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Il codice penale e le valanghe

Il codice penale e le valanghe
di Alessandro Simoni e Filippo Romoli

Premessa
Le recenti riflessioni su La colpa, il diritto e l’alpe (parte 1 e parte 2) di Massimo Ginesi mettono in evidenza le difficoltà di comunicazione tra la cultura delle istituzioni giudiziarie e quella della comunità dei praticanti gli sport di montagna, oltre che gli infiniti problemi interpretativi che si pongono quando un incidente alpinistico viene incasellato nelle categorie del diritto. Ma sarebbe possibile disegnare un nuovo quadro legislativo che contemperi gli interessi in gioco meglio di come finisce per fare l’attuale giurisprudenza? A prescindere dall’(improbabile) esistenza di attori politici disposti a mettersi in gioco in una materia così intricata e schiava delle semplificazioni mediatiche, porsi questa domanda può essere un buon punto di partenza per un esercizio di pensiero razionale, e per non considerare il diritto come qualcosa di “scritto nelle stelle”. Certamente, non si può pretendere che i principi generali dei codici civile e penale vengano mandati all’aria per accomodare le peculiari esigenze degli alpinisti, e un progetto di legge ad hoc richiederebbe un grande sforzo di lavoro comune tra giuristi e tecnici delle attività di montagna. Ma una maggiore consapevolezza dei limiti dei testi legislativi, oltre che dei giudici, non fa comunque male. In questo intervento, dedicato a un pezzo di legislazione che di una cosa specificamente “alpinistica” – la valanga – fa menzione, si può vedere come alcuni problemi derivino da norme nate con certe caratteristiche per vicende quasi casuali, e comunque interne a una riflessione completamente distaccata – non fosse altro per l’epoca in cui ebbe luogo – dalla realtà sulla quale i tribunali si trovano oggi a dover giudicare.

Estratto dal documento originale, cui si rimanda il lettore più interessato.
Nessuno è così ingenuo da pensare che l’alpinismo si possa oggi svolgere in uno spazio di libertà paragonabile a quello dell’Ottocento o della prima metà del Novecento. Il nuovo contesto tecnologico, il numero di praticanti, il valore generalmente attribuito alla vita umana e la differente percezione del rischio creano una misura di controllo sociale e una normativizzazione prima impensabili, e che non è probabile tendano ad arretrare. Vi sono certamente tra paese e paese, anche solo rimanendo nell’arco alpino, differenze culturali (e giuridiche) non marginali, ma la tendenza di lungo periodo è chiara. Salva la possibilità (praticata da chi scrive nella misura del possibile…) di frequentare la montagna in contesti geografici in cui alle istituzioni ancora importi poco di cosa facciano gli alpinisti, è forse più saggio limitarsi a pretendere che la normativizzazione e la regolamentazione diretta e indiretta non si sviluppino in forme palesemente assurde.

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È su questo sfondo che ci permetteremo di portare l’attenzione su un ambito in cui il dato legislativo italiano appare oggi completamente disallineato rispetto alla realtà, imponendo una sorta di spada di Damocle sulla pratica di alcune forme di alpinismo, con aspetti di irragionevolezza che forse non sono facilmente percepibili dal giurista non alpinista seduto al proprio tavolo da lavoro, ma che gli apparirebbero subito evidenti se, folgorato dal fascino della montagna invernale, cominciasse a frequentarla lontano dalla stazione sciistica in cui la settimana bianca lo chiama con la famiglia ogni anno.

I dati normativi da cui partiamo per questa breve riflessione sono contenuti nel codice penale del 1930 attualmente vigente, il c.d. «codice Rocco».

L’articolo 426, inserito nel Titolo VI, dedicato ai «Delitti contro l’incolumità pubblica», nel capo primo sui «Delitti di comune pericolo mediante violenza», recita: «Chiunque cagiona un’inondazione o una frana, ovvero la caduta di una valanga, è punito con la reclusione da cinque a dodici anni»

L’art. 426 interessa come base di un’ulteriore figura di reato, che chiameremo per brevità «valanga colposa». Questo è previsto dall’art. 449, nel capo sui «Delitti colposi di comune pericolo», dove si stabilisce al primo comma che «Chiunque cagiona per colpa un incendio, o un altro disastro preveduto dal capo primo di questo titolo [ossia l’inondazione, la frana e la valanga], è punito con la reclusione da uno a cinque anni». Da notare come tutto ciò sia a prescindere dal verificarsi di un anche minimo danno a persone o cose.

Prima di spiegare perché tale costruzione appare oggi irragionevole, è utile rilevare come la formulazione recepita dal legislatore del 1930 differisca significativamente da quella contenuta nel progetto preliminare del 1927.

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Rimangono poi significative differenze tra le tipologie di «disastri». Mentre tipicamente l’inondazione o la frana comportano una qualche modifica dell’ambiente naturale (a prescindere da danni a persone o oggetti) in cui si verificano e una tendenziale occasionalità, ciò non è assolutamente detto per le valanghe, la cui «caduta», dopo precipitazioni nevose di rilievo, è in moltissimi luoghi con determinate caratteristiche un fenomeno ricorrente (e annotato nella cartografia specializzata), anche se l’esatto momento del suo verificarsi non è precisamente prevedibile.

Chi sceglie di muoversi in questo terreno aggiunge a tutte le incognite della montagna estiva quella delle valanghe, che non sono qui più ammantate dall’aura dell’occasionale disastro che tutto travolge come l’inondazione, ma diventano uno dei rischi legati all’ambiente.

È certamente vero che le attuali conoscenze nivometeorologiche consentono di valutare la pericolosità del manto nevoso con un’accuratezza neanche immaginabile negli anni ’20 e ’30, grazie ai numerosi strumenti a disposizione dell’alpinista minimamente informatizzato (studi scientifici dedicati, previsioni su siti specializzati, bollettini valanghe continuamente aggiornati, etc.), ma è altrettanto vero che un rischio residuo permane e non sembra destinato a essere eliminato, anche se ulteriormente ridotto, in futuro.

Occorre quindi partire dalla socratica consapevolezza dell’ignoranza che permane davanti alla complessità di un fenomeno spesso difficile da prevedere anche per i professionisti più qualificati. L’unico modo per evitare completamente gli incidenti da valanga rimane tuttora quello di rinunciare del tutto alla pratica dello scialpinismo, o delle altre forme di alpinismo invernale.

Quello che sembra essere tuttora distante dalla cultura dei penalisti mainstream è la comprensione della concreta dinamica degli incidenti da valanga che coinvolgono chi oggi frequenta la montagna invernale non antropizzata, in cui i fattori oggettivi di rischio generati dalla neve e dalle sue trasformazioni si intersecano con le scelte di chi decide di partire per un’escursione scialpinistica o un’altra esperienza di montagna invernale. Scelte su cui intervengono così tante variabili da creare un’enorme zona grigia in cui le valutazioni ex post di prevedibilità ed evitabilità dell’evento hanno una base oggettiva estremamente debole, che si confonde con un elemento puramente culturale o «antropologico», ossia l’individuale percezione di quanto rischio sia accettabile per un alpinista.

Tutto questo, va ricordato, in un contesto sociale in cui l’applicazione di norme di ogni tipo agli incidenti sopravvenuti nell’ambito di attività alpinistiche si svolge in un impressionante frastuono mediatico, con la costante ricerca di «responsabili» e il rifiuto di far rientrare nell’ambito del socialmente accettabile attività implicitamente rischiose.

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Se sommiamo il contesto sociale e culturale molto differente da quello degli anni ’30 ai succitati elementi naturalistici che distinguono la «caduta di una valanga» dalle inondazioni e dalle frane, la combinazione dell’art. 426 e dell’art. 449, introdotta sulla base di un ragionamento corretto in punto di sistematica normativa, appare oggi avulsa dalla realtà.

Come spunto di riflessione, si può ricordare come una norma simile sia assente in tutti i paesi dell’arco alpino, che pure storicamente si sono sempre confrontati dapprima con le valanghe e successivamente con la diffusione dell’alpinismo.

Se per via interpretativa è, forse, possibile compensare possibili aberrazioni applicative di una norma dal testo pericolosamente generico, si tratta comunque di sforzi che non garantiscono contro derive poliziesche. Come sovente ricordato da guide alpine e altri operatori, nei momenti di maggiore pressione mediatica a seguito di incidenti da valanga, non sono rari i casi di operatori di polizia alla ricerca di «notizie di reato» su «valanghe colpose» che fortunatamente non hanno cagionato danni. Un rischio di legal overkill che ha tra l’altro un effetto pratico assai dannoso in termini di prevenzione, in quanto il rischio teorico di sanzione, o anche solo di sequele giudiziarie, fa sì che i praticanti evitino di riferire gli incidenti da valanga quando non sia stato necessario l’intervento di squadre di soccorso.

Forse la «libertà di sbagliare e di essere padroni del proprio destino» muovendosi nelle montagne, di cui il Primo Levi alpinista era nostalgico, è una declinazione dell’idea di libertà meno evidente, e certamente estranea alla cultura maggioritaria. Forse la «giuridificazione» dell’alpinismo è un processo inarrestabile. Ma i due articoli del codice penale in cui ottantacinque anni fa si volle «tirar dentro» la valanga, sembrano solo aggiungere alle minacce della neve le minacce di un (incerto) diritto.

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Werner Munter: cinico io? no, realista!

Werner Munter, svizzero di Arolla, è nivologo di caratura internazionale, guida alpina dal 1971 e inventore del famoso metodo 3×3 (vedi allegato, un pregevole lavoro del CAI e di Beppe Stauder: Munter-PRG02) e del Nivocheck, obbligatori nella formazione delle guide alpine svizzere e utili nel ridurre i casi di incidente da valanga attraverso una procedura di valutazione del rischio. La sua lezione è da anni ampiamente accettata e messa in pratica dalle scuole di scialpinismo e diffusa con tutti i mezzi. Al convegno di Trento Tutti matti per la neve (2 dicembre 2014) la sua relazione era molto attesa, e di certo non ha deluso.

Werner Munter
Werner Munter jpgIl numero di febbraio 2015 di Montagne360 ha ripreso il contenuto della relazione di Munter, facendo un lavoro lodevole. Purtroppo all’illuminato senso profondo di ciò che Munter comunica, nella stessa rivista seguono non uno, bensì due, articoli i cui titoli vanno in direzione opposta. Non mi stancherò mai di ripetere che l’iniziativa “Montagna Sicura” è valida e necessaria solo a patto che cambi il nome! La montagna non è MAI sicura, perciò al massimo possiamo dire  “Montagna più sicura”. E invece no, i titoli dei due articoli seguenti sono La montagna è “amica e sicura” anche d’inverno e Sicuri con la neve. E’ pur vero che leggendo gli articoli è più volte ricordato che la sicurezza al 100% non esiste, lo dice anche con molta chiarezza il presidente Umberto Martini. Ma cosa costerebbe modificare il logo? Nulla, e in più molti si chiederebbero perché è stato modificato, costretti quindi a riflettere sul significato.

Werner Munter: Il rischio non si elimina, ma si può gestire
a cura di Luca Calzolari (da Montagne360, febbraio 2015)
«In generale, quando parlo di un livello di rischio accettabile, di un giusto livello di rischio, molti prendono la mia affermazione per una provocazione. Ma attenzione: non esiste nessuna attività umana esente da rischi: persino il momento della nascita porta con sé un altissimo livello di rischio, e tutta la nostra vita è costantemente costellata di rischi. Di per sé, la vita stessa è pericolosa per la vita. Anche i lavori domestici sono molto pericolosi – e forse è proprio per questo che gli uomini cercano di evitarli…».

Ma qual è la differenza tra rischio e pericolo?
«Sono considerati spesso sinonimi» ha spiegato Munter nel corso della sua chiacchierata, «ma sono in realtà cose ben distinte. Quando ci esponiamo a un pericolo della natura, si corre un rischio, e gli alpinisti affrontano il rischio volontariamente. Con i nostri comportamenti, infatti, noi possiamo influenzare il livello di rischio. La mia personale formula di rischio è natura diviso uomo, o pericolo diviso comportamento, oppure potenziale di pericolo diviso per il prodotto di molti fattori di riduzione del rischio. Provo a spiegarmi: il potenziale di rischio varia in maniera esponenziale e raddoppia di grado di pericolo in grado di pericolo. Un pericolo debole, segnalato dai bollettini delle valanghe con il grado 1, ha un potenziale di rischio pari a 2; un pericolo moderato, di grado 2, ha un potenziale di rischio pari a 4; e un pericolo marcato, di grado 3, possiede un potenziale di rischio pari a 8. Ed ecco che così ho costruito la nostra bilancia del rischio. A questo punto faccio osservare che un pericolo marcato ha un doppio potenziale di rischio rispetto a un pericolo di grado moderato. I fattori di riduzione, però, sono in grado di dimezzare costantemente il rischio. Perciò, se su uno dei piatti della bilancia metto 3 gradi di pericolo, sull’altro devo controbilanciare con tre gradi di riduzione conseguenti al mio comportamento. La bilancia dev’essere sempre in equilibrio. La mia regola aurea dice che, tenendola in equilibrio con l’introduzione dei fattori di riduzione, possiamo affrontare lo stesso livello di rischio indipendentemente dal grado di pericolo. Il pericolo marcato, di grado 3, che ha un potenziale di rischio pari a 8, deve perciò essere controbilanciato da 3 fattori di riduzione; il grado 2, con potenziale 4, ha bisogno di 2 fattori di riduzione. Quello moderato, di grado 1, necessita invece di un solo grado di riduzione».

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Ma quali sono i fattori di riduzione che dobbiamo fare entrare nel gioco?
«Vanno studiati e ricordati a memoria: bastano 5 minuti per impararli. Si suddividono in tre classi diverse. La prima classe riguarda la rinuncia ai pendii più ripidi, e qui si ha riduzione del rischio solo se si opera una rinuncia. Se rimaniamo al di sotto dei 40° di inclinazione del pendio, godremo di un fattore di riduzione pari a 2. Se rimaniamo al di sotto dei 35°, il fattore di riduzione sarà pari a 4. Teniamo conto che, oltre i 30°, sono necessarie le inversioni e non è più possibile salire direttamente con le pelli di foca lungo la massima pendenza, e purtroppo questa è la pendenza giusta per il distacco delle valanghe a lastroni. I fattori di riduzione di seconda classe riguardano la rinuncia a determinate esposizioni dei pendii, e non valgono in caso di neve bagnata. Occorre rinunciare ai pendii esposti in tutta la fascia che va da nord ovest a nord, fino a nord-est, e in questo caso il fattore di riduzione è pari a 2. La rinuncia a pendii privi di tracce è ugualmente pari a 2. Nell’emisfero sud ovviamente l’esposizione da evitare va invertita. La terza classe di riduzione riguarda invece le dimensioni del gruppo e le distanze di sicurezza da adottare. Per gruppi minuscoli, di 2-4 persone, il fattore di riduzione può essere considerato pari a 2, e lo stesso può valere per gruppi più ampi, purché venga mantenuta la distanza di sicurezza. Ecco, questa è la paginetta da studiare e memoria. Una precisazione importante, che è bene ripetere: con pericolo marcato, di grado 3, vanno assolutamente evitati i pendii sopra i 40°. Per chi non è in grado di tenere a mente ciò che abbiamo appena detto, ho sviluppato un metodo semplificato che ho chiamato del sottobicchiere, perché la tabella sta comodamente sul sottobicchiere della birra e, una volta sul posto, il check richiede un minuto per prendere una decisione. I criteri? Sono gli stessi già visti ma, anziché parlare di fattori di riduzione, qui parliamo di bonus.

Se sto sotto i 40° di inclinazione (40° nel punto più ripido, beninteso, non dove esattamente ci si trova), ottengo un bonus; sotto i 35° guadagno 2 bonus. Se mi tengo lontano dai pendii esposti a settentrione (da nord-ovest a nord-est), ho un altro bonus (che non vale però in presenza di neve bagnata). Un altro bonus lo ottengo se affronto un pendio con tracce visibili, e un altro ancora se in salita tengo una distanza di almeno 10 metri dal compagno (e di più ancora durante la discesa). Con pericolo marcato di grado 3, devo almeno poter contare tre bonus, tra i quali è obbligatorio che compaia uno dei fattori di riduzione di prima classe (es., stare sotto i 40°). I punti non sono cumulabili. Con grado di pericolo 2, dovrò totalizzare almeno due bonus, raccolti in tutte le tre categorie: e questo vuoi dire che, se mi tengo sotto i 35° potrò avere buone possibilità anche sui versanti nord. Aggiungo ancora che, con pericolo molto forte, di grado 4, non siamo più in grado di valutare correttamente il rischio ed è giocoforza la rinuncia totale.

Di fronte a me c’è una fotografia con uno sciatore che scende su un pendio ripido, intorno ai 40°, non ci sono tracce sul pendio, la neve è asciutta, l’esposizione è a nord-est. Proviamo ad analizzare la situazione. Rispetto all’inclinazione del pendio, non abbiamo bonus. Non ci sono tracce, e quindi neanche in questo caso abbiamo bonus: rimane solo la possibilità di mantenere le distanze. In questo caso, il rischio qui diventa accettabile solo con grado di pericolo 1 dei bollettini della neve. Siamo di fronte a una delle combinazioni possibili più estreme. Ma sappiamo anche che, per fare determinate scialpinistiche, dobbiamo aspettare le condizioni ideali. I giovani oggi non sanno più aspettare: tutto e subito, adesso. Di recente in tivù ho sentito una madre che asseriva di non aver mai detto no al proprio figlio. Penso che quel ragazzo si sia trovato di fronte a una preparazione alla vita di basso livello. Ho pensato anche a un altro strumento, che tenesse conto delle combinazioni più pericolose. E alle tre combinazioni che sto per enunciare, bisognerebbe rinunciare in ogni caso, anche se si è degli esperti o dei locali. Le elenco: con pericolo di grado 2, si deve rinunciare ai pendii sopra i 40° nel settore nord e non tracciati; con pericolo di grado 3, bisogna evitare i pendii sopra i 40° su tutte le esposizioni; mentre con pericolo di grado 4, la rinuncia deve riguardare tutti i pendii sopra i 30°. Nei casi citati, siamo chiaramente in una zona rossa, di rischio, in cui la bilancia pende tutta da una parte. Ovviamente ognuno è libero di fare ciò che vuole, ma con gli strumenti elencati si sa che ci si trova in una zona a rischio.

Molti dicono che il mio metodo concede troppa libertà; una piccola parte ritiene invece che sia troppo selettivo: ma questo mi rallegra, perché vuol dire che ho trovato un buon equilibrio. Tenendo la bilancia in equilibrio, possiamo permetterci di fare 100.000 scialpinistiche e incappare una volta sola in un incidente mortale. Il numero, definito come case fatality rate, di 1 su 100.000 rappresenta la norma di sicurezza degli ingegneri tedeschi: dunque siamo di fronte a un rischio socialmente accettabile. Mi dicono che sono cinico: no, sono semplicemente realista. Il rischio zero non esiste.

Negli anni Ottanta avevamo una media di 16,7 morti per valanga ogni 170.000 utenti (1 morto ogni 10.000 utenti). Con l’introduzione del metodo di riduzione del rischio, abbiamo avuto 9,4 morti su 20.000 scialpinisti (1 ogni 200.000 utenti), e il case fatality rate si è dimezzato. Se ogni anno il nostro scialpinista tipo effettua cinque uscite, e se gli utenti sono 200.000, significa che abbiamo 1.000.000 di giornate di rischio e che la percentuale di 1 morto su 100.000 è socialmente accettabile».

