Posted on Lascia un commento

Oltre a Selvaggio Blu

Oltre a Selvaggio Blu
L’Anello Boladina-Ferrata di Goloritzé

Sebastiano Cappai è felice: dice che il 1° aprile 2015 non verrà più ricordato come sa die de sas brullas (il giorno delle burle), ma come il giorno in cui a Baunei è risorto S’Iscalone de Boladina. Ed erano ben 100 anni che mancava all’appello.

S’Iscalone de Boladina. Foto: S. Cappai
Anello-Boladina-Ferrata-2Questa importante opera di ingegneria pastorale permetteva un comodo transito a uomini e animali sino ai primi del ‘900. Dalle regioni di Cuccuru Albu, Piredda, Serra Maore, Serra ‘e Lattone si scendeva sino a Goloritzé, dove era possibile reperire preziosa acqua: dopo la sua distruzione causata da una rovinosa frana, non era stato più praticato.

Poi, in tempi ben più recenti (cominciando dal 1987), Mario Verin e Peppino Cicalò riescono a coronare il sogno di collegare tra loro i sentieri esistenti, le tracce e i frequenti salti rocciosi al fine di percorrere nel modo più logico possibile il tratto di costa sarda tra Baunei e Cala Sisine. Nasce così Selvaggio Blu, un percorso tra i più meravigliosi e amati al mondo.

Selvaggio Blu evita, nel suo terzo giorno di percorso, il tratto immediatamente vicino al mare tra Cala Goloritzé e Punta Mudaloru. In pratica evita completamente il bosco di Ispuligidenie, Punta Ispuligi e Cala Ispuligidenie (anche chiamata Cala Mariolu). Non che la coppia sardo-fiorentina non vi fosse passata, anzi. Ma i due avevano giudicato alcuni tratti non compatibili con il resto: per omogeneizzare era necessario “ferrare” qualche tratto.

Da Punta Salinas uno sguardo sull’Aguglia, sulla Cala Goloritzé e sul tratto di costa verso Cala Ispuligidenie
Panorama su Aguglia di Goloritzé, Supramonte di Baunei, giro di Punta Salinas e Cuile IrbidossiliNel 2001 Sebastiano Cappai e amici avevano aperto (tra l’altro in senso contrario a Selvaggio Blu) il percorso denominato Trek delle 7 Cale, con l’obbiettivo di percorrere la costa senza staccare mai lo sguardo dal mare. Ma le notevoli difficoltà non hanno fatto decollare questa idea, rimasta quasi lettera morta.

Lo stesso Cappai riconosce: “la realizzazione dell’ultima tappa del Trek delle 7 Cale mi aveva portato al confronto con uno dei territori più ostici di tutto il Supramonte, i precipiti canaloni di sabbioni misti a ghiaia che costituiscono l’entroterra che circonda le tre cale di Goloritzé. Ho dovuto spesso scavare per ottenere delle labili tracce dove posizionare una parte della suola degli scarponi, ed infatti le ripetizioni di questa tappa si contano sulle dite di due mani poiché molti passaggi risultavano impossibili da proteggere”.

Sulle tracce loro, anche Antonio Cabras della Coop Goloritzè, e i ragazzi della Explorando Supramonte si erano affannati alla ricerca di un passaggio logico. Ma avevano ceduto di fronte al tabù del tratto ferrato.

Finché nel maggio del 2013 Luca Gasparini e Marcello Cominetti (guida alpina), individuarono un punto, probabilmente già individuato dai predecessori, che con poco più di 30 m di arrampicata risolse il collegamento tra i sentieri per poter unire Cala Goloritzé a Cala Ispuligidenie, senza quindi risalire la gola di Boladina e percorrere la Serra e’ Lattone.

Il tratto di arrampicata, però, era tutt’altro che facile, sicuramente impraticabile per un escursionista anche esperto, quindi nel giugno del 2014 Marcello Cominetti, con Mario Muggianu e Claudio Calzoni della Explorando Supramonte-Grotta del Fico (coadiuvati da Nicola Collu), hanno attrezzato il famoso passaggio proprio sotto al Culu ‘e Saltu con 30 m di cavo e qualche gradino. Utilizzando alcuni tronchi in ginepro per rendere più agevole il passaggio in onore alle tradizioni pastorali locali, ora il tratto verticale è percorribile con kit da via ferrata (consigliato) e presenta una difficoltà tecnica non superiore a quella originaria del resto dell’itinerario Selvaggio Blu pur essendo di estrema spettacolarità per la notevole esposizione dei passaggi che però sono ben assicurati.

Marcello Cominetti: “Non nascondo che nell’attrezzare questo passaggio ci siamo posti molti interrogativi di carattere “etico” legati prima di tutto alla condizione unica che gode questo eccezionale territorio dal punto di vista estetico e ambientale, e in secondo luogo all’essenza che il sentiero Selvaggio Blu si è guadagnato negli anni, grazie proprio alle prerogative di poc’anzi. Crediamo di avere fatto un buon lavoro aprendo una possibilità senza offendere nulla e nessuno ma consapevoli del fatto che per preservare totalmente un luogo sarebbe meglio non andarci. Ci auguriamo che i frequentatori futuri siano intelligenti e rispettosi come lo sono quasi sempre stati da queste parti, sicuramente sostenuti e intimoriti da una natura così prepotentemente bella”.

