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Estate 1962 – 2

Estate 1962 – 2
(dal mio diario, ottobre 1962)

Il 5 agosto 1962 mi risolvo a fare 10 km di marcia sulla statale della Valle di Fassa, dal km 49 al km 39, poco prima di Predazzo. Tempo impiegato: 73’ 56”. Il tutto sotto lo sguardo ironico dei passeggeri delle auto. A ogni sorriso malcelato rispondo dentro di me con imprecazioni, e cerco di andare ancora più veloce. Ritorno a piedi, a parte un passaggio da Forno a Moena.

7 agosto 1962. Parto da casa e salgo a malga Palua, poi alla provinciale del Passo di Costalunga fino a un sentiero poco percorso per il rifugio Roda di Vaèl. Molto ripido, poco curato. Mi ricongiungo al 549 e arrivo al rifugio. Percorro per 600 metri il 543 per il Passo delle Cigolade, poi lo lascio per andare a nord-ovest su un pendio di ghiaia minuta e per imboccare un aspro vallone, pieno di massi, che fa superare la bastionata della Busa di Vaèl. In breve sono al Passo del Vajolon, dove tira vento forte. Attacco subito, dopo aver incontrato la solita famigliola tedesca, la larga cresta settentrionale della Roda di Vaèl. Dopo 250 metri di dislivello, sono in cima, a 2806 m. Ora piove, io mi copro e mangio. Riscendo per lo stesso itinerario al Passo del Vajolon. Ha smesso di piovere, così salgo sul Testone del Vajolon, un rilievo secondario tra la Roda di Vaèl a sud e la Sforcella a nord. In cima c’è un isolato spuntone, che salgo con qualche difficoltà. Riscendo al Passo del Vajolon, il vento è ancora più forte. Decido di scendere a sud-ovest per il canale detritico, raggiungo il sentiero che mi porta al rifugio Coronelle. Da qui al passo omonimo e seguente discesa al rifugio Gardeccia. Qui cerco un masso, del quale mi ha parlato Paolo Baldi, sul quale insegnano ad arrampicare quelli del corso di roccia. Il mio scopo è quello di salire un diedro sul quale Paolo è salito assicurato con la corda dall’alto. Lo trovo, salgo penosamente fino a metà, poi per paura torno indietro. Sceso a terra, mi siedo esausto. Ritento. Per mezzo di una maniglia che non avevo visto salgo ancora più su di prima. Potrei farcela, ma qualcosa mi dice di non essere imprudente. Riscendo.

Salendo alla Roda di Vaèl per la cresta nord (oggi c’è una via ferrata). Sullo sfondo, Testone del Vajolon, Sforcella e Catinaccio
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16 agosto 1962. Ormai non posso più fare molte gite, perché c’è mio padre. Non quelle almeno che piacciono a me: devono essere facili, adatte anche alla mamma. da qualche giorno non sono a posto d’intestino, così nella salita in corriera al Passo Pordoi  vomito in un sacchetto di plastica, cercando di non disturbare.

Arrivato al passo, mi rimetto in forma con un bel bicchierino di fernet e chiedo il permesso di salire sul Sass Beccé. Mio padre guarda la montagna e mi lascia andare di malavoglia. Dalla cima saluto con le mani i miei, che fanno altrettanto (anche se la mamma in realtà non mi vede, essendo un po’ miope). Dopo aver mangiato, andiamo al Col dei Rossi, dal quale ci affacciamo sulla valle di Penia, con la Marmolada in tutto il suo splendore. Da lì ho programmato di scendere alla selletta (che purtroppo non ha nome, quindi non è valida per la mia collezione di passi) che divide il Col dei Rossi dal Col de’ Tena. Credevo fosse facile, invece è ripido e cosparso di sassi e rododendri, una bella sofferenza per la mamma. Raggiunta la selletta, individuiamo il sentiero che scende. Scatto verso la vetta del Col de’ Tena, ritorno dai miei e cominciamo a scendere. senza incidenti, raggiungiamo una capanna segnata sulla cartina, ma poi perdiamo la strada. La pioggia, manco a dirlo, incombe su di noi che scendiamo dei ripidi costoni boschivi, tra sterpi, brughiere e aghi di pino, andando un po’ alla cieca. Fossimo soli io e mio padre sarebbe nulla, ma la mamma scivola continuamente. La pendenza diminuisce. Per poco seguiamo una strada che sembra fatta dai boscaioli. poi questa s’interrompe e noi ci troviamo in un gruppo di tronchi tagliati da poco. Seguiamo la massima pendenza, ma dopo un po’ ci troviamo la strada sbarrata da salti rocciosi. Dobbiamo così tornare indietro, un disastro per la mamma, ora ridotta a uno straccio. Finalmente riesco a passare un ruscello, in un terreno davvero accidentato. Oltre c’è un sentierino, davvero esile, che però non si perde. Ora pioviggina, ma finalmente ci ritroviamo fuori dal bosco, sui prati sopra Penia. Raggiungiamo un bar ad Alba, dove ci rintaniamo per sfuggire alla pioggia. Raggiunta poi Canazei a piedi, con la corriera andiamo a casa, dove incontriamo la nonna (che non era venuta con noi, per fortuna).

