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Meglio freeride che fuoripista!

Qualche considerazione su queste due parole oggi all’attenzione del pubblico: freeride e fuoripista.

Lo spunto a questo tema mi è stato offerto dal bell’articolo di Giulio Caresio su Planet Mountain, “Torniamo a sorridere dicendo freeride”, cui rimando per maggiori dettagli e per l’intervista a Nicolas Hale-Woods.

1. Leggerezza non significa superficialità
Essere giovani, pieni di vita e scanzonati ha sempre suscitato molta invidia nel cittadino medio, così tanta da far scuotere la testa e dire che “ai miei tempi queste cose erano inammissibili…”. Questa condanna apparentemente morale nasconde solo l’invidia per la libertà che quei ragazzi hanno. E se trasportiamo la cosa in montagna, ecco i freerider, vestiti colorati, street, apparentemente menefreghisti perché isolati nei loro clan farciti di slang: anche loro sono visti dallo sciatore e dall’alpinista medio come marziani che danno un po’ fastidio, che dissacrano le vecchie tradizioni e che sono insensibili alle norme.
MeglioFreeride-3106Ciò che colpisce in questi giovani è la leggerezza, contrapposta al rigido sapere scialpinistico. Gratta gratta scopri che anche quella è una maschera, perché dietro ai più bravi (e non solo a quelli) scopri anni di preparazione, di dedizione, di capacità di auto-soccorso, tutto mascherato da pretesa ignoranza. Loro vogliono fare la loro strada, la loro esperienza. Non riconoscono il nostro codice. Chi siamo noi per giudicare se ci fermiamo all’apparente superficialità?

2. Il rischio residuo c’è sempre
Per quanta esperienza uno possa avere, per quanto documentato e attrezzato sia, non esistono la salita e la discesa sicure al 100%. Se si parla poi di neve, di grado di pericolo, ecc. non esiste strumento che possa dare una valutazione precisa per ogni metro quadro di superficie nevosa. Ci affidiamo alla statistica, alla probabilità. E poi all’esperienza e all’intuizione, unite a prudenza. Riduci, riduci, ma non arriverai mai a rischio pari a zero.

3. Il clima è diverso da un tempo?
Può darsi, ma le slavine e le valanghe ci sono sempre state, semplicemente c’era meno gente disposta ad affrontare i pendii per un divertimento che nel XIX secolo ancora non c’era. Invece nel secolo XX (e non parliamo del XXI) di gente ce n’era proprio tanta e non tutti avevano e hanno capito cosa vuole dire mettere gli sci ai piedi e affrontare una montagna o un pendio di neve non battuta. Il clima è quello che è, la neve può avere mille classifiche diverse, altro che i modelli che per comodità teorica abbiamo accettato! Non è sperando nel tempo di una volta che eviteremo disgrazie, è accettando pienamente quello di oggi.

4. Differenza tra freeride e fuoripista
Abitualmente con la parola fuoripista si intende lo scendere pendii innevati (boschivi e non) da una sommità, raggiunta con un mezzo a fune, lungo percorsi in cui la neve non è stata battuta e in ogni caso a breve distanza dalle piste.
Coloro che normalmente praticano sci in pista guardano con una punta d’invidia i “matti” che invece scendono al di fuori: guardali una volta, poi due… alla fine si incuriosiscono e, provata una discesa e le inevitabili cadute in neve fresca, si convincono che per uscire dal battuto sia sufficiente comprare gli sci larghi e colmare un po’ di gap tecnico.
Niente di più sbagliato!
Il freeride è a un gradino ben più alto nella scala evolutiva: si cercano i pendii, i canaloni, i percorsi d’impegno e di soddisfazione, più o meno difficili, più o meno spettacolari. Come ogni sport outdoor in ambiente “non protetto”, è una disciplina che richiede preparazione a tutti i livelli, spesso con l’aiuto di grandi esperti o professionisti. Non basta essere dotati di ARTVA, pala, sonda e magari anche air-bag… occorre saper praticare auto-soccorso e conoscere la montagna.

5. Conviene voler diventare freerider!
Dunque, per conoscere la montagna e le sue insidie, per sapere come si soccorre l’amico, è necessario praticare corsi o lezioni. E qui dobbiamo denunciare la povertà dell’offerta in Italia. Siamo ricchi di proposte di scialpinismo, poverissimi di corsi di freeride. Ma, a costo di andare all’estero, è necessario sottoporsi a queste “scuole”.

