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Eccesso di soccorso

Dal 20 agosto 2016 lungo il tracciato dell’Alta Via numero 7 risultava dispersa Janna Schneider, 39 anni, di Münster (Renania Settentrionale-Vestfalia, Germania). Dopo la conferma da parte dei parenti della donna sulle sue intenzioni di percorrere proprio quell’itinerario, i soccorritori si sono trovati alle 8 di mattina del 21 agosto al rifugio Carota: dopo essersi divisi in squadre, i soccorritori sono stati trasportati nelle zone di ricerca dall’elicottero del SUEM di Pieve di Cadore e da quello dei Vigili del Fuoco. Le ricerche non hanno avuto purtroppo esito, sono passate settimane nelle quali è stato ritrovato il cellulare della donna e si è stabilito che era sua l’auto con targa tedesca parcheggiata al rifugio Dolada, a Pieve d’Alpago.

Joanna Schneider. Foto: cortesia CNSAS
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Il 12 settembre a seguito di richiesta dei familiari, un elicottero privato con a bordo una guida alpina, componente ed ex capostazione del Soccorso alpino dell’Alpago, aveva effettuato una nuova perlustrazione lungo l’Alta Via numero 7, concentrando l’attenzione sulla ferrata Costacurta del Monte Teverone: alcuni escursionisti avevano infatti detto di aver visto qualcosa di giallo. Il soccorritore si è fatto sbarcare all’uscita del percorso attrezzato e, dopo un tratto, si è calato fino a vedere 40 metri più sotto la macchia gialla, non apparsa chiaramente durante il sorvolo. Si trattava di un coprizaino. Continuando a scendere con le corde è stato ritrovato il marsupio contenente gli effetti personali della ragazza e il sacchetto della paleria di una tendina. In un canalone, a fondo valle, è stato avvistato infine il corpo, proprio ai piedi del monte Teverone.

Il corpo della Schneider è stato recuperato il 13 settembre alle ore 14. Ed è proprio di quest’operazione che qui vogliamo parlare, al di là quindi della tragedia e delle modalità nelle quali questa è avvenuta. Pubblichiamo qui una lettera aperta dei presidenti del CNSAS Veneto e Friuli-Venezia Giulia, rispettivamente Rodolfo Selenati e Vladimiro Tedesco.

Eccesso di soccorso
di Vladimiro Tedesco e Rodolfo Selenati
“Con il ritrovamento del corpo senza vita di Janna Schneider si chiude con l’epilogo peggiore una storia che ci ha coinvolto fin dal principio, come le tante, troppe, con le quali, soprattutto d’estate, ci confrontiamo. Ricerche che durano giorni, che ci avvicinano sempre più emotivamente a chi è scomparso, alle quali cerchiamo di dare il massimo, mettendo a disposizione la profonda conoscenza del nostro territorio, le tecniche operative richieste in ambienti così severi e rischiosi, la volontà di essere utili al prossimo e di portare aiuto a chi ne ha bisogno.

Non siamo soliti esprimere giudizi sull’operato degli enti che, come il CNSAS, si prodigano nelle emergenze con la nostra stessa finalità – salvare vite umane – e con i quali collaboriamo attivamente, ognuno per la propria parte di competenza istituzionale. Oggi però non possiamo esimerci dall’esprimere la nostra profonda amarezza di fronte alla conclusione di questa vicenda.

Sulla ferrata Costacurta del monte Teverone
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I Servizi regionali del Soccorso alpino e speleologico del Veneto e del Friuli-Venezia Giulia, a differenza di quanto succede ogni giorno – spesso decine di volte al giorno – per una competenza delegata dalla legge dello Stato italiano, oggi (13 settembre, NdR) non hanno potuto ultimare l’intervento di recupero del corpo di Janna, completato con un elicottero dei Vigili del fuoco e con personale dei Vigili del fuoco provenienti da Bologna.

Dopo il rinvenimento degli effetti personali della giovane donna ieri sera, questa mattina alle 8 erano pronti a decollare gli elicotteri sia dal Bellunese che dal Friuli, con personale del Soccorso alpino di Alpago e Valcellina disponibile in piazzola. Personale volontario, lo ricordiamo, con preparazione e formazione certificate dalla Scuola Nazionale del CNSAS, riconosciuta da specifiche leggi dello Stato e delle nostre rispettive Regioni. Personale che ha assoluta familiarità con tecniche operative che non hanno, e non possono avere, paragoni di sorta su quei terreni impervi e ostili, oltre ad avere profonda conoscenza del territorio e dei suoi pericoli.

Vogliamo ancora una volta rimarcare il fatto che le competenze primarie degli interventi di soccorso in montagna, ivi incluso il recupero delle salme, è del CNSAS, in quanto lo Stato ci ha attribuito questo ruolo in modo inequivocabile. Il quotidiano e stretto rapporto con i Servizi Sanitari Regionali da anni permette di effettuare innumerevoli interventi nelle condizioni più estreme, frutto di una continua formazione reciproca che porta gli operatori ad essere pronti a risolvere le più variegate tipologie di emergenze in territorio impervio ed ostile e ad essere a disposizione della Protezione Civile nei momenti in cui è necessario il nostro supporto.

Possiamo inoltre immaginare i costi di un elicottero che non parte dal Friuli o dal vicino Bellunese, ma addirittura da Bologna. In più, oltre ad allungare i tempi di recupero dato il lungo trasferimento, viene a mancare una risorsa da impiegare su eventuali incidenti di competenza dei Vigili del fuoco, che potrebbero verificarsi nella loro zona di provenienza. Chi interverrebbe? Il CNSAS no di certo, non avendone la titolarità. L’intervento di individuazione e recupero si è concluso poco prima delle 14. Squadre a piedi avrebbero impiegato meno tempo. Speriamo vivamente che questo tipo di iniziativa non sia replicata e ci auguriamo non sia frutto esclusivo della ricerca di visibilità su competenze non proprie.

Il presidente del CNSAS Veneto, Rodolfo Selenati
Il presidente del CNSAS Friuli-Venezia Giulia,
Vladimiro Todesco”

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La Ferrata delle Mésules

La Ferrata delle Mésules
(dal mio diario, fine estate 1962)

2 agosto 1962. Da Soraga di Fassa prendo la corriera delle 7.51 e arrivo all’Albergo Maria Flora del Passo Sella. Ho il solito zaino, ma questa volta gli ho attaccato una borsetta di pelle sintetica per poter portare più roba.

Paolo Baldi mi ha sconsigliato di andare da solo, dice che la via è pericolosa, esposta, ecc. Ma io sono qui ugualmente.

In seguito a questa gita ho capito che più volte ho fatto l’errore di portarmi su vie impegnative zaini davvero grossi: e già qui sulle Mésules capirò che non è solo il peso a dare fastidio, ma anche le dimensioni.

La Ferrata delle Mésules
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Trovato il sentiero che porta tra i ghiaioni delle Torri di Sella all’attacco, raggiungo due ragazzi più grandi di me e gli sto dietro, segretamente covando l’idea di star dietro a loro per tutta la salita, un bel sollievo morale.

All’inizio della Ferrata c’è una piccola selletta, i due si fermano, hanno l’aria di voler mangiare. Per prendere tempo io mi sposto verso un masso per guardare la parete sopra di noi. Vedo in alto delle persone, allora penso che possono essere loro quelli cui stare dietro…

L’attacco è immediatamente a destra di un’impressionante parete nera con acqua a cascata. Ho letto che ci sono 264 metri da superare per raggiungere l’orlo del grande terrazzone detritico che caratterizza la sommità del Piz Ciavazes.

Un po’ timoroso inizio per una paretina con scalini di ferro e bolli rossi. Raggiungo un lungo camino, obliquo verso destra, formato da una serie di grandi lastroni staccati dalla parete, ancora con gradini e corde metalliche.

L’arrampicata è molto divertente e non difficile. Solo lo zaino m’impaccia, ma faccio finta di nulla. Mentre aspetto che un ragazzo e una ragazza (lei un po’ in difficoltà) escano dal camino, estraggo dal mio zaino degli zuccherini e del surrogato di cioccolata. Ne metto un po’ in bocca e un po’ in tasca. In basso il camino è una specie di canale, poi si restringe e diventa più verticale e liscio. L’arrampicata è divertente, priva di difficoltà grazie agli scalini. Alla sommità del lastrone che forma il camino oltrepasso la coppia legata in cordata.

Raggiungo una seconda scaletta di ferro che permette di salire su parete aperta e quasi verticale. Lì raggiungo due ragazzi della mia età, guidati dal loro zio, che per assicurarli maneggia corda e moschettone agganciato a uno scalino.

Di queste cose tecniche io non so nulla. Ancora per corde metalliche raggiungo una terza scaletta e qui incontro un primo gruppo di finanzieri che stanno scendendo, legati in cordata.

Oltrepassata una nicchia giallastra salgo lungo una fessura che presto s’allarga e si appiattisce. Dopo una costola secondaria, attraverso un forcellino e proseguo su roccette verso la fascia detritica. Qui incontro un secondo gruppo di finanzieri. Seguendo le serpentine della traccia di sentiero sui detriti raggiungo la vera terrazza sommitale e mi dirigo all’insellatura tra Piz Ciavazes e Piz Selva.

In arrampicata sulla ferrata delle Mésules
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Alla selletta discuto con me stesso se salire anche in vetta al Piz Ciavazes, poi concludo che non ne ho voglia; così mi dirigo all’ultimo salto, di 210 metri, per arrivare in vetta al Piz Selva.

Anche qui ci sono opere artificiali di assicurazione e progressione. Prima per un colatoio, poi per la costola di destra con un caratteristico “ago” di roccia. Qui mi permetto di non usare alcun manufatto e in breve esco sull’altopiano, in prossimità dl segnale trigonometrico del Piz Selva, a 2940 m.

Dal punto più alto osservo la nuda pietraia, sterminata, che costituisce questo gruppo di Sella. Mi siedo e apro una scatola di pesche sciroppate, poi mangio un’altra tavoletta di surrogato di cioccolata. Faccio ordine nello zaino e proseguo il mio cammino, avendo già individuato il Piz Gralba 2974 m, la più alta di tutte le cime del settore occidentale del Sella. Per arrivarvi devo salire la cima del Piz Revis 2940 m.

Ma non mi accontento, continuo il mio saliscendi sul Piz Saliera 2958 m, sul Piz Miara 2965 m e, più faticosamente, sul Piz Beguz 2972 m. Da qui riconosco il Piz Rotic 2964 m, quello prima delle Mésules, dove la catena sommitale fa una netta svolta a est. Dalla vetta del Piz Rotic c’è una spettacolare veduta sul vallone che porta al rifugio Pisciadù.

Sceso alla Forcella dei Camosci 2923 m, prendo a destra e proseguo fin sotto alla prima cima delle Mésules, che salgo senza zaino, dopo averlo posato sul sentiero.

Comincio a essere un po’ stanco, salgo affaticato anche se non è per nulla ripido. Quando vedo che la cima su cui sono è più bassa dell’altra poco distante (che non ho voglia di raggiungere) sono preso da stizza. Mi accontento della cima Sud delle Mésules 2985 m.

Riscendo svogliatamente, riprendo lo zaino e, attraverso piccole distese di neve residua, vado alla Sella del Pisciadù invasa da neve marcia. Dopo un poco incontro il bivio per la Sella Val di Tita e dopo un po’ ancora la Forcella dell’Antersass. Qui c’è un sacco di gente. Si vede la Torre Berger, fantastica. Continuo fino alla vetta dell’Antersass 2906 m, sorpassando tutte le comitive. Ancora un attimo e sono al rifugio Boè, dove mi fermo a mangiare: non dentro, ovviamente!

Finito il pasto poco luculliano mi avvio verso il Col Turond 2921 m, che è un rilievo isolato proprio in mezzo all’altopiano. Per sfasciumi e pendii poco ripidi ne raggiungo la vetta, poi scendo, incertissimo se andare o no al Col Alton 2881 m. Mi dico sì, poi no, poi ancora sì più volte: alla fine prevale il sì. Ero incerto, mi scocciava scendere e poi risalire… Ma alla fine lo faccio, ancora una volta depositando lo zaino e salendo poi per l’ennesimo sfasciume.

Adesso però basta: recuperato lo zaino proseguo veloce verso la Forcella Pordoi, poi mi convinco di salire anche la Punta di Soél 2948 m, che raggiungo nella nebbia. Scendo per un canalone poco marcato e innevato e ritorno al sentiero e per questo alla Forcella Pordoi.

Disdegno di salire al Sass Pordoi perché ci sono già salito in altra occasione (allora non era ancora stata costruita la Funivia che collega il Passo Pordoi al Sass Pordoi, NdR).

Non ancora sazio e nascosto lo zaino dietro a una roccetta, salgo anche sulla cima del Sass de Forcia 2923 m, facendo attenzione a non smuovere sassi che potrebbero cadere sulla testa di qualcuno alla Forcella Pordoi. Sono in cima in pochi minuti. Mentre scendo incontro uno che, arrancando, mi chiede se è difficile andare su. Rispondo di no, che è facilissimo, ma non gli do grande udienza.

A velocità record scendo per il famoso ghiaione di Forcella Pordoi, vedo l’insignificante vetta del Monte Forcia 2356 m, che raggiungo in breve con una piccola deviazione dal sentiero. Mi godo quest’ultima vetta (per oggi), la ottantacinquesima nel mio elenco di cime salite.

Al Passo Pordoi considero se salire anche il Sass Beccé, ma poi il buon senso ha il sopravvento.

Sono appena le 15, mi metto a prendere il sole. Poi devo scendere, giù per la Statale e le sue scorciatoie, ogni tanto tentando un po’ di autostop, infruttuosamente.

Sono circa al km 69 quando una Topolino targata Bologna si ferma e mi fa salire senza che io abbia fatto alcun segno.

Quello che guida è lo stesso che sulla Cima Forcia mi chiedeva se era difficile o no. Si è fermato perché mi ha riconosciuto. Mi confida di aver avuto paura e di non essere arrivato in cima, poi parliamo di montagna. Lui e la moglie mi sbarcano a Mazzin. Ci salutiamo e io mi metto ad aspettare la corriera per Soraga.

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Marmolada 1961

Marmolada 1961
(dal mio diario, gennaio 1962)

Quando Paolo Baldi mi parlò del suo progetto di salire an­cora sulla Marmolada feci in modo che capisse che avrei de­siderato andare anch’io. Non vedevo altri mezzi per raggiunge­re la vetta: mio padre non si sarebbe mai sognato di organiz­zare una gita così: per lui queste sono scemate, così per gente che vuole mostrare la propria abilità, così pericolose, e non considera per nulla il lato spirituale e sportivo; non compren­de la gioia che procura una buona ascensione faticosa con an­che un pizzico di pericolo o più che pizzico, illusione. Comun­que Paolo in principio cercò di non parlarne, ma alle mie insi­stenze promise che quando sarebbe arrivato suo padre gliene avrebbe parlato. Poco fiducioso di ciò non mi accontentai e continuai a scocciarlo finché il 13 di agosto non arrivò suo pa­dre. Visto che non si approdava a nulla e che quasi lui ci si divertiva, intensificai ancora le mie richieste. Mi disse che fin­ché non arrivava suo zio con i tre cugini, un amico di suo padre e i suoi due figli, non si sarebbe fatto nulla: per il momento mi calmai. Ma verso il 20 i grandi cominciarono a parlottare tra di loro di quell’argomento ed esortai per l’ultima volta Paolo: ma non fece nulla, allora decisi di parlarne io stesso a suo pa­dre e un giorno, incontrandolo, lo salutai e gli chiesi se per caso c’era una gita alla Marmolada in programma. Rispose di sì ed io, con una faccia tosta terribile, gli chiesi se potevo ag­gregarmi. Rispose che potevo se mia madre dava il consenso e se c’era posto nella cordata. Dato che le cordate sono al massi­mo di sette persone e siccome c’erano già Paolo, il padre, lo zio i tre cugini e una delle tre sorelle di Paolo, io avevo ben poche speranze di partecipare alla gita. Per fortuna avvennero delle così inaspettate: si aggiunse altra gente che voleva partecipare e si arrivò alla necessità di comporre due cordate; dissi a mia madre di prepararsi e un giorno con infiniti accorgimenti, sot­terfugi, speranze, timori, gioie e disperazioni, ebbi il tanto so­spirato permesso.

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Si è a giovedì 24, la gita sarà tra due giorni. La famiglia di Paolo fa gli ultimi preparativi. Acquistano pantaloni alla zuava, sacco da montagna nuovo, ramponi, eccetera. Da parte mia ho già tutto, anche i ramponi: solo gli scarponi sono un po’ vecchi e logori e fanno acqua al contatto della neve. Comunque rimedio portandomi dietro ben nove paia di calze di ricambio. Sono tanto contento, entusiasta, che ho già preparato tutto fin da venerdì, anche il mangiare: la notte tra venerdì e sabato la passo mezzo insonne in agitazione e finalmente giunge l’ora della partenza. Alcuni prendono la corriera, altri vanno in macchina per riunirci ad Alba di Canazei. Sembriamo un esercito: il padre di Paolo, Paolo e sua sorella Maria Teresa, lo zio di Paolo, che chiamerò lo «zio» (il suo nome è Leo Baldi), due dei suoi tre figli, due fratelli di cognome Malatesta, un certo Nicola e una signora molto brava in alpinismo su roccia: in totale undici persone. Per la cronaca ecco l’abbon­dante equipaggiamento mio personale: dieci paia di calze tra lunghe e corte (avrei potuto risparmiarle portando un paio di calzettoni di lana), un paio di scarponi vecchiotti, pantaloni lunghi-blue jeans, camicia felpata, pullover senza maniche, tre maglioni, la giacca a vento, due papaline, occhiali da sole per proteggermi dal riverbero della neve, guanti di lana e i rampo­ni che mi ha prestato il padrone di casa. Nel sacco ho dei pa­nini, ma pochi, con prosciutto e formaggio, molta cioccolata, molti quadretti di zucchero, un coltello, due carte militari al 25.000, dei biscotti crackers, una scatola di pesche sciroppate e un po’ di frutta fresca. In tutto cinque chili sulle spalle. L’ini­zio della strada è alla fermata della corriera, sotto un crocefis­so e un cartello: “Visitate il rif. Contrin”. Attorno, prati e boschi. Mi fermo su una panchina messa li dal Comune e metto a posto quelle così che mi ero proposto di fare all’ultimo mo­mento. Chiudo di nuovo il sacco, guardo un po’ in giro e aspet­to gli altri che pure s’affaccendano. Finalmente il padre di Pao­lo dà il segnale di partenza. Subito mi metto in testa: è come un’abitudine. Assumo il passo cadenzato da montanaro, che è il migliore di tutti, e procediamo di buon accordo per un bel pezzo, chiacchierando a gruppi di gite e di tante altre cose. Io sono con Paolo e finito il primo pezzo che pur non essendo duro è abbastanza ripido e si snoda per un sentiero larghissimo, percorso anche dai muli e piuttosto acciottolato, ci fermiamo un po’ per far riposare i più deboli. Abbiamo oltrepassato una zo­na boscosa abbastanza fitta. La strada fa giri piuttosto larghi su una stessa zona di terreno: alcuni sentieruzzi tagliano i tor­nanti e si inerpicano in canaloni di brughiera. C’è una devia­zione che porta alla cascata. L’aria qui intorno è carica di va­pore e il sole calante scherza con le minuscole goccioline pro­vocando bellissimi arcobaleni. La boscaglia vive intorno a noi con le api e gli uccelli, voci di altri gitanti di ritorno ci arri­vano dall’alto… La vita del bosco è sempre bella, anche quan­do nello stesso luogo ci si è già stati: non si può dire che i suoni e le immagini siano diversi, ma è sempre bello offrire il nostro animo ad essi. Siamo a quota 1730 m: qui, stando alle carte topografiche, c’era un laghetto, ma adesso non c’è altro che una distesa di ghiaia e di sabbia trasportata dalla corrente. A destra ci sovrasta il Collac, blocco roccioso suggestivo per la sua solitudine ai piedi dell’altro gruppo di fronte: la Marmo­lada. Non che la Marmolada si abbassi a vedere il suo minu­scolo cortigiano: ben altre cime e cimette frappone tra lui e se stessa, a cominciare dal Cogolmai, che è il primo della serie.

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Dopo quella salita iniziale il sentiero si fa più largo anco­ra e più piano, costeggia il torrente per poi giungere con un’ul­tima salita al rifugio. La val Contrin è la tipica valle trentina: non intendo una valle di transito, parlo di quelle valli piccole e brevi che alle persone che vi entrano si presentano subito bene; non ha curve e si vede perciò il fondo, non è stretta ma nep­pure larga. Vi sono prati e pascoli in cui le mucche possono ben nutrirsi, ma vi sono anche fitte pinete. La valle sbocca dove ci siamo affacciati noi e dalle altre parti è molto faticosa l’en­trata, essendovi infatti tre valichi da superare, uno più ripido dell’altro: il Passo Ombretta (o di Contrin), il Passo Cirelle e il Passo San Nicolò. È in sostanza una valle di quelle che piac­ciono a me, quasi selvaggia: vi è infatti appena un rifugio vi­cino a una malga, poi ancora qualche fienile e la Cappelletta vicino al rifugio. Questo è situato su una piccola collinetta, con­tornata da pini e dallo spiazzo antistante c’è una bella vista sul Sassolungo. C’è ancora tempo per la cena, perciò andiamo a gironzolare mentre i grandi fissano le camere. Paolo ed io ci stacchiamo dagli altri e andiamo verso la strada di domani: ci divertiamo a scalare qualche masso con parziale successo. Alle prime oscurità torniamo al rifugio. Lì seduto su una panca di legno con davanti il tavolo e il mio pasto frugale, alla luce scialba cui fa contrasto la generale allegria, mi sembra di ap­partenere ad un altro mondo. Credo che anche Paolo provi una sensazione simile: lo vedo mogio, gli occhi fissi, forse nel mio medesimo pensiero. Eh, sì! È certamente una cosa fuori dal­l’ordinario questa! Sono contento di gustare questa felicità se­rena. Forse sto per dormire e pur essendo nella massima tran­quillità, mentre distrattamente maneggio il cucchiaio tra boc­ca e brodo, temo qualcosa di indefinibile: sono inquieto e non me ne accorgo. Per riscaldarci un po’ prendiamo un bel tè bol­lente con limone e finalmente, verso le 21, ci avviamo nell’al­tro edificio per dormire. Occupiamo la stanza che ci è stata assegnata assieme a due giovani tedeschi, ci svestiamo somma­riamente e ci accomodiamo in cuccetta.

Sulla via ferrata della cresta nord-ovest della Marmolada
FERRATA VERSO PUNTA PENIA (MARMOLADA) CHIARA E AGOSTINO

Subito cerco di dormi­re, immaginando di riuscirci non appena toccato letto, ma sono troppo agitato e con il tempo mi eccito sempre di più. Sento gli altri che a poco a poco si addormentano ed io… niente! Non riesco che a pensare alla Marmolada, agli sforzi fatti per par­tecipare a questa gita e a quello che finalmente avrei provato nel posare il piede sulla sospirata vetta. E intanto mi struggo nell’impazienza, mi giro e mi rigiro nelle coperte, stringendo i denti per la rabbia di non poter partire subito… E poi, che rab­bia non poter sapere l’ora! Ho cercato nel sacco l’orologio e non l’ho trovato. Prendo una busta di crackers e mangio. D’improvviso un pensiero spaventoso: e se il tempo s’imbruttisse? La sera è stata bella, ma chissà? Decido di andare a vedere, tanto non mi sarei addormentato più. Nell’oscurità cerco i ve­stiti, che indosso pian piano, mi alzo, infilo gli scarponi, apro silenziosamente la porta e dopo aver fatto alcuni passi quatto quatto mi slancio per il corridoio e poi giù per le scale. Final­mente sono fuori dalla prigione della mia prima notte in rifu­gio. Non ho ancora fatto un passo al di là della soglia che, do­po aver respirato una boccata di quella brezza notturna, mi fer­mo estatico: il cielo è completamente cosparso di stelle e la luna risplende e abbaglia; i monti sono illuminati e fanno una vivida cornice alla valle buia; alla mia sinistra il gruppo del Vernel è in piena luna e davanti a me le Cime Ombretta, le Ci­me Cadine. Queste, essendo più lontane, occhieggiano sinistra­mente. Il profilo del Passo San Nicolò si staglia nitido. Con re­verenza guardo la Marmolada: non si nasconde più ora. Ora comanda allo scoperto. La sua parete sud ovest è assurda, ir­reale e opprimente. Il profilo, che già alla luce del giorno è selvaggio e superbo, di notte è tetro e spettrale. Sembra proprio un, disegno della fantasia, una di quelle visioni terribili che travagliano le notti dei più piccini. Le così che spaventano e danno i brividi non si ammirano mai a lungo, perciò torno den­tro, anche perché così mal vestito ho freddo. Torno nel dormi­torio, assieme alle altre persone ignare di così gravide visioni. Termino di vestirmi e mi stendo sul lettino. Dopo tanto tempo sento un tramestio, una voce che parla e sveglia tutti: è una delle nostre guide. Capisco di essermi addormentato. Mi alzo, stropiccio a lungo gli occhi, faccio ordine nel sacco tenendo da parte qualche zuccherino e qualche pezzo di cioccolata che met­to in tasca. Quando escono, tutti rivolgono esclamazioni meravi­gliate per quanto io ho già visto prima: ma non è più la stessa cosa, l’alba è vicina e non c’è più solitudine. In rifugio beviamo il tè e mangiamo qualcosa: esamino le due guide sottoponen­dole a un personale esame: la prima non mi va tanto a genio, non che mi sia antipatica a vista, solo preferisco la seconda. Spero che questa si metta in testa e per fortuna sarà così. Su­bito dietro all’uomo simpatico ci sono io, poi Paolo, in seguito le posizioni non sono fisse. Saliamo per declivi erbosi, gli ulti­mi pascoli, poi su terreno pietroso ma non roccioso. Mentre la valle si restringe, incominciamo le serpentine. Aspettiamo che il minore dei Malatesta si scarichi gli intestini del superfluo. Dopo la biforcazione per il Passo Ombretta si è su una specie di ripiano, al principio del ghiaione che porta alla stretta For­cella Marmolada, quota 2503 m. Consumiamo cioccolata e pru­gne secche di Paolo. Ormai si vede al di là del cammino che abbiamo appena fatto: il Latemàr comincia ad arrossarsi con i primi raggi solari e il cielo sereno fa nitida quella bella vi­sione. Le cime più in basso sono ancora all’oscuro, immerse in una luce incerta che le fa così di uno stesso colore grigiastro: è questione di attimi però, perché subito intervengono altre tra­sformazioni.

La cartolina inviata a mio padre con il tracciato e quell’io così orgoglioso
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Nessuno è stanco ma ci aspetta una bella tirata: perciò la guida ci richiama e si mette di nuovo a capo fila. I ghiaioni, non per dire, sono il mio forte: è raro che faccia un passo e scivoli, come capita spesso ad altri. Procedo sempre sicuro e senza fatica, sopra un terreno che sfugge. Il sentiero su ghia­ione è ben visibile, dapprima sale a destra (sinistra orografica), poi attraversa e si porta sul lato sinistro (destra orografica), do­ve con infinite serpentine, con curve di 30° ogni due metri, rag­giunge un poggio di cinque metri quadrati, poco al di sotto del­la forcella, a quota 2892 m. Le guide ci fanno riposare bene, poi ci legano la corda attorno alla vita; a un tratto il minore dei Malatesta si sente male e si sente svenire; si vede che soffre il mal di montagna giacché siamo ad un’altezza non trascu­rabile. Comunque un buon grappino lo rimette in sesto. Per maggior precauzione la guida lo mette dietro di sé ed io mi devo accontentare del terzo posto. La prima cordata è compo­sta dalla guida simpatica, dal minore dei Malatesta, da me, dal maggiore dei Malatesta, da Nicola, da Pio, cioè il fratello mag­giore dei cugini di Paolo e dal padre di Paolo; la seconda dal­l’altra guida, da Paolo, dall’altro suo cugino, da sua sorella, dallo zio e dalla Signora. Lasciamo quel poggio e ci avviamo su per il canalone finale e giunti in cima vediamo che c’è da salire una scaletta di ferro su una parete che, senza scalette, sarebbe di quarto grado, a quanto dice la guida. Non mi spa­vento certo per questo, ben sapendo che gran parte del cammi­no per raggiungere la vetta dovremo farlo su per la via ferrata, cioè salendo su una serie di scale di ferro più o meno a pre­cipizio, aggrappandoci alla corda metallica. Dopo la prima gra­dinata giungiamo alla Forcella Marmolada, 2910 metri. Che spettacolo magnifico! La vista è limitata perché le rocce del Vernel e della Spalla della Marmolada im­pediscono, ma è fantastico lo stesso. Ormai il sole ha quasi inon­dato il basso ghiacciaio e le cime di fronte al lago, cime erbo­se che ho già asceso in parte, sono anch’esse illuminate. Il ghiac­ciaio sotto di noi è però ancora in ombra. Dopo poco ricomin­ciamo la salita. Presto impariamo il meccanismo della cordata, che sugli scalini di ferro è più d’impaccio che altro. È diver­tente salire a perdifiato su quegli scalini che si susseguono a circa trenta centimetri uno dall’altro. Saliamo senza un attimo di sosta e quando si passa da una rampa all’altra bisogna fare attenzione ad alcune placchette di vetrato. Alla fine ci fermia­mo al sole e ci scaldiamo alle sue carezze: dovrei essere al di sopra del limite d’altezza del Piz Boè. Il panorama si è immen­samente allargato, mastichiamo zucchero, caramelle e cioccola­ta, aspettiamo l’arrivo dell’altra cordata. Quando ripartiamo, mettiamo piede su neve e attraverso estese placche di neve dura e di ghiaccio arriviamo alla capanna della Punta Penia, cioè a dieci metri dalla cima. In preda ad una speciale agitazione entro in capanna, poso il sacco e corro in cima, alla croce. Fi­nalmente a 3342 metri! Poi scorgo sulla sinistra un monticiattolo di neve e mi viene in mente che la cima sia quella. Perciò torno dalla guida, mentre intanto arrivano Paolo e la sua cor­data, m’informo e poi gli riferisco che la vera cima è quella con la croce, quella cui si riferiscono le quote delle carte. Però esiste sempre anche l’altra cimetta nevosa, che non è tenuta in considerazione. Ma quel monte di neve è più alto, perciò per aumentare il nostro record ci slanciamo su, misurandone l’al­tezza a occhio e decidiamo di essere a 3348 m. Con un passo di esitazione facciamo il movimento finale e raggiungiamo quel­la quota; indi ci prepariamo per il salto finale per raggiungere una quota ancora più alta. Prima salto io e a suo giudizio rag­giungo gli ottanta centimetri. Poi salta lui e do lo stesso giudi­zio. Quindi senza nemmeno guardare il panorama ritorniamo alla capanna dove tutti mangiamo: sono le 9.50. In seguito tutti insieme ritorniamo in cima e scattiamo molte fotografie perché il tempo è splendido (segue minuziosa descrizione del­le montagne intorno, NdR). Si domina tutto, ma non i giganti all’oriz­zonte che, unendosi in uniforme linea biancastra, paiono con­trapporre a tale dominio un’assurda barriera… In basso e in primo piano, ancora in parte oscuri, i crepacci insidiosi del ghiacciaio. Il Pian dei Fiacconi si scorge bene, molti puntini neri si muovono allegramente. Alcuni sciano sui campi di neve della Marmolada di Rocca. Magnifica la voragine scura del Passo Ombretta, dove non è ancora penetrato il sole. Tutto pe­rò appariva ordinato a delizia dell’anima.

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Un pezzo di discesa si deve effettuare con i ramponi per poi scendere sul ghiacciaio seguendo con attenzione le orme per non cadere nei crepacci profondi di quell’estate, dai venti ai centottanta metri a detta della guida. Forse l’avrà detto per spaventarci e per farci stare più attenti. Dopo gli ultimi preparativi calziamo i ramponi e dopo aver provato a camminare con quelle punte sotto i piedi, avendo visto che sono molto utili perché mordono bene il ghiaccio e aiutano a non scivolare, ci disponiamo in fila, legati in cordata. Poiché nelle discese la guida sta sempre ultima, la nostra si mise in fondo e io pe­nultimo. Egli dà alcuni consigli al padre di Paolo che è per primo. Poi anch’egli si mette i ramponi e dà il segnale di par­tenza ed è a malincuore che io lascio la cima. Si inizia la di­scesa su una crestina di neve ghiacciata larga non più di qua­ranta centimetri dalla quale sono caduti tre giorni fa due gio­vani sfracellandosi nell’orrido burrone ghiacciato. Tolti i ramponi, ­scendiamo su roccia, per alcuni un po’ difficile, e infine arriviamo a un ponte di ghiaccio che sovrasta il crepaccio più profondo della stagione. È l’ultimo ostacolo, superato il quale ci sentiamo abbastanza stanchi da poter scivolare: la guida su­bito dietro di me ci rimprovera e queste frasi un po’ dure mi toccano nell’orgoglio. Ci avviciniamo al Pian dei Fiacconi do­ve, all’arrivo della seggiovia, ci dovrebbero aspettare venti per­sone, tra cui mia madre, la madre di Paolo con le sorelle, pa­renti, amici, eccetera. Noi, alla fine dei ghiacci, ci sleghiamo e ci slanciamo giù sul nevaio. Nella neve marcia arrivo per primo tutto bagnato, con cinque minuti di vantaggio, a recar notizie. Tutti e venti mi arrivano addosso, saluto tutti e dico che gli altri stanno arrivando; dopo poco saluti, abbracci si susseguono a bizzeffe. Ma intanto l’altra cordata non si vede. In tutta quel­la folla non si vede nemmeno se stanno arrivando. La mamma di Paolo comincia a temere per il figlio e la figlia. La sofferen­za ha un termine, così salutiamo le due guide che portano in cima un’altra comitiva. Tutti insieme, trentun persone, entria­mo nel ristorante del Pian dei Fiacconi, tutti i particolari sono raccontati e tutti parlano allegri dello stesso argomento.

A Soraga, dopo i saluti, ognuno torna alle proprie case. Dopo aver riempito la testa a mia madre di tutti i minimi par­ticolari, dopo aver mangiato e riassettato la roba che mi sono portato dietro, mi spoglio e mi metto a letto dove dormo come un masso fino all’indomani, convinto di aver compiuto una cosa che per altri non avrà nessun valore, ma per me ne ha moltis­simo e che ha segnato una data per me indimenticabile: 27 ago­sto 1961, ore 9.48 a quota 3348,800, Punta Penia della Mar­molada.

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Accompagnare in Sardegna

Ogni regione italiana ha evidentemente le sue caratteristiche geografiche e culturali e in ciascuna di esse si è sviluppato uno stato di fatto più o meno disordinato nell’ambito delle professioni di guida alpina e di accompagnatore.

Un’analisi della situazione, assai impegnativa, richiede una ricerca regione per regione. Abbiamo optato di iniziare con la Sardegna.

Un caso particolare
Il recente caso delle indagini sulla via ferrata del Cabirol a Capo Caccia è l’esempio lampante di come la situazione sia per certi versi insostenibile.

Noi crediamo che l’autore della ferrata, Corrado Conca, abbia operato al di fuori della legge perché a dispetto di un’accurata ricerca presso le istituzioni non siamo riusciti a trovare alcun documento che provasse ad aggirare i vincoli del Parco o la classificazione a rischio franosità che caratterizza l’intera zona di Capo Caccia. Qui non è in discussione quanto i geologi hanno asserito, per quel che ci riguarda possono anche aver preso una cantonata. Conca invece sostiene che “la ferrata del Cabirol è sicura” (vedi http://www.sardegnaoggi.it/Cronaca/2016-04-29/32263/Capo_Caccia_la_replica_dellesperto_Nessun_pericolo_la_ferrata_del_Cabirol_e_sicura.html). In quell’articolo (di Andrea Deidda) Conca è definito “guida escursionistica, già istruttore di speleologia, torrentismo e arrampicata”. E, in quanto “padre” del percorso che abbraccia le falesie di Capo Caccia, “è stato lui a progettare e realizzare la Ferrata del Cabirol ed è lui ad accompagnare ogni anno centinaia di persone a scoprire panorami mozzafiato”. Conca non deve convincere noi, deve semplicemente rispettare la legge.

Al di là di una specifica “legalità del percorso”, con quell’affermazione Deidda e Conca dimostrano di non riconoscere la legge 6/89, attualmente vigente, e neppure vi fanno cenno, preferendo declassare la ferrata a percorso a “difficoltà non di carattere alpinistico”. Non solo dunque non conoscono o ignorano le normative ma anche dimenticano tutta la tradizione più che centenaria su ciò che le vie ferrate rappresentano…

La prova di quanto diciamo è in questo film (trasmesso a suo tempo dalla trasmissione Linea Blu di RAI1), più precisamente al minuto 3’40”.

Scrive in proposito Stefano Michelazzi (con il quale non possiamo che essere d’accordo): “Eddai che da questi nuovi pionieri delle montagne riceviamo tutti una lezione su ciò che significa gradi, difficoltà, assicurazioni, ecc. Praticamente noi alpinisti non abbiamo mai capito una mazza di cosa stiamo facendo perché ora arrivano i nuovi messia a spiegarci che un cavo fisso al quale ci si ancora non è alpinismo ma semplice escursionismo… e pensare che dal 1869, quando venne attrezzata sul Grossglockner la prima via ferrata, eravamo certi che fosse un percorso alpinistico ma… non sapevano allora  che per poter accompagnare clienti su di un percorso alpinistico 150 anni dopo si sarebbe dovuto essere obbligatoriamente Guide Alpine. Perciò oggi, se cambiamo da alpinistica a escursionistica la definizione delle ferrate, si può accompagnare anche senza essere Guide Alpine! Ma guarda là che bell’escamotage…! Ma allora sarebbe il caso di avvisare le aziende produttrici che moschettoni, imbraghi e quant’altro non sono attrezzature alpinistiche ma soltanto escursionistiche…

V’è poi l’ulteriore considerazione che, anche se si è “istruttori” di arrampicata, l’accompagnamento non può essere svolto come professione perché a questo è attualmente abilitata solo la figura di Guida Alpina. Siamo tutti in attesa dell’emendamento alla legge 6/89 (vedi http://www.banff.it/riordino-nelle-professioni-di-guida-alpina-e-accompagnatore/).

Siamo partiti dall’attualità e da un caso particolare per giungere a esprimere qualche idea/proposta di carattere generale.

Alcune idee generali
In generale si può dire che quello che serve in Sardegna è una somma di figure che possano accompagnare lungo percorsi scoscesi dove si usano le mani (quindi si arrampica) e ci si cala (come il Selvaggio Blu, per esempio), siano in grado di realizzare brevi assicurazioni, insegnino e accompagnino arrampicata sportiva su monotiri e multipitch, insegnino e accompagnino nelle forre e sulle vie ferrate.

Cominciamo col dire però che tutte le figure indicate non avranno mai significato se non verranno azzerate (o almeno fortemente ridimensionate) le attività a pagamento che attualmente svolgono le varie associazioni sportive dilettantistiche (UISP, FASI, ecc.) che offrono ai non possessori di titoli a livello nazionale la possibilità di esercitare attività.

Come primo passo si potrebbe:

– eliminare la possibilità di poter percepire denaro a livello personale da parte degli associati (attualmente la cifra si aggira sui 7.500 euro all’anno, esentasse): con la motivazione che se i soci di una qualunque associazione (non rientrante nella 6/89) accompagnano qualcuno possono farlo solo a titolo completamente gratuito. E’ comprensibile che in questo caso le associazioni farebbero grande resistenza (con conseguenze oscillazione di voti politici e amministrativi): in alternativa, si potrebbe limitare il “rimborso spese” a una cifra irrisoria tipo 1.000 euro annuali, oppure a un tot per ciascun corso o evento organizzato (tipo 300 euro forfetari all’istruttore per rimborso del corso o dell’evento organizzato).

– obbligare a inserire in ogni locandina o comunicazione (anche quelle via mail) ai soci che “l’attività non va a sostituire quella delle figure abilitate professionalmente dalla legge 6/89” (comunque questa venga aggiornata tramite l’emendamento);

– sopra una certa cifra obbligare all’apertura di una partita IVA meno agevolata di quella delle figure riconosciute;

– aumentare decisamente la multa di abuso di professione di guida alpina/canyoning/accompagnatore di media montagna, partendo da un minimo per esempio di 30.000 euro. In questo caso occorre valutare assieme a un legale come si possa fare in modo che la 6/89 emendata s’inserisca nell’art. 348 C.P. per aumentare le sanzioni già previste in via generica.

Capo Caccia. Foto: Camping Village Torre del Porticciolo – Alghero
Accompagnare in Sardegna-Promontorio_Capo_caccia_manuale_2274

Per tutte le figure
Obbligatoria l’assicurazione dei partecipanti a qualsiasi tipo di attività e naturalmente la RC di tutte le figure professionali.

Numero massimo limitato di partecipanti per istruttore e accompagnatore, comminando pene severe nel caso in cui questo numero non venga rispettato.

Obbligatorio un corso aggiornamento ogni tot anni per mantenere la qualifica.

Più in particolare, in riferimento all’emendamento
Che l’Accompagnatore di Media Montagna diventi una figura nazionale e non più regionale e sia abilitata all’accompagnamento su neve”:

Legiferata dalla Regione Autonoma Sardegna esiste già una legge regionale attinente le professioni turistiche (LR n.20/18-12-2006) attraverso la quale è stata istituita la figura della Guida Ambientale Escursionistica (GAE) che in pratica si sovrappone a quella dell’Accompagnatore di Media Montagna ma con criteri di selezione probabilmente più severi (laurea in materie ambientali, conoscenza di due lingue, ecc.). Questa legge non indica in maniera precisa se la GAE può accompagnare o meno su neve: perciò in qualche modo lo permette, almeno sul Gennargentu, l’unico luogo dove la neve ha una certa persistenza sull’isola, sebbene per pochi mesi all’anno.

In questo senso quello che la legge dovrebbe fare per prima cosa è assorbire le figure già riconosciute presenti in registri ed elenchi dalle leggi regionali. In secondo luogo dare dei criteri di qualità minimi della figura (un corso base con le materie che deve conoscere).

In quest’operazione, meglio lasciare una certa autonomia alle Regioni di adattare la figura di Accompagnatore di Media Montagna (AMM) alle specificità regionali.

Permettere a chi è laureato in materie scientifiche ambientali (agronomi, geologi, naturalisti, biologi, ecc.) di evitare alcune materie del corso AMM in quanto già seguite dagli specifici corsi di laurea.

Sempre al riguardo della figura dell’AMM e osservando la tipologia dei sentieri e percorsi, è evidente che anche in Sardegna è facile sconfinare… Su Selvaggio blu, per intenderci, ogni tanto bisogna fare delle sicure. Se non ci sono degli spit, che fa l’AMM? Aspetta che arrivi una guida alpina o un Maestro di Arrampicata che gli piazzino due chiodi e un cordino per fare una sosta, oppure se la fa da solo? Oppure vietiamo Selvaggio blu all’AMM?

E’ evidente che l’ambito di operatività dell’AMM deve essere un po’ ampliato, al di là del discorso neve.
Che sia istituita la nuova figura di Guida canyoning”:
In Sardegna la maggior parte delle gole non presenta scorrimento idrico (dove in pratica si tratta di buttare giù delle comuni doppie senza bisogno assoluto di utilizzare le tecniche standard del torrentismo) e solo alcune hanno un flusso d’acqua tale da poterlo equiparare a quelle presenti in nord Italia.

Il Maestro di Arrampicata dovrebbe essere abilitato ad accompagnare anche in forre in cui però non siano necessarie le tecniche standard di torrentismo che si applicano in genere quando lo scorrimento idrico è elevato. Sostanzialmente accompagnare in forre V7 (escludendo ovviamente la presenza di cascate e portata e considerando solo le difficoltà legate all’arrampicata e calata su corda) e A1 massimo. Vedi scala difficoltà http://www.gulliver.it/help/scala_canyoning.php.

A una figura ben più completa e specializzata sul canyoning, come appunto la Guida canyoning tratteggiata dall’emendamento, sarebbe riservato in più l’accompagnamento e l’insegnamento della progressione con difficoltà V7 A7.
Che sia istituita la nuova figura del Maestro di arrampicata”:
Il Maestro di Arrampicata sarà autorizzato a livello nazionale ad accompagnare e insegnare la progressione in via ferrata e arrampicata sportiva, quindi sulle ferrate, sentieri attrezzati e su monotiri e multipitch attrezzati per l’arrampicata sportiva, quindi con grado di difficoltà al massimo S1. Ma ci sono itinerari, solo apparentemente meno impegnativi, che sfuggono a queste classificazioni. E’ facile sconfinare.

Il Maestro d’Arrampicata sarà formato dalle Guide Alpine e gli dovranno essere insegnate tante cose che esulano dallo sportivo vero e proprio, compresa l’abilitazione a costruire ex-novo ancoraggi per corda doppia. Per non parlare delle necessarie nozioni sull’etica dell’arrampicata e sulle norme e rispetto ambientale, con qualche cenno di legislazione ambientale e approfondimenti su base regionale su questo tema.

Sarebbe anche apprezzato, come di sicuro anche in altre regioni, che questa figura possa, volendolo, continuare il suo percorso come Guida Alpina, riconoscendole quanto già fatto fino a quel punto, onde abbreviarle e renderle meno costoso l’iter.

La Scala del Cabirol per raggiungere la Grotta di Nettuno, Capo Caccia
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In generale
La legge 6/1989 dice chiaramente che l’attività di guida alpina è rivolta “comunque laddove possa essere necessario l’uso di tecniche e attrezzature alpinistiche”.

La legge 4/2013 è abbastanza vaga. Dice in pratica che vengono ritenute libere quelle attività non legiferate e non rientranti in albi e ordini, ecc. Ma questo non vuole dire però che ci si possa inventare una professione superspecifica come a esempio un fantomatico Accompagnatore sulle dune delle spiagge della Calabria. Logico che questa figura non si troverebbe in nessuna legge, ma a ben vedere potrebbe invece rientrare probabilmente nella figura della Guida Ambientale Escursionistica (riconosciuta in alcune Regioni Autonome con leggi ad hoc).

Il punto cruciale è proprio chiarire cosa si intende quando si parla di tecniche e attrezzature alpinistiche. Esiste una lista ufficiale a riguardo da qualche parte?

Occorrerebbe sancire che:

– l’attrezzatura che viene utilizzata è definibile tale se è stata omologata come attrezzatura alpinistica da un organo nazionale o superiore (UIAA, CE);

– le tecniche che sono utilizzate sono equiparabili a quelle presenti nei manuali di arrampicata e alpinismo, sia in quelli per i praticanti semplici che per i soccorritori (CNSAS, ecc.).

Segnaliamo due link che sollevano il problema:
http://www.guidealpine.it/attenzione-agli-abusivi-del-canyoning.html
http://www.loscarpone.cai.it/news/items/abusivi-del-canyoning.html


Attrezzatura e chiodatura
Oggi in Sardegna chi è abilitato legalmente al lavoro su corda può realizzare fisicamente l’attrezzatura di una via ferrata o di vie di arrampicata sportiva (commissionate da enti pubblici). Indipendentemente dalla presenza di un progetto. Ciò che succede è che si salti infatti la fase del progetto.

Ma è giusto che un grafico, o un idraulico o un bagnino possano PROGETTARE una via ferrata e itinerari di arrampicata sportiva per enti pubblici?

Si tratta di percorsi che invece richiedono studi tecnici preventivi (soprattutto per le vie ferrate), esperienza nella scelta dei materiali (cementante, metallo, tipo di strutture da utilizzare, ecc.). In certi casi (vengono in mente i ponti “tibetani”) dovranno esserci valutazioni e calcoli che ricadono nelle competenze di un ingegnere o simili.

Attrezzatura delle vie ferrate e tracciatura di itinerari sportivi (almeno quelli che sono commissionati da enti pubblici) dovrebbero dunque essere riservate a figure ad hoc, in questo momento purtroppo non ancora contemplate nell’emendamento della 6/1989.

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Una figata di hotel

Una figata di hotel

Sono tre camere appese alla roccia, a strapiombo sulla Valle Sagrado de los Incas (Cuzco), in Perù, uno dei luoghi un tempo sacri alla cultura Inca.

L’hotel Skylodge Adventure pretende d’essere isolato da tutto e da tutti. Lo chiamano anche capsule hotel, per via dello spazio esiguo. Però le camere, che loro chiamano suite, costano 430 euro a notte con formula di mezza pensione. Sono fatte di alluminio e policarbonato e misurano 7,3 x 2,4 metri, hanno quattro letti, un salotto, il bagno privato e l’illuminazione a energia solare. Per chi non ha il terrore del vuoto, c’è anche una piattaforma esterna da cui godere del panorama, ovviamente mozzafiato.

Per arrivarci bisogna arrampicarsi per circa trecento metri lungo la via ferrata di Pachar, completa di “emozionanti” traversate a zip-line. Le camere sono letteralmente appese alla roccia. Avvertono chi soffre di vertigini che la cosa non fa per lui.

Promettono tanto silenzio, dimenticando il significato di questa parola. E garantiscono tanta privacy, dato che le capsule sono completamente trasparenti ma dotate di tendine. C’è chi trova l’idea “folle ma bellissima”.

Chi propone questo impagabile trip è Natura Vive che promette scariche di adrenalina ed emozioni indimenticabili agli “avventurieri” che vorranno cimentarsi (basta infatti avere “senso dell’avventura, una forte presa e nessuna paura del vuoto”). Pare che la via ferrata sia stata costruita in modo da non essere troppo difficile per i principianti ma neppure troppo facile per i più esperti.

Due “avventurieri” raccontano la loro esperienza (in inglese) qui. Se non avete voglia di far traduzioni potete farvi un’idea guardando questo film:

Ed ecco ora un piccolo album fotografico:

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La Via delle Bocchette

Il 16 agosto 1899 due giovani austriaci, Otto Ampferer e Karl Berger, reduci dalla conquista del Pollice alle Cinque Dita, senza nulla sapere del tentativo italiano di Carlo Garbari con Nino Pooli e Antonio Tavernaro, si avviarono all’attacco del Campanile Basso (che i tedeschi chiamano Guglia di Brenta). Presto si accorsero da varie tracce di essere stati preceduti. Giunsero anche loro al Pulpito Garbari e qui lessero il suo biglietto. “Dunque la possente montagna non era stata ancora vinta! Un fremito di gioia scosse i nostri corpi… Giallo rossastra strapiombante, dai contorni finemente scheggiati, si levava davanti a noi la parete della vetta. Non una fessura, non un rientramento ci faceva sperare qui una qualsiasi facilitazione”, raccontò Ampferer. Ma la parete terminale era insuperabile, nonostante Ampferer vi infiggesse due chiodi a martellate. Stavano ormai per retrocedere quando si accorsero della possibile traversata sulla parete nord. Due giorni dopo tornarono ben decisi e raggiunsero la vetta; con la sicurezza di un chiodo su quella che poi sarà chiamata Parete Ampferer. “Altri uomini hanno conquistato grandi isole con piatte coste, noi una piccola con alte, superbe sponde”. 31 luglio 1904. Già 18 cordate si erano susseguite sul Campanile Basso. Ma Nino Pooli voleva salire proprio là dove era stato respinto. Con Riccardo Trenti, dal Pulpito Garbari salì diritto e vinse, di pura forza e coraggio, quegli ultimi 35 metri. In cima, i due avevano portato e issarono la bandiera di Trento.

1 settembre 1985
Via delle Bocchette e BOcca di Brenta, Dolomiti di Brenta

Proprio ai piedi e all’intorno del Campanile Basso, la Via delle Bocchette è un sentiero attrezzato che, per l’epoca in cui fu concepito, percorre in modo decisamente nuovo un intero gruppo di montagne sfruttandone i punti deboli e i percorsi di­segnati naturalmente dall’orografia. Cacciatori, con­trabbandieri e montanari in genere avevano sempre scavalcato le montagne seguendo percorsi logici: secondo una loro logica, in funzione cioè delle loro neces­sità. In Brenta, negli anni ’30, si è voluto puntare sul turismo alpino evoluto, si è voluto cioè creare un percorso che rispondesse alle logiche dell’escursioni­smo alpino. E alla base c’era la grande scommessa dell’ideare qualcosa che non fosse in contrasto con le esigenze dell’alpinismo e dell’ambiente, qualcosa che permettesse una visita approfondita senza stravolgere il significato di un’intera regione. Ci si è riusciti? In certe giornate di punta si direbbe di no. Le sca­lette hanno bisogno del semaforo… qualcuno ha detto. Ma la lunghezza è tale che non c’è reale sovraffolla­mento, a nostro parere.

Già nel 1880 Annibale Apollonio, durante la progettazione del Rifugio Tosa, aveva incaricato le gui­de Bonifacio e Matteo Nicolussi di allargare a colpi di piccone qualche passaggio per la Bocca di Brenta, in modo che il cam­mino fosse possibile “anche alle signore”. Nel 1893 fu attrezzata la Sega Alta del futuro Sentiero Or­si. La prima indicazione sulla possibilità di un collegamento tra le Bocchette della Catena centrale del Brenta è già nella storica guida di Pino Prati, nel 1926. Il vero progetto del Sentiero delle Bocchette nacque però nel 1932. Il suo ideatore, Giovanni Stro­bele, scrisse: “Fu allora durante le lunghe serate tra­scorse con gli amici al rifugio della Tosa nel tepore familiare della cucina, davanti ad un bicchiere di “rosso” offerto da Arturo Castelli, dopo lunghe di­scussioni sui tanti problemi da risolvere per valoriz­zare ancora le nostre montagne, che balenò a Castelli e a me l’idea di sfruttare le cenge per collegare fra loro i rifugi della SAT nel Brenta con un sentiero at­trezzato che arrivasse fino al Passo del Grosté, dove inizia il Sentiero delle Palete. La conoscenza della zona, l’esito delle prime ricognizioni, notizie e pa­reri di tanti alpinisti e guide alpine, le numerose fotografie scattate e, non dimentichiamolo, lo studio della bellissima carta topografica disegnata dall’Ae­gerter, confermarono che l’opera si poteva realizzare”.

Nel 1933, nei paraggi, fu attrezzato con corda metallica il Sen­tiero dell’Ideale, lungo una “sega” (cengia) sul versante sud della Cima Tosa. E sempre prima della seconda guerra si mise mano ai lavori per il collegamento attraverso le Bocchette centrali: il pri­mo tratto fu eseguito grazie ad Otto Gottstein, commerciante di pellicce, che in se­guito si rifugiò a New York per sfuggire alle persecuzioni antisemite. Si trattava del collegamento tra la Bocca di Brenta e la Bocchetta del Campanile Basso, inaugurato nel 1937. Un professore di Trento, Arturo Ca­stelli, custode del Rifugio Tosa per scelta di vita, volle a tutti i costi il tratto successivo, fino alla Bocchetta degli Sfùlmini (Sentiero Castelli). Nel 1946, per il ritirarsi del nevaio alla Bocchetta del Campanile Basso, si aggiunse un raccor­do con intervento finanziario dei Fossati Bellani. Siamo così all’inizio degli anni ’50. Dalla Bocchetta degli Sfùlmini, racconta Alfredo Benini, “cenge e ghiaioni consentivano di proce­dere oltre, senza però avere alla fine una precisa me­ta di arrivo, perché un diedro colossale, con pareti a picco, precludeva ogni possibile passaggio”. Nel 1954 si ruppe tuttavia ogni indugio e l’idea di proseguire “venne tradotta in atto con l’a­pertura di una gigantesca cengia artificiale, larga 80 centimetri e alta due metri, scavata nella roccia a picco del profondo diedro”. Questo tratto venne dedi­cato a Carla Benini de Stanchina, la prima donna ita­liana che salì sul Campanile Basso (il 26 agosto 1923). Ed è curioso che l’unico settore ricavato con grande violenza sulla roccia sia dedicato proprio a una signora. Nel settembre 1957 il sentiero venne completa­to fino alla Bocca degli Armi, con i fondi della sede centrale del CAI: il tratto è dedicato all’allora presidente del CAI Bartolomeo Figari. Ultima nata è la via ferrata delle Bocchette Alte, aperta nel 1969, per iniziativa dei fratelli Detassis.

1 settembre 1985
Sul Sentiero delle Bocchette, tra la Bocca di Brenta e il Basso.1.09.1985. Dolomiti di Brenta

Bruno Detassis, il decano del Brenta, così parla di tutto il complesso dell’Alta Via del Brenta: “È stato fatto da pochi uomi­ni, senza guadagno, ci son dentro delle grandi fati­che. Ed ha procurato grandi ricchezze alla gente più impensata e più lontana: produttori cinematografici, fotografi, agenzie di viaggio, fabbriche di cordini e moschettoni. Di tutti quelli che ci hanno guadagnato sopra, nessuno dà una lira di contributo per il man­tenimento del sentiero. Senza la manutenzione delle guide il Sentiero delle Bocchette non resiste­rebbe due inverni al gelo e alle slavine. Perché è stato creato il Sentiero delle Bocchette? A parte Strobele, Castiglioni, Castelli che vedevano “bello” un sentiero naturale di collegamento da una quota all’altra – e il sentiero c’era, lavorandolo, con una certa attrezzatura e una certa sicurezza – quello che si vede del Brenta nel percorrere le Boc­chette non lo si può vedere né dall’alto né dal basso. È una visione dantesca, è un inferno; soprattutto quando c’è un po’ di nebbia, per chilometri si attraversa proprio un inferno”.

Gruppo di Brenta, sentiero delle Bocchette

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Ancora sulla via ferrata di Giorré

Qui di seguito gli aggiornamenti nella vicenda della via ferrata di Giorré. Per una cronistoria completa leggi http://www.alessandrogogna.com/2015/09/22/ancora-colpevoli-silenzi-sulla-ferrata-di-giorre/.

Il percorso della via ferrata di Giorré (in comune di Cargeghe, Sassari) interseca nidi e siti di specie dell’avifauna protette e l’area risulta, nel Piano di Assetto Idrogeologico (PAI), come un area a pericolosità e rischio molto elevato da frana. Inoltre, essendo alcuni ancoraggi arrugginiti alla base o mobili, Mountain Wilderness ha da tempo ipotizzato che ci sia un rischio di pubblica incolumità e che i lavori siano stati realizzati dai progettisti e realizzatori senza le prescritte autorizzazioni oppure non a regola d’arte.

Via ferrata di Giorré: la zona di passaggio tra la prima e la seconda falesia. Foto: http://www.ferratagiorre.it/
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Dopo le prime segnalazioni, il 17 novembre 2014  Mountain Wilderness onlus ha effettuato, presso la Procura della Repubblica e presso il Comando Carabinieri Tutela per l’Ambiente, denuncia  avente come oggetto il percorso turistico-alpinistico Via Ferrata Giorrè.

Primo a rispondere è stato l’Assessorato alla Difesa all’Ambiente che ha confermato il livello di pericolosità del PAI sollecitando il Servizio di tutela paesaggistica delle Province Sassari e Olbia-Tempio, e chiedendo delle prescrizioni e divieti sulla frequentazione per evitare il disturbo dell’avifauna. Prescrizioni e divieti che dovrebbero coprire parte del periodo invernale, la primavera e parte dell’estate ma che il Comune non ha mai attuato.

Nel frattempo il percorso è stato chiuso il 9 settembre 2015 con un’ordinanza prudenziale a causa di un masso pericolante. Il sito www.ferratagiorre.it dà attualmente notizia della chiusura temporanea “in via prudenziale”.

In data 28 dicembre 2015 l’Assessorato regionale degli enti locali, finanze e urbanistica (più precisamente la Direzione Generale della Pianificazione Urbanistica Territoriale e della Vigilanza Edilizia) risponde invitando il Comune di Cargeghe a trasmettere “apposita relazione nella quale si dimostri la coerenza dei titoli abilitativi relativi al progetto in questione con il piano di assetto idrogeologico (PAI). Nel caso si tratti di opera comunale rientrante nella fattispecie di cui all’art. 7, 1 comma, lett. C, DPR n. 380/2001 il Comune è tenuto a comunicare le indagini geologiche e geotecniche in forza delle quali si è addivenuti alla validazione del progetto”.

Il 5 gennaio 2016, la Direzione Generale del Corpo Forestale e di Vigilanza Ambientale comunica allo stesso comune che per parte sua “concorrerà nelle attività di verifica del rispetto delle disposizioni previste nell’Ordinanza Sindacale n. 35/2015 del Comune di Cargeghe”.

Il 17 marzo 2016, la Direzione Generale del Servizio Territoriale Opere Idrauliche di Sassari dichiara di non essere competente su ciò che invece è materia relativa all’amministrazione comunale, cioè l’ammissibilità degli interventi e la necessità di relazione di eventuali studi di compatibilità. Per ciò che riguarda invece l’autorizzazione preventiva, di cui all’articolo 61 del DPR 380, non risulta nel suo archivio alcun documento riguardante il progetto originario.

Il 4 aprile 2016, il Servizio difesa del suolo, assetto idrogeologico e gestione del rischio alluvioni comunica che “considerato che a questo Servizio non risulta alcuna richiesta di approvazione di uno studio di compatibilità relativo all’intervento in questione, di cui all’art. 23 delle Norme Tecniche di Attuazione del PAI, si invita codesto Comune a relazionare relativamente alla data di realizzazione, all’ubicazione e alle caratteristiche dell’intervento in questione e alle caratteristiche geologiche, geomorfologiche e geotecniche del versante da esso interessato. Si invita, altresì, codesto Comune a dare indicazioni rispetto alle modalità di intervento che si ritiene opportuno mettere in atto per risolvere l’oggettiva situazione di rischio da frana che caratterizza la situazione sulla quale insiste l’intervento in questione”.

 

Un passaggio sulla via ferrata. Foto: http://www.ferratagiorre.it/
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Considerazioni
Sono dunque mesi che il Comune di Cargeghe non risponde ai solleciti degli enti che richiedono la presentazione di un progetto della via ferrata; il comune nicchia ormai da oltre un anno non inviandolo. Dovrebbe essere ormai chiaro che hanno realizzato una via ferrata in un luogo cartografato non solo come a pericolo di frana molto elevato ma anche a rischio di frana molto elevato. In località come queste le norme tecniche dicono in maniera chiara che è possibile realizzare solo opere mobili e provvisorie. E una via ferrata non è né mobile né provvisoria.

In ogni caso le risposte insistono che le opere permesse richiedono la presentazione alla Regione di una relazione di un geologo e un ingegnere geotecnico. Questa relazione non è mai esistita, e ora c’è pericolo che venga presentata, in barba ad ogni divieto, dopo anni.

Speriamo non si cerchi di fare una specie di condono per coprire gli sbagli di tanti.

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Le indagini sulla via ferrata del Cabirol (Capo Caccia)

Aperte le indagini a Capo Caccia, Alghero (SS), sulla Via Ferrata del Cabirol

Le associazioni ambientaliste  Gruppo d’Intervento Giuridico Onlus e Mountain Wilderness Italia hanno richiesto delucidazioni in merito alla realizzazione della Via Ferrata del Cabirol e di alcuni itinerari di arrampicata sportiva presenti all’interno del Parco Regionale di Porto Conte. Tale decisione è scaturita dopo avere appreso che l’area presenta il massimo livello di pericolosità di frana e che la costruzione della via ferrata, che attraversa un’area protetta, è avvenuta su iniziativa privata.

Alla richiesta di informazioni agli enti preposti, tra cui la Commissione Europea e il Ministero dell’Ambiente, della Tutela del Territorio e del Mare, le due associazioni fanno seguire una richiesta di eventuale adozione di provvedimenti finalizzati alla salvaguardia dell’incolumità dei frequentatori e dei valori ambientali e paesaggistici.

Siamo preoccupati non solo per la salvaguardia delle specie ma anche per l’incolumità delle persone” sottolinea Mountain Wilderness “ci siamo chiesti come fosse possibile progettare questi percorsi in un’area indicata come a rischio molto elevato di frana e ci allerta il fatto che ancoraggi come quelli utilizzati sul posto siano stati causa di incidenti, non solo in Sardegna”.

Capo Caccia
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Secondo la documentazione raccolta dalle associazioni l’area occupata dagli itinerari è classificata nel contesto di Natura 2000 come Sito di Interesse Comunitario e Zona di Protezione Speciale e ciò prevede una serie di tutele, in particolare per quanto riguarda le piante e gli animali.

Alcuni degli uccelli più rari d’Europa come Grifoni, Falchi pellegrini e l’Uccello delle Tempeste, sono di casa a Capo Caccia e vengono indicati dalla Comunità Europea come “specie prioritarie” in quanto rare o a rischio di estinzione.

Difficili da raggiungere, le pareti sono scelte per nidificare proprio per la loro inaccessibilità e la loro frequentazione da parte dell’uomo può portare all’abbandono dei piccoli e alla creazione di nidi altrove.

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La frequentazione dei percorsi attrezzati, da gennaio/febbraio fino all’estate, disturba il periodo di riproduzione delle specie.

Per queste ragioni il Ministero all’Ambiente indica le attività sportive legate alle pareti come una potenziale minaccia per l’avifauna selvatica mentre il Club Alpino Italiano ha deciso dal 1990 di non acconsentire alla costruzione di nuove vie ferrate. Vedi Approfondimento Normativo.

Alle volte ci viene da pensare che un’attività che si svolge in ambiente sia un’attività che lo vive con rispetto“ continua Mountain Wilderness “ma questo è vero solo quando chi la pratica adatta le proprie azioni alle esigenze della Natura e non viceversa. Solamente allora possiamo parlare di sport sostenibili.

Mountain Wilderness incoraggia la frequentazione dell’ambiente solo quando questo non venga considerato una palestra o un parco giochi. E’ favorevole a una valorizzazione del territorio che sia davvero rispettosa delle normative ambientali e della sicurezza, privilegiando perciò itinerari che per loro caratteristica non si adeguino alle esigenze sportive, lasciando così intatta l’essenza naturale del luogo.

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Ricostruzione dei fatti
Sulla base di una prima ricerca su internet è facile individuare l’itinerario su www.ferratacabirol.it. Nel sito è indicato che la via ferrata è stata costruita (Storia di un apertura) su iniziativa privata.

E’ possibile inoltre osservare che gli interventi di chiodatura e modifica del percorso sono stati incrementati nel corso degli anni.

In Manutenzione della Via Ferrata, viene indicato che gli ancoraggi sono di acciaio inox, talvolta AISI316 e talvolta AISI304 (sono note in bibliografia rotture di ancoraggi di quest’ultima tipologia in prossimità di ambiente marino).

12 settembre 2009, viene accompagnata l’equipe di Linea Blu lungo la Via Ferrata https://vimeo.com/6545896.

3 ottobre 2014, il Comune di Alghero aggiudica i lavori di mitigazione del pericolo di frana a causa della segnalazione di blocchi pericolanti, (aggiudicazione n.758 del 3-10-2014) nel tratto di costa compreso tra la Scala del Cabirol e il Semaforo.

13 marzo 2015 viene fatto precipitare un grande blocco di roccia che è risultato proprio sopra il tracciato della la Via Ferrata. Quanti altri blocchi come questo ci saranno lungo il percorso? Di chi potrebbero essere le responsabilità in caso di incidente?

Il 21 novembre 2015 (http://video.gelocal.it/lanuovasardegna/locale/capo-caccia-il-gigante-di-roccia-precipita-in-mare/40012/40110) un gruppo di equilibristi buca con il trapano le rocce della parete appoggiata (in cui sono presenti anche decine di ancoraggi di arrampicata sportiva) per inserire alcuni ancoraggi per tendere una corda. L’inserimento degli ancoraggi è avvenuto senza autorizzazione del Parco e senza avere effettuato una eventuale Valutazione di Incidenza Ambientale. I turisti vengono denunciati dal Corpo Forestale e di Vigilanza Ambientale.

23 novembre 2015: le associazioni LIPU e WWF emanano un comunicato stampa (http://www.algheroeco.com/slackline-capo-caccia-wwf-e-lipu-daccordo-con-la-denuncia/) in cui approvano l’operato del CFV.

Le associazioni asseriscono nell’articolo che “Le associazioni ambientaliste WWF e Lipu ricordano che l’area interessata dalla perfomance di slackline è un’area particolarmente protetta inserita nel Sito di Interesse Comunitario e Zona di Protezione Speciale per la presenza di flora endemica e la nidificazione di uccelli rari o a rischio di estinzione come l’uccello delle tempeste, le berte maggiori, il gabbiano corso e il falco pellegrino.”

Gennaio 2016. In occasione di una ripetizione della Via Ferrata da parte di membri della Mountain Wilderness viene osservata una coppia di Falco pellegrino in prossimità della parete della ferrata e osservati alcuni dettagli tecnici come la tipologia di materiale diverso utilizzato e i diametri del cavo di acciaio (linea vita) di dimensioni diverse. Nasce il dubbio che l’itinerario sia stato omologato.
Sia lungo il percorso, nei ripiani in parete, della Via Ferrata che poco prima di raggiungerne l’attacco, sono stati osservati degli itinerari di arrampicata sportiva che prevedono decine e decine di ancoraggi e alcuni attacchi con catene (http://www.corradoconca.it/index.php?option=com_content&view=article&id=20:qatsi&catid=2& Itemid=101&lang=it).

In questa fase il Gruppo d’Intervento Giuridico Onlus (GRIG) e MW aspettano che gli enti dicano come è la situazione dal loro punto di vista (esiste un progetto depositato e approvato? Esiste una valutazione di incidenza ambientale approvata? Esiste l’autorizzazione della comunità europea, del parco e del comune?). Dopo queste risposte si potrà ricorrere a denuncia circostanziata.
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Sito di importanza comunitaria – SIC “Capo Caccia (con le Isole Foradada e Piana) e Punta del Giglio”IndaginiViaFerrataCabirol-itb010042_a4-vert

Zona di protezione speciale – Z.P.S. “Capo Caccia”. Foto Benthos, C.B., S.D., archivio GrIG.IndaginiViaFerrataCairol-zps-itb013044-capo-caccia

 

Link correlati:
Rischio di frana sulla Via Ferrata del Cabirol
http://notizie.alguer.it/n?id=46370

Drammatica caduta del blocco di roccia pericolante sulla Via Ferrata del Cabirol, il video
http://video.gelocal.it/lanuovasardegna/locale/capo-caccia-il-gigante-di-roccia-precipita-in-mare/40012/40110

Buca le falesie del Parco Regionale di Porto Conte. Slackliner denunciato!
http://www.algheroeco.com/slackline-capo-caccia-wwf-e-lipu-daccordo-con-la-denuncia/
http://lanuovasardegna.gelocal.it/alghero/cronaca/2015/11/21/news/alghero-buca-le-falesie-di-capo-caccia-per-fissare-la-fune-equilibrista-denunciato-1.12484270?refresh_ce oppure file in pdf.

Alleghiamo anche i segg. documenti:
Legge Regionale 26 febbraio 1999, n. 4
Istituzione del Parco naturale regionale “Porto Conte”.
(Documento del 16/10/2012 11.22.25, autore: Regione Autonoma della Sardegna);
Statuto del Parco
Statuto adottato con Delibera del Consiglio Comunale di Alghero N° 21 del 5.5.2000, resa esecutiva dal Provvedimento del CO.RE.CO. N° 1769/021 del 21.6.2000, e approvato con Delibera della Giunta Regionale N° 40/46 del 12.10.00, resa esecutiva dalla Determinazione del Direttore Generale dell´Assessorato Difesa Ambiente N° 3065/V del 6.12.00 Modificato con deliberazione del Consiglio Comunale n.8 del 13.01.2015
(Documento dell’11/05/2016 12.54.22, autore: Azienda Speciale Parco di Porto Conte);
Disciplinare delle guide del Parco
Disciplinare della attività della “Guida ed educatore ambientale del Parco Naturale Regionale di Porto Conte e della foresta demaniale di Porto Conte”
(Documento del 16/10/2012 11.22.52, autore: Azienda Speciale Parco di Porto Conte).

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Il Kit da ferrata non dev’essere obbligatorio

Il Kit da ferrata non dev’essere obbligatorio

Sul numero di settembre della rivista Montagne360 (organo ufficiale del Club Alpino Italiano), a firma Federico Bernardin, è uscito l’utile articolo La sicurezza sulle vie ferrate (pagg 54-57).

L’utilità di tale articolo, anche per il grande numero di appassionati cui è rivolto, è indubbia. Il testo non si dilunga, è essenziale e dà le giuste informazioni necessarie, al fine di percorrere una ferrata in ragionevole sicurezza. Inoltre, precisa giustamente “che la ferrata non è un gioco e non è costruita per esserlo”.

Chi volesse leggere il testo integrale, per comodità lo trova qui.

Via ferrata Tomaselli, San Cassiano, val Badia. Foto: ladinia.it
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Considerazioni
Nel testo non ci sono inesattezze, dobbiamo però far notare una piccola dimenticanza e non possiamo rinunciare a due considerazioni che il testo stesso provoca.

La dimenticanza riguarda l’uso dei guanti. In assenza di questi, dire che “fastidiose escoriazioni possono avvenire per strofinamento della pelle delle mani sul cavo della ferrata” non è sufficiente: occorre mettere in risalto che non infrequentemente la mano incontra refoli d’acciaio dovuti a usura e cattiva manutenzione. Questi, al di là delle escoriazioni, possono provocare vere e proprie ferite.

Prima considerazione. Nel sottotitolo, probabilmente a responsabilità della redazione più che dell’autore, è scritto che “le vie ferrate permettono anche ai meno esperti di affrontare difficoltà alpinistiche”. Questo non è corretto, perché le ferrate permettono solo di affrontare le difficoltà delle ferrate!

Occorre stare attenti all’uso dei termini, e cercare di mantenere ben distinti due ambiti che, già dalle differenti radici filosofiche, non possono essere mescolati se non con pericolosi fraintendimenti.

Le “difficoltà alpinistiche” sono proprie dell’alpinismo, attività che favorisce l’esperienza personale nell’ambiente selvaggio della montagna, vive di fantasia e di creatività più che di gesti atletici. L’aspetto ludico è decisamente in minoranza al confronto con l’aspetto romantico, spirituale e psichico.

Al contrario, le vie ferrate sono espressione di gesto atletico su terreno verticale, escludono creatività e fantasia e vivono piuttosto epidermicamente il gusto adrenalinico che il vuoto può offrire.

Ciò che voglio dire è che un I° grado (il primo scalino della Scala UIAA) è alpinisticamente molto più difficile e impegnativo di una ferrata atletica che ti fa sputare molta più fatica.

Seconda considerazione. L’articolo ingenera una fastidiosa sensazione, non nuova peraltro e già provata in altre occasioni. Sembra che pure il CAI (che non è un produttore o venditore di materiali o tecniche) continui a ripetere lo stesso errore, cioè quello di fare intendere al pubblico per obbligatorio l’uso (e in una certa maniera) di certi materiali (nella specie, il kit da ferrata, oltre al casco).

Il testo non afferma chiaramente l’obbligatorietà. Ma il tono è un po’ ambiguo e alla fine il complesso dell’articolo non lascia dubbi al lettore (a dimostrarlo basterebbe osservare che l’uso dei guanti è invece espressamente qualificato come “non obbligatorio”).

Immaginiamo ora che questo articolo capitasse in mano (e per la legge di Edward Murphy accadrebbe di sicuro) a un Giudice in occasione del giudizio su un infortunio senza apposito kit o per uso diverso dal previsto.
Anche il Giudice si nutrirebbe della perniciosa confusione sugli obblighi del produttore (che ci sono) rispetto a quelli dell’utilizzatore (chi impedisce di andare senza kit o diversamente attrezzati, magari a persone esperte?). Il tutto è vieppiù consolidato malamente tramite il parallelo con le norme sull’infortunistica del lavoro.

Nell’articolo è presente anche l’azione, sempre pubblica, di inibizione “morale” a carico di coloro che non usano il kit o pensano ad alternative (esordio dell’articolo: quelli “alle prime armi” che vengono “dissuasi“).

Questi scritti formalizzano degli obblighi dei quali poi chiunque potrà essere chiamato a rispondere legalmente (ricordiamo il recente caso della sentenza di Cassazione che ha ritenuto definitivamente responsabile la Scuola di alpinismo Silvio Saglio (SEM-Milano) per un lieve incidente di parecchi anni fa.

Non sto discutendo la buona fede di Bernardin e del CAI, ma non vorrei che in quest’ambito continuassimo imperterriti e incoscienti a non considerare che, come minimo, è necessario precisare sempre che si può anche scegliere di agire con auto-responsabilità (la responsabilità tout court è inutile prendersela o dire che uno se la prende: tanto te la danno le leggi e gli altri).

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Ancora colpevoli silenzi sulla ferrata di Giorré

Il percorso della via ferrata di Giorré (in comune di Cargeghe, Sassari) interseca nidi e siti di specie dell’avifauna protette e l’area risulta, nel Piano di Assetto Idrogeologico (PAI), come un area a pericolosità e rischio molto elevato da frana. Inoltre essendo alcuni ancoraggi arrugginiti alla base o mobili Mountain Wilderness ha da tempo ipotizzato che ci sia un rischio di pubblica incolumità e che i lavori siano stati realizzati dai progettisti e realizzatori senza le prescritte autorizzazioni oppure non a regola d’arte.

Dopo le prime segnalazioni, il 17 novembre 2014  Mountain Wilderness onlus ha effettuato, presso la Procura della Repubblica e presso il Comando Carabinieri Tutela per l’Ambiente, denuncia  avente come oggetto il percorso turistico-alpinistico Via Ferrata Giorrè.

A tutt’oggi ha risposto solo l’Assessorato alla Difesa all’Ambiente che ha confermato il livello di pericolosità del PAI sollecitando il Servizio di tutela paesaggistica delle Province Sassari e Olbia-Tempio, e chiedendo delle prescrizioni e divieti sulla frequentazione per evitare il disturbo dell’avifauna. Prescrizioni e divieti che dovrebbero coprire parte del periodo invernale, la primavera e parte dell’estate ma che il Comune non ha mai attuato.

Nel frattempo il percorso è stato chiuso il 9 settembre 2015 con un ordinanza prudenziale a causa di un masso pericolante. Tuttavia alla data odierna 21 settembre il sito, dedicato al percorso dal Comune, non dà notizia dell’ordinanza, favorendone di fatto ancora la frequentazione.

E’ passato quasi un anno durante il quale l’itinerario alpinistico è stato regolarmente frequentato e, nonostante nella denuncia si parlasse di pericolo per l’incolumità delle persone, gli enti non hanno ancora dato risposta.

Bisogna ricordare che il 2013 è stato conosciuto come un anno di grandi frane attorno a Sassari e Cargeghe: come quella del Monte Tudurighe (Valle dei Ciclamini), Muros (SS) e quella presso Florinas, che ha bloccato per mesi la SS131.

 

Ancora colpevoli silenzi sulla ferrata di Giorré
a cura di Mountain Wilderness

Sull’altopiano di Giorré, in comune di Cargeghe (SS), sorge la bella parete rocciosa di Giorré: un fronte di roccia calcarea lungo due km e alto circa cento metri. Si tratta della parete più lunga e maestosa in un raggio di oltre trenta km dalla città di Sassari, ben visibile dall’arteria stradale più importante dell’Isola, SS131.

La località è conosciuta per il bel bosco di roverella inciso da una bella valle, in cui scorre un torrente, per le particolari forme delle sue rocce, erose dal tempo, e per i numerosi blocchi che affiorano, quasi come funghi, nei suoi pendii basali. Tra i suoi numerosi anfratti trovano rifugio diverse specie di uccelli che vi nidificano (in particolare il Falco Pellegrino, il Gheppio, il Barbagianni) anche grazie al fatto che nel medesimo luogo possono alimentare facilmente i piccoli per l’abbondanza di cibo come i roditori, le colonie di Taccole e di Piccioni selvatici.

Sulle rocce si possono contemplare forme geomorfologiche particolari dovute all’erosione del calcare. La parete fa infatti parte di un area carsica che ospita ben otto grotte censite nel catasto speleologico dell’Assessorato della Difesa dell’Ambiente, in cui sono presenti insetti rari, endemici, unici dell’Isola.

Parete rocciosa di Giorré
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18 febbraio 2013
Dopo avere appurato la presenza di installazioni fisse (tasselli a espansione, ecc.) arrugginite e centinaia di metri di corde abbandonate e incustodite sulla parete di roccia “Giorré”, senza alcun cartello di cantiere che indicasse la presenza di lavori legali in corso, la nostra Associazione, ritenendola una potenziale fonte di pericolo per persone e curiosi e un danno per l’ambiente e il paesaggio, invia una lettera al Comune di Cargeghe e al Corpo Regionale Forestale di Vigilanza Ambientale (protocollo ricezione presso il Comune n. 904, data 21-2-13). Nella raccomandata viene messo in luce che l’area per il 50% dell’areale è cartografata dal Piano di Assetto Idrogeologico (PAI) ed è definita Hg4  e Rf4 (il massimo di pericolosità) e per il restante 50%, pur non cartografata, è assimilabile. Insomma un’area potenzialmente soggetta a crolli e ribaltamenti. Viene chiesta spiegazione del materiale arrugginito, per la tutela del luogo e degli itinerari di arrampicata pre-esistenti.

2 aprile 2013
Non avendo avuto risposta, Mountain Wilderness invia un sollecito di risposta al Comune di Cargeghe (SS) (protocollo ricezione presso il Comune n.1290, data 2 aprile 2013)

19 aprile 2013
Il Comune di Cargeghe (SS), mediante il Responsabile di Servizio Geom. Manuela Senes, risponde a Mountain Wilderness, specificando che:
– si tratta del materiale previsto per la realizzazione di un percorso denominato “via ferrata”;
– il progetto di percorso è nato per opera del Comune ed è finanziato da fondi comunali;
– il Comune ha condiviso con i proprietari dei terreni il progetto e ha ottenuto le necessarie autorizzazioni;
– in merito alla possibilità di disturbo di specie protette, comunica che non sono stati identificati nidi di rapaci, ma solo alcuni nidi probabili nella Valle Magola;
– che tutti gli ancoraggi e corde arrugginiti presenti sulla parete sono stati rimossi;
– che il responsabile dei lavori in parete è abilitato per il “lavoro con sistemi di accesso e posizionamento mediante funi” (ai sensi del DL. 81-2008 e DL 106-2009) dal Collegio Nazionale delle Guide Alpine.

Vecchi e nuovi ancoraggi
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15 maggio 2013
Compare sul quotidiano La Nuova Sardegna un articolo scritto dal giornalista Pietro Simula, che indica che verrà inaugurato, il 17 con una presentazione e il 18 con la ripetizione del percorso, il nuovo percorso denominato “Via Ferrata Magola-Giorré” sulle pareti di roccia di Giorré.

Nell’articolo viene messo in luce che il progetto e la realizzazione del percorso sono stati effettuati dall’Associazione Segnavia, di cui è responsabile il Sig. Corrado Conca, con i fondi comunali per dell’assessorato al turismo del paese.

Sempre nel medesimo articolo viene riferito che “Lungo il percorso tracciato con la via ferrata (circa 2,6 km) sono stati intanto installati ancoraggi permanenti che permettono all’escursionista esperto o al turista sportivo (purché assistito da una guida) di percorrere in orizzontale e in sicurezza l’itinerario.”

Viene inoltre comunicato che è stato realizzato un sito apposito denominato: www.ferratagiorre.it.

Non è la prima volta che vengono effettuati percorsi simili senza rispetto per gli animali e le normative sull’ambiente ma in alcuni casi si è provveduto allo smantellamento come nel caso della ferrata Pertini in Alto Adige (http://altoadige.gelocal.it/bolzano/cronaca/2014/10/05/news/selva-scompare-la-ferrata-pertini-1.10061466?ref=search).

La nostra Associazione non è contraria alla frequentazione dell’ambiente ma è giusto che non venga considerato solo una palestra o un parco giochi e che le attività si svolgano in armonia con chi lo abita: gli animali, le rocce e le piante. E’ favorevole ad una valorizzazione del territorio rispettosa dell’ambiente ma anche delle normative ambientali e della sicurezza.

16 maggio 2013
Su facebook è possibile individuare l’invito all’inaugurazione da parte dell’amministrazione comunale in cui viene esplicitato:

La nostra iniziativa: l’’Amministrazione Comunale di Cargeghe ha investito tre annualità della Legge Regionale nr 37/98 per la valorizzazione delle risorse del territorio sotto il punto di vista archeologico, naturalistico e paesaggistico;

Ed inoltre che “L’attrezzamento della via ferrata è consistito nella installazione di ancoraggi permanenti che permettono all’escursionista esperto o al turista sportivo (purché assistito da una guida capace e titolata) di percorrere in sicurezza l’itinerario in questione. Nello specifico si è trattato di installare morsetteria, gradini corti e lunghi, fittoni verticali e traversi, cavi e ancoraggi di vario genere, tutti posati con resina. Sia in avvio di percorso, che lungo il suo tracciato è stata installata la cartellonistica informativa, le prescrizioni tecniche e di pericolo : ricordiamoci che si tratta pur sempre di una via ferrata che per essere percorsa, necessita di esperienza o di essere affiancati da una guida!”

Sul sito www.corradoconca.it viene confermato che il Sig. Corrado Conca ha progettato e realizzato l’itinerario con ancoraggi permanenti nella parete di Giorré.

Nel sito viene indicato che il Sig. Corrado Conca è una Guida escursionistica e che “L’escursione alla Via Ferrata può essere organizzata in tutte le stagioni dell’anno e – se con guida –, non è necessario possedere specifiche competenze o esperienze di arrampicata. La quota di adesione individuale è di 35,00 € per gruppi di 6 o più partecipanti, mentre per gruppi più piccoli (4 o 5 persone) è di 40,00 €. La quota di partecipazione include il prestito del materiale tecnico necessario (casco, doppia longe con dissipatore, guanti). L’escursione ha una durata di circa tre ore”.

Nel medesimo sito vengono offerti l’accompagnamento su percorsi con attività simili a quelli della Via ferrata Magola-Giorré come la discesa con corde lungo gole, pareti e grotte.

Particolare della ferrata
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30 ottobre 2013
Volendo approfondire la conoscenza sugli aspetti ambientali della località, il 30 ottobre 2013 Mountain Wilderness Italia, commissiona il lavoro di:
– monitoraggio qualitativo sulla presenza dell’avifauna nelle pareti in cui è stata realizzato il percorso con installazioni fisse;
– una relazione geologico ambientale sulla struttura rocciosa.

Dalle relazioni emerge che:
– il tracciato del percorso interseca nidi e siti di specie dell’avifauna protette da normativa nazionale ed internazionale ed inserite nelle Liste Rosse, nella Direttiva Comunitaria 79/409/CEE e aggiornamento 2009/147/CE (Direttiva Uccelli) ed indicate da BirdLife International con status di conservazione europeo sfavorevole;
– il percorso è stato progettato e realizzato in un Area Carsica pertanto oggetto della L.R. n° 4 (7-8-2007);
– il percorso è stato progettato e realizzato in un’area indicata dal Piano di Assetto Idrogeologico Regionale (PAI) con il massimo livello di pericolosità (pericolosità molto elevata da frana Hg4), con rischio di frana molto elevato, e studiata sin dal 1991 per l’instabilità dei versanti;
– lungo il percorso è presente un blocco a rischio molto elevato di frana il cui volume è stimato in 1200 m3.

13 gennaio 2014
Il sindaco di Cargeghe emette l’Ordinanza n.1, che indica che per percorrere “l’itinerario alpinistico ferrata Giorré”, di difficoltà “escursionisti esperti con attrezzatura alpinistica”, sono necessari per l’incolumità dei praticanti dei Dispositivi di Protezione Individuale”.

17 novembre 2014 – La denuncia
In seguito ai risultati (settembre 2014) della Relazione Geologico Ambientale da lei stessa commissionata, il 17 novembre 2014 l’associazione Mountain Wilderness Italia emette un formale atto di denuncia (datato 31 ottobre 2014) alla Procura della Repubblica del Tribunale di Sassari, al Comando Carabinieri Tutela per l’Ambiente ed inoltre per conoscenza anche alla Dott.ssa Zinzula Direzione generale della Difesa dell’Ambiente, Assessorato Difesa dell’Ambiente (Regione Autonoma della Sardegna) e Ing. Tanas, Servizio Governo e Territorio della Tutela Paesaggistica della Provincia di Sassari. Chi fosse interessato può leggere il testo integrale della DENUNCIA.

Sulla base della documentazione raccolta, si ipotizza che ci sia un rischio di pubblica incolumità e che i lavori siano stati realizzati senza le prescritte autorizzazioni oppure non a regola d’arte.

L’Associazione chiede quindi che sia disposta l’attenta verifica di quanto è stato realizzato ed è in corso, accertando la regolarità dell’intero iter autorizzatorio sia sotto il profilo formale che sostanziale.

Particolare della via ferrata
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Infatti in seguito ai sopralluoghi effettuati risultava lungo il percorso del materiale già arrugginito e percolazioni di ruggine alla base dei diversi ancoraggi fissati con cemento chimico, che fanno ipotizzare una corrosione della parte inserita nella roccia e l’utilizzo di materiali non adeguati al sito. Alcuni ancoraggi inoltre si muovevano. Riguardo l’origine del materiale inserito in parete si è visto che in parte è riconducibile alla marca Raumer, in parte non presentava nessuna marca.

In particolare Mountain Wilderness chiede agli enti preposti di verificare se è stato seguito tutto l’iter atto a garantire la sicurezza del percorso e degli escursionisti come ad esempio:
– se sia legittimo che siano stati fatti lavori e realizzato un percorso rivolto a tutti con installazioni fisse permanenti su un’area definita Hg4 dal Piano di Assetto Idrogeologico della Sardegna, e passante lungo un blocco a rischio di crollo;

– se il/i progettista/i possiede/ono il titolo abilitativo per progettare un itinerario con acciaio e ancoranti come quello in oggetto, su un’area di questa categoria del PAI, pianificandone il percorso. Ed inoltre se sono stati utilizzati ancoranti testati e omologati dalle ditte produttrici per roccia o in ogni caso se la scelta dei materiali è avvenuta in base al calcolo dei carichi e tutto quello che concerne affinché sia stata eseguita a regola d’arte;

– se gli esecutori e il direttore dei lavori (lavoratore e preposto, guida alpina, ecc.) avessero la necessaria abilitazione alla professione, insieme ai relativi aggiornamenti, per eseguire i lavori del progetto, considerata la difficoltà di accesso di una parete ricca di strapiombi, lunga circa 2 km e alta circa 100 m. Se era inoltre per loro necessario avere seguito corsi non solo di accesso ma anche di posatura di ancoraggi o presso un ingegnere strutturale o le ditte produttrici del materiale;

– se, data l’ascensione su roccia, l’accompagnamento e/o l’insegnamento delle tecniche alpinistiche necessarie per una ripetizione viene effettuato da persone provviste di qualifica abilitante (ad esempio L.R. della Sardegna n. 20 del 18-12-2006 e successivi aggiornamenti, L. n.6 del 2-1-89, sentenza n.9048/04 del 8-10-04, sez.IV Tribunale di Milano).

Chiede di voler verificare inoltre se il progetto, stante l’interesse paesaggistico dell’area (come sottolineato anche dall’inserimento di tali habitat nella Direttiva Habitat 92/43/CE, codici 8210 e 8310), e stante il fatto che, da documentazione inviata, presenta specie dell’avifauna nidificanti inserite in liste di tutela e che è un’ “Area Carsica” con Grotte inserite nel Catasto Regionale della Sardegna pertanto tutelata dalla L.R. n° 4 (7-8-2007), avesse la concessione edilizia e necessità di specifiche autorizzazioni, come ad esempio dall’Ufficio di Tutela del Paesaggio, e se queste siano state effettivamente rilasciate.

Salita sulla via ferrata di Giorré
AncoraColpevoliSilenzi-Giorré--P1040474

All’atto di denuncia è stata inoltre inviata la documentazione sino a quel momento raccolta:
– Ricostruzione cronologica dei fatti;
– Relazione qualitativa sull’avifauna nidificante rupicola della parete Giorré, Cargeghe (SS);
– Relazione geologico-ambientale
– DVD con all’interno:

– Documentazione fotografica e video;
– Lettera inviata da Mountain Wilderness Italia il 21 febbraio 2013 al Comune di Cargeghe;
– Lettera di risposta ricevuta dal Comune di Cargeghe del 19 aprile 2013;
– Ordinanza n.1 del Comune di Cargeghe;
– Depliant a disposizione nell’estate 2013 presso la casa del Parco Regionale di Porto Conte, Casa Gioiosa, Porto Tramariglio, Capo Caccia [Alghero (SS)], a testimonianza dell’esistenza sul territorio di attività di accompagnamento in percorsi simili;
– Commissione Tutela Ambiente Montano, dicembre 2008, Quaderno TAM n.1 Norme di Tutela dell’Ambiente Montano, Club Alpino Italiano;
– Normativa del Veneto;
– Articolo del quotidiano Alto Adige, sul percorso Via Ferrata “Pertini” chiuso e smantellato a Bolzano;
– Relazione geologico-ambientale;
– Relazione qualitativa sull’avifauna nidificante rupicola della parete Giorré, Cargeghe (SS).

e link utili:

– Il sito dedicato all’itinerario www.ferratagiorre.it
– Il sito dedicato ad attività di accompagnamento lungo il percorso www.corradoconca.it
– Articolo La Nuova Sardegna, 15 maggio 2013 sull’inaugurazione http://lanuovasardegna.gelocal.it/sassari/cronaca/2013/05/15/news/appesi-al-costone-per-scoprire-giorre-1.7070908
– Bando dell’inaugurazione dell’amministrazione comunale su facebook https://www.facebook.com/ilmeloresidence/posts/564233116933226
– Link di tripadvisor per farsi accompagnare lungo il percorso http://www.tripadvisor.it/Attraction_Review-g187885-d4368328-Reviews-or40-Corrado_Conca_Day_Excursions-Sassari_Province_of_Sassari_Sardinia.html#REVIEWS
– Articolo GIG sulla sentenza 8-1-13 sulla violazione del vincolo paesaggistico
http://gruppodinterventogiuridicoweb.com/2013/02/28/la-violazione-del-vincolo-paesaggistico-e-un-reato-anche-quando-la-natura-ripristina-lambiente/
– Articolo on-line del quotidiano Alto Adige sullo smantellamento della Via Ferrata Pertini http://altoadige.gelocal.it/bolzano/cronaca/2014/10/05/news/selva-scompare-la-ferrata-pertini-1.10061466?ref=search.

26 febbraio 2015
L’Assessorato della Difesa all’Ambiente risponde al Comune di Cargeghe, al Corpo Forestale di Vigilanza Ambientale e agli enti mittenti della denuncia, protocollo 4219, in cui:
– conferma che l’area è un area carsica tutelata dalla LR 4/2007;
– indica che le installazioni fisse “non sono strettamente indispensabili per quanto riguarda la pratica dell’arrampicata”;
– conferma che il 50% dell’area è cartografata come area a pericolosità molto elevata da frana e che il restante 50% potrebbe considerarsi assimilabile allo stesso livello di pericolosità;
– indica che il sito è inserito nell’IFFI (Indice dei Fenomeni di Franosità della Sardegna) come un area soggetta a crolli e ribaltamenti;
– chiede che vengano emesse prescrizioni e divieti di percorso della ferrata in quanto luogo di nidificazione di specie dell’avifauna protette dalla LR 23/98 e di specie da queste predate;
– chiede, stante la pericolosità geologica dell’area e le norme che ne regolano la frequentazione, le valutazioni vengano fatte per competenza dalla Direzione Generale Agenzia del Distretto Idrografico.

Salita sulla ferrata di Giorré
AncoraColpevoliSilenzi-Giorré--P1050412

18 marzo 2015
Su sollecito di Mountain Wilderness del 9 febbraio 2015 (!) per avere informazioni sullo stato di avanzamento della pratica, la Procura della Repubblica ci comunica il numero di protocollo della pratica ma nessuna informazione a riguardo.

10 aprile 2015
Il servizio di tutela paesaggistica delle Province Sassari e Olbia-Tempio, Dott. Antonio Carboni, chiede al Comune di Cargeghe di trasmettere notizie in merito a quanto asserito e confermato dall’Assessorato della Difesa all’Ambiente il 28 Febbraio 2015.

Invia la richiesta per conoscenza anche al nucleo NOE dei Carabinieri e alla Procura del Tribunale di Sassari.

9 settembre 2015
Sul giornale regionale “La Nuova Sardegna” esce un articolo che segnala la presenza di un blocco potenzialmente pericolante e che potrebbe mettere in pericolo anche le case sottostante e le persone.

9 settembre 2015
Il Comune di Cargeghe dispone chiusura previdenziale del percorso della ferrata di Giorré.

20 settembre 2015
Nel sito ufficiale della ferrata www.ferratagiorre.it non si dà ANCORA comunicazione dell’ordinanza comunale, favorendo perciò la percorrenza nel tracciato di persone ignare dell’ordinanza e del pericolo ipotizzato.
Nel sito viene inoltre incoraggiata la ripetizione da soli o con la guida di un’Associazione (40 euro a persona).

Tutto tace.
Il nucleo dei Carabinieri, la Procura della Repubblica e il Corpo Forestale di Vigilanza Ambientale sembra non abbiano ancora preso in carico la denuncia.
In data odierna, dopo quasi un anno, nessuna notizia arriva dalla Procura della Repubblica, dai carabinieri e dagli altri enti interessati. Forse a loro bisogna ricordare che il 2013 è stato conosciuto come un anno di grandi frane attorno a Sassari e Cargeghe come quella del Monte Tudurighe (Valle dei Ciclamini), Muros (SS) e quella presso Florinas, che ha bloccato per mesi la SS131.

21 settembre 2015
Mountain Wilderness decide, con un comunicato stampa, di rendere pubblica la denuncia fatta il 17 novembre 2014, nella speranza che la pratica esca dalle pastoie burocratiche, nella contemporanea presa di coscienza dell’opinione pubblica.