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La grande cresta

La grande cresta

Quando bambino viaggiavo in treno da Genova a Trento con il naso appiccicato al finestrino, un occhio sulle risaie ed un altro al cielo, tra un filare di pioppi e l’altro, ecco in lontananza una visione magica, una mole rosata più alta di alcune nuvole. Il ritmo del vagone sulle rotaie era accompagnamento di un viaggio reale quanto la visione: non desideravo quelle creste ghiacciate, non ne sapevo neppure il nome. Stavo viaggiando in treno su quella montagna e la fantasia uguagliava la futura realtà. Da allora il Monte Rosa ha avuto un posto nel mio cuore. Anche Marco Milani: da piccolo lo portavano in vacanza a Gressoney e fu là che cominciò a salire le montagne, a muovere i primi passi su ghiacciai e creste. Lentamente concepì l’idea della Grande Cresta: percorrere il filo delle cime che separano la Valle del Lys dal Biellese prima e dalla Valsésia poi, dalla pianura canavesana fino alla vetta del Monte Rosa: e senza alcuna interruzione. Un approccio lento, ben diverso dal solito mordi e fuggi dei fine settimana. Una salita integrale che prendeva in consi­derazione tutto di una montagna e non soltanto quella parte che è definita «la più significativa». Da tempo avevo bisogno di una salita così globale, dalla pianura ai Quattromila. Era un dare corpo alla visione infantile, dai filari di pioppi e dalle risaie alle cime più alte, illuminate di rosa come le più belle speranze.

La vetta della Colma di Mombarone
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La salita al Monte Rosa lungo la cresta si presentava impegnativa. Pur appoggiandoci ai rifugi per le cene, volevamo vivere il più possibile a fondo l’esperienza della cresta, bivaccando all’aperto. Il 29 giugno 1996 ci ritroviamo alla partenza, sul grande cordone morenico che sovrasta Ivrea, tra i boschi e le radure di San Giacomo. Siamo in quattro: oltre a Marco e a me, ci sono Franco Girodo e Fabrizio De Liberali; gli amici Roberto Corsi e Cristina Galliena ci aiuteranno nel collega­mento con le valli e presso i rifugi lungo il percorso. Saliamo tra le nebbie alle prime malghe. Una pastora di mezz’età sorveglia la mandria e, curiosamente, legge il giornale. Ci salutiamo, scruta con sospetto i nostri carichi eccezionali, poi ci chiede «se siamo quelli della cresta»! Ora la vetta della Colma di Momba­rone ci sembra più vicina. Da lassù, sotto al gigantesco monumento al Redentore, il Monte Rosa si nega: ma sappiamo che è così lontano da far parte dell’orizzonte. Poi inizia la cresta, su e giù per cime facili ed erbose, lungo sentieri fino al Rifugio Coda, dove ci attende una prima notte di vento incessante. Il giorno successivo, la salita al Monte Mars lungo la cresta dei Carisey ci regala una bella ginnastica su roccia ottima, anche se siamo un po’ goffi per i pesi sulla schiena; poi giù di corsa per proseguire la tappa, tra le più impegnative. Nugoli di mosche ci circondano con insolita e tormentosa tenacia. Le ultime luci ci vedono scendere al Rifugio della Vecchia dal Monte Cresto. Anche questo tratto della grande cresta, nelle poco frequentate quanto belle Prealpi Biellesi, presenta i suoi tratti impegnativi, soprattutto se il tempo non è dei migliori, e cime come i Gemelli, posti lungo la tappa seguente, non sono da sottovalutare: nebbia, pioggia e vento sono le costanti del pomeriggio. Un pastore fa merenda sotto il diluvio senza scomporsi, a malapena coperto da un mantellaccio. Quattro chiacchiere con quest’uomo così «ultimo» per capire che anche lui lassù aveva qualcosa da insegnarci.

In vetta alla Punta Chaparelle (Prealpi Biellesi): Fabrizio De Liberali, Franco Girodo e Alessandro Gogna, 1.07.1996. Foto: Marco Milani
In vetta alla Punta Chaparelle (Prealpi Biellesi): F. De Liberali, F. Girodo e A. Gogna, 1.07.1996

