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La Corona Imperiale

La Corona Imperiale

La settimana bianca è un’istituzione degli ultimi decenni, bellissima perché a giusta distanza dalle ferie estive e dalle follie natalizie ti fa riscoprire il senso dello stare in famiglia con i bambini, in un bel posto, tra le montagne. E, se devo esprimere una preferenza, Saas Fee è proprio adatta a una settimana bianca. Il fatto che la circolazione agli automezzi sia vietata, al di là del piccolo disagio dell’arrivo e della partenza con i bagagli, si rivela presto vincente. Il villaggio rimane comunque turistico e moderno, senza quell’aria di antico che siamo ancora abituati a sognare, ma è bello camminare nella stradina principale e sbirciare nei negozi luminosi o per le viuzze più interne. Al mattino presto ogni tanto capita di udire qualche muggito dalle stalle sotto alle abitazioni, mentre l’oscurità lascia pian piano la conca che s’arrossa in alto sulle creste e sulle pareti di ghiaccio a canne d’organo del Dom e del Täschhorn. Nell’aria si sente il profumo della legna nei camini appena riaccesi.

Saas-Fee
Saas Fee

La giornata scorre scandita da discese su pista, una dietro l’altra senza mai fermarsi né mai ripetersi, con dislivelli importanti. Per i bambini, un’emozione continua, dal trenino sotterraneo alla grotta di ghiaccio con la riproduzione della caduta degli alpinisti in un crepaccio, dalla breve ma aerea passeggiata alla cima della Quota 3460 m, nel vento che ti spazza via, fino alle prime divertenti escursioni fuori pista.

Non è la prima volta che vengo da queste parti. Sull’Allalinhorn avevo portato alcuni clienti bresciani, una delle rare occasioni in cui esercitai il mestiere di guida alpina in senso classico. La sera seguente avremmo raggiunto la Britanniahütte e da lì avremmo fatto, per l’Adlerpass, la traversata su Zermatt. Poi saremmo andati alla Schönbielhütte, senza sapere che, il giorno dopo ancora, il cattivo tempo avrebbe interrotto la nostra Haute Route per Arolla fermandoci con una violenta bufera al Col de Valpelline e facendoci tornare a Zermatt.

Dalla vetta dell’Allalinhorn la superba serie di Quattromila del Vallese sembrava un po’ più a portata di mano, come sempre quando si è su una cima e non sotto alle grandi pareti. L’emozione dell’aver raggiunto la vetta, la gioia della fatica terminata per quel giorno, la soddisfazione di aver fatto una bella cosa insieme facevano possibile ogni progetto, ogni voglia di scalare altre montagne. Alphubel, Täschhorn, Dom e Lenzspitze verso nord, Strahlhorn e Rimpfischhorn verso sud erano le montagne più vicine. Ma dietro a queste ecco il Monte Rosa ancora più gigantesco, e poi i Lyskamm, i Breithorn, fino al Cervino. A ovest la Dent Blanche, l’Obergabelhorn, lo Zinalrothorn e il Weisshorn, solo per citare i più importanti, chiudevano la cosiddetta Corona Imperiale.

Il Feegletscher cominciava proprio in quel momento a essere animato da veloci puntolini che aumentavano sempre più di numero, fino a diventare un piccolo formicaio che più s’infittiva più s’allontanava dal nostro mondo di silenzio e di vento: ciò che lì appariva davvero significativo era l’immensità delle montagne alla nostra altezza, la Corona Imperiale appunto.

