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Werner Munter: cinico io? no, realista!

Werner Munter, svizzero di Arolla, è nivologo di caratura internazionale, guida alpina dal 1971 e inventore del famoso metodo 3×3 (vedi allegato, un pregevole lavoro del CAI e di Beppe Stauder: Munter-PRG02) e del Nivocheck, obbligatori nella formazione delle guide alpine svizzere e utili nel ridurre i casi di incidente da valanga attraverso una procedura di valutazione del rischio. La sua lezione è da anni ampiamente accettata e messa in pratica dalle scuole di scialpinismo e diffusa con tutti i mezzi. Al convegno di Trento Tutti matti per la neve (2 dicembre 2014) la sua relazione era molto attesa, e di certo non ha deluso.

Werner Munter
Werner Munter jpgIl numero di febbraio 2015 di Montagne360 ha ripreso il contenuto della relazione di Munter, facendo un lavoro lodevole. Purtroppo all’illuminato senso profondo di ciò che Munter comunica, nella stessa rivista seguono non uno, bensì due, articoli i cui titoli vanno in direzione opposta. Non mi stancherò mai di ripetere che l’iniziativa “Montagna Sicura” è valida e necessaria solo a patto che cambi il nome! La montagna non è MAI sicura, perciò al massimo possiamo dire  “Montagna più sicura”. E invece no, i titoli dei due articoli seguenti sono La montagna è “amica e sicura” anche d’inverno e Sicuri con la neve. E’ pur vero che leggendo gli articoli è più volte ricordato che la sicurezza al 100% non esiste, lo dice anche con molta chiarezza il presidente Umberto Martini. Ma cosa costerebbe modificare il logo? Nulla, e in più molti si chiederebbero perché è stato modificato, costretti quindi a riflettere sul significato.

Werner Munter: Il rischio non si elimina, ma si può gestire
a cura di Luca Calzolari (da Montagne360, febbraio 2015)
«In generale, quando parlo di un livello di rischio accettabile, di un giusto livello di rischio, molti prendono la mia affermazione per una provocazione. Ma attenzione: non esiste nessuna attività umana esente da rischi: persino il momento della nascita porta con sé un altissimo livello di rischio, e tutta la nostra vita è costantemente costellata di rischi. Di per sé, la vita stessa è pericolosa per la vita. Anche i lavori domestici sono molto pericolosi – e forse è proprio per questo che gli uomini cercano di evitarli…».

Ma qual è la differenza tra rischio e pericolo?
«Sono considerati spesso sinonimi» ha spiegato Munter nel corso della sua chiacchierata, «ma sono in realtà cose ben distinte. Quando ci esponiamo a un pericolo della natura, si corre un rischio, e gli alpinisti affrontano il rischio volontariamente. Con i nostri comportamenti, infatti, noi possiamo influenzare il livello di rischio. La mia personale formula di rischio è natura diviso uomo, o pericolo diviso comportamento, oppure potenziale di pericolo diviso per il prodotto di molti fattori di riduzione del rischio. Provo a spiegarmi: il potenziale di rischio varia in maniera esponenziale e raddoppia di grado di pericolo in grado di pericolo. Un pericolo debole, segnalato dai bollettini delle valanghe con il grado 1, ha un potenziale di rischio pari a 2; un pericolo moderato, di grado 2, ha un potenziale di rischio pari a 4; e un pericolo marcato, di grado 3, possiede un potenziale di rischio pari a 8. Ed ecco che così ho costruito la nostra bilancia del rischio. A questo punto faccio osservare che un pericolo marcato ha un doppio potenziale di rischio rispetto a un pericolo di grado moderato. I fattori di riduzione, però, sono in grado di dimezzare costantemente il rischio. Perciò, se su uno dei piatti della bilancia metto 3 gradi di pericolo, sull’altro devo controbilanciare con tre gradi di riduzione conseguenti al mio comportamento. La bilancia dev’essere sempre in equilibrio. La mia regola aurea dice che, tenendola in equilibrio con l’introduzione dei fattori di riduzione, possiamo affrontare lo stesso livello di rischio indipendentemente dal grado di pericolo. Il pericolo marcato, di grado 3, che ha un potenziale di rischio pari a 8, deve perciò essere controbilanciato da 3 fattori di riduzione; il grado 2, con potenziale 4, ha bisogno di 2 fattori di riduzione. Quello moderato, di grado 1, necessita invece di un solo grado di riduzione».

Munter-Cover-3x3-neu-Teaser

Ma quali sono i fattori di riduzione che dobbiamo fare entrare nel gioco?
«Vanno studiati e ricordati a memoria: bastano 5 minuti per impararli. Si suddividono in tre classi diverse. La prima classe riguarda la rinuncia ai pendii più ripidi, e qui si ha riduzione del rischio solo se si opera una rinuncia. Se rimaniamo al di sotto dei 40° di inclinazione del pendio, godremo di un fattore di riduzione pari a 2. Se rimaniamo al di sotto dei 35°, il fattore di riduzione sarà pari a 4. Teniamo conto che, oltre i 30°, sono necessarie le inversioni e non è più possibile salire direttamente con le pelli di foca lungo la massima pendenza, e purtroppo questa è la pendenza giusta per il distacco delle valanghe a lastroni. I fattori di riduzione di seconda classe riguardano la rinuncia a determinate esposizioni dei pendii, e non valgono in caso di neve bagnata. Occorre rinunciare ai pendii esposti in tutta la fascia che va da nord ovest a nord, fino a nord-est, e in questo caso il fattore di riduzione è pari a 2. La rinuncia a pendii privi di tracce è ugualmente pari a 2. Nell’emisfero sud ovviamente l’esposizione da evitare va invertita. La terza classe di riduzione riguarda invece le dimensioni del gruppo e le distanze di sicurezza da adottare. Per gruppi minuscoli, di 2-4 persone, il fattore di riduzione può essere considerato pari a 2, e lo stesso può valere per gruppi più ampi, purché venga mantenuta la distanza di sicurezza. Ecco, questa è la paginetta da studiare e memoria. Una precisazione importante, che è bene ripetere: con pericolo marcato, di grado 3, vanno assolutamente evitati i pendii sopra i 40°. Per chi non è in grado di tenere a mente ciò che abbiamo appena detto, ho sviluppato un metodo semplificato che ho chiamato del sottobicchiere, perché la tabella sta comodamente sul sottobicchiere della birra e, una volta sul posto, il check richiede un minuto per prendere una decisione. I criteri? Sono gli stessi già visti ma, anziché parlare di fattori di riduzione, qui parliamo di bonus.

Se sto sotto i 40° di inclinazione (40° nel punto più ripido, beninteso, non dove esattamente ci si trova), ottengo un bonus; sotto i 35° guadagno 2 bonus. Se mi tengo lontano dai pendii esposti a settentrione (da nord-ovest a nord-est), ho un altro bonus (che non vale però in presenza di neve bagnata). Un altro bonus lo ottengo se affronto un pendio con tracce visibili, e un altro ancora se in salita tengo una distanza di almeno 10 metri dal compagno (e di più ancora durante la discesa). Con pericolo marcato di grado 3, devo almeno poter contare tre bonus, tra i quali è obbligatorio che compaia uno dei fattori di riduzione di prima classe (es., stare sotto i 40°). I punti non sono cumulabili. Con grado di pericolo 2, dovrò totalizzare almeno due bonus, raccolti in tutte le tre categorie: e questo vuoi dire che, se mi tengo sotto i 35° potrò avere buone possibilità anche sui versanti nord. Aggiungo ancora che, con pericolo molto forte, di grado 4, non siamo più in grado di valutare correttamente il rischio ed è giocoforza la rinuncia totale.

Di fronte a me c’è una fotografia con uno sciatore che scende su un pendio ripido, intorno ai 40°, non ci sono tracce sul pendio, la neve è asciutta, l’esposizione è a nord-est. Proviamo ad analizzare la situazione. Rispetto all’inclinazione del pendio, non abbiamo bonus. Non ci sono tracce, e quindi neanche in questo caso abbiamo bonus: rimane solo la possibilità di mantenere le distanze. In questo caso, il rischio qui diventa accettabile solo con grado di pericolo 1 dei bollettini della neve. Siamo di fronte a una delle combinazioni possibili più estreme. Ma sappiamo anche che, per fare determinate scialpinistiche, dobbiamo aspettare le condizioni ideali. I giovani oggi non sanno più aspettare: tutto e subito, adesso. Di recente in tivù ho sentito una madre che asseriva di non aver mai detto no al proprio figlio. Penso che quel ragazzo si sia trovato di fronte a una preparazione alla vita di basso livello. Ho pensato anche a un altro strumento, che tenesse conto delle combinazioni più pericolose. E alle tre combinazioni che sto per enunciare, bisognerebbe rinunciare in ogni caso, anche se si è degli esperti o dei locali. Le elenco: con pericolo di grado 2, si deve rinunciare ai pendii sopra i 40° nel settore nord e non tracciati; con pericolo di grado 3, bisogna evitare i pendii sopra i 40° su tutte le esposizioni; mentre con pericolo di grado 4, la rinuncia deve riguardare tutti i pendii sopra i 30°. Nei casi citati, siamo chiaramente in una zona rossa, di rischio, in cui la bilancia pende tutta da una parte. Ovviamente ognuno è libero di fare ciò che vuole, ma con gli strumenti elencati si sa che ci si trova in una zona a rischio.

Molti dicono che il mio metodo concede troppa libertà; una piccola parte ritiene invece che sia troppo selettivo: ma questo mi rallegra, perché vuol dire che ho trovato un buon equilibrio. Tenendo la bilancia in equilibrio, possiamo permetterci di fare 100.000 scialpinistiche e incappare una volta sola in un incidente mortale. Il numero, definito come case fatality rate, di 1 su 100.000 rappresenta la norma di sicurezza degli ingegneri tedeschi: dunque siamo di fronte a un rischio socialmente accettabile. Mi dicono che sono cinico: no, sono semplicemente realista. Il rischio zero non esiste.

Negli anni Ottanta avevamo una media di 16,7 morti per valanga ogni 170.000 utenti (1 morto ogni 10.000 utenti). Con l’introduzione del metodo di riduzione del rischio, abbiamo avuto 9,4 morti su 20.000 scialpinisti (1 ogni 200.000 utenti), e il case fatality rate si è dimezzato. Se ogni anno il nostro scialpinista tipo effettua cinque uscite, e se gli utenti sono 200.000, significa che abbiamo 1.000.000 di giornate di rischio e che la percentuale di 1 morto su 100.000 è socialmente accettabile».

Oggi il rischio è sottovalutato o, al contrario, sopravvalutato?
«Se si ritiene accettabile il rapporto 1:100.000, in Svizzera direi che il rischio è valutato in maniera corretta. Essendo 240.000 gli scialpinisti svizzeri che praticano regolarmente l’attività, dobbiamo aspettarci circa 12 morti per valanga ogni anno. E io accetto questa cifra, perché sono cinico. Non conosco con precisione i dati degli incidenti in Italia. Quello di cui ha bisogno lo scialpinista sono regole semplici; regole che ho proposto già vent’anni fa. Ricordo ancora una volta la mia regola aurea: grado di pericolo 3, tre fattori di riduzione del rischio; grado di pericolo 2, due fattori di riduzione del rischio; grado di pericolo 1, un fattore di riduzione. Basta saper contare fino a tre. Chi non è capace di contare fino a tre, di sicuro ha una scarsa capacità di sopravvivenza in montagna d’inverno. Ma sapete che vi dico? Che per anni abbiamo scavato buchi nella neve, analizzando e studiando gli strati che si erano depositati sul suolo, e poi a un certo momento mi è venuto in mente che il segreto della sicurezza non stava nella neve, ma nella testa delle persone. Dovevo scavare nella mia testa».

IL METODO DI RIDUZIONE DI WERNER MUNTER
Sia pure riprendendo alcuni concetti della sua ottima regola del 3X3, che impone la valutazione di tutti i fattori determinanti il rischio, l’autore si limita a considerarne solo alcuni dando poi ad essi un valore e, con una semplice formuletta, calcola il rischio residuo. Le variabili prese in considerazione sono il Rischio potenziale (Rp), ottenuto dando pesi ai gradi di pericolo indicati nei bollettini nivometeo o valanghe, nonché i Fattori di riduzione (Fr); questi ultimi riguardano 3 categorie:
1) inclinazione del pendio sul posto o nel punto dove è più ripido,
2) esposizione del pendio,
3) il gruppo e il comportamento; anche a questi fattori vengono assegnati dei pesi.
Il rapporto tra il Rischio potenziale e i Fattori di riduzione ci dà il Rischio residuo (Rr) che, se risulta inferiore o uguale a 1, può essere accettato. I valori da assegnare al Rischio potenziale ed ai Fattori di riduzione sono riportati nella tabella di Fig.1

Fig. 1
Munter-rischiotab1GDivengono inevitabili alcune considerazioni critiche.
Per quanto riguarda il Rischio potenziale bisogna dire che l’esame dei fattori determinanti l’evoluzione e il conseguente grado di consolidamento del manto nevoso viene demandato ai Bollettini valanghe escludendo con ciò ogni valutazione zonale e locale. Bisogna poi tenere conto che anche i migliori previsori valanghe possono commettere errori, in particolare quando per la previsione del pericolo di valanghe entrano in campo le previsioni meteorologiche.
Anche senza tenere conto dei possibili “errori” di previsione nei bollettini valanghe, bisogna correttamente considerare le caratteristiche strutturali dei contenuti dei bollettini stessi che sono sostanzialmente finalizzati a riportare, in un determinato periodo e in un determinato territorio (ovviamente molto più grande dell’area interessata da un tracciato scialpinistico) i concetti della Scala unificata del pericolo di valanghe come, per altro, si accennava all’inizio.

Da quanto sopra si desume che:
1) la diffusione (e, quindi, la probabilità di incontrare siti pericolosi) descritta nei bollettini non indica, con la necessaria precisione, i reali punti pericolosi da attraversare durante uno specifico itinerario (anche in situazioni di pericolo marcato sono possibili itinerari non pericolosi; di contro, in condizioni di pericolo moderato non si possono escludere realtà molto pericolose, sia pure molto localizzate);
2) l’utente deve quindi in ogni caso stabilire, di volta in volta, le reali condizioni di pericolo di fronte a cui si trova per pesare correttamente il Rischio potenziale; per fare ciò però deve per forza procedere ad un attento esame di tutti i fattori (magari applicando proprio la regola del 3X3!) e, a questo punto, la formula di riduzione diviene inutile.
Per quanto riguarda i Fattori di riduzione bisogna dire che ci troviamo di fronte ad alcune eccessive semplificazioni e schematizzazioni che portano a conclusioni spesso fuorvianti.

Si consideri l’inclinazione dei pendii:
1) anche disponendo di carte di dettaglio non è possibile stabilire se ci troviamo entro i 34° o siamo già ai 35°; si può stabilire solo con adatti strumenti di precisione e solo sul posto, ma allora potrebbe essere già tardi;
2) un pendio con inclinazione di 37°- 40°, caratterizzato da crosta da fusione e rigelo portante, è decisamente meno pericoloso di un pendio di 27°- 30° con lastrone soffice debolmente consolidato;
3) bisognerebbe anche considerare il tipo di percorso introducendo un fattore di riduzione per la sua posizione (dorsali e creste piuttosto che canaloni) e per la percentuale di siti potenzialmente pericolosi (canaloni, tratti esposti, pendii aperti sotto creste, ecc.) che in questi casi potrebbero anche aumentare il pericolo (per esempio: 0,2 – 0,5, nei casi di maggior probabilità di pericolo).

Si consideri l’esposizione dei pendii:
1) sia pure tenendo conto delle statistiche che indicano che il 60% degli incidenti avvengono sui versanti nord non si deve dimenticare che il 40% (e non è poco!) avvengono su versanti con le altre esposizioni e, quindi, non si deve mai escludere una corretta valutazione locale che non può dare luogo, a priori, ad un peso inferiore per esempio per i versanti sud; per esempio: con neve trasportabile, venti da nord e basse temperature, si possono avere situazioni di forte pericolo, anche prolungato nel tempo, anche a sud;
2) bisogna rilevare che molti tracciati hanno più esposizioni; in questo caso di quale esposizione si tiene conto?
Di quella in cui si valuta ci sia più pericolo (ma in questo caso si torna al problema del riconoscimento del pericolo stesso: dove si trova e di che tipo è?), oppure di quella predominante per lunghezza o dislivello (con il rischio di escludere proprio l’esposizione più pericolosa)?

Si consideri il fattore umano (gruppo e comportamento):
1) come si riconosce un pendio regolarmente percorso (in particolare dopo una nevicata)? Per la sua fama (ma questo non ci dice se sia stato frequentato di recente!)? Perché presenta tracce (quante? recenti?)?
2) la capacità di mantenere la distanza di sicurezza (ivi compresa quella che consente il contatto visivo e/o acustico) non può entrare nel computo della gestione del fattore umano: deve essere sempre presente, pertanto diviene inutile, oltre che contraddittorio, introdurre la distinzione tra “piccolo gruppo” e “piccolo gruppo che mantiene le distanze di sicurezza”; ancor più contraddittoria è la categoria del grande gruppo con distanze di sicurezza: se può esistere un piccolo gruppo senza distanze di sicurezza tanto più potrà esserci un grande gruppo senza comportamento di sicurezza;
3) sarebbe invece accettabile la sola distinzione tra grande e piccolo gruppo: anche in presenza di una buona capacità di mantenere la distanza di sicurezza è più difficile gestire un grande gruppo che un piccolo gruppo: maggiori probabilità di errori di comportamento e minori possibilità di controllo e recupero rapido degli stessi;
4) dovrebbero di contro essere considerate le condizioni fisiche, le capacità tecniche e le basi conoscitive dell’ambiente montano, elementi che invece non sono usati nella valutazione del gruppo e del comportamento.

Nato in Svizzera nel 1941, Werner Munter è Guida e istruttore dal 1971, vive attualmente nel Vallese vicino a Sion, nel cuore delle Alpi. Ha fatto parte della Commissione per la sicurezza dell’UIAA (che raggruppa le più importanti associazioni alpinistiche), e da tempo è collaboratore e consulente dell’Istituto Federale svizzero per lo studio della neve e delle valanghe (SLF di Davos), conosciuto ormai in tutto il mondo per le sue numerose conferenze e per i corsi di formazione sulla prevenzione del pericolo valanghe negli sport invernali. Autore pure di una guida delle Alpi Bernesi, sono particolarmente famose le edizioni dei suoi manuali sul rischio valanghe (Il rischio valanghe. Nuova guida pratica, 1992, e 3×3 Avalanches. La gestion du risque dans les sports d’hiver, 2003, pubblicati dal Club Alpino Svizzero).

Werner Munter

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Lettera a Piero Ostellino

Lettera a Piero Ostellino, editorialista del Corriere della Sera
di Carlo Zanantoni (Osservatorio della Libertà)

17 febbraio 2013
Valanga a Monte La Nuda, Appennino reggiano
Egregio Dott. Ostellino,
dopo un nostro scambio di messaggi (il 12 – 13 settembre 2012) accolto con grande interesse dai miei colleghi dell’Osservatorio, non ho più avuto occasione di fornirle notizie sullo sviluppo dell’Osservatorio per la Libertà in alpinismo. Da un lato, il lento rodaggio dopo il riconoscimento dell’Osservatorio da parte del Club Alpino Italiano, dall’altro la fortunata carenza di eventi che meritassero un nostro intervento mi hanno convinto a non distrarla da suoi più importanti impegni (seguo i suoi duri interventi nei confronti di una deriva autoritaria nel nostro Paese!). Ora però è accaduto qualche cosa che può valere la pena di raccontarle, non come evento in sé – la solita valanga – ma come esempio di tipiche reazioni, sia da parte delle autorità locali che della popolazione. Questo ci offre un locale giornale on-line: REDACON, giornale on-line dell’Appennino reggiano.

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Troverà qui in dettaglio notizie, scambi di opinioni fra i lettori e interventi. Credo però utile, ammesso che meriti la Sua attenzione, estrarne alcuni punti salienti, come segue.

Tre scialpinisti, fra i quali uno sicuramente esperto, con esperienze di alpinismo extraeuropeo e guida alpina, Massimo Ruffini detto “Ruffo”, 28 anni, da Reggio, stanno salendo a Monte La Nuda il 16 gennaio 2013. Questa montagna offre un itinerario interessante. Raggiunta la cima della Nuda a quota 1870 m, i tre iniziano la discesa. Una valanga li travolge, Ruffo rimane sepolto e viene salvato dai soccorritori. La salita era iniziata nei pressi delle piste di Cerreto Laghi, ma non attraversò una zona sovrastante le piste; gli alpinisti erano comunque partiti ben prima che i mezzi di risalita entrassero in funzione, tanto per precisare. Il Direttore della Stazione sciistica, Marco Giannarelli della Park Hotel Srl, dichiara: “l’evento è avvenuto fuori dell’orario di apertura delle seggiovie e fuori dalle piste del comprensorio sciistico“.

Nel link citato si trovano molte informazioni. Viene descritto, in modo approssimativo, l’intervento dei Carabinieri di Collagna e di agenti forestali del CTA del Parco (Coordinamento Territoriale per l’Ambiente). I Carabinieri di Castelnovo ne’ Monti ritengono la valanga causata dalla condotta colposa del Ruffo e lo denunciano per procurata valanga alla Procura di Reggio Emilia. Pare che il Servizio Valanghe avesse dato informazione di pericolo grado 3.

La Redazione di REDACON informa che è prevista (?) una pena sino a 12 anni se si è riconosciuta una azione dolosa; nel caso specifico, potendosi riconoscere nel comportamento del Ruffini soltanto “colpa”, la pena sarebbe al massimo 5 anni.

Su questo punto non entro in dettagli, chiederò precisazioni ai miei colleghi avvocati.
Mi limito a dire che, al riguardo delle conseguenze civilistiche che derivano da reato, un qualunque reato (quindi, non importa se sia stato doloso oppure colposo) obbliga colui che l’ha commesso a risarcire il danno cagionato (vd. art. 185 c.p.). Se ci si riferisce al codice penale in senso stretto, c’è un delitto di valanga dolosa (art. 426 c.p., pena da 5 a 12 anni di reclusione) e c’è un delitto di valanga colposa (art. 449, pena da 1 a 5 anni di reclusione).

In pratica, la responsabilità per risarcimento danni non è alternativa alla “pena detentiva”: c’è sempre (se il danneggiato la richiede; mentre per quei reati l’Autorità pubblica procede “d’ufficio”) quale conseguenza di un qualsiasi reato che abbia cagionato anche danni concreti (non è detto che ogni reato li abbia cagionati).

Attualmente i nostri giudici tendono a rifarsi al criterio di maggiore severità. Questo non accade in Austria, dove si parla solo di eventuale risarcimento di danni; credo che simile sia la situazione negli altri paesi europei.

Non voglio qui insistere su questo punto, desidero soltanto farle notare come sia frequente, nei messaggi dei lettori di REDACON, un atteggiamento colpevolista e critico nei confronti di chi corre rischi, anche soltanto per se stesso, e anche di scarsa tolleranza per un’attività di cui non si vede il senso. Cito alcuni estratti:

Sotto il Monte La Nuda. Foto: R. Manfredi
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Non usiamo Massimo come capro espiatorio per muovere lamentele contro uno sport che infastidisce la comunità“.
Alla comunità non va bene che muoiano persone per questa passione “incontrollabile”per la montagna… mettendo a rischio non solo la propria vita ma anche quella di altri. Se è così “incontrollabile”… qualcun altro ci riproverà e allora servono divieti tassativi“.
La Redazione (!): “Per chi non rispetta le regole a tutela prima di tutto degli interessati ma anche (sic) delle altre persone il nostro vivere ( e codice) civile (sic) prevede diversi tipi di ammonimenti e punizioni. Non ci vediamo nulla di strano…”.
Un disinformato: “Io gli farei pagare il soccorso… il fuoripista è proibito“.
Tu rischi e io pago? Uno della mia famiglia non sarebbe andato lassù“.
Sono felice che non sia successo niente di grave, meno che la comunità debba pagare i costi del soccorso“.

Insomma, i soliti discorsi e molto spesso il riferimento ai costi del soccorso, che tutti noi paghiamo, senza pensare quanto più alti siano i costi sociali di tante altre libertà che fortunatamente la società ci concede.

Una nota sui sindaci. Ci sono due monti importanti nella zona: La Nuda, in territorio di Collagna e il Cusna, in territorio di Villa Minozzo. Paolo Bargiacchi, sindaco di Collagna, e Luigi Fiocchi, sindaco di Villa Minozzo, sono ambedue molto critici nei confronti dello scialpinismo, in particolare Bargiacchi che ha perso un amico sul Cusna. Ogni anno Bargiacchi reitera un’ordinanza in cui fa raccomandazioni su attrezzature, preparazione e cautele. Fiocchi ha emesso quest’anno, il 15 gennaio (giorno prima dell’incidente), l’Ordinanza n 02-2013 che comportava “il divieto assoluto di effettuare qualsiasi attività di tipo escursionistico e scialpinistico nelle zone poste sopra il limite superiore della vegetazione arborea del comprensorio del comune di Villa Minozzo, fino al perdurare di situazione di pericolo valanghe marcato 3 o superiore, fatti salvi provvedimenti più restrittivi“.

Concludo: Le invio queste poche note soltanto per fornirle un tipico esempio di una tendenza repressiva che ha crescente presa sul pubblico e di un evento al quale l’Osservatorio dovrebbe reagire. Per ora è prevalsa la tendenza dei miei colleghi ad attendere che un nostro incaricato cerchi di far rientrare le ordinanze dei sindaci. Io credo invece che dovremmo sfruttare l’occasione per prendere parte alla discussione sul giornale on-line, ammesso che non sia troppo tardi. Non finirà tutto qui.

Cordiali saluti, Carlo Zanantoni

La lettera, ovviamente, non è stata pubblicata e neppure ne è stato fatto un riassunto.

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La tragedia sfiorata del Monte La Nuda

L’incidente sul Monte La Nuda del gennaio 2013
di Carlo Zanantoni

Siamo ancora in estate, sia pure alla fine: l’Osservatorio della Libertà e il Gognablog, contrariamente alle usanze, riprendono già ora a occuparsi di eliski ma anche ovviamente di sci fuoripista. Prepariamoci a ulteriori lotte previste per l’inverno prossimo tramite le esperienze precedenti. Vogliamo farlo riassumendovi una vicenda quasi esemplare che fortunatamente non ha visto vittime. Stiamo parlando del Monte La Nuda, nel Parco Nazionale dell’Appennino Tosco-Emiliano.

La guida alpina Massimo Ruffini assieme a due maestri di sci, facendo fuori pista nel comprensorio sciistico del Cerreto, provoca e stacca una valanga dalla quale solo lui viene travolto e sepolto. Dopo circa un paio di ore viene ritrovato dalle squadre di soccorso ed estratto ancora in vita.

I Carabinieri di Castelnovo ne’ Monti intervenuti sul luogo sporgono denuncia a suo carico alla Procura di Reggio Emilia per valanga colposa (atto dovuto in base all’attuale legislazione). Mentre il Corpo Forestale dello Stato (stazione di Busana) sanziona amministrativamente tutti e tre per non essere stati in possesso di ARTVA, sonda e pala. Successivamente la Procura archivia il caso e il Sindaco del comune di Collagna di cui il Cerreto fa parte, fa annullare la sanzione amministrativa del CFS.

Estratto da tre articoli apparsi sulla rivista online Redacon tra il 16 e il 19 gennaio 2013  (qui sono leggibili anche i commenti del pubblico).

16 gennaio 2013
Tre scialpinisti travolti da valanga su La Nuda. Tutti salvi!

Nel pomeriggio di oggi tre scialpinisti impegnati a salire su La Nuda a monte delle piste di Cerreto Laghi, sono stati investiti da una slavina.
Tra loro Massimo Ruffini, esperto alpinista che ha partecipato a spedizioni extraeuropee.
Tutti e tre sono stati salvati dall’intervento congiunto di Soccorso alpino con i cani da valanga, Vigili del fuoco e tutto il resto della complessa macchina del soccorso in montagna.
L’ultimo salvataggio è avvenuto poco prima del buio mentre sulla zona imperversava la bufera di neve.

Vetta del Monte La Nuda 1893 m
LaNuda-1280px-Monte_LaNudaNota dal Parco nazionale
Il direttore del Parco nazionale dell’Appennino tosco-emiliano interviene sull’incidente sci-alpinistico di Cerreto Laghi, ringraziando il CTA del Parco ed elogiando pubblicamente l’agente Jacopo Colombini, comandante della stazione di Ligonchio, che con la sua sonda per valanghe ha subito individuato l’alpinista sepolto nella neve. «Si è trattato di un intervento tempestivo e decisivo. Ci vuole fortuna, in questi casi, ma anche capacità. E il nostro CTA, grazie alla passione e alle competenze specifiche del dott. Crescenzi, che ha diretto il Meteomont Emilia-Romagna, ne ha. Noi diffondiamo i primi rudimenti di conoscenze antivalanga anche ai ragazzi che partecipano a Neve natura. L’agente Jacopo Colombini merita almeno il nostro sentito e pubblico riconoscimento» dice Vignali. «È necessario che le informazioni sul rischio valanghe vengano consultate, ma anche rispettate e che venga assolutamente utilizzata l’ARTVA, fuori dalle piste si vada, sì, ma non da soli, in gruppo a debita distanza e meglio ancora con chi ha esperienza». L’agente forestale del CTA, Colombini – interpellato – ringrazia e minimizza: «È stata fortuna… subito, al terzo tentativo, ho sentito qualcosa. Abbiamo scavato, io e il maresciallo dei carabinieri di Collagna Federico Aschettino, poi tutti gli altri. È andata bene… dopo un’ora… è stato quasi un miracolo».

Nota dal gestore degli impianti
«In qualità di direttore di Stazione, io, Marco Giannarelli, della Park Hotel Srl, società che gestisce gli impianti, tengo a precisare che, in merito alla slavina provocata dai tre scialpinisti in data 16.1.2013 a Cerreto Laghi, l’evento è accaduto fuori dall’orario di apertura delle seggiovie e fuori dalle piste del comprensorio sciistico. Appena ho ricevuto la telefonata di SOS da uno dei tre scialpinisti coinvolti ho dato subito comando ai miei dipendenti di recarsi sul posto assieme ad alcuni maestri di sci e alcuni operatori del luogo. Subito sono state messe in funzione le due seggiovie per far raggiungere il luogo dell’accaduto nel minor tempo possibile oltre alla continua movimentazione di due mezzi battipista in aiuto alle operazioni. I primi soccorritori a raggiungere il luogo sono stati i carabinieri di Collagna e il Corpo forestale presente in stazione. Lo sciatore rimasto sepolto dalla slavina è stato ritrovato e salvato da queste persone; solo in un secondo momento sono sopraggiunti altri corpi di soccorso che, nel momento in cui il giovane veniva caricato sull’autoambulanza, erano pronti per partire alla volta del luogo dell’accaduto. Il merito della buona riuscita delle operazioni è da dare alla collaborazione dei dipendenti della società, dei maestri di sci, dei Carabinieri e del Corpo forestale».

Impianti sciistici del Monte La NudaLaNuda-2963517 gennaio 2013
Abbiamo sfiorato la tragedia
«Abbiamo sfiorato la tragedia – scrive Paolo Bargiacchi, sindaco di Collagna – quando dopo oltre un’ora e mezza di angoscia vera è pervenuta la notizia del ritrovamento di Massimo Ruffini vivo e vegeto, tutta la collettività di Collagna e non solo, ha tirato un forte sospiro di sollievo.

Sapevamo per la verità dell’esperienza di Ruffini che si è cimentato con successo in grandi imprese di alpinismo, così come sapevamo che i suoi due compagni, per fortuna non travolti, avrebbero utilizzato tutta la loro tecnica alpinistica e le loro specifiche conoscenze per agevolare le ricerche: ma il tempo scorreva lento e foriero di pensieri sempre più dubbiosi, sempre meno ottimistici.

È andata bene e ce ne rallegriamo prima di tutto con “Ruffo” che ha saputo mantenersi freddo e ragionante in una situazione pressoché disperata ricavandosi una nicchia di respirazione che ne ha consentito la sopravvivenza; ma i rallegramenti vanno estesi anche ai due compagni senza il cui intervento puntuale, tempestivo, appropriato, non avremmo conseguito il risultato.

Ma un bravo di cuore va rivolto anche alla complessa macchina dei soccorritori, tutti, nessuno escluso, Carabinieri, Forestale, Soccorso Alpino, Scuole e maestri di sci del Cerreto, Croce Rossa e Croce Verde, 118 di Reggio Soccorso, Vigili del Fuoco e Comune, con il supporto disponibile e determinante del Gestore della Stazione, che si sono mobilitati e prodigati fino all’incredibile e che con noi hanno poi gioito per l’esito felice.

Ma ci rallegriamo anche perché in questa nostra montagna, che per fortuna non è mai stata teatro di tragedie e coinvolgimenti degli appassionati escursionisti d’estate o d’inverno, l’episodio non ci ha trovato impreparati o scoperti: tutte le unità di soccorso si sono attivate in tempo più che ragionevole, attese le condizioni meteo e stradali e hanno svolto il loro compito in modo più che egregio.

Ma la montagna rimane la montagna con tutto il suo fascino e i suoi pericoli palesi e occulti.

Un’ordinanza del Sindaco di Collagna, reiterata ogni anno, offre numerose e precise indicazioni sulle attrezzature necessarie e sui comportamenti da tenere quando si affrontano le difficili prove cui Ruffini e compagni sono ormai avvezzi.

Esiste e lo ricordiamo per chiunque altro fosse interessato a questo tipo di escursione, un apposito sito che segnala il pericolo e sconsiglia le escursioni in certi giorni e in certe condizioni meteorologiche.

Ci auguriamo che tutti gli appassionati della montagna, oltre che rispettare e raccogliere le indicazioni dell’Ordinanza Sindacale oggi più che mai attuale, attingano dal sito le informazioni necessarie e si attengano alle segnalazioni dei livelli di pericolo per consentire a loro e a noi di godere, senza danni e senza patemi d’animo, le splendide sensazioni che la nostra bellissima montagna è in grado di dare».

19 gennaio 2013
La valanga della Nuda è stata causata dalla condotta colposa di uno degli scialpinisti

Novità sul caso dei giorni scorsi della valanga della Nuda. A conclusione delle indagini, infatti, per i Carabinieri di Castelnuovo ne’ Monti essa sarebbe stata causata dalla condotta colposa di uno scialpinista. Scatta quindi l’accusa di procurata valanga e denuncia alla Procura della Repubblica di Reggio Emilia per il 28enne reggiano che, travolto dalla massa nevosa, è poi stato fortunatamente tratto in salvo dai soccorritori.

Secondo la ricostruzione dei militari, l’uomo, insieme ad altri due escursionisti, aveva risalito il versante con attrezzature da scialpinismo, raggiungendo quota 1870 m. Una volta in cima è iniziata la discesa fuori pista che ha causato il distacco da un versante della valanga che lo ha poi travolto. Quindi l’allarme ai soccorsi dato dagli stessi due amici con l’odierno indagato che veniva localizzato sotto circa un metro e mezzo di neve e tratto in salvo.

E quindi le indagini, che hanno portato a quanto sopra. Da registrare che la fattispecie di reato contestata al 28enne prevede una pena sino a 12 anni se la valanga è causata con dolo, mentre nel caso specifico, qualora l’interessato dovesse essere riconosciuto colpevole, il rischio è una condanna sino ad un massimo di 5 anni trattandosi di evento verificatosi per colpa.

Nota a Redacon del 17 febbraio 2013 (NON PUBBLICATA)
di Carlo Zanantoni [email protected]

Cortese Redazione di Redacon,
Vi sottopongo alcune riflessioni che l’articolo mi suggerisce; con grande ritardo, un mese, che però forse è tollerabile, dato che non commento i fatti, ma soltanto vi sottopongo qualche riflessione sulle reazioni dei vostri lettori. Per non destare sorpresa dico subito che appartengo all’Osservatorio per la Libertà in Montagna, riconosciuto dal Club Alpino nello scorso Ottobre 2012. Esso è per ora costituito da un Comitato di una dozzina di persone, appassionati di montagna, che si stanno attivando per costruire una rete di corrispondenti sul territorio nazionale. Scopo dell’Osservatorio è opporsi a eccessi nel limitare acriticamente la libertà di accesso ai terreni di alpinismo e la libertà di rischiare. Tentativi in questo senso avvengono sempre più di frequente, da parte di autorità locali, legislatori, mezzi di comunicazione; una tendenza tipica delle società avanzate in cui la popolazione, ormai lontana da pericoli ed eventi luttuosi più frequenti ai tempi dei nostri nonni, è ormai ossessionata della ricerca della sicurezza. In Francia prima che in Italia si è sviluppata l’opposizione alla tendenza verso questa “société sécuritaire”, sicché là è nato un Osservatorio per la difesa della libertà in alpinismo. Il pubblico è pronto ad ammirare le grandi imprese di un Messner, ma non capisce il desiderio di libertà e di avventura, essenza dell’alpinismo, che anima i comuni scalatori, non ha idea della sensazione di vivere in una diversa dimensione quando ci si avventura con gli sci nei grandi silenzi delle montagne innevate.

È così che nel pubblico nascono reazioni che l’Osservatorio cercherà di dimostrare eccessive o ingiustificate; nostro essenziale compito è, nelle fasi iniziali della nostra attività, quello di capire e far capire: conoscere le reazioni del pubblico e far comprendere il nostro punto di vista. Compito che spero – e qui parlo a titolo personale – potrà estendersi col tempo ad altri aspetti della libertà nella nostra vita sociale.

Carlo Zanantoni
LaNuda-maxresdefaultCito, per spiegarmi, alcune delle reazioni del pubblico che deduco dal vostro articolo:

1) Non usiamo Massimo Ruffini come capro espiatorio per muovere lamentele contro uno sport che infastidisce la comunità;
2) Alla comunità non va bene che muoiano persone per questa passione “incontrollabile” per la montagna… mettendo a rischio non solo la propria vita ma anche quella di altri. Se è così “incontrollabile”… qualcun altro ci riproverà e allora servono divieti tassativi.
3) Un disinformato: io gli farei pagare il soccorso… il fuoripista è proibito
4) Tu rischi e io pago? Uno della mia famiglia non sarebbe andato lassù.
5) Sono felice che non sia successo niente di grave, meno che la comunità debba pagare i costi del soccorso.

Sono reazioni tipiche dell’uomo della strada: antipatia per questa gente che fa cose strane; giudizio moralmente negativo su chi va incontro a rischi; questi sconsiderati fanno pagare alla società i costi della loro assurda passione; costringono i membri del soccorso alpino a rischiare la pelle per salvarli.

Commento brevemente: i “costi sociali” di queste “follie” sono una cosa trascurabile se confrontati con quelli di altre libertà di cui godiamo, come fumare, alimentaci eccessivamente, andare in moto o in bici, sciare in pista. Certo, in una società illiberale, com’era l’URSS, bastò qualche riflessione sui costi sociali dell’alpinismo per proibire l’accesso ai terreni dell’alpinismo per chi non fosse fornito di speciali tesserini, di cui godevano in particolare quelli che con le loro imprese tenevano alto il nome dell’Unione Sovietica. È questa la direzione in cui ci si augura di andare?

Un’ultima osservazione a proposito del Soccorso Alpino: un appassionato di alpinismo non cesserebbe certo di praticarlo se il Soccorso venisse abolito. Provate a proporlo, e vedrete la reazione di quelli del Soccorso Alpino: sono anch’essi alpinisti e sono orgogliosi di praticarlo per coerenza e spirito di solidarietà.

Spero di avere dato un contributo utile alla discussione, e sarò lieto di ricevere critiche, anche molto dure.

postato il 29 ottobre 2014

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L’ambiente risponde alle domande della nostra paura

L’ambiente risponde a domande che gli pone la nostra paura

di Alberto Bianchi
“In principio (…) le tenebre ricoprivano l’abisso …”. Se la Bibbia, sia che sia scritta da mano divina o sotto divina dettatura sia che sia il distillato della coscienza umana, spiega i segreti più remoti dell’uomo, con queste parole, con le quali esordisce, ci racconta di un iniziale brancolare dell’individuo nel buio indissolubilmente associato alla sua paura. Dunque in principio erano l’individuo e la sua paura. Era la paura di tutto quello che gli era esterno e che lo tratteneva dall’esporsi, dall’avventurarsi, dal muovere un singolo passo e dal compiere un singolo gesto; ma che contemporaneamente lo proteggeva da qualsiasi pericolo e gli evitava di rischiare. La paura era un sentimento paralizzante.

Alberto Bianchi su Pichenibule (Verdon, Provenza)
Alberto Bianchi su Pichenibule (Gorges du Verdon, Provenza), 23.05.1983Ma immediatamente dopo fu la luce. Nell’individuo quasi simultaneamente alla paura scoccò la
scintilla del bisogno di vedere e vedere vuole dire scoprire, conoscere e sapere, tant’è che nel greco
antico lo stesso verbo “eidon” significa tanto vedere quanto sapere: ho visto quindi so. Quindi,
nell’individuo c’è anche un sentimento dinamico, che lo spinge a cercare all’esterno di se stesso,
esplorando l’ignoto perché è fuori da sé che l’individuo può trovare i mezzi per la sua sussistenza e
per migliorare la sua esistenza.
Nel giusto dosaggio di questi due impulsi antagonisti, paura e curiosità, risedette da sempre la
ricetta per la gestione del rischio che consentì all’individuo di vivere mediamente sempre meglio o,
quanto meno, sempre più a lungo.
Ma poi c’era anche la collettività degli individui. La collettività al posto della paura pose oggetti
deterrenti sicché a presidio dei luoghi nei quali voleva sconsigliare l’individuo dall’avventurarsi,
pose mostri formidabili, tabù e residenze divine. Né divieti né limiti alla mobilità e, più in generale,
all’agire dell’individuo furono posti dalla società primordiale e questo bastò all’umanità per
conservare se stessa ed anche per progredire e migliorarsi.
Oggi, i dosaggi della paura e dell’audacia dell’individuo e l’interferenza della società nella libertà
individuale in materia di sicurezza, che altro non è che il complemento del rischio, sono
profondamente diversi, il che significa che nel tempo c’è stato un cambiamento; ma in più, oggi,
sembrano abbastanza percettibili sia la velocità sia una precisa direzione di questo cambiamento.
All’origine dei comportamenti sia dell’individuo sia della società sembra esserci un unico comune
movente: l’istinto di conservazione, dell’individuo per l’uno e della specie per l’altra. A tal fine
l’individuo e la società mettono in atto comportamenti, diversi ma assimilabili, che sono il frutto di
un compromesso, a livello personale, tra paura e curiosità o tra incolumità e ricerca e, a livello
sociale, tra salute pubblica e benessere e progresso collettivo.
Mentre gli stimoli e i freni inibitori dell’individuo nei confronti del pericolo non sono cambiati nel
tempo, la società, col progredire della conoscenza, abbandona la sfera del magico formidabile, del
tabù, o del divino inaccessibile e mette in campo altri strumenti per la conservazione della specie,
alla quale sono funzionali da un lato l’espansione del tasso di natalità e dall’altro la riduzione di
quello di mortalità, nel rispetto obbligato dei vincoli posti dalle risorse limitate. A tal fine la società,
pur con evidentissime differenze territoriali, culturali e temporali, si è adoperata principalmente in
due direzioni mediante l’emanazione di norme tese a rendere meno pericolosi gli ambienti esterni
all’individuo e l’imposizione di divieti alla frequentazione di quelli la cui pericolosità non riesce ad
essere addomesticata entro valori per lei accettabili.
In questo quadro generale del rapporto pericoloso tra individuo e società da una parte ed ambienti
esterni dall’altra, l’ambiente esterno che interessa l’alpinista è un ambiente prettamente geografico e
fisico: l’alpinista è il frequentatore temporaneo di una particolare porzione del territorio montano,
quella in genere caratterizzata da quote più elevate, temperature più basse, ghiacciai e rocce e neve
e in ogni caso da terreno impervio e certamente non idoneo ad alcuna forma di insediamento umano
permanente.
Per queste sue caratteristiche il territorio alpinistico ha un tasso di pericolosità per l’incolumità
individuale più elevato di quello di molti altri ambienti, non solo geografici e fisici. Quindi ed
estremizzando, nei riguardi della natalità e della mortalità, la società è impegnata, per quanto
riguarda l’alpinismo, al contenimento della seconda. Più in generale, la società è interessata al
contenimento di tutti gli incidenti in montagna anche non mortali, anche i più banali, che, in ogni
caso, si traducono nella necessità di mettere in campo da parte sua gli opportuni anticorpi a difesa
della vita per la conservazione della specie.
Per quanto concerne la libertà nella pratica dell’alpinismo, il dosaggio delle diverse componenti
individuali e sociali nel rapporto col pericolo è evoluto con una progressiva espansione
dell’influenza della società a scapito dell’autodeterminazione e della responsabilità individuali.
La società è intenta a offrire all’individuo ambienti (di lavoro, di svago, di studio, alimentare,
culturale, ecc.) sempre più sicuri e a cingere col recinto del divieto o di altre barriere meno
direttamente evidenti gli ambienti pericolosi (il bere, il fumo, le droghe in genere, il gioco
d’azzardo, ecc.).
Questo meccanismo di messa in sicurezza e di divieti porta però a un ottundimento del prezioso
sentimento della paura e a una crescente deresposabilizzazione dell’individuo nella scelta delle
attività che si appresta ad affrontare e dei territori, in particolare, in cui intende avventurarsi e dei
modi e dei mezzi con cui affrontarli o avventurarvisi. Come estrema conseguenza, nell’individuo
arriva a maturare la presunzione del diritto alla sicurezza e quindi del diritto al soccorso in qualsiasi
circostanza e situazione e, più o meno cosciente, la convinzione che tutto ciò che non è
espressamente vietato è sicuro, in particolare che se l’accesso a una parete di roccia o a un pendio
innevato non è vietato, quella roccia e quella neve sono privi di pericoli per lui.
In montagna, la disponibilità di corde sempre più resistenti e di ancoraggi sempre più affidabili ha
cancellato la pudica paura di “volare”, l’adozione del casco quella di battere la testa o di essere
colpiti da un sasso cadente, il telefono satellitare, quello cellulare, il GPS, internet e l’elicottero
hanno fatto sbiadire la paura dell’isolamento e la sensibilità all’incertezza meteorologica.
Giustamente; ma se tutto funziona e dando per scontato il diritto, per legge o per dovere morale, al
soccorso!
La pretesa che tutto sia sicuro perché ciò che è pericoloso è vietato è tanto profondamente radicata,
penetrante e diffusa nella società italiana, che la collettività al verificarsi di un incidente o di un
disastro, anche cosiddetto naturale, non cerca di individuare un eventuale vittima di un errore o di
un imprevisto, ma, attraverso una magistratura particolarmente solerte promotrice di questa
mentalità, scatena immediatamente una caccia al colpevole di un reato.
Il legislatore si sente invece investito del dovere di bandire l’attività rivelatasi funesta e di vietare
l’accesso ad un territorio ove si è verificato l’incidente o nella, migliore delle ipotesi, di
regolamentarli.
Esiste il pericolo che la pur legittima aspirazione della società di tutelare la salute pubblica, anche
con l’imposizione di regole e divieti, degeneri nella tentazione di inseguire la sirena della sicurezza
totale con la doppia negativa conseguenza di mortificare il benefico sentimento di paura
dell’individuo, propedeutico allo sviluppo di virtù personali come l’attenzione e la prudenza, e
paralizzarne lo slancio innovativo e l’anelito di scoperta ed espansione dei propri limiti insostituibili
motori del progresso umano.
La giusta quantità individuale di libertà di rischiare, in montagna come in ogni altra situazione,
dovrebbe essere frutto di corretti dosaggi di paura e curiosità, di responsabilità personale e norme e
divieti e soprattutto basarsi sulla coscienza individuale e collettiva che la sicurezza totale non può e
non deve essere propria della vita umana ovvero che il rischio nullo non esiste, non solo nella
pratica dell’alpinismo, ma anche in nessuna altra attività.
Quest’ultima asserzione si presenta come postulato e perciò è criticabile e anche rigettabile come
ogni verità apodittica, ma la sua forza è evidente. Ne discende che frasi come “dobbiamo fare sì che
incidenti come questo non si verifichino mai più” pronunciate da politici e legislatori all’indomani
di ogni incidente sia pur grave sul lavoro, o “sciagure come questa non si verifichino mai più”
pronunciate dagli stessi e da altri all’indomani del recente disastro di Lampedusa, ma anche in
occasioni di incidenti in montagna particolarmente luttuosi, sono aberranti per chi ammette che la
nostra conoscenza è limitata e sa che questi incidenti, forse con frequenza minore ed anche sempre
più bassa, potranno ripetersi.
Dal postulato discende anche che è scorretto affermare semplicemente che l’alpinismo è pericoloso,
o meglio sarebbe dire, rischioso. Semmai si potrà dire che è un’attività più rischiosa di altre.
Possiamo concordare sul fatto che sia meno pericoloso camminare su un marciapiede cittadino che
su un sentiero dal fondo irregolare o peggio arrampicare su una parete di roccia degradata, ma
nessuna delle tre progressioni è totalmente esente dal pericolo di inciampo e di caduta.
Diverso ancora è il rischio, correttamente inteso come prodotto della pericolosità per il danno, che
addirittura potrebbe vedere un’inversione della precedente graduatoria, se cadendo sul marciapiede
ci si procura un trauma e “volando” in parete si rimane semplicemente appesi alla corda di
sicurezza.
Sull’onda della corsa all’inseguimento della sicurezza, la giurisprudenza impone all’organizzatore
di corsi di alpinismo di informare preventivamente gli allievi dei pericoli della montagna e dei
rischi dell’alpinismo e di ottenerne un’attestazione di consenso informato alla partecipazione.
Questa procedura persevera sulla strada di indurre l’individuo a pensare che ci sia sempre un altro
che deve pensare a metterlo in guardia e che sia responsabile al suo posto di ciò che può accadergli
ed inoltre cozza contro l’impossibilità di compilare un elenco completo ed una descrizione
esauriente di tutti i pericoli ed i rischi.
Piuttosto, quindi, che cercare di elencare e descrivere i pericoli della montagna ed i rischi
dell’alpinismo, bisogna risuscitare negli allievi il senso della paura, che induce all’attenzione, alla
cautela ed alla prudenza.
Un ulteriore contributo alla distorsione della percezione del rischio risiede nell’esagerata fiducia
nella scienza e nella tecnica che degenerano rispettivamente in presunzione di onniscienza e di
infallibilità. Una corretta assunzione di responsabilità deve avere, invece, il supporto della
consapevolezza dell’esistenza dell’imprevisto e dell’errore o del difetto.
L’accresciuta affidabilità delle corde di arrampicata e dei dispositivi di protezione e delle tecniche
di assicurazione ed autoassicurazione in genere ha eliminato negli arrampicatori delle più recenti
generazioni la paura di “volare” che caratterizzò gli esponenti delle precedenti generazioni in
maniera tanto più marcata quanto più si risale nel tempo. Questo fatto è certamente un fatto
positivo, in quanto fattore di progresso, perché autorizza l’individuo ad osare passaggi sempre più
difficili spingendo il limite della prestazione umana sempre più in alto; ma è anche dimostrazione
della scomparsa di una delle paure che più inducevano gli alpinisti a muoversi, invece, con grande
cautela.
Per chi pratica lo scialpinismo, invece, l’aumento delle capacità di valutazione del pericolo di
distacco di valanghe e di diffusione della relativa informazione, la sostituzione di vecchi strumenti e
metodi di localizzazione dei travolti, come il cordino da valanga, con i più recenti e sofisticati
ARTVA il cui potenziamento e perfezionamento non accenna a rallentare, l’adozione di pala e
sonda e di altri piccoli accorgimenti nella tecnica di progressione, l’invenzione di dispositivi
antisoffocamento ed antiseppellimento hanno consentito, a costo di un appesantimento delle
procedure e dell’equipaggiamento, di ridurre il rischio legato a tale fenomeno; ma non devono fare
dimenticare allo scialpinista la necessità di relazione stretta e costante con l’ambiente in cui si
muove.
Se per il pericolo di distacco di valanghe la possibilità che l’attenzione per l’ambiente sia soffocata
dal fardello della tecnica è particolarmente evidente, tale possibilità esiste anche per le altre
discipline alpinistiche e se da un lato ci si è liberati da non molto tempo dell’illusione di potere
rendere la montagna sicura, dall’altra è fondamentale ricordarsi della necessità e del valore di
cercare di stabilire e mantenere per tutto il tempo che si opera in montagna un filo diretto con
l’ambiente in cui si sta agendo ed un flusso continuo di informazioni dall’ambiente con cui si
interagisce in risposta alle domande che gli pone la nostra paura.
Prima, (ma quanto prima? O prima di che cosa?) l’uomo viveva affrancato da ogni pericolo nel
“Paradiso terrestre” (ma dov’era il “Paradiso terrestre”?) e quindi senza bisogno di paura e di
coraggio e con un solo divieto sociale: quello di mangiare del frutto della conoscenza. Ma questa
era tutta un’altra storia.
Milano, 18/2/2014.

Alberto Bianchi
Nato a Milano il 3 febbraio 1949, ingegnere, professore al Politecnico di Milano, guida alpina dal 1986, organizza e conduce gruppi di alpinisti e sci-alpinisti in Asia, Nord and Sud America. Ha salito il Muztagata, il Kun, il Carstenz, il McKinley, l’Illimani, l’Aconcagua e molte altre montagne in ogni parte del mondo. Ha partecipato a diverse spedizioni himalayane tra cui l’Everest. È stato per diversi anni, dopo Alberto Re, presidente del Collegio Nazionale delle Guide Alpine.

Alberto Bianchi
AmbienteRisponde-bianchi,alberto

postato il 25 febbraio 2014

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Giudizio per cause concernenti l’attività in montagna


Lettera aperta a Raffaele Guariniello
Procura di Torino

a tema: Giudizio in sede civile e sede penale per cause concernenti l’attività in montagna

Egregio dottor Raffaele Guariniello,
Le sottoponiamo le nostre riflessioni in fatto di giudizio in sede civile e sede penale per cause concernenti l’attività in montagna. Veda nell’allegato pdf.
Chiariamo subito che non Le scriviamo per auspicare una “giustizia speciale”, o “tribunale della montagna”, che conosca la materia e i principi di fondo evidenziati nella lettera.
Le scriviamo invece, come potremmo scrivere a qualunque altro magistrato, perché riteniamo che Lei personalmente debba essere messo a conoscenza della filosofia di coloro che reputano essenziale forma di libertà il muoversi su terreno di avventura montana.
Siamo a disposizione per qualunque chiarimento o anche per un incontro.
Grazie dell’attenzione

Per l’Osservatorio per la Libertà in Montagna e Alpinismo (riconosciuto dal Club Alpino Italiano), il portavoce Alessandro Gogna

Raffaele Guariniello
Il Pubblico ministero Raffaele Guariniello, il 14 dicembre 2010 a Torino, durante l'udienza del processo per il rogo all'acciaieria Thyssenkrupp, avvenuto il 6 dicembre 2007, in cui morirono sette operai. ANSA/DI MARCO
GIUDIZIO IN SEDE CIVILE E SEDE PENALE PER CAUSE CONCERNENTI L’ATTIVITA’ IN MONTAGNA
Libertà e consapevolezza
Esiste purtroppo la concezione che libertà significhi facoltà di vivere emozioni ed esperienze senza limiti, sminuendo l’esistenza di pericoli e rischi: è la concezione dell’odierno consumatore, per il quale la montagna non è più il luogo della formazione, del confronto con se stessi, ma quello del puro godimento rapido, effimero e garantito.

La libertà in alpinismo è cosa diversa: è facoltà di determinare in autonomia le scelte che ci riguardano, sia come singoli che come componenti di una collettività, ma con la consapevolezza del rischio che si corre e dei danni che possono derivarne ad altri.

La libertà è un diritto essenziale di ogni persona, l’alpinismo e la montagna sono una delle massime espressioni di libertà, perché le attività alpinistiche per loro natura non possono rispondere a regole prefissate come avviene negli sport classici. L’Osservatorio della Libertà in Montagna individua la libertà come ricerca e conoscenza di sé e dei propri limiti, come espressione alta di chi sa mettere in gioco se stesso con la consapevolezza dei propri mezzi e con la conoscenza del terreno. Libertà è ricerca di evoluzione individuale che va di pari passo con l’aumento di consapevolezza. Un terreno sul quale l’uomo si è sempre confrontato, con esiti diversi, ma senza il quale la vita sarebbe meno ricca, la letteratura più povera, la geografia dell’emozione una piccola collina. E senza del quale non avrebbe senso neppure il mito di Ulisse.

Libertà come diritto
Potremmo partire da una citazione di John Stuart Mill: “Ogni vincolo in quanto vincolo è un male” (1859). Detto così può sembrare banale e anarchico, ma noi crediamo di interpretare correttamente il pensiero di Mill quando affermiamo di non voler rifuggire le regole ma soltanto di volerle declinate col buon senso. Il libero accesso alla montagna è un diritto, ma ha dignità solo se accompagnato da un lungo percorso di autodisciplina e consapevolezza. Libertà in montagna è, dunque, libertà di movimento arricchita dall’esercizio della consapevolezza: che vuol dire preparazione, disciplina, consapevolezza del limite, e, solo secondariamente, raggiungimento di una prestazione. Libertà è anche quella di rinunciare, avere il coraggio di tornare indietro se i presupposti non sono sufficienti alla progressione.
Per questi motivi l’attività alpinistica è e deve rimanere libera, pura e consapevole, e non deve essere confusa con l’attività sportiva ispirata invece a criteri di pratica “sicura”.

Pericolo e rischio in montagna
I pericoli e i rischi vengono dalla disparità tra persona e montagna, come per mari e deserti. Sono elementi costitutivi dell’alpinismo e fondanti la libertà di scelta. Vanno legati all’esercizio della responsabilità e la domanda che dobbiamo porci è: quale rischio mi posso permettere in questa situazione? La valutazione e la successiva accettazione del rischio, oltre che aspetto costitutivo dell’esperienza alpinistica, sono elementi positivi e consentono il percorso di evoluzione personale.

Il diritto al rischio è valido solo quando è frutto di una scelta consapevole e rispettosa degli altri, sapendo che non esistono la pretesa e la certezza di essere soccorsi sempre, comunque e in ogni condizione.

Méribel, tre le due piste è il luogo dell’incidente a Michael Schumacher
GiudizioperCause-PistaSchumacher-Medium

Sicurezza
Si è sicuri solo con il giusto mix di sicurezza interiore (preparazione e consapevolezza) e, se del caso, di dotazione di un adeguato equipaggiamento.
La sicurezza totale è una pura illusione della società assistenzialista e consumista, non esiste e non esisterà mai, né in alpinismo né in nessun’altra attività umana, e ogni alpinista sceglie liberamente e consapevolmente di prendersi carico della componente inalienabile di rischio legata al fare alpinismo. L’impostazione attuale della società è improntata all’ossessiva cultura della sicurezza, la société sicuritaire, come scrivono i francesi. La società “sicuritaria” è anche il risultato di una motivazione positiva, ovvero dell’idea che la società si faccia carico della sicurezza dei suoi membri. Sicurezza che è importantissima in tutti i luoghi, in tutte le attività dove le persone si trovano a lavorare, studiare, farsi curare, soggiornare, circolare. Esistono però spazi in cui la persona può e deve muoversi liberamente con la coscienza del rischio e dei propri limiti, con l’attenzione agli altri e all’ambiente in cui si muove: perciò, in questo ambito, la cultura della sicurezza totale si manifesta in tutto il suo disvalore. La montagna è uno dei pochi spazi che consentono ancora l’espressione di una ricerca personale in cui si mette in gioco la libertà della scelta. Questi spazi, questa libertà, questa intera dimensione non vengono però accettati dalla società sicuritaria. Scrive l’antropologo Annibale Salsa che oggi noi “assistiamo a un vero e proprio eccesso, un delirio della sicurezza” e continua “la ricerca della sicurezza è la psicopatologia della società moderna”.
L’equipaggiamento e le attrezzature tecnologiche sono validi supporti, ma non costituiscono da soli garanzia di sicurezza e non possono essere indiscriminatamente o acriticamente imposti: conoscenza, esperienza, buon senso e istintualità sono ancora alla base della consapevolezza e quindi indispensabili.

Differenza tra responsabilità e consapevolezza
In italiano, ma anche in altre lingue, la parola “responsabilità” ha un doppio significato. Nella prima accezione si riscontrano sostanzialità e sfumature che abbiamo cercato di esprimere usando la parola “consapevolezza”; nella seconda, troviamo un significato molto diverso, quello della responsabilità giuridica.

Consapevolezza e responsabilità giuridica sono dunque assai legate, anche se non sono la stessa cosa: la libertà è resa più significativa dal poter effettuare una scelta sapendo che si può essere chiamati a rispondere di essa, e di contro l’esercizio della libertà può abituare alla responsabilità delle proprie azioni.

Ha senso, allora, un luogo nel quale questa responsabilità possa venire in discussione, perché non basta il così detto “foro interiore”: se siamo responsabili nei confronti anche degli altri, allora bisogna che gli altri possano fare appello a questa nostra responsabilità. In Italia oggi (ma anche altrove) non è normale una giustizia “corporativa”, e cioè propria delle categorie interessate, quale ad esempio esisteva prima dell’età moderna; i probiviri del CAI si occupano solo di controversie interne all’associazione, ma non possono andare oltre e trattare di rapporti che non riguardano quella limitata materia. L’opinione pubblica, e prima ancora la Costituzione che afferma la necessità di un luogo ove possano essere fatti valere i diritti di ciascuno, confermano che non possono esistere “luoghi franchi”; ed allora non resta che la giustizia ordinaria quale luogo di tali possibili controversie.

Qui sembra che possiamo essere d’accordo, però attenzione: il punto è dove si pone il limite per un’azione legale nei confronti di un atto di cui l’alpinista è responsabile. Il concetto di consapevolezza si mescola fino a un certo punto con quello di responsabilità giuridica, e non deve essere giustificazione per una “punizione” per chi esagera.

Un “vizio” della società moderna è la ricerca “obbligatoria” di un responsabile per ogni cosa che accade. Ad esempio la caduta sassi in montagna esisterà sempre e non è eludibile. Il modello statunitense di far causa contro qualcuno per qualsiasi cosa accada, con lo scopo di farsi risarcire, sta ormai radicandosi anche nella nostra società e nel “mercato della sicurezza” assistiamo a denunce e richieste di danni che sono assurde persino nella loro impostazione. Simili comportamenti non sono utili a nessuno, salvo agli avvocati: ingolfano i tribunali, e soprattutto mettono a dura prova la voglia dei volontari nel continuare a dedicare il proprio tempo libero per il bene della collettività. Perché anche per loro le leggi tendono a essere interpretate in modo cieco, con il risultato di castrare qualunque buona iniziativa, per i giovani, per i diversamente abili, per i disadattati.

Valle di Lei, Madesimo

GiudizioperCause-MADESIMO (5)  fuoripista in val di Lei

La responsabilità giuridica
Quando si dice responsabilità si intende riconoscimento della colpa e punizione  per ciò che si è fatto; ma va subito detto che questo vale solo per quella penale, perché quella civile ha una vocazione distributiva e solidarista. Si ritiene che se qualcuno ha subito un danno, occorre veder come fare per non far rimanere quel danno solo a suo carico, almeno sotto il profilo patrimoniale. Questo tipo di responsabilità sfiora a volte l’addebito oggettivo: si è responsabili perché qualche cosa è successo, qualcuno si è fatto male; si crea il meccanismo della compensazione economica di ogni tipo di danno. In quella per cose in custodia (tra esse a volte possono esserci i sentieri, o le vie ferrate) non si è più solo responsabili per l’incuria nella manutenzione che ha determinato una insidia imprevista, ma per tutti gli infortuni occorsi nell’uso della cosa, purché il danneggiato non ne abbia fatto un uso improprio.

Ma almeno per la responsabilità civile ci si assicura, e quindi c’è un’assicurazione che paga; e qui stiamo parlando non solo della responsabilità del singolo, ma anche delle istituzioni e delle imprese che organizzano e gestiscono il territorio a vario titolo; per tale via, l’assicurazione che queste hanno contratto copre la responsabilità civile oppure il costo ricadrà sulla collettività, la quale però comunque riceve altri benefici ben superiori (ad esempio turistici). Nel penale non è così, ognuno risponde per se stesso: la responsabilità penale è personale. E occorre una precisazione. Nel processo penale il problema non è tanto la condanna finale, specie per reati colposi; i processi penali sembra talvolta che si facciano prevalentemente per far soffrire qualcuno: è lo stesso processo a costituire una pena, e con esso la sua pubblica notizia, l’angoscia, le ore passate nei corridoi dagli imputati ma anche dai testi, dalle parti offese.

Il problema è dunque, per l’Osservatorio, cercare di fare in modo che il suddetto “limite per un’azione penale” venga definito in una sede tale per cui la scelta non sia lasciata esclusivamente a una giustizia comune (per essa intendendosi quella che valuta qualsiasi situazione nella stessa maniera).

La responsabilità collegata alla frequentazione della montagna può avere tre principali aspetti: 1) nei riguardi di compartecipi o di chi poi direttamente resterà infortunato; 2) installazione, manutenzione o controllo di sentieri o vie attrezzate o ferrate; e infine 3) esposizione a pericoli degli eventuali soccorritori.

Sul primo vi è ormai casistica anche in sede penale. Sul secondo punto le decisioni note sono sentenze civili; sul terzo non ne risultano di precise, ma le ultime vicende natalizie 2013-2014 provano che lì si sta andando allo scontro.
Nella società e in diritto non si può proibire il rischio.
In questo senso, restrittivamente, dovrebbe essere proibito lo stesso Soccorso Alpino, che invece è costituito da professionisti e volontari.
Però, già per Mill lo Stato non si doveva ingerire nelle attività degli individui, salvo che arrechino danno ad altri; ma, tra questi ultimi, non considerava coloro che consentano ad una partecipazione consapevole e volontaria.
E noi oggi dobbiamo considerare, come era normale in passato, che il mondo degli alpinisti è per sua natura solidaristico, è orgoglioso di esserlo, non si sottrae e non recrimina neppure di fronte alle conseguenze patite per prestare soccorso. Vuole il legislatore l’abolizione del Soccorso Alpino? Vedrebbe che putiferio!

In materia, i giudici e prima ancora i pubblici ministeri sono portatori di nozioni e conoscenze tutt’altro che approfondite e omogenee; la comprensione dei complessi elementi che intervengono nella formulazione di una scelta di chi frequenta la montagna non sempre è completa; avviene così che condotte, che per alcuni sono esenti da responsabilità, per altri invece non lo sono; purtroppo, in molti casi non vi è alcuna linearità nella decisione. Ma questo non può meravigliare, perché in processi come questi cambiano i livelli non solo di conoscenza della materia, ma anche di disponibilità individuale ad accettare la logica della previsione e della inevitabilità di un pericolo.

Telemark fuoripista a Lech. Foto: Leo Himsl
telemarkskiing lech 2005 , arlberg

Gli incidenti da valanga, aspetti legislativi
Per la legislazione attuale il reato di aver procurato una valanga è stato introdotto (per tutt’altri contesti!) dal nostro codice penale del 1930; quindi un magistrato deve far rispettare la norma, ma in certi casi la cosa può apparire ridicola. Non c’è stazione di turismo invernale che non pubblicizzi il proprio territorio con immagini e filmati di entusiasmanti discese fuoripista, magari pure a cavallo di valanghe provocate. Caso mai ci sarebbe da chiedersi come mai un articolo del c.p. sia stato bellamente ignorato dai tribunali italiani per oltre 60 anni, forse perché la valanga non era di moda? O nel frattempo non c’erano state vittime in valanga?

Probabilmente la prima impugnazione importante in merito fu del procuratore della Repubblica di Sondrio in occasione della valanga del Vallecetta (inizio anni 2000). Nessuna vittima, nessun ferito, neppure allertato il servizio di soccorso, ma 8 mesi di reclusione ai 5 sciatori che erano nei paraggi (non solo a chi ha provocato la slavina, certamente uno solo).
Risulta evidente e alla luce delle conoscenze attuali che la norma è a dir poco obsoleta e andrebbe certamente rivista.

Gli incidenti da valanga, aspetti culturali
E’ fuori di dubbio che l’attività in pista deve essere al riparo da pericoli oggettivi così come previsto dalla legislazione nazionale e da quelle regionali e provinciali. L’utente della stazione sciistica ha acquistato un servizio che comprende, tra le altre cose, la propria incolumità sulle piste da sci, almeno per quanto concerne quei pericoli. Chi percorre una pista da sci si deve solo preoccupare di non arrecare danno agli altri con la sua condotta.
Perché si tratta di attività sportiva. Sarebbe come dire che se vado a nuotare in piscina non sono tenuto a fare l’analisi dell’acqua prima di tuffarmi. La stessa pista da sci è una struttura sportiva.

Se invece abbandoniamo la pista, non importa se di poco o di tanto, dobbiamo preoccuparci da noi. Non esiste più nessuno (persona, società, Ente pubblico) che ci debba imporre la sicurezza nostra e di chi vi opera come noi e non potrebbe neanche essere altrimenti essendo impraticabile controllare, sorvegliare, vigilare su tutto l’ambiente naturale.
Neppure è dignitoso che norme e sanzioni siano usate solo per spauracchio (allora dovrebbe essere prima punito anche chi nella sostanza non le fa rispettare).
Qui entrano in gioco le conoscenze delle persone che praticano la montagna, la consapevolezza; se qualcuno non ha e non pratica le conoscenze adeguate probabilmente andrà a mettersi nei guai.

Conclusioni
Bisogna far passare il concetto che scendere un pendio innevato lungo una pista da sci o lontano da essa sono due cose culturalmente opposte, certamente compatibili tra di loro, ma da non confondere.

Sulla pista da sci si fa attività sportiva, altrove no! Il restante è compreso in tutte le altre attività d’avventura in montagna, estive e invernali.

Chi invece si avvale degli impianti di risalita e poi scende sopra una pista confonde le due attività, e spesso non basta neppure esporre cartelli di divieto. E’ pronto a essere lui la prima vittima “inconsapevole” di se stesso.

Dunque dobbiamo spendere ogni energia nel campo della formazione e dell’informazione corretta, non nel campo del divieto e della punizione.

Dobbiamo fare in modo di essere informati sulle modalità di quella grande parte di incidenti che si sono auto-risolti (senza intervento di soccorso esterno) ma che per paura delle conseguenze penali vengono tenuti nascosti dai coinvolti.

Dobbiamo diminuire il numero degli inconsapevoli, non aumentare il numero dei dissuasi o dei puniti.

Per Osservatorio della Libertà in Montagna e in Alpinismo
Il portavoce: Alessandro Gogna

Milano, 21 febbraio 2014

Il testo integrale in versione pdf è scaricabile qui.

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“Campo” ARTVA: officina di libertà o “lager”?

Credo dipenda da noi.
Quest’inverno 2013-14 al Passo del Tonale è possibile esercitarsi liberamente con il kit di autosoccorso prima di effettuare un itinerario fuoripista.

Il campo ARTVA è situato ai piedi delle piste, tra la seggiovia Scoiattolo e la sciovia Presanella, ed è stato allestito dal Comando Truppe Alpine, in collaborazione con il Consorzio Adamello Ski.

Il fuoripista del “Cantiere” al Passo del Tonale

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«Il campo ARTVA – spiega il Maggiore Stefano Bertinotti – è aperto a tutti, negli orari di apertura degli impianti di risalita. E’ completamente automatico ed è basato su 3 livelli: base, avanzato e professionale. Una volta selezionato il livello, la ricerca con ARTVA, pala e sonda viene attivata. Il sistema sfrutta una tecnologia moderna che dà la possibilità di mettere alla prova le proprie abilità di ricerca su diversi tipi di segnali in quanto differenti sono gli apparecchi presenti sul mercato. Inoltre permette di simulare la ricerca multipla fino a otto travolti, con un graduale aumento di difficoltà».

Prima di Natale 2013 viene data la notizia che i freerider nel 2014 troveranno anche un check point ARTVA ad attenderli sul ghiacciaio Presena. Il check point pare sia posizionato all’arrivo delle sciovie, prima della discesa fuoripista del Cantiere, e permetta di verificare il funzionamento del proprio dispositivo ARTVA prima di intraprendere l’itinerario.

A detta dei promotori si tratta di un importante passo da intraprendere nell’ottica della prevenzione degli incidenti in montagna e della sensibilizzazione sulla tematica della sicurezza.

Al di là di queste belle parole, personalmente sono molto curioso di sapere come stanno andando le cose sul fuoripista del Cantiere, al Presena. E’ davvero in funzione la segnalazione di ARTVA assente, o spento, o mal funzionante? Di fronte alla denuncia elettronica di apparecchiatura assente o malfunzionante si attiva un controllo dell’autorità alla fine della discesa? Mi auguro di no, perché altrimenti non saremmo di fronte a una misura di prevenzione e di convincimento proattivo di qualche imprudente, ma di fronte a una vera e propria trappola per snidare chi ancora è così disobbediente e riottoso.

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Non deve essere uno strumento per “impedire di disobbedire”, dev’essere uno strumento che ci ricorda, come il din-din-din della cintura non allacciata, che stiamo veramente sfidando la fortuna, che non abbiamo il diritto di elevare la sfida a ribellione totale, che dobbiamo rispettare l’opinione degli esperti che ci consigliano di avere con noi gli strumenti dell’auto-soccorso. E naturalmente presupponendo di saperli usare, anche se su questo ci si ricameranno i soliti fastidiosi corsi, scuole e diplomini. Snobbati da alcuni, esibiti come trofei da altri. L’esercitazione ARTVA dev’essere libera, non obbligatoria. Gli autodidatti non devono essere osteggiati. E chi vorrà imparare dall’esperto, sceglierà in autonomia. Questo sempre che vogliamo diventare grandi (nel senso di adulti). Ma a me sembra che il cordone ombelicale stia diventando sempre più coriaceo e resistente al taglio (oppure che le forbici siano sempre meno affilate).

16 febbraio 2014

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Chiusa la strada della Val Ferret

A partire dalle 14.30 di lunedì 10 febbraio 2014 è stata disposta la chiusura totale al transito sia veicolare che pedonale della strada della Val Ferret.

L’Amministrazione Comunale di Courmayeur ha emesso questa ordinanza (n. 2768) visto il Bollettino Regionale neve e valanghe e sentito il parere della Commissione Valanghe Comunale.
Contestualmente (con ordinanza n. 2769) è stata vietata la circolazione e la sosta sia veicolare che pedonale nel tratto di strada Larzey-Entrèves compreso tra i civici 12bis e l’intersezione con via Padri Somaschi.

Val Ferret e Grandes Jorasses

Da La Palud (Courmayeur), Valle d'Aosta, verso Grandes Jorasses

La decisione è stata presa in seguito alle abbondanti nevicate verificatesi in poche ore nella zona tra domenica 9 e lunedì 10.
“Sono tra i 60 e i 70 i centimetri di neve fresca caduti ieri in Val Ferret – ha dichiarato il 10 febbraio Federica Cortese, Assessore all’Ambiente e al Territorio di Courmayeur – e al momento il rischio valanghe è pari a 4, forte, su una scala di grado massimo 5… e non possiamo ancora garantire il giorno di riapertura. Valutiamo di ora in ora la situazione con la Commissione Valanghe Comunale e con le famiglie bloccate in valle.”

Il provvedimento, che tra l’altro insiste su una zona già in emergenza a causa del movimento franoso del Mont de la Saxe, è ineccepibile e tempestivo. Si tratta di impedire il passaggio su due strade a normale percorribilità, per impedire che veicoli e pedoni possano rimanere vittime di valanghe del tutto prevedibili.

Ciò che mi preme osservare è che non si vieta l’accesso alla valle, bensì semplicemente si vuole impedire di usufruire di una struttura pubblica, in questo momento a rischio, soggetta ai regolamenti comunali e al Codice della Strada.

Le motivazioni che oggi si potrebbero avere per accedere alla valle e poi transitarvi sono di ordine escursionistico oppure di solidarietà/aiuto a coloro che sono eventualmente ancora bloccati a Planpincieux e dintorni.

Chi fosse abbastanza pazzo da voler comunque tentare la sorte sa che lo fa davvero a suo rischio, ma viene lasciato libero di decidere.

12 febbraio 2014

Nei pressi di Planpincieux (Val Ferret)

Da Planpincieux a casolari Rochefort con racchette da neve, Courmayeur, val Ferret

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L’Aquila, terza puntata

Fare cose concretamente utili richiede più tempo delle ordinanze proibizionistiche.

Come avevamo anticipato, vedi post di sei giorni fa “Il contrordine di L’Aquila”, il ritiro dell’ordinanza del 29 gennaio era più che altro dovuto, più che al denunciato vizio di forma, al sollevamento dell’opinione pubblica, decisamente contraria al provvedimento.

Sansicario, skilift di Rio Nero, due cannoni per distacco artificiale di slavina

AquilaTerzaPuntata-0019Così il sindaco Massimo Cialente ha fatto un passo indietro per poter permettere alla Commissione Valanghe di esprimere qualcosa di meno affrettato e molto più concertato della nuda ordinanza del 29 gennaio.

La commissione, presieduta da Giovanni Lolli, ex-parlamentare e appassionato di scialpinismo, era composta, oltre cha da alcuni consiglieri comunali ed esponenti del soccorso alpino e del corpo di Polizia, dal direttore tecnico del Centro Turistico del Gran Sasso Marco Cordeschi, dal presidente del Collegio regionale Guide Alpine della regione Abruzzo Agostino Cittadini, dall’alpinista Marco Iovenitti e dalla guida alpina Tony Caporale.

Dopo qualche giorno di lavoro, la commissione ha ritenuto più opportuno “puntare sulla prevenzione e l’informazione e non sul proibizionismo“. Perciò ha confermato il divieto solo per quei fuoripista adiacenti alle piste di Campo Imperatore, quelli cioè dai quali, con il passaggio dei freerider, potrebbero staccarsi slavine che finirebbero direttamente sulle piste, divieto da applicare comunque solo quando l’indice di pericolo fornito dal servizio Meteomont è uguale o superiore al livello 3.

Questa indicazione è stata fedelmente recepita dalla successiva ordinanza, la n. 320, del 6 febbraio 2014, che alla fine riammette la possibilità di fuoripista in tutto il territorio comunale, in terreno d’avventura e in zone servite da impianti, salvo le limitazioni sopra accennate.

C’è chi parla ottimisticamente di “piccola rivoluzione culturale” in quanto, al di là dei divieti revocati, si sta facendo strada l’ipotesi di lavorare di più sull’informazione e sulla prevenzione.

Nella relazione finale, la commissione raccomanda caldamente due realizzazioni: una segnaletica luminosa, per evidenziare in tempo reale le pericolose condizioni dei pendii, e un cancello all’arrivo della funivia che suoni se non si è in possesso di ARTVA acceso.

Ancora la commissione dà priorità a che il Centro Turistico Gran Sasso si doti quanto prima di un piano di sicurezza, così come tante altre stazioni sciistiche, per avere un’informazione più raffinata rispetto la scala di pericolosità valanghe da 1 a 5 attualmente prodotta dal servizio Meteomont. Anche l’auspicata adesione all’AINEVA va in questa direzione.

In più raccomanda che si dia mandato per uno studio relativo alla messa in sicurezza di alcuni fuoripista (non adiacenti alle piste), quali i Valloni e Valle Fredda, tramite il Gazex®, già utilizzato in molte altre stazione sciistiche, per il distacco con esplosivo del manto nevoso in particolari condizioni. Per questa costosa operazione la commissione si è spinta anche a individuare le possibili fonti di finanziamento.

Nel frattempo il sindaco del comune di Opi, con ordinanza n. 2 del 7 febbraio 2014, ordina il divieto assoluto di praticare attività di fuoripista ed escursionismo in tutto il territorio comunale, fino a revoca. Ricordiamo che Opi è una mecca dello sci di fondo, immersa nel Parco Nazionale d’Abruzzo.

E’ evidente che questa volta, dopo l’ennesima tragedia, si sente la necessità di cambiare approccio tenendo conto di quelle che sono le reali caratteristiche del Gran Sasso: la tanta neve e i fuori pista. Caratteristiche molto più reali delle annuali ordinanze anti-fuori pista quasi impossibili da far applicare. Ma c’è ancora parecchia resistenza, e permane il dubbio che molte “concessioni” derivino in buona parte dalla constatazione economica che non “si possa fare a meno” di rispondere alla domanda turistica che va in quella direzione. Come dice Lolli, “Il Gran Sasso viene definito il paradiso del free ride e se ci dovessimo basare solo sugli impianti si farebbe prima a chiudere”.

Di certo però le intenzioni non bastano, bisogna “far presto”. Soprattutto per la segnaletica, che dev’essere il più possibile convincente, non minacciosa, e per il segnalatore di ARTVA “spento” o assente, recuperando quindi un allarmante ritardo culturale nei confronti della montagna. E i tempi non saranno brevi.

Il giudizio generale dell’Osservatorio della Libertà in Montagna su questo provvedimento non è di promozione, ma di avvicinamento alla sufficienza. In particolare l’uso del gaz-ex® è ampiamente invasivo e diseducativo.

Ciò nonostante, diamo fiducia: perché fare cose concretamente utili richiede più tempo delle ordinanze proibizionistiche.

Sci fuoripista a Opi, Parco Nazionale d’Abruzzo

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E’ morta una guida alpina. Donna. Facendo eliski

Penso che chiunque, sapendo di morire, preferisca un quadro di silenzio e di pace, ciò che di certo non era quel giorno sul versante del Monte Roisetta.

La guida seguiva una comitiva impegnata in discese con l’eliski, quando dal Monte Roisetta una valanga di grandi dimensioni (con un fronte di oltre duecento metri e una profondità di un metro e mezzo) si è staccata a causa del passaggio di alcuni sciatori su una placca a vento, travolgendo per centinaia di metri quattro persone che si trovavano più a valle rispetto alla zona del distacco.
Simona Hosquet, guida alpina del Cervino residente ad Antey-St-André, e il tecnico Giuseppe Antonello, Avalanches forecaster presso la Fondazione Montagna Sicura di Courmayeur, sono stati sepolti dalla massa di neve mentre gli altri due compagni, clienti della Hosquet, sono riusciti a galleggiare grazie all’airbag.

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Erano le 12.30 del 6 febbraio 2014, nel vallone di Cheneil, sopra Valtournenche.
La valanga «era di enormi dimensioni» racconta Roberto Rossi, torinese di 38 anni e guida del Cervino, primo soccorritore ad arrivare sul posto. Rossi stava sciando con un cliente poco più in alto rispetto alla zona dove si è staccata la massa di neve. «Insieme a un collega svizzero e ad alcuni altri sciatori sfiorati dalla valanga ho coordinato le prime operazioni: abbiamo impostato l’Arva in modalità ricerca e abbiamo trovato Giuseppe Antonello sotto due metri di neve. Erano passati quindici minuti dal seppellimento. Rispondeva alle domande, seppur affannosamente. Quindi con un’altra guida ho continuato a scavare e sotto un metro di neve abbiamo trovato Simona Hosquet. Sembrava avesse diversi traumi a una gamba, il suo viso purtroppo era già cianotico».

Simona è morta poco dopo il ricovero in ospedale, per i gravi traumi subìti e per una grave ipotermia. Nata ad Aosta, Simona, classe 1984, aveva appena compiuto 30 anni il 9 gennaio scorso.

Diamo un occhio al suo colossale curriculum: nel 2002 è entrata nelle fila dal Centro sportivo Esercito e nelle due stagioni successive ha conseguito il titolo di campionessa italiana di staffetta e medaglia d’argento tricolore nella prova individuale sui 5 km a tecnica classica di sci di fondo. Nel 2007 è diventata la prima donna soldato a conseguire la qualifica di istruttore militare scelto di sci e alpinismo, conseguendo poi il grado di caporale maggiore; nel 2010 era diventata guida alpina di alta montagna. Protagonista di alcune spedizioni, aveva salito l’Aconcagua. Nel 2008 sale la via Cassin alla parete nord delle Grandes Jorasses, poi nel 2009 affronta con successo la mitica via MacIntyre-Colton, sempre alla punta Walker delle Grandes Jorasses e ancora, nel 2011, ripete la via degli Sloveni (Knez e compagni) sulla Punta Croz della Grandes Jorasses. Basterebbero queste due ultime imprese citate per qualificare il valore alpinistico di Simona, ma vogliamo aggiungere anche la ripetizione della difficile “Padre Pio prega per tutti” sul Picco Muzio del Cervino e la prima femminile italiana alla via Bonatti del Cervino, da lei salita nel 2011, come al solito alternandosi al comando con i due compagni Sergio De Leo e Nicolas Estubier. Simona Hosquet era l’unica donna della storica società Guide del Cervino.

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Valga per tutti il giudizio di Marco Albarello, ex direttore tecnico del Centro sportivo Esercito di Courmayeur, che ha ricordato così la giovane guida: «Era una ragazza fantastica, il Centro sportivo esercito ha sempre guardato a lei come un punto di riferimento. È stata una donna e un’atleta straordinaria in grado di fare il doppio di quanto riuscivano a fare i maschi, con un’umiltà e una forza fuori dal comune, prima nel fondo e poi come guida alpina».

E’ difficile con queste notizie, e nella complessità d’informazione che una così numerosa ed eterogenea comitiva comporta (sembra almeno una ventina di persone), farsi un quadro completo della meccanica dei fatti. Chi era sotto, chi era sopra, chi era cliente, chi aveva l’airbag, ecc.).
Su due punti però sono tutti concordi, che ci fosse pericolo 3 di valanghe e che Simona fosse alla terza rotazione di eliski.

Il pendio e la valanga
Veduta di Valtournenche (Aosta), sopra Cheneil, dove è morta Simona Hosquet, di 30 anni, guida alpina travolta da una valanga, 6 febbraio 2014. ANSA / US Soccorso Alpino della Guardia di Finanza di Cervinia ++NO SALES EDITORIAL USE ONLY++
L’idea che sia morta una guida mi addolora. La mia tristezza diventa disperata costernazione se penso che lei era una donna… non so, sono fatto così.

Poi mi ripugna che una tale tragedia sia avvenuta praticando lei un gioco la cui validità io nego filosoficamente, l’eliski. Certo, per lei era lavoro. La nobiltà di questo lavoro non è per nulla sminuita dalla banalità e dal frastuono dei ripetuti girotondi d’elicottero di cui purtroppo era anche lei sfortunata protagonista.

Penso che chiunque, sapendo di morire, preferisca un quadro di silenzio e di pace, ciò che di certo non era quel giorno sul versante del monte Rosetta.

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Il contrordine di L’Aquila!

Il buon senso ha prevalso, grazie alla comunicazione della Prefettura di L’Aquila sollecitata da Abruzzo Freeride Freedom e dalla levata di scudi di tanti appassionati, noi compresi.

Dopo il Sindaco di Lucoli anche quello di L’Aquila ha ritirato l’ordinanza che vietava ogni attività alpinistica ed escursionista sul territorio per pericolo valanghe.

La notizia è buona, ma annotiamoci che non ci arriva perché abbiamo convinto i sindaci di Lucoli e di L’Aquila della bontà delle nostre ragioni. Ci arriva perché le ordinanze erano state emesse, secondo la nota del Prefetto dr. Francesco Alecci, per “carenza del preventivo invio all’Autorità di Governo nei termini disposti dal comma 4 dell’articolo 54 del T.U. 267/00”.

Ecco infatti il testo del comma 4 (18 agosto 2000): “Il Sindaco, quale ufficiale del Governo, adotta con atto motivato provvedimenti, anche contingibili e urgenti nel rispetto dei principi generali dell’ordinamento, al fine di prevenire ed eliminare gravi pericoli che minacciano l’incolumità pubblica e la sicurezza urbana. I provvedimenti di cui al presente comma sono preventivamente comunicati al prefetto anche ai fini della predisposizione degli strumenti ritenuti necessari alla loro attuazione”.

L’annullamento dell’ordinanza è dunque dovuto a un’inadempienza tecnica: dobbiamo pure accettare che si salvino la faccia ma, appunto, non illudiamoci troppo: la minaccia è sempre lì sospesa.

Per il resto, siamo di nuovo liberi di andare sul Gran Sasso, ma sta a tutti noi evitare rischi inutili. Prudenza e prevenzione: le ordinanze sono sparite ma i pericoli in montagna son sempre lì!

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