Poi la calda accoglienza dei simpa­tici gestori del Rifugio Rivetti, assieme ad una banda di ragazzini scatenati che trascorrono qui una settimana, ci confortano dello sconforto e della pioggia in­cessante. Dopo tre giorni di cammino con zaini oltre i 15 chili, la stanchezza si fa sentire: e il peggio deve ancora arrivare. Il gior­no successivo, dal Colle della Mologna Grande attraversiamo fino al solitario Vallone di Loo, in un mondo che non ha più nulla di prealpino. La salita ai Corni del Pallone e al Corno Rosso tramite il Passo del Camino si svolge su un terreno che richiede attenzione; sulla cima ci sono Roberto e Cristina, che per la Val Vo­gna sono saliti quassù con rullini fotografici, batterie e alimenti che ci serviranno nella tappa successiva, priva di un rifugio dove appog­giarci. La sera, all’Ospizio Sottile, si respira una suggestiva atmo­sfera da rifugio del secolo scorso; la struttura, situata presso il valico che ha visto passare eserciti e migrazioni di pastori tra la Valsésia e la Valle del Lys, mostra i segni dell’età ma conserva un fascino segreto, dovuto anche alla gentilezza del giovane custode. I primi vaghi chiarori dell’alba ci sorprendono sulla bella radura a dieci minuti dal rifugio mentre con le dita infreddolite riponiamo le tende negli zaini. Davanti a noi, lungo il cammino della cresta, ci aspetta la cima del Corno Bianco, una montagna di tutto rispetto di 3320 m; ci sentiamo a quel punto al passaggio chiave di tutta la salita al Monte Rosa. Nella tarda mattinata, dopo una splendida arrampicata, ammiriamo i ghiacciai del Rosa dalla solitaria vetta del Corno Bianco. Dopo un’umida notte accanto al Bivacco Ravelli e una meravigliosa alba dalla Punta Straling, giungiamo all’arrivo della funivia di Punta Indren, dove sostituiamo le nostre pedule con scarponi in poliuretano; quindi ci incamminiamo nelle nebbie fino al Rifugio Gnifetti, dove incontriamo nuovamente Roberto e Cristina. Il morale è alto, ci sentiamo già in cima al Monte Rosa e pare che nulla ci voglia fermare. Coerenti ai nostri intenti, trascorriamo una notte di fitta nevicata nelle tende mon­tate sul ghiacciaio nei pressi del rifugio, ma al mattino il tempo è veramente pes­simo. La neve continua a cadere abbondante ed ogni traccia è sepolta, mentre la visibilità è di solo qualche metro. Ad ogni modo ci sentiamo forti: abbiamo percorso migliaia di metri di dislivello in sei giorni e non saranno certo questi ultimi pendii ben conosciuti che ci fermeranno. Un aiuto indispensabile arriva anche dal GPS Magellan, lo strumento satellitare che per tutta la cresta, e specialmente nella fitta nebbia, ha confermato le nostre po­sizioni con precisione sorprendente. Lasciamo il rifugio lungo un percorso che nelle giornate di bel tempo vede salire centinaia di persone in processione, men­tre questo 5 luglio si è trasformato in un arrancare nella neve profonda con il pro­prio compagno di cordata che sparisce nel turbinio della bufera. Ci diamo il turno nel battere la pista: sembra di galleggiare su di una nuvola, con la perdita di qualsiasi percezione dell’inclinazione e dell’orientamento della montagna. Siamo sicuri di essere al Colle del Lys perché lo dice il GPS e perché ci appare, in visione, un bastoncino di segnalazione. Il vento è sempre più insopportabile e, traversando sotto i pendii setten­trionali della Punta Parrot, sentiamo sotto i piedi i lugubri rumori di asse­stamento della neve che talvolta accompagnano le valanghe. A due-trecento me­tri dal Colle Sésia, quindi sotto alle ultime rampe della Punta Gnifetti, sentiamo di rischiare troppo. A malincuore torniamo. Il GPS è l’unica guida, il filo d’Arianna che ci permette di uscire con sicurezza dall’inferno della tormenta.

A. Gogna, F. Girodo e F. De Liberali sulla Punta Straling, con il bel panorama sul Monte Rosa (4.07.1996). Foto: Marco Milani
HighLab1996, La Grande Cresta, A. Gogna, F. Girodo e Fabrizio De Liberali sulla Punta Straling, Val Sesia/Valle del Lys, panorama sul Monte Rosa, 4.07.1996

La nostra Grande Cresta si è conclusa quindi sul Grenzgletscher, non sulla cima del Monte Rosa: per poche centinaia di metri. È stata una vera è propria avventura attraverso pascoli, rocce e ghiacciai, carica delle medesime sensazioni delle grandi pareti. Un’avven­tura di umiltà nei confronti della montagna. Spesso mi sono sentito rivolgere la domanda «quale fosse per me la montagna più bella», soprattutto da persone poco coinvolte nella passione per l’alpinismo. Mi appare nitido il ricordo di tutte quelle interminabili discussioni tra alpinisti, ognuno caloroso sostenitore delle proprie montagne, considerate le più belle. Credo che il titolo di montagna più bella si debba attribuire a quella dove ognuno di noi ha sentito nascere in sé la passione per i sentieri o le pareti: come in un primo amore il ricordo rimane per sempre e tutte le altre montagne che se­guiranno verranno sempre paragonate alla prima, la più bella. Il Monte Rosa, forse.

