza: la bellezza appunto, ovvero quella armoniosa combinazione di ambienti naturali e patrimonio storico e culturale che rende l’Italia una destinazione unica al mondo.

«Questa cieca, suicida devastazione dello spazio in cui viviamo, la progressiva trasformazione delle pianure e delle coste italiane in un’unica immensa periferia, non avverrebbe impunemente se vi fosse fra i cittadini una chiara percezione del valore della risorsa e dell’irreversibilità del suo consumo», ha scritto Salvatore Settis nel suo libro Paesaggio Costituzione cemento: e dunque è più che mai necessario che sia la società civile per prima ad attivarsi per una nuova stagione di difesa dell’ambiente. Un ruolo fondamentale in questo senso è rivestito dalle associazioni, dagli enti no profit, dai comitati civici, dalle leghe che quotidianamente si impegnano in quest’opera di tutela e di divulgazione, e che, grazie anche alla loro organizzazione territoriale, hanno conoscenze più vicine, dirette e complete riguardo le problematiche di un sistema ambientale tanto variegato e complesso come quello italiano.

Questa Carta è stata appunto promossa da alcune tra le più importanti organizzazioni che si occupano di protezione dell’ambiente nel nostro Paese: CTS, FAI, ProNatura, Italia Nostra, LIPU, WWF, Touring Club e MountainWilderness, che a Fontecchio, nel giugno del 2014, si sono riunite in un incontro nazionale sul tema Parchi capaci di futuro con lo scopo, come si legge nella premessa, di «elaborare un documento ampio che proponesse con chiarezza al mondo politico, agli amministratori, ai cittadini italiani, il possibile e auspicabile ruolo guida delle aree naturali protette nella conquista di un futuro sostenibile e ne declinasse l’articolazione».

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Gli otto punti che compongono la Carta ribadiscono alcuni criteri di fondamentale importanza per la tutela del patrimonio ambientale italiano, primo tra tutti quello secondo cui la natura è un bene comune, e in quanto tale, come si legge nel testo, «rifiuta le categorie dell’appartenenza, della proprietà esclusiva, del possesso egoistico, della mercificazione». «Il diritto alla natura – prosegue la Carta – è diritto fondamentale dell’intero genere umano: tutti hanno diritto di accedere al rapporto con la natura nella sua integralità e nello stesso tempo hanno il dovere di trasmetterlo alle future generazioni».

Ma come fare a garantire questo diritto? Come far sì che la tutela si connetta armoniosamente con la proprietà pubblica del patrimonio ambientale? Per far ciò è a mio avviso necessario che cambi radicalmente e stabilmente la percezione che troppi, ad ogni livello, hanno nel nostro Paese dei beni e degli spazi pubblici. Solo una società che sa educare i cittadini a pensare che ‘pubblico’ non significa ‘di nessuno’, ma anzi ‘di tutti’, e quindi ‘anche mio’, e in quanto tale da preservare ‘come fosse mio’, solo una società in grado di fare questo può considerare il suo patrimonio ambientale al sicuro da scempi e speculazioni. È un compito del quale ogni cittadino deve sentirsi in prima persona investito, ma che le istituzioni hanno il dovere di recepire e attuare con un nuovo moto di responsabilità e con una migliore capacità d’azione.

I promotori della Carta si sono dunque interrogati in primo luogo sull’attualità dello strumento legislativo più importante per la tutela dell’ambiente italiano, ovvero la legge 394 del 1991, sottolineando «la duplice alta missione che oggi le aree protette sono chiamate a svolgere: tutelare la biodiversità e la difesa del paesaggio naturale nei suoi aspetti estetici e identitari e nello stesso tempo promuovere nei fatti una cultura alternativa a quella, non sostenibile e non responsabile, che ancora domina e attanaglia le nostre società». In questo passo della Carta di Fontecchio si coglie la volontà di riconoscere, accanto alla classica protezione dei paesaggi, degli habitat e delle varietà biologiche nazionali, un ruolo nuovo ai parchi, che dovrebbero divenire veri e propri laboratori di gestione territoriale, in grado di fornire indicazioni programmatiche anche oltre i confini geografici delle aree protette; e, quindi, che dovrebbero divenire in grado, come si legge ancora nella Carta, di «porsi come modelli e bussole per l’intero cammino della società».

Parla Carlo Alberto Pinelli, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Roma
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Fissato questo importante criterio, i promotori sottolineano il ruolo delle popolazioni locali, che hanno il diritto e il dovere di partecipare come protagoniste alla gestione delle aree naturali protette, e l’importanza di connettere in una rete strutturata i parchi che sussistono sul territorio nazionale, superando «l’impostazione puntiforme, insulare, che ha principalmente caratterizzato, sino ad ora, la politica del settore».

Se la legge quadro del 1991 viene definita un «gioiello normativo», che ha a tutti gli effetti permesso all’Italia di allinearsi alle migliori situazioni europee quanto a numero e gestione virtuosa delle aree protette – e questo nonostante lo scarso interesse manifestato dal mondo politico verso un tema tanto importante –, i promotori della Carta si concentrano da un lato sull’importanza di un aggiornamento della materia e dall’altro sui pericoli insiti nell’attuale tentativo di introdurre nella legge modifiche frammentarie e disorganiche, prive di una visione unitaria e troppo orientate a una visione delle aree protette prevalentemente economicistica, come mere attrattive turistiche.

Le nove direttive che concludono il documento delineano una chiara linea d’azione e rappresentano il condensato delle conoscenze di associazioni quotidianamente impegnate nella difesa dell’ambiente, che in virtù delle competenze acquisite ‘sul campo’ dovrebbero divenire gli interlocutori primari del legislatore in materia: rivolgendosi alle istituzioni a ogni livello, da quelle locali a quelle nazionali, i promotori sottolineano l’urgenza di liberarsi degli interessi di parte per giungere a una azione più lungimirante, che possa infine condurre all’«elaborazione di una o più leggi organiche sulla conservazione della natura in tutte le sue possibili declinazioni».

Declinazioni che includono naturalmente oltre i parchi e le aree protette i paesaggi antropici, le manifestazioni di cultura immateriale, i siti archeologici e i beni storico-artistici; la sfida di un progetto di tutela complessivo è, infatti, proprio quella di riuscire a comprendere il carattere unitario del patrimonio paesaggistico e di quello culturale dal punto di vista della tutela e della valorizzazione, e la loro complementarità nella valorizzazione dell’Italia come Paese della bellezza.

Sono convinto, infatti, che una delle chiavi per rilanciare il Paese, a ogni livello, sia proprio quella del recupero del valore oggettivo del paesaggio, e parallelamente della consapevolezza della responsabilità, che abbiamo ricevuto da chi è venuto prima di noi, di conservarlo e proteggerlo per le prossime generazioni.

Il paesaggio di domani è, o almeno dovrebbe essere, un sistema integrato in cui tutti i settori economici collaborano contro il degrado, per il decoro dei centri urbani, per la protezione dell’ambiente dall’inquinamento e dalla cementificazione, per un’attività produttiva più pulita, per una cittadinanza attiva, per una civiltà della conoscenza che si opponga alla dispersione della memoria collettiva, alla disgregazione dei legami sociali, all’abbandono del patrimonio ambientale e culturale, e che anzi faccia della bellezza il caposaldo su cui costruire una nuova idea di comunità.

«Per fare in modo che il mondo che noi vogliamo non assomigli troppo a quello in cui viviamo oggi, è tempo di decolonizzare il nostro immaginario», ha scritto Serge Latouche, il notissimo economista francese teorico della decrescita. E decolonizzare l’immaginario significa uscire dalla logica del profitto a qualunque costo, prendere finalmente consapevolezza che la ricchezza cui dobbiamo aspirare è quella di una società più solidale, non più basata sulla competizione e sull’accumulazione ma piuttosto sulla condivisione e sulla cooperazione, e dunque sulla percezione dell’importanza della tutela del nostro oìkos come luogo della felicità.

È questa la direzione verso cui occorre tendere: ed è un obiettivo che può essere raggiunto solo giorno per giorno, con costanza, gettando dei semi – questa Carta ne è un esempio particolarmente importante – che potranno, con il tempo e con la costanza del lavoro, germogliare e dare i loro frutti.

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C’era una volta… il Salto delle Streghe

C’era una volta… il Salto delle Streghe
di Giuliano Stenghel (Sten)

 

Il Salto delle Streghe, spettacolo della natura e, con le sue vie, ardita proposta alpinistica sul lago, ora purtroppo non esiste più: è stato annichilito, cancellato dalle mani dell’uomo. Infatti, su una delle pareti più belle del lago di Garda, dove nidificavano gabbiani e altre specie, qualcuno ha deciso di investire centinaia di migliaia di euro (speriamo non pubblici) per dapprima fare un disgaggio e, in seguito, per avvolgerlo interamente con delle reti, piastre, fittoni. Per fare un esempio: chiudete gli occhi e provate a figurarvi una parete come la Roda di Vaèl improvvisamente invasa di cavi. Immaginate le vie cancellate, la stessa storia alpinistica, il disastro ecologico e turistico e ancora molto molto di più. È una tristezza: nel mio cuore ci sono tanta amarezza e anche tanta malinconia.
Allora mi viene spontaneo chiedermi il perché, capire se tutto ciò era proprio necessario.

Il Salto delle Streghe come era prima della copertura a rete, con i tracciati delle vie di Stenghel. La numero 1 è la Via Anurb, la cui parte inferiore è parzialmente crollata e poi demolita con l’esplosivo; tra 1 e 2=Via Grido degli Ultimi (G. Stenghel, Mariano Rizzi, Franco Nicolini, 12 novembre 2000); 2=Via Magic Line (G. Stenghel, Walter Vidi, maggio 1982); 3=Via Grido della Farfalla (G. Stenghel, Andrea Andreotti, Marco Pegoretti); 4=Via dei Fratelli (G. Stenghel, Alessandro Baldessarini, M. Rizzi, 6 maggio 1997); 5=Via Serenella (G. Stenghel, M. Rizzi, Luca Campagna, 12 settembre 1992); 6=Via del Gabbiano Jonathan (G. Stenghel, A. Andreotti, 13 ottobre 1982
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Una via nuova: legare il proprio nome alla parete, per me rappresenta una gioia unica, impagabile. Non sali solo per il puro piacere di scalare, ma per esprimere la tua fantasia, per vincere! Penso sia la stessa sensazione dell’artista nel creare la sua opera, penso ci voglia la stessa concentrazione e stato d’animo.

Con il fido compagno di corda Mariano e con Luca, abbiamo deciso di provare la gialla e strapiombante parete del Salto delle Streghe a Campione. Una grande sfida con me stesso. Stiamo tentando una via estremamente difficile: un grande problema alpinistico, l’ultimo rimasto sulla parete. Questa via ha per me un forte significato: il ritorno al grande alpinismo. Ho 38 anni, non ho la forza e forse nemmeno il coraggio di un tempo e per di più mi sento uno straccio; ho però l’esperienza di oltre vent’anni di alpinismo estremo, con molte vie nuove, un carattere forte, ma soprattutto un Angelo grande, e con il suo aiuto riuscirò a scalare questa montagna.
“Siamo al terzo tentativo e ogni volta le difficoltà sono strenue. Devo salire su rocce spesso friabili, con un chiodo tra i denti per piantarlo di corsa magari appeso sulle dita di una sola mano. E’ uno sforzo notevole che richiede tanta esperienza e coraggio. Sono al limite, tuttavia non voglio desistere e questa via porterà il nome di Serenella”.
Oggi, mentre i miei compagni stavano salendo verso di me al punto di sosta, guardando in basso vedevo i tetti delle grandi vecchie case e della fabbrica. Nella piazza c’erano degli amici che mi chiamavano e gli abitanti del paese col naso all’insù. Avevo la sensazione di arrampicare per loro. Campione è un paese che è stato costruito per la fabbrica, tanto che se questa muore (come è morta), sembra che tutto lì debba finire. Ma la gente vive ancora ed ama quella fetta di terra. Credo che nelle difficoltà le menzogne e le ipocrisie non esistono. Così come quando si tenta una via nuova: ci vuole coraggio, lealtà, bisogna esprimere tutta la forza fisica e mentale e la nostra via può diventare un’opera d’arte, un capolavoro d’estetica. È il risultato di una forza misteriosa che è in noi alpinisti e che ci permette di andare oltre i nostri limiti, è un dono di Dio e dell’amore per quello che facciamo! Per la prima volta mi trovavo nuovamente oltre il sesto grado dopo la battaglia contro il cancro di mia moglie e tutto sembrava un sogno, una grande sfida o un incubo
(dal mio libro-diario: Voglio una vetta dove ascoltare il mio Dio, 15 ottobre 1991 ore 22,56).