In rosso, il tracciato della Via Ferrata. Da Cala Coloritzé (a sin.) si sale per le frane di Su Ledere ‘e Goloritzé, poi si traversa fino al ben riconoscibile spigolo di 30 m della Via Ferrata. In giallo, il tracciato della Variante alta. Foto: S. Cappai
Anello-Boladina-Ferrata-5Ora Su Ledere ‘e Goloritzé è meno impervio di prima ma resta ben lungi dal potersi considerare un normale sentiero, semplicemente perché non lo è affatto. A dispetto del tratto ferrato, conserva tutta la sua problematicità.
Questo percorso, che ormai possiamo chiamare Ferrata di Goloritzé, si propone come variante a Selvaggio Blu, aprendo la percorrenza del lungo tratto costiero tutto sospeso sul mare di Ispuligi fino ai grottoni che precedono Bacu Mudaloru, in corrispondenza della calata in corda, dove i due itinerari si ricollegano.

Lo spigolo di 30 metri della via Ferrata
Anello-Boladina-Ferrata-3E siamo giunti così al 1° aprile 2015 quando viene sistemato l’ultimo tassello nel Bacu Boladina. Questa volta il gruppo è nutrito: oltre a Sebastiano Cannas, sono presenti Gianni Cannas, Sergio Soro, Matteo Cara, Roberto Ciabattini, Italo Chessa, Mario Calaresu, Enzo Battaglia e naturalmente i padroni di casa, Giampietro Carta (Trekking Margine), Salvatore Piras (Salinas Escursioni) e Sandro Murru (Explorando Supramonte-Grotta del Fico).

Sullo lo spigolo di 30 metri della via Ferrata
Anello-Boladina-Ferrata-4Il Bacu Boladina è precisamente quello che Selvaggio Blu risale allo scopo di evitare Su Ledere ‘e Goloritzé. La “resurrezione” de S’Iscalone de Boladina permette di scendere senza l’uso della corda per il Bacu Boladina fino a confluire al Bacu Goloritzé e all’omonima e famosa cala (quella con l’Aguglia di Goloritzé).

Tra i tanti possibili collegamenti che S’Iscalone de Boladina consente, uno in particolare risulta molto accattivante: permette infatti di realizzare un bellissimo anello che include la Ferrata di Goloritzé.

L’anello Boladina-Ferrata prevede di raggiungere in auto dal Golgo la sella di S’Arcu‘e Piredda 425 m. Da qui alla sella di S’Arcu‘e Su Tesaru. Si scende ora per il vallone chiamato Bacu Boladina (superando il recentemente ricostruito S’Iscalone de Boladina), poi si raggiunge Cala Goloritzé. Da qui si prosegue per l’impegnativa Su Ledere e quindi si traversa fino allo spigolo di 30 metri della Ferrata. Si prosegue ora (per le tracce del Trek delle 7 Cale) sino ad intersecare l’evidente sentiero turistico, recentemente ristrutturato, che risale ripido da Cala Mariolu sino alle creste di Serra ‘e Lattone poste a quasi 600 metri di quota.

Superato lo spettacolare Iscalone di Ipuligidenie posto sotto l’arco di roccia omonimo si giunge alle creste sommitali raggiungendo ancora il tracciato di Selvaggio Blu. Seguendolo a sinistra si discende raggiungendo gli antichi ovili di S’Arcu ‘e Su Tesaru e la sella di S’Arcu‘e Piredda da cui si è partiti.

S’Iscalone de Ispuligidenie
Anello-Boladina-Ferrata-S'Iscalone de IspuligidenieL’iniziativa non ha mancato di sollevare questioni di vario genere. Tra le reazioni più significative riporto integralmente quella di Mario Verin:

Premessa
Sono assolutamente contrario alle vie ferrate.
Quando con Peppino Cicalò aprimmo
Selvaggio Blu negli anni ’80 avevamo un’idea diversa e, in accordo con l’allora sindaco di Baunei, pensavamo a un sentiero percorribile da tutti senza l’utilizzo di corde.
Oggi il contesto è cambiato, il fascino di
Selvaggio Blu è anche la sua difficoltà, fortemente voluta dalle guide del luogo che non lo vogliono segnare in nessun modo. Tuttavia, in contraddizione con questo intento, sono stati attrezzati alcuni tratti con corde fisse e catene (a mio avviso senza necessità).