Sul Grenzgletscher, in discesa dalla Punta Gnifetti verso il Colle del Lys. Foto: Marco Gabbin
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Nota tecnica
Abbiamo sviluppato il percorso in 7 giorni, dal 29 giugno al 5 luglio 1996. In gran parte escursionistico su terreno privo di segnalazioni, presenta anche tratti alpinistici con arrampicata fino al III grado, brevi calate in corda dop­pia e salita finale su ghiacciaio d’alta quota. Dislivello in salita: quasi 10.000 m. Ore totali di pura marcia e arrampicata: 63. Da Ivrea ad Andrate-San Giacomo 1250 m c. Colma di Mombarone 2371 m, Punta Tre Vescovi 2347 m, Colle della Lace 2121 m, M. Roux 2318 m, M. Bechit 2320 m, Rifugio Agostino e Delfo Coda 2280 m, M. Mars 2600 m (per la Cresta dei Carisey, II e III), M. Rosso 2374 m, Punta della Balma 2384 m, Punta Lei Long 2389 m, Gran Gabe 2337 m, Punta Gragliasca 2412 m, Punta Pietra Bianca 2490 m, M. Cresto 2546 m, Rifugio della Vecchia 1872 m, Punta Chaparelle 2409 m, Coda di Jonno 2236 m, Punta Serange 2334 m, Colle Mologna Pic­cola 2205 m, Colle Mologna Grande 2364 m, Rifugio Alfredo Ri­vetti 2150 m, Punta Tre Vescovi 2501 m, Colle Lazoney 2395 m, Passo del Camino 2472 m, Corni del Pallone 2898 m, Cor­no Rosso 2979 m, Ospizio Sottile al Colle di Valdobbia 2480 m, Passo di Valdob­biola 2635 m, Passo dell’Alpetto 2774 m, Corno Bianco 3320 m, Bocchetta del Forno 3140 m, Bocchetta di Puio 3100 m, Colletto di Tailly 2719 m, Bivacco Ravelli 2503 m, Passo Nord della Coppa 2920 m c., Punta Stra­ling 3115 m, Corno Rosso 3023 m, Col d’Olen 2881 m, Passo dei Salati 2936 m, Rifugio Gnifetti 3611 m, Colle del Lys 4248 m, Colle Sésia 4299 m, Punta Gnifetti 4554 m (non raggiunta).

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Il Sentiero tematico di Cimalegna

Il Sentiero tematico di Cimalegna
Nell’alto vallone d’Olen, sotto al passo dei Salati (Alagna Valsésia), è un itinerario ad anello a circa 3000 metri di quota, lungo il quale sono stati collocati otto pannelli che illustrano la storia geologica di questo settore della catena alpina, le principali rocce affioranti ed i loro suoli. Il sentiero parte dal passo dei Salati, a 2936 m, scende allo storico Istituto Scientifico Angelo Mosso, presso il Lago Bowditch, per proseguire fino all’ex-rifugio Vigevano; si spinge poi a ovest fino al Col d’Olen 2881 m e sale al Corno del Camoscio 3024 m da dove si ha un panorama a 360° sul versante meridionale del Monte Rosa, sulla Valsésia e sulla Valle di Gressoney; il percorso infine scende verso nord ritornando al passo dei Salati.
L’Altopiano di Cimalegna su cui si snoda il percorso è un pianoro glaciale, luogo ideale per esaminare la storia geologica delle Alpi nord-occidentali, con particolare riguardo alle dinamiche geologiche degli ultimi 200 milioni di anni. I pannelli spiegano con fotografie e schemi la storia geologica di questa zona a partire dall’antico oceano della Tetide fino alla formazione delle Alpi, soffermandosi anche sui suoli, che qui si formano in condizioni particolari per la presenza di una zona quasi pianeggiante, di quote elevate e di condizioni climatiche estreme. Per maggiori informazioni vedi:
http://www.areeprotettevallesesia.it/files/sent-geologico-pedologico-cimalegna.pdf

Dall’aprile scorso c’è motivo di ritenere che questa zona stupenda, già comunque sorvolata dall’impianto funiviario del passo dei Salati, sia in serio pericolo.

Uno dei laghetti dell’altopiano di Cimalegna (Vallone d’Olen, Alagna Valsésia)
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Monocultura dello sci: nuovi impianti sul Monte Rosa, in zona protetta
a cura del Comitato Noi walser, per un turismo sostenibile e responsabile
(articolo postato su http://www.salviamoilpaesaggio.it/ il 21 aprile 2015)

E’ stato presentato in questi giorni ad Alagna Valsesia presso il Teatro dell’Unione il Piano di Sviluppo di Monterosa 2000 S.p.A., Società a totale capitale pubblico proprietaria e gestore degli impianti di risalita.

Sono ben 15 gli interventi in progetto sul Monte Rosa per un investimento di 15 milioni di euro da realizzarsi in tempi ravvicinati (da 1 a 4 anni) in conseguenza dei quali si verificherà inevitabilmente un incremento spropositato dell’antropizzazione nelle alte quote degli ambienti montani in zone protette coinvolgendo Siti Natura 2000 IT1120028 e IT1120027 Alta Valsesia (SIC e ZPS) in zona dichiarata dal Ministero dell’Ambiente “di notevole interesse pubblico” vincolo D.M. 1 agosto 1985 per l’Alta Valsesia e Valli laterali.

Si programma lo sfruttamento intenso delle risorse idriche per l’innevamento programmato e per centraline idroelettriche, si prevede addirittura un “lago artificiale” a cielo aperto che modificherà in modo significativo l’attuale paesaggio, si progettano collegamenti stradali sterrati in alta quota (2400/2500 mt.), persino tapis roulant che nulla hanno di montano, si compromettono nell’altopiano di Cimalegna zone umide caratterizzate da laghetti alpini e torbiere d’alta quota. Gli interventi comportano una grave intrusione sulla percezione del paesaggio locale.

Il Piano di Sviluppo Monterosa 2000 non è altro che il progetto di un grande Luna Park provvisto persino di luminarie notturne, un parco divertimenti finalizzato al solo profitto senza tenere in considerazione la protezione e la tutela dell’ambiente naturale e del paesaggio così da garantire stabilmente l’efficienza degli ecosistemi, la conservazione della flora e della fauna e dei loro habitat, l’unicità e la bellezza della natura e del paesaggio nel loro insieme.

Vallone d’Olen
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Dobbiamo conservare e valorizzare la montagna per quello che la natura offre, dobbiamo salvaguardarla come bene collettivo destinato a soddisfare bisogni profondi, duraturi ed essenziali, dobbiamo assumerci la responsabilità di detenere un bene prezioso e delicato e di consegnarlo alle generazioni future, dobbiamo pensare che anche verso la montagna abbiamo dei doveri e non solo dei diritti. La montagna può essere lasciata lì, per quel che è, per consentire a chi lo desidera di essere contemplata, ammirata, vissuta, nel rispetto della sua natura. Chiunque ami la natura e l’autenticità della montagna deve opporsi a questo scriteriato approccio al modo di fare sviluppo. Date le caratteristiche del territorio, lo sci praticabile ad Alagna non è certo quello dello sciatore principiante o delle famiglie. Alagna è sempre stata meta di sciatori esperti dotati di buona tecnica ed è stata pubblicizzata negli ultimi anni come “freeride paradise”. I costi economici e ambientali degli interventi previsti sono elevati in rapporto ai benefici, considerato che il bacino di utenza è alquanto limitato. Le caratteristiche generali del territorio non consentono di cambiare con successo il target turistico.

E’ tempo che tutti i soggetti del territorio alpino (operatori locali ed enti territoriali) cambino atteggiamento rispetto alla monocultura esasperata dello sci e sempre più volgano l’attenzione verso quelle pratiche sportive che garantiscano il minimo impatto ambientale, sociale e culturale delle strutture e delle attività legate al turismo sul territorio.

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Essere al top

A volte le pagine pubblicitarie del web sono commoventi. Sì, perché c’è la possibilità che ti facciano sorridere. La superficialità con cui vengono confezionate spesso è inaccettabile. Non bisognerebbe mai dimenticare che un marketing accurato non può fottersene in questo modo di logica e accuratezza. Si rischia di ottenere l’effetto contrario: invece di invogliare, si ottiene di dissuadere (e a noi in questo caso andrebbe anche bene…).

La Capanna Regina Margherita sulla Punta Gnifetti del Monte Rosa
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Prendiamo a esempio la pagina di www.alagna.it, quella che vorrebbe promuovere l’eliski sul Monte Rosa in questo 2014-2015.