Oggi il rischio è sottovalutato o, al contrario, sopravvalutato?
«Se si ritiene accettabile il rapporto 1:100.000, in Svizzera direi che il rischio è valutato in maniera corretta. Essendo 240.000 gli scialpinisti svizzeri che praticano regolarmente l’attività, dobbiamo aspettarci circa 12 morti per valanga ogni anno. E io accetto questa cifra, perché sono cinico. Non conosco con precisione i dati degli incidenti in Italia. Quello di cui ha bisogno lo scialpinista sono regole semplici; regole che ho proposto già vent’anni fa. Ricordo ancora una volta la mia regola aurea: grado di pericolo 3, tre fattori di riduzione del rischio; grado di pericolo 2, due fattori di riduzione del rischio; grado di pericolo 1, un fattore di riduzione. Basta saper contare fino a tre. Chi non è capace di contare fino a tre, di sicuro ha una scarsa capacità di sopravvivenza in montagna d’inverno. Ma sapete che vi dico? Che per anni abbiamo scavato buchi nella neve, analizzando e studiando gli strati che si erano depositati sul suolo, e poi a un certo momento mi è venuto in mente che il segreto della sicurezza non stava nella neve, ma nella testa delle persone. Dovevo scavare nella mia testa».

IL METODO DI RIDUZIONE DI WERNER MUNTER
Sia pure riprendendo alcuni concetti della sua ottima regola del 3X3, che impone la valutazione di tutti i fattori determinanti il rischio, l’autore si limita a considerarne solo alcuni dando poi ad essi un valore e, con una semplice formuletta, calcola il rischio residuo. Le variabili prese in considerazione sono il Rischio potenziale (Rp), ottenuto dando pesi ai gradi di pericolo indicati nei bollettini nivometeo o valanghe, nonché i Fattori di riduzione (Fr); questi ultimi riguardano 3 categorie:
1) inclinazione del pendio sul posto o nel punto dove è più ripido,
2) esposizione del pendio,
3) il gruppo e il comportamento; anche a questi fattori vengono assegnati dei pesi.
Il rapporto tra il Rischio potenziale e i Fattori di riduzione ci dà il Rischio residuo (Rr) che, se risulta inferiore o uguale a 1, può essere accettato. I valori da assegnare al Rischio potenziale ed ai Fattori di riduzione sono riportati nella tabella di Fig.1

Fig. 1
Munter-rischiotab1GDivengono inevitabili alcune considerazioni critiche.
Per quanto riguarda il Rischio potenziale bisogna dire che l’esame dei fattori determinanti l’evoluzione e il conseguente grado di consolidamento del manto nevoso viene demandato ai Bollettini valanghe escludendo con ciò ogni valutazione zonale e locale. Bisogna poi tenere conto che anche i migliori previsori valanghe possono commettere errori, in particolare quando per la previsione del pericolo di valanghe entrano in campo le previsioni meteorologiche.
Anche senza tenere conto dei possibili “errori” di previsione nei bollettini valanghe, bisogna correttamente considerare le caratteristiche strutturali dei contenuti dei bollettini stessi che sono sostanzialmente finalizzati a riportare, in un determinato periodo e in un determinato territorio (ovviamente molto più grande dell’area interessata da un tracciato scialpinistico) i concetti della Scala unificata del pericolo di valanghe come, per altro, si accennava all’inizio.

Da quanto sopra si desume che:
1) la diffusione (e, quindi, la probabilità di incontrare siti pericolosi) descritta nei bollettini non indica, con la necessaria precisione, i reali punti pericolosi da attraversare durante uno specifico itinerario (anche in situazioni di pericolo marcato sono possibili itinerari non pericolosi; di contro, in condizioni di pericolo moderato non si possono escludere realtà molto pericolose, sia pure molto localizzate);
2) l’utente deve quindi in ogni caso stabilire, di volta in volta, le reali condizioni di pericolo di fronte a cui si trova per pesare correttamente il Rischio potenziale; per fare ciò però deve per forza procedere ad un attento esame di tutti i fattori (magari applicando proprio la regola del 3X3!) e, a questo punto, la formula di riduzione diviene inutile.
Per quanto riguarda i Fattori di riduzione bisogna dire che ci troviamo di fronte ad alcune eccessive semplificazioni e schematizzazioni che portano a conclusioni spesso fuorvianti.