26 novembre 2015, prima esplosione controllata per alleggerire la parte rimasta in posto del grande pilastro chiamato “il Mammellone”
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Quando negli anni Ottanta avevo scalato con Walter Vidi la prima via sulla parete, mi ero preso a cuore la situazione di Campione e dei suoi abitanti: “Non è giusto che se una fabbrica muore, tutto il paese debba morire”. Ritenevo cosa buona l’idea di rilanciare il paese puntando sulla ristrutturazione, sulla realizzazione di un porto turistico, sul riattamento della zona della vecchia fabbrica, ma evitando di ergere nuove e moderne costruzioni come lo stesso mega parcheggio e l’università della vela, in una aerea che mi limito a definire “poco adatta”. Infatti, le cose non sono andate come in molti speravano perché il borgo di Campione è stato posto quasi interamente sotto sequestro dalla magistratura bresciana: ne è uscito un paese irriconoscibile e pieno di brutture edilizie. Il sogno di trasformare il vecchio centro operaio in un esclusivo villaggio turistico, di fare di uno degli angoli più suggestivi del Garda una nuova Montecarlo si è dimostrato sproporzionato. Si è voluto ostentare esageratamente le proprie capacità, forze o possibilità economiche, insomma un qualcosa di megalomane: un resort a cinque stelle pubblicizzato dappertutto e a tutt’oggi rimasto un cantiere abbandonato, un desolante insieme di cemento destinato a marcire. A Campione si sono susseguite molte imprese, l’ultima la CoopSette, che gestiva il cantiere, è naufragata con il rinvio a giudizio dei vertici del colosso edile, indagati nell’indagine per abusi edilizi. Sono seguiti altri imputati ex-amministratori del comune di Tremosine e i provvedimenti messi a cantiere sono stati dichiarati “illegittimi”. Le accuse vanno da lottizzazione abusiva all’abuso di ufficio. Vorrei rendere noto che l’intera area è sottoposta a vincolo paesaggistico e si trova su una zona protetta e adiacente a due aree d’interesse comunitario: il Monte Cas-Cima di Corlor e il Parco Naturale Alto Garda Bresciano.

Tuttavia ciò che grida vendetta sono le costruzioni proprio ai piedi della parete come, in particolare, il grande parcheggio e l’università della vela. Non sono un esperto in materia, ma forse là sotto era meglio non fabbricare! Infatti, magari per puro caso e, nonostante il disgaggio dell’intera parete, è franato l’enorme pilastro della via Anurb: lo stesso che avevo scalato tanto tempo fa e dove sono state girate alcune scene alpinistiche del cortometraggio della RAI Il Salto delle Streghe e del quale, con Franco Nicolini, ero protagonista. Un crollo di 15 mila metri cubi ha sovrastato e distrutto una parte del parcheggio sottostante, fortunatamente di notte e nella stagione non turistica, altrimenti sarebbe stata una strage.

Probabilmente serviva una strategia migliore: fare qualcosa prima per evitare il danno poi o, meglio, non fare cose che avrebbero potuto provocare un’alterazione dell’ambiente, magari con un disastro naturale. E’ lecito chiedersi se l’interesse personale contribuisca veramente al bene comune o porti a una catastrofe, ma la storia italiana spesso c’insegna il contrario: tutti conosciamo i disastri ecologici e ambientali nel nostro paese, per lo più come conseguenza di opere di escavazione.

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Volevo quella via per dedicarla a Serenella, consapevole che lassù avrei dovuto dare tutto, rischiare, e non poco… Tutti sfuggiamo la morte, eppure è la conseguenza della vita. Ogni giorno muore qualcuno anche se sembra impossibile che possa accadere a me. Tuttavia il mio essere alpinista mi porta a convivere con la morte, una coscienza che spesso mi fa riflettere sull’importanza della vita stessa. Cerco di capire, di dare un senso alla mia esistenza attraverso l’amore impetuoso che ho per la montagna e per l’arrampicata, ciononostante, nel profondo di me stesso, sento che l’alpinismo non sarà più lo scopo unico della mia vita, bensì una tappa importante per capire, per leggermi dentro, per fortificarmi. So benissimo cosa devo ai monti, tuttavia comincio a rendermi conto che, servendosi della mia passione, Dio sta compiendo il suo disegno nella mia vita e provo dentro un’impressione di sconfinata libertà.

Il rumore del vento era interrotto dal suono forte provocato dal martello nel vano tentativo di conficcare un chiodo in una placca strapiombante e senza fessure. In basso, i ragazzi giocavano, piccoli piccoli, con le loro vele sul lago, dondolando allegramente, trasportati dalle onde, come in una danza. Non immaginavo dolore nella loro vita, forse nemmeno un pensiero oscuro o una piccola sofferenza nei loro cuori. Stavo arrampicando sopra le loro teste, consapevole che per alcuni anni avevo dimenticato l’aspetto della felicità! E riflettevo che la vita è stata dura con me. Ero tutto proteso verso l’alto, eppure sentivo dolore alle gambe e ai piedi che non riuscivo a poggiare sulle minuscole asperità della roccia. “Luca, mi raccomando, tieni bene perché questo chiodo è insicuro!”, furono le mie ultime parole prima di trasformarmi in un gabbiano senza ali. “Porca miseria! Lo sapevo che il chiodo non avrebbe tenuto!”. Ho riprovato ad arrampicare ma il piede mi faceva terribilmente male e inoltre le mani si aprivano per lo sforzo. Un gabbiano mi è passato accanto e con un battito d’ali è volato oltre la cima del monte. Soltanto più tardi e con i piedi per terra, il mio sguardo si è portato sulla strapiombante parete e, osservando il volo leggero ed armonico di altri gabbiani, ho pensato a quanto sarebbe bello volare, ma poi mi sono detto che sarebbe anche un peccato, perché non sarei un alpinista con l’immensa gioia e soddisfazione della cima (dal mio libro diario: Voglio una vetta dove ascoltare il mio Dio).

 

CeraUnaVolta-Campione-25-nov-052“Morale della favola”: la decisione recente d’imbrigliare tutta la parete nel nome della sicurezza, con il magnifico Salto delle Streghe coperto interamente dalle reti metalliche. Non è stata risparmiata nemmeno la statua della Madonna poggiata sotto la cima.

Ci si poteva sottrarre dal deturpare, sfigurare, devastare, con tutte le conseguenze sull’ambiente – ora il gabbiano reale del Garda non credo potrà nidificare sulle reti – una delle più belle e grandi falesie del lago? Era possibile scongiurare la fine dell’alpinismo a Campione? A oggi, nella situazione in cui si trova il paesino e la gente, la mia risposta è incerta e dubbiosa. Ma di una cosa sono assolutamente sicuro: non si doveva arrivare a tutto ciò.

Alessandro Gogna, con il suo blog, mi dà l’opportunità di raccontarmi, di esprimere le mie perplessità, la mia profonda amarezza e delusione per ciò che è accaduto. Sento in me qualcosa che vibra intensamente, la voglia di evitare che, nel nome del business, vengano fatte altre brutture e profanazioni all’ambiente come è stato fatto, a mio giudizio, a Campione del Garda.

Gli effetti della frana del 19 novembre 2014 e delle successive esplosioni
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In Italia esistono migliaia di borghi, paesi e città situate a ridosso di grotte naturali aperte su pareti rocciose che rendono i luoghi, già di per se stessi, unici e di rara bellezza; e credo sia impossibile e comunque molto dispendioso e dannoso per l’ambiente eliminarne i pericoli di crolli avvolgendole di una ragnatela di goffe reti di ferro: ne andrebbe anche dello stesso bilancio – già duramente provato – dello Stato. Mi viene spontaneo un ragionamento: ai piedi delle montagne, in particolare dove possono esserci rischi di frane, forse sarebbe meglio creare un’area di sicurezza e non costruirci. Ci tengo a sottolineare che i miei sono soltanto leciti interrogativi di cittadino e di alpinista che sulle rocce del Salto delle Streghe ha lasciato una parte della sua vita. Mi dispiace constatare come quello che avrebbe dovuto essere un centro unico per la vela e magari anche per l’alpinismo a bassa quota, con la bella spiaggia sul lago in un ambiente naturale di rara bellezza, si trovi oggi in una situazione ingarbugliata: Campione è diventata una comunità isolata e impaurita, devastata dalla cementificazione, da una ristrutturazione fallimentare e incompleta, ma soprattutto minacciata dalla fragilità della montagna che la sovrasta. Il tutto grazie alla speculazione edilizia e forse anche, permettetemelo, al malaffare. Chissà se, in un futuro, ci sarà un dissequestro del villaggio e molte strutture migliorate, tuttavia il Salto delle Streghe non potrà mai più essere scalato, non sarà mai più il regno indiscusso del gabbiano reale del Garda e tantomeno lo spettacolo della natura che mi ha fatto sognare prima, e realizzare poi, le vie più difficili della mia carriera alpinistica. Con una metafora: “Molti alpinisti non potranno toccare il cielo con un dito” al raggiungimento della radura erbosa sovrastante. Un vero peccato!

Concludendo: non voglio solo puntare il dito, ma offrire degli spunti di riflessione, auspicando una maggiore sensibilità per quanto è accaduto. Non voglio esser citato come parte del muro contro muro, ma di una testimonianza che possa essere, nel futuro, costruttiva per tutti. Sì, perché l’ambiente è patrimonio comune dell’intera umanità e responsabilità di ognuno di noi; bisognerebbe scavalcare interessi specifici a favore di interessi collettivi compresa la natura: una natura abitata, tra le tante specie, anche dall’uomo. Mi piacerebbe pensare a riprogettare un mondo basato su valori dove l’ambiente conta. Sono delle considerazioni e delle domande che credo di potermi porre, per tutto ciò che ho dato e vissuto sulle rocce del Salto delle Streghe: per i miei compagni di corda, tra i quali il fortissimo e indimenticabile Andrea Andreotti di cui voglio onorare la memoria. E, come me, credo che molte altre persone, nonostante tutto, amino quella lingua di terra sovrastata da maestose sculture di roccia non per schiacciarla, ma per proteggerla.

Lettera aperta della gente di Campione al sindaco, alla pm Silvia Bonardi, alla Regione, alla Provincia e alla Comunità Montana e «a chiunque possa aiutarci», 25 novembre 2014

«Per la prima volta dopo tanti anni sentiamo l’Amministrazione vicina a noi, vicina ai suoi cittadini, grazie di tutto. Noi abitanti di Campione ci uniamo alle parole dette dal sindaco: “Non lasciateci soli!”.

Vi chiediamo di mettervi una mano sul cuore, leggere questa lettera, capire e aiutarci! Siamo al limite della sopportazione psichica ed economica.

È da troppo tempo che subiamo forti disagi nella nostra frazione, da quando CoopSette ha comprato parte di Campione. Parte sì, non tutto! Perché noi residenti abbiamo la nostra parte. Il Comune di Tremosine ha le sue parti. Ed è ora che quelle parti vadano rispettate.

Per la ristrutturazione della nostra frazione abbiamo dovuto subire disagio dopo disagio. Sono 10 anni che sopportiamo demolizioni, scavi, martelli pneumatici, via vai di camion e betoniere, polvere. Chiusure di gallerie, disservizi di ogni genere. Sono apparse persino le zanzare (mai avute a Campione) create dai pozzi nel cantiere a sud. Quattordici anni di disagi e la CoopSette non è nemmeno a metà dell’opera. E chissà se e quando finiranno, vista la situazione economica.

E che cosa abbiamo ottenuto in cambio? Abbiamo perso aree verdi. Ci siamo visti chiudere le nostre strade e togliere l’uso dei nostri parcheggi pertinenziali (sicuri). In cambio di un autosilo: “il posto più sicuro di Campione”, aveva detto il nostro ex-sindaco Ardigò. Un autosilo però sfondato dal crollo del “mammellone”. E ora dove parcheggiamo? E dove andranno a parcheggiare i pochi turisti rimasti fedeli al nostro borgo?

Abbiamo subito un blitz di 60 uomini della Finanza che hanno sequestrato il paese in piena stagione. Dissequestro, risequestro. Chiuso l’autosilo, il parcheggio camper, il cantiere nautico Paghera, turisti scappati, economia crollata.

E adesso pure il cedimento del mammellone. Noi residenti abbiamo espresso più volte le nostre preoccupazioni, mai nessuno ci ha ascoltato. Va ricordato che nel 1969 alcune case di residenti ed attività furono chiuse per pericolo di caduta massi in quell’area di Campione. Ma per far costruire la CoopSette l’area è stata “pulita e messa in sicurezza”… Noi siamo stati costretti a parcheggiare nell’autosilo, che ora è crollato sopra le nostre macchine.

Abbiamo preso paura? Sì, tanta.

C’è chi dorme in tuta, pronto per scappare. C’è invece chi non vuole più dormire o vivere a Campione. C’è chi è fortunato e durante il giorno va a scuola o al lavoro fuori Campione, e ha un po’ di distrazione. Ma c’è anche chi lavora qui, chi ha comprato la sua casa qui, chi ha la sua attività qui e nonostante tutte le difficoltà subite in tanti anni ha sempre cercato di offrire al meglio il proprio servizio. Dal 2006, da quando è arrivata CoopSette con il suo cantiere, le attività hanno subito un tracollo. Le attività storiche di Campione sono sull’orlo del fallimento.

Non ne possiamo più!

E ora dobbiamo pure vivere nell’angoscia. Viene giù? Come? Quando? Non possiamo vivere così. Se deve cadere ancora una porzione di montagna, fatela cadere. Rischiamo che magari questa volta arrivino dei soldi per pulire e ritornare alla normalità. E un altro pezzo cade quando ormai è stato pulito tutto? Ricominciamo da capo? Crollo, richiesta per fondi, pulizia? E fino a quando andrà avanti questa storia?

Non ne possiamo più! Per favore, aiutateci ad andare avanti. Aiutate il nostro sindaco, il Comune, noi residenti e fateci continuare a vivere e proseguire la nostra vita».
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I soprusi del Peñón de Guatapé

I soprusi del Peñón de Guatapé
di Franco Michieli

 

Forse non molti scalatori in Europa conoscono la meraviglia di granito che sorge isolata in Colombia, a circa 80 km di strada da Medellin: si chiama Peñón de Guatapé, ed è un monolito del tutto simile al più celebre Pan di Zucchero di Rio de Janeiro. A differenza di quest’ultimo, non sorge sul mare, ma culmina a quota 2137 metri in riva al ramificatissimo e spettacolare lago Embalse del Peñól, un’area di crescente interesse turistico e ambientale, ma anche sede di un movimento di arrampicatori che offre importanti occasioni sportive e formative ai giovani della regione.

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Forse non sarebbe così importante parlarne se La Piedra, come viene anche detto il Peñón, non si trovasse da anni al centro di soprusi e ora di una battaglia di civiltà che, per il suo significato, riguarda anche noi.

La notizia di ciò che sta avvenendo rimbalza da un altro luogo magico dove si sta sviluppando l’arrampicata e il turismo ambientale come strumenti di formazione e di avvenire per i giovani delle comunità locali: il villaggio di Peñas, sull’altopiano della Bolivia, dove opera l’amico missionario e  alpinista Antonio Zavatarelli, sempre più apprezzato riferimento per andinisti e trekker che visitano il Lago Titicaca e la Cordillera Real (nel 2014 il suo collaboratore Davide Vitale ha ricevuto il Premio Meroni per il valore del suo impegno di volontariato). Di recente si è recato in Colombia a visitare il Peñón, ha fatto amicizia con lo scalatore Yon Monsalve, coordinatore dei giovani arrampicatori, e ora, di fronte alla situazione paradossale che si è creata, ci trasmette un appello a prendere posizione e a far sentire la nostra voce in aiuto degli scalatori colombiani e dell’ambiente del meraviglioso sito.

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Ecco in sintesi i fatti. Il Peñón de Guatapé, monolito isolato che sorge in un paesaggio di dolci colline con fattorie, sacro alle popolazioni precolombiane e oggi classificato come Patrimonio Cultural Regional de Antioquia (la regione dove si trova Medellin), ha cominciato ad attirare l’attenzione degli alpinisti nel XX secolo, venendo scalato nel luglio 1954.

In seguito però una famiglia di operatori turistici ha pensato di sfruttarne economicamente le attrattive, costruendo una rocambolesca scala di 740 gradini dentro una grossa frattura naturale del granito e, proprio in cima, un esercizio commerciale con belvedere.

Sulla parete nord del torrione sono dipinte due grandi lettere bianche, una “G” e una “U” incompleta. Tra i centri abitati di Guatapé ed El Peñol era una vecchia questione sulla proprietà del monolito, e i residenti di Guatapé avevano deciso di chiudere il discorso dipingendo a lettere enormi le iniziali della loro città “GU”. Ma gli abitanti di El Peñol se ne accorsero e vi furono tafferugli per fermare i lavori.

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Lo sviluppo dell’arrampicata sportiva, che da diversi anni offre un’esperienza preziosa per la gioventù locale, potrebbe tranquillamente convivere con l’utilizzo turistico di massa, se non fosse per l’atteggiamento irresponsabile e prepotente della società di gestione della struttura, nota come Suceción Villegas.

In pratica, da molti anni i rifiuti solidi e liquidi della struttura turistica di vetta, frequentata da migliaia di visitatori, vengono semplicemente smaltiti buttandoli giù per i camini delle pareti, con grave rischio per chi si trovi sotto; fin dall’inizio degli anni 2000 gli arrampicatori con l’aiuto di abitanti del posto hanno organizzato periodici campi di raccolta rifiuti cercando di limitare il deterioramento ambientale, senza però riuscire a far fronte al degrado. Diversi esposti alle autorità locali hanno portato la gestione a costruire una vasca di raccolta dei rifiuti liquidi, però insufficiente, e in un’occasione a bruciare una massa di immondizia dentro una grotta vicina, che fino ad allora era meta di speleologi (soluzioni barbare utilizzate in passato anche presso nostre stazioni funiviarie e rifugi alpini, come ben sa Mountain Wilderness che ha organizzato imponenti ripuliture!).

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La situazione è letteralmente “precipitata” quando l‘11 dicembre 2015, mentre alcuni scalatori stavano affrontando una via nel settore noto come El traverso de los halcones, una gran quantità di detriti è caduta dalla soprastante area commerciale. Per trovare riparo, gli arrampicatori si sono inerpicati a proteggersi sotto un tetto della parete. Poco dopo l’amministratore della Suceción Villegas è arrivato in compagnia di poliziotti comunali di Guatapé intimando agli scalatori di evacuare la zona. I poliziotti prendevano le parti dell’operatore commerciale, ma durante la discussione un masso è caduto vicino a loro, al che hanno preferito andarsene.

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Da allora il sito è stato costantemente occupato dai climber in forma di protesta, coordinati da Yon Monsalve, decisi a non abbandonare il campo fino a che non verranno rispettate le norme di legge sulla gestione ambientale del luogo e non venga riconosciuto il valore sportivo e formativo che assume l’arrampicata per la popolazione presso il Peñón de Guatapé. Tuttavia le autorità locali cui è stata presentata denuncia non paiono riconoscere il problema ambientale causato dall’attività commerciale, ma fingono che il problema sia quello dell’arrampicata.

Un nuovo ostacolo è emerso il 17 febbraio 2016, quando si è presentato un nuovo drappello di autorità e polizia del Distretto di Antioquia a sostegno di altri imprenditori che stanno delimitando un terreno ai piedi della Piedra per altre attività economiche, di nuovo cercando di impedire l’accesso alla parete. Per fortuna, fa sapere Monsalve, è in corso una contrattazione per salvaguardare una striscia di terreno ai piedi della Piedra che permetta il passaggio: «Stiamo preparando un progetto che preveda il mantenimento di un corridoio biologico alla base della parete, dove si ufficializzi la pratica dell’arrampicata come strategia sostenibile, e la comunità possa essere formata alla pratica sportiva. L’idea è di presentare il progetto alla nuova Amministrazione del Municipio di Guatapé, insediata a inizio 2016».

A sostegno della battaglia di Yon e dei suoi amici si è schierata l’organizzazione Comisión de Derechos Humanos “País Plural” dell’Università di Antioquia (riferimenti: Maria Alejandra Martínez, e-mail: [email protected] e Santiago Ramírez Sarabia, e-mail: [email protected]). Ma solo una pressione internazionale può convincere le autorità locali a comprendere la bontà di una gestione equilibrata e sostenibile dell’area, anche per evitare che una pessima immagine del luogo venga diffusa con danni al turismo.

Questo appello dovrebbe essere diffuso con ogni mezzo ciascuno abbia a disposizione, in attesa di intraprendere altre iniziative se si riscontrassero le possibilità, segnalando gli articoli ai responsabili di País Plural sopra indicati, a Yon Monsalve (e-mail: [email protected]) o ad Antonio Zavatarelli (e-mail: [email protected]). Casi come questo mostrano come anche l’arrampicata sia una via per migliorare il mondo.

Scalatori in presidio
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