La Via Ferrata
Conosco, anche se non l’ho ancora percorsa, la variante aperta dall’amico Marcello Cominetti, guida alpina di grande esperienza, il primo a condurre escursionisti su Selvaggio Blu già dagli anni ’80, quindi un grande conoscitore della zona. Ne avevamo parlato più volte, perché anch’io e Peppino Cicalò l’avevamo valutata e a suo tempo scartata perché considerata troppo pericolosa. Mantengo tuttora questa convinzione in quanto la nuova ferrata attraversa una zona di grosse frane (Su Ledere ‘e Goloritzé). E anche da un punto di vista estetico, a parte la suggestiva esposizione iniziale, trovo che sia poco interessante, perché si inoltra dentro un bosco e lo percorre per 3 km, perdendo uno dei tratti più belli e panoramici di Selvaggio Blu, la cresta di Serra e’ Lattone.  

Boladina
Il
passaggio di Boladina (circa 15 metri di parete, IV grado) fino a oggi veniva affrontato solo in salita dagli escursionisti che percorrevano Selvaggio Blu. È pericoloso, in quanto l’intaglio della parete è l’imbuto di un canale che scarica sassi. Il fatto di velocizzare la salita ripristinando l’antica scala fustes (tronco di ginepro gradinato) è dunque positivo, anche perché è un punto dove già oggi ci si affolla e si può perdere molto tempo se ci sono più gruppi. Quello che invece a mio avviso è negativo, è che lo scopo dichiarato per cui è stata ripristinata la scala fustes di Boladina (S’Iscalone de Boladina) è quello di affrontare il passaggio nei due sensi, cioè scendere dall’alto su Goloritzé e fare l’anello con la nuova ferrata. Questa situazione diventa molto pericolosa per chi è in basso e non può in alcun modo prevedere se c’è qualcuno sopra che sta scendendo.

Il mio timore, in entrambi i casi, è che si prenda poco in considerazione la sicurezza.

Per approfondimenti, oltre a consigliare la lettura de Il libro di Selvaggio Blu, di Mario Verin e Giulia Castelli, Edizioni Enrico Spanu, 2013, riportiamo qui in integrale il documento di Sebastiano Cappai sull’Anello-Boladina-Ferrata.

S’Arcu de Ispigedidenie
Anello-Boladina-Ferrata-Arco Ispuligidenie

Posted on Lascia un commento

Nuovo Bidecalogo Punto 12. Sentieri, sentieri attrezzati e vie ferrate

Il Nuovo Bidecalogo del CAI, approvato a Torino il 26 maggio 2013, dedica il Punto 12 ai sentieri, sentieri attrezzati e vie ferrate. Potete consultare il documento finale e la presentazione del past-president Annibale Salsa, i due documenti sui quali ho lavorato per esprimere un mio parere sul Punto 12.

Sentiero attrezzato nelle Dolomiti di Sesto
Bidecalogo12-news_205_800x600Punto 12 (Sentieri, sentieri attrezzati e vie ferrate)
Sostanzialmente questo Punto 12 è uno dei meglio riusciti dell’intero Nuovo Bidecalogo.
Viene subito detto che lo Stato, risconosciuta l’importanza dei sentieri anche per finalità turistico-escursionistiche, ha demandato al CAI il compito di provvedere al loro tracciamento e manutenzione. Ma, in quest’ambito, sono prese subito le distanze dal tracciamento di nuovi itinerari, dall’ampliamento di quelli esistenti e soprattutto dalla proliferazione di sentieri attrezzati e vie ferrate “che spesso perseguono obiettivi estranei a un corretto spirito sportivo nell’affrontare le difficoltà” andando al contrario verso un’attività escursionistica non più a “debole impatto ambientale”.

In sostanza è giustamente riaffermata “l’importanza della rete sentieristica italiana, come bene di cultura e di pubblica utilità“, ma al contempo è detto con la giusta forza che “gli itinerari alpini, privi di manufatti, offrono esperienze indimenticabili… e dunque il CAI è, e resta, contrario all’installazione di nuove vie ferrate e/o attrezzate“.

Ma si va giustamente oltre, inseguendo quindi una visione moderna, meno colonizzatrice della montagna, affermando che il CAI “si adopera, ovunque possibile, per dismettere le vie ferrate esistenti, con la sola eccezione di quelle di rilevante valore storico”.

Una lieve critica va fatta alla dichiarazione (per fortuna non ribadita nella sezione “Il nostro impegno”) che “il CAI si adopera per la messa in sicurezza di particolari passaggi lungo itinerari molto frequentati“. Questa è contraddittorio con quanto asserito in precedenza, cioè sostanzialmente con la conclamata volontà di scoraggiare progressivamente il ricorso ad attrezzature di qualunque tipo. Questo passaggio andrebbe riscritto con una frase del tipo “il CAI si adopera per la manutenzione delle attrezzature già in essere su particolari passaggi lungo itinerari molto frequentati”. Annibale Salsa sottolinea: “… è scattata una moratoria, con invito a ridurre di numero, a ridimensionare o a cancellare nuovi progetti“.