Dice Nicolas Hale-Woods: “Oggi in Svizzera (non lo sostengo io, ma una statistica ufficiale del Club Alpino Svizzero) abbiamo circa lo stesso numero di morti per valanga di trenta anni fa, mentre il numero stimato di persone che vanno fuoripista è almeno dieci volte tanto. Perché? Il numero è stabile grazie al fatto che sempre più spesso la gente che finisce sotto le valanghe viene tirata fuori dai suoi compagni. Sappiamo che 15 minuti sono il limite temporale oltre cui la possibilità di sopravvivere diminuisce drasticamente, quindi un soccorso immediato operato da chi ti accompagna è la cosa migliore”. E occorre quindi che il gruppo non scenda assieme, ma ciascuno alla giusta distanza.
Insomma la differenza tra freerider e fuoripista è la stessa che potrebbe esserci se accostassimo “arrampicata” con “fuorisentiero”: questa è una specialità che non esiste, ma che potrebbe anche essere creata in futuro, magari declinandola all’inglese (off-path? of-trail?). Ad essa appartengono già cercatori di funghi e di stelle alpine.

6. Effetto Tomba sull’Italia
Il fatto che in Italia l’offerta scuole freeride sia insufficiente è osservata anche da Nicolas Hale-Woods , il quale attribuisce questo ritardo nientemeno che ad Alberto Tomba. La forte popolarità del grande campione avrebbe infatti determinato nel nostro paese la moda sciatoria di almeno una generazione, se non di più.

7. Auto-Soccorso
Dopo aver frequentato un corso di freeride, oltre che allenarsi regolarmente, occorre praticare con regolarità l’esercizio all’auto-soccorso. Siccome è fondamentale la velocità di esecuzione, occorre che tutte le manovre, ricerca, scavo, recupero e primo soccorso siano fatte in velocità e con precisione. Non basta saperlo fare, bisogna saperlo fare bene e veloci. Senza panico e con automatismo istintivo.
Se, invece di produrre divieti a manetta, impianti e autorità predisponessero aree (come succede Oltralpe) di allenamento per le ricerche in valanga, si farebbero passi enormi in avanti: magari si colmerebbe il gap che oggi in Italia abbiamo con Francia, Svizzera e Austria.

MeglioFreeride-6526-freeride8. Piste monitorate
Già la percorrenza di decine o centinaia di sciatori e snowboarder al giorno di itinerari fuoripista significa avere in breve tempo il percorso battuto e quindi quasi non si può più parlare di fuoripista. Ciò non toglie che sia utile esercitarsi su un terreno del genere.
Alcune stazioni, specie all’estero, provvedono di minare certi percorsi, con ciò ottenendo l’addomesticamento di quella discesa e rinviando il problema di “formazione esperienziale” ad altro terreno. Ci si può convivere, ma è assolutamente necessario che chi s’ingaggia nelle discese sappia perfettamente se sono state “trattate” o meno.

9. La libertà è tale solo se responsabile
C’è sempre qualcuno che pensa di essere superiore, sotto sotto convinto di essere dotato di una certa immortalità innata, oppure convinto di essere più bravo, perfino più veloce della valanga come ha visto in certi film. Qualcuno confida nel vago stellone personale, qualcuno ritiene, in evidente stato di “overconfidence”, che l’essere passato di lì centinaia di volte voglia dire essersi guadagnati l’invulnerabilità. Qualcuno dice “se son passati quelli là lo posso fare anch’io… anzi lo devo fare anch’io…”. Qualcuno infine ha un programma da rispettare (tipo certe uscite dei corsi di scialpinismo, magari già rimandate due volte per brutto tempo…).
Sono tutti filtri mentali sulla presenza dei quali invece si dovrebbe riflettere molto, distinguendo ciò che è sicuro sapere da ciò che è transitoriamente fallace. Lì è la responsabilità che ci assumiamo, nella coscienza tranquilla di aver fatto la scelta giusta dopo essersi ascoltati a fondo ed aver eliminato i filtri.

10. Gli incidenti “stupidi”
Di solito per stupido s’intende l’incidente che si poteva evitare. Col senno di poi? No, con quello di prima. Quando non si ha esperienza, quando c’è un grado di pericolo 3 o più, quando ci sono i cartelli di divieto o le ordinanze ma nulla si sa del loro perché, quando il nostro proprio “io” inflaziona la nostra coscienza… quando siamo tentati di sperimentare, con il sottile equilibrio tra il galleggiare e l’affondare nella neve polverosa, quell’equilibrio che invece dovrebbe già essere dentro di noi… beh, in questi casi non si può parlare di scelta responsabile.

11. La rinuncia
Occorre convincersi che la rinuncia è uno dei coefficienti essenziali al grado di libertà di cui tutti vorremmo disporre. La rinuncia è “irrinunciabile”. Se solo uno del gruppo esprime qualche dubbio, se solo si avverte un vago senso di disagio, considerare l’opzione rinuncia è salutare. Considerare quest’opzione non vuole dire obbligatoriamente rinunciare. Vuole dire concentrarsi di più.
Occhio ai segni!