Il Sass Beccé (con la cima in ombra) e la Marmolada
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Già dall’anno scorso conosciamo i sigg. Grassi, marito e moglie. Lui siciliano, lei triestina, abitanti a Roma. Il 20 agosto partiamo per una gita con il sig. Alfio Grassi, ma senza sua moglie che non può fare alcun genere di sforzo. Con lui siamo dunque in quattro. Dal Passo di San Pellegrino occorre salire per 200 metri per raggiungere una selletta tra le Pale Gargo e il Col Margherita. La comitiva procede lemme lemme, con molti riposi (durante i quali io mi sbizzarrisco su qualunque masso sia a portata). Arrivo alla selletta per primo e ne approfitto per salire in vetta alle Pale Gargo 2206 m. Dalla selletta lo scenario è magnifico, in fondo a una conca erbosa è il Lago Cavia. Per poter raggiungere il Passo Valles occorre oltrepassare il lago e salire alla Forcella di Pradazzo (o degli Zingari). Questa forcella è più o meno alla nostra attuale altezza, e per raggiungerla ci sono due modi. Scelgo ovviamente quello che mi permette di fare un monte in più. Con la scusa che così non perdono dislivello li consiglio la traversata per un sentierino che mena abbastanza in piano alla Forcella di Pradazzo, mentre io scendo vero il lago ma poi salgo il Col Torond 2119 m, un monticiattolo d’infima importanza. Sceso da lì, traverso la diga e cerco disperatamente di arrivare primo alla Forcella di Pradazzo, senza riuscirci perché arriviamo assieme. Dalla forcella io salgo anche il Monte Pradazzo 2276 m, altro rilievo di scarsissima entità. Mi sto stufando, ma non ne posso fare a meno…

Il lago artificiale di Cavia. Nello sfondo si vedono la catena della Cima dell’Uomo e il Sasso di Valfredda, spunta anche la Marmolada
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Tornato in compagnia, mi metto in testa. Intanto inizia a piovere (cosa strana, eh?), così affrettiamo il passo e dopo breve siamo al Passo Valles. Dopo un bel pasto con brodo e strudel e dopo il caffè, guardiamo l’orario delle corriere. Sorpresa! Le corse sono abolite. Ci prepariamo a farcela a piedi: sono 11 km fino a Paneveggio. Tra un rovescio e l’altro riusciamo a non bagnarci troppo. Nell’attesa della corriera, un tale ci asfissia con improbabili racconti e fanfaronate sui funghi che ha trovato.

I giorni seguenti li passo con Paolo Baldi a fare progetti. Il 22 agosto mi trovo alla pensione Rosalpina alla ricerca di amici per eventuali gite. Sono fortunato, perché mi metto a parlare con Paolo Cutolo, di Roma, amico di Pio Baldi, il cugino di Paolo. Entrambi hanno familiarità con la roccia e con le tecniche. Alle quattro di pomeriggio andiamo a un masso sopra al paese di Soraga. Io sono già pronto quando gli altri invece sono ancora lì a cincischiare. Alla fine siamo in sette. Abbiamo una bella corda da 40 metri. Il roccione non è del tutto staccato dal fianco del monte: c’è da fare un camino fino a un pilastro, poi una traversata in parete per raggiungere una placca fessurata. pio va su per la via più facile e butta giù la corda. Comincio io. Peccato che non so legarmi, così Paolo mi fa il nodo. C’è anche un’altra via fattibile, ma a me sembra impossibile. Mi dicono di fare quella. Non ho la minima idea di cosa deve fare un secondo di cordata, così inizio a tirarmi su sulla corda come si fa sulla fune di una palestra, mentre Pio urla: “Cosa succede? Chi è quello scemo che tira?”.

Mi fanno capire che ho perso l’occasione, devo dare il capo della corda a Paolo, il quale sale per l’altra via e bene. Ributtano giù la corda e questa volta si lega Paolo Cutolo. Anche lui riesce nell’intento. Io intanto sono salito per il camino fino al pilastro. Mi lego e comincio a traversare, avendo ormai capito il meccanismo dell’assicurazione. Ci sono due maniglie laterali e, dopo un po’ d’esitazione, con l’aiuto di Paolo Baldi che mi dice dove mettere i piedi, riesco a passare sulla placca e poi sulla fessura. Poi guardo gli altri cercare di salire per dove io avevo provato in modo così poco ortodosso. Ho la soddisfazione di vedere che nessuno ci riesce. Sento parlare di Dülfer, di Comici, di manovre con corda e moschettoni, ma ci capisco poco. Sono già le 19, dobbiamo andarcene, e io sono di umore nero. Ne ho ancora di cose da imparare! Non so nulla di nulla di tecnica, e quanto a pratica ho solo volontà, non capacità. Non ho ancora visto un chiodo se non già infisso nella roccia e ho visto un solo e miserevole moschettone che non so neppure di preciso a cosa serva. Non so fare alcun nodo.

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Estate 1962 – 1

Estate 1962 – 1
(dal mio diario, ottobre 1962)

15 luglio 1962. Con la mamma e la nonna partiamo alla volta del Passo Gardena: la mia intenzione è salire la Cima Pisciadù. Scendiamo dalla corriera all’hotel Miramonti e da lì ci avviamo a piedi verso il Passo Gardena. Mi stacco per salire il Collac 2086 m, poi la piccola comitiva procede sotto la pioggia incombente.

Per fortuna la nonna ha l’impermeabile e non si lamenta più di tanto. Alle 11 arriviamo al passo, entriamo in uno degli alberghi per il pranzo. Ci trattano molto bene, vitto e costo. Alle 11.30 attacco il sentierino per il Pisciadù, il cartello dà un’ora e mezza al rifugio omonimo. Quando entro nella val Setus, comincia a piovere, ma poco. Vedo gente tornare indietro. Io proseguo nel ripido canale ghiaioso, poi per alcune macchie di neve e qualche corda fissa (che praticamente non tocco), fino all’orlo dell’altopiano del Pisciadù. Nebbia. Vento non forte ma insistente. Pioggia. Giunto al rifugio, escludo di salire alla Cima Pisciadù, non sarebbe prudente. Alle 12.25, 55 minuti dopo che ero partito, sono di ritorno al Passo Gardena. In un momento di assenza di pioggia ripartiamo, ma non siamo neppure alla Sella del Collac che riprende a piovere. Continuiamo, tanto non c’è alcun riparo. Alle 14.30 arriviamo al Miramonti. Siccome non ho voglia di aspettare fino alle 17 l’arrivo della corriera per Canazei, parto da solo sulla carrozzabile per il Passo Sella, con la scusa che così risparmiamo… Al Passo Sella comincia a nevischiare, ma io salgo anche  sul Col de Toi 2283 m.

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Da lì, mentre piove, mi butto giù verso Canazei. Non conosco bene la strada e ho una fretta dannata. Scendo in picchiata su Canazei, dove non piove più. E’ mia intenzione di raggiungere Campestrin, dove c’è Gianni Jori che questa mattina avrebbe dovuto venire con noi al Passo Gardena: gli voglio chiedere perché non è venuto. Divoro gli ultimi km e mi ritrovo a Campestrin alle 17.45. La corriera che porta mamma e nonna dovrebbe passare alle 18.10, così ho tempo di andare da Gianni: lui si scusa. Intanto arriva la corriera che, a dispetto dei miei segnali, non si ferma. Abbiamo il tempo di vederci con mamma e nonna. Per fortuna non è quella l’ultima corsa. Nessuno ha mai capito perché il conducente non si è fermato: lì c’è tanto di cartello. Faccio il conto di quanti km ho fatto oggi: sono 34, niente male.

Questo è il quarto anno che scegliamo Soraga come meta estiva delle vacanze. Eppure non sono mai stato sui monti che la sovrastano. Il mattino del 18 luglio parto per la mulattiera che va a Someda, sopra Moena. Trovo il sentiero 620 e dopo un’ora e un quarto dalla partenza da Soraga mi ritrovo in una radura bellissima sotto al Piz Meda. Continuo a salire per prati e arrivo alla cresta. Da lì, per un canalino di sfasciumi, raggiungo la vetta del Piz Meda 2199 m, con una vista fantastica su Moena, Soraga, il Latemàr e il Catinaccio. Mi mangio un barattolo di ciliegie sciroppate, poi continuo per la cresta larghissima. A mezzogiorno faccio ampie segnalazioni con le braccia da un rilievo: avevamo convenuto che a quell’ora da casa mi guardassero. Individuata la Punta Vallaccia (grazie alla croce), la salgo per prati, ghiaia e neve. In cima, a 2639 m, altro spuntino. Mi friggo un uovo, mangio panini, frutta, tonno.

E ora, che fare? Potrei andare giù al rifugio Taramelli, e da lì a casa: arriverei troppo presto; potrei seguire la cresta e arrivare alla Cima Undici, ma non conosco il ritorno, perciò non mi fido; potrei scendere alla Cima Malinvern, poi andare alla Cima delle Selle e quindi al Passo di San Pellegrino. Alla fine scelgo la prima possibilità, solo che a un certo punto lascio il sentiero per scivolare sulla neve in mezzo ai rododendri. Tutto bene fino a che c’è neve, poi la musica cambia… Arrivo comunque alla strada che proviene dalla Cappella del Crocefisso. Mentre salgo al rifugio Taramelli, due o tre villeggianti scemi e pancioni mi vedono bardato e carico e li sento dire: “Ecco che portano i rifornimenti al rifugio!”. Di per sé non è poi così offensivo, ma io non la prendo bene. Li guardo in cagnesco. Al rifugio arrivo abbastanza assetato, ma non volendo spendere mi adatto a bere acqua e basta. Incontro Paolo Baldi, lì con alcuni universitari in vacanza a Pera. Non so perché, ma i rapporti con lui non sono più gli stessi: lo vedo sfuggente. Non vado per il sottile e gli chiedo cosa ha intenzione di fare. A malapena risponde che vuole salire al Passo delle Selle, poi mi lascia lì.

I Monzoni che sovrastano Soraga: da sinistra, Sasso delle Dodici, Sass Aut e Punta Vallaccia
Monzoni, da passo Costalunga visuale su Sasso delle Dodici, Sass Aut e Punta Vallaccia

Allora mi arrabbio e parto da solo per il Passo delle Selle, che raggiungo in 45 minuti. Scartata la Punta delle Selle, traverso l’altopiano della Campagnaccia, salgo l’insignificante cimetta del Colifon 2359 m, poi con marcia sostenuta al lago di Campagnaccia, perché a sinistra è il Passo del Mus che oltrepasso velocemente. Da lì scendo in picchiata sul Passo di San Pellegrino. La strada per Moena non è asfaltata, scendo nella polvere cercando di individuare il Col Dalistia 1865 m, che salgo senza alcuna fatica. poi, mentre scendo per lo stradone, una macchina svizzera si ferma e m’invita a salire. Scendo a Moena e da lì faccio gli ultimi 3 km per Zester.

Il 28 luglio 1962 non parto per una gita, ma per una passeggiata con due signore di Imola e i loro figli e un nipote, Fabio. Tutti assieme in seggiovia fino al Ciampedie, poi verso il rifugio Gardeccia, piano e senza fretta. Guardo con invidia dei tedeschi che tornano dalle ascensioni, con sacchi spaventosi, mentre istruisco Carlo Caneda e Danilo Luparesi, miei piccoli seguaci, sul come bisogna andare equipaggiati. Peccato che non mi capiscano. Essendo molto avanti rispetto agli altri, ci fermiamo a mangiare qualcosa. Io divoro due o tre melanzane ripiene cucinate da mia nonna, quindi buonissime. In quella passano tre furie che camminano come di solito cammino io quando sono solo. Uno sembra il capomandria. E’ riccio, ed è tutto uno scatto. Mi viene voglia di seguirli e lo dico ai due scagnozzi. In quella arrivano le madri, la signora Peppina Caneda con il più piccolo Giorgio, e la signora Pierina Luparesi, fiancheggiate da mia mamma e mia nonna.

Quando parto, i due ragazzi non riescono a starmi dietro, così io volutamente accelero per liberarmene e poter raggiungere gli altri tre. Quando li vedo, li sorpasso in tromba. Mi basta. Subito dopo, al rifugio Catinaccio, mi fermo ad aspettare. Anche i tre si fermano per prendere acqua, ma dai loro discorsi capisco che di montagna sanno pochino. Comunque il riccio promette bene. Subito dopo arriva Danilo, seguito da tutti gli altri. Vicino al rifugio Gardeccia decidiamo di fermarci a mangiare, sto per cucinare il mio uovo ma mi accorgo di aver dimenticato il tegame. Lo inghiotto crudo e passo ad altro.

Finito il pasto, cominciano le discussioni se andare o no al rifugio Vajolet. le mie donne si fermano, gli altri continuano. Mi tocca tirare Giorgio (cinque anni) per tutta la salita. Giunti al rifugio, altre discussioni sul continuare per il rifugio Re Alberto I. Alla vista del Gartl, le mamme vietano la salita ai figli. Io non insisto.

31 luglio 1962. Oggi voglio salire tutte e tre le Cime Cadine. La corriera delle 9.15 mi dovrebbe portare fino a Penia, ma siccome a Canazei scendono tutti, quel porco di autista non prosegue. In corriera avevo salutato Maurizio Bottacchi, un mio amico di Genova. Per fortuna che c’è lì lo zio di Maurizio che mi porta in moto fino ad Alba. In 55 minuti sono al rifugio Contrin. Dopo un po’ di esercitazioni su un masso, prendo il sentiero per il Passo delle Cirelle. Mentre mangio un po’ di frutta sciroppata, capita una coppia di anziani escursionisti tedeschi. Passano oltre, ma poi li raggiungo facilmente. Più sopra spesso la neve copre il sentiero, dove credo sia il Passo delle Cirelle c’è una specie di conca, è da qui che si dirama il sentiero per il Passo Ombrettola. Mi fermo ancora a mangiare, ma a causa del vento faccio fatica ad accendere e mantenere acceso il fornelletto. Alla fine lo faccio funzionare dentro allo zaino!

Panorama verso est dal Passo delle Cirelle
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Raggiungo il Passo delle Cirelle 2686 m, interamente sepolto nella neve, assieme a una comitiva di ragazze, del tutto a digiuno di montagna. lo si vede da come camminano, anche se c’è un vento che porta via. Inizio i pendii di sfasciume per la Cima Orientale: è cosa di un attimo, sono solo 200 metri. Ma in vetta non vedo quasi nulla. Guardo il burrone che divide le tre Cime Cadine dalla Cima dell’Uomo: davvero orrido. Avevo letto sulla guida Da rifugio a rifugio che dalla vetta dell’Orientale si raggiungeva facilmente la vetta Occidentale, passando per la Centrale. Perciò m’incammino, ma si presentano subito delle difficoltà impreviste. Salgo e scendo un bel po’ di roccia, non sempre facile. Ora mi sbarra la strada uno spuntone. Da qui non si passa, né sopra, né a destra o a sinistra. Torno indietro, scendo un po’ a destra, ma capisco che dovrei raggiungere il nevaio delle Cadine e poi risalire… altro che una “traversata in cresta”!

Così torno giustamente indietro, in tempo per ritrovare sulla Cima Orientale i due tedeschi di prima. Speranzoso chiedo se intendono proseguire (così avrei potuto accodarmi), ma mi fanno capire che la loro meta era quella.

Mi consolo con la discesa a rotta di collo del ghiaione a sud del Passo delle Cirelle. Raggiungo i prati di Fuchiade in pochi minuti. Un’oretta dopo sono al Passo di San Pellegrino. Voglio fare autostop, ma nessuno mi prende. Così arrivo al bivio per Someda a piedi. Da lì a Soraga e Zester.

Giunto a casa, mi rinfresco un po’ ma, subito dopo, corro a casa di Paolo Baldi per capire cosa c’è scritto esattamente su quella guida a proposito della traversata di cresta. Paolo è appena tornato dalla Torre Stabeler (quella di centro delle Tre Torri del Vajolet): l’uscita di chiusura del corso l’hanno fatta lì. Una salita tutto sommato non impegnativa, ma la discesa paurosa, a corda doppia. Ascolto rapito il suo racconto: prima o poi ci andrò anche io! Quanto alla descrizione errata della guida di Silvio Saglio Da rifugio a rifugio, che dire? Tutti possono sbagliare, da lontano la cresta sembra elementare.

Sopra al Passo delle Cirelle, la Cima dell’Uomo (a sinistra) e la Cima Cadine Orientale
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Val di Fassa, su e giù

Val di Fassa, su e giù
(dal mio diario, novembre 1961)

Appena arrivato a Soraga di Fassa mi vedo con l’amico Paolo Baldi: mi dice che forse farà il corso di roccia a Pozza di Fassa. So che gli istruttori sono qualificate guide del CAI, e certo sarebbe una gran bella cosa parteciparvi.

Gli dico che io ho ottenuto il permesso di andare da solo a fare gite, lui mi dà del matto. Ci diciamo i nostri programmi. Per prima cosa, io voglio andare al Passo Santner dal rifugio Coronelle. Lui dice che ci sono difficoltà fino al secondo grado, cosa che io ben sapevo, indi mi dà ancora del matto.

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14 luglio 1961.  Dalla frazione di Zester 1264 m, dove abito, scendo a Soraga per comprare qualcosa da mangiare. Poi ritorno a casa e proseguo per Malga Palua, un sentiero da me ormai percorso “ad nauseam” per via della ricerca funghi. Ma questa volta salgo più volentieri, visto il programma che ho. Dopo 25 minuti sono al praticello della malga, dove a un certo punto sprofondo fino alla caviglia nell’acquitrino. Per il sentiero 571 raggiungo il 520 proveniente da Moena, poi il Passo di Costalunga. Seguo ora la traccia per il rifugio Coronelle, passando in obliquo sotto alla seggiovia del rifugio Paolina e raggiungendo quindi, tra grandi massi, il sentiero che unisce il Paolina al rifugio Coronelle. Supero un mucchio di gitanti, poi uno si stacca dalla sua compagnia e mi segue. Io non voglio farmi raggiungere, ma a neppure 50 metri dal rifugio sono costretto a fermarmi perché non ne posso più, mentre quello mi sorpassa in tromba. Vedo però che anche lui stava per mollare, rimpiango di essermi fermato. Già che ci sono faccio uno spuntino, poi raggiungo il rifugio. Sulla terrazza, seduto su una sedia, è il ragazzo di prima, rosso congestionato, come del resto dovrei essere anch’io. Gli passo davanti e comincio a salire il caminone mentre quello mi guarda attonito. Mi brucia d’essermi fatto incastagnare da quel pivello, ma mi consolo con la lunga lista delle mie attenuanti: venivo con uno zaino pesante sulle spalle da Soraga a piedi, mentre quello, scarico, aveva preso qualche mezzo e la seggiovia.

Il canalone non presenta sorprese, presto mi ritrovo al bivio Passo Santner-Passo Coronelle. Traverso in leggera discesa il cengione fino a che non trovo una famigliola tedesca pranzare proprio alla base della prima salita. Il tempo non è affatto buono, ho paura di chissà quali difficoltà, perciò non mi pare vero di non essere da solo. Aspetto a distanza che finiscano, poi quando partoni mi metto in moto anche io.

Mi fanno alcune domande, cui rispondo cortesemente. Facciamo assieme le prime difficoltà. Intanto riprendo coraggio e, stufatomi della loro lentezza, li saluto e continuo da solo. Supero una scala fissa, per me anche un po’ inutile, poi dopo alcuni saliscendi, eccomi nella gola degli Aghi di Schroffenegger. Scendo fino in fondo per quindici metri e riprendo a salire. Qui c’è una cordata di una ventina di ragazzi che, abbarbicati ai cordoni metallici, vanno avanti al ritmo di un metro all’ora. Dopo un salto di neve, mi tocca sorpassarli tutti, fino a un ripiano dove il loro capo sta sbraitando. Con l’aiuto di un ultimo piolo di ferro supero una paretina e mi trovo sul Passo Santner, dove neppure mi fermo ma scendo veloce sul ghiaione fino al rifugio Re Alberto I, poi ancora direttamente nel Gartl verso il rifugio Vajolet. Qui ho un piccolo incidente, una scivolata su neve senza importanza ma disonorevole. Mi fermo conficcando le unghie nella neve. Meno male che nessuno mi ha visto, altrimenti avrei dovuto subire i rimproveri. Una buona lezione, per capire che anche io posso scivolare…
Passato il rifugio Gardeccia, raggiungo il Ciampedie, scendo a piedi a Vigo di Fassa e poi ancora a piedi fino a Soraga e Zester. Non sono ancora passate sei ore dalla mia partenza.

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Ora alterno gite con esercitazioni sulle frane argillose che sovrastano Zester. Con Paolo Baldi “apriamo” perfino delle vie, tipo la via della Mela, la Diretta, ecc.

Il 16 luglio salgo ancora il Piz Boè a piedi da Canazei. In cima, salgo sul braccio della croce, così il mio record sale a 3152,50 metri.

Anche per il Catinaccio d’Antermoia sono costretto a partire da solo. Giunto al Ciampedie, questa volta con la seggiovia, proseguo per il Passo Principe con molta afa. C’è un sentiero un po’ attrezzato che supera la parete ovest della montagna (in seguito è stato attrezzato a ferrata, NdR) tramite una grande cengia ascendente. Arrivo in cima assieme ad altra gente, poi alle 12 mi ritrovo alla capanna Passo Principe, dove mi compro una birra monumentale.

La parete ovest del Catinaccio d’Antermoia
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Il rifugio Antermoia
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Dato che con Paolo Baldi avevamo istituito tutta una serie di record, bruciavo dalla voglia di batterlo su tutto, perciò prediligevo gite in cui ci fosse qualcosa da arraffare (numero di rifugi visti, passi, cime). Il 21 luglio vado al Passo delle Scalette, nei Dirupi di Larsec. Nebbia e vento. A fatica, nella scarsa visibilità, raggiungo il Passo di Lausa. Anche da lì non vedo nulla. Dopo una discesa alla cieca, pallido e piuttosto stravolto entro nel rifugio Antermoia. Mi guardano come una bestia rara, mentre mi faccio servire minestra e succo di lampone. Poi, in cinque minuti, vado al Passo di Dona (o del Mantello). Qui il cielo schiarisce. Guardo indietro verso il Catinaccio d’Antermoia, salito cinque giorni fa e verso le altre bellissime torri di questa chiostra rocciosa. Resto in forse se salire sul Mantello (facile e poco faticoso sulla destra del passo) ma poi decido per il no, perdendo l’occasione di una cima a buon mercato. Filo giù verso la val di Dona, devio per il Passo Duron che salgo per poi tornare indietro. Proseguo fino ai primi casolari della Val di Dona, poi giro a destra per la Val di Udai, davvero suggestiva. Ci sono due cascate fantastiche, alte circa 200 metri! Una valle magnifica e solitaria, che mi porta fino a Mazzin. Sono le 14: troppo presto! Dunque scelgo di fare a piedi gli 8 km che mi separano da casa.

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Il 24 luglio 1961: per lo stradone polveroso, da Pozza di Fassa con la mamma andiamo alla Cappella del Crocefisso, all’inizio della val San Nicolò. Da lì al rifugio Taramelli, in un vallone assai simile a quello del rifugio Contrin. Dal rifugio mi dirigo da solo verso le Pale di Carpella, ma poi rinuncio per stare assieme a un gruppo di geologi che cercano minerali. Torno indietro con le tasche piene di pietre e minerali che conservo ancora adesso.

Il rifugio Taramelli e la Punta della Vallaccia
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La gita del Mulaz fu terribile per mia madre, fino all’ultimo sono stato indeciso se portarla là o da un’altra parte. E’ il 28 luglio, partiamo con la corriera delle 7.41 e arriviamo al Passo Rolle. Poco dopo le 10 partiamo per la Baita Segantini, non sapevo che ci fosse una seggiovia. Per risparmiare tempo e fatica ci precipitiamo a comprare i biglietti. Ci appaiono in tutta la loro maestosità le Pale di San Martino, dal Cimon della Palla alla Cima del Focobon e, oltre, la cima del Mulaz. Lo indico alla mamma. Dopo aver comprato la cartolina della Baita Segantini, in cinque minuti arrivo al Passo Costazza (piccola deviazione), poi scendiamo in val Travignolo. Siccome scendiamo per i prati senza seguire la strada, alla fine la mamma ha già le gambe rotte. Prendiamo senza esitazione il sentiero 710 e c’incamminiamo a passo di lumaca su per il ghiaione. L’andatura lenta è quella che permette alla mamma di seguirmi, così riusciamo ad arrivare quasi al Passo Mulaz. Volendo fare più in fretta, tagliamo per delle facili roccette. Non l’avessi mai deciso! Mi tocca spingerla con tutte le mie forze, mentre le si afflosciano le gambe. Raggiunge il Passo Mulaz in uno stato di semi-incoscienza. Per fortuna il rifugio Mulaz è poco sotto. Mentre mangiamo, a poco a poco si riprende. Le chiedo se può seguirmi alla cima e, avuta risposta negativa, le chiedo di trovarsi alle 14.30 al Passo Mulaz. In cima ci arrivo ancora con la maledetta nebbia, quindi a rotta di collo scendo al Passo Mulaz. In una schiarita vedo mia madre che si è incamminata verso la Forcella Margherita, dunque verso il rifugio Rosetta! La richiamo indietro e saliamo verso il passo giusto assieme a tre suore in borghese che si occupano del recupero di giovani sbandate e che sono in vacanza a Bellamonte all’osteria Zaluna. Facciamo il ritorno assieme, giù per il ghiaione. Il poter chiacchierare con qualcuno ha fatto bene a mia mamma, che ora sembra molto più agile e attiva. In fondo però ci separiamo, perché loro proseguono per la val Travignolo, noi invece dobbiamo ancora risalire nella nebbia e con le ossa umide alla Baita Segantini. Chiudiamo in bellezza, senza prendere la seggiovia, visto che abbiamo tempo per la corriera, che si rivelerà un luogo di canti e strilli paramontanari fino a Predazzo. Imparo Era una notte che pioveva.