Passando alla parte di impegno pratico, è detto che il CAI s’impegna affinché “le proprie Sezioni” si astengano dalla realizzazione di nuovi manufatti, con ciò lasciando intravvedere un certo scollamento tra le direttive di un CAI Centrale e le sue Sezioni. Scollamento che, almeno in questo caso, non dovrebbe esserci, pena l’inutilità di quanto affermato in linea teorica. Ci dovrebbe cioè essere più energia in questa direttiva.

Anche perché il problema non riguarda solo la costruzione di nuovi itinerari, ma pure la manutenzione di sentieri esistenti e soprattutto (assai più costosa) la manutenzione delle vie ferrate. Che il CAI permette e sottolinea per motivi di sicurezza, raccomandando solo la “totale rimozione dei residui nelle fasi di smantellamento e/o di rifacimento di opere preesistenti”.

In effetti dovrebbe risultare scontato che, in presenza di un itinerario attrezzato (sentiero o via ferrata), le posizioni possibili sono solo due: o lo smantellamento (totale) o la manutenzione a pieno titolo. Non ci può essere via di mezzo, proprio per questioni di sicurezza.

Uno spettacolare passaggio della via ferrata della cresta ovest del Koppenkarstein (Dachstein, Austria)
Bidecalogo12-klettersteig-am-dachstein-seilbruecke-am-westgrat-auf-den-koppenkarstein-

vedi Nuovo Bidecalogo del CAI Punto 11 (precedente)

vedi Nuovo Bidecalogo del CAI Punto 13 (successivo)

 

Posted on Lascia un commento

Chiusura temporanea di Gamma 1 e Gamma 2

L’affermata declinazione di ogni responsabilità è oggi una pura illusione

Riceviamo e doverosamente pubblichiamo l’avviso che Marco “Mela” Corti, guida alpina e presidente Gruppo Gamma di Lecco, sta cercando di diffondere al massimo grado:

Causa rottura di alcuni ancoraggi sulle scale della Ferrata GAMMA 1, se ne sconsiglia l’ascensione dal giorno 14 Luglio 2014 fino a completa messa in sicurezza.
Il Gruppo Gamma, dal giorno 14 luglio 2014 fino a nuovo comunicato di avvenuto ripristino, declina ogni responsabilità per incidenti e/o danni che dovessero accadere a persone e/o a cose per coloro che percorreranno le ferrate GAMMA 1 e GAMMA 2.

Mentre plaudiamo alla doverosa iniziativa del Gruppo Gamma e del suo presidente di informare il pubblico tempestivamente sui danni riscontrati sulle strutture, ricordiamo che purtroppo, alla luce delle ultime sciagurate sentenze, la responsabilità in caso di incidente purtroppo rimane a carico anche dell’Ente patrocinatore o di chi è titolare della manutenzione della struttura. E non importa se a titolo di volontariato o professionale! L’affermata declinazione di ogni responsabilità è oggi una pura illusione.

Non possiamo che auspicare una veloce e massiccia presa dell’opinione pubblica su questo problema. Per colpa di alcune sentenze davvero poco illuminate, rischia di andare sotto processo l’intera comunità volontaristica del CAI e società similari.

Via ferrata Gamma 1 al Pizzo d’Erna
Gamma1-gamma1_abu

La via ferrata Gamma 1 sale al PIzzo d’Erna, mentre la Gamma 2 sale al Monte Resegone.

Via ferrata Gamma 2 al Monte Resegone

Gamma1-Ferrata-Gamma-Uno
postato il 14 luglio 2014

Posted on Lascia un commento

Estinzione dell’alpinista medio?

Estinzione dell’alpinista medio?
Nel numero di aprile 2014 della rivista Montagne360 figura, in positio fortis, un articolo di Lorenzo Cremonesi, il noto giornalista del Corriere della Sera con questo stesso titolo ma senza il punto interrogativo. Già in copertina è il richiamo “Siamo alpinisti o turisti?”, indubbiamente ancora più forte.

Cremonesi non si spinge in statistiche, si limita a registrare la sua impressione, che in concreto si può riassumere appunto con quel titolo.
Il giornalista spiega anche come è arrivato alla conclusione che sia scomparsa la figura dell’alpinista medio. Nell’estate 2013 si è dedicato a una serie di servizi per il settimanale Sette su alcune salite molto classiche, facili e proponibili. Coinvolti i gruppi del Monviso, Gran Paradiso, Adamello, un po’ di Dolomiti.

Lorenzo Cremonesi

Estinzione-7.lorenzo-cremonesi450-Proviamo a riassumere gli argomenti che hanno condotto Cremonesi alla sua tesi.

1) Vi è forte divaricazione tra chi vede la salita “come uno sforzo sportivo intenso, spesso estremo” e i “villeggianti di fondo valle ben contenti di fare la loro camminatina di poche ore prima di sedersi a tavola per il pranzo”.
Tra i primi mette gli arrampicatori estremi e anche gli sky-runner muniti di cardiofrequenzimetro.

2) Rispetto ai primi anni Ottanta, vi è forte calata numerica di alpinisti in grado di percorrere i ghiacciai in autosufficienza, di fare salite di grado medio e con il programma di dormire in un bivacco fisso, e che abbiano come obiettivo le vie normali.

3) A supporto della sua tesi dice di aver notato grande diminuzione nei pernottamenti ai rifugi. Cita che la notte di ferragosto del 2013 al rifugio Caré Alto (Adamello) non c’era neppure una prenotazione “mentre qualche decennio fa lo avremmo evitato per il troppo affollamento”.

Debbo dire che le conclusioni di Cremonesi sono abbastanza diffuse e quindi non certo peregrine.

Però:
1) Riguardo alla divaricazione. Questa appare molto più netta perché oggi abbiamo un enorme aumento d’informazione sulle grandi e meno grandi imprese. Tentativi himalayani riprodotti in tempo reale con il satellitare (con tanto di foto e filmini), twitter e facebook assatanati a bombardarci anche di piccole cose, “eventi”, performance varie, record. Gare di sky-running e di scialpinismo propagandate come “eroiche”. E chi più ne ha più ne metta.

Un tempo, chi sapeva di Walter Bonatti sulla Punta Sant’Anna? Chi sapeva di Otto Eisenstecken sulla Cima Piccolissima? Chi sapeva di un illustre sconosciuto che ripeteva una grande via? Nessuno. L’informazione era affidata a qualche riga sulle riviste specializzate. Normale dunque che l’alpinismo estremo non brillasse se non per qualche impresa davvero eccezionale, degna della mania di eroismo e quindi dell’attenzione della stampa e della tv generalista.

2) Riguardo alla diminuzione degli alpinisti medi. Secondo me è solo apparente. Possibile che in più di trent’anni (considerando solo l’intervallo di tempo preso in considerazione da Cremonesi), con tutti i corsi di alpinismo che le numerosissime sezioni del CAI tengono ogni anno, il numero degli adepti sia calato? O siano tutti diventati bravissimi ed estremi? Per me non è credibile.

Piuttosto sono altri i fattori da annotare. Quante vie ferrate c’erano nei primi anni ’80? E quante ce ne sono ora? Direi che purtroppo c’è stata la deviazione che da alcuni era stata ampiamente prevista: da una sana e creativa frequentazione delle vie normali si è passati a una più comoda ed epidermicamente adrenalinica frequentazione delle vie ferrate. Senza riflettere. Ciò è stato favorito dalla costruzione di nuovi itinerari ferrati, praticamente ogni rifugio ha voluto la sua!

Estinzione-26.jpg_20051124155353_Senza titolo-26E poi, per ciò che riguarda le Alpi Occidentali e le Centrali: il clima è cambiato, le vie di “misto” non sono più percorribili con gioia e un minimo di sicurezza nella stagione più calda, perché la mancanza di neve favorisce il distacco di sassi. Ormai chi vuole fare classiche pareti nord, anche e soprattutto quelle di medio impegno, è costretto a farle in aprile e maggio, quando appunto nessun giornalista è lì a vedere quanto questo fenomeno sia diffuso. Lo stesso dicasi per le facili creste di misto. Sulla Nord dell’Eiger anche i più pazzi ormai escludono di andarci di luglio e agosto.

3) I rifugi sono vuoti di notte? Beh, non mi meraviglio. Anzitutto i costi, diventati proibitivi per il cliente pur essendo obiettivamente “bassi” dal punto di vista del custode. L’alpinista, medio o non medio, cerca di far di tutto per evitare questa spesa. E ci riesce molto bene, grazie alle strade e autostrade nel frattempo costruite parte da casa alla mattina presto e non ha bisogno di pernottare in rifugio, poi ci sono le funivie, le seggiovie. E cosa hanno fatto i custodi per mettere freno a questa tendenza? Nulla. Nella maggior parte dei casi la figura del vecchio rifugista, quello che ti dava consigli, quello che ti faceva piacere rivedere, non esiste più. Ha seguito la misera figura dell’albergatore moderno, che guarda ai pacchetti e ai numeri e non sa più neanche che invece il nonno e il papà erano grandi punti di riferimento per la clientela. Oggi se non sei un cliente fisso e chiedi al rifugista informazioni sui percorsi o sulle vie vieni trattato, se non con fastidio, almeno con sufficienza e fretta. A parte qualche eccezione.

4) E infine, questo l’aggiungo io. Perché non parliamo di scialpinismo? Quanti rifugi delle nostre Alpi erano aperti nei mesi di aprile, maggio e giugno? Nessuno!
Questo perché la domanda di pernottamenti primaverili per lo scialpinismo è aumentata esponenzialmente. E lo scialpinismo non è una forma di alpinismo medio che viene praticato da novembre a giugno?

Lorenzo Cremonesi è nato a Milano nel 1957. Laureato in Filosofia ha iniziato a scrivere sui giornali della provincia milanese sin dagli anni del liceo. Dalla fine degli anni Settanta ha seguito il Medio Oriente. Dal 1984 ha cominciato a collaborare con il Corriere della Sera da Israele, dove è stato assunto come corrispondente da Gerusalemme ai tempi dell’intifada palestinese dopo il 1987. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. E’ autore di tre libri: Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920), La Giuntina, Firenze, 1985; Bagdad Café, Feltrinelli, Milano, 2003; Dai nostri inviati, Rizzoli 2008.

postato il 4 giugno 2014

Posted on Lascia un commento

Ferrate e libertà

Il punto focale della questione si può riassumere in una parola: libertà. Una montagna libera dal ferro e dalle opere umane pone un fondamentale quesito all’uo­mo: puoi salirmi o scegliere di non farlo; puoi tenta­re di salirmi e poi scegliere di tornare indietro pri­ma della conclusione. Questa è la libertà elementare, base stessa dell’alpinismo e del piacere di salire le montagne. Le ferrate, invece, tendono soprattutto a definire un comportamento che dev’essere uguale per tutti: la parete, la roccia hanno perso la loro quali­fica di interlocu­tori, perché interlocutore è diventa­ta la via ferrata, cioè un qualcosa che non si può in­terpretare perché è già stata interpretata. La libertà diminuisce e, nel caso di grande frequenza, sparisce totalmente.

Via ferrata sull’Elfer, Stubaital (Tirolo), Austria. Foto: Tourismusverband Stubai Tirol
Via ferrata sull'Elfer, Stubai, Tirolo, AustriaLo si è visto molto bene quando, negli ambienti dell’arrampicata sportiva, ci sono state discussioni al riguardo se era lecito o meno bucare la roccia per scavare appiglietti artificiali: si contrapponevano coloro che davano tutto per valido a quelli che invece sostene­vano che così le difficoltà ottenute erano troppo “morfologiche”, cioè fatte su misura di chi ha “lavorato” la via. Poche voci nel deserto sono state quelle che avevano a cuore l’integrità della roccia, così semplice­mente per una questione di rispetto e di amore. Ma molti altri hanno sostenuto che occorreva lasciare spazio integro per gli arrampicatori futuri, quindi libertà.

A tutta questa confusione occorre aggiungere che, se alla fine degli anni ’60 si condannava l’uso delle corde fisse sulle Alpi, se a metà anni ’70 lo stesso fenomeno ha cominciato a vedersi anche in Himalaya, con il prevalere morale e sportivo di spedizioni sem­pre più leggere, oggi la condanna di queste forme di attività si è arricchita di una nuova aggravante: le corde fisse inquinano e deturpano un ambiente che si vorrebbe lasciare integro. Chi usa corde fisse non so­lo fa un’im­presa sportiva meno sorprendente: rischia pure la condanna morale per aver modificato un ambiente.

Una considerazione che viene spontanea è dunque: quan­to un’attrezzatura a scalini, corde metalliche e fit­toni aggredisce e deturpa una montagna? La questione investe la protezione e la regolamentazione di un ter­ritorio, ma investe anche la sensibilità di ciascuno su questo punto. Ciò che di seguito dirò dovrebbe es­sere sentito come qualcosa che fa fatica ad estraniar­si completamente da uno dei due punti sopracitati. Perché sono due componenti essenziali: proteggere e aggredire sono cose che spesso facciamo assieme ed è proprio la sensibilità del singolo che dà la misura di ciò che effettivamente abbiamo fatto.

Vorrei prima di tutto dare per scontate due osserva­zioni-base: 1) l’attrezzatura di una via ferrata è e vuole essere “permanente”; 2) la presenza degli scali­ni e degli altri infissi snatura sostanzialmente il nostro salire su terreno verticale, perché non può es­sere ignorata.

Infatti è proprio sul concetto di “modifica permanen­te” che si accentra l’accusa alla via ferrata. Quando un capocordata sale una lunghezza di corda ed è alle prese con una difficoltà può scegliere di piantare dei chiodi e quindi modificare con le martellate l’ambien­te roccioso immediatamente circostante. In seguito i chiodi possono essere tolti o meno, ma in ogni caso la funzione di quei chiodi è soprattutto quella di per­mettere il passaggio a quell’ alpinista e non a quelli che verranno dopo; se i chiodi rimangono lassù non è per facilitare gli alpinisti venturi, bensì semplice­mente non si ha voglia, tempo o possibilità di recupe­rarli. In ogni caso siamo di fronte ad un’attrezzatura “provvisoria”, che pone a chi in seguito la trova sul suo cammino la fatidica domanda: secondo te, ti puoi fidare o no? Guardami bene, perché se ti sbagli posso­no essere grossi guai! E la scelta è solo tua!

Via ferrata del Camorro, Andalusia (Spagna). Foto: David Munilla
FERRATA. CAMORRO. ANDALUCIA. SPAgnaDi fronte a un’attrezzatura permanente invece le re­sponsabilità di un incidente non sono solo del singo­lo. L’esperienza insegna che è facile costruire, più difficile mantenere in buone condizioni un percorso. È facilmente dimostrabile che gran parte delle di­sgrazie avvengono per le cattive condizioni degli infis­si.

In secondo luogo la fila di scalini lucenti non può essere ignorata. La classica frase “se vuoi, puoi an­che non usarla!” non ha alcun senso. Salire con le pelli di foca accanto a uno skilift da molti è visto come cosa ridicola.

Dal punto di vista della “permanenza”, una via ferrata non è assolutamente diversa da una via alpinistica at­trezzata interamente a spit. Molti fanno differenza perché dicono che sulla via alpinistica attrezzata a spit occorre comunque saper arrampicare, mentre sulla via ferrata basta una mediocre capacità. Ma non può essere il criterio della difficoltà a fare la diffe­renza! Se così fosse si potrebbe dire che ai bravi è permesso tutto mentre ai mediocri tutto è proibito!

Il proliferare epidemico delle vie alpinistiche a spit e soprattutto delle vie ferrate dovrebbe far riflette­re. Il verificarsi dei tanti incidenti sulle vie fer­rate la dice lunga sull’inutile speranza che una via ferrata in monta­gna sia più sicura di una tradiziona­le. L’attrezzatura in posto richiama sempre più appas­sionati e sempre più probabilità di incidente; l’as­senza totale di opere umane favorisce invece un’accu­rata valutazione delle proprie capacità psicofisiche al momento della scelta di quell’iti­nerario.

Personalmente ritengo diseducative le vie ferrate, falsificanti la vera esperienza della montagna, tipi­che di una situazione di civiltà dei consumi dove tut­to dev’esse­re confezionato per poter essere venduto e usato. Meglio salire su una montagna per una placida via normale piuttosto che aggrapparsi a dei pezzi di ferro che ti illudono di fare chissà cosa, nell’emo­zione a poco prezzo di un vuoto sempre più improbabile per un turista delle montagne.

E questo mio sentire non può trasferirsi pari pari ai sentieri attrezzati. Certo, possiamo fare distinzione tra quelli ad attrezzatura integrale e quelli ad at­trezzatura parziale: sento comunque che questo modo di agire è assai meno pericoloso per l’integrità della montagna. Nello stesso tempo sento che non abbiamo al­cun diritto, e neppure possibilità, di proibire o li­mitare.

Ho salito e sceso parecchie vie ferrate di tutti i ge­neri, così come mi sono servito di funivie per scende­re o per avvicinarmi ad un attacco. Dove non c’è alcu­na opera infissa si può vivere un’esperienza completa­mente diversa. Il piacere fisico e psichico di salire su terreno del tutto vergine da opere umane è di gran lunga il più grande e deve poter essere concesso a tutti: lo si deve preferire alla rozza fornitura di piacere senza il minimo sforzo e senza la più piccola ricerca personale. Occorre­rebbe scoraggiare l’uso del­la ferrata a livello didattico. A me hanno insegnato che non c’è piacere senza fatica e senza fantasia e ricerca: non voglio che questo sia reso impossibile. Infatti le vie ferrate richiedono una qualche fatica ma escludono la fantasia e la ricerca.

Una curiosità: il pretore di Riva del Garda ha prosciolto i quattro attivisti di Mountain Wilderness che all’alba del 6 maggio 1993 si erano resi protagonisti dello smantellamento simbolico di circa 200 metri di cordini metallici e relativi ancoraggi sulla ferrata Che Guevara, sulla parete est del Monte Casale, in Valle del Sarca. I quattro imputati, Carlo Alberto Pinelli, Fausto De Stefani, Luigi Casanova e Mauro Giongo, erano stati denunciati per danneggiamento dall’autore della ferrata, Giorgio Bombardelli, rivano, che l’aveva realizzata interamente a sue spese con alcuni amici, tra il 1991 e il 1992, lungo uno storico percorso alpinistico, la via della Parrocchia. Il giudice non ha riconosciuto al Bombardelli la proprietà della ferrata e ne ha rigettato l’istanza di risarcimento. I materiali della ferrata sono ormai, secondo la sentenza, un immobile di proprietà del demanio.

postato il 10 maggio 2014

Posted on Lascia un commento

Ferrate e umiltà

Il ferratismo si è già appropriato di parecchi itinerari che hanno fatto la storia dell’alpinismo. Per trovarne di integri, per poter riudire gli echi suadenti della storia è necessario camminare, porre distanza tra noi stessi e il mondo dei rifugi, dei bivacchi fissi, della montagna svenduta. Pazienza, l’abbiamo accettato: per chiunque qualche volta è stato comodo usufruire di una via ferrata.

I veri e grandi maestri hanno sempre insegnato che l’esperienza dei nostri padri o predecessori non deve essere abbandonata e che è da sciocchi rinunciare alla memoria di quanto già fatto, credendo magari di battere chissà quali strade nuove. Al contrario, ci sono maestri finti che predicano la fine di un’era per poter esse­re i profeti di quella nuova. “La montagna dev’essere per tutti”, sbraitano, “inizia la nuova era della montagna che va a Maometto!”. Il futuro non avrà mai storia se non si guarda contemporaneamente avanti e indietro, con i classici quattro occhi, nel passato e nel futuro. Quando l’appassionato di vie ferrate riconoscerà che le sue giornate assomigliano a quelle trascorse sulle piste di sci? Non gli urge dentro la voglia di essere da solo con la montagna, senza opere artificiali in mezzo? Il delitto maggiore è la trasformazione di una via storica in via attrezzata. Lasciamo che un’opera d’arte viva nel tempo, che la si possa ritrovare quando si vuole. Qualche guru sostiene che l’alpinismo è “morto”. Foss’anche morto, almeno conserviamone memoria. Forse occorre essere molto avanti nella conoscenza delle umane cose per poter realmente comprendere che occorre bruciare tutto, che di un corpo non devono rimanere neppure le ceneri. La­sciamo questa verità a chi l’ha capita fino in fondo, e lasciamo invece le spoglie mortali di una via aperta cento anni fa a chi le vuol vedere e toccare. Ognuno di noi vuol vedere la periodica liquefazione del sangue di san Gennaro e, anche se così facendo dimostriamo una fede piccina, preferisco questo allo scatenamento di una schiera di fanatici devastatori.

Sulla via ferrata Gianni Costantini alla Cima Moiazza (Civetta)
ferrate-umiltà-costantini MoiazzaCi sono già strade e funivie a raccorciare e rimpic­ciolire una vera esperienza umana in montagna; ci sono materiali sempre più efficienti, tecniche sempre più raffinate, allenamenti sempre più mirati; ci sono pre­visioni meteorologiche che raramente sbagliano e ridu­cono ancora gli spazi dell’avventura; è quasi normale portarsi in montagna il cellulare; si vedono già gli smartphone con i programmi di navigazione; le tecniche di soc­corso si sono radicalmente evolute. Di fronte a tutto ciò cercare ancora l’avventura sulle vie ferrate, ma­gari le più celebrate, è come avere gli occhi foderati di pro­sciut­to. Per evitare la folla è necessario in­formarsi, scegliere luoghi più lontani e meno noti. Bisogna far lo sforzo di sapere almeno cosa succede, se non quello che è sempre successo.

La via ferrata è anche modo di “divertirsi”, vivendo l’estetica del grande vuoto eliminandone artificial­mente i grandi pericoli. A mio parere, il concetto di “divertimen­to” e quindi di “bello ai fini del divertimento” dev’essere trattato come relativo. Non sempre la gente ha voglia di divertirsi e, al contrario, desidera an­dare nei posti più sperduti e pericolosi: le si deve dare la possibilità di vivere questa precisa esperien­za. In quell’ottica sarà bello ciò che permette quell’esperienza.

Vi sono i pericoli naturali e quelli artificiali. Nel confronto con i primi il rapporto con la natura è lim­pido: i pericoli artificiali sottintendono invece il terzo incomodo, l’uomo. Non ho paura di affermare che vorrei conservata una certa area in cui il pericolo naturale la faccia da padrone e, coincidenzialmente, in cui il territorio monta­no sia assolutamente non al­terato: e questo perché ho bisogno del pericolo natu­rale per la mia formazione, per un me stesso che evol­ve. E non ritengo obbligatorio sottolineare che là c’è pericolo: anche per gli altri dev’esserci una possibilità per l’istinto. Voglio difendere il mio diritto di sondare i miei confini, di esperire l’inesperibile ed espri­mermi con azioni che vivano nel rischio ragionato.

Di lutti e sciagure ne ho avuti e visti a sufficienza anch’io per saper quanto è amaro perdere amici e pa­renti. Ciò nonostante non ho mai odiato la “truce” montagna che mi ha dato questi dolori e non ho mai pensato che cambiarla, trasformarla e portarla a Mao­metto possa renderla meno pericolosa o più mansueta. Ho pensato al contrario che essa fosse solo uno spec­chio dei nostri maggiori o minori equilibri interiori. Maometto deve andare alla montagna con umiltà. Se si porta il trapano per piantare spit e fittoni è perché an­cora non conosce metodi più raffinati: la sua umiltà gli permetterà di usare il trapano esattamente come Dülfer o Dibona usarono i loro pochi chiodi. Ma se il trapano lo userà per permettere a schiere di “fedeli” di salire sulla montagna e facilitare e snaturare il loro cammino, tutto questo sarà un aborto logico. Con­tinuo a domandarmi perché occorra spianare e snaturare la strada agli altri.

La guida alpina fatica a trovare lavoro, fatica a tro­vare clienti. Il lavoro di guida per molti si riduce all’accompagnamento sulle vie ferrate o all’eliski. C’è qualche guida che pensa che chiodare tutti gli itinerari a spit, mettere cate­ne alle soste, fare un lavoro di disgaggio su tutte le vie più frequentate e ