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La storia del Cervino – parte 6

La storia del Cervino – parte 6 (6-6)

Dopo un tentativo del 18 e 19 luglio 1989 con François Martigny, il 9 agosto 1992 Patrick Gabarrou, questa volta con Lionel Daudet, termina Aux amis disparus, a destra della Piola-Steiner. Si tratta di una grande via che risolve il settore destro del Naso di Zmutt nel punto più breve e strapiombante.

Il 19 luglio 1992, Hans Kammerlander e Diego Wellig, vorrebbero chiudere un’epoca salendo e scendendo in 23 ore e mezza le quattro creste classiche del Cervino. La loro fatica è ammirevole, ma non desta particolare emozione.

Hans Kammerlander (a sinistra) e Diego Wellig di notte nel loro concatenamento. Foto: Dario Ferro
Hans Kammerlander e Diego Wellig in salita notturna durante il concatenamento al Cervino
Che invece è suscitata dalla francese Catherine Destivelle quando questa decide di ripetere il grande exploit di Walter Bonatti nelle stesse condizioni e a distanza di quasi trent’anni: da sola e d’inverno. L’impresa le riesce dal 10 al 13 marzo 1994 e di questa parlerà tutto il mondo.

L’arrivo in vetta di Catherine Destivelle
Arrivo in vetta di Catherine Destivelle, 10 marzo 1994, da p. 183 di Whymper, Carrel & Co.

La nuova mania della velocità produce un ulteriore record il 17 agosto 1995, quando il valdostano Bruno Brunod abbassa notevolmente il record di Bertoglio di salita e discesa dal Cervino: 3 ore e 14 minuti, sempre per la cresta del Leone.

Bruno BrunodBruno Brunod detiene il record di salita e discesa del Cervino, da Cervinia a Cervinia per la cresta del Leone, in 3 ore e 14 minuti (17 agosto 1995). Il precedente record era di Valerio Bertoglio (4 h e 16', 10 agosto 1990). ARCHIVIO IN ROSSO.
Il 14 agosto 2000 il figlio di Marco Barmasse, Hervé, sale con Patrick Poletto lo scudo di roccia tra la cresta De Amicis e la via Casarotto-Grassi. La via viene battezzata Per Nio, massimo VI+. Questa è solo la prima di una serie di esplorazioni che compirà Hervé Barmasse sul suo Cervino.

L’inossidabile Patrick Gabarrou non è ancora pago di avventure sul Naso di Zmutt. Salendo Aux amis disparus aveva notato una linea possibile subito a sinistra, elegante, estrema. E così ritorna con Cesare Ravaschietto e dal 31 luglio al 2 agosto 2001 apre Free Tibet, altro capolavoro che attende ripetizioni. Ma la parete ha ancora spazio per un’altra grande linea, quella scelta dai tedeschi Robert Jasper e Rainer Treppte: dal 22 al 26 agosto 2001 riescono su Freedom, a sinistra della Diretta Piola-Steiner e a destra della Gogna-Cerruti.

Gabarrou e Ravaschietto tornano al Cervino ancora una volta: ma sul versante meridionale, dove scovano una linea di arrampicata sul Picco Muzio, a sinistra del Pilier dei Fiori e a destra della via di Knez (I tre moschettieri). L’indeterminazione di quest’ultima potrebbe far pensare a qualche sovrapposizione. In ogni caso Padre Pio prega per tutti (15 e 16 agosto 2002) ha l’aria d’essere una possibile via gettonata in futuro.

Massimo Farina
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Hervé Barmasse, il 4 ottobre 2002, firma la prima solitaria (e 3a ascensione) della via Casarotto-Grassi al Pic Tyndall. Poi il 19 marzo 2004 con Massimo Farina ripete Padre Pio prega per tutti in prima invernale. L’anno dopo, 25 ottobre 2005, è ancora da solo sulla via Deffeyes della parete sud (1a solitaria). Il 6 aprile 2007 è da solo sulla via del padre (Barmasse-Cazzanelli-De Tuoni) sulla parete sud.

Sulla Sébastien Gay Memorial Route
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Il fenomeno Ueli Steck il 14 marzo 2006 sale da solo sulla Bonatti in 25 ore. Questo è uno dei primi exploit cui ci abituerà lo svizzero. Per esempio quello del 13 gennaio 2009, quando sale la via Schmid in un’ora e 56 minuti! E’ curioso osservare che Steck, giunto all’altezza della non distante Spalla, ha traversato rapidamente fino alla cresta dell’Hörnli per liberarsi dello zaino che avrebbe poi recuperato in discesa. Tornato indietro con il solo apparecchio fotografico, ha poi continuato per la via Schmid fino alla vetta. Questo gli è certamente costato qualche minuto in più, oltre a qualche polemica su una manovra che invece, secondo me, era perfettamente lecita.

I fratelli svizzeri Samuel e Simon Anthamatten nella primavera 2008 salgono una via nuova sull’estrema sinistra del Naso di Zmutt, a sinistra anche della Gogna-Cerruti e con uscita a sinistra della variante dei Giapponesi.

La grinta di Jean Troillet impegnato nella prima ascensione della Sébastien Gay Memorial Route
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Il forte himalayista svizzero Jean Troillet (10 Ottomila al suo attivo), assieme ai francesi Martial Dumas e Jean-Yves Fredriksen, dal 17 al 19 giugno 2009 apre una nuova via sulla parete nord del Cervino, a sinistra della Bonatti e a destra della via dei fratelli Schmid. Il 61enne alpinista francese aveva iniziato la via tre anni fa con Sébastien Gay, ma all’epoca i due erano stati costretti a tornare indietro per le cattive condizioni della parete. Purtroppo poche settimane più tardi Gay è morto in un tragico incidente di speedflying, e ora l’indistruttibile Troillet è tornato in parete per concludere il progetto per dedicarlo proprio al compagno scomparso: Sébastien Gay Memorial Route.

La prima sezione della nuova linea di 500-600m s’infila con un tracciato diretto tra la storica via dei fratelli Franz e Toni Schmid e la grande via aperta da Bonatti in solitaria nell’inverno del 1965. Dopo i primi 400 m di difficile terreno verticale al limite dello strapiombante, la nuova via raggiunge la via dei fratelli Schmid per poi ripiegare a sinistra verso la cresta.
La via inizia molto ripidamente” – spiega Troillet – i primi 400 m sono quasi strapiombanti. Bisogna vedere il lato positivo: questo ci ha permesso di proteggerci dalle scariche di sassi. Abbiamo bivaccato in parete su un’amaca. Poi, come si fa sull’Eiger (per le difficili vie moderne della Rote Fluh, NdR), non c’è bisogno di raggiungere la cima quando si inaugura una via nuova. E così abbiamo tagliato sulla Spalla. Il grado di questa via? Abo. Che sta per abominevole“.

Il problema di questo nuovo itinerario è che di certo va a sovrapporsi, in gran parte almeno, alla vecchia via dei Cecoslovacchi di Destra, neppure nominata da Troillet.

Patrice Glairon-Rappaz. Foto: Paulo Robach
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Dal 19 al 22 gennaio 2010, con quattro bivacchi, i francesi Patrice Glairon-Rappaz e Cédric Périllat hanno messo a segno la prima ripetizione (nonché prima salita integrale e prima invernale) di Aux amis disparus (1200 m, VII, A3), la via aperta nel 1992, nel settore più strapiombante del Naso di Zmutt, da Partrick Gabarrou e Lionel Daudet.

Patrice Glairon-Rappaz mette a segno questo colpo dopo epiche salite invernali come la Serge Gousseault sulla Nord delle Grandes Jorasses (13-18 gennaio 2000, con Stéphane Benoîst), la Superintegrale di Peutérey (19-28 febbraio 2003, con Benoîst e Patrick Pessi) e la Directe de l’Amitié ancora sulla Nord delle Grandes Jorasses (31 gennaio-6 febbraio 2006, con Benoîst e Paulo Robach). La salita è stata favorita dalla roccia pulita ma ostacolata dal grande freddo e dal vento. Per niente banale anche il finale dell’avventura: un’intera giornata per tornare a valle lungo la cresta dell’Hörnli. «Questa via – ha commentato Glairon-Rappaz – oltre al fatto di svolgersi su una delle più emblematiche e meravigliose montagne delle Alpi, racchiude tutte le specialità dell’alpinismo, restando un punto di riferimento sia per le difficoltà sia per l’impegno complessivo».

Gli stessi, l’anno dopo, dall’8 all’11 marzo, fanno la seconda invernale (e prima invernale in stile alpino) della Gogna-Cerruti al Naso di Zmutt.

Il 13 marzo 2010 Marco ed Hervé Barmasse hanno aperto una nuova difficile via sulla parete sud del Cervino, 1220 metri che risolvono uno dei “problemi” della grande parete della “Becca” già tentato da molte cordate. Questa via segue una linea naturale, quella di un couloir che solca e divide in due la parete sud del Cervino e che termina all’Enjambée, a 200 m dalla vetta per una lunghezza complessiva di 1220 m. “E’ una linea già tentata da mio padre 24 anni fa – racconta Hervé – e da altre cordate negli anni successivi. Giancarlo Grassi sulla rivista Lo Scarpone aveva descritto questa via come una delle ultime grandi salite delle Alpi, il suo sogno nel cassetto. Non mi dilungo sui gradi M, anche perché le valutazioni dipendono spesso dalle condizioni nelle quali si affronta una via. Credo che sia molto difficile, con protezioni molto distanti – 4 ogni 60 m in alcuni tiri – resa ancor più dura dalla qualità della roccia, che preferisco definire “di difficile interpretazione” per non dire “non buona”, e poi anche se di couloir si tratta, di ghiaccio non ne abbiamo quasi mai trovato”.

Il 9 aprile 2011, dopo 4 giorni in parete e 3 bivacchi, Hervé Barmasse ha raggiunto la cima del Picco Muzio aprendo una nuova via lungo i 700 m del grande pilastro della parete sud, una bellissima piramide che, se si sa ben guardare, si staglia prepotentemente nella fantastica giungla di roccia della parete sud del Cervino. E’ la prima tappa di una trilogia di esplorazioni sulle Alpi che vedrà Barmasse anche sul Monte Bianco e sul Monte Rosa.

Il progetto (oltre alla assoluta verticalità e l’accentuata zona strapiombante finale) aveva un grande punto di domanda: la non proprio buona qualità della roccia che contraddistingue il Cervino. Ergo la sua inaffidabilità. Oltre a questo c’era da aggiungere l’avvicinamento: quei 400 m dell’erto canale di neve (esposto a tutte le scariche di massi del mondo) che porta alla base del pilastro.
Quel 9 aprile, in vetta al Picco Muzio, Hervé ha trovato ad attenderlo quello che lui definisce “il mio maestro”, suo padre. Con lui poi ha affrontato la discesa e l’ultimo bivacco. Non ce l’aveva proprio fatta Marco Barmasse ad aspettare a casa. Non ce l’aveva fatta a pensare a tutto quello che cadeva, o poteva cadere, sulla testa del figlio… in effetti quel pilastro di 700 m fa veramente impressione, e non solo per la roccia marcia.

Ancora nel 2011 registriamo due nuovi record di velocità: il primo sulla cresta dell’Hörnli, da Zermatt a Zermatt (Andreas Steindl, 2 ore e 57 minuti, 23 agosto) e il secondo, incredibile, sulla via Bonatti (Patrick Aufdenblatten e Michael Lerjen-Demjen, 7 ore e 14 minuti, il 27 settembre).

Ancora nel 2011, il 4 ottobre, Robert Jasper e Roger Schaeli in 16 ore e mezza, hanno compiuto la 2a ascensione e 1a RP della Sébastien Gay Memorial Route, (1000 m, F5/A2, 90°), sulla parete nord. Jasper ha così completato il suo progetto di realizzare delle prime salite in libera su tutte e tre le grandi Nord delle Alpi: Eiger, Cervino e Grandes Jorasses. Nel 2003 con Markus Stofer, era stata la volta di No Siesta sulle Grandes Jorasses (M8) e nel 2010, con Schaeli, aveva salito sulla Nord dell’Eiger la Harlin Direttissima con uscita sulla Heckmair (1880 m, M8). Jasper e Schaeli hanno salito i primi difficili 400 metri della Sébastien Gay (con una valutazione di M8), poi hanno continuato per la Schmid  e sono usciti sulla più difficile via di Michal Pitelka (via dei Cecoslovacchi di Sinistra). A metà della via hanno trovato attaccata a un chiodo una cassettina di legno. Successivamente hanno scoperto che si trattava delle ceneri di Sébastien Gay, portate sulla via dal team dei primi apritori dell’itinerario a lui dedicato.

L’arrivo in vetta di Kilian Jornet Burgada
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L’estate del 2013 è caratterizzata dall’exploit di Kilian Jornet Burgada che sale da Cervinia il Cervino e ritorna in sole 2 h, 52’ e 02”. La rilevanza mediatica di questo evento è stata quasi esagerata. Segno che sempre meno si apprezza la fantasia e sempre più si applaude il mero exploit atletico.

Ancora Hervé Barmasse il 13 marzo 2014 concatena d’inverno le quattro creste del Cervino.

Nel frattempo la nostra montagna è teatro di altre imprese. Dopo le ripetute discese (da parte di Toni Valeruz e Jean-Marc Boivin) della parete est (partendo dalla cengia sotto alla Testa), ecco il 17 aprile 2014 la discesa del Canalone Penhall sulla Ovest: Davide Capozzi, Julien Herry e Francesco Civa Dano (i primi due in snowboard, il terzo in sci). Come pure (7 giugno 2014) il promo volo dalla vetta con tuta alare (Géraldine Fasnacht e Julien Meyer).

E siamo così al 2015: il 22 aprile la guida svizzera Dani Arnold abbassa di 10’ il record sulla Schmid: 1h 46’.

Dani Arnold. Foto: Visualimpact.ch/Christian Gisi
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Secondo voi la storia è finita? Oggi ricorre il 150° anno dalla salita di Whymper e compagni. Ma sul Cervino la storia non finirà mai…

Alcune tabelle:
Cronistoria del Cervino (1857-2015)
Cronologia della via Schmid (fino al 3 luglio 1962)
Cronologia delle prime 6 ascensioni invernali della via Schmid
Cronologia delle prime ripetizioni della via Bonatti
Cronologia via Gogna-Cerruti (1969-2014)

Dani Arnold abbassa il record di Steck sulla Nord del Cervino. Foto: Visualimpact.ch/Christian Gisi
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L’arte del compromesso di George Lowe

Piolet d’Or 2014 a Slawinsky e Welsted + Steck
Per quanto un premio, sia pur planetario come il Piolet d’Or, possa sorrogare nell’immaginario l’essenza dell’alpinismo stesso, per quanto una giuria possa essere imparziale, competente e carismatica, restiamo dell’opinione che una competizione sia per definizione limitata, anzi limitante la grandiosità di ciò che invece annualmente viene prodotto dai giovani (e meno giovani) alpinisti di tutto il mondo.

Ueli Steck intervistato al Piolet d’Or 2014. Foto: Gianluca Maspes
ArteCompromesso-Steck-Ueli-Steck-intervistato-ai-Piolet-d-Or-E-uno-dei-vincitori-delledizione-2014-Photo-Luca-Maspes1Ciò nondimeno ce ne stiamo occupando, perché di certo parlare di Piolet d’Or significa parlare di imprese in territori lontani, a volte su montagne sconosciute, e soprattutto significa parlare di imprese che sono partite e sono state condotte in stile amatoriale. Sì, qualche sponsor, un po’ di collegamento mediatico… ma siamo nei limiti degli addetti ai lavori, o meglio siamo nel campo di quell’inesplorato che non può essere oggetto di film professionali, quelli per intenderci dove la salita viene fatta più per il film che per la salita stessa.Ce ne siamo occupati nei post precedenti a questo perché stimiamo la giuria, perché c’è stato segreto totale sugli orientamenti, alla fine perché anche questo è un gioco.

Quella che era stata salutata come l’impresa dell’anno, sulla quale si è tentato di sollevare qualche dubbio, più che altro allo scopo di fare polemica sulla necessità o meno che lo statuto del Piolet d’Or debba o meno prevedere che gli alpinisti forniscano qualche prova completa (cosa che al momento non è contemplata): ebbene, quella ha vinto. Alla fine la giuria si è trovata d’accordo nello scegliere l’incredibile impresa dello svizzero Ueli Steck all’Annapurna come vincitrice di questi Piolet d’Or 2014. Ma che qualche discussione ci sia stata è evidente, visto che il premio è andato ex-aequo anche alla via sull’inviolato K6 West, aperta dagli americani Raphael Slawinsky e Ian Welsted. Due salite per la verità assai diverse.

Il K6 West. Foto: Gianluca Maspes
ArteCompromesso-K6-Photo-Luca-MaspesSu queste pagine abbiamo dato notizia, speriamo dettagliata, di tutte le imprese nominate, anche quella della menzione speciale. Nonché del Piolet d’Or alla carriera (premio Walter Bonatti) a John Roskelley.Chi volesse, può andare a leggersi (o rileggersi) i post sulle tre salite escluse dal podio più alto:

Marek Holecek e Zdenek Hruby sulla parete nord del Talung (Himalaya);

Simon Anthamatten e i fratelli Matthias e Hansjorg Auer sul Kunyang Chhish East (Karakorum);

Mark Allen e Graham Zimmermann, via nuova sul Mount Laurens (Alaska).

Oltre all’acceso dibattito sulle prove da fornire, quest’anno la giuria ha avuto a che fare con l’eredità lasciata dall’anno precedente 2013, quando si è ritenuto opportuno premiare ex-aequo tutte le salite nominate, cioè cinque. Cinque imprese a pari merito è difficilmente credibile… Da più parti si chiedeva (sponsor, opinione pubblica, ecc.) che non si ripetesse quello che molti avevano considerato un errore. In più c’era anche la considerazione che molti non vedevano di buon occhio dare per favorito il solitario Ueli Steck, come se il premio dovesse essere esclusivo appannaggio di qualche cordata.

La premiazione: da sinistra, Ueli Steck, Ian Welsted e Raphael Slawinsky
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Leggiamo le motivazioni:
“Dopo aver raggiunto la crepaccia terminale Ueli Steck ha dovuto accettare il fatto che il suo compagno riteneva la salita troppo rischiosa. Scalando la parete da solo, Ueli si è esposto lui stesso moltissimo. Nonostante non sapesse cosa lo aspettasse oltre i 6500 metri di quota, è riuscito a completare la via iniziata da Pierre Béghin e Jean-Christophe Lafaille nel 1992. La nuova via scalata in solitaria, in un velocissimo stile alpino sembra aprire a una nuova dimensione dell’alpinismo in alta quota… Raphael Slawinsky e Ian Welsted hanno affrontato una scalata molto difficile tecnicamente con alte difficoltà su ghiaccio e misto e superando passaggi strapiombanti. Al quarto giorno hanno capito di non poter continuare in cresta e sono tornati indietro spostandosi sul versante opposto della montagna e trovando un’altra possibilità per continuare fino alla cima. La loro spedizione è inoltre stata un bellissimo esempio di attenzione per la popolazione locale. Dopo aver saputo del massacro al Nanga Parbat, hanno deciso di restare, perché sarebbe un disastro per la popolazione pakistana perdere l’entrata economica proveniente dal turismo. Ian e Raphael anzi, vogliono incoraggiare altri alpinisti a non fare di tutta un’erba un fascio del Pakistan”.

Secondo la giuria dunque le due salite sono lo specchio dell’alpinismo di oggi:
“Le due salite che abbiamo scelto rappresentano i due estremi nella gestione del rischio. Raphael Slawinsky e Ian Welsted hanno pianificato attentamente la loro salita al K6 West, calcolando bene il tempo in modo da avere le migliori condizioni in parete (partendo prima dell’arrivo del bel tempo, con neve fresca per ridurre il pericolo di scariche di sassi e le difficoltà della scalata), e hanno pianificato i giorni in modo da poter riposare abbastanza ai bivacchi per mantenersi in forza. Al contrario con la salita in solitaria della parete sud dell’Annapurna Ueli Steck ha accettato un grande rischio. Per 28 ore è rimasto completamente concentrato, sapendo che un passo falso lo avrebbe portato alla morte. Ueli stesso ha detto di aver scalato al limite delle possibilità”.

George Lowe

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Per la cronaca citiamo comunque il parere del presidente di giuria, George Lowe, che ha esplicitamente dichiarato che, fosse stato per lui, avrebbe dato la vittoria a tutti.
“Personalmente avrei preferito dare il premio a tutte e cinque le nomination, ma la decisione della giuria è stato un democratico compromesso”.

La giuria 2014: Lim Sung Muk, Karin Steinbach, Denis Urubko, Catherine Destivelle, Erri De Luca, George Lowe e la presentatrice Kay Rush
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Per notizie sulla giuria 2014

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Intervista a Simone Moro dal Nanga Parbat

Simone Moro e David Göttler, coadiuvati da Emilio Previtali, dagli ultimi giorni di dicembre 2013 sono al campo base del Nanga Parbat, versante Rupal, per tentare la salita invernale al penultimo Ottomila ancora non salito nella stagione più rigida (l’ultimo sarebbe il K2). L’itinerario che hanno scelto è la via Schell. Anche un’altra squadra, i polacchi di Tomasz Mackiewicz, ha deciso per quel percorso, dunque per una collaborazione con Moro e Göttler. Stiamo seguendo giorno per giorno i progressi. Il primo vero tentativo di salita alla vetta è stato frustrato dai venti fortissimi. Tutti gli scalatori sono in questo momento al campo base in attesa di un nuovo periodo di bel tempo.

Via e-mail abbiamo raggiunto Simone che, avendo comunque finito il suo nuovo libro, ha più tempo da dedicarci nelle lunghe ore invernali di attesa al campo base. E gli abbiamo fatto cinque domande.

Simone Moro

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1. Con l’esperienza di tre Ottomila in prima ascensione invernale, quali sono le difficoltà che credi di dover affrontare per la conquista di un eventuale quarto?
Un Ottomila salito d’inverno è già il potenziale risultato di una vita, di una singola carriera. Averne saliti tre e sempre, rigorosamente in completa stagione invernale mi sembra ancora così incredibile… Tentarne un quarto non vuole essere un azzardo o una insaziabile voglia di successo. E’ solo il tentativo di esplorare la mia capacità di resistenza e la mia voglia di non sedermi sugli allori. A 46 anni voglio pensare al mio futuro di uomo e imprenditore attivo e non contare gli anni che mi mancano alla pensione. Io esisto per vivere non per guardare gli altri farlo.

2. Siete stati in azione circa cinquanta giorni, assieme a David ed Emilio: avrete già potuto capire molto bene cosa significa salire d’inverno sulla via Schell. Quale valore personale ha questa via per te?
E’ la via più lunga del pianeta sulla parete più grande del mondo alla montagna più gigantesca della terra. Già questo rende l’idea. Il Nanga Parbat è una montagna con sopra un’altra montagna. E’ un viaggio lunare, questa scalata.

3. Qual è il tuo feeling con la spedizione di polacchi che sta tentando il vostro stesso itinerario?
Massima amicizia e collaborazione. Fare le gare su un Ottomila e d’inverno significa morire. Io sono qua per vivere un’esperienza con David e con i polacchi… da due siamo diventati quattro che vogliono andare in vetta, mi sembra un bel numero e un bel team. Non c’è gara nell’esplorazione, le gare ci sono nello sport.

In salita per la via Schell al Nanga Parbat

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4. Cosa ti ha lasciato nel tuo modo di sentire la spiacevole avventura di un anno fa sull’Everest?
Nulla, ho la capacità di lasciarmi scivolare via velocemente le brutte esperienze. La vita è sole, non è buio. Il fatto spiacevole conferma che le mele marce ci sono ovunque, tra occidentali e sherpa, tra ricchi e poveri. A me è capitato di incontrare le persone sbagliate al momento sbagliato. Non è cambiato proprio nulla nell’amore e nel rispetto che ho per il Nepal e la sua gente, come allo stesso modo la consapevolezza che c’è stato e ci sarà sempre qualcuno che fa marketing su queste vicende e cerca di attaccare avversari virtuosi usando e manipolando vicende e comportamenti indifendibili.

In salita per la via Schell al Nanga Parbat

IntervistaSimoneMoro-Schell

5. Su questa vicenda, tua e di Ueli Steck, è stato costruito il film High Tension (che tra l’altro verrà proiettato questa sera 19 febbraio per la prima volta in Italia (Milano, cinema Orfeo). Tu cosa ne pensi?

All’inizio non mi soddisfaceva molto ed ho fortemente chiesto ai produttori di non omettere fatti e dettagli che, mancanti, potevano manipolare la percezione finale dei fatti e dei comportamenti da parte dello spettatore. Mi dicono che qualcosa hanno cambiato, ma non sono ancora riuscito a vederlo. Il film, come la verità, non deve accalappiare consensi o disprezzi, non deve avere un taglio a favore o contro qualcuno o qualcosa. La verità è come un colpo d’ascia, netto completo e senza anima, che permette a chi legge o guarda di farsi la propria opinione. Mi sembra però così palese ed indifendibile la violenza che anche “l’imperfezione” di High tension lascerà in tutti gli spettatori, neutrali e non prevenuti, un opinione chiara. Questa  volta pochi singoli sherpa che hanno coinvolto poi altri loro colleghi, hanno proprio fatto una cazzata da tetto del mondo. Le immagini parlano da sole…

Da High tension. Vedi trailer qui.

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