Si consideri l’inclinazione dei pendii:
1) anche disponendo di carte di dettaglio non è possibile stabilire se ci troviamo entro i 34° o siamo già ai 35°; si può stabilire solo con adatti strumenti di precisione e solo sul posto, ma allora potrebbe essere già tardi;
2) un pendio con inclinazione di 37°- 40°, caratterizzato da crosta da fusione e rigelo portante, è decisamente meno pericoloso di un pendio di 27°- 30° con lastrone soffice debolmente consolidato;
3) bisognerebbe anche considerare il tipo di percorso introducendo un fattore di riduzione per la sua posizione (dorsali e creste piuttosto che canaloni) e per la percentuale di siti potenzialmente pericolosi (canaloni, tratti esposti, pendii aperti sotto creste, ecc.) che in questi casi potrebbero anche aumentare il pericolo (per esempio: 0,2 – 0,5, nei casi di maggior probabilità di pericolo).

Si consideri l’esposizione dei pendii:
1) sia pure tenendo conto delle statistiche che indicano che il 60% degli incidenti avvengono sui versanti nord non si deve dimenticare che il 40% (e non è poco!) avvengono su versanti con le altre esposizioni e, quindi, non si deve mai escludere una corretta valutazione locale che non può dare luogo, a priori, ad un peso inferiore per esempio per i versanti sud; per esempio: con neve trasportabile, venti da nord e basse temperature, si possono avere situazioni di forte pericolo, anche prolungato nel tempo, anche a sud;
2) bisogna rilevare che molti tracciati hanno più esposizioni; in questo caso di quale esposizione si tiene conto?
Di quella in cui si valuta ci sia più pericolo (ma in questo caso si torna al problema del riconoscimento del pericolo stesso: dove si trova e di che tipo è?), oppure di quella predominante per lunghezza o dislivello (con il rischio di escludere proprio l’esposizione più pericolosa)?

Si consideri il fattore umano (gruppo e comportamento):
1) come si riconosce un pendio regolarmente percorso (in particolare dopo una nevicata)? Per la sua fama (ma questo non ci dice se sia stato frequentato di recente!)? Perché presenta tracce (quante? recenti?)?
2) la capacità di mantenere la distanza di sicurezza (ivi compresa quella che consente il contatto visivo e/o acustico) non può entrare nel computo della gestione del fattore umano: deve essere sempre presente, pertanto diviene inutile, oltre che contraddittorio, introdurre la distinzione tra “piccolo gruppo” e “piccolo gruppo che mantiene le distanze di sicurezza”; ancor più contraddittoria è la categoria del grande gruppo con distanze di sicurezza: se può esistere un piccolo gruppo senza distanze di sicurezza tanto più potrà esserci un grande gruppo senza comportamento di sicurezza;
3) sarebbe invece accettabile la sola distinzione tra grande e piccolo gruppo: anche in presenza di una buona capacità di mantenere la distanza di sicurezza è più difficile gestire un grande gruppo che un piccolo gruppo: maggiori probabilità di errori di comportamento e minori possibilità di controllo e recupero rapido degli stessi;
4) dovrebbero di contro essere considerate le condizioni fisiche, le capacità tecniche e le basi conoscitive dell’ambiente montano, elementi che invece non sono usati nella valutazione del gruppo e del comportamento.

Nato in Svizzera nel 1941, Werner Munter è Guida e istruttore dal 1971, vive attualmente nel Vallese vicino a Sion, nel cuore delle Alpi. Ha fatto parte della Commissione per la sicurezza dell’UIAA (che raggruppa le più importanti associazioni alpinistiche), e da tempo è collaboratore e consulente dell’Istituto Federale svizzero per lo studio della neve e delle valanghe (SLF di Davos), conosciuto ormai in tutto il mondo per le sue numerose conferenze e per i corsi di formazione sulla prevenzione del pericolo valanghe negli sport invernali. Autore pure di una guida delle Alpi Bernesi, sono particolarmente famose le edizioni dei suoi manuali sul rischio valanghe (Il rischio valanghe. Nuova guida pratica, 1992, e 3×3 Avalanches. La gestion du risque dans les sports d’hiver, 2003, pubblicati dal Club Alpino Svizzero).

Werner Munter

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