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Due giorni dopo, il 30, con la mamma e la nonna andiamo al Passo di Costalunga in corriera. E’ pomeriggio, e voglio raggiungere il Passo Nigra, 10 km. Sono le 15 e devo essere di ritorno alle 18.15. Superato continuamente dalle auto, cammino a lungo sul noioso stradone. Quelli in macchina, a vedermi, ridono perché vedono una specie di Tartarin di Tarascona, abbigliato da alta montagna, che cammina invasato. Dopo il rifugio Duca di Pistoia la strada non è più asfaltata perciò, come non bastasse, mi mangio anche un sacco di polvere. A 2 km dal Passo Nigra, una macchina di tedeschi si ferma e mi chiede se vanno bene per il passo. Rispondo di sì, ma gli chiedo anche un passaggio. Sono marito e moglie, molto cordiali: parliamo in inglese.
Al passo, ci salutiamo. Panorama in basso non ce n’è, perché tutto è sommerso dai boschi, ma in alto il Catinaccio è uno spettacolo.
La marcia del ritorno è una sofferenza, un continuo guardare l’orologio. Ho addosso berretto di lana, jeans, scarponi, occhiali neri, maglione e giacca a vento. Il tocco finale è dato dal bastone. Da una macchina uno si sporge e mi urla: “Ohé, c’è bufera al passo?”. E giù a ridere… Ho un attacco di bile, ma quelli sgommano via. Al Passo di Costalunga arrivo in tempo, non così stanco da continuare a piedi per Tamion e Zester con la mamma.

Sguardo dal Passo Coronelle verso la val d’Ega
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Il 3 agosto 1961 vado da solo a San Giovanni a piedi, poi con la corriera fino a Carezza e seggiovia fino al rifugio Paolina. Nella marcia che segue per il rifugio Coronelle, memore dello smacco della volta precedente, semplicemente sbaraglio quelli che mi oppongono resistenza. Al rifugio mi concedo una pastasciutta.
Non è faticosa la salita al Passo delle Coronelle, un intaglio nella roccia come tanti altri ma facilmente percorribile. Scendo verso il rifugio Vajolet, ma poi devio per il Passo delle Cigolade, senza molta fatica e forse un po’ di noia. Dopo aver ingurgitato un po’ di frutta, scendo al rifugio Roda di Vaèl. Dopo aver salito ancora il Ciampac, guido due vecchie signore fino al Ciampedie, perché mi avevano chiesto la strada. Ovviamente devo ridurre di parecchio la velocità, poi però mi consolo buttandomi giù di corsa su Vigo di Fassa. Passando sotto la seggiovia, in quel momento senza passeggeri, vedo una giacca a vento evidentemente caduta a qualcuno.
Non mi passa neppure per la testa di restituirla alla partenza della seggiovia, questo è bottino di guerra: in tasca ci sono un pettine e ben 60 lire…

L’8 agosto vado con mio padre a fare il giro del Sassolungo, salendo per la prima volta in telecabina alla Forcella Sassolungo. Un giro bellissimo, passando per il rifugio Comici. Salgo tutti monticiattoli provvisti di nome che vedo: salgo anche sul Piz de Sella. Da lì scendo per qualche roccetta sulla Sella di Ciadinat; da lì ancora per prati fino all’arrivo della telecabina del Ciampinoi per vedere se c’è un rifugio. Rimango deluso, perché non c’è. Torno quindi indietro, temendo che mio padre cominci a impensierirsi. Andiamo quindi al Passo Sella per un sentiero tra grandi massi.

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Al ritorno vengo a sapere che Paolo Baldi ha rimandato il corso di roccia all’anno prossimo…

L’11 agosto, con Paolo Baldi e Franco Fantini, facciamo una gara di marcia non prevista da Penia a Soraga: essendo amichevole, arriviamo tutti assieme…

Il 13 agosto è la volta del Vial del Pan, con tutta la famiglia. Io mi prendo il lusso di fare un po’ di cime laterali, tipo il Col del Cuc, la Cresta del Larice e il Sass Capel. Giunti al Fedaia, mio padre mi vieta di salire alla Porta Vescovo (volevo salire le cime del Forfes e del Belvedere).

L’ultima gita di quest’anno con papà e mamma è quella ai Laghi di Colbricon. Nel bosco di Paneveggio troviamo dei funghi monumentali. Ne trova perfino la mamma, che dichiara di essere “orba” nella ricerca funghi, e anche io, che in realtà guardo più la cartina che il sottobosco.