Alba con il teleobiettivo da Saas Fee verso la vetta dell’Allalinhorn
Alba con il teleobiettivo da Saas Fee sulla vetta dell'Allalinhorn

Pensai quanto sarebbe stato bello progettare una grande traversata, ma quel pensiero non andò oltre. E altri lo realizzarono. All’inizio del 1986 i due più forti alpinisti svizzeri del momento, André Georges ed Erhard Loretan si accordarono per il concatenamento invernale di queste 38 vette, delle quali 30 di 4000 metri. Georges aveva già tentato due volte, con Michel Siegenthaler, nel 1983 e 1984. Una valanga all’Adlerpass per poco non aveva ucciso quest’ultimo. Al bar della stazione di Sion, il 12 febbraio 1986 Loretan aspettò per tutto il giorno e inutilmente il compagno Georges, bloccato dalla polizia per questioni di servizio militare. Loretan racconta in Les 8000 rugissants che il carnevale era finito la sera prima, che si era da poco tolto il costume da indiano, che il calumet della pace gli bruciava ancora in gola, l’acqua di fuoco era scorsa a fiumi e i bisonti stavano galoppando sul suo scalpo. Dopo due giorni di bel tempo persi, i due riescono finalmente a partire il 14 da Grächen. La loro impresa durò 19 giorni, di cui solo 7 di bel tempo e 3 bloccati dalla bufera nei bivacchi fissi del percorso. Il cielo azzurro era diventato un optional, un «elemento decorativo». Il 4 marzo l’avventura si concluse a Zinal. I giornali avevano inneggiato all’impresa, i puristi gridato allo scandalo, il club alpino parlato di «gloria personale». «A me rimane nel cuore un episodio che occulta tutte le critiche: durante la giornata di riposo al Teòdulo, la più vecchia guida di Zermatt, la più famosa, nata con il secolo (1900), Ulrich Inderbinen, ancora attivo, è venuta a darci il suo incoraggiamento. Il resto sono chiacchiere da salotto».

Questa è soltanto una delle vicende che una terra grande e bella come il Vallese può raccontare, quando non si vada là solo per il semplice divertimento di trovare centinaia di km di piste a propria disposizione. L’incontro di uomini e montagne ha fatto la storia che noi non potremo mai sapere e che dovremo accontentarci di conoscere un pezzetto qua e là. Tutto ciò si respira tra queste montagne, magari non le più alte delle Alpi ma di certo le più concentrate e ricche di fascino.

Fascino che rischia di essere altamente compromesso dalle follie del marketing. Un esempio? Era il marzo 1999 e in un comunicato stampa diffuso dall’ufficio turistico di Saas Fee lessi testualmente: «Nella sua nuova linea di comunicazione, Saas Fee cambia il look ed evolve nella sua coscienza turistica. Per essere precisi, si tratta della riscoperta dei valori del turismo antico… stabilendo il proprio sviluppo a lungo termine con l’accettazione di cinque visionari principi guida. Il turismo non è più considerato da un punto di vista meramente materiale, ma si connette ai cinque livelli di spirito, cuore, intelletto, emozione e corpo. Con riferimento al best seller Le profezie di Celestino queste cinque idee fondamentali saranno il motivo-guida del turismo». Eccone il riassunto: «1) Saas Fee, la magia della natura… a livello corpo, la vacanza è percepita come il risveglio dalla vita di ogni giorno… il soggiorno è bello quando vi si può trovare il significato della propria vita… mentre i locali provvedono agli spazi e all’incontro con altra gente; 2) Saas Fee, qualità di vita per ospiti e abitanti… il livello cuore è determinato dal comune battito nell’unione delle aspirazioni; 3) Saas Fee mantiene le promesse… il livello intelletto cresce mentre si offre un servizio davvero professionale e a prezzo giusto e mentre si raccomanda all’ospite di arrivare con la mente sgombra e rilassata; 4) Saas Fee, ritmo, gioia di vivere e sensualità… il livello emozione è assicurato dalla felicità degli ospiti… l’abbondanza di energia vitale rende la gente aperta ed altruista; 5) Saas Fee s’impegna allo sviluppo sostenibile e a propria misura… il livello corpo si esprime nella facile scelta di un luogo libero dalle auto».

Curling a Saas Fee. Foto: Sandro Vannini
Curling a Saas Fee (Vallese, Svizzera)

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Il Sentiero dei Pianeti

Il Sentiero dei Pianeti (1997)
La Val d’Anniviers inizia a Sierre, la città del sole sulle rive del Ròdano, e termina ai piedi di una sezione della «Corona imperiale», la chiostra di celebri montagne del Vallese oltre i quattromila metri: Bishorn, Weisshorn, Zinalrothorn, Obergabelhorn e Dent Blanche, con visioni sui più arretrati Cervino e Dent d’Hérens. È un posto per entusiasmanti vacanze: se c’è quasi sempre bel tempo, alla fine sei più stanco di prima! Con moglie Bibiana e figlie Petra ed Elena c’installiamo in gran comodità a St-Luc. Ogni giorno si fa qualcosa, anche nell’unico di pioggia, quindi alla sera siamo sempre distrutti, ma convinti che così si debba impiegare il tempo.

Il Sentiero dei Pianeti, Val d’Anniviers, Valais
SentieroPianeti-saint luc chemin des planetes num trois

In breve veniamo a conoscenza di ogni luogo sparso in valle di produzione spontanea di mirtilli e lamponi. A Grimentz vediamo fare e facciamo il pane come si faceva una volta, dall’impasto all’estrazione dal forno. Al Lac Noir conosciamo degli olandesi con un magnifico cane groenlandese che al posto delle slitte tirava i bambini; il Lac de Combavert ci dischiude i suoi colori turchese, mentre il Lac d’Armina ci minaccia di una grande lavata di pioggia anche se luci incredibili si alternano a ovest dove il sole scende inesorabile. Alla diga di Moiry vagheggio di percorrere un canale di gronda su un piccolo gommone. Al laghetto temporaneo del Glacier de Moiry Elena e Petra scoprono il fascino della neve estiva e degli iceberg galleggianti in un’acqua blu immobile. E quando la pioggia ci sorprende all’uscita delle miniere di rame, in alto sopra Zinal, nell’attesa la nostra guida estrae una bottiglia di vino bianco: fa così freddo che ne bevono tutti, anche le bambine.

Sonia Martin mi accompagna nella salita al Blanc de Moming; al Bishorn sono con me Jean-Louis Favre, Benoît Germann e Pierre De Preux: quest’ultimo è reduce dalla corsa a piedi Sierre/Zinal, classica competizione che si tiene tutti gli anni. La gara, che dal Ròdano porta in alta montagna, è abbastanza simbolica del modo di vivere degli anniviards.

Fino all’inizio del XX secolo gli abitanti della valle erano praticamente nomadi. Proprietari di vigneti a Sierre, possedevano del bestiame, coltivavano la terra e si occupavano degli alpeggi: e così, durante l’arco dell’anno, vivevano in ben quattro luoghi diversi, da Sierre fino alle malghe più alte. Queste abitudini, meno chiuse che in altre valli alpine, favorirono il primo turismo dell’Ottocento, con la costruzione del Grand Hôtel de Chandolin e dell’Hôtel Weisshorn, appollaiato in vedetta sopra St-Luc a 2337 m.

Questo mi raccontano Georgy Vianin, guida di Zinal, e sua moglie Claire, autrice con Bernard Crettaz del bellissimo libro Zinal, défi a la montagne. Nell’unico pomeriggio piovoso siamo andati a trovarli nella loro casa del 1768. I racconti che gli anniviards ti fanno sono sempre gloriosamente annaffiati con un vino particolare, il vin des glaciers, spillato da vecchie botti di làrice immerse nella fredda pace di un’oscura cave casalinga. Anche oggi non si fa eccezione: Georgy mi racconta, e ha gli occhi lucidi, dei suoi giorni grandi con l’amico Gabriel Melly, la prima traversata invernale (8-10 gennaio 1976) dalla Cabane du Grand Mountet alla Cabane de Tracuit (Crête de Moming, Schallihorn, Weisshorn).

E così pure le guide Nicolas Theytaz e Noël Melly, custodi rispettivamente della Cabane du Grand Mountet e della Cabane de Tracuit, dopo aver servito tutte le tavolate serali, ci chiamano in cucina e ci offrono vino e racconti.

Le grandi pareti nord di questa valle sono state salite dal 1930 al 1932. La prima fu la Nord-Nord-Est dell’Obergabelhorn, poi fu la volta della Nord-Est del Grand Cornier (Lucien Devies e Jacques Lagarde, 8 agosto 1932) e infine della parete nord-nord-est della Dent Blanche (Karl Schneider e Franz Singer, 26-27 agosto 1932). Retrocedendo di settant’anni, poco prima della conquista del Cervino e quando non v’era ancora alcun rifugio, le cime più importanti cedevano una dietro l’altra. Il 19 agosto 1861 il Weisshorn (John Tyndall con J. J. Bennen e Ulrich Wenger), il 18 luglio 1862 la Dent Blanche (Thomas Stuart Kennedy e William Wigram con Jean-Baptiste Croz e Johann Kronig): ma entrambe per vie che salivano da altre valli. Il 22 agosto 1864 fu il turno dello Zinalrothorn e questa volta per una via dal versante Mountet (Leslie Stephen e F. C. Crawford Grove con Melchior e Jakob Anderegg). Erano tempi lontani, Stephen poteva raccontare che l’arrivo della sua piccola comitiva a Zinal aveva più che raddoppiato la popolazione locale… e Melchior Anderegg poteva dire che il Rothorn era la salita più difficile, la sola dove una buona guida non potesse aiutare più di tanto il cliente e aggiungere che quell’ascensione mai avrebbe potuto diventare un sogno per le signore. L’idea forse gli veniva dalla punta di Le Besso, proprio lì di fronte, con il suo Chemin des Dames.

Sentiero dei Pianeti, Mercurio
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Storie oggi dimenticate, tempi persi in memoria di carrozze a cavalli, di posta scritta e non elettronica. Non riusciamo a trasferirci in quell’epoca, perché tutto oggi è diverso. Ci sfugge l’evoluzione del tempo, così immateriale. E anche lo spazio è fatto soprattutto di vuoto. Tra pianeti, stelle e galassie, il nulla è la maggioranza dell’universo. Questa considerazione deve aver ispirato la costruzione, qui, di un modello in scala del nostro sistema solare, con un sentiero che rappresenta fisicamente le grandi distanze tra il sole e i suoi nove pianeti, per la facile comprensione di tutti. In un momento, dal Sole si raggiungono i simboli in alluminio di Mercurio, Venere, Terra e Marte. Qualche minuto in più per raggiungere Giove; ben più lontano è Saturno, mentre Urano, Nettuno e Plutone sembrano irraggiungibili, freddi e lontani come i grandi Quattromila che ci circondano. Weisshorn e Dent Blanche, ma anche il Cervino, visti da qui sono una bianca corona in contrasto con i verdi boschi e pascoli in cui siamo adagiati ora: sono un altro mondo, forse troppo siderale.

Ma a ben guardare anche i boschi e i pascoli dove l’uomo ha tracciato con intelligenza questo modellino di sistema solare fanno parte di un altro universo, quello della montagna svizzera, così vicino e così differente dal nostro. La potenza espressiva di questo ambiente ricorda che boschi, pietraie, cime e ghiacciai sono lì da un milione d’anni: e questo tempo enorme, così difficile da immaginare, ci riporta proprio all’immensità spaziale cui la miniatura dello Chemin des Planètes e la storia dell’alpinismo cercano di dare una qualche dimensione. Le mie piccole faticano a comprendere questo gioco da grandi. E i grandi, nel tentativo di chiudere un cerchio camminando a piedi alla velocità della luce, tentano di aprire la mente su spazio e su tempo per poi ritrovarsi ancor più piccini.

Sentiero dei Pianeti, Saturno 

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