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Numero chiuso alle Cinque Terre

Sulla Via dell’Amore solo con il pass
di Erica Manna
(le Cinque Terre ora diventano a numero chiuso)
(pubblicato su La Repubblica del 16 febbraio 2016

A Venezia l’idea ricorre ogni estate da anni, ma viene sistematicamente archiviata come una boutade. Nelle Cinque Terre diventerà realtà: è il numero chiuso per i turisti, invocato nei mesi scorsi dagli stessi abitanti con una petizione online e destinato a concretizzarsi dalla prossima estate. No, nessuna provocazione: si tratta di proteggere un territorio dai contorni fiabeschi ma fragile, non più in grado di sopportare un’invasione diventata selvaggia. L’obiettivo può sembrare paradossale: ridurre le presenze, tra Monterosso, Corniglia, Vernazza, Manarola e Riomaggiore, passando dai due milioni e mezzo di visitatori registrati l’anno scorso a non più di un milione e mezzo.

L’operazione è già partita: l’Ente Parco, con la collaborazione di un team di geologi, ha installato i contapassi sui sentieri, per valutare quanti turisti transitano ogni giorno e il loro impatto sul territorio. Così, entro l’estate, l’accesso alla Via dell’Amore e agli altri percorsi che si arrampicano sulle montagne sarà a numero chiuso. Per passeggiare a strapiombo sul mare bisognerà prenotarsi. E, in caso di tutto esaurito, rimandare la visita.

Via dell’Amore, tra Manarola e Riomaggiore (Cinque Terre)
Sentiero dell'Amore, tra Manarola e Riomaggiore (Cinque Terre)

 

«Può sembrare un’idea eccentrica, proprio mentre la tendenza è di incrementare il turismo, riempire i letti e le stanze. Ci criticheranno, certo – riflette Vittorio Alessandro, presidente del Parco delle Cinque Terre – ma per noi è ormai una questione di sopravvivenza».

La salvezza passa anche da una stretta sull’invasione dei crocieristi, che quest’anno si sono dirottati verso la Liguria abbandonando altre mete del Mediterraneo considerate poco sicure. «Non vogliamo certo criminalizzare questo tipo di turismo», precisa Alessandro. Però, i 500.000 che solo l’anno scorso sono sbarcati da La Spezia, il 25 per cento in gita organizzata con visite mordi e fuggi, congestionano i piccoli borghi. Al punto che il Parco ha studiato un’app per smartphone con tanto di semafori che segnalano —attraverso un messaggio sul cellulare — dove si concentrano i superaffollamenti. Un po’ come il sistema di allerta meteo recentemente sperimentato a Genova. Verde: via libera. Giallo: nel borgo al momento c’è molta gente, meglio spostarsi altrove. Rosso: tappa da evitare; la capienza, in quella determinata fascia oraria, per oggi è al limite. «Grazie alla vendita online della Cinque Terre Card, che permette di acquistare insieme il biglietto del treno e l’accesso al parco, potremo comunicare in diretta ai visitatori lo stato di saturazione dei vari borghi – spiega Patrizio Scarpellini, direttore generale del Parco – per sconsigliare le zone prese d’assalto. Il vero problema è che i turisti vanno indirizzati. E infatti abbiamo aperto un Info Point all’Autorità portuale, per spiegare che le Cinque Terre non vanno viste tutte in un giorno. Eppure, spesso le gite organizzate propongono lo stesso percorso negli identici orari».

Il passo successivo, nelle intenzioni del Parco, si annuncia una rivoluzione: rendere accessibile l’intero territorio solo su prenotazione. Utilizzando proprio lo strumento della Card, attraverso la quale i turisti potranno prenotare la visita. E se per quel giorno il borgo prescelto risultasse sold out, i visitatori dovranno rimandare alla prima data disponibile.

«Un modello che vorremmo facesse scuola anche in altri siti italiani – spiega il presidente Alessandro – e che dovrebbe prevedere anche una netta separazione tra i flussi dei turisti e quelli dei residenti. Con treni dedicati, sui quali si potrà salire sempre e solo con la carta e la relativa prenotazione! Perché il turismo non deve diventare uno stress sociale».

Curiosità
Venezia: Il primo a parlare di numero chiuso fu negli anni ’80 il sindaco Mario Rigo. Tra le ipotesi al vaglio, i tornelli per entrare a San Marco.
Pompei: L’estate 2015 è stato introdotto il numero chiuso per le domeniche gratuite. Mai più di 15.000 persone.
Cenacolo di Leonardo da Vinci: Visite contingentate per il Cenacolo di Leonardo: ammessi gruppi fino a 25 persone con turni di 15 minuti.

Il commento
La soluzione è dirottare i turisti sulle meraviglie che nessuno vede
di Tomaso Montanari
(pubblicato su La Repubblica del 16 febbraio 2016

Cosa succede se ci accorgiamo che c’è troppa domanda di Cinque Terre, di Firenze o di Venezia? Che fare quando il marketing territoriale ha tanto successo da farci temere per la sopravvivenza stessa di luoghi trasformati in brand, e venduti in pacchetti seriali? O quando il mitico bollino di “patrimonio dell’umanità” rilasciato dall’Unesco rischia di giocare contro il patrimonio e contro l’umanità, portando a un veloce degrado dell’ambiente, alla fuga dei residenti, allo svuotamento dei borghi in bassa stagione, o anche solo fuori dagli orari di punta del flusso turistico?

Riomaggiore (Cinque Terre)
Riomaggiore (Cinque Terre)

Un riflesso condizionato, connaturato a questa mentalità commerciale, è invocare il numero chiuso: una richiesta anche comprensibile, quando viene da abitanti esasperati. Ma, oltre a essere difficile da gestire, il numero chiuso rischia di essere il colpo di grazia inflitto alla speranza che questi luoghi rimangano anche la residenza di una comunità: perché non si chiude una città. Per di più, esso finisce inevitabilmente col selezionare attraverso il reddito: trasformando in un lusso per pochi il diritto di tutti alla bellezza.

Invece, facciamo vivere il patrimonio diffuso: un obiettivo economico, ma anche culturale e civile. Il marketing crea una fascia ristretta di prodotti da vendere: ma noi abbiamo un Paese stracolmo di luoghi spettacolari che dovremmo far scoprire innanzitutto ai residenti dei luoghi vicini, costruendo un turismo interno, sostenibile e popolare, che duri tutto l’anno.

È vero che le Cinque Terre sono straordinarie, ma quanti altri luoghi straordinari della Liguria dobbiamo ancora far conoscere? La sfida non è mettere il numero chiuso a Firenze, ma far comprendere che Pistoia è fatta dello stesso, meraviglioso tessuto: non chiudere Venezia, ma aprire Padova e Vicenza.
Il numero chiuso è una resa: il turismo italiano ha invece bisogno di un progetto (che punti sulla creazione di strutture ricettive diffuse, e rianimi la produzione culturale). E di un governo che lo realizzi: sarebbe il primo.

 

Considerazioni
Detto che condividiamo in toto il commento di Montanari, il quale indica con chiarezza quale dovrebbe essere la tendenza per la gestione lungimirante del nostro turismo, tale da risolvere in tempi medio-lunghi tutte le crisi localizzate tutto sommato in pochi punti del nostro paese, ci spingiamo un poco oltre per affermare che quest’iniziativa è profondamente inaccettabile perché illiberale: il diritto di tutti di conoscere la bellezza sarebbe certamente calpestato dall’aumento di prezzi conseguente alla selezione del numero chiuso.

Lo riconosce lo stesso direttore del Parco, Scarpellini, quando dice che “Il vero problema è che i turisti vanno indirizzati e che bisogna spiegare che le Cinque Terre non vanno viste tutte in un giorno”. Peccato si dimentichi di dire che questa spiegazione, prima ancora che ai turisti, va data al marketing e ai gestori dei barconi turistici. Questi ultimi “organizzano e propongono lo stesso percorso negli identici orari”, evidentemente i più redditizi, perché rispondenti alle edonistiche esigenze medie del turista tipo. Mentre il marketing è pagato non per la qualità del turismo che si vorrebbe a parole perseguire bensì, con i piedi ben piantati per terra, per la quantità di presenze che alla fine dell’anno si possono contare.

Tra Corniglia a Vernazza (Cinque Terre). 12 settembre 1992
B. Ferrari, da Corniglia a Vernazza (Cinque Terre). 12.09.1992

L’app per lo smartphone, come la maggior parte di queste iniziative tecnologiche, è ridicola. Come se non si sapesse già benissimo quali sono i punti caldi di visita. A nostra modesta opinione, questo non è altro che il cavallo di troia per giustificare che la visita del territorio, oggi gratuita, possa essere domani messa in vendita con la scusa della prenotazione concessa dai calcoli di un computer. Meglio avere 1.500.000 visitatori che pagano un ingresso salato piuttosto che 2.500.000 che non pagano null’altro che le loro consumazioni.

La zona C di Milano, giustamente vantata dall’amministrazione Pisapia, è prima di tutto un grosso affare per le casse comunali: vogliono farci credere che non sarebbe lo stesso per le casse del Parco delle Cinque Terre o per quelle dei Comuni interessati?

Altrimenti come si spiega che il numero chiuso si applicherà anche ai numerosi sentieri oggi mediamente percorsi da un numero limitato di escursionisti? Nelle Cinque Terre non esiste solo la Via dell’Amore, eppure si fa di ogni erba un fascio!

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Aspetti diseducativi delle attività a motore in montagna

Aspetti diseducativi delle attività a motore in montagna

Il 28 novembre 2015, nel salone L. Torelli di Sondrio, si è tenuto il convegno Le alpi in inverno, conservazione della natura e attività turistiche: c’è spazio per tutti?, organizzato da Marzia Fioroni e Mario Vannuccini.
Abbiamo già pubblicato la relazione di Vincenzo Torti. Qui di seguito è la relazione di Alessandro Gogna.

 

Dico subito che il mio intervento non è ideato per trovare una soluzione mediatoria al problema dell’eliski, ma è pensato per convincere il più possibile di persone di alcune ragioni che portano all’assoluta contrarietà nei confronti dell’eliski, delle motoslitte e quindi nei confronti dell’uso dei motori in montagna, non solo invernale.

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Sono così contrario all’uso dei motori che addirittura, se un domani fosse approvato il divieto totale di queste pratiche, a me spiacerebbe.

Non ne sarei contento perché un divieto è un divieto. Sarebbe un raggiungere una mia meta senza in effetti raggiungerla. Perché la mia meta non è l’impedimento costrittivo delle attività a motore in montagna estiva o invernale: la mia meta è che nessuno le richieda più o, se volete, che nessuno ne abbia più bisogno e che tutti si dedichino alle altre pratiche di montagna.

Ecco, questo è il mio obiettivo. Se arrivasse una legge nazionale (o anche solo regionale) di questo tipo certo non la contesterei, ma non sarebbe il modo in cui avrei voluto raggiungere il risultato.

Perché un sentiero, un pendio innevato, un animale, un pino non sono prodotti. Vedere queste entità come prodotti è una visione aziendalistica della montagna. E non credo, dicendo questo, di rifiutare o di ostacolare l’economia di una valle o delle Alpi intere. So benissimo che la montagna è, e deve rimanere, fonte di reddito. Proprio perché è una fonte di reddito, deve restare tale anche per le prossime generazioni.

Quindi non stiamo parlando di prodotti, e non voglio usare questo linguaggio. In questo mio rifiuto, c’è un’altra parola che oggi si usa spesso: fruizione.

Prodotto richiama il supermercato, quindi l’acquisto. Fruizione richiama la completa passività di coloro che fanno un qualcosa: la passività rispetto ad altri. Passività nei confronti di coloro che hanno ideato quell’attività, o che l’hanno preparata per coloro che seguiranno passivi.

Fruizione: sostituirei con frequentazione o altri termini. In questo ci si può esercitare. Rimane che, quando sento fruizione a me vengono i brividi. Anche perché è proprio l’uso di prodotto e fruizione che ha portato all’uso di un’altra parola oggi diventata sospetta: sostenibile.

Sostenibilità sembra parola bella, utile, per un obiettivo concreto. Certo, il significato letterale è quello. In realtà però, essendo in Italia, sappiamo perfettamente che la parola sostenibile è un piede di porco per ottenere tutta una serie di concessioni e farle passare surrettiziamente anche in contesti in cui non ci azzeccano nulla.

Nel mio discorso vorrei dunque tralasciare questi termini, prodotti, fruizione e sostenibilità proprio perché essi educano alla passività dell’individuo.

Io credo che l’andare in montagna non possa e non debba essere un’attività passiva. Se lo diventa, anche la pericolosità aumenta. Bisogna essere attivi, non passivi. Prima, durante e dopo. Questo fa esperienza. E questo è vero per chiunque, a qualunque livello, professionista, accademico, dilettante, neofita e cercatore di funghi. Chiunque sia insomma appassionato di montagna.

Ma cosa significa essere “attivi”? Vuole dire saper reagire agli eventi, alle opportunità, alle scelte. Saper muoversi in un ambiente, dunque anche conoscere tutte le realtà che stiamo andando a toccare.

Eviterei dunque la passività. Non so quanto possa essere convincente quello che sto dicendo. So anche che posso risultare assai antipatico e supponente, presuntuoso.

Chi è costui che crede di poterci insegnare come si va in montagna, di far psicologia, filosofia, di discutere sui termini da tutti accettati?

Mi serve dunque ricordare ciò che ho detto all’inizio, cioè che non sono qui a mediare un bel nulla, solo a esprimere le mie opinioni, sapendo per fortuna di non essere certo l’unico a pensarla così.

Sì, è vero, non posso non aborrire la passività, che in montagna è solo deleteria. E’ deleteria per la nostra formazione d’esperienza e per il rischio aggiunto a livello personale o di gruppo.

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La motoslitta? Cosa ci può essere di più passivo?

L’eliski? Al di là del piacere epidermico della discesa, rimane il fatto che non fai la fatica di salire.

La ferrata? Un esempio a dir poco fantastico di quello che io intendo per passività. E’ vero che la ferrata richiede fatica, a volte un notevole impegno atletico: però sei passivo, perché non hai creato nulla, non hai avuto modo di esercitare alcuna fantasia al riguardo, non hai scelte di percorso. Sei un esecutore. Non devi muoverti neppure un centimetro al di fuori dell’itinerario, perché se lo fai sei davvero sciocco. Un metro a destra o a sinistra si trova ogni genere di grana. Sei passivo dall’inizio alla fine. In più c’è tutta una serie di procedure codificate, che sono effettivamente quelle da attuare, anche se non dovrebbero mai essere imposte per legge. Il kit è procedurato, come le manovre di assicurazione durante la progressione. Non ti è richiesto né concesso alcun tipo di deviazione creativa o comportamentale. Sei passivo.

Arne Næss
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Io mi sono formato sulle idee e sull’esempio di un grande filosofo e alpinista, il norvegese Arne Næss, diventato poi un simpatico vecchietto che è morto nel 2009. Næss nel 1950 era capo di quella spedizione che per prima salì il Tirich Mir, una montagna di quasi ottomila metri, la più alta dell’Hindu Kush. Se pensate che solo poco più di un mese prima era stato salito dai francesi l’Annapurna, il primo Ottomila a essere conquistato, per nulla più difficile del Tirich Mir, avete idea dell’impresa di questo filosofo-alpinista, che, tra parentesi, arrivò anche lui in vetta.

Næss è stato dunque alpinista di primo livello, ma è noto a livello mondiale per aver formulato le teorie dell’ecologia del profondo, la deep ecology.

Non è questa la sede per dilungarci sull’ecologia del profondo e sulla sua portata ideologica. Vi farò solo un esempio, tra l’altro suo, per capire la differenza tra ecologia ed ecologia del profondo.

Arne Næss diceva che, in presenza di un laghetto naturale e balneabile, l’ecologo direbbe: “Dobbiamo difendere la qualità naturale di questo laghetto, in modo che anche i nostri figli possano usufruirne (ecco ancora la parola fruizione, nota mia), nuotare, vedere la bellezza, ecc.”; mentre l’ecologo del profondo direbbe: “Dobbiamo difendere la qualità di questo laghetto, in modo che tutte le creature che l’hanno come habitat (pesci, alghe, piante, ecc.) possano vivere”. Non per mantenere artificialmente delle vite, bensì perché queste creature, anche più semplici di quelle umane, hanno lo stesso nostro diritto di vivere. Lo “stesso nostro diritto” non è da intendersi quantitativamente, ma qualitativamente. Cioè la ricerca della qualità di vita per gli animali e per le piante è importante tanto quanto lo è per noi.

Questa è la deep ecology spiegata con una piccola pillola. Consiglio chi è interessato di leggere qualcuna delle importanti opere di Næss.

Eliski in Nuova Zelanda
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E’ questo il nocciolo della questione. Non giustificherei oltre il mio no ai motori con argomenti ambientali. Altri prima di me, e con molta più autorevolezza, hanno esaurientemente parlato dei problemi della fauna nei confronti dei motori.
Ho solo voluto dire che per me l’ambiente è qualcosa di più di ciò che può fornirmi divertimento e serenità.

C’è chi vorrebbe impedire l’eliski appoggiandosi sull’ipotesi che questa pratica potrebbe essere (o è) pericolosa.

Mi è capitato di non firmare una petizione alla Regione Piemonte proprio perché questa si appoggiava sulla presunta pericolosità dell’eliski. Non vorrei mai che venisse approvata una legge di divieto d’eliski facendo riferimento al fatto che questa è un’attività “pericolosa”. Potrebbe essere un precedente giuridico di levatura tale da un domani rendere richiedibile e possibile il divieto tout court di fuoripista e anche di scialpinismo. Anche l’alpinismo potrebbe essere coinvolto in questa furia integralista.

Guai dunque a evocare la pericolosità dell’eliski, vera o presunta: è controproducente.

Non è il pericolo a fare la differenza. Questa la fa l’individuo che, dopo un po’ di anni di esperienza, riesce a crearsi una sua responsabilità, riesce a rispondere solo a se stesso. Ecco l’attività che dicevo prima (contrapposta alla passività). Ecco l’accettazione di limiti che scegliamo noi, non quelli che c’impongono gli altri. La responsabilità del singolo, o auto-responsabilità.

Il raggiungimento di questa condizione responsabile è l’unico mezzo per accedere alla magica parola libertà. La libertà ha bisogno che ci sia stata una scelta. Tu non sei libero quando fai ciò che vuoi, ma quando fai ciò che hai scelto, nell’ambito di alcuni paletti che tu stesso hai stabilito.

La libera scelta che abbiamo fatto costituisce l’essenza della nostra libertà, non come un capriccio di bambino.

Le attività a motore in questione hanno la caratteristica di diseducare alla vita. Siamo in un tempo in cui la figura paterna è assolutamente in crisi, da almeno un secolo. Questa crisi ha portato a molte tragedie e guerre, e non è certo finita. La crisi della figura paterna comporta nella famiglia di oggi l’assenza di un’autorità che sia in grado di indirizzare un giovane adolescente, maschio o femmina che sia, alla vita adulta, alla vita di chi si è staccato dal cordone ombelicale della madre, che per DNA resiste a questo distacco. Il padre dovrebbe staccare: con amore, ma con risoluzione. Dovrebbe indirizzare il ragazzo o la ragazza verso la vita adulta e dire francamente, come ho sentito per puro caso dire in un film recentemente, che la parola “facile” nel mondo degli adulti non esiste. E’ una parola solo per i bambini, che bisogna incoraggiare a imparare.

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Vuole dire che questa società odierna non è tanto adulta. Secondo la pubblicità, è tutto a portata di clic. Pare che con un clic ottieni ogni cosa, invece non ottieni nulla. Ci sono giovani che stanno lì ad aspettare di lavorare, senza idee, senza desideri. Perché dovrebbero avere desideri se sono nella realtà dei fatti è come fossero ancora nel caldo utero materno che soddisfa ogni desiderio?

Se qualcosa si presenta davvero facile, è bene approfittarne. Ci mancherebbe. Non sempre occorre lottare, talvolta ci è data la possibilità di sorridere, di rilassarci. Però mai dimenticare che non esiste vera gioia, o vera soddisfazione e felicità, se ciò che hai ricercato e desiderato non ha avuto una lunga storia di corteggiamenti, in genere faticosi, a volte sacrificanti.

E’ questo che fa la differenza. Ed ecco perché l’eliski è fuori dal mondo psicologico: perché non c’è corteggiamento, non c’è fatica.

C’è chi dice che il problema della montagna invernale è nel numero delle persone che la frequentano. Ammettiamolo e non concediamolo. La montagna è libera per tutti. Non possiamo pensare al numero chiuso. Sono profondamente contrario a ogni tipo di limitazione.

Allora cosa può fare la differenza? Il danaro? Vogliamo che la cresta dell’Hoernli al Cervino invece che mille euro costi cinque, o diecimila euro? Di certo la frequentazione ne sarebbe falcidiata. Sarebbe però solo riservata ai ricchi e preclusa ai poveri. Non mi sembrerebbe un rimedio corretto.

A me sembra che l’unico sistema sensato al fine di limitare l’iper-frequenza sia quello della fatica. Non imponendola, ma neppure togliendola!

Quella che c’è da fare, si fa.

I motori stanno invadendo la nostra vita. Ricordo che in montagna, oltre all’eliski, abbiamo l’elicaccia, l’eliminerali, l’elibike e tutto l’eliturismo. Dobbiamo in qualche modo difenderci da questa invadenza.

Qui di seguito vi riporto un esempio di come si può rispondere a quest’invadenza.
Il 12 novembre 2015, la guida alpina Miche Comi ha pubblicato su facebook un breve scambio epistolare sulla possibilità di realizzare un evento aziendale per VIP.

Michele Comi
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Ciao Michele, allora come anticipato per telefono il cliente vorrebbe un evento super esclusivo che gli dia la possibilità di instaurare un legame forte con possibili clienti. Dovrebbero essere circa 20-25 persone.
Arrivano sabato, si cena e poi la mattina di domenica attività outdoor con pranzo e poi rientro la sera a Milano. Periodo: un week end di marzo.

Ciao Stefania, questo è lo scenario della nostra esperienza sulla neve: il lago Palù. Il lago è a 2000 m, si ghiaccia completamente l’inverno e si raggiunge in mezz’ora di cammino lungo una traccia battuta, oppure lungo la foresta d’abeti disegnando un percorso ad hoc nella neve alta con le racchette da neve.
Sulle sponde si trova il Rifugio Palù, ottimo punto di arrivo e di ristoro dopo l’attività sulla neve (vedi foto allegata). Il rientro avverrà sempre a piedi.
L’attività sulla neve prevede:
– il raggiungimento del rifugio, dosando difficoltà e impegno in funzione dello stato di forma dei partecipanti;
– l’attivazione di un percorso di conoscenza di un ambiente alpino particolare, della neve e delle sue infinite trasformazioni;
– l’acquisizione di alcuni elementi basilari per orientarsi e muoversi nell’ambiente invernale innevato su queste alte montagne tra Valtellina ed Engadina.

Ciao Michele, il cliente si è fatto vivo ieri. Ha ribadito che vogliono qualcosa di estremamente vip ed esclusivo.
Loro avevano parlato di eliski ma è una cosa non fattibile perché richiede diciamo doti atletiche non indifferenti. L’escursione sulla neve è stata bocciata.
Non vogliono fare cose troppo faticose tipo sci o robe simili.
Che altro si può fare sulla neve di domenica mattina di esclusivo e lontano da zone con troppi turisti? Hai qualche idea? Non so, tipo gite in motoslitta, gite in elicottero?

Il Lago e il rifugio Palù
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Scusa Stefania, se il cliente crede che l’esclusività in montagna significhi proiettarsi in luoghi incantati in elicottero o in motoslitta ha le idee confuse.
Evidentemente vuol replicare la schiavitù in cui vive quotidianamente che ha la presunzione di essere libertà.
Vip ed esclusivo non significa facile finzione, ma compiere un’esperienza di conoscenza dell’identità di un luogo selvaggio (senza la necessità d’essere attività estrema). Certo in montagna d’inverno si sentirà il gelo sulle guance o il sudore gelarsi lungo la schiena, ma il fuoco del camino al rifugio farà presto dimenticare questi piccoli disagi conservando il miglior ricordo della giornata sulla neve.
Riguardo ai motori, terrestri e volanti, non posso quindi esserti d’aiuto. Anche senza ricorrere alle racchette è possibile raggiungere comodamente il lago Palù e assieme costruire al centro del lago un igloo, ognuno con il suo compito.
Hanno mai realizzato un igloo con le loro mani? E all’interno, in attesa del pranzo al vicino rifugio, stappato uno Vino Spumante V.S.Q. dalla Valtellina, messo al fresco direttamente nella parete del ricovero bianco? E gustato filetti di trota affumicata, più gustosa del miglior salmone selvaggio, pescata nelle acque che riposano sotto la superficie ghiacciata?
Scusa la franchezza. Un caro saluto. Michele
”.

Ecco, questo secondo me vuole dire esercitare la propria professione di guida alpina con piena dignità. Poter rispondere a fronte alta cose di questo tipo a richieste sciocche e invasive come quelle rivolte a Comi.

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Villeggianti in gita

Il capitolo Villeggianti in gita è tratto dal bellissimo libro di Bepi Mazzotti La montagna presa in giro, pubblicato nella mitica collana Montagna della casa editrice L’Eroica nel 1936. Uno straordinario esempio di satira pungente, adorna delle bellissime illustrazioni di Sante Canciàn.

Villeggianti in gita (1936)
di Giuseppe Bepi Mazzotti

Il villeggiante stagna nel fondo delle valli come l’acqua di una palude. La più breve salita gli fa venire il cardiopalma. Si lagna che il bosco — Eden d’ogni delizia e meta d’ogni escursione — non è mai abbastanza vicino. In certi paesi, per arrivare al bosco, bisogna attraversare il torrente; in altri la strada. Ce ne sono perfino di quelli, impossibili, dove per trovare il bosco bisogna rassegnarsi a discendere le scale.

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Della montagna ha un concetto limitato in alto dalle cime che vede dalla finestra, e in basso dalla strada principale del paese. Il resto non lo riguarda: tutti sanno benissimo che lui è venuto in montagna per riposare! Nessuna cosa potrà smuoverlo dalla sedia a sdraio: nemmeno la considerazione che qualche sgambata di dieci o quindici ore gli farebbe buttar via un poco dell’adipe che lo gonfia.

Bisogna dire però che una volta al mese (una maggiore frequenza preoccuperebbe come una irregolarità di ordine fisiologico) i villeggianti più giovani e vispi della colonia hanno l’audacia d’arrivare a un rifugio.

Giungono in comitive schiamazzanti, esilarati dalla leggerezza dell’aria e dalla fatica. Subito si affannano a scriver cartoline e timbrar molte carte (se non i vestiti o la faccia) col timbro del rifugio. Dicono di avere un appetito inverosimile, ma bevono l’aperitivo, e si lagnano se il pane è duro. Non hanno né equità né criterio: mentre considerano la loro passeggiata una rara prodezza, non pensano alla fatica che occorre per trasportare dal paese la cucina economica, o una cassetta di bottiglie di birra. Il rifugio è per loro una meta fornita d’ogni comodità: da dove sia giunta, che importa? Certo i rifugi vengono riforniti da angioli alati, come quelli che spargono rose sui soffitti del Tiepolo: se pensassero che quanto si vedono intorno ha stroncato schiene d’uomo e di mulo per ore e ore di strada, sarebbero meno esigenti. Non sanno spiegarsi invece come possa talvolta mancare il burro (non esservi burro in montagna!) o un bel canestro di pere mature e d’uva moscata.

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Quasi sempre mangiano all’aperto, seduti sull’erba o sui sassi: è meno confortevole, ma è lecito che ognuno provi almeno una volta la voluttà del disagio, specie quando consente di realizzare una notevole economia. Se sono costretti dal cattivo tempo, o da insufficienza di provviste, a consumare la colazione nella saletta del rifugio, fanno alte meraviglie sul conto steso a fatica dal custode; in generale un custode così buono e accomodante da arrivare a sopportarli senza mostrare fastidio.

Sono superficiali e un po’ bambini; ma, tranne l’inesperienza, non hanno gravi difetti: appena quel tanto di esuberanza giovanile che basta per renderli buffi, ma anche per farli perdonare.

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In generale sono molto egoisti. Non s’interessano del sacco enorme che il portatore depone in terra con disinvoltura, e degnano appena di uno sguardo i baffi spioventi di una vecchia guida. Talvolta qualcuno sente un po’ di rispetto per l’alpinista che tace in un angolo, e cerca allora di darsi un contegno; qualcuno dimostra ammirazione per la corda, e insieme un vago timore; ma sono pochi. C’è però anche qualche ragazzo che, giunto in paese, avrebbe voglia di tornare in montagna. Rivede la guida bonaria, l’alpinista silenzioso, e… — perché no? — vorrebbe provare una volta, così per curiosità, a farsi legare in cordata (ma se cadono gli altri — pensa — come farò a sorreggerli? E la corda si lancia forse in alto, a cavallo di una rupe, fin che si ferma in qualche modo miracoloso, e poi ci si arrampica per essa? Certo è così…); leva lo sguardo fin sulla vetta più alta che minaccia la valle, e già immagina di esservi giunto. E’ lassù: stringe in mano la corda come un bene proibito; e prova la nuova ebbrezza del vuoto e dell’altezza.

Chi ha immaginato di trovarsi una volta lassù, ritornerà. Per questo le gite in comitiva non sono sempre inutili: basterà che, fra i tanti, ve ne sia uno che arrivi a comprendere la montagna.

In quanto agli altri, saremmo dei belli egoisti se li invitassimo a starsene a casa: salgano! E saranno i benvenuti, specie se canteranno un po’ meno, e se avranno un po’ più di rispetto per le piccole case dell’Alpe.

Salgano: in montagna c’è sempre posto per tutti; ma cerchino intanto — se ci riescono — di lasciar meno cartacce unte attorno ai rifugi, e meno spiritosaggini sui registri.

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L’impatto dello sci di pista

L’impatto ambientale dello sci di pista: una sintesi (2010)
di Simone Guidetti (nel 2010 tecnico dell’Ufficio Tecnico Ambiente del CAI)

Questa relazione è tratta dagli Atti dell’Aggiornamento Nazionale CAI-TAM 2010, da un convegno (Montagna, neve e sviluppo sostenibile: quali prospettive) che si svolse a Leonessa (RI) dal 17 al 19 settembre 2010. Gli Atti costituiscono il Quaderno TAM n. 5.


Dati socio-economici della regione alpina

Normalmente si pensa che le aree di montagna siano aree depresse economicamente e in fase di spopolamento e la richiesta di contributi pubblici per la realizzazione di determinate opere viene giustificata con la necessità di promuovere lo sviluppo di queste aree.

Tuttavia, da un’analisi socio-economica approfondita, emerge un quadro più complesso e parzialmente in contrasto con questa tesi. Infatti, la regione alpina (così come anche alcune aree appenniniche) è un’area mediamente ricca, con un buon tasso di occupazione e in crescita demografica, anche se con profonde disomogeneità territoriali.

Foto: AP Photo/Diether Endlicher
Course workers carry poles after dismantling the the women's giant slalom course in Park City, Utah Friday, Feb. 22, 2002 at the Salt Lake City Winter Olympics. The women's giant slalom was the final alpine ski event in Park  City at the Salt Lake City Winter Olympics. (AP Photo/Diether Endlicher)

Considerazioni generali sul turismo nelle Alpi
Le Alpi sono una regione a forte vocazione turistica (tra i 60 e gli 80 milioni di turisti all’anno).

Secondo CIPRA, Il turismo alpino estivo realizza mediamente un fatturato complessivo nettamente superiore a quello invernale (anche se, nelle località a forte vocazione sciistica, il fatturato invernale può essere superiore).

In particolare, il turismo invernale legato allo sci è caratterizzato da una forte stagionalità e concentrazione territoriale (turismo intensivo), a differenza del turismo “estivo” che presenta una durata stagionale maggiore ed è maggiormente distribuito sul territorio.

Tutto ciò si traduce in un numero di presenza turistiche estive che è oltre il doppio di quello invernale. L’Alto Adige, che ha adottato un modello di sviluppo turistico di tipo “diffuso” e “per tutte le stagioni” è, non a caso, la provincia a maggiore vocazione turistica delle montagne italiane e presenta un indice annuale di intensità turistica 4 volte superiore a quello della provincia di Sondrio, dove la stagione più turistica è l’inverno, il turismo si concentra in pochi comuni, e dove il modello di sviluppo predilige le seconde case agli esercizi ricettivi.

Le dinamiche del mercato turistico prevedono:
– una domanda turistica sempre più eterogenea (anche nel periodo invernale);
– un aumento del turismo di giornata anziché di più giorni, nella stagione invernale;
– un prolungamento della stagione turistica estiva, anche a parte della primavera e dell’autunno.

Su tali dinamiche in atto, si faranno sentire anche gli effetti dei cambiamenti climatici.

Cambiamenti climatici e strategie di adattamento
Secondo la previsione dei climatologi, la temperatura media annuale nella regione alpina aumenterà maggiormente rispetto alla media globale (che nello scenario intermedio dovrebbe crescere di +2,8 °C nel periodo 2090-2099 rispetto al periodo 1980-1999).
Nella regione alpina si prevede, inoltre, una riduzione della piovosità estiva e un aumento di quella invernale, ma con riduzione delle precipitazioni nevose. L’affidabilità di una stazione sciistica viene misurata tramite un parametro detto LAN = Linea di Affidabilità della Neve (quota con 30 cm di neve per almeno 100 giorni). Il valore di tale parametro aumenta di 150 m per ogni °C.

Per un aumento di temperatura di 2 °C si stima che il numero delle attuali stazioni con copertura nevosa affidabile si ridurrà del 50%, con conseguente perdita di fatturato (fino a -700 milioni di €/anno nel 2030 rispetto al 2006, secondo il Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici – CMCC).

Tra le diverse strategie di “adattamento” per quanto riguarda il turismo invernale, quella più promettente economicamente e più sostenibile dal punto di vista ambientale è senza dubbio la strategia “multifunzionale”.
Le strategie di tipo tecnologica – legata allo sviluppo dell’innevamento artificiale – e adattativa – legata allo spostamento “più in alto” dei comprensori sciistici – sono caratterizzate da alti costi di investimento e di gestione, oltre che da potenziali impatti negativi sull’ambiente di media e alta montagna. Per un approfondimento sugli effetti dei cambiamenti climatici sulla regione alpina si rimanda al documento Dossier sul Climate Change, fonte www.cai.it.

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Impatto ambientale del turismo intensivo invernale

I fattori di impatto legati al turismo invernale di tipo intensivo sono rappresentati principalmente dalle infrastrutture per lo sci alpino (in senso lato), dal fenomeno delle seconde case, dal traffico indotto. Da queste “pressioni” derivano numerosi impatti ambientali (diretti o indiretti, spesso tra loro interconnessi) che possono essere così distinti:
– danni al paesaggio;
– riduzione e frammentazione delle aree naturali;
– effetti sulla biodiversità;
– inquinamento delle matrici ambientali (aria, acqua, terreno) e consumo di energia;
– perdita di identità culturale.

Alcune stime suggeriscono che lo sviluppo totale delle piste sulle Alpi italiane superi i 4.000 km. È evidente l’effetto sulla percezione del paesaggio di versante sulla continuità dei diversi ambienti (boschi, pascoli, praterie alpine, habitat di alta quota), che si traduce in una frammentazione degli habitat. È importante non
trascurare il fatto che un paesaggio di montagna degradato riduce l’attrattività turistica di un’area, specialmente nel periodo estivo.

Gli effetti sul suolo
vanno dall’erosione al degrado chimico (C organico, N, P, eventuali inquinanti) causato dall’innevamento artificiale e al degrado fisico dovuto alla gestione delle piste (compattazione e riduzione del volume complessivo e della dimensione dei micropori, riduzione dei cementi organici e delle ife fungine → minore humus).

Per ridurre rapidamente i fenomeni erosivi e ottenere il recupero strutturale e funzionale del suolo è necessario intervenire con operazioni di inerbimento selettivo.

Tuttavia, l’innevamento artificiale e le operazioni di compattazione complicano notevolmente le cose e riducono le possibilità di successo delle operazioni di inerbimento. Infatti, la neve artificiale e compattata è più pesante di quella naturale, riduce la capacità di isolamento del suolo, favorisce il congelamento del cotico erboso e degli orizzonti superficiali e può apportare inquinanti (come l’olio lubrificante proveniente dalle macchine usate per produrla) e additivi, utilizzati per favorire il rapido e duraturo congelamento dell’acqua (per la produzione di neve artificiale).

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Gli effetti sulla vegetazione
osservati consistono in riduzione della copertura vegetale e della produttività (capacità di produrre biomassa), nell’alterazione e riduzione della biodiversità (in particolare delle piante con fioritura a inizio stagione) e nel ritardo nello sviluppo della vegetazione (la neve sulle piste rimane fino a stagione avanzata e ritarda l’inizio dell’attività vegetativa).

Anche a distanza di anni e nonostante le operazioni di inerbimento la situazione non migliora. Sembra invece che la quantità di nutrienti (N, P) dovuta all’innevamento artificiale aumenti nel tempo → possibile inquinamento idrico.
Le specie vegetali ad alta quota hanno una bassa capacità di ricolonizzazione dei tracciati delle piste. Le operazioni di inerbimento possono avere effetti indiretti come l’introduzione di specie aliene e portare a ibridazioni con quelle autoctone.

Gli effetti sulla fauna
si manifestano in particolare come riduzione della biodiversità. Nello specifico, per quanto riguarda gli uccelli (maggiormente studiati), sono stati osservati:
– una riduzione degli habitat ed un effetto margine negativo nelle aree boscate a margine delle piste e anche nelle praterie adiacenti (< biodiversità);
– un aumento dei metaboliti dello stress (gallo forcello);
– un minore successo riproduttivo delle specie che nidificano a terra (pernice bianca);
– un pericolo rappresentato dai cavi degli impianti di risalita.

Mancano dati sulle popolazioni di mammiferi e anfibi, oltre che sugli invertebrati. Per quanto riguarda i mammiferi, gli effetti più negativi consistono nella riduzione e frammentazione degli habitat. Nel caso degli anfibi, i serbatoi artificiali per l’innevamento possono costituire delle trappole.
Anche l’inquinamento acustico e luminoso può recare disturbo alla fauna, in considerazione del fatto che spesso l’innevamento e la sistemazione delle piste viene effettuata di notte. Si noti, inoltre, che gli effetti di disturbo legati agli impianti da sci e all’innevamento artificiale andranno ad aggravare la riduzione della bio-diversità già prevista come conseguenza diretta del Climate Change.

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La produzione di neve artificiale comporta alti costi di investimento e manutenzione oltre a un grande consumo di acqua
(circa 4.000 mc/ha di pista) e di energia (circa 25.000 kWh/ha di pista).
Le principali conseguenze indirette della realizzazione di nuovi comprensori sciistici (o dell’ampliamento di quelli esistenti) sono uno sviluppo urbanistico abnorme, a causa della costruzione di seconde case, e l’aumento del traffico.
Lo sviluppo urbanistico può essere, comunque, molto diverso, per molteplici fattori. Si confronti il rapporto abitazioni/abitante nel caso di Sesto Puseria (esempio virtuoso) rispetto al Sestrière.
Si noti, peraltro, come le altre infrastrutture (fognatura, depurazione dei reflui, raccolta dei rifiuti, strade, parcheggi, ecc.) connesse allo sviluppo urbanistico debbano necessariamente essere dimensionate (e non lo sono sempre!) per i brevi periodi di alta stagione turistica.

Economia dello sci?
Oltre agli aspetti ambientali e alla disponibilità delle risorse, la pianificazione territoriale dovrebbe prendere in considerazione anche gli aspetti legati alla redditività degli impianti da sci.

L’innalzamento di temperatura porterà, da una parte, ad aumentare il costo specifico (per mc di neve o per ettaro di pista) di produzione della neve artificiale (legato a un maggior consumo energetico) e, dall’altra, ad aumentare la superficie complessiva da innevare artificialmente (con costo ulteriore), ovvero la produzione di neve artificiale.

Ne deriva una grande incertezza per il settore dello sci: tra le spese di investimento e di esercizio è (e sarà in futuro) in grado di sostenersi da solo?
Le sovvenzioni pubbliche al settore sono un fenomeno tipico italiano, che però si ritrova anche in altri paesi. Ad es. in Austria ogni sciatore viene “sovvenzionato” con 18,75 €/anno solo per gli impianti di innevamento (Cipra). In Italia, oltre alle sovvenzioni, sono previsti anche sussidi statali in caso di annate con poca neve qualora venga dichiarato (come è già successo in passato in alcune regioni) lo “stato di calamità naturale”.
In ogni caso, da una prima analisi, si rileva una mancanza di dati certi e facilmente accessibili sui bilanci delle società/consorzi che gestiscono gli impianti e sull’entità dei finanziamenti pubblici. Un’altra anomalia tutta italiana è costituita dal fatto che spesso le stesse società che realizzano e gestiscono gli impianti sono di proprietà “pubblica” e questo, assieme alle sovvenzioni, rischia di falsare la concorrenza tra diversi comprensori sciistici e di entrare in conflitto con la normativa europea.
La Società Meteorologica Subalpina afferma che è giustificabile un “eventuale mantenimento degli impianti di innevamento programmato, ma soltanto ove questo sia sostenibile economicamente e consenta con investimenti ragionevolmente contenuti di attenuare/risolvere le principali le crisi di innevamento.
Questa situazione potrebbe realizzarsi soltanto oltre i 1800÷2000 m circa, mentre a quote inferiori l’aumento delle temperature potrebbe spesso compromettere la funzionalità degli impianti anche in pieno inverno. Si tenga tuttavia presente che tale soluzione comporta elevati dispendi energetici con ulteriore incremento delle emissioni climalteranti, pertanto la sua espansione deve essere attentamente valutata anche in termini di esternalità negative.

Ove non sostenibile/conveniente il mantenimento degli impianti di innevamento programmato, è necessaria una progressiva conversione delle attività turistiche in vista di nuove condizioni climatiche, slegandosi per quanto possibile dalla «monocultura» dello sci di pista, privilegiando il più possibile approcci di fruizione dell’ambiente invernale non necessariamente innevato in modo ottimale, ma pur sempre ricco di fascino” (estratto da Cambiamenti climatici in Valle d’Aosta, 2006).
Occorre infine considerare che anche a quote elevate e sui ghiacciai, dove evidentemente è minore la superficie disponibile, la realizzazione di nuovi impianti presenta numerose problematiche, tra le quali:
– problemi legati alla sicurezza e a difficoltà ingegneristico-logistiche (con conseguente aumento dei costi);
– grave danno potenziale per ecosistemi molto fragili e vulnerabili ai cambiamenti climatici.

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Posizione e ruolo del CAI

La posizione del Sodalizio sull’argomento è contenuta nel Bidecalogo (oggi sostituito dal Nuovo Bidecalogo, NdR) nella presa di posizione del Club Arc Alpin (approvata dal CC nel 2001). Tuttavia questa posizione non è, purtroppo, da tutti condivisa all’interno del CAI (vedasi il “caso Friuli”).
Gli obiettivi possibili da perseguire in un’ottica di tutela dell’ambiente montano comprendono:
➢ la ratifica dei Protocolli della Convenzione delle Alpi (tra cui quello sul “turismo”);
➢ la promozione di una pianificazione territoriale che tenga conto dei cambiamenti climatici e degli effetti sulla biodiversità (ovvero maggiore tutela per le aree nivali e d’alta quota);
➢ la richiesta di moratoria di nuovi impianti e ampliamenti all’interno delle aree protette e dei siti Natura 2000 (salvo migliorie) e, in ogni caso, al di sotto dei 2.000 m;
➢ l’introduzione di misure di compensazione per le aree non protette, a cominciare dalla dismissione dei vecchi impianti e identificazione e promozione di standard di qualità ambientale per i comprensori sciistici (audit);
➢ la realizzazione di un Osservatorio per una banca dati a livello nazionale-regionale su:
– domanda ed offerta turistica sulla Alpi;
– bilancio dei singoli consorzi che gestiscono i comprensori sciistici;
– catasto (georeferenziato e fotografico) degli impianti obsoleti e di quelli “a rischio”, in virtù della posizione e dei cambiamenti climatici previsti;
➢ la richiesta di eliminazione di tutti i finanziamenti pubblici destinati alla realizzazione di impianti da sci (e cessione della quota di proprietà pubblica nei consorzi) così come eliminazione dei sussidi per annate con poca neve (stato di calamità naturale);
➢ la promozione e incentivazione di forme di turismo estensivo differenziato e meno impattante (anche tramite finanziamento pubblico) oltre che sul turismo estivo (allungamento della stagione).

Alcune delle azioni finalizzate al raggiungimento di tali obiettivi possono essere:
΀ la sensibilizzazione ed informazione ambientale (promozione di “buone pratiche”);
΀ la partecipazione alla pianificazione territoriale (es. VAS → PTR) e alla attività legislativa (es. richieste di revisione del Codice della strada per le motoslitte);
΀ ™il dialogo con amministratori degli enti locali e con i gestori/imprenditori dello sci;
΀ le osservazioni in fase di VIA (es. osservazioni funivia sulla “Cresta Rossa” del Rosa);
΀ l’organizzazione di convegni e predisposizione di strumenti “comunicativi” (conferenze stampa, opuscoli, comunicati, ecc.);
΀ azioni dimostrative e di protesta (es. manifestazione contro le motoslitte allo Spluga);
΀ ricorsi giudiziari (se ci sono i presupposti e lo si ritiene indispensabile).

In ogni caso va considerata la tempistica e l’opportunità di collaborare con le altre Associazioni nazionali e con i comitati locali, per mettere in campo un’attività di “lobby” più incisiva.

Sestrière, 1991: impianti d’innevamento artificiale
Aquila Verde 1991, Sestrières, M. Pinoli

Il turismo sostenibile (buone pratiche)
Alcuni esempi interessanti di sviluppo turistico sostenibile e di successo, al di fuori dei soliti schemi legati esclusivamente allo sci, si possono trovare in alcune aree dell’Alto Adige, nell’Altopiano di Asiago, nelle valli occitane, nella Vallée de la Clarée in Francia, in parte dell’Engadina. Queste zone sono tutte caratterizzate dalla varietà dell’offerta e dalla valorizzazione delle caratteristiche intrinseche del territorio, oltre che da un’attenzione verso forme alternative di mobilità rispetto all’ automobile.
Nella pianificazione turistica del territorio il ruolo di coordinamento e di visione d’insieme delle aree protette (che devono diventare soggetti proattivi e non limitarsi alla sola “protezione”) può risultare determinante ed in ogni caso costituire un valore aggiunto.
È altresì fondamentale il rilancio dell’Agenda 21 come forma di partecipazione propositiva alla pianificazione del territorio, così come altre forme di partecipazione (legge di iniziativa popolare, referendum consultivi, ecc.).

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Monti Sibillini: quando tornerà il sereno?

Monti Sibillini: quando tornerà il sereno?

Anche sui Monti Sibillini dopo le impetuose bufere prima o poi dovrà tornare il sereno. A quanto sembra, più poi che prima. Chi volesse, per comodità, qui sotto trova lista completa dei nostri post su questo delicato e complesso argomento.

31 dicembre 2013 Numero chiuso nel Parco dei Sibillini?
15 marzo 2014: Monti Sibillini, lettera aperta: chi è nemico della Natura?
8 ottobre 2014: Accordo Parco dei Sibillini – Guide Alpine
8 novembre 2014: La lunga notte dei Sibillini 1
4 dicembre 2014: La lunga notte dei Sibillini 2
4 gennaio 2015: La lunga notte dei Sibillini 3
19 gennaio 2015: Monti Sibillini, una possibile alba

Sono passati nove mesi e ancora il pargolo non nasce, anzi. L’occasione per riprendere l’argomento è data da una lettera che la guida alpina Paolo Caruso ha spedito l’11 agosto 2015 al Prefetto di Macerata, con oggetto: richiesta chiarimenti regolamenti con possibili discriminazioni – Parco Nazionale Monti Sibillini.
Crediamo che già con queste righe ci si possa fare idea della poca chiarezza che regna in una Pubblica Amministrazione, come è quella de Parco dei Sibillini, e dell’evidente difficoltà di comunicazione tra le parti.
In conoscenza sono parecchi altri soggetti, tra i quali Matteo Renzi e vari Uffici del Consiglio dei Ministri.

Gabriele Scorsolini guidato da Manfredi Caruso sul M. Bicco. Foto: Paolo Caruso
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Ecco il testo (qui è il documento in pdf):
“Il sottoscritto Paolo Caruso, in qualità di professionista della montagna, Guida Alpina – Maestro d’Alpinismo, non riuscendo ad avere chiarimenti in merito alle gravi disposizioni del nuovo regolamento DD. 384 del Parco Nazionale dei Monti Sibillini (ALLEGATO A), relativamente agli avvicinamenti ed agli allontanamenti delle salite alpinistiche nell’area del M. Bove Nord, che sembrerebbero ledere la libertà personale e le scelte professionali, oltre a sembrare discriminatorie ed essere potenzialmente pericolose per la Pubblica Sicurezza e per il mantenimento dell’Ordine Pubblico, con la presente si rivolge alla Sua Spettabile Autorità con la speranza di avere chiarimenti in merito a tali disposizioni anche al fine di essere sicuro che il detto DD 384 sia stato emanato nel rispetto della Costituzione e delle leggi italiane, oltre che internazionali.

Premessa
Nel gennaio 2009 l’Ente Parco impone un divieto per le attività alpinistiche, definito “temporaneo”, per tre mesi a seguito dell’introduzione del Camoscio appenninico. Tale divieto, che ha penalizzato fortemente gli alpinisti e in particolare i professionisti della montagna, come il sottoscritto, è stato poi prolungato per oltre 5 anni fino al 2014. L’8 luglio 2014 l’Ente Parco dichiara in una conferenza pubblica che il divieto verrà eliminato entro il mese di luglio 2014 e sostituito da una nuova regolamentazione. Nonostante ciò e nonostante il sottoscritto avesse informato l’Ente Parco della salita alpinistica a Punta Anna (M. Bove Nord), come da indicazioni dell’Ente stesso, effettuata il 19 agosto 2014, una sanzione viene elevata dal Corpo Forestale su richiesta dell’Ente Parco alla mia persona durante l’esercizio della professione. Il ricorso relativo a tale sanzione presentato dal sottoscritto al Presidente della Repubblica è attualmente in esame presso il Consiglio dei Ministri.

Paolo Caruso sul Pilier Sibillino
SibilliniTorneràSereno-05 P. Caruso su Pilier Sibillino

Sempre nell’agosto 2014 viene pubblicato all’Albo Pretorio il DD 384 senza che i documenti relativi a tale pubblicazione fossero allegati o resi reperibili e disponibili alla consultazione, violando quindi le normative sulla informazione, partecipazione e trasparenza in tema ambientale, come stabilito dalla Convenzione UNECE di Aarhus oltre alla legge italiana 241/90. Inoltre, alcune richieste di modifica relativamente all’atto pubblicato all’Albo sono state inviate nei termini di legge dal sottoscritto e dal dr. Marco Speziale, ma lo stesso Ente Parco, pur dichiarando che tali richieste erano state “in parte accolte” (ALLEGATO B) senza aver mai specificato quali fossero, insiste nell’applicare il DD 384 senza che esso abbia subito alcuna modifica e neanche una ripubblicazione all’Albo, come richiesto invece dalle normative sopra indicate.

Si fa presente, inoltre, che se da un lato è stata vietata dall’Ente Parco per quasi sei anni la pratica dell’alpinismo al M. Bove Nord impedendo perfino l’esercizio della professione alle Guide Alpine, professione che non è di impatto e si esegue senza mezzi a motore, allo stesso tempo l’Ente Parco medesimo consente l’accesso ai mezzi motorizzati perfino nella stessa area del M. Bove Nord (quella vietata, dunque, perfino alle Guide Alpine), per le “attività produttive” e per le attività “agro-silvo-pastorali” ma anche per progetti sperimentali o per attività non legate alle funzioni menzionate agro-silvo-pastorali (vedi ad esempio il “discusso” Progetto Praterie Altomontane). Ma stando a quanto sopra esposto, si precisa che anche le Guide Alpine svolgono un’attività produttiva (ALLEGATO C, fattura professionale relativa alla salita alpinistica che ha determinato la sanzione). Alle richieste di chiarimento sul perché di questa grave e assurda discriminazione l’Ente Parco non ha mai risposto mentre il Corpo Forestale, anch’esso interpellato, fornisce alla richiesta del sottoscritto (ALLEGATO D) una risposta non certo esaustiva (ALLEGATO E), nella quale si specifica soltanto che i mezzi a motore autorizzati possono accedere all’area “critica” per le motivazioni sopra indicate. Ma allora, perché si riserva alle guide alpine un trattamento così diverso e penalizzante se non propriamente discriminatorio?

Marta Zarelli su Dittatura Democratica. Foto: Paolo Caruso
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Fatto
Il DD 384, regolamento che è irregolare e dovrebbe comunque essere annullato per i vizi di forma sopra indicati, contiene disposizioni relative agli avvicinamenti alle pareti alpinistiche del M. Bove e agli allontanamenti dalle stesse, appellati “rientri” nel regolamento suddetto, che sembrerebbero ledere perfino i più basilari diritti della libertà personale, come sopra indicato, con la possibilità di mettere perfino a rischio la Pubblica Sicurezza e l’Ordine Pubblico. In pratica, con il DD 384 si discriminano gli alpinisti rispetto agli escursionisti: questi ultimi possono percorrere tutti i sentieri esistenti e ufficialmente percorribili, mentre gli alpinisti vengono obbligati dalle disposizioni suddette a percorrere soltanto un sentiero prescelto e imposto dall’Ente Parco o, al massimo, a scegliere tra due sole possibilità impedendo comunque un libero passaggio sui sentieri esistenti. Non si riesce a comprendere il motivo di questa discriminazione: perché gli alpinisti nei Monti Sibillini non possono scegliere il sentiero su cui camminare come avviene invece per qualsiasi escursionista nella stessa area e per tutti gli alpinisti che frequentano qualsiasi altra montagna italiana e del mondo?

La richiesta di chiarimenti effettuata dal sottoscritto all’Ente Parco prima e al Corpo Forestale dopo (ALLEGATO F) ha ricevuto soltanto risposte vaghe e approssimative, tutt’altro che chiare ed esaustive (ALLEGATO G e ALLEGATO H).

Inoltre il sottoscritto, come professionista, ha il dovere di scegliere adeguatamente il sentiero di avvicinamento e di allontanamento a seconda delle condizioni meteorologiche e delle possibilità delle persone che si trova a condurre, dell’orario, ecc., onde evitare di mettere a rischio l’incolumità delle persone di cui è responsabile. Durante la 1a salita alpinistica di Punta Anna effettuata insieme a un ragazzo quindicenne non-vedente, avvenuta il 3 agosto 2015, il sottoscritto ha deciso di NON rispettare il DD.384 per non mettere in pericolo il ragazzo stesso, con la possibilità di subire un’altra assurda e insensata sanzione. Infatti, il sottoscritto avrebbe dovuto “costringere” il ragazzo non-vedente a seguire, secondo le disposizioni dell’Ente Parco, il sentiero denominato n. 4 nello stesso DD 384, che di fatto oltre a non essere tracciato è privo di adeguata segnaletica e quindi praticamente impossibile da seguire: il sottoscritto ha pertanto ritenuto opportuno percorrere un sentiero molto più adatto al ragazzo, ma vietato agli alpinisti perfino con disabilità particolari, pur essendo utilizzato regolarmente da tutti gli escursionisti.

Perché l’Ente Parco ha introdotto un regolamento che, oltre ad essere irregolare per vizi di forma, potrebbe mettere in pericolo non solo le persone così dette “normali” ma perfino penalizzando e discriminando le persone disabili? Tutto ciò è regolare? Le normative italiane ed europee vengono così rispettate?

Si sottolinea, inoltre, che non sono soltanto i professionisti e i disabili ad essere penalizzati e discriminati dal DD 384 ma tutta la comunità degli alpinisti. Infatti, il prerequisito che è alla base dell’alpinismo prevede e richiede la valutazione anche degli itinerari da effettuare che devono essere scelti a seguito di una libera valutazione interpretativa in accordo e in armonia con tutti gli altri fattori che rientrano in particolare nella pratica dell’attività alpinistica, anche per ovvie questioni di sicurezza!

Marco Todisco su Comandante Massud. Foto: Paolo Caruso
SibilliniTorneràSereno-11 Marco Todisco su Comandante Massud foto P. Caruso

Conclusioni
Considerando quanto sopra, sono a chiedere quanto segue:

1) È lecito discriminare gli alpinisti con un regolamento come il DD. 384 che impedisce agli stessi di percorrere i sentieri esistenti e normalmente utilizzati dagli escursionisti?

2) È lecito discriminare l’attività produttiva delle guide alpine, vietandone l’esercizio professionale, rispetto a quelle consentite ed effettuate con mezzi a motore che, oltre ad essere evidentemente a forte impatto ambientale, sono tra le principali cause di disturbo per il Camoscio appenninico introdotto nell’area del M. Bove?

3) È lecito mantenere in vigore un regolamento come il DD 384 nonostante i vizi di forma, la mancata ripubblicazione all’Albo Pretorio con le modifiche richieste nei termini di legge e la mancata possibilità di poter consultare i documenti che non sono stati allegati e resi disponibili alla consultazione nel momento della pubblicazione del regolamento all’Albo stesso, oltre agli elementi sopra indicati che appaiono come discriminatori?

Considerando che dopo sei (6) anni dall’imposizione del divieto alpinistico temporaneo di tre (3) mesi, di innumerevoli tentativi di dialogo con l’Ente Parco e di richieste di chiarimenti rivolte anche ad altre autorità preposte al fine di vedere rispettati i diritti degli alpinisti e dei professionisti della montagna, non si riesce ad avere le risposte del caso, tra cui in particolare alle tre (3) domande sopra indicate, si confida in un Suo cortese riscontro e ringraziandoLa per l’attenzione prestata, nonché rimanendo a Sua disposizione per eventuali ulteriori chiarimenti, invio cordiali saluti.

Paolo Caruso
Guida Alpina – Maestro d’Alpinismo
www.metodocaruso.com

Paolo Caruso su Dittatura Democratica
SibilliniTorneràSereno-08 P. Caruso su Dittatura Democratica

Considerazioni
Come si vede, dopo quasi sette anni le domande sono importanti.
Perché gli alpinisti sul M. Bove non possono percorrere i sentieri che sono aperti a tutti, scegliendoli liberamente, come invece avviene per qualsiasi escursionista che transita nella stessa area?

Come verrebbero effettuati i controlli lungo i sentieri accessibili solo agli escursionisti, per individuare e sanzionare gli alpinisti? Sono previste perquisizioni agli zaini di coloro che percorrono i sentieri con lo scopo di bloccare chi possiede corde e moschettoni e allo stesso tempo lasciare il libero passaggio agli escursionisti?

Qualora si verificassero incidenti a danno di qualche alpinista, dovuti all’imposizione del percorso da seguire per l’avvicinamento/allontanamento alle/dalle “Vie”, così come stabilito nel D.D. n. 384, a chi verrà imputata la responsabilità? A coloro che hanno elaborato/deciso i percorsi che gli alpinisti devono seguire obbligatoriamente (l’Ente Parco che lo ha sviluppato in collaborazione con il Collegio delle Guide Alpine delle Marche) o a chi lo ha ritenuto valido e lo ha fatto divenire effettivo? Oppure la responsabilità verrebbe a cadere sulle Autorità preposte al controllo che pur essendo state avvertite sembrerebbero non essere intervenute per correggere le “anomalie” e criticità?

Perché alcuni mezzi motorizzati autorizzati possono scorrazzare liberamente perfino al di fuori delle sedi stradali e perfino nella zona critica vietata all’alpinismo?

Perché i mezzi motorizzati autorizzati circolano liberamente per “fini produttivi” nella zona vietata all’alpinismo, passando addirittura sui prati relativi all’area in discussione quando, allo stesso tempo, si è vietato ai professionisti della montagna l’accesso e per ben 6 anni non gli sono state concesse autorizzazioni ma anzi gli sono state perfino elevate sanzioni? Si possono discriminare i “fini produttivi” in base alla tipologia delle differenti attività, consentendo incredibilmente quelli a più elevato impatto ambientale (i mezzi a motore) e non quelli a basso impatto (l’alpinismo per tutti e l’attività delle guide alpine)? Su quale criterio si basa la “scelta” di un’attività con “fini produttivi” leciti e legali per rilasciare le autorizzazioni? E’ sensato e lecito tutto ciò?

Se il DD. 384 del Parco dei Sibillini non è regolare per vizi di forma, perché continua ad essere applicato?

Quali sono gli organi preposti al controllo di una Pubblica Amministrazione come è l’Ente Parco?

Perché si permette l’accesso dei mezzi motorizzati anche relativamente al Progetto Praterie Altomontane, perfino al di fuori delle sedi stradali e nelle immediate vicinanze dell’area vietata all’alpinismo, nel momento in cui lo stesso progetto esclude l’utilizzo dei mezzi a motore?

Paolo Caruso, dopo anni di tentativi di dialogo con l’Ente Parco, fa il punto sulla situazione: “Non ci sono parole per definire quanto accade nel Parco Nazionale dei Monti Sibillini… il fatto che il Parco sia tra gli ultimissimi posti per frequenze turistiche non è certo un caso e la dice lunga sulla situazione e sul tipo di gestione. Se pensiamo poi che la gran massa di turisti si concentra a Norcia soprattutto per la fioritura di Castelluccio e in pochissimi altri luoghi… la situazione è preoccupante e allarmante. Abbiamo cercato di spiegare molte volte, ricordando le normative nazionali e internazionali, che i parchi sono stati istituiti per due ragioni principali: salvaguardare la natura e, allo stesso tempo, creare opportunità, favorendo soprattutto le attività a basso impatto ambientale, come quelle tradizionali, non ultimi l’alpinismo, l’escursionismo, lo scialpinismo, ecc. Tra divieti e sanzioni nel territorio si respira un’aria come se si volesse allontanare qualsiasi forma di turismo che non sia quella culinaria e di turismo sulle strade, o sul grande anello dei Sibillini ove, per altro, si sono verificate diverse criticità, non ultima quella relativa ai rifugi del parco chiusi.

Paolo Caruso su Ultimi Cavalieri
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Per quanto riguarda i sentieri, le ingenti somme economiche investite, ad esempio, si parla di diverse centinaia di migliaia di euro, è tale da lasciare perplessi vista la situazione attuale e considerando anche tutte le criticità emerse a tal proposito, segnalate anche su questo blog. Ci si domanda come possa ancora sussistere una tale situazione caotica nonostante i suddetti stanziamenti pubblici ma anche per quanto previsto dal Protocollo d’intesa del 15 settembre 2014 tra Federparchi e CAI, in cui si ribadiscono i compiti del Sodalizio di “provvedere al tracciamento, alla realizzazione e alla manutenzione dei sentieri”. Inoltre, sarebbe apparso sicuramente più logico e di qualità avvalersi anche del parere dei professionisti della montagna locali (Guide Alpine, Accompagnatori, Guide escursioniste, Guide parco), che conoscono bene i percorsi della zona, onde ovviare alle problematiche ben note presenti in questo territorio.

Se poi ricordiamo le tre multe ricevute da Luigi Nespeca relativamente alla conduzione del cane al guinzaglio perfino nei sentieri privi di segnaletica opportuna e accessibili ai cavalli, ai muli, alle mountain bike oltre che ai cani senza guinzaglio utilizzati per il censimento delle coturnici, per la pastorizia, ecc., la situazione appare ancora più grottesca.

Dobbiamo solo evitare di prestare il fianco a possibili attacchi accaniti del Parco in quanto la situazione è ora particolarmente accesa: pensa che alcuni di noi stanno valutando una possibile querela per violazione della Privacy da parte del Parco (eh già, ne commettono di tutti i colori e neanche lo vogliono ammettere).

Che siano particolarmente nervosi lo si vede anche da questo documento del 30 luglio 2015. E’ una comunicazione del Parco che riguarda un altro capitolo, il loro errore di aver divulgato il Verbale della riunione dell’8 luglio 2014 con i dati personali di molte persone presenti (telefono, e-mail, ecc) senza alcuna autorizzazione degli stessi. Invece di cercare di rimediare nel migliore dei modi cercano di difendersi attaccando, come quando si è con le spalle al muro… Tra le varie cose, propongono che io cancelli dal Verbale che hanno inviato a me, e che è stato mandato perfino in Europa come allegato alla chiusura del Progetto sul Camoscio, alcuni nomi delle persone… ed è pure un pdf! Scrivono pure che i nostri commenti sul Gogna Blog “si sarebbero spinti oltre la critica” e quindi messo in cattiva luce il Parco. Non il loro operato, bensì i nostri commenti!

Per tutto questo ho deciso di alzare il tiro e andare avanti. Questi signori ancora sembrano non aver capito che hanno il dovere, soprattutto in tema ambientale, di informazione e trasparenza, anche nel caso in cui nessun cittadino chieda di poter visionare i documenti, figuriamoci quando lo si chiede, come nel nostro caso. Per come li ho sentiti nervosi, potrebbero aver ricevuto qualche avviso da qualche autorità da noi interpellata…

Pertanto, ecco la mia risposta alla comunicazione del Parco del 30 luglio 2015. Rispondo punto per punto sull’argomento “privacy”, poi però:
– li richiamo a una maggiore osservanza della legge, come Pubblica Amministrazione;
– contesto alla loro comunicazione la continua serie di imprecisioni e affermazioni non vere;
– li richiamo anche sul tono piccato, minaccioso e accusatorio che caratterizza le comunicazioni a me da loro inviate”.

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La nuova funivia del Monte Bianco

La nuova funivia del Monte Bianco
a cura di Mountain Wilderness Italia

In occasione dell’odierno ventisettesimo anniversario della famosa manifestazione di Mountain Wilderness per lo smantellamento del tratto funiviario sulla Vallée Blanche del Monte Bianco, pubblichiamo un aggiornamento della vicenda.

Abbiamo sempre saputo che eliminare il collegamento Punta Helbronner-Aiguille du Midi era ed è pura utopia. Ventisette anni fa era però d’obbligo cominciare a dire “basta” nel modo più forte possibile. Al contrario, la funivia che da La Palud sale al Colle del Gigante fa parte ormai della storia e nessuno si sogna di ventilarne lo smantellamento. Non si può tuttavia tacere che, ove per avventura essa non fosse stata mai costruita e se ne volesse proporre oggi la realizzazione, l’opposizione sarebbe totale, drastica e universale. Si tratterebbe insomma di un autentico scandalo, a livello mondiale. La presenza in alta quota dell’impianto, così come lo conosciamo, e delle squallide strutture in cemento armato che lo rendono fruibile, rappresentano infatti, al di là di ogni dubbio, una grave “vulnus” all’integrità di un ambiente naturale non solo di straordinaria bellezza panoramica, ma anche carico di eccezionali significati culturali, legati alla storia dell’alpinismo.

Mountain Wilderness, Punta Helbronner, 16 agosto 1988
Mountain Wilderness, Punta Helbronner, 16 agosto 1988

Pur non essendo del tutto convinti della necessità di ammodernare radicalmente l’impianto attuale, non ci saremmo opposti al progetto, purché esso non prevedesse una ulteriore aggressione ambientale, ma si proponesse solo come cauta razionalizzazione dell’esistente, orientata soprattutto verso i problemi della sicurezza.

Invece assumere come modello da raggiungere e superare, in termini di portata oraria e di offerte collaterali, l’impianto che a suo tempo ha profanato irreversibilmente l’Aiguille du Midi, sul versante francese, è stato insensato non solo per quei motivi culturali ed etici di cui oggi le amministrazioni pubbliche e gli imprenditori privati credono impunemente di potersi fare gioco, ma anche per evidenti calcoli di previsione economica. Courmayeur non è e non diventerà mai una seconda Chamonix. Qualunque rincorsa in una simile direzione sarebbe destinata al fallimento e provocherebbe una ulteriore devastante degradazione ambientale, senza valide contropartite economiche nel medio e lungo periodo. I rispettivi bacini d’utenza turistica, attuali e potenziali, sono e resteranno sempre numericamente molto diversi.

Per una serie di ragioni che la stessa società proprietaria delle Funivie del Monte Bianco ha messo in rilievo, l’affluenza del pubblico sugli impianti era dimezzata nello spazio di dodici anni. Nel 1991 vennero registrati 150.000 passaggi, nel 2002 solo 70.000. Questa emorragia pare sia dovuta principalmente alla benemerita decisione delle autorità francesi di vietare per sempre la pratica dello sci estivo sulla superficie del ghiacciaio del Gigante e alla dimostrata pericolosità della pista di sci invernale che scende dalla stazione intermedia del Pavillon. Chi conosce il Monte Bianco sa bene che la nuova offerta, per quanto rutilante, non eliminerà tali ragioni di disaffezione. Di conseguenza portare la capacità di carico dell’impianto da 250 a 800 passeggeri l’ora rappresenta una decisione non solo gravida di danni ambientali ma anche fondata su un assunto improbabile. E’ forte il rischio che la realizzazione dell’opera porti denari solo nelle tasche dei progettisti e di chi li protegge e finanzia, forse non del tutto disinteressatamente. Trascorso un primo momento di curiosità, solo una frazione delle folle ottimisticamente previste continuerà a sobbarcarsi la non indifferente spesa del biglietto, per andare a tremare di freddo di fronte al versante della Brenva, al quale dedicherà comunque tutt’al più qualche rapida occhiata, per poi rintanarsi nei bar, nei ristoranti, nelle sale da gioco, all’interno della nuova, amplissima e avveniristica stazione d’arrivo, sulla Punta Helbronner. Giova segnalare, tra l’altro, che la stessa Punta Helbronner rientra totalmente nell’elenco dei SIC (Siti di Interesse Comunitario dell’Europa, n° IT 1204010). Come i progettisti hanno aggirato i divieti connessi con tale qualifica?

NuovaFuniviaMonteBianco-2015-05-26-10

Particolarmente inquietante è stato l’abbattimento delle discrete strutture d’accoglienza del Pavillon, sulle quali ancora aleggiava una simpatica atmosfera ottocentesca, per sostituirle con un gigantesco complesso, fornito addirittura di auditorium e sala cinematografica. Cosa ha a che fare tutto ciò con lo spirito della montagna? Vale la pena ricordare a questo proposito che la conclamata giustificazione dei costruttori di impianti a fune, ovunque sulle Alpi, è sempre stata quella di portare la montagna e le sue incontaminate bellezze alla portata anche di chi non se la sente di salire verso le vette con i propri piedi. Noi abbiamo sempre considerato tali affermazioni strumentali e mistificatorie. La nuova realizzazione è, purtroppo, la dimostrazione lampante che avevamo ragione. Qui la montagna non c’entra. Non c’entrano i suoi valori , la sua vocazione e il suo richiamo. La logica è unicamente quella del profitto immediato, a tutti i costi. Immediato: perché nell’arco di qualche anno questa ingiustificata aggressione lascerà in eredità alle comunità della valle soltanto alcune sinistre “cattedrali nel deserto”, sovradimensionate ed economicamente ingestibili. Allora però sarà troppo tardi per tornare indietro.

Aveva perfettamente ragione l’associazione Pro Mont Blanc quando, descrivendo i rischi e la miopia del progetto attualmente realizzato, sosteneva che Courmayeur si trovava davanti a un bivio gravido di conseguenze. Doveva scegliere tra le lusinghe, quasi certamente menzognere, di un turismo di massa “mordi e fuggi”, e il coraggio lungimirante di ritagliarsi una specificità d’elite, che ne facesse, ancora più di quanto già lo fosse, una località turistica appetibile perché unica; ricercata da un pubblico qualificato e sempre più motivato. La comunità di Courmayeur stava già pagando sulla propria pelle l’errore di aver concesso la costruzione, sul suo territorio, dell’autostrada. E questo è il definitivo colpo di grazia.

Questi i fatti. Ma al di là dei fatti è la proposta “culturale” che tali fatti sottintendono e promuovono a rendere perplessi. Tutta l’operazione rispecchia un atteggiamento nei confronti dell’integrità dell’alta montagna arrogante e banalizzante, in una prospettiva di sfruttamento ludico-consumistico di bassissimo conio, al di là delle trovate architettoniche. Le Alpi sono ancora in gran parte un “continente” d’alta quota libero dalle cicatrici infette prodotte dagli interessi aggressivi delle forze economiche che continuano a orientare i bisogni e le aspirazioni delle comunità locali, ottenendone spesso il consenso. Luoghi privilegiati ma sempre più fragili in cui chi davvero lo voglia può ancora sperimentare un incontro con la natura autentico e non condizionato. In tale prospettiva il massiccio del Monte Bianco dovrebbe porsi e essere difeso come il centro di eccellenza di questo “continente” e del suo fondamentale ruolo etico e culturale; vediamo invece che proprio lassù si concentrano oggi i più dannosi progetti di sfruttamento. Il silenzio grandioso dei ghiacciai umiliato dal continuo sfarfallare di elicotteri e aerei turistici, l’edificazione di rifugi sempre più invadenti e simili ad alberghi, le vette trasformate in terrazze panoramiche con pavimenti di vetro per sperimentare senza pericolo il brivido del vuoto: tutto conduce verso la riduzione dell’esperienza possibile in direzione di uno svago da luna park. Gli spazi per i quali questa deriva consumistica possa restare un caso isolato di incultura e non le sia permesso di estendere il contagio, si sono ormai estremamente ridotti.

Ma, tanto per non farci accusare di essere eccessivamente di parte, ecco qui di seguito come i nuovi impianti vengono pubblicizzati (da http://www.courmayeurmontblanc.it/it/sul-monte-bianco-in-funivia). E ne approfittiamo per fornire al lettore anche maggiori dettagli:

L’ottava meraviglia del mondo, un viaggio emozionante tra panorami mozzafiato!
A Courmayeur Mont Blanc vivi un’emozione unica a due passi dal cielo. Con il nuovo impianto Skyway Monte Bianco puoi raggiungere i 3466 m di Punta Helbronner e trovarti al cospetto del Monte Bianco e dei 4000 d’Europa, in soli 10 minuti.

Toccare il cielo con un dito? A Courmayeur è possibile. Raggiungi Pontal d’Entrèves per cominciare la più emozionante escursione sul Tetto d’Europa, grazie al nuovo impianto Skyway Monte Bianco.

Oltre duemila metri di dislivello in 10 minuti per ritrovarsi nel cuore del Massiccio del Monte Bianco, sulla magnifica terrazza circolare di Punta Helbronner da cui si può godere di una vista a 360° su tutto l’arco alpino: dalla cima del Bianco, che con i suoi 4810 metri di altezza domina l’orizzonte, al Dente del Gigante, lo sguardo si perde tra seracchi e torri granitiche dalle sfumature pastello. All’orizzonte i celebri “4000” d’Europa: il Cervino, il Monte Rosa, la Grivola, il Gran Paradiso.

D’estate e d’inverno con le Skyway Monte Bianco non ti annoi mai!
Se sei alla ricerca di pendii mozzafiato e discese in neve fresca puoi provare i favolosi itinerari fuoripista che dall’arrivo della funivia, in pochi minuti di cammino, portano verso Courmayeur e Chamonix. Dalla mitica Vallée Blanche, un suggestivo itinerario di circa 20 km sul versante francese, che si snoda lungo l’imponente lingua di ghiaccio della Mer de Glace, al ghiacciaio del Toula, fuoripista tutto italiano, il divertimento è assicurato. Se sei “slow”, ti segnaliamo il campo ciaspole del Pavillon du Mont Fréty a 2173 m (1a stazione Skyway Monte Bianco), nato dalla collaborazione con la ditta Ferrino.

La passeggiata lungo il “Sentiero dei Giganti”. Un suggestivo percorso panoramico estivo che unisce il rifugio Torino Vecchio (3375 m) al rifugio Torino Nuovo, con la sua meravigliosa terrazza sul Bianco, raggiungibile con un ascensore da Punta Helbronner.

L’escursione in Funivia sul Tetto d’Europa inizia a Pontal d’Entrèves 1300 m, frazione di Courmayeur. In quattro minuti gli impianti di risalita portano alla prima stazione, il Pavillon du Mont Fréty, a 2173 metri di altezza. Qui c’è l’Oasi Naturalistica che ospita il giardino alpino Saussurea, il più alto d’Europa, oltre che un’ampia terrazza solarium e un’attrezzata rete di sentieri che consente di passeggiare fino ai ghiacciai, mentre all’esterno, i visitatori possono visitare il giardino botanico, vari percorsi di avvicinamento alla natura e il solarium, mentre all’interno si trovano due ristoranti, un bar, una sala convegni/eventi/cinema da 150 posti, un piccolo shopping center e una cantina di vinificazione

Goditi il relax e la buona cucina in quota
Il ristorante bar Bellevue 2173 m con due sale rispettivamente da 100 e 50 posti, direttamente affacciato sulla Val Veny e sul fantastico panorama del Monte Bianco, offre piatti che ripercorrono la tradizione valdostana dove non possono mancare la polenta e la selvaggina, unitamente alla grande cucina internazionale.

Skyway Monte Bianco
Le Funivie Monte Bianco, nate a metà nel XX secolo (1940, NdR) dal sogno visionario del conte Secondino Lora Totino, si sono trasformate in una meraviglia tecnologica, un’opera ingegneristica di rilevanza mondiale, capace di offrire un’esperienza di viaggio memorabile: Skyway Monte Bianco.

Skyway Monte Bianco non è più un semplice mezzo di trasporto, ma veicola emozioni da vivere in una dimensione eccezionale, sospesi in equilibrio tra terra e cielo. Le trasparenze delle cabine che salgono silenziose, il design delle stazioni in vetro e acciaio, le installazioni multimediali sorprendono i visitatori e li accompagnano dolcemente e in sicurezza alla scoperta del Tetto d’Europa. Seppur notevoli, le dimensioni dell’opera non rubano mai la scena all’unica vera protagonista, la montagna: il contatto con la natura –vegetazione di montagna, neve, pietra, vento – restituisce la freschezza di un’esperienza sensoriale autentica ed emotivamente coinvolgente. Il turista, non più spettatore, si sente parte del mondo che osserva.
Skyway Monte Bianco è l’immagine di un’impresa tecnologica e ingegneristica incredibile, inedita, avvenuta nel massimo rispetto di un ambiente unico, un patrimonio dal valorizzare e tutelare per le prossime generazioni: il Monte Bianco, autentico cuore e motore di questa avventura.

Definite l’Ottava Meraviglia del Mondo, le Funivie sono la storica porta d’accesso per alcuni tra i tesori più inestimabili del Bianco. La terrazza circolare, in cima a Punta Helbronner 3466 m, dove restare senza fiato per la bellezza del panorama è inevitabile, è il punto più vicino alla vetta del Monte Bianco raggiungibile con mezzi di trasporto nonché partenza per numerosi percorsi alpinistici. Per gli amanti del freeride da qui partono alcuni tra i più bei fuoripista delle Alpi: quello del ghiacciaio del Toula, del Marbrées, i 24 km della Vallée Blanche che conducono fino a Chamonix, nonché il maestoso ghiacciaio della Brenva e la zona dell’Aiguille d’Entrèves. In estate si accede al giardino botanico alpino Saussurea.

NuovaFuniviaMonteBianco-Stazione-arrivo-Skyway

Le stazioni
Le tre stazioni: Pontal d’Entrèves 1300 m, Pavillon du Mont Fréty 2200 m e Punta Helbronner 3466 m, sono collegate da due tronchi di funivia; si tratta di spazi protetti costruiti in vetro e acciaio, che in tutti e tre i casi si armonizzano con l’ambiente circostante. La nuova stazione di partenza di Pontal d’Entrèves, che sostituisce quella storica di La Palud, è una struttura imponente, dall’aspetto aerodinamico, dotata di ampi parcheggi in parte interrati e in parte scoperti, che possono ospitare fino a 350 automobili e una decina di autobus. All’interno si trovano uffici informazione, bar, infermeria e biglietterie, oltre ai locali tecnici che custodiscono i potenti motori che azionano le cabine.

La stazione intermedia, del Pavillon du Mont Fréty, offre un contesto panoramico sui versanti contrapposti della Val Veny e della Val Ferret, valorizzato dalle grandi superfici vetrate degli edifici. All’esterno i visitatori possono visitare il giardino botanico, vari percorsi di avvicinamento alla natura e il solarium, mentre all’interno si trovano due ristoranti, un bar, una sala convegni/eventi/cinema da 150 posti, un piccolo shopping center e una cantina di vinificazione. La vecchia stazione sarà ristrutturata e trasformata in un’area museale.

L’ultima stazione è quella di Punta Helbronner, che, riproducendo la forma di un cristallo, si sviluppa principalmente in senso verticale e con terrazze a sbalzo. Qui si trova l’attrazione principale dell’impianto: la terrazza panoramica circolare di 14 metri di diametro che regala la straordinaria vista a 360 gradi su buona parte dei 4000 delle Alpi Occidentali: il Monte Bianco, il Monte Rosa, il Cervino, il Gran Paradiso e il Grand Combin. All’interno, la sede della mostra dei cristalli, un ristorante self service, un bar, punti di informazione multimediali. I tanti schermi multimediali posti in tutte le stazioni, consentono al turista di apprendere, comprendere e conoscere la storia del luogo nel quale ci si trova. Anche in caso di maltempo non sarà stato un viaggio “a vuoto” ma una visita ricca di soddisfazioni e indimenticabile dove il respiro “dell’aria sottile” non sarà l’unico ricordo.

Le cabine
Le cabine, dalle linee sobrie e chiare, sono di forma semisferica, senza angoli né bordi: delle strutture ariose, leggere e estremamente sicure, in grado di evitare vibrazioni e rumori. Dotate di una maggiore capacità di carico (80 persone rispetto alle attuali 20), ruotano a 360 gradi lungo tutta la tratta, per offrire ai presenti una vista completa sulle vette circostanti grazie alle generose vetrature. Uno speciale sistema di riscaldamento evita che si formi condensa, mentre dei sensori e pannelli posti sotto il pavimento impediscono la formazione di ghiaccio. A bordo i visitatori trovano illuminazione a basso consumo con i led e impianti multimediali come tv, schermi per la proiezione di filmati e informazioni sul meteo, piste e rischio valanghe, orari e manifestazioni. Una telecamera posta sul pavimento trasmette invece le immagini del panorama sottostante. Particolari strumenti bloccano oscillazioni e rendono incredibilmente fluido il movimento delle cabine, adattandosi alla distribuzione e al peso del carico.

Carta d’identità di Sky Way Monte Bianco: i numeri
Dislivello complessivo: circa 2200 metri.
Stazione di partenza: 1300 m
Stazione Punta Helbronner: 3462 m
Quota terrazza panoramica dei Ghiacciai a Punta Helbronner: 3466 m
Tempi di salita: Pontal d’Entrèves – Pavillon du Mont Fréty: circa 4 minuti; Pavillon du Mont Fréty – Punta Helbronner: circa 5 minuti
Portata oraria: 800 persone primo tronco, 600 persone secondo tronco

Altre info www.montebianco.com

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Falesie certificate?

Nel marzo scorso usciva su Planetmountain.com una molto interessante intervista ad Angelo Seneci che qui riprendiamo integralmente.

Ci permettiamo di obiettare che, a nostro avviso, i motivi per cui, secondo lo stesso Seneci, “non c’è spazio per una normazione da parte delle istituzioni o di organismi di normazione (tipo CEN)” sono gli stessi per cui siamo contrari all’adozione di label (tipo checked crag) che rendano riconoscibili le falesie sulle quali sono stati operati interventi di particolare e accurata rilevanza.

L’effetto dei label “di aiutare i praticanti nella scelta delle falesie, ma anche di facilitare l’investimento pubblico, che potrebbe vedere definiti i limiti della propria responsabilità e potrebbe proteggerla con una polizza” è altamente nocivo perché, sempre a nostro avviso, si abbasserebbe in maniera assai pericolosa il livello di guardia e di responsabilità dei singoli.

La frase di Seneci “Peraltro alcuni recenti incidenti suggeriscono che questa assuefazione alla sicurezza garantita stia contaminando anche i più esperti” farebbe supporre che anche a lui la suesposta nostra considerazione non sia estranea.

Angelo Seneci
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Arrampicata in falesia, è il momento della scelta. Intervista ad Angelo Seneci
(postata su Planetmountain il 19 marzo 2015)

Prima di affrontare l’argomento su chi, come, in quale misura e perché dovrebbe interessarsi della “sicurezza” delle falesie attrezzate per l’arrampicata sportiva, mi piacerebbe fare un salto indietro a quando tutto è nato, cioè agli inizi o quasi dell’arrampicata sportiva. A metà degli anni ’80 eri una giovane Guida alpina ma anche un arrampicatore che aveva scelto Arco, anzi il campeggio di Arco, come la sua casa. Qual era l’approccio all’arrampicata in falesia in quel periodo?
Mi fai fare un salto temporale, stiamo parlando di anni luce fa, e non solo perché sono passati trent’anni ma perché l’arrampicata è cambiata completamente da allora. Ma forse è giusto che ricordiamo un percorso, anche personale, attraverso cui l’arrampicata si è evoluta in quello che è adesso, non faccio valutazioni se si tratti di una evoluzione o involuzione, registro un dato e non mi addentro in valutazioni sull’etica, queste le riservo ad aspetti un po’ più fondamentali della vita.
Fino alla metà degli anni ’80 mi ero dedicato, anche come guida alpina, soprattutto all’alpinismo, con le sue regole e dinamiche, che tuttora apprezzo anche se non pratico più, e tuttavia è chiaro sono cosa completamente diversa dallo sport arrampicata, non solo per il terreno d’azione. Poi sono arrivato ad Arco ed ho scoperto un territorio che da subito ho immaginato potesse trasformarsi non solo in una grande palestra a cielo aperto ma in un grande parco giochi dell’arrampicata. Uso appositamente il termine parco giochi perché troppe volte viene usato in termini negativi, quasi che uno spazio attrezzato per giocare possa essere qualcosa di disdicevole.
L’arrampicata in falesia allora muoveva i suoi primi passi in modo autonomo dall’alpinismo, questa battaglia per l’autonomia ci portava spesso a sentirci diversi, a farne una ragione di vita, spesso una filosofia totalizzante, e questo portava ad isolarci dal mondo “normale “, incapaci di interagire con le istituzioni politiche, sportive, economiche… insomma ci si isolava in una torre di avorio che ha contribuito a fare per lungo tempo del climbing una attività di nicchia, decisamente élitaria. Il problema è che ancora in molti, e soprattutto tra gli opinion leader, la vivono in questo modo. Pur a parole rifuggendo la guerra con l’alpe, la sfida al pericolo e parlando di valorizzazione del gesto, in realtà avevamo trasferito a bassa quota, le stesse dinamiche: si arrivava così a ridicole guerre per bande tra chi chiodava più o meno lungo, i terribili run-out facevano a volte la difficoltà della via, come anche il primo chiodo altissimo. Insomma, eravamo in un altro mondo dall’arrampicata sportiva come è concepita adesso dalla maggioranza dei climber.

Quale era il concetto di “rischio” e “sicurezza” e quindi di attrezzatura della falesia in quegli inizi? E quando si è cominciato ad usare il termine arrampicata sportiva per diversificarlo dalle attività alpinistiche?
Come dicevo l’arrampicata allora cercava una sua strada autonoma, ma non era ancora veramente “sportiva”, spesso la distanza tra le protezioni faceva lo stile della via, faceva parte della difficoltà. Richiodare modificando il posizionamento delle protezioni sembrava un attentato ad un’opera d’arte. Rivendico di non aver mai fatto parte di questo partito, mi è sembrato sempre un po’ stupido rischiare la pelle su una parete di poche decine di metri, solo per non compromettere l’autostima di qualcuno, avere attrezzato una parete non può arrogarti il diritto di proprietà, ammesso tu non l’abbia acquistata. Ripeto qui stiamo parlando di uno sport, non entro nel merito dell’arrampicata sulle grandi pareti o l’alpinismo dove sfida all’ignoto ed alla natura possono avere un senso.
Sportiva l’arrampicata lo diventa solo con la nascita delle competizioni, dove la quota rischio viene eliminata del tutto. Su quelle prime falesie attrezzate per le competizioni ci si confronta la prima volta con le problematiche della sicurezza e responsabilità. Dietro la competizione c’erano organizzatori privati ed enti pubblici, per la prima volta si potevano individuare soggetti responsabili in caso di incidente, soggetti che ovviamente potevano venire perseguiti ed a cui si sarebbero potuti richiedere i danni.

In arrampicata su Cato/Zulu (6b+) a Nago
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Le prime gare di arrampicata (Bardonecchia e subito dopo il Rock Master di Arco) hanno modificato qualcosa?
Evidentemente le gare hanno iniziato a modificare il metro di giudizio, la sola performance atletica diventava la misura della capacità… ma questa è storia assodata. Fu solo una conseguenza di uno sport che nasceva e cercava un nuovo metro di confronto. Tuttavia questa è solo la prima trasformazione del climbing e forse nemmeno la più determinante.

Come direttore sportivo del Rock Master hai ideato e realizzato se non la prima, una delle primissime pareti artificiali per l’arrampicata, quella che ha fatto nascere il Climbing Stadium di Arco ed ha fatto la storia delle competizioni di arrampicata. Era il primo seme di quelle che sarebbero diventate le palestre di arrampicata indoor?
La parete artificiale che realizzammo nel 1988 per il 2° RockMaster fu una delle prime strutture artificiali per arrampicata e sicuramente la più complessa ed imponente struttura dell’epoca. Le strutture artificiali erano allora e lo rimarranno ancora per il decennio successivo mosche bianche nel panorama dell’impiantistica sportiva. Ma sarà proprio la loro diffusione il secondo elemento a completare la rivoluzione dello sport climbing.

Appunto, cosa ha comportato il boom dell’arrampicata nelle palestre indoor negli anni 2000? Indoor e falesia sono due mondi separati?

A partire dalla seconda metà degli anni ’90 e soprattutto con il nuovo millennio le strutture artificiali sono diventate in molte aree d’Europa elementi comuni nelle palestre scolastiche, palazzetti dello sport, e poi nelle grandi sale dedicate. L’urbanizzazione dell’arrampicata ne ha determinato la mutazione genetica, dando il via ad una nuova cultura di questo sport. Il primo e macroscopico effetto è stato portare a contatto con questa disciplina milioni di persone che non lo avrebbero mai provato, per i quali sarebbe rimasto solo uno sport estremo per quei “pazzi” a mani nude, quello che i vari spot televisivi mostravano dell’arrampicata e in tanti nel mondo del climbing si premunivano di continuare a tramandare, ed in parte cercano tuttora. I nuovi arrivati sono persone che vivono l’arrampicata solo come una sana e appassionante attività sportivo ricreativa da praticare a scuola, dopo lavoro, nel week end. Ovvio che questo mondo non esprime più una filosofia di vita comune, anche se alcuni tratti rimangono come trama di fondo. Le sale di arrampicata sono ormai diventate il nuovo polo di aggregazione, ma anche gli incubatori di una nuova cultura dello sport climbing.

Prima di continuare puoi darci dei “numeri” di questo fenomeno indoor, ma anche di quello dell’arrampicata sportiva in falesia? Quanti sono i climber nel mondo, quanti in Europa, in Italia? Se batti questa frase su internet ne leggi di tutti i colori, ovviamente tutto sta dove metti il limite. Chi è il climber?
Per prima cosa mi pongo una domanda: chi è lo sciatore? consideriamo sciatori quelli che vanno una settimana all’anno in settimana bianca? cinque week end all’anno? Ovviamente sì, comperano attrezzatura, abbonamenti agli impianti, scendono per le piste. Lo stesso parametro va applicato all’arrampicata, eppure alcuni potrebbero inorridire se chiami climber qualcuno che scala venti 5b all’anno. E’ per questo che stimo a 3/4 milioni, e penso di essere conservativo, il numero dei climber in Europa, se poi andiamo a cercare di valutare quanti hanno provato l’arrampicata almeno una volta i numeri sono di ordine ben superiore. L’arrampicata non è più uno sport estremo di élite ma una attività sportivo-ricreativa aperta a tutti.

La falesia di Massone
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Come sei arrivato a questi dati?
Da alcuni anni sono consulente per enti pubblici e privati per piani di sviluppo turistico centrati sull’arrampicata e l’outdoor, valutare il mercato in termini di domanda e offerta è quindi un elemento fondamentale. Tuttavia i dati non erano disponibili e in effetti non è facile reperirli, proprio perché per arrampicare non si paga un biglietto, ovvero non si pagava… e qui ci vengono ancora in aiuto le strutture artificiali, soprattutto le sale dedicate. Incrociando i dati della frequentazione, del tasso di utilizzo da parte del singolo, il numero di impianti, i dati sul mercato delle attrezzature dedicate, in numeri degli associati dei vari club, ed ovviamente confrontatomi con altri esperti – siamo arrivati a questi numeri, con la Germania a fare da leader dove il climber sono stimati attorno ai 700.000 (c’è chi si spinge ad oltre il milione), in Italia possiamo pensare a 250/300.000. Ti faccio solo un esempio nell’area di Monaco di Baviera le cinque maggiori sale indoor mettono assieme circa 70/80.000 singoli utilizzatori (non entrate).

Veniamo al punto. Alcuni recenti incidenti in falesia, anche gravi, hanno stimolato un acceso dibattito sul tema della “sicurezza” in falesia. Per farla breve: il mondo dell’arrampicata sportiva sembra dividersi tra la “libertà” (ricerca delle falesie, delle linee e conseguente chiodatura) che ha sempre caratterizzato l’arrampicata outdoor e la necessità di adottare sistemi controllati di gestione delle falesie, soprattutto per quanto riguarda la loro “sicurezza” e manutenzione nel tempo. Voi ad Arco – con il Comune di Arco – già alla fine degli anni ’80 avete attuato un grande piano per la gestione di alcune falesie, cosa vi ha ispirato e perché l’avete fatto?
Il merito di questo progetto, di cui sono stato promotore con mia moglie – Michela Giovanazzi – nei primi anni ’90 è stato quello di vedere avanti di oltre 15 anni: capire che l’arrampicata sportiva avrebbe potuto trasformarsi compiutamente in una attività sportivo-ricreativa ed una risorsa economica per il territorio solo se fossimo riusciti a proporre terreni di gioco accettabilmente sicuri, organizzati. Mi piace ricordare un modo di dire che avevo in quel periodo per convincere gli amministratori pubblici: inventare il Beach Climbing. Beach Climbing non tanto per la location, ma come modus vivendi. Per il Garda Trentino erano quelli gli anni del boom del wind surf volevo fare ripercorrere all’arrampicata quella strada, dai primi surfer che scendevano dal Nord Europa con il loro scassati Westfalia, ai giovani e famiglie che dieci anni dopo affollavano le spiagge con le tavole e le notti di Torbole e Riva del Garda. Solo così potevamo fare dell’arrampicata una risorsa turistica, e devo dire che è stata una scommessa vinta, basta fare un giro a Nago Bassa, Muro dell’Asino, Massone, Baone o ai Massi di Prabi e del Gaggiolo. Vinta soprattutto perché le amministrazioni pubbliche ci hanno creduto ed investito. Fin dall’inizio è stata chiara la scelta ci sarebbero state le falesie “pubbliche” – veri e propri impianti sportivi naturali – e le falesie “wild” attrezzate dagli appassionati e non soggette a nessun controllo pubblico.

In arrampicata sulle falesie di Arco. Foto: Leo Himsl
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Puoi esporci le linee guida essenziali e l’evoluzione nel tempo del modello “Arco e Garda Trentino” applicato alle falesie di arrampicata? Qual è il suo futuro?
Ovvio che arrivare a tutto questo non è stato immediato, ci sono voluti anni e soprattutto amministrazioni pubbliche capaci di una visione a lungo termine, oltre al Comune di Arco devo ricordare il Servizio Ripristino e Valorizzazione Ambientale della Provincia di Trento, trent’anni fa non era facile immaginare la strada che avrebbe preso questo sport. Dai primi climbing park degli anni ’90, che ricordo con piacere hanno fatto parlare di Arco tutte le riviste internazionali, al piano generale delle falesie del 2000, fino al 2009 con la nascita del progetto OutdoorPark Garda Trentino. Questo progetto vede Ingarda – Azienda di Promozione Turistica dell’ambito – farsi promotrice e regista di un tavolo di lavoro permanente per lo sviluppo del turismo outdoor a cui siedono le sei amministrazioni della sponda trentina del Garda, la Provincia di Trento oltre alle associazioni di riferimento. In questo ambito oltre a stabilire piani e modalità di attrezzatura e ri-attrezzatura della nuove falesie è stato definito anche un protocollo comune di controllo delle stesse. Le 13 falesie già attrezzate dalle amministrazioni pubbliche e quelle che in futuro si aggiungeranno ed entreranno a fare parte dell’OutdoorPark sono identificate dal logo del progetto, a garanzia per gli utenti di incontrare un definito standard di attrezzatura. A questo si affianca un accordo con la Provincia di Trento – Servizio per il Sostegno Occupazionale e Valorizzazione Ambientale – e la Comunità di Valle che mettono a disposizione tutto l’anno una squadra di operatori, per gli interventi di pulizia e sistemazione di accessi ed aree al piede delle pareti. Solo queste falesie sono oggetto di promozione da parte dell’ente pubblico. Incarico a professionisti per l’attrezzatura, controllo e manutenzione regolare, corretta informazione e promozione, sono questi elementi che garantiscono non solo gli utenti ma anche gli enti che hanno finanziato gli interventi.

Quali sono le caratteristiche che devono avere le falesie per rientrare nel piano? Inoltre, pensate che sia un modello da estendere a tutte le falesie del vostro territorio?
Come dicevo prima le falesie inserite nel piano sono tredici, contro le oltre 40 esistenti nell’ambito del Garda Trentino (non conto qui l’area della Gola, Valle di Gresta e Cavedine che fanno parte di altri ambiti turistici). Proprio perché debbono avere precisi standard non tutte le falesie possono rientrare nel progetto. Requisito essenziale è che insistano su terreno pubblico o il proprietario sottoscriva un accordo di libero accesso su un lungo periodo: diversamente non sarebbe possibile un investimento pubblico. Viene poi verificata la presenza di pericoli esterni non eliminabili o non controllabili nel tempo – esempio classico una falesia sottostante barre rocciose con importanti rischi di caduta sassi, ecco la risposta a chi si chiede perché mai si sia investito sulla richiodatura di aree come San Paolo o Swing Area. Dal 2011 le nuove falesie attrezzate sono soggette anche ad una verifica geologica per evidenziare macro instabilità – da sanare o che possano limitare l’uso della parete. Infine ci sono valutazioni di carattere economico, che mi rendo conto ad alcuni possano risultare incomprensibili o sgradite, ma il mondo risponde a requisiti di redditività che peraltro trovo giusti: stiamo investendo soldi pubblici e questo investimento deve portare un ritorno all’intera comunità non ad una ristrettissima cerchia. Ecco perché la scelta negli ultimi 5/6 anni è stata di orientare gli investimenti sulle falesie “facili”. Ed ancora valutazioni di tipo logistico (pressione eccessiva su una area, possibilità di parcheggio e mobilità), ecco perché a volte si trascurano aree evidenti ma dove un aumento di traffico comporterebbe problematiche e magari si sceglie una nuova parete per spostare i flussi.

I risultati di questa gestione, quali i successi e quali le criticità?
Il successo è reso evidente dall’elevata frequentazione, per la stragrande maggioranza concentrata sulle falesie dell’Outdoor Park Garda Trentino: ritengo che si possano stimare in almeno 150. 000 gli arrampicatori che ogni anno frequentano le nostre pareti. Tuttavia non tutti gli obbiettivi che ci eravamo dati sono stati raggiunti, ovviamente ci sono a volte problemi in termini di risorse economiche, altri di carattere burocratico: pur importantissima risorsa l’arrampicata non è sola al mondo e deve confrontarsi con esigenze e sensibilità diverse. Le principali difficoltà permangono nella gestione dei flussi e dei parcheggi – su cui stiamo lavorando con l’ipotesi di parcheggi di testata localizzati vicino ai principali assi viari e accesso alle falesie con shuttle o a piedi, o ancora la difficile gestione dei servizi igienici, per cui stiamo provando nuovi sistemi dry o bio, ma che al momento non è ancora risolta. Nei confronti dell’attrezzatura il piano prevede di continuare nell’opera di ribilanciamento dell’offerta – con l’obiettivo nei prossimi anni a raddoppiare il numero degli itinerari fino al 6a che entrano nell’Outdoor Park Garda Trentino.

Veduta sulla Valle del Sarca dal Castello di Arco
Dal Castello di Arco sulla Valle del Sarca e i Colodri

 

E’ esportabile questo modello Garda Trentino e quali sono le realtà territoriali che secondo te possono o dovrebbero prenderlo in considerazione?
Ovviamente nessun modello è esportabile tout court, deve essere adattato alla realtà locale. Il modello Garda Trentino può essere un riferimento per destinazioni turistiche che vogliano fare dello sport outdoor e dell’arrampicata una risorsa economica. Voglio sottolineare ma qui il discorso diventa lungo che un simile progetto per essere sostenibile deve essere inserito in un piano di sviluppo integrato del turismo outdoor sostenuto da una azione coordinata di pubblico e privato, ben difficilmente avremo ritorni interessanti limitandoci a finanziare l’attrezzatura delle falesie. In Italia vedo grandi possibilità di sviluppo, sono moltissime le aree di arrampicata di grande pregio, espresso o potenziale, soprattutto sulle basse e media difficoltà. Spesso ritengo non siano riuscite a decollare proprio per l’assenza di questa visione, con i climber locali che puntano ad ottenere finanziamenti per il proprio giardinetto e/o non sono capaci o non vogliono giocare sul tavolo della politica ed amministrazione, che ovviamente hanno i loro tempi e modalità. Ma sono possibili anche altre approcci: penso ad una associazione, una società sportiva che addotti una falesia, ottenga un contributo pubblico o privato per la attrezzatura e ne garantisca nel tempo controllo e manutenzione, come peraltro è già avvenuto in alcune situazioni. E’ innegabile come lo sport arrampicata abbia un forte appeal sulle giovani generazioni, non richieda enormi investimenti per la attrezzatura delle pareti naturali, e possa diventare quindi una opzione interessante di investimento sul lato sociale dello sport per gli enti pubblici. Anche qui però dobbiamo parlare di progetti sostenibili e interessanti per una larga base e quindi strutture medio- facili. Certamente una amministrazione sarà scarsamente interessata ad investire per venti atleti che scalano oltre il 7b, mentre lo potrebbe essere per una falesia dove esistono spazi dove avvicinare i giovani. Chiaro che anche in questo caso è necessario uscire dall’approccio naif che spesso caratterizza le richieste di contributo e presentare progetti circostanziati. D’altronde sarebbe pericoloso per una amministrazione elargire contributi alla cieca – ad un’associazione o gruppo di appassionati per chiodare una falesia – fuori da qualsiasi pianificazione sia in termini progettuali che di garanzia di manutenzione nel tempo. Su chi ricadrebbe la responsabilità in caso di incidente dovuto a materiale non idoneo o deteriorato?

Ma allora chi si occupa degli itinerari di alto livello?
Forse prima sono stato un po’ drastico, perché c’è necessità di ribilanciare l’offerta. Tieni in conto che dai dati che abbiamo dalle grandi sale europee l’80% degli utenti arrampica sotto il grado 6, mentre nella maggior parte delle aree di arrampicata la disponibilità di itinerari di questo livello non supera il 40%. Voglio ricordare che anche ad Arco abbiamo riattrezzato alcune aree di alto livello – Massone / Abissi. Si tratta ovviamente di bilanciare gli investimenti, per creare uno spazio che sia in sintonia con la domanda. Ma poi si possono ricercare sponsorizzazioni da parte di aziende, che peraltro alcuni già percorrono, ovvio che anche qui occorre presentare un progetto interessante e giustificabile.

Così non rischiamo, come dicono gli oppositori alla “omologazione delle falesie”, di compromettere lo sviluppo di nuove falesie, dove mancano i finanziamenti o dove non è possibile intervenire per problemi legati alla proprietà, alla limitata sicurezza della parete, all’assenza di una associazione di riferimento o ente che voglia assumersi la responsabilità. Cioè non rischiamo di compromettere lo sviluppo dell’arrampicata?
Certamente se siamo troppo radicali in questa direzione lo scenario che hai ipotizzato potrebbe essere concreto. Dobbiamo trovare una strada che ci permetta di fare convivere le due realtà: falesie “certificate” e falesie ” non certificate”. Se ci pensi anche vent’anni fa era chiaro a tutti che arrampicare sul alcuni tiri voleva dire rischiare l’osso del collo, mentre su altri potevi permetterti di volare senza paura. Tutta la community lo sapeva, il tam tam spargeva la voce rapidamente, eravamo quattro gatti, ma soprattutto eravamo più o meno in grado tutti di valutare l’attendibilità di un ancoraggio o lo stato di usura di un punto di calata. L’enorme allargamento del numero di utenti e soprattutto l’arrivo degli urban climber, che sono stati introdotti all’arrampicata e la praticano per la maggior parte del tempo nelle sale indoor ha cambiato la situazione. Sulle strutture artificiali si delega la sicurezza, non sto a valutare se è un bene o un male, è un dato di fatto, peraltro esteso anche ad altri contesti della vita: alle norme CE, al costruttore dell’impianto, al proprietario, ovvio che ci si rapporti allo stesso modo in contesti naturali simili – le falesie attrezzate. Peraltro alcuni recenti incidenti suggeriscono che questa assuefazione alla sicurezza garantita stia contaminando anche i più esperti. Alla base di tutto ritengo sia fondamentale una corretta informazione. E’ evidente che ci sono falesie che possono garantire un alto livello di sicurezza e falesie il cui livello deve essere apprezzato dai climber, che debbono averne la capacità. Falesie quindi dove la sicurezza è affidata a terzi e falesie dove dovrò farmi carico di verificarla personalmente o comunque arrampicare sapendo che mi espongo a un più alto livello di rischio.

La Spiaggia delle Lucertole (Tòrbole)
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Quindi come facciamo a distinguere questi due tipi di falesie?
Un’opzione potrebbe essere quella di un “label” “checked crag” che renda riconoscibili le prime, da riportare nelle bacheche, nelle guide, sulle relazioni. Questo avrebbe l’effetto non solo di aiutare i praticanti nella scelta delle falesie, ma anche di facilitare l’investimento pubblico, che potrebbe vedere definiti i limiti della propria responsabilità e potrebbe proteggerla con una polizza, ed anche stimolare, a fronte di una nuova possibilità – il label – promozionale. Non trascurerei nemmeno l’effetto positivo per chi realizza e pubblica guide e relazioni che avrebbe una potente e riconosciuta modalità disclaimer. D’altronde è quello che abbiamo fatto ad Arco e nel Garda Trentino.

Stai guardando un po’ troppo avanti?
Chiaro che non ci arriveremo domattina, ma se non affrontiamo il problema rischiamo che il ripetersi di incidenti risvegli l’interesse di qualche magistrato che normi, nei fatti, con qualche sentenza, magari con sensibilità diverse e conoscenze limitate, con conseguenze deleterie. Il primo problema che si pone è la definizione degli standard di sicurezza minimi per una “checked crags”, ma ancora prima chi li definisce. E’ ora che le istituzioni del climbing facciano la loro parte e creino un’autoregolamentazione prima che qualcun altro si dia da fare causando danni irreparabili allo sport arrampicata. Non ritengo ci sia spazio per una normazione da parte delle istituzioni o di organismi di normazione – tipo CEN. Le strutture naturali presentano così tante variabili da risultare quasi impossibili da normare nei termini classici, inoltre una normazione di questo tipo richiederebbe tempi talmente lunghi da non essere in grado di rispondere al problema in tempi accettabili ed in ogni caso questo non esclude un processo nazionale autonomo.

Quindi chi dovrebbe prendersi il carico “normativo”?
Ritengo che nessuna delle istituzioni coinvolte nell’arrampicata – FASI, CAI, UISP, GUIDE ALPINE, sia in grado attualmente di affrontare da sola questo problema, alcune hanno competenze, altre importanza istituzionale e diffusione capillare, ma tutte scontano una visione limitata al proprio ambito. Bene sarebbe si costituisse a breve un tavolo di lavoro, con la partecipazione paritetica di tutti, in grado di dare vita a un organismo che possa prima definire questi standard, poi gestirne la diffusione e la promozione e possa poi esserne il garante.

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Un giorno tutto questo sarà tuo!

Un giorno tutto questo sarà tuo!
di Stefano Michelazzi

Un giorno tutto questo sarà tuo!, frase piuttosto utilizzata in film e romanzi.
Uno dei tanti, Il Re Leone, film d’animazione, dove il padre indica con queste parole al figlio lo spazio infinito e integro della savana africana.

Bello no? Bella e romantica l’idea di tramandare ai nostri figli qualcosa di unico, di integro, qualcosa che li faccia sentire felici di essere al mondo.

Raccolta rifiuti a 6400 m, al Campo Base Avanzato dell’Everest (versante tibetano). Maggio 2000.
Everest 2000 Levissima, campo base avanzato, rifiuti a 6400 m

Altra ambientazione: un padre italiano cammina lungo una strada forestale col figlio, s’inoltra tra le piante del bosco e risale la collina panoramica che dà modo di spaziare con lo sguardo tra mare e montagna. Giunti al sommo del colle il padre cinge la spalla del figlio ed emozionato dice:

“Vedi bene figliolo? Tutto ciò che ci sta attorno, il mare, le montagne, i boschi in cui abbiamo camminato per giungere fin qui… tutto questo figliolo, un giorno sarà tuo!”

Il figlio lo guarda dritto negli occhi con aria perplessa e chiede: “Ma… papà, diventerò proprietario della discarica rifiuti?”

Il padre rimane sbigottito e chiede il perché di una tale risposta.

– Caro papà! Lungo il sentiero ti sei soffiato il naso e, dopo, il fazzoletto di carta l’hai gettato tra le piante di Erica in fiore; ci siam fermati per fare merenda coi panini che la mamma ha incartato nella pellicola di plastica e alla fine l’hai gettata nel prato; la lattina di aranciata che hai bevuto l’hai schiacciata sotto i piedi con soddisfazione per poi lanciarla tra gli abeti; e mi sa che la bottiglietta d’acqua in P.E.T. farà la stessa fine tra un po’… che mi lasci come eredità, papà? Le acque che scorrono lì nella valle sono inquinate da chi in barba a leggi e regolamenti ci sversa liquami in abbondanza, i fumi delle ciminiere che sbuffano là in fondo ammorbano l’aria, portano il cancro a chi ci vive vicino e anche lontano e nessuno fa niente per rimediare, e nel contempo ho raccolto un sacchetto di immondizie che tu stesso hai lasciato lungo il cammino… No grazie papà! Non è ciò cui ambisco diventare l’erede di questa schifezza!”

Il finale di questo dialogo immaginatelo per conto vostro. Immaginate voi stessi che cosa rispondereste a vostro figlio, perché in grande o in piccolo siamo tutti coinvolti in questa situazione e nessuno di noi può in questo caso, scagliare la prima pietra…

Possiamo però fare qualcosa per rimediare, almeno nel nostro piccolo, alla devastazione che ogni giorno operiamo sia attivamente che passivamente.

Quanto pesa una bottiglia d’acqua, in andata, nello zaino e quanto pesa la stessa dopo averla svuotata?
Risposta elementare, ma quante volte ci siamo imbattuti nei resti delle merende di chi frequenta l’ambiente naturale con fare da Conquistador piuttosto che con lo stile di chi lo ama e quindi lo rispetta?
Mi capita spesso di riempire il mio zaino di questi residui e di altri ancora, di fettucce e cordini tagliati e gettati al volo dalle pareti perché vecchi e da sostituire, ad esempio.
Lavatrici, mobilia varia, vecchi pneumatici e batterie d’automobile cariche di acidi estremamente dannosi, fanno spesso “bella” mostra dove si arriva ad addentrarsi nei boschi col mezzo a motore.

Mi capita spessissimo di caricare lo zaino, già pieno e pesante degli attrezzi della mia professione, con i residui della “civiltà” dei frequentatori delle zone montane. La mia automobile ogni tanto somiglia a un carretto per la spazzatura.

Non sono un ambientalista, anzi, non considero valido un epiteto del genere. Cosa significa ambientalista? Che mentre altri deturpano il nostro pianeta lasciando ai nostri figli un’eredità di devastazione ci sono alcuni che se ne fregano e smerdano un po’ ovunque? Allora non sono io ambientalista ma bastardi (sì, proprio così… BASTARDI) quelli che se ne sbattono dell’ambiente e lo frequentano portandovi le loro miserie da ritardati mentali, perché solo chi non ci arriva con la testa può essere così imbecille da non capire che ci stiamo auto-eliminando ed abbandonare sul sentiero la bottiglietta vuota dell’acqua non è soltanto una piccolezza ma un passo in più verso la rovina!

Ho avuto piacere di scoprire da poco che esiste chi umilmente e senza grandi propagande si ritrova a passare il proprio tempo, che potrebbe utilizzare in altri mille modi più egoistici, ripulendo ciò che rappresenta il marciume umano, magari del vicino di casa che esce sorridendo per la passeggiata nel bosco con amici e famiglia e torna sorridendo dopo aver dato una bella mano alla distruzione dell’eco-sistema.

Allora avrei piacere di farli conoscere questi frequentatori della natura che oltre ad usufruire di ciò che il pianeta ci propone, si fanno carico di correggere le bestialità altrui:
https://www.facebook.com/mounthomeassociation/timeline

Passate a trovarli e magari fate loro compagnia una volta, sono convinto che farà loro un immenso piacere!

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Festival Torino e le Alpi

Tra il 10 e il 12 luglio 2015, la Compagnia di San Paolo promuove a Torino e in 22 località alpine di Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta la seconda edizione del Festival Torino e le Alpi.

Sarà possibile assistere a spettacoli teatrali, concerti, reading, conferenze, visitare mostre, partecipare ad azioni di street art e videomaking. Lo scopo è quello di esprimere la cultura contemporanea del territorio di montagna.

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Lo scorso anno il Festival si era svolto a Torino, presso il Museomontagna, e presso il Forte di Exilles dal 12 al 14 settembre.

L’edizione 2015 propone un ricco calendario di eventi a Torino, tra cui un’esposizione di giovani artisti, performances e concerti al Museo della Montagna, una rassegna di film di montagna al Cinema Massimo, workshop e passeggiate in collina per adulti e bambini. Nelle valli il programma si arricchisce di altre numerose iniziative culturali. Qui è il programma dettagliato.

Si è creato così un festival “diffuso” con sedi, calendari e realtà diverse ma omogenee intorno ai temi del Programma Torino e le Alpi.

Anche se il momento saliente e/o di riepilogo sarà dal 10 al 12 luglio, giorni del Festival Torino e le Alpi, le iniziative collegate sul territorio hanno un programma che durerà per tutta l’estate.

Stefano Riba
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Fil rouge tra l’edizione 2014 e 2015 è la sezione arti figurative di Torino. È curata da Stefano Riba che, insieme ad altri artisti, ha allestito una mostra intitolata Passi Erratici. La mostra nel 2014 ha avuto il Monviso come fonte di ispirazione, mentre quest’anno gli artisti si sono spostati in Valle d’Aosta, intorno al Cervino. Cervino-Passi Erratici 2015 verrà inaugurata al Museomontagna venerdì 10 luglio e rimarrà in esposizione fino a settembre.

Ecco il link all’intervista di Stefano Riba che in poche note presenta i contenuti dell’edizione 2015 di Passi Erraticihttp://www.torinoelealpi.it/arti-figurative-stefano-riba/.

La Compagnia di San Paolo, tra numerose proposte pervenute, ha selezionato dodici iniziative nelle valli organizzate da associazioni del territorio montano oppure da realtà cittadine che sono andate a progettare e programmare in montagna.

Alla pagina http://www.torinoelealpi.it/festival-torino-e-le-alpi-2015/ è l’elenco dei dodici progetti scelti. Ne diamo qui l’elenco con una sommaria presentazione e senza nascondere la nostra predilezione per i numeri 2, 4, 5, 9 e 11:

1 – Cervino 150
Festival per i 150 anni dalla conquista del Cervino, a cura della Regione Autonoma Valle d’Aosta in collaborazione con Comune di Valtournenche e rete territoriale – www.lovevda.it.
Un intenso programma di 10 giorni (dal 10 al 19 luglio) di eventi multimediali, culturali e alpinistici per festeggiare i 150 anni dalla conquista del Cervino.
La montagna sarà protagonista e ispiratrice di emozioni e arti (dal teatro, al cinema alla letteratura), laboratori per bambini, attività con le guide alpine, per appassionati e famiglie.

2 – Eretici, viandanti, partigiani, montanari
Contest di street art, teatro e narrazione, a cura di Associazione Diversi Sguardi in collaborazione con Associazione Pigmenti – www.unatorredilibri.it.
Quattro personaggi che abitano la storia del territorio alpino saranno protagonisti della narrazione collettiva di illustratori, artisti e scrittori ospiti. Un percorso di ricerca-azione e narrazione collettiva multimediale che costituirà un’occasione di interazione fra due manifestazioni già affermate nel territorio: Una Torre di Libri e Street Alps.

3 – ExillesFest 2015
Il Festival dei comuni dell’Alta Valle di Susa, a cura dell’Associazione Culturale Glocal Sounds – www.glocalsounds.it.
Dare vita a una nuova visione/fruizione del territorio dell’Alta Valle di Susa, coniugando cultura e intrattenimento con l’obiettivo di raccontare un territorio nei suoi molteplici aspetti e nei suoi rapporti con la città. Il Forte di Exilles, Torino e i comuni dell’Alta Valle di Susa saranno sede di una manifestazione di richiamo in cui parola, libri, musica, danza, storia, arte, teatro e cibo saranno protagonisti indiscussi.

4 – Dalla terra al cielo
Storie di montagna tra il comune e lo straordinario, a cura dell’Associazione Culturale Hiroshima Mon Amour – www.rassegnaterracielo.it.
Concerti acustici, reading e workshop sulle Alpi. Racconto in cinque tappe in un contesto dall’inestimabile valore paesaggistico: l’ambiente montano che dall’Appennino ligure arriva alla vetta del Cervino, attraversando le catene delle Alpi Occidentali. Cinque luoghi per conoscere e raccontare la montagna attraverso le parole e i suoni di attori, scrittori, musicisti e narratori.

5 – Nuovi Mondi
Il Festival in montagna, a cura dell’Associazione Culturale Kosmoki in collaborazione con Fondazione Nuto Revelli – www.nuovimondifestival.it.
Un concorso cinematografico e la prima “Scuola del ritorno in montagna” uniscono due borgate protagoniste della storia, Paraloup e Valloriate, in Valle Stura (CN). Un’iniziativa culturale di respiro internazionale sulla montagna e in montagna.

Paraloup, Valle Stura
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6 – Lo Spettacolo della Montagna
a cura di Onda Teatro – www.ondateatro.it.
Un festival itinerante incentrato sul rapporto tra uomo, natura e memoria storica che promuove la cultura e il teatro in Valle di Susa coinvolgendo e valorizzando comuni e borgate montane. Parallelamente al percorso tematico, si snoda quello tra i diversi linguaggi e le forme artistiche: teatro di narrazione, teatro-musica, teatro-danza, teatro e cinema, teatro e letteratura.

7 – Teatro in quota
a cura dell’Associazione Culturale Ratatok Teatro – www.teatroinquota.it.
Il teatro, come la montagna, è per tutti. Per ciascuno. Dieci tappe, dieci repliche, dieci incontri. Un vero e proprio “sentiero narrativo” in quota ospitato in dieci rifugi alpini e articolato in tre momenti: lo spettacolo teatrale (S)legati, i laboratori, della durata di due/quattro giorni, e le merende teatrali, letture e racconti che avranno come temi storie, miti e leggende di montagna.

8 – TransAlp
Percorsi di cultura alpina fra le Valli Grana e Stura
a cura della Società Cooperativa Sociale Emmanuele Onlus – www.progettotransalp.it.
Un progetto che coinvolge le Valli Grana e Stura offrendo spazi di fruizione e di creazione artistica aventi come soggetto il contesto alpino quale luogo di transito, di passaggio di esperienze e di costruzione di una cultura condivisa. Attraverso arti visive, fotografia, video arte e cinematografia, il tema del percorso verrà declinato in tre soggetti specifici: la transumanza, l’emigrazione e i luoghi di transito.

Valloriate, Valle Stura
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9 – Alpi Graie
Palcoscenico delle Arti
a cura dell’Associazione “Amici del Museo Civico Alpino del Comune di Usseglio” – www.alpigraie.net.
Cinque iniziative per i cinque Comuni montani di Viù, Lemie, Usseglio, Rubiana, Groscavallo. Poesia e narrativa, pittura, fotografia e video d’autore, incisione e illustrazione, musica e arte culinaria: ogni disciplina è chiamata a convergere sul tema dell’ambiente e a declinarlo secondo modalità inedite e originali con lo scopo di costruire per le Valli un nuovo vocabolario capace di immaginare un futuro di crescita e rinnovamento e di stimolare una nuova percezione del rapporto città-montagna.

10 – PerpendicolArte
A Vogogna tra piana e montagna
a cura del Comune di Vogogna – www.comune.vogogna.vb.it.
A Vogogna, Land art, canti della tradizione orale, fotografia e video, performance teatrali, laboratori creativi, presentazione di libri, escursioni guidate. Un’occasione per conoscere questo borgo incastonato ai piedi delle montagne, tra la piana del fiume Toce che solca la val d’Ossola, e le aspre cime della Val Grande con l’intento di valorizzare l’articolazione tra il fondo valle e la montagna.

Parco naturale delle Alpi Marittime. Il Lago delle Portette
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11 – Le Marittime invisibili
Parco naturale regionale Alpi Marittime – www.lemarittimeinvisibili.it.
Quattro giovani artisti insieme ad altri dodici ragazzi vivranno e interpreteranno l’esperienza della montagna attraverso un viaggio di una settimana in quota. Come nuovi Marco Polo, questi artisti di estrazione cittadina si immergeranno nell’ambiente alpino per portare a valle una nuova narrazione delle terre alte su più livelli: un diario di bordo fatto di scrittura, illustrazioni, musica e racconto visivo.

12 – Montagna_FEST2015
a cura dell’Azienda Turistica Locale del Biellese – www.montagnafest.it.
Sei progetti artistici incastonati nell’intero arco alpino biellese in cui i linguaggi contemporanei si fondono con la cultura e la tradizione dei luoghi alpini che li accolgono: un percorso che accompagna lo spettatore tra arte e luoghi, tradizioni e innovazione. Montagna_Fest2015 è: Estate Musicale Giovani Piedicavallo (montagna, giovani e musica classica), Biarteca (danza contemporanea, performance, arti visive nella natura), Trappa Landscapes to be continued (progetto di Land Art con giovani artisti in residenza), Suoni oltre le nuvole (rassegna musicale night&day in alta quota), t_essere_territorio (danza contemporanea, arti visive e nuove tecnologie), La montagna del suono (work-show residenziale di musica elettronica e contemporanea).

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Vuoi mettere il fascino delle straniere?

 Vuoi mettere il fascino delle straniere?
di Luca Santini

Ho conosciuto Ettore Cavalli a casa sua a Gùspini, in occasione di un lungo lavoro svolto sul territorio del Medio Campidano e dopo pochissimo Ettore è diventata la mia guida per i vari itinerari culturali e naturalistici che stavo cercando.

Ettore Cavalli a El Peñon (Argentina) non abbandona la sua bandiera sarda
FascinoStraniere-Argentina-DSC_1235

Da lì il passo a diventare amici è stato breve, impossibile non diventarlo: la sua simpatia, unita al sarcasmo e alla sensibilità non sono difficili da scoprire.

Coinvolgerlo nei miei viaggi di deserto non è stato difficile per un tipo curioso come lui e quindi nel 2010 siamo partiti insieme per uno dei viaggi che stavo ormai facendo da qualche tempo nel nord dell’Argentina.

Una volta in viaggio sugli altipiani della Puna in direzione del Cile incappammo in un folto gregge di pecore… me lo chiese talmente convinto che dovetti inchiodare per farlo uscire a fotografare, nel giro di pochi minuti sparì dietro alle pecore ritornando dopo circa un’ora! “Dove cavolo sei andato??” gli chiesi palesemente innervosito, “ a fotografare le pecore, erano bellissime..” “ ti sembra normale per un sardo attraversare il mondo, essere in uno dei posti più disabitati della terra e metterti a fotografare delle pecore con tutte quelle che avete in Sardegna?” gli dissi. La sua risposta mi fece scoppiare di risate perché con tono complice disse “… oh, vuoi mettere il fascino delle straniere??”. Così iniziò quella bellissima avventura a 4000 metri.

Confermato il suo carattere di girovago curioso e di ottimo compagno di viaggio, abbiamo colto al balzo un’opportunità di lavoro in Namibia per farlo diventare un intenso viaggio di un mese prevalentemente nelle zone desertiche e semi-desertiche del centro sud. La traversata di tre giorni delle dune del Namib Desert non si può scordare e le foto di Ettore sono bellissime ed esaustive (qualcuna anche da brivido…).

A febbraio 2014 ci siamo cimentati in una nuova impresa nata più che altro dall’idea di riprendere a fare proposte di viaggi nel deserto ma con uno stile e un concetto nuovo: viaggi in bicicletta!

Luca Santini in Oman con la fat e-bike
FascinoStraniere-Oman_AV_6184

Premessa: circa due anni fa ho avuto l’occasione di conoscere e provare l’uso di biciclette (mountain bike e non) a pedalata assistita, cioè provviste di un piccolo motore elettrico e di una batteria che potenzia la pedalata (per altro sempre necessaria) del ciclista. Questo mezzo eccezionale e rivoluzionario apre e aprirà nuove frontiere per la scoperta personale del territorio, per il turismo e per la mobilità sostenibile in generale.  In Oman di sicuro è impossibile o quasi pedalare con una bici normale, normalmente si ricorre al fuoristrada…

Invece, proprio perché meno assorbiti dallo sforzo fisico che la bicicletta tradizionale richiede soprattutto se si presentano dislivelli significativi, la e-bike permette di concentrarsi di più sulle sensazioni che il territorio e il viaggio offre, utilizzando le energie migliori delle persone per conoscere, esplorare, curiosare, vedere, ecc.

Sull’onda quindi del nascente progetto Bike it easy Travel: viaggi in e-bike per conoscere il meglio della cultura, storia dell’arte ed enogastronomia e tradizione italiana, abbiamo collaborato per la creazione di una bicicletta a pedalata assistita che potesse viaggiare anche nel deserto. Così è nata la prima “FAT E-BIKE”, una bici con le gomme “grasse” fatte apposta per galleggiare su terreni morbidi, la sabbia, appunto.

E’ così che siamo partiti per l’Oman a febbraio e abbiamo testato la nostra ”fat” sulla sabbia tra le magnifiche dune del Rub al Kahri e sulle spiagge dell’Oceano indiano. L’esperienza ci ha entusiasmato, le foto e il filmato parlano da sole e oggi, assieme al partner Spazi d’Avventura (operatore turistico specializzato in viaggi nel deserto, con cui ho iniziato a viaggiare nel lontano 1983), è nato un progetto vero di viaggi in Oman ma anche nel nord del Ciad e in Marocco.

Un breve e stupendo filmato in Oman
https://vimeo.com/99910757

 

ALBUM ARGENTINA

Tra Argentina e Cile
FascinoStraniere-Argentina-DSC_0884xDeserto di Pedra Pomez
FascinoStraniere-Argentina-DSC_1508xPiccolo villaggio nella Puna argentina
FascinoStraniere-Argentina-DSC_1552xSalar de l’hombre muertoFascinoStraniere-Argentina-DSC_0754salar antofalla

Vuoi mettere il fascino delle straniere?
FascinoStraniere-Argentina-DSC_8872Flamingo rosa
FascinoStraniere-Argentina-DSC_0334x

 

ALBUM NAMIBIA

Sossusvlei: Duna 45
FascinoStraniere-Namibia-IMG_8718Tra le foche a Walvis BayFascinoStraniere-Namibia-IMG_7486

Pellicano a Walvis Bay

FascinoStraniere-Namibia-IMG_7415

 

FascinoStraniere-Namibia-IMG_7318

Sandwich Harbour, Nanib DesertFascinoStraniere-Namibia-IMG_5704

Sciacalli, Skeleton Coast
FascinoStraniere-Namibia-IMG_5540

Traversata del Namib DesertFascinoStraniere-Namibia-IMG_4997Campo sotto il BrandbergFascinoStraniere-Namibia-IMG_4683

Orix in zona predeserticaFascinoStraniere-Namibia-IMG_3631

Donna herero

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Ragazza himbaFascinoStraniere-Namibia-IMG_2788

ALBUM OMAN

Pescatori a Salalah
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Pescatori a Salalah

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Pescatori a Salalah

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Campo nel Rub al Khali (Oman meridionale)FascinoStraniere-Oman_AV_7209

Spiaggia su Oceano IndianoFascinoStraniere-Oman_AV_7708

Dune del Rub al Khali (Oman meridionale)FascinoStraniere-Oman_AV_7495

Curiosità dei pescatori per la fat e-bikeFascinoStraniere-Oman_AV_6033