12. Divieto vs Formazione
In conclusione non ci si improvvisa freerider, ma è meglio voler essere freerider che incallirsi nel fuoripista (né carne né pesce).
I divieti indiscriminati del fuoripista e del freeriding non hanno senso. Chi è esperto e responsabile se ne andrà in altri luoghi, in ogni caso non rinuncerà semplicemente per un divieto. La pratica del fuoripista e del freeriding è normale in altri paesi, e anche da noi comunque non esiste stazione sciistica che non la pubblicizzi con depliant e filmati.
Il divieto è il mezzo più semplice per perpetuare la tendenza ormai purtroppo invalsa nella nostra società sedentaria e sicuritaria di esprimere giudizi positivi solo su ciò che è estremamente sicuro e di negare il diritto dell’individuo a responsabilizzarsi. Un divieto infatti dichiara a priori l’insicurezza di una zona, condanna e sanziona la disobbedienza e trasferisce sull’autorità le scelte che dovrebbero essere solo nostre (se vogliamo essere individui completi e non solo consumatori). Il divieto impedisce cultura, educazione, intelligenza e responsabilità. In definitiva il divieto nega il libero pensiero oltre che il libero transito: e chiudere le strade al pensiero è sempre stato negativo per tutte le civiltà.

3 febbraio 2014

MeglioFreeride

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Ci opponiamo al divieto di fuoripista a L’Aquila?

La morte dell’aquilano Mario Celli, 32enne medico ginecologo travolto da una valanga a Campo Imperatore nel gruppo del Gran Sasso, ha suscitato grande interesse nella pubblica opinione, commossa dalla tragedia e con il fiato sospeso per la lenta “agonia” della vittima.

Nel primo pomeriggio del 28 gennaio, assieme al fratello Paolo, Mario Celli stava scendendo fuori pista nei cosiddetti Valloni della località Scontrone. Dopo essere saliti con la funivia di Campo Imperatore, ignorati i cartelli di divieto di discesa al di fuori delle piste, i due si sono lanciati nell’ebbrezza dell’abbondante nevicata. Alle 13.20 una slavina ha colpito il giovane, seppellendolo. Il fratello, illeso, ha chiamato al soccorso e, grazie agli apparecchi ARTVA di cui entrambi erano dotati, il corpo è stato disseppellito in tempo per ritrovarlo a 26 gradi di temperatura corporea. Grazie ai massaggi cardiaci prolungati dei medici Gianluca Facchetti e Nadia Garbuglia in attesa dell’elicottero e durante il trasporto, Mario Celli è stato portato ancora in vita all’ospedale Mazzini di Teramo.

CiOpponiamo-imageQui l’infortunato è stato attaccato a uno speciale macchinario chiamato ECMO (utilizzato per l’ossigenazione extracorporea) che permette la tecnica di supporto cardiopolmonare, più volte dimostratasi efficace nel ridurre la mortalità nei pazienti con insufficienza cardiaca e/o respiratoria acuta grave.

Lentamente il cuore aveva ripreso a battere e la temperatura era tornata normale. Tuttavia le sue condizioni si sono aggravate qualche ora dopo e già il 29 il suo elettroencefalogramma dava solo flebili segni di vitalità. Celli è rimasto in stato di coma profondo fino all’avvenuto decesso, il 30 gennaio.

Ad occuparsi del caso è il pm David Mancini, che per ora ha aperto un fascicolo contro ignoti. Vuole accertare cosa possa aver provocato la slavina. Il passaggio degli snowboardisti o un distacco spontaneo? Mancini sta cercando, con l’aiuto della squadra mobile della Questura e anche attraverso testimonianze, di ricostruire come si sia verificata la valanga con l’obiettivo di verificare se sussistano eventuali profili di rilevanza penale.

I diversi organi di informazione si sono premurati di sottolineare che non c’era alcuna rete di recinzione per evitare il passaggio di freerider indisciplinati.

L’insieme dei dati di questa vicenda presenta tutte le possibili condizioni per una condanna dell’opinione pubblica agli scriteriati e disubbidienti fratelli snowboarder: disprezzo della regola, non presenza di reti di recinzione, validità dei valorosi uomini del soccorso, efficienza medica ed epilogo finale dopo lunga suspence.

Potevamo aspettarcelo con sicurezza: il 29 gennaio 2014, firmata dal sindaco di L’Aquila Massimo Cialente, ecco l’ordinanza di divieto di escursioni fuori pista nel capoluogo abruzzese. In essa viene ribadito che le pratiche fuori pista rappresentano un’attività pericolosa per le infrastrutture sciistiche e per l’incolumità dei cittadini e degli sportivi che praticano le discipline sciistiche nei tracciati consentiti. L’ordinanza, pertanto, vieta la pratica del fuoripista o su terreno d’avventura in caso di precipitazioni nevose con presenza di manto nevoso fresco e per le successive 48 ore dalla precipitazione. È vietata, infine, la pratica fuoripista o su terreno d’avventura quando il bollettino Meteomont stabilisce un grado di pericolo uguale o maggiore a 3, rinviando in caso di pericolo inferiore a 3, alle eventuali valutazioni della Commissione comunale per la prevenzione dei rischi da valanghe. Ai trasgressori verrà applicata una sanzione da 25 a 500 euro.

Il sindaco di L’Aquila, Massimo Cialente
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Dal testo dell’ordinanza si vede come questa non voglia avere validità provvisoria per qualche giorno, ma intenda bensì regolare fino a nuova legge l’intera casistica della stagione invernale. Questo permetterebbe, a chi è contrario a queste filosofie del divieto, di opporsi. Lo dice la stessa ordinanza: “Avverso il presente provvedimento può essere opposto ricorso al TAR di L’Aquila nel termine di 60 gg dalla pubblicazione all’albo, in alternativa ricorso straordinario al Presidente della Repubblica entro 120 gg”.

Ciò che lascia stupefatti è che un sindaco come Massimo Cialente, citato a giudizio per il prossimo 3 giugno dalla Procura della Corte dei Conti d’Abruzzo per presunto danno erariale e appena reduce dal proscioglimento in un’altra inchiesta sulle irregolarità contabili dell’Accademia dell’Immagine dell’Aquila, abbia ancora tempo per sbrigare altre faccende del suo ufficio. In effetti su quest’ordinanza l’intero consiglio municipale non deve aver discusso a lungo, convinti come sono tutti che sia il metodo più veloce e indolore per lavarsene le mani facendo finta di occuparsi del bene pubblico.

1 febbraio 2014

Il Gran Sasso
CiOpponiamo-gransasso

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Divieto sul Grignone

Ci risiamo con i divieti! Questa volta abbiamo a che fare con il Grignone, vietato per almeno cinque giorni da oggi.

Era dei giorni scorsi l’ordinanza del sindaco di Ardesio (in Val Seriana) Alberto Bigoni che vieta lo sci alpinismo sul monte Timogno, da dove potrebbe scendere a valle una grossa valanga in grado di investire la pista da sci Pagherolo, agli Spiazzi di Gromo, e al monte Secco da dove scende la valanga del Vendulo che minaccia da sempre l’abitato di Ludrigno. Siamo in un quadro da Protezione Civile.

La salita sul versante orientale del Grignone
Grigna, in salita sul versante est del Grignone, 13.1.1974
In una situazione non minacciosa per gli abitati, ecco oggi l’ordinanza del comune di Pasturo: “Considerato che nell’ultimo periodo si sono verificate abbondanti precipitazioni e carattere nevoso, considerato pertanto che, sulla base delle indicazioni del Centro Funzionale Monitoraggio Rischi naturali della Regione Lombardia, riprese anche dai Bollettini Info Point della Comunità Montana della Valsassina, Val d’Esino e Riviera a cura della Casa delle Guide di Introbio e patrocinato dal Soccorso Alpino in relazione al progetto ‘Montagna Sicura’, risulta alto il rischio di distacco di slavine e valanghe specialmente in alta quota. Ritenuto per quanto espresso, di dover limitare le escursioni alpinistiche e scialpinistiche a tutela dell’incolumità pubblica, il Sindaco ordina il Divieto di escursioni scialpinistiche e alpinistiche di ogni genere, su tutto il territorio comunale sulle pendici della Grigna Settentrionale a partire dalla quota di 1400 metri dalla data odierna a martedì 4 febbraio 2014 e comunque fintanto che persistano di pericolo di distacco slavine e valanghe, sulla base dei bollettini di allerta meteo di Regione Lombardia”.

Accanto a questa notizia, abbiamo il bollettino nivo-meteo che giudica di grado 3 (quindi “marcato”) il pericolo di valanghe; questa classifica potrebbe essere rivista al rialzo per il sopraggiungere del vento di scirocco; abbiamo inoltre l’annunciata chiusura per il week-end del rifugio Brioschi, la struttura di solita aperta tutto l’anno situata proprio sotto alla vetta alla Grigna Settentrionale (Grignone), a 2410 m. Chiusura evidentemente decisa dai gestori per non favorire in alcun modo scelte azzardate di escursionisti incauti. Tutti segnali importanti che dovrebbero dissuadere chiunque.

L’ordinanza è stata emessa dal Comune di Pasturo, uno dei paesi ai piedi del Grignone, e ovviamente non riguarda il territorio degli altri comuni limitrofi.

I vigili dell’Unione Centro Valsassina e della Grigna Settentrionale spiegano che  in passato erano stati emessi solo degli avvisi, non ordinanze vere e proprie. Gli ultimi fatti di cronaca, come quello riguardante un disperso sulla Grigna Meridionale, avrebbero convinto le autorità a prendere un provvedimento di questo tipo, cioè un divieto.