Questo è il testo che presenta in generale le possibilità di eliski ad Alagna Valsésia:
Eliski ad Alagna
Alagna è un ambiente ancora selvaggio e non toccato dal turismo di massa. Offre possibilità infinite di splendide escursioni e, grazie all’eliski, opportunamente controllato e regolamentato, agli sciatori più esigenti è garantito di scoprire itinerari in neve fresca invernale anche in primavera. Colle del Lys, Colle Ippolita, la Valle Nera, il Cavallo, il tour di Zermatt sono solo alcuni dei voli che proponiamo! Le guide di Alagna sapranno consigliarti quando e dove volare, scegliendo per te dove le condizioni sono al top. Ad Alagna si vola con elicotteri a 5 posti, gruppi rigorosamente di max 4 persone accompagnati da una guida alpina UIAGM. L’eliski controllato e ben organizzato è un modo di guardare la montagna con una prospettiva nuova“.

Questo testo, indipendentemente dalle nostre ben precise opinioni sull’eliski, è abbastanza misero. Potremmo dire che è mendace quando asserisce che l’ambiente di Alagna non è toccato dal turismo di massa; potremmo osservare che è grottesco quando garantisce “agli sciatori più esigenti” itinerari in “neve fresca invernale” anche in primavera; potremmo constatare che è penoso quando stabilisce che l’eliski è “un modo di guardare la montagna con una prospettiva nuova”; potremmo soffocarci dal ridere quando si parla di condizioni al top (viene in mente un plurisbeffeggiato modo di esprimersi di Flavio Briatore: se non sei al top… sei fuori!).

Un’altra pagina dello stesso sito www.alagna.it descrive le varie possibilità per il turista invernale. In questa, accanto alle varie proposte di sci fuoripista, scialpinismo e ciaspolate, figurano le proposte di eliski di fine settimana (790 euro a persona, comprensivi di guida alpina per 3 giorni, 2 voli in elicottero, 3 notti in HB ad Alagna in camera doppia, Ski pass Monterosaski 3 giorni, Safety kit, trasferimenti Acqua Bianca Alagna) e le proposte di eliski su base settimanale (1600 euro a persona, comprensivi di guida alpina per 6 giorni, 2 voli in elicottero, 7 notti in HB in hotel 3 stelle ad Alagna in camera doppia, ski pass Monterosaski 6 giorni, safety kit, trasferimenti Acqua Bianca Alagna).

Senza qui stare a discutere sui prezzi (ognuno può fare le sue valutazioni), analizziamo la proposta nel dettaglio. In entrambi i casi si parla di “25 atterraggi e tantissime discese; 3000 metri di dislivello e un terreno sempre diverso; canali ripidi, percorsi su ghiacciaio, ampi valloni e spazi infiniti“. Osserviamo che, in altra parte del sito, sono 8 le piazzole dedicate all’atterraggio, non 25.
Il testo prosegue: “Le guide alpine di Alagna conoscono il free ride paradise a menadito. Sciare con loro la vastità dei fuoripista del Monterosa ski significa scoprire dove la neve è migliore, dove i canali sono più divertenti, dove i panorami sono mozzafiato e l’eliski è emozionante”.

Fino a pochi giorni fa il sito di cui stiamo parlando confondeva l’eliski con l’eliturismo e pubblicizzava un “bel regalo di Natale” la possibilità di raggiungere con l’elicottero la Capanna Regina Margherita per poi scendere in sci. Periodo: giugno-settembre! Errore cui giustamente e finalmente si è posto rimedio cancellando le pagine incriminate. Il marketing spesso tralascia l’accuratezza, ciò che gli interessa è imbonire, non certo spiegare. Ma quando si parla di fuoripista (anche se con elitrasporto), non si può essere mai superficiali: occorre dire che il pacchetto è soggetto alle condizioni meteo, nonché allo “storico” della stagione di innevamento; occorre dire se c’è un minimo “garantito” e qual è eventualmente. Qualifichiamo questa proposta uno squallido esercizio pubblicitario, l’ennesimo tentativo di promettere divertimento ed emozioni epidermiche in un campo dove la montagna invece di farla da padrona è ridotta a business da divertimentificio, dove le abusate parole “mozzafiato” ed “emozionante” celebrano il parto stitico di un copywriter a dir poco senza fantasia.

Ci auguriamo che la professionalità in montagna e sul terreno sia ben superiore all’accuratezza con cui è stato formulato il pacchetto d’offerta: perché, se così non fosse, l’utente farebbe meglio a disertare.

Flavio Briatore

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