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Lo sviluppo dell’arrampicata nella valle del Sarca

Lo sviluppo dell’arrampicata nella valle del Sarca tra modernità e tradizione

Il 7 maggio 2016, nella sede della SAT di Arco, erano presenti tanti alpinisti, per fare alcuni nomi Giuseppe Ballico, Fabio Calzà , Gianpaolo Calzà, Marco Furlani, Gino Malfer, Silvia Mazzani, Stefano Michelazzi, Alberto Rampini (presidente del CAAI), Angelo Seneci, Giuliano Stenghel e tanti altri.

Il presidente della SAT di Arco, l’accademico Fabrizio Miori, introduce la serata. Parte dalle motivazioni per arrivare ai valori di cui si dovrebbe parlare tutti assieme. Un sito estremamente seguito, www.arrampicata-arco.com, è stato chiuso dal proprietario Heinz Grill per il timore che l’attuale stato delle vie, coperte qua e là di terra forse più del solito in questo periodo, non permetta una serena frequentazione delle stesse: il sito cioè si chiude per non indirizzare gli arrampicatori verso itinerari attualmente in “disordine”.

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Questo provvedimento è motivato e accompagnato dallo stato d’animo di Grill e dei suoi amici, ben esposto in http://www.alessandrogogna.com/2016/04/20/la-momentanea-vulnerabilita-di-heinz-grill/ e le cui cause non stiamo ora a riassumere. Stato d’animo che forse richiedeva solidarietà da parte della comunità degli arrampicatori, cosa che si è verificata in misura davvero notevole.

E allora, che fare adesso per testimoniare a Grill ulteriore stima e amicizia? La risposta è fare una storia dei valori messi in campo, da quel lontano 8 ottobre 1972 in cui Ugo e Mauro Ischia, Giuliano Emanuelli e Fabio Calzà aprirono il primo itinerario della valle, la via Umberta Bertamini al Colodri. Ecco allora 44 anni di storie, in cui si riconoscono la libertà di espressione, la responsabilità, il rispetto per tradizioni, luoghi e cultura. Fino ad arrivare a parlare di amicizia e soprattutto di gratuità.

Certo non è possibile ripercorrere in una sera tutta questa storia, ci saranno solo accenni. Ma di certo occorrerà invece riassumere tutta la vicenda nell’attuale vita concreta di Arco e della valle del Sarca, rilevando le eventuali criticità e tratteggiandone possibili soluzioni.

Prima di invitare Heinz Grill a parlare, Miori fa riferimento a una delle critiche allo stile di apertura di Grill, quella che riguarda il tagliare alberi: e subito dopo racconta del vecchio Bepi del Colodri che tanti anni fa, senza arrampicare, si calava sulle pareti per fare legna.

Heinz Grill, visibilmente commosso di tanta attenzione, racconta di come è nata l’idea di aprire itinerari nuovi in valle. Dopo aver ripetuto la maggior parte degli itinerari esistenti, anche i più difficili, Grill giunge alla conclusione che la valle ha bisogno di itinerari meno alpinistici, percorsi che si rifacciano più a criteri di estetica e di eleganza che non a modelli di difficoltà estrema. Un applauso scoppia in sala quando Grill afferma che “la valle aveva bisogno di vie facili”. E anche scoppia una grande risata quando Grill dà la colpa all’amico Ivo Rabanser, quello che lo ha spinto a iniziare il lungo cammino delle vie nuove in valle (e altrove). Ricorda l’episodio di quando hanno aperto con Florian Kluckner la via Aphrodite a San Paolo. Dopo aver tagliato qualche pianta lungo la via, giungono in cima e scoprono che l’altro versante era stato completamente disboscato! Poi Grill prosegue, liquidando come “non molto profondi” questi argomenti. Spiega come sia arrivato a realizzare che un minimo di potatura e soprattutto la pulizia della roccia nella zona dove si arrampica possano davvero “creare” la via, assieme alla “forma” che le viene data in sede di scelta sul dove passare, favorendo la continuità del movimento e scoraggiando i picchi di difficoltà. Soprattutto “scoprendo” la forma che la roccia ha di suo. Anche la chiodatura, che non si può certo definire “sportiva” segue una logica, quella della forma. Chi ha fatto un buon numero di vie di Grill & Co. sa bene cosa sia la caratteristica di tutti i suoi itinerari: continuità di movimento, ottenuta cercando il facile nel difficile e il difficile nel facile, con soluzioni tanto ardite quanto esteticamente perfette, come fossero nate in quello stato di dormi-veglia in cui il sogno si sposa con la realtà. La forma della roccia e della via come allenamento al riconoscimento delle forme nella vita sociale. Le vie, una volta create, non rimangono tali se non si ha attenzione per esse, ecco il perché della situazione lamentata. Grill riferisce di aver ripetuto la via di un noto scalatore che però mette troppa attenzione allo sminuire le vie degli altri: e in quell’occasione si è trovato malissimo, senza serenità, finendo per seppellire sotto un sasso la guida di cui quello scalatore era autore!

Dopo queste confidenze, Grill conclude con la notizia che tutti speravano, la prossima riapertura del sito.

Miori lo ringrazia per il grande dono di questi tredici anni di aperture, poi fa notare quanto sforzo debba fare quest’uomo per esprimersi in italiano, la nostra lingua, esplicando concetti che, tra l’altro, non sono certo banali ma vogliono filtrare la sua intera esperienza.

Sede della SAT di Arco, 7 maggio 2016
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Ivo Rabanser racconta di quando, vista la sua scarsa resa scolastica, la mamma lo scaraventò in convento. “Scusate, volevo dire collegio…”, tra la risata generale. Alla libreria dell’Athesia passava ore e ore a leggere le guide di arrampicata. Lo avevano colpito le innumerevoli volte che veniva citato “H. Grill” quale autore di prime solitarie impressionanti e mai più pensava un giorno che sarebbe diventato suo amico. Ma ricorda bene d’essere stato subito incuriosito da questo H. Grill che faceva le solitarie di vie come la Canna d’Organo, l’Ideale, Schwalbenschwanz e Don Chixote, solo per rimanere alla Marmolada e senza citare quelle nel Karwendel, nel Wetterstein o Kaisergebirge. Rabanser racconta di come l’imprinting di Grill fosse quello dell’alpinista abituato soprattutto ad andare da solo, quindi pochi chiodi e assicurazioni scarse. E di aver contribuito a modificarlo nelle salite fatte assieme, a volte ricorrendo al trucco di portarsi qualche chiodo di nascosto!

Un giorno Heinz arriva a casa sua, in val Gardena. Parlandogli assieme scopre quanto fosse aperto alle opinioni altrui, al contrario di tanti alpinisti che pensano di essere il Verbo.

Quando poi passano all’azione, scopre la bellezza del lavoro in equipe. I fortissimi Franz Heiss e Florian Kluckner (presenti in sala), assieme ad altri scalatori e scalatrici (come Barbara Holzer, Sandra Schieder e Sigrid Koenigseder) fanno gruppo per la creazione dell’opera, che non è un’unica via, ma è l’insieme delle vie aperte (più di un centinaio solo nella valle del Sarca). Ivo è poi colpito dalla capacità di condivisione a opera finita, nella convinzione che i ripetitori faranno più bella ancora la via. Dice di non essere all’altezza della preparazione spirituale e filosofica di Heinz, ma lo meraviglia di continua quella sua capacità di essere focalizzato sull’obiettivo al massimo grado: per portare la via a compimento Grill diventa un martello!

A questo punto occorre osservare che di tutto questo non c’è nulla di scontato. Forse siamo stati noi a dare per scontato, così quando improvvisamente il sito chiude allora d’improvviso ci rendiamo conto di cosa ci sta mancando. Come non è scontato l’esercizio di amicizia nell’ambito del gruppo, quando una persona si veglia all’una di notte ad Arco, va da sola ad Agordo, aiuta quelli che vanno allo Spiz di Lagunàz a fare i 1000 metri di dislivello con il materiale, poi scende, sale in vetta alla Quarta Pala di San Lucano, sta in cima fino a che non li vede uscire in vetta e poi gli va incontro per aiutarli nella discesa! E’ vero che il progetto in questo modo non può che impreziosirsi. In ultimo, Ivo cita ancora la gratuità e fa un esempio. Alle soste delle sue vie Heinz pone, invece delle normali piastrine, degli anelli fatti dal fabbro che costano 4 euro l’uno. Una piastrina costerebbe 1,5 euro. Potrebbe sembrare un capriccio, il suo, ma alla fine il suo sistema è più efficace ed elegante. Rabanser conclude invitando Heinz a non farsi scoraggiare dai pochi che lo hanno criticato.

Tocca a me ora parlare. Inizio con la considerazione che riflettere sulla libertà è poco pacifico, perché costa fatica. Questa società non è affatto libera e si avvia a esserlo sempre meno. Ma la colpa è soprattutto nostra, non di fantomatici burattinai che ci vogliono togliere libertà facendoci diventare sempre più “consumatori”. Noi ce la mettiamo tutta a perdere libertà nel momento in cui vogliamo sempre maggiore sicurezza, una condizione utopistica che, al massimo della realizzazione, di sicuro nega anche la più piccola libertà. Riflettendo, a me sembra che ci togliamo libertà quando non diamo fiducia. La fiducia è un sentimento importante: la chiediamo molto più spesso di quanto la concediamo. Che c’entra la fiducia con la libertà? Semplice: fiducia vuole dire scegliere, ed è la scelta che ci rende uomini liberi e responsabili. Senza scelta c’è l’asservimento alle pulsioni incontrollate e alle ideologie. dare fiducia è faticoso e in più dev’essere spontaneo, altrimenti non vale. Inutile dunque scagliarsi contro chi non ha capito ciò che Grill ha davvero fatto in questa valle. Non otterremmo nulla. Lui stesso non lo ha fatto e ha reagito con maturità. Avrebbe potuto avere una reazione più violenta, ad esempio avrebbe potuto schiodare tutti i primi tiri delle sue vie, ma sarebbe stato un gesto intollerabile. Grill ci dice che siamo noi a fare belle o brutte le vie, dunque se le vie sono sporche la responsabilità è dell’ambiente umano che c’è attorno. La chiusura del sito è stata salutare per questa presa di coscienza. Personalmente interpreto questa realtà come la visione che ciascuno ha di un oggetto (ma anche di una creazione, cioè oggetto+forma) come può essere una via. Possiamo trovarci nella condizione psicologica di vedere brutto ciò che prima vedevamo bello.

Quindi dobbiamo dare più fiducia perché lo stato delle cose cambi e perché ci sentiamo più liberi. Più fiducia a chi ha creato e ha dato gratuità. A chi, in definitiva, ha anche cercato di unire due mondi culturalmente così diversi come quello tedesco e quello italiano. E lo ha fatto in questa valle che, guarda caso, è al confine sia geografico che storico: un laboratorio di cultura nuova e di unione, tra la cultura dell’ulivo e quella del grande Nord.

Dunque, se ci fossero meno indifferenti e più fiduciosi vivremmo tutti meglio, liberi: e faremmo vivere meglio chi ha fatto tanto per noi.

Ma non confondiamo la fiducia con la gratitudine. Siamo grati quando qualcuno ci ha regalato qualcosa, dunque è facile essere grati. Solo con la fiducia si fa un passo avanti, si libera quello spirito che poi vola attraverso i vicoli di questa città… Questa città che dovrebbe mettere in programma di dare la cittadinanza onoraria ad Heinz Grill.

Ivo Rabanser, Heinz Grill e Stefan Comploi, primi salitori del Pilastro Massarotto allo Spiz di Lagunàz
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Miori riprende la parola per introdurre un altro argomento di grande importanza: il libero accesso alle pareti. Parte dalla citazione della cosiddetta Parete proibita (dove peraltro gli arrampicatori continuano ad andare) per arrivare alle “pareti perdute” come di certo sono le falesie di Nuovi Orizzonti e della Rupe secca, oggi entrambi del tutto vietate e in effetti non frequentate. L’informazione è data al pubblico soprattutto per sollecitare una discussione e impostare il futuro quanto necessario dialogo con l’Amministrazione e i proprietari dei terreni. Infatti sono presenti in sala gli assessori Stefano Miori (alla Cultura) e Marialuisa Tavernini (Turismo e Sport). La domanda retorica infatti è: “possiamo noi, sistema Arco, permetterci di avere “pareti perdute”?”.

La parola poi passa a Diego Mabboni, proprietario dei negozi di articoli sportivi Redpoint. Anch’egli riconosce i grandi meriti di chi ha attrezzato le vie della valle del Sarca (“bonificando” e creando con grande intuizione), quindi in primo luogo di Grill e della sua squadra. Si fa portavoce di qualche critica, citando l’esempio delle “strisce bianche” sulla roccia, frutto di una pignola pulizia nel raggio di almeno 1,5 metri a destra e altrettanto a sinistra della linea di arrampicata. Queste strisce sono in effetti abbastanza ben visibili da lontano, anche se il tempo che passa ne attenua ogni giorno il contrasto con il resto della falesia. Mabboni cita poi che in nessun caso è stato mai usato materiale, di recente introduzione sul mercato, che si mimetizza facilmente con la roccia.

Incontri da Ruggero (la Lanterna, sotto la parete San Paolo): Ivo Rabanser, Giuliano Stenghel e Marco Furlani
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Lucia e Laura Furlani sulla via Linda alla Parete di San Paolo
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Viene in seguito aperto il dibattito: qui, per brevità, ci limitiamo a citare alcuni interventi, sottolineando però che la totalità delle opinioni espresse rimarcava, talvolta in termini davvero entusiastici, la qualità dell’operato di Grill e amici. Una voce discordante è quella di una signora, di chiare origini tedesche, che si lamenta della scarsa propensione degli arrampicatori a usare i servizi igienici (ove questi sono), costringendo i proprietari come lei a provvedere a una periodica pulizia degli oliveti. Sigrid Koenigseder si dà disponibile a collaborare per organizzare, magari annualmente, altri convegni come questo in cui dibattere temi importanti come appunto la libertà e la sicurezza. E’ dell’opinione che la magia di un luogo e di un ambiente si vivifichi soprattutto con lo scambio di idee. Marco Furlani sottolinea la sensibilità con la quale Heinz si è comportato. Prima di aprire vie ha ripetuto le vie esistenti, anche le più difficili, cercando di interpretare lo spirito con cui erano state aperte. Solo in seguito ha cominciato ad aprire. Continua Furlani: “E poi un giorno Grill mi ha fatto una domanda: Tu, che qui in valle hai aperto dei capolavori, ci dai il permesso di ripeterli e fare una risistemazione della chiodatura e della pulizia, un re-styling che riporti questi itinerari a quelle dignità di forma oggi altamente apprezzate? Ovviamente gli ho risposto che aveva carta bianca! Ma c’era il problema che le mie vie sono tutte abbastanza lunghe, e hanno richiesto mesi di lavoro! Chi altro se non Grill si è sobbarcato colossali impegni come questo?”. Subito dopo Furlani confuta quanto detto da Mabboni, sostenendo che non sono le strisce bianche o il luccichio di qualche spit a deteriorare un ambiente. Sono piuttosto le “pagode” al Laghel, o il complesso di “Olivoland” a deturparlo. E conclude raccontando che, proprio quel giorno, lui ha portato sua figlia Lucia e la moglie Laura sulla via Linda. In cima, Lucia ha disegnato un cuore sul libretto di via, con su scritto “Ti voglio bene, Heinz!”.

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Davide Battioni, di Parma, lancia l’idea di una collaborazione con il gruppo di Heinz: si può partire dalla sostituzione di un cordino obsoleto ma si può arrivare anche a giornate organizzate in cui, coordinati da Grill, tanti arrampicatori possono contribuire concretamente alla manutenzione delle vie (che tra l’altro Battioni definisce “monumenti”). Questa proposta è accolta con entusiasmo dal pubblico e da Miori. Stefano Michelazzi, dopo aver condiviso la positività dell’idea di Battioni, sottolinea che, come guida alpina, deve ringraziare Grill per le vie che ha aperto, che permettono alla sua categoria di esercitare anche in periodi in cui arrampicare in Dolomiti sarebbe inopportuno o impossibile. Anche albergatori e negozianti, come del resto aveva già detto Mabboni, sono beneficiari di questo grande movimento arrampicatorio. Michelazzi è perciò solidale con la mia proposta di chiedere che venga concessa a Grill la cittadinanza onoraria.

Sergio Calzà, past president della SAT sezione di Arco e autore dellaprima splendida guida di arrampicata della valle Vie di roccia e grotte dell’Alto Garda, lancia la proposta di premiare tutti coloro che hanno valorizzato la valle con l’apertura delle vie e magari anche il comitato del Rock Master.

Miori, dopo aver illustrato la figura di Sergio Calzà (informando che fu proprio lui, ai primi degli anni ’80, a ideare e costruire con qualche amico la via ferrata dei Colodri), riprende il discorso della proposta di cittadinanza onoraria, sostenendo che, al di là dei lunghi tempi di discussione in sede comunale, la proposta potrebbe, secondo il costume, diventare addirittura merce di scambio tra consiglieri… cosa che certamente non gioverebbe a Grill e alle idee ben più nobili che lo hanno fin qui sostenuto. Personalmente non si oppone di certo, ma invita tutti a non aspettarsi un facile risultato.

Infine, tocca a Grill chiudere e lo fa con queste parole: “Cari amici, cari arrampicatori, sono molto commosso della vostra simpatia e stima per il nostro lavoro nella valle del Sarca. Non mi ero accorto di quale importanza avesse il nostro sito per voi tutti. La mia vita è stata sempre un’altalena tra la condanna e la stima. Questa serata e tutte le voci, soprattutto quelle di Alessandro Gogna e Ivo Rabanser ma anche dei numerosi altri, mi hanno aiutato molto per ritrovare il valore del nostro lavoro. Durante la serata è nata l’idea della collaborazione: l’attenzione da parte dei partecipanti e ripetitori alle vie d’arrampicata è una vera forza. Questa energia non avrà effetto solo su di noi ma sarà presente anche nelle vie, le quali sono diventate al momento vittime di troppa terra e crescita“.

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Daino, amore mio…

Il 14 marzo 2015 si è tenuta a Pergolese una bellissima festa, in onore di Arrigo Pisoni e Gianni Bassetti che il 10 giugno del lontano 1959, assieme all’amico Francesco Checco Petrolli, oggi scomparso, salirono la grande parete est del Monte Casale per una via diretta alla cima.

Alle commosse parole di Arrigo Pisoni, titolare dell’omonima e ben rinomata cantina vinicola nei cui locali si è tenuta la festa, è seguita la lettura dello scritto qui sotto riportato. Purtroppo non era presente Gianni Bassetti, trattenuto a letto da una forte influenza. Erano però presenti vecchie e nuove glorie dell’alpinismo trentino, nomi come Sergio Martini, Mauro Fronza, Giuliano Stenghel, Marco Furlani, Stefano Michelazzi: tutti a festeggiare un episodio che per tanti anni è rimasto sconosciuto. Della Via della Parrocchia infatti nulla si seppe negli ambiti ufficiali per decadi. In quest’occasione si è parlato di alpinismo popolare, una definizione assai corretta. I protagonisti di questa storia erano tutti nati ai piedi della montagna e quasi completamente all’oscuro della storia alpinistica che già la riguardava: la salita di Marcello Friederichsen e Luigi Miori era dell’1 e 2 ottobre 1933. I due avevano affrontato la parete nel settore destro, forse snobbando una salita diretta alla cima per ricercare invece una parete più elegante e verticale (ma di certo non terminante in vetta); nel 1934 (o 1935) lo stesso Bruno Detassis, con un giovane Marino Stenico e Rizieri Costazza avevano ripetuto con notevoli varianti dirette l’itinerario Friederichsen-Miori. Poi tutto si era fermato, fino a che appunto tre giovani locali non erano stati presi dalla passione più genuina, quella di scalare ciò ai cui piedi erano nati. Senza termini di paragone, al di fuori della storia.

Ed è proprio per questa loro non appartenenza alla comunità alpinistica di allora che oggi vengono festeggiati, con il rispetto che si deve a chi ha vissuto una grande avventura fuori del circuito competitivo.

La via della Parrocchia fu poi ripresa, probabilmente senza nulla saperne, dall’alpinista Giorgio Bombardelli, che privatamente o quasi agli inizi degli anni ’90 vi sovrappose un itinerario ferrato, tra molte polemiche proprio sulla proliferazione di questo genere di percorsi. La via ferrata fu intitolata al rivoluzionario cubano Ernesto Che Guevara (che pare comunque abbia avuto anche lui dei trascorsi alpinistici). Nel 1993 l’associazione ambientalista Mountain Wilderness, con un blitz rimosse 200 metri di cavi, ma la reazione di sdegno per questo gesto fu quasi unanime, perfino fra gli stessi soci dell’associazione. Il tratto fu poi ripristinato, ed oggi è normalmente percorribile.

L’itinerario supera il versante est della grandissima parete del Monte Casale nel suo margine meridionale. Il tracciato, a esclusione della prima parte con alcuni salti verticali, si snoda tra le placche levigate, i canali e le cenge percorse dalla via della Parrocchia. Questa via attrezzata, tecnicamente non molto impegnativa, richiede buoni doti alpinistiche, preparazione fisica e atletica. L’itinerario supera un dislivello totale di 1380 m, arrivando a quota 1630 m della cima del Monte Casale.

Francesco Checco Petrolli in alta quota con l’equipaggiamento del tempo
Pisoni-Checco in alta quota


Daino, amore mio…
di Arrigo Pisoni

Grande, maestoso, imponente, è il gigante buono che spunta davanti a casa mia a guardia della Valle dei Laghi, ora promossa “Valle della luce” dal nostro nuovo concittadino Marco Furlani, enfant prodige, Accademico e Guida Alpina del CAI.

È un blocco di roccia, un’unica paretona, alta 1,5 e larga 2,5 Km. Da Pietramurata a Sarche.

“Daino” lo chiamiamo noi locali che, secondo Aldo Gorfer, in lingua celtica significa “grande roccia”; geograficamente è il “Monte Casale”.

Francesco Checco Petrolli e Gianni Bassetti sul Galletto vanno in montagna
Pisoni-Gianni e Checco con il Galletto

Il gigante allarga le sue potenti braccia, fatte da una catena di altre montagne, rocce, spuntoni, pareti e falese. Quella di destra verso sud: la Bena, le Pareti Zebrate, il monte Brento e giù fino alla Cima d’Oro sopra Riva. Il braccio di sinistra verso nord: Dain Piccol, Monte Gazza, Paganella, per perdersi per i monti della Valle di Non.

Il suo elegante abito è un’enorme tavolozza di colori: uno sfondo cenerino azzurro decorato da strani disegni e dai colori più variegati.

Qualche macchia verde e nera testimoniano la presenza di una stentata vegetazione di erbe ed arbusti abbarbicati a quelle rocce. Delle strisce verticali biancastre sono i segni del passaggio di sassi e ghiaia trascinati a valle, formando, nei secoli, alla base del Dain enormi conoidi di ghiaia, che noi chiamiamo “Salagoni”, ora attaccate dagli escavatori per la preziosa ghiaia.

Placche lisce, nicchie, crepacci, canaloni, formano un favoloso gioco di luci e ombre che per i nostri vecchi contadini erano preziose meridiane, orologi che segnavano l’ora esatta delle loro fatiche.

Da bambino (ma anche oggi) mi incantavo a fantasticare su quelle figure surreali disegnate da Madrenatura, vedendo in esse fantastici personaggi.

Francesco Checco Petrolli e Gianni Bassetti nelle Pale di San Martino
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In alto due enormi gambe divaricate di un gigante il cui corpo si perde sulle rocce sovrastanti. La colossale pipa, costituita da un’enorme placca gialla, liscia come il vetro, cuore del Daino, è lo sbarramento naturale della via diretta per la cima. Parete credo ancora inviolata (NdR: la percorre la via della Follia, 31 maggio 1983, Giuliano Stenghel, Franco Nicolini, Guido Gerola e Fabio Sertori).

Sulla destra l’enorme 9. La chiara figura di Icaro e suo padre che volano verso il sole. Nitidissime le aquile romane. Altri mostruosi animali riempivano la mia fervida fantasia. Uno spettacolo unico al mondo.

Un enorme dipinto picassiano di migliaia di ettari, colori cangianti di tonalità secondo il sole, se dell’aurora o del tramonto, se la roccia è bagnata o asciutta o decorata qua e là da candida neve.

Come uno spettacolo del genere non può accendere la fantasia e l’ammirazione di chi ci è nato e cresciuto ai piedi?

Così un giorno un gruppo di amici, appassionati di montagna, decisero che erano maturi i tempi per tentare la coraggiosa avventura. Bisognava salire sul Daino per la via più breve.

La via della Parrocchia sulla Est del Monte Casale
Pisoni-casale centro tracciato 2Una nuova carica di passione alpinistica aleggiava in valle, maturata con l’arrivo di un mitico personaggio: il giovane curato di Pietramurata Don Guido Ruele, dinamico ed esperto alpinista. Ben presto la sua passione ha contagiato anche noi. Erano i tempi del K2, dell’Ardito Desio, dei Walter Bonarii, dei Mauri, dei Compagnoni, ecc… qualcuno collega di naia dei nostri Gianni Bassetti e Francesco Checco Petrolli.

Il Gianni era il più motivato per l’avventura e il più esperto. Da tutti tacitamente riconosciuto leader, nostro “capo”. Noi gli avevamo appioppato l’appellativo “don Esperienza”. Era da mesi, forse da anni che ne studiava il percorso. Lui selezionò i componenti della spedizione dal nutrito gruppetto di appassionati.

Escluse subito il cognato Luciano Bagatoli, da poco sposato con prole.

Escluse il Gino Pisoni, chiamato affettuosamente il “Capitano” per la sua forte personalità, in realtà solo sergente della scuola sottufficiali di Aosta, responsabile delle salmerie (gli sconci) di quella caserma, affidate a lui anziché al tenente veterinario dagli alti ufficiali che avevano ravvisato in lui maggiore esperienza e competenza (aveva frequentato la scuola agraria di San Michele e quindi studiato zootecnia). Il suo servizio militare fu segnato dalla tremenda tragedia del Passo Gavia con la caduta in un burrone di un camion di suoi alpini e relativi muli. Tutti morti. Vicesindaco poco più che ventenne ricoprì importanti incarichi nel mondo agricolo, prima provinciali poi nazionali. Anche questo escluso perché alla vigilia delle nozze.

Anche Gino Pedrotti, forte alpinista, allievo prediletto di Don Guido, “principe ereditario” di un’importante famiglia, non era prudente coinvolgerlo in avventure pericolose.

Il sottoscritto non aveva particolari doti, ma nemmeno contro indicazioni. Statura medio-bassa, ma buona resistenza e tenacia. Ero chiamato lo “speziale” per la mia passione per le erbe, i fiori alpini, piante medicinali e le erbe foraggere, studiate alla scuola agraria di San Michele, di cui talvolta ne citavo il nome latino. Ero l’unico dotato di discreta macchina fotografica fornitami dall’immancabile grande esperto e maestro anche in questo campo, Don Guido Ruele. Anche dal punto di vista “coniugale” risultavo libero. Del romantico ricciolino nero di una fanciulla dell’Alto Adige nascosta nella mia macchina fotografica nessuno sapeva nulla. Fui quindi assunto senza difficoltà.

10 giugno 1959: Gianni Bassetti, Checco Petrolli e Arrigo Pisoni sono appena giunti in vetta al Monte Casale
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Il terzo uomo non poteva che essere il Francesco Petrolli (Checco). Coscritto e amico fraterno del Gianni, compagno di naia e di alpinismo. Una roccia ambulante, uno zaino tipo spedizione in Russia sempre munito di fornello, scatolame e birre, cassetta pronto soccorso, cordini, moschettoni, ecc… che lui si portava come una piuma su e giù per i monti. Anche lui discepolo prediletto di Don Guido, che se lo portava appresso, con la sua potente motocicletta inglese, una Jes750, ammirazione e invidia di tutti noi a quei tempi.

Nelle scorribande sulle montagne dell’Arco Alpino, un giorno in una loro trasferta in Val d’Aosta, furono sorpresi da una pioggia torrenziale. Ai due non passò minimamente per la mente l’ipotesi di fermarsi. Si sistemarono sulla potente moto con giacche a vento e teli impermeabili e via … il Checco abbarbicato dietro sull’enorme sellone sistemò inconsciamente il telo impermeabile in modo che l’acqua scrosciante era convogliata da opportuna piega direttamente nella tasca posteriore dei pantaloni di Don Guido .

Riempiti gli scarponi il livello dell’acqua salì fino all’ombelico e fu allora che Don Guido si accorse e bloccato il motorone, scese urlando: “Tambur de en tambur, varda come te m’hai concià”\

Comunque la spedizione sul Cervino o sul Monte Bianco finì felicemente e il Checco continuò ad essere il suo accompagnatore preferito, anche perché lo zio Arturo Borlanda, santo uomo, titolare di una ben avviata impresa di costruzioni dove il Checco lavorava da apprendista muratore, concedeva volentieri al nipote, peraltro molto bravo e sveglio sul lavoro, il permesso di andare con Don Guido di cui il Berlanda aveva, come tutti a Pietramurata, grande venerazione.

Giunse finalmente quella prima domenica del giugno ’59. Zaini colmi di tutto il necessario, una bella cordona di canapa, tre elmetti da minatore per i sassi volanti su quelle rocce, chiodi, moschettoni, martelli, ognuno la propria lampada tascabile, i faretti frontalini allora ancora non li conoscevamo. Indumenti adeguati al cambiamento repentino del tempo, il pericolo più temuto. Panini e bevande in quantità. Tutto accuratamente verificato dal nostro “Desio”.

Alle tre del mattino si comincia a salire per il Salagone di ghiaia che porta al canalone centrale levigato e pulito dalle scariche dei temporali. Si procede lentamente nella notte.

Mi ricordo come il Checco, ad un certo punto, sbottò, come seccato: “Ensoma, quando l’è not l’è ströf.

Arrigo Pisoni e Gianni Bassetti nelle Pale di San Martino
Pisoni-Pisoni e Bassetti-PaleSanMartinoIl cammino procedeva bene. Gli scarponi dalle suole “vibram” attaccavano come ventose su quella roccia pulita. Per noi che abbiamo conosciuto gli scarponi chiodati era una manna.

Finalmente giunse l’alba e fu l’inizio di grandi emozioni. Le case sotto di noi si svegliavano lentamente. Il nostro sguardo si allargava a compasso. Sempre più case, Pietramurata, Pergolese, Sarche, il lago di Cavedine, di Toblino con il suo castello, poi il lago di Garda. Man mano che ci si alzava l’orizzonte si allargava. Una novità assoluta, per noi un’emozione unica mai provata.

L’andare in montagna comporta il susseguirsi di stupendi panorami, ma in questo caso lo stesso panorama continuava ad allargarsi a 360°. Il nostro sguardo attirato sempre dalle nostre case natie.

Fu a questo punto che godemmo lo spettacolo sottostante. Con lo squillo a stormo delle campane, lo strombazzare dei clacson, vedemmo la lunga processione che accoglieva il nostro mentore Don Guido Ruele che da Curato era promosso Parroco. La Curazia diventava Parrocchia. “La chiameremo Via della Parrocchia questa nostra spedizione”, sentenziò il nostro capo.

Non ho mai saputo se quel titolo era già nella mente e nel cuore del Gianni o frutto di un’improvvisa intuizione. Ho saputo però presto di quanto sia restato deluso dell’indifferenza del nuovo parroco alla notizia che il Gianni gli ha portato tanto trionfalmente. Il Gianni forse non sapeva come ai “grandi” generalmente interessa poco le imprese dei “mediocri”.

Continuammo la nostra salita per il comodo e pulito canalone di scarico fino alla grande macchia gialla formata dall’enorme pipa. Qui abbiamo avuto la prima grande difficoltà. La grande placca gialla si era parata davanti a noi con la sua parete strapiombante e liscia come uno specchio. L’ing. Luigi Miori di Padergnone, che sapevamo aver scalato il Daino prima della guerra, ritenevamo fosse uscito a destra dove si intravedevano una serie di roccette, corti camini, ma non si vedeva dove si poteva sboccare. Girammo a sinistra, come del resto era previsto dal capo cordata. Delle roccette con qualche magro arbusto e qualche ciuffo d’erba abbarbicato sulla roccia e arrivammo al grande canalone di scarico di sinistra. Solo su questo tratto usammo, poche volte, per prudenza, la corda di canapa.

Poi fu tutto una interessante sorpresa per la varietà dei passaggi e facilità della via.

Pisoni-Documento originale G. Bassetti

Con nostro grande stupore il canalone finiva in un ripidissimo prato. Salendo, salendo, arrivammo ai grandi prati delle “Quadre” e alla cima del Dain. Ci aspettava la croce di legno, danneggiata dai fulmini, già portata colà da noi stessi con molti altri amici qualche anno prima, sempre trascinati dall’entusiasmo dell’immancabile Don Guido. Immaginabile l’emozione e la gioia con cui abbiamo depositato ai suoi piedi zaini, elmetti, cordame e ferraglie per l’immancabile foto ricordo. II bacillo dell’alpinismo e dell’amore di montagna di Don Guido ci ha completamente conquistati.

Da quella prima sistemazione della croce è nato il tradizionale incontro della prima domenica di giugno, chiamato “Festa del Dain”, che continua tutt’ora, affollata da gente proveniente da ogni dove.

Nel 1965 si è proceduto alla costruzione di una prima piccola casetta di legno, poi di un rifugio vero e proprio, costruito a totale carico di volontari del sabato e della domenica, inaugurato nel 1972, nel centesimo anno di fondazione dello Stato Italiano. Il rifugio è stato poi donato alla SAT centrale.

E’ stato chiamato “Rifugio Don Zio” per ricordare un altro grande personaggio originario da queste parti, professore catechista al liceo classico Prati di Trento, che tanto amava la montagna e i suoi ragazzi che ve li portava spesso. Furono loro che gratificarono con questo affettuoso appellativo il loro Maestro. Si può dire che fu il primo a scoprire questa montagna e di averla scarpinata in lungo e in largo.

Un tratto della via ferrata Che Guevara
Pisoni-3605065558_c850c87d7d“Pochi conoscono la bellezza di questo luogo” soleva dire “Tutti credono che la cima, “la più bella del Trentino”, sia la Paganella (come dice la nota canzone) e non sanno quanto invece sia più bello il Daino”.

Il nome “Rifugio Don Zio” è stato suggerito da Luciano Bagatoli, allora presidente della Sezione Sat Toblino e già studente allievo di Don Zio.

Credo che anche Don Guido, come il nostro amico Checco, meriterebbero un ricordo di riconoscenza da noi alpinisti cirenei della domenica per aver fatto sbocciare nel nostro cuore “l’amore di montagna”.

Arrigo Pisoni
Pergolese, 14 marzo 2015

  Il tracciato della via ferrata Che Guevara al Monte Casale (Daino grande)Pisoni-che_routeaficu

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Alba Chiara, un po’ come la canzone di Vasco Rossi

  La prima ascensione di Alba chiara al Monte Casale
di Marco Furlani

L’avventura è dentro di noi. Per gli alpinisti il posto dove cercarla è la montagna, e aprire una via nuova su di una grande parete è il massimo dell’avventura.

Con la memoria bisogna tornare molto indietro nel tempo, eppure tutto è così chiaro e nitido, scolpito nella memoria. Allora la sete d’avventura era la benzina per i nostri giovani ma potentissimi motori.
Alla fine degli anni ‘70 inizio ‘80 il nostro terreno di gioco era l’allora quasi inesplorata “Valle della luce”. Ero appena ritornato dalla valle dello Yosemite in California carico come una molla e volevo mettere a frutto la bella esperienza americana.

Marco Furlani su Alba chiara (primo tentativo con Stefano Fruet), Monte Casale

Furlani-AlbaChiara-M. Furlani sul primo tentativo su Alba chiaraA quei tempi avevo conosciuto Mauro Degasperi, di Ravina, soprannominato Alcide: assieme a Roberto Bassi e Riccardo Mazzalai si erano distinti come i giovani più promettenti dell’arrampicamento trentino di quel periodo.

Mauro era bel ragazzo colto, alto, magro dal fare gentile e molto paziente, mi entrò subito in simpatia. Alcide era fortissimo in arrampicata libera e formava coppia con Riccardo Mazzalai, soprannominato Tequila, un’autentica forza della natura, alto più o meno come me ma fisicamente più robusto, due braccia forti come querce, una fluidità e scioltezza impressionante. Un po’ avventato forse ma in gamba, in gamba sul serio. Lavorava la terra con suo padre, contadini per vocazione. Avevano una cantina molto ben fornita, dove il più delle volte ci trovavamo a discutere e quando i bicchieri superavano un certo numero e gli animi si scaldavano nascevano feroci discussioni.

Eravamo tipi semplici e come me i due ravinoti vivevano l’alpinismo e l’arrampicata serenamente e liberamente, senza tanti preconcetti etici: si faceva com’ eravamo capaci e meglio che si poteva, con i pochi mezzi che avevamo, ed in breve tempo insieme ripetemmo la maggior parte dei grandi sesti gradi delle Dolomiti.

Noi tre assieme al leggendario Valentino Chini, alpinista più maturo di noi, avevamo già aperto la via del Boomerang sull’immensa placconata del Monte Brento, un viaggio avventuroso e incredibile lungo una parete strana e singolare per quel tempo.

Come si sa, raggiunto un obiettivo quando si è giovani la testa corre verso altri traguardi… Avevo individuato la possibilità di una grande via sulla ciclopica parete del secondo pilastro del Casale, alta 650 metri: era un oceano di placche grigie nella prima parte con in alto un grande diedro chiuso da grandi strapiombi, una vera “big wall”.

Con un altro giovane fenomeno della scalata, Stefano Fruet, avevo già assaggiato alcuni tiri e superato il tetto con gli strapiombi iniziali. La via verso l’oceano di placche era aperta, poi Stefano abbandonò l’idea e smise quasi di arrampicare. Allora ricompattai il quartetto del Boomerang e partimmo armati di tutto punto.

I chiodi ce li facevamo noi, Riccardo poi ne aveva costruiti di tutti i tipi; c’erano quelli grandi con l’anello appositamente fatti per le soste, quelli più piccoli da progressione, qualche lama sottile forgiata appositamente per le fessurine del compatto e inchiodabile calcare del Sarca. Completava il corredo il fedele punteruolo con alcuni chiodi a pressione.

Tutto era pronto: viveri, acqua, e materiale da bivacco quando prestissimo, quella mattina di fine maggio del 1981, arrancavamo carichi sui ghiaioni basali della concava parete del Casale. Ci legammo in due cordate, io con Riccardo, a ruota Alcide e Vale si trascinavano dietro il grande saccone con tutto il necessario per la permanenza in parete: il nostro stile era attaccare e non mollare più l’osso fino in cima.

Il leggendario Valentino Chini su Alba chiara, Monte Casale
Furlani-AlbaChiara-Il leggendario Valentino Chini su Alba ChiaraL’arrampicata lungo la grigia parete si presentò subito ardua e impegnativa, il tempo era magnifico, terso e ventilato e dopo diversi passaggi per allora e ancora adesso molto impegnativi arrivammo alla rampa erbosa che conduce alla cengia alla base del grande diedro.

Dietro Alcide e Vale seguivano molto bene sobbarcandosi il duro lavoro del recupero materiale. Alla cengia mangiammo qualcosa e mentre io e Riccardo attrezzavamo qualche tiro nel diedro loro preparavano il bivacco.

Ricordo una serata bellissima e di come mi emozionò il tramonto verso il Bondone. Dopo aver mangiato si discuteva un po’ di tutto e immancabilmente cademmo sulla politica. Valentino e io avevamo una visione diametralmente opposta; io così rigidamente di sinistra, lui così cocciutamente di centro: i toni si alterarono e Alcide e Tequila ci guardavano esterrefatti…

Riccardo Tequila Mazzalai e Mauro Alcide Degasperi su Alba chiara
Furlani-AlbaChiara-R. Mazzalai e M. Degasperi durante l'apertura di Alba chiara

Una volta placatesi le discussioni, la notte passò tranquilla e alla mattina nella penombra assistemmo al sorgere dell’alba. Ricordo la luce del sole che lentamente scendeva dall’alto incendiando con un color rosso oro tutto il pilastro fino a giungere a noi che pigramente iniziavamo a prepararci. Guardammo gli strapiombi superiori davvero paurosi ma, una volta messe le mani sulla roccia, tutto passò e iniziammo a carburare.

Arrivammo bene sotto l’orlo dei tetti finali, poi Riccardo si armò di tutto punto e partì salendo un po’ in libera e un po’ in artificiale battendo con vigore sui chiodi. Quando toccò a noi scoprimmo un vuoto incredibile, con il vento del Garda che ci accarezzava facendo sbattere le staffe: stavamo bene, eravamo appagati, ci sentivamo liberi. In vetta ci abbracciammo perché avevamo vinto.

La nostra via si sarebbe chiamata Alba Chiara, un po’ come la canzone di Vasco Rossi che era appena uscita, un po’ come l’alba della nostra vita.

Marco Furlani su Alba chiara, Monte Casale, Valle del Sarca
Furlani-AlbaChiara-M.Furlani su Alba chiara

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Luce del primo mattino

Luce del primo mattino
di Marco Furlani

Prima ascensione di Luce del Primo Mattino, Dain Picol, terminata il 29 maggio 1991 e dedicata a Tita Weiss.

Marco Furlani sulla prima lunghezza
LucePM-Furly 1 tiro
Marco Furlani sulla lunghezza di corda sotto al grande tetto
LucePM-Furly tiro sotto tettoQuella notte avevo bivaccato benissimo, la sera prima mi ero scavato una piazzola niente male sulla testa del pilastrino dove avevamo deciso di bivaccare, e mentre contemplavo la valle che era ancora nel buio ed incerta avanzava la luce dell’alba, osservavo estasiato in alto, oltre i grandi strapiombi e il formidabile tetto: il sole incominciò a illuminare la roccia tingendola di colori incredibili, uno spettacolo mozzafiato.

– Andrea, Andrea… ho trovato il nome della via… che ne dici di Luce del Primo Mattino?

Al contrario Andrea Andreotti, il mio compagno, usciva dal torpore di una notte passata male, dopo la prima dura giornata trascorsa in parete; era stanco e la sera precedente aveva optato per bivaccare in amaca. Non aveva dormito nulla, però a sentire il nome si destò e disse: – Bello, molto bello… la nostra via si chiamerà Luce del Primo Mattino!

Intanto la giornata radiosa di sole inondava tutta la sottostante valle e fu una ridda di sfumature e colori fantastici come solo la valle del Sarca può garantire a chi la guarda dall’alto.

Andrea era un bell’uomo, alto, colto e con un volto particolare sempre abbronzato e incorniciato da una barba ben curata che lasciava spiccare la luminosità degli occhi: grande alpinista, uomo che volava alto, al di sopra di tutto, soprattutto delle sterili polemiche e chiacchiere che circondano la più insulsa delle attività umane cioè l’alpinismo, persona acuta, sapeva sdrammatizzare anche nella più critica delle situazioni, ma soprattutto era uno che sapeva quello che faceva e faceva quello che diceva.

Con modo gentile di fare, non si alterava mai e le uniche cose che gli interessavano erano famiglia, lavoro, e aprire belle vie: intendeva l’alpinismo come una forma d’arte suprema, quasi esoterica.

Nel trionfo della luce dunque ci destammo e facemmo una magra colazione, poi preparammo il saccone e ripartimmo. Il programma di quel giorno era superare la zona delle pance rosse. Io superai il diedro bianco, poi le placche color ruggine sotto le aggettanti pance rosse e lì riprese lui il comando. Io mi sistemai sul seggiolino di legno e assicurai attento il compagno che saliva lentamente lo strapiombo in un vuoto assoluto.

Nelle lunghe ore di attesa ero rapito dalla visione sul sottostante lago di Toblino con le sue acque appena increspate dalla leggera brezza dell’òra: era la fine di maggio 1991, il verde intenso creava un delicato contrasto con la fioritura bianco rosa dei meli che era al massimo splendore.

Mentre Andrea avanzava con pazienza, tenacia e meticolosità piantando quei piccoli chiodini a espansione che a salirci sopra ti vengono i brividi, mi chiedevo quale fosse il segreto di questo magnifico atleta. Stava appeso per ore e ore a martellare senza battere ciglio, aveva una resistenza che trascendeva l’umanamente possibile, non esisteva né caldo né freddo e aveva per la montagna una passione esaltante.

Marco Furlani in sosta sotto al grande tetto
LucePM-Furly sooto tettoA un certo punto un rumore di ferraglia secco e un violento strappo alle corde mi risvegliarono dalla contemplazione, uno di quei famigerati chiodini era uscito ed Andrea era volato con i suoi 90 kg per qualche metro nel vuoto…

Tutto bene, riparte con la calma che lo distingue, supera il tiro, attrezza la sosta su di un appoggio dove stavano appena i piedi, in un vuoto da mal di stomaco. Dopo sette ore posso ripartire.

 

 

 

 

 

 

Sul grande tetto
LucePM-luce17Fra equilibrismi e contorsioni ci scambiamo e riprendo il comando, superando la grigio- rossa placca superiore con una roccia a gocce incredibilmente bella, fantastica, e con un’arrampicata libera stupenda raggiungo la cengia sotto il grande tetto. Lasciando riposare Andrea mi do da fare a spianare per il bivacco, poi pianto qualche chiodo nel tetto, ma presto diventa buoi e ci prepariamo alla seconda notte in parete.

Andrea Andreotti in uscita dal tetto
LucePM-luce12Non ci manca niente, il saccone da traino era pesante da recuperare ma adesso abbiamo tutto quello che ci serve per una bella cena, pane, speck, persino torrone e acqua in abbondanza. Il tempo è sempre bellissimo, parliamo, facciamo progetti, siamo contenti per la via che è veramente bella, e poi di donne e della fatica che queste fanno a sopportare noi scalatori che siamo così presi dalla nostra passione che a volte egoisticamente ci dimentichiamo di loro… poi arriva il sonno ristoratore.

Un’altra alba, la terza sempre bella, sempre mozzafiato e le riflessioni sulla fortuna di abitare nel nostro ridente Trentino con tutte le sue bellezze. Andrea vuole finire di chiodare il tetto: – Così lo chiamerò Tetto delle Aquile.

Io lo guardo e rispondo: – Ma che aquile… non vedi che sembri un passerotto impaurito?

Lui mi guarda e risponde: – Hai ragione, lo chiameremo Tetto dei Passerotti… va bene?

Annuisco ma il mio sguardo è preso dall’enorme soffitto.

LucePM-luce01_2

Il tetto è veramente un tetto e richiede parecchie ore per chiodarlo. Finalmente verso mezzogiorno riesce a superarlo, io rapidamente sui chiodi lo seguo e riparto con due tiri di arrampicata sempre difficile ma su roccia ottima e raggiungiamo il bosco sommitale.

Conoscevo già Andrea per la sua eccezionale attività ma non avevamo mai scalato assieme prima che lui mi invitasse ad aprire questa via. Ci siamo veramente trovati bene insieme, siamo due elementi che si compensano bene: le forze dell’uno equilibrano le lacune dell’altro, come deve essere in una cordata vera.

Quella sera sulla cima del Dain Picol scesi con due certezze: una, che prima o poi sarei venuto ad abitare nella valle del Sarca, l’altra, che avevo trovato il compagno giusto per scalare i grandi tetti del Monte Brento. Ma questa è un’altra storia.

Un maledetto male ce lo ha portato via lasciandoci attoniti increduli, proprio LUI così buono, generoso e solare. Come sempre rimaniamo senza parole, non riusciamo a mandarla giù.

Ciao Andrea… ci rivediamo!