Si può facilmente comprendere il desiderio umano del sindaco di “mettere in guardia gli escursionisti”, come tra l’altro predicano in tutte le salse le televisioni e la stampa. Si può anche comprendere come l’autorità voglia, con tale ordinanza, mettersi al riparo dalle possibili pretese di parenti di vittime piuttosto che di opinioni pubbliche male informate e tendenti a uniformarsi a un ombrello di sicurezza autoritario.

Non si può invece comprendere come si ritenga necessario il divieto, perché siamo persuasi che non è d’autorità che si riesce a convincere la gente, che ha diritto di fare scelte libere, a non fare scelte avventate. Un divieto prevede sempre delle sanzioni applicabili, ma non è questa minaccia che riesce a scalfire la presupposta fiducia nella propria fortuna: chi è convinto di essere al di sopra di una minaccia naturale, al punto da ignorare un avvertimento più che giustificato e sfidare il buon senso, figuriamoci quanto potrà essere distolto dai suoi intenti auto-lesionisti per una possibile pena pecuniaria…

In sostanza l’Osservatorio per la Libertà in Montagna sostiene che è doveroso diffondere avvisi di pericolo mentre è inutilmente liberticida emettere divieti, utili solo a sgravare la coscienza di chi li formula quando in realtà nessun carico di questo genere dovrebbe pendere sull’autorità.

lI rifugio Brioschi in vetta al Grignone
Vetta del Grignone con il rifugio Brioschi, 13.1.1974
In questo senso è confortante il comunicato dei vigili che precisano che non ci saranno blocchi stradali, pur nella volontà di mettere sull’avviso: questo infatti evidenzia il genetico non intento che sia data effettiva esecuzione al provvedimento “esemplare” (sarebbe salva ovviamente la sanzione data a qualcuno, ad demonstrandum).

Il diritto al “libero volere” è ben presente nei paesi anglo-sassoni, quasi assente nei paesi latini e nelle nostre municipalità. Libertà in montagna è libertà di movimento arricchita dall’esercizio della consapevolezza: che vuol dire preparazione, disciplina, consapevolezza del limite, e, solo secondariamente, raggiungimento di una prestazione. Libertà è anche quella di rinunciare, avere il coraggio di tornare indietro se i presupposti non sono sufficienti alla progressione o se qualcuno ci sconsiglia di farlo. Per questi motivi l’attività alpinistica e scialpinistica è e deve rimanere libera, pura e consapevole, ovunque e in ogni periodo dell’anno. E non deve essere confusa con l’attività sportiva, ispirata invece a criteri di pratica “sicura”.

L’Osservatorio auspica che qualcuno si decida finalmente a impugnare queste ordinanze, perché sia fatta giurisprudenza, anche se sono evidenti i problemi tecnici (si pensi ad esempio alla durata temporale dei divieti, in genere brevissima).

31 gennaio 2014

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Le Iene da valanga

di Carlo Bonardi – Brescia

La sera del 22 gennaio 2014, preannunciato via internet (Morte sugli sci, il drammatico video delle Iene), è andato in onda un servizio televisivo, per lo più realizzato nella zona del Passo del Tonale. Vedi http://www.iene.mediaset.it/puntate/2014/01/22/8181.shtml

E’ noto l’argomento sui pericoli da valanga, specie per chi esca dalle piste battute, e martellanti sono state le azioni volte alla prevenzione dei relativi sinistri, che peraltro continuano a verificarsi.

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Però il servizio – al di là dei suoi fondamenti nella realtà – mi è parso discutibile.
A cominciare dal suddetto preannuncio, non corretto nei riguardi del pubblico: il titolo e l’immagine diffusi facevano intendere che proprio le Iene avessero girato un video di morte sugli sci, mentre lo sviluppo è stato in relazione ad un distacco di valanga solamente virtuale e, quanto agli assemblati filmati, alcuni sono tratti da archivi altrui e altri ancora, come quelli sul disseppellimento di persone, non si può capire se siano stati girati in presenza della troupe delle Iene o rappresentino pregressi interventi opera del Soccorso Alpino, comunque senza possibilità di distinguerli da esercitazioni (poco credibile una ripresa effettuata dalla parte dell’infortunato semi-sepolto, del quale si vede la ben asciutta mano protendersi dalla neve in direzione del soccorritore).

Mi si potrà replicare che per fare audience e realizzare materialmente un servizio non è necessario che tutto sia vero, bastando rendere al pubblico l’“idea”. Vero, ma resta l’impressione che quel preannuncio soprattutto rientri nell’ambito del banner a effetto, che da qualche anno imperversa sui nostri media: uno specchietto per allodole, che serve ad attrarre l’attenzione di tanti utenti senza rispetto per ciò poi verrà in effetti comunicato.

Almeno altri due caratteri del servizio sono insidiosi, e lo spunto al pensarci mi è venuto dal fatto che quelle Iene, libere di applicarsi a qualsiasi materia, stavolta sembravano fuori dal loro naturale ambiente d’inchiesta (nella stessa trasmissione si erano succeduti vari casi, concernenti piuttosto vicende truffaldine).

Intanto vediamo spuntare, come ormai è frequente nelle operazioni dei media e in genere in concomitanza con tragici episodi-occasione (l’attuale servizio non ha mancato di accennare ai dodici morti da valanga dell’ultimo mese), la solita presentazione dell’airbag salva-vita, il gonfiabile inserito nello zaino che potrebbe tenere “a galla” in caso di investimento da valanga (analogamente è sovente accaduto, in altre sedi, a proposito di sci- alpinismo o fuoripista, per gli interventi volti a pubblicizzare l’acquisto e l’uso non solo di sonda/pala/ARTVA ma anche di caschi, video-camere da casco, GPS, ginocchiere, para-schiena, e altro).

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Questo aspetto l’avevo a suo tempo evidenziato (qui sul Gogna Blog è stato appena riportato lo scritto “Prodotto montagna – Salva nos ab ore leonis”): non sostengo che tali aggeggi non potrebbero essere utili (pur se in gran parte dei casi la Morte bianca si verifica per traumatismi da investimento e rotolamento tra grossi blocchi di ghiaccio e contro ostacoli o in dirupi) e neppure che Le Iene non possano fare pubblicità a ciò che vogliono; ma il sospetto che dietro a certe operazioni moralizzanti vi siano strateghi di mercato me le rende poco gradite (domande: il servizio ha allo scopo ricevuto contributi economici e da chi?).

L’altro aspetto, più sottile, deriva dal sapiente mixage col quale vengono realizzate, nel coacervo di fonti e messaggi che le caratterizzano: oltre alla censura nei confronti degli scapestrati (che appunto ne attinge pure il lato morale), dalla parte opposta è stata schierata, su dosi di ragione effettiva pur se a volte scontata, tutta una serie di componenti.

Si pensi all’esibizione dell’apparato tecnologico che provoca le valanghe “buone” (quelle cagionate da elicottero a scopo di bonifica per la sicurezza degli impianti sottostanti. A proposito, domanda giuridica: se l’art. 426 del codice penale fosse in sé cieco, come mai per queste si può?); si pensi alla presenza in divisa di un Alto ufficiale dell’Esercito (l’Istituzione) che dice la sua (per come riportata, alquanto superficiale); alla presenza della Guida Alpina che accompagna le Iene nell’individuazione dei pericolanti/pericolosi (chissà se, da quegli stessi punti e sine strepitu, essa non era mai passata e mai non passerà…); all’inseguimento di fuorpistaioli con elicottero e telecamera; alla menzione di regole/divieti; all’illustrazione degli strumenti da legge (pala, sonda, ARTVA) e appunto dell’airbag; ecc.

Consideriamo in particolare il ruolo stesso di team televisivi come Le Iene, sbocciati negli ultimi anni pure in Italia: perseguendo per via giornalistica fatti sovente illeciti, realizzano – immediatamente e in autonomia, su basi privatistiche/commerciali – quelle funzioni anche esemplari che secondo la tradizione sarebbero proprie dello Stato di diritto (formazione delle leggi e amministrazione della giustizia) e delle quali normalmente il medesimo rivendica l‘esclusiva (al semplice cittadino non è consentito esercitare il non suo, né, salve eccezioni, farsi ragione da sé/auto-tutelarsi, nemmeno se a favore di altri: ci provasse, probabilmente finirebbe nei guai con la legge).

Così, la potenza dei media consente loro di inseguire chiunque in modo pressante per strada e, ora, anche sui monti (come fanno i cacciatori con gli animali da preda), pratica che neppure giudicherei esente da possibili rischi per i ricercati.

Che il motore (o un motore) di questi nuovi interventi possa intendersi commerciale, mi pare inoltre desumibile dalla menzione, in quel servizio, di Adamello Ski, imprenditore che sulle stesse montagne già aveva appoggiato se non prodotto tutta una serie di business (dalle edificazioni e gestione di impianti sciistici e di ferrate mozzafiato, all’organizzazione di concerti e letture sulle vette, di duelli tra spadaccini su asseriti ghiacciai, al riadattamento di gallerie degli Alpini a musei per turisti con simulazione di crepitii di mitraglie ed esplosioni, al pasteggiare in cabinovia con ostriche e Franciacorta + fuochi d’artificio, ecc.).

Risultato: lo spettatore riporta l’impressione di avere ascoltato la voce dell’autorità e di dover obbedire, anche laddove di autorità non si tratti o dovere non vi sia.

Chi produce questi interventi “gestisce” la montagna da padrone (tutta: non solo quella eventualmente sotto la sua  responsabilità), impone coi fatti le regole di quel che gli conviene vi si faccia e non vi si faccia, distingue tra chi va sulle piste e chi no, cercando di eliminare i secondi a meno che a pagamento non vogliano trasformarsi nei primi o che non gli possano comunque servire.

Né si cruccia di fornire giustificazioni che non siano scontate o di facciata, preferendo fare.

Sarebbe opportuno che il normale spettatore, a fronte di questi interventi da stadio, li individui per bene, meditando un momento sui motivi che possono averli ispirati e sui contenuti; e che gli addetti ai lavori non siano succubi nel prenderne atto.

25.01.2014

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Montagne: regole o libertà

 
Bel programma di Marica Terraneo su Trentino in diretta, dove alcuni esperti riassumono l’attuale situazione .

Sono 79 i minuti della durata della trasmissione http://www.radioetv.it/rttr/programmi/item/31#monitor
di giovedì 23 gennaio 2014, ma ne vale la pena, se vogliamo fare il punto assieme agli esperti sulla problematica delle regole o della libertà in montagna, con particolare riguardo a quella invernale, frequentata ormai da 100.000 scialpinisti/freerider e almeno 400.000 ciaspolatori, solo in Italia.

MontagneRegoleLibertà-1064-valangaNella conversazione emergono i punti più importanti, secondo me alla base di qualunque riflessione. C’è Martino Peterlongo, presidente di collegio delle guide del Trentino, che subito puntualizza quanto sia mendace la convinzione che in montagna possa esistere la sicurezza al 100%: concetto poi ribadito da tutti gli altri 5 partecipanti alla trasmissione.

Egidio Bonapace, guida alpina e presidente dell’Accademia della Montagna di Trento, parte con la constatazione che gli incidenti da valanga non diminuiscono di numero, ciò che diminuisce è la mortalità, evidentemente merito dell’equipaggiamento, del soccorso e dell’autosoccorso.

Paolo Tosi, dell’Università di Trento, presenta i risultati di una ricerca appena fatta sui frequentatori della montagna invernale per ciò che riguarda la percezione del rischio valanga (300 campioni, frequenza/esperienza medio-alta, provenienza triveneta): come mai, posto che i bollettini valanghe sono considerati da tutti attendibili, c’è qualcuno che decide ugualmente di affrontare pendii pericolosi? I risultati del questionario portano alla conclusione che a) certi individui hanno maggiore propensione al rischio; b) esiste una overconfidence, per la quale si presume di sapere ciò che invece non si sa abbastanza; c) esistono dinamiche di gruppo assai pericolose perché tendono a soverchiare la sensibilità del singolo.

Martino Peterlongo presenta i risultati dello studio Nivolab http://www.accademiamontagna.tn.it/news/nivolab-corso-di-formazione-sulla-sicurezza-montagna nel quale si è cercato di fondere assieme i due diversi approcci al rischio valanga: quello statistico e quello di intuizione/esperienza.

Tra le altre cose Tosi afferma che sono proprio i più anziani ad accettare i rischi maggiori, mentre sono i più esperti quelli che non li accettano.

Alla provocazione di un ascoltatore che si augura che coloro che provocano una valanga debbano essere portati in giudizio e puniti, praticamente tutti i partecipanti rispondono difendendo che la montagna deve essere libera e che chi sbaglia con evidenza possa essere trascinato in giudizio: con attenzione però, perché la strada vincente non è quella di vietare e punire, bensì quella di informare, formare, responsabilizzare. Tosi afferma che se c’è un eccesso di zelo normativo e punitivo, il risultato è quello del boomerang, cioè molti incidenti che si sono auto-risolti non vengono denunciati, così nessuno ne sa niente se non i protagonisti e si perdono preziosissime informazioni.

Notevole pure la riflessione di Adriano Alimonta, presidente del Soccorso Alpino Trentino, per il quale non si ha diritto di essere soccorsi comunque e in ogni condizione. Bisogna che tutti lo sappiano.

16 Marzo 2013 - Teglio localita Torena valanga sei persone coinvolte  - foto(NATIONAL PRESS/ORLANDI)

16 Marzo 2013 – Teglio localita Torena valanga sei persone coinvolte – foto(NATIONAL PRESS/ORLANDI)

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La cattiva informazione sulle sciagure di neve

Nel TGR Piemonte delle ore 14 di oggi 22 gennaio 2014 è stato mandato in onda un servizio mistificatorio per informare di una nuova tragedia sulla neve. A Ceresole Reale (Valle dell’Orco, Gran Paradiso) un operaio addetto alla diga è stato sommerso da una valanga ed è deceduto.

Il filmato è visibile qui: http://www.tgr.rai.it/dl/tgr/regioni/PublishingBlock-8cbbd8fc-3365-4785-a7ec-950b73541553.html

Per comodità la parte che ci interessa, dopo la immancabile e ineliminabile pubblicità, va dal minuto 3′.36″ al 5′.10″.

Nel commento di apertura viene sottolineato “come siano già dieci gli sciatori vittime di valanga in sole tre settimane”. Il deceduto, Pierfranco Nigretti, era lì per lavoro e non per concedersi un qualche pendio di neve fresca, quindi non si comprende perché si faccia riferimento agli sciatori. Ma nel seguito del servizio lo si comprende benissimo, perché s’insinua (e non velatamente) che la causa dell’incidente potrebbe essere stata una slavina provocata da altri sciatori (non viene certo detto, ma la zona da cui è partito lo stacco è impercorribile agli sciatori). L’insinuazione si allaccia molto bene all’apertura, da parte della procura di Ivrea, di un fascicolo per omicidio colposo contro ignoti sciatori…!

Il senso del servizio appare ancora più chiaro quando nel prosieguo la giornalista farà poi cenno al pm Raffaele Guariniello e alle sue indagini per colpire chi ha causato incidenti fuori pista a Bardonecchia.

Nel frattempo scorrono belle immagini di fuoripista estremo tipo trofeo Red Bull, in modo da suggerire al telespettatore che è proprio quello che fanno gli scialpinisti.

Non vogliamo in alcun modo sminuire l’accaduto. Questo è un tragico incidente sul lavoro. I due coinvolti, dipendenti IREN, si stavano recando sul posto di lavoro alla diga dei Serù. La notizia quindi avrebbe dovuto essere associata a un incidente sul lavoro causato da una valanga, invece è stato confezionato per poter sguazzare nelle attuali polemiche.
Preoccupano queste  mistificazioni giornalistiche che, in questo periodo caldo, amplificano e distorcono la notizia mandandola sul binario percorso dagli attuali magistrati, pm cui risulta assai difficile rivolgerci per far capire le nostre ragioni!

22 gennaio 2014

La diga del SerrùCattivaInformazione-20081117101755

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Troppo accanimento contro chi va in montagna

Da La Repubblica Torino online http://torino.repubblica.it/cronaca/2014/01/10/news/gogna_troppo_accanimento_contro_chi_va_in_montagna-75542171/ (link in seguito soppresso, NdR) articolo di Fabio Tanzilli

Alessandro Gogna, guida alpina, tra i protagonisti dell’alpinismo italiano, scrittore e saggista, è portavoce del nuovo “Osservatorio per la libertà in montagna e alpinismo”, un comitato nato un anno e mezzo fa, sostenuto e riconosciuto dal Club Alpino Italiano, di cui fanno parte a vario titolo alpinisti ed esperti in materie giuridiche. Sulla vicenda dei tre amici di Simone Caselli, rinviati a giudizio per omicidio colposo dalla Procura di Torino perché erano con lui a sciare fuoripista quando è stato travolto da una valanga, il parere è netto: “C’è troppo accanimento”.

Gogna, siete spaventati dal provvedimento della Procura di Torino?
“Assolutamente sì, siamo spaventati. I più preoccupati sono i professionisti dello sci, non solo i dilettanti. A questo punto conviene andare da soli a fare il freeride, perché se capita qualche tragedia in gruppo e sopravvivi, rischi poi di essere processato per omicidio”.

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È quindi sbagliata l’imputazione di omicidio colposo?
“Non si può paragonare la caduta di una valanga, per quanto grave, a un incidente sul lavoro. Lo sci fuoripista è una libera attività fatta da soli o in gruppo, ma ognuno è responsabile per sé. Chi lo pratica è consapevole dei rischi che corre, e risponde delle sue azioni, esclusi ovviamente i minorenni. Se poi capita una sciagura e si finisce sotto una slavina, non si può dare la colpa agli altri sciatori del gruppo che sono sopravvissuti, o che non sono stati colpiti”.

Ma se altri sciatori provocano una valanga non vanno puniti?
“Certo, ma arrivare al penale è eccessivo. Siamo davvero sicuri che siano stati loro a causarla? È difficile stabilire con certezza come si stacca una slavina e chi ne è responsabile. Facendo così si perseguita solo chi fa il freeride. Cosa che, in altre occasioni, non succede”.

In che senso?
“Se uno sale sulla macchina di un amico, e poi capita un incidente stradale e muore, mica il sopravvissuto viene accusato di omicidio colposo. Perché nel fuoripista sì? Il principio è che in montagna ognuno è responsabile delle proprie azioni, e se qualcuno vorrà ancora rischiare di ammazzarsi giù da un pendio, continuerà a farlo. È un principio di libertà e responsabilità”.

Quindi che cosa vorreste dire a Guariniello?
“Che il freeride deve rimanere libero. Noi lo stimiamo, sappiamo che è un grande magistrato e applica la legge alla lettera, ma chiediamo solo di essere ascoltati, di poter parlare con lui ed esprimere le nostre ragioni. Più che i processi, servono la prevenzione e la formazione: non basta mettere un cartello di divieto per sei mesi all’anno, occorre insegnare le pratiche giuste dello sci e promuoverne la cultura, ma in Italia ormai non lo fa quasi più nessuno”.