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Montagne usate o vissute?

Il degrado delle Alpi è dovuto al fatto che pochi le sentano casa nostra. Rocce e ghiacci sono qualche cosa di moralmente ed eticamente inferiore, pochi sono stati educati a rispettarne la dignità. Lo stesso processo per cui non esitiamo a stilare una scala di simpatia nel regno animale: il cane e il gatto sì, il serpente no, la formica quasi sì, il ragno un po’ meno, e via dicendo. Per i minerali si nega un qualsiasi valore, se non quello che si può dare a pietre preziose come diamanti o smeraldi, o comunque a pietra da cui si possa ricavare qualche cosa di utile. E sempre però un valore materiale e monetizzabile. Non è un valore morale che dovrebbe nascere dal riconoscere che persino ciò che è inanimato in realtà gode di una vita sua che a noi non appare, data la lentezza e la lunghezza dei processi geologici.

Montagna usata
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A me è stato pure rinfacciato il mio mestiere, che è quello di documentare la montagna, con fotografie e libri. Sarebbe meglio, così mi è stato detto, che tenessi per me tutte le cose belle che vedo, di modo che nessuno possa rovinare le montagne “dove vado io”.

Non voglio essere il solo ad andare in montagna. Vorrei soltanto che la gente ci andasse in maniera corretta. Non invadente ma rispettosa della natura dei luoghi dove si trova. Io stesso mi rendo conto di aver compiuto numerosi errori. Un errore classico nell’educazione alla montagna è quello compiuto con la documentazione fotografica e cinematografica, dove spesso le montagne sono riprese dall’alto in una prospettiva che schiaccia e banalizza tutte le vette. Ora, se questo genere di foto è utile a un geografo che debba studiare il territorio, per chi invece voglia educarsi alla montagna occorre un genere di fotografia che non impone la conoscenza della montagna in maniera affrettata e superficiale. Chi dice che una foto dall’aereo è una bella foto, evidentemente non ha mai avuto occasione di rendersi conto della bellezza di una montagna dal basso. La mia missione è quella di fargli conoscere la montagna dal basso e non dall’alto. Il mio principale obiettivo è divenuto quello di educarmi e cercare di educare quanta più gente possibile a vivere la montagna in maniera corretta, in modo che la montagna rimanga quella che è, inalterata e bella.

Montagna usata
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Per questo sono contrario alle iniziative editoriali che mostrano la montagna ripresa dall’elicottero, e, per lo stesso motivo, sono contro la pubblicità che sfrutta la montagna. Spesso infatti si utilizzano le immagini “alpine” perché suscitano ancora l’idea di qualcosa di bello, di magico, di incontaminato. E fin qui non vi sarebbe nulla di male, a parte il banalizzare l’idea; ma quasi sempre queste immagini vengono riprese dall’elicottero, così le montagne divengono un semplice sotto fondo. Pensiamo al Cervino, che fa pubblicità a una qualche marca di cioccolato: è un puro e semplice teatrino che fa gioco squallidamente su sensazioni non più vere, perché ormai nell’immaginario della gente il Cervino è un’immagine che non ha più nulla da condividere con la sua leggenda. La riprova viene dal fatto che ormai si va sul Cervino come se si dovesse prendere un taxi. Io penso che sia opportuno impedire ogni volo di elicottero (a meno che non sia un volo di soccorso), anche i voli per portare il cibo ai rifugi andrebbero limitati. Con l’uso dell’elicottero si incoraggia un sempre maggior consumo di cibo e materiali in rifugio; sarà possibile avere menù sempre più variati, lenzuola cambiate ogni giorno, in pratica i rifugi si trasformano in alberghetti di alta quota, e perderanno così tutta l’atmosfera di una volta, diventando sempre più una costruzione di servizio al posto di una istituzione moralmente utile ed educativa, dove è possibile scambiare delle impressioni e imparare qualche cosa. Cosa mai si può imparare in un luogo (come molti rifugi da 60/80 posti) dove ci sono coperto, primo, secondo, formaggio, frutta, dolce, caffè, amaro e conto? Non è possibile imparare nulla, probabilmente conviene andare in un ristorante in città, dove si mangia anche meglio.

Allo stesso modo c’è tutta una serie di attività di cui sarebbe possibile parlare: la mountain bike, le vie ferrate, l’arrampicata (con gli spit di cui molte pareti sono disseminate); per ognuna di queste attività occorre riflettere su che impatto hanno sull’ambiente.

Ma da tutto questo emerge comunque una domanda, ovvero se sia possibile trovare una via di mezzo, una forma di mediazione tra il desiderio di andare in montagna e la necessità di preservarla così come è (o come era). Io penso che questo sia possibile, ma occorre fare un esame di coscienza ed esaminare a fondo tutti gli errori che abbiamo commesso fino ad ora. Solo facendo così potremo cercare di insegnare qualcosa a qualcuno. Altrimenti saremmo solo dei cattivi maestri da non seguire. Io penso che l’uso che si fa dell’elicottero sia preoccupante, soprattutto in certi paesi come la Svizzera che pure è all’avanguardia nella protezione del territorio. Da un punto di vista morale l’attuale gestione dei rifugi e le attività degli elicotteri in Svizzera sono del tutto diseducative.

Montagna vissuta
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Preferisco offrire ai miei lettori qualche cosa di più semplice, visioni di paesaggi meno spettacolari o scenografici, ma che siano alla portata di tutti, rinunciando a quello che è impossibile fare. Questo è un discorso che va rivolto soprattutto alle guide alpine, che spesso hanno interesse ad approfittare di determinate facilitazioni, come l’eliski, come certe vie ferrate, perché capiscono che la gente è attirata dall’estremo. Io penso che non vi sia alcuna via ferrata che valga un primo grado su una montagna qualunque, ritengo in altre parole che salire con i propri piedi e le proprie forze sia più sano, più educativo e più bello dell’andare a quattro zampe lungo delle funi artificiali di ferro. Allo stesso modo lo sci fuori pista, soprattutto se nelle modalità dell’eliski, è una forma di violenza alla montagna. Vale di più la gioia di essere arrivati su una montagna, più facile, e poter dire di esserci arrivati con il sudore della nostra fronte, di averlo fatto con la nostra fatica piuttosto che vantarsi di aver raggiunto un picco altrimenti a noi accessibile solo con l’ausilio di un elicottero. E sarà mille volte più bello arrivare, dopo una salita faticosa su una cima, magari più bassa di tante altre vette delle Alpi, e sedersi a contemplare il panorama attorno prima di intraprendere la discesa, piuttosto che uscire frettolosamente dalla cabina di un elicottero sulla vetta del Monte Bianco, inforcare gli sci e buttarsi giù. La rinuncia, secondo me è uno degli aspetti più importanti che dobbiamo riscoprire. La rinuncia fa parte delle nostre possibilità, e le possibilità sono tante e le rinunce possibili sono tante anche loro e nello spazio tra possibilità e rinuncia vi è un’occasione per la nostra crescita. E una crescita in questo senso sarà, oltre che un beneficio per noi stessi, anche un beneficio per l’ambiente.

Montagna vissuta
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Il Vallone delle Cime Bianche

Sono stati i milanesi Laura e Giorgio Aliprandi, i più illustri studiosi della cartografia storica delle Alpi e assidui frequentatori della zona, a riproporre la questione del progettato impianto sciistico di collegamento della Valle d’Ayas con la Valtournenche. Se ne parla da quarant’anni, ma nel 2014 il pericolo di un prossimo inizio lavori è cresciuto di parecchio.

L’11 aprile 2014 Legambiente aveva diffuso questo comunicato via ANSA:
Un’idea insensata da ogni punto di vista… L’area interessata rappresenta l’ultimo vasto spazio senza impianti di accesso al versante sud del Monte Rosa. Né la destra orografica, perennemente sotto valanga, né la sinistra orografica, susseguirsi di altopiani, si prestano per lo sci da discesa. Le infrastrutture di trasporto sarebbero poi di una lunghezza tale da richiedere investimenti e scassi ambientali colossali, del tutto insostenibili… Quello dello sci da discesa è un mercato ormai maturo che richiede semmai di qualificare i servizi a supporto dei vasti domaines skiables esistenti, di saper rispondere alla domanda crescente di pratiche sportive di nicchia e ‘skipass-free’ (ciaspole, sci alpinismo, nordic walking, passeggiate sulla neve) e di non compromettere la possibilità di sviluppo di un’offerta diversificata adatta a tutte le stagioni… La Valle d’Aosta presenta piuttosto una vera e propria emergenza di accessibilità turistica e non necessita certo di nuovi insostenibili caroselli di piste e impianti in quota“.

Laura e Giorgio Aliprandi
CollegamentoAyasCervinia-AliprandiA questo comunicato seguirono le solite polemiche. Tra i vari interventi abbiamo scelto quello di Antonio Carrel, guida alpina ed ex-sindaco di Valtournenche:
Gli ambientalisti sulla pelle degli altri
di Antonio Carrel

Mi riferisco alla lettera di Legambiente relativa al possibile collegamento funiviario tra la Val d’Ayas e Breuil-Cervinia attraverso il Colle delle Cime Bianche.

C’è da rimanere sconcertati da quanto dicono questi signori che si nascondono dietro a una sigla che per me rappresenta l’intolleranza pura. Innanzi tutto non mi risulta che lo sci da discesa sia in regresso; magari qualcosa qui nella nostra regione, ma non certamente negli altri paesi alpini dove il turismo invernale sciistico risentirà anch’esso della crisi, ma ha ancora milioni di praticanti.

Questi signori dicono che gli impianti di risalita sono quasi tutti passivi e la Monterosa Ski subirà la scure delle partecipate. Ma allora cosa dobbiamo fare? Chiudere tutti gli impianti e di conseguenza le stazioni che per mezzo di essi vivono, oppure cercare di incrementare i passaggi in modo da portare i bilanci almeno in pareggio? Chissà che gioia per questi signori, e magari per i loro figli, poter passeggiare a Cervinia, Ayas o Gressoney senza vedere più nessuno, salvo qualche pazzo valligiano rimasto lassù a “seminar patate o a mungere mucche”! È vero che adesso ci sono più persone che praticano le ciaspole, lo sci di fondo e le passeggiate (è anche l’ora!), ma chissà perché questi signori sono quasi tutti stranieri e di italiani se ne vedono molto pochi. La stessa cosa succede per le Alte Vie, dove nonostante una certa frequenza, i partecipanti sono quasi tutti esteri. Se continuiamo di questo passo i nostri pochi giovani che lavorano nel turismo se ne andranno vendendo le loro attività (se ci riescono) perché le stagioni invernali si restringono sempre di più e in quelle estive ormai è quasi il fallimento.

E’ molto comodo fare gli ambientalisti sulla pelle degli altri, magari restando seduti in comode case di fondo valle, con lo stipendio fisso di dipendenti vari, regionali e non. Dovrebbero provare anche loro a rimboccarsi le maniche e a darsi da fare per cercare i clienti e lavorare 15/16 ore al giorno, il tutto poi senza ottenere i risultati meritati. È vero che le partecipate sono in massima porte finanziate con denaro pubblico, ma permettono comunque a un sacco di gente di campare; vedi proprietari di alberghi, bar, ristoranti, B&B, impianti di risalita e non dimentichiamo poi tutti i dipendenti che vi lavorano. Guarda caso tutti questi signori pagano anche le tasse! Forse sono anche questi i soldi che permettono di foraggiare gli impianti. Secondo gli esperti, un milione investito negli impianti di risalita produce un indotto sette volte superiore. Vorrei aggiungere tante altre cose, ma la lettera diventerebbe troppo lunga e termino qui, sperando che il futuro riservi ai nostri figli cose migliori e ci dia anche più gente con la testa sulle spalle”.

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Il 16 settembre 2014 La Stampa Montagna, a firma Enrico Martinet, titola La super-funivia che regalerà la sciata infinita. Dopo un discutibilmente scherzoso inizio in cui si dà la “responsabilità” del collegamento alla voglia di cappuccino che notoriamente hanno i turisti e gli sciatori d’Oltralpe, Martinet ci spiega che per ottenere i 530 km di piste c’è un master plan, voluto con forza da Zermatt. Sarebbe il terzo carosello sciistico al mondo, in attesa che si concretizzi una nuova stazione sciistica in Colorado, annunciata come un’enormità e destinata a essere la regina, scalzando l’attuale che è canadese.

Subito dopo Martinet dà conto dell’opposizione, cita Legambiente e il fotografo naturalista del National Geographic Stefano Unterthiner: «Una pazzia».

Ma poi fa parlare il progettista Enrico Ceriani, laureato in Scienze Forestali, che dice: «Il tecnico ha il dovere di non fare danni irreversibili. Ciò che ipotizziamo ha un danno limitato all’ambito paesaggistico, ma con il tipo di funivia prevista, due tronconi con stazione centrale, e campate lunghe con pochi piloni non sconvolgiamo il territorio. Nessuna strada è prevista e noi stessi abbiamo sottolineato come sia improponibile, proprio per l’impatto ambientale, una pista di sci nella parte più bassa, mentre in alto l’intervento sarebbe comunque limitato con un tracciato non più largo di 20 metri».

L’articolista prosegue informandoci che i piloni saranno in numero tra 4 e 5 e il modello della funivia sarebbe il moderno «3S»: cabine da 35 posti. Con un costo intorno ai 65 milioni. Del progetto fanno parte le tre società dei comprensori sciistici (Zermatt, Cervino e Monterosaski) che hanno introiti annuali di 918 milioni. Ancora Ceriani: «L’investimento potrebbe essere sostenuto dalle funivie, così come la gestione senza interventi pubblici».

Il 19 novembre 2014 Mountcity.it pubblicava l’accorata lettera degli Aliprandi, un testo che cerca di fare chiarezza sulla reale importanza del Vallone delle Cime Bianche, quello interessato dal progetto:

Il vallone delle Cime Bianche è anche chiamato vallone Cortot in quanto da esso trae origine il famoso “ru”(canale) costruito in epoca medievale che porta le acque dal ghiacciaio di Ventina sino al Col di Joux con un percorso di circa 25 km. Il vallone, attualmente incontaminato, è percorso da un’antica via di comunicazione, detta via del vino o Krämerthal dai mercanti gressonari, che consentiva in epoca medievale il passaggio delle merci dal bacino della Valle d’Ayas a Zermatt , tramite il colle del Teodulo.

Questo territorio è stato recentemente protagonista di articoli sulla stampa (vedi La Stampa 16/9/2014 e La Vallée notizie 30/8/2014 e 27/9/2014) in quanto c’è il progetto di unire mediante funivia la valle di Zermatt al comprensorio sciistico del Monterosa Ski, cioè le valli d’Ayas, di Gressoney e di Alagna Valsesia, costituendo in tal modo un grandioso “domaine skiable” con 530 km di piste.

Il colle delle Cime Bianche che da Ayas permette di raggiungere la valle di Zermatt, tramite il colle del Teodulo è il punto strategico per consentire questo passaggio. Per la verità gli articoli che abbiamo letto non spiegano bene quale sarebbe il percorso di questa nuova funivia. Un fatto è certo: che gli Svizzeri sono interessati a questo collegamento che con ogni probabilità partirà da Zermatt.

Il progetto di unire Zermatt alla Val d’Ayas non è recente poiché già quaranta anni fa era stato proposto un grandioso sistema di funivie che avrebbe unito Ayas alla Svizzera, passando non solo dalle Cime Bianche ma anche dalla Gobba di Rollin. Il progetto a quei tempi era stato sottoposto al Consiglio Comunale di Ayas che l’aveva ricusato il 30 maggio 1974 con queste parole: “Il Consiglio Comunale delibera di essere contrario ad ogni tipo di intervento che comporti massicci interventi finanziari ed ulteriore aumento rilevante dell’insediamento edilizio” (come risulta dal testo di F. Fini Il Monterosa, Zanichelli, 1979, p. 158-159).

Attualmente il problema si è ripresentato limitatamente al colle delle Cime Bianche che sarebbe inglobato nel comprensorio sciistico di Zermatt e del Monterosa Ski. Giustamente si è osservato che il progetto, se attuato, sarebbe un oltraggio a questo territorio tuttora incontaminato e ancora libero da moderne infrastrutture.

Tuttavia, secondo noi, il problema dell’impatto ambientale non si limita al solo vallone Cortot ma va visto in un’ottica più ampia. Questo nuovo impianto funiviario di portata turistica internazionale sarebbe un’attrazione tale da condizionare tutto l’ecosistema della Valle d’Ayas: come conseguenza ci sarebbe la necessità di aumentare la capacità ricettiva alberghiera, di creare nuovi parcheggi con ovvi sbancamenti di terreno e sconvolgimento del paesaggio. Da ultimo la rete viaria della Valle d’Ayas non sarebbe in grado di reggere questo nuovo flusso turistico.

Chi nella stagione estiva non sarebbe attratto dall’andare in giornata da Champoluc a Zermatt per ammirare la parete est del Cervino? I tour operator avrebbero buon gioco a proporre questa possibilità. L’alta Valle d’Ayas perderebbe così la sua identità e diventerebbe un luogo senza anima al servizio della modernità (e il paragone con la vicina Cervinia è d’obbligo). Comprendiamo che gli interessi economici coinvolti sono enormi e sono a favore di chi vuole la funivia: si avrebbe un aumento notevole del valore dei terreni edificabili e delle strutture ricettive già esistenti.

Il cartello apparso nel 1974
CollegamentoAyasCervinia-cartelloSiamo legati alla Val d’Ayas, che frequentiamo da cinquant’anni, da vincoli affettivi e anche culturali e il pensiero che possa trasformarsi in una valle di turismo non residenziale ci amareggia. Ci sembra pertinente a questo punto riportare quanto espresso dal Consiglio Comunale di Ayas il 30 maggio 1974: “Ritenuto che il Comune di Ayas debba scegliere un modello di sviluppo che, pur non frenando la crescita e il benessere, dia tuttavia la possibilità alla popolazione residente di controllarne gli effetti…”. Sagge parole e ci auguriamo che il buon senso dimostrato dagli amministratori di Ayas quaranta anni fa sia ancora presente e non venga condizionato da fattori economici che in questo progetto sono prevalenti.

Un referendum tra gli abitanti di Ayas sarebbe la soluzione più democratica per accettare o rifiutare questo sconvolgimento ambientale”.

 

La Stampa Aosta del 30 novembre 2014, a firma Stefano Sergi, titola Collegamento in funivia tra Cervino e Monte Rosa: un referendum per decidere e sostanzialmente riprende la lettera degli Aliprandi pubblicata da Mountcity.it dando valore all’idea del referendum.

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Nel frattempo scopriamo che era stato creato su Facebook un profilo intitolato Quelli che vogliono il collegamento da Valtournenche a Champoluc – Squadra sportiva, che assomma a oggi 14 febbraio 2015 la bellezza di 858 “mi piace”.

La serietà della questione non ci fa sbellicare dalle risate, però per alleggerire le nostre fondatissime preoccupazioni vale la pena di sfogliare quanto scritto da questi signori:

15 novembre 2012
A quando il progetto? meglio spenderli lì che gettarli in quelle fabbriche che dopo 2 anni chiudono.

8 agosto 2012
Zermatt guarda verso il Monterosa
di Rino Galeno (Neveitalia)
A nord del Cervino va di moda guardare verso Sud. Sono sempre di più quelli che tra i visitatori di Zermatt decidono di attraversare il confine per visitare le piste di Cervinia e Valtournenche. Una volta gli sciatori attraversavano il confine per gustare il pranzo nei ristoranti italiani di Cervinia, oggi lo fanno soprattutto perché attraversare la frontiera sugli sci è una moda, una delle principali attrazioni che caratterizzano le località alla moda.
Secondo Christoph Bürgin, presidente del villaggio alpino di Zermatt, costruire qualche cosa che vada oltre i 300 Km di piste di Zermatt/Cervinia/Valtournenche e si estenda verso il comprensorio italiano del Monterosa Ski manderebbe in visibilio i frequentatori di Zermatt e potrebbe creare intorno al Cervino e al Monterosa il primo carosello di piste in Europa con un’offerta di piste intorno ai più bei 4000 delle Alpi senza uguali al mondo.
Lo studio potrebbe prevedere un collegamento ferroviario tra la valle di Ayas e Zermatt che passi per Saas Fee e di una cabinovia che attraversi il Lyskamm. Al di sopra delle Alpi hanno già investito 400 mila franchi in questo studio e si pone l’accento sulla sostenibilità del progetto. Il costo dell’impianto di collegamento in quota sarebbe di circa 30-40 milioni di franchi, una cifra non impossibile visto che Zermatt negli ultimi dieci anni ha investito nello sviluppo del comprensorio oltre 350 milioni.
Del resto fino a qualche anno fa anche dal lato italiano si parlava insistentemente di un collegamento ferroviario Monterosa Walser Express che mettesse in comunicazione sciistica il Monterosa e il Cervino attraverso un collegamento ferroviario tra Macugnaga – Monte Moro e lo Schwartzberghorn. Un secondo tratto avrebbe poi messo in comunicazione Macugnaga con Alagna passando sotto il Turlo lungo la linea del “Grande Sentiero Walser”, che oggi collega tutte la vallate di quell’etnia, dal Vallese fino al Voralberg.

9 agosto 2012
Stefano Cerutti: Aspettiamo con trepidazione!
Andrea Barabino: E vai!

23 gennaio 2013
Vincenzo Di Ciancia: Sarebbe il top…

9 luglio 2013
Sergio Viot: Magari!!!

10 luglio 2013
Stefano Gorret: Unico sistema per rilanciare l’area italiana! Sarebbe un sistema intelligente di mobilità alpina e sviluppo culturale. Si potrebbero fare tanti passi avanti pur sempre rispettando l’ambiente (la telecabina che attraversa il Lyskamm è discutibile).

7 aprile 2014
Collegare Cervino e Monte Rosa? Ci pensa una società canadese.
Con un ribasso del 37% la società canadese Ecosign Mountain Resort Planners Ltd di Whistler (British Columbia/Canada) si è aggiudicata l’appalto per la realizzazione dello studio urbanistico ambientale e dell’analisi degli effetti territoriali e socioeconomici dell’integrazione dei trasporti tra Zermatt, Valtournenche, Ayas e Gressoney.

Il valore dell’appalto era di 149.485,31 euro ed è stato aggiudicato a 94.175,75 euro. Il master plan – che comprenderà le soluzioni per possibili collegamenti con gli sci, a piedi e stradali – dovrà essere consegnato entro fine dicembre 2014. Successivamente sarà portato all’esame dei quattro Comuni, che dovranno decidere quali scelte adottare e cercare i relativi finanziamenti.

3 settembre 2014: Ma questi ecologisti… andranno al lavoro in bici e non useranno i cellulari?
Ma!!!!!!! O solo per gli altri?

4 settembre 2014: Le strade, le super strade, le circonvallazioni sono sempre state osteggiate, ma ora con il senno di poi… forse dovevamo farlo da…

30 ottobre 2014: Ecologista… SEMPRE… contro lo sviluppo turistico… MAI!

4 dicembre 2014
Franco Carrozza: Ioooooo lo vorreo…!

4 dicembre 2014
André Tamone: Anche iooo!

4 dicembre 2014
Quelli che vogliono il collegamento da Valtournenche a Champoluc: Noi della Valtournenche tutti!

4 dicembre 2014
Quelli che vogliono il collegamento da Valtournenche a Champoluc: Anche a Zermatt!

14 dicembre 2014
André Tamone: Anche ad Ayas molti lo vogliono! Anche Gressoney e Alagna! Ma anche in giro per la Valle d’Aosta tutti lo vogliono!

6 dicembre 2014
Marco Batti: Sarebbe bellissimo!

7 dicembre 2014
Quelli che vogliono il collegamento da Valtournenche a Champoluc: János Szent-Halny Keresztes, sei un disfattista senza saperlo… immagino che del turismo non te ne frega un bel niente!

7 dicembre 2014
Luca Mancianti: Il discorso chiaramente non è legato solo al collegamento dei comprensori, ma alla riqualificazione totale dell’offerta, a partire dalla ricettività, i megacomprensori dati alla mano, sono al giorno d’oggi, tempo di crisi, gli unici che generano attrazione internazionale e nazionale… gli italiani che più di altri hanno meno disponibilità da spendere preferiscono farlo in comprensori all’avanguardia che garantiscono certi standard, la spesa è più elevata ma poi nemmeno più di tanto…
A livello sportivo abbiamo le piste più belle del mondo, abbiamo il versante alpino baciato dal sole e nella sua interezza… va sfruttato conservando la bellezza… l’hanno capito BENE in Alto Adige oramai da anni… ripeto!!

7 dicembre 2014
Enrico Albano: Mi spiegate perché sulle piste più belle del mondo da anni e anni non vengono mai organizzate gare di Coppa del Mondo? I valligiani sono come i liguri: hanno tra le mani un patrimonio enorme ma non lo sanno sfruttare. Offrono costi altissimi e pochissimi servizi. E lo dico da frequentatore di entrambi i luoghi da oltre 40 anni. E da favorevole al collegamento. Il futuro sono i grossi comprensori ben gestiti, con offerta variegata e con auto ferme in garage…

10 dicembre 2014
János Szent-Halny Keresztes: Se la cultura e la competenza delle gestioni locali fosse stata diversa, in altre parole se si fosse in Canada o in Svizzera con i loro risultati, sarei favorevole al collegamento. In Alto Adige arrivano a proibire lo sci fuori pista quindi lasciamo perdere, e comunque là ci sono altri assistiti furbetti… Ma con i fatti alla mano di 60 anni di industria del turismo montano in generale e specialistico alpinistico e invernale in Ayas e dei suoi 34 anni di Comprensorio, non mi fido. Quindi disfattista lo dite in famiglia vostra. Capre.

13 gennaio 2015
Carlo Degli Innocenti: E’ vero, io sono genovese ma più che i valligiani direi i valdostani, che non paiono proprio maestri nel saper trattare la gente che porta loro denaro. Infatti i genovesi vanno in posti come Sestrière o Salice d’Ulzio che nulla hanno a che vedere con la montagna, ma sono di moda e sono stati venduti bene e quindi pronti ad esser sfruttati dalle pecore. Ritengo che il collegamento, se ben fatto, possa far si che specialmente il turismo straniero possa scoprire vari posti, semplicemente sciando e magari soggiornando anche per una sera in uno dei posti che ha potuto vedere. E’ certamente un turismo diverso dal turismo italiano caciaroso del week end che arriva in un posto, in auto, per poi ripartire la sera, senza portare alcun valore aggiunto alla località che non va nemmeno a visitare; va li perché c’è neve e quindi può sciare (male) e mangiare il panino a mezzogiorno. Certamente uno o due impianti possono avere un certo impatto ambientale ma ritengo che, nella fattispecie, sia un prezzo da pagare. A quel Keresztes che invece scrive come depositario della verità assoluta e si permette anche di insultare gli altri, che non la pensano come lui, non rispondo nemmeno.


Considerazioni finali
Possiamo dolerci e compatire queste frasi, questi pensieri: non di meno sono opinioni di cittadini come noi. Non dobbiamo smettere di operare perché l’intelligenza l’abbia vinta sugli egoismi e sulla cecità di visuale verso il futuro.

L’impressione che tutto questo agitarsi dipenda soprattutto dalla segreta speranza che l’aggressività economica svizzera contagi la nostra palude stagnante si fa ogni giorno più forte.
La certezza che gli svizzeri di sicuro non ci regaleranno nulla è la nostra arma più forte in questa vicenda tra ricchi e poveri. Alla fine questo apparirà chiaro anche a chi adesso va spargendo sicurezze.

Il vallone delle Cime Bianche si allunga verso il colle omonimo
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Resta il fatto incontrovertibile che la progettata funivia tra Zermatt e la Val d’Ayas rappresenta una minaccia per il paesaggio del meraviglioso vallone delle Cime Bianche e dell’alta Val d’Ayas. Saint Jacques diventerebbe certamente un gigantesco posteggio di auto o, nel caso si mettessero delle navette, un agglomerato di case senza senso. L’attuale comprensorio del Monterosa Ski è già invasivo a sufficienza, con piste per tutti i livelli e siamo contrari a un ulteriore allargamento. Vorrebbe solo dire trasformare la valle in un cantiere per parecchie stagioni, con disagi per i residenti e per i turisti, nonché alla fine avere un carosello che darà il colpo definitivo a ciò che di poco compromesso a sud del Monte Rosa è ancora rimasto.

L’idea del referendum, indubbiamente democratica, a mio avviso non è da appoggiare. Non tanto perché potrebbero vincere i sì agli impianti, quanto perché da tempo stiamo aspettando un segnale da parte delle Amministrazioni di abbandono del facile sentiero che ti porta direttamente al baratro per scegliere invece un’erta difficile e faticosa verso la salvezza. Da tempo aspettiamo uno sguardo al futuro che superi l’anno in arrivo.

Non dimentichiamo che la nostra terra non è un’eredità dei nostri antenati, bensì un prestito fattoci dai nostri figli (non ricordo chi lo ha detto…).

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Glorenza

La Val Venosta, come altre grandi valli delle nostre Alpi (ad esempio la Valle d’Aosta, la Valtellina o la Val Pusteria) presenta grandi varietà di paesaggio a causa del sensibile dislivello tra la testata e lo sbocco: in pratica cime di quasi quattromila metri convivono in area ristretta con i vigneti e i meleti. È quindi una terra di grandi contrasti panoramici che riassume in pochi km la grande capacità di adattamento dell’uomo a climi e quote diverse. Per il turista questo significa grandi possibilità di azione nell’arco delle quattro stagioni: e questo non è soltanto teoria, come infatti dimostrano i dati di frequenza, soprattutto grazie al turismo di lingua tedesca. La Val Venosta non conosce quindi affollati periodi di superfrequenza, bensì un afflusso distribuito su tutto l’anno (un esempio è proprio Merano, considerata la Sanremo della montagna).

Glorenza, Alto Adige

Situata alla confluenza tra Val Monastero e Val Venosta, la città di Glorenza (Glurns) 907 m è caratterizzata dall’antico borgo cinto da una perfetta cerchia di mura medioevali splendidamente conservate. Malgrado le devastazioni belliche, la successiva decadenza e le alluvioni, il tessuto urbano è rimasto quasi intatto, secondo il disegno datole nel ‘500. La storia di Glorenza ha senza dubbio origini antichissime, confermate da ritrovamenti preistorici sulla vicina collina di Tarces; tuttavia, durante il periodo romano, il borgo, denominato «Gloria Vallis», non aveva l’importanza dei paesi vicini poiché non era disposto sulla via Claudia Augusta Padana che passava a circa due chilometri a nord, tra Sluderno e Malles.

La città viene nominata per la prima volta nel 1163 con il nome reto-romano «Glurns», e con la sempre maggiore frequentazione della via di comunicazione lungo la Val Monastero l’abitato acquistò importanza. Nel 1294 il conte Mainardo del Tirolo ordinò che i grandi mercati, fino ad allora svolti nella svizzera Val Monastero, fossero traslocati a Glorenza, circondando il borgo con un muro merlato e intendendo in questo modo contrapporsi al vicino centro politico e commerciale di Malles dei vescovi di Coira. Il 30 aprile 1304 il paese venne elevato al rango di città dal duca Ottone del Tirolo.

Glorenza fu così il punto di smistamento delle merci: i carri che venivano da sud trasportavano grano, tessuti, vino, agrumi, droghe e olio, dal nord provenivano lana, pellami e, soprattutto, il prezioso sale estratto nelle miniere del Salisburghese. A Glorenza venivano cambiati i cavalli prima di affrontare i passi alpini e le «misure» di Glorenza divennero d’obbligo nell’alta Val Venosta: tutte le merci che passavano per la valle dovevano essere portate a Glorenza per venire pesate. La città conobbe quindi un periodo di prosperità, troncato bruscamente nel 1499 dalla guerra con l’Engadina. Il 22 maggio 8.000 contadini e borghesi e 4.000 cavalieri tirolesi attendono, presso il ponte della Calva, allo sbocco della Val Monastero, l’arrivo dei tanto temuti svizzeri. Gli 8.000 soldati engadinesi aggirano lo sbarramento attraverso la valle di Slingia, sorprendendo i tirolesi alle spalle. Lo scontro è terribile e sul terreno rimangono 2.000 svizzeri e ben 5.000 tirolesi; la città di Glorenza, come tutti i paesi venostani da Nauders a Silandro, viene saccheggiata e incendiata, la popolazione civile trucidata. L’imperatore Massimiliano promise di ricostruire Glorenza, fortificandola con nuove e più alte mura contro gli engadinesi. Infatti temeva che i venostani si unissero ai confederati. Anche la Chiesa voleva evitare che gli abitanti diventassero protestanti come gli engadinesi; perciò ambedue i poteri, civile ed ecclesiastico, si unirono per non perdere il loro predominio sull’alta Val Venosta, emanando norme che proibivano l’uso della lingua retoromana (romancio), fino ad allora parlata, nei tribunali, nei comuni e nelle funzioni sacre e si favorì l’afflusso di alemanni in modo da togliere il mezzo di comunicazione che legava venostani e svizzeri. L’antica lingua da allora in poi regredì, sostituita dal tedesco.

Glorenza

Nel 1500 si cominciano a costruire le nuove mura della città che ancora oggi danno impronta alla città. La costruzione durò quasi 80 anni e, quando ormai era terminata i costruttori si accorsero che ormai era forse troppo tardi, poiché le armi da fuoco sempre più potenti non sarebbero state fermate da quel muro; atti del 1607 dicono di non sprecare più altri soldi per la difesa della cittadina, perché in caso di guerra per Glorenza non ci sarebbe stata salvezza. La città, dopo la distruzione svizzera, tornò a conoscere periodi di prosperità, malgrado catastrofici incendi naturali, come quello del 5 gennaio 1732 che durante una bufera di neve ridusse in cenere la città, o quello causato dai soldati francesi nel 1799; in particolare, si racconta che i franchi radunarono nella canonica gli abitanti per bruciarli vivi ma il parroco salvò i concittadini facendoli fuggire da una porta secondaria. Le mura salvarono comunque la città dall’inondazione dovuta allo straripamento del Lago di S. Valentino alla Muta; il 16 giugno 1855 l’ondata di piena portò via con sé i paesi di Burgusio, Clusio e Laudes, ma i cittadini di Glorenza salvarono la città chiudendo i portoni. L’acqua bagnò le mura fino ad una altezza di due metri e mezzo, entrò in parte in città, ma il fango e il ciottolame rimasero fuori.

Torre e Mura di Glorenza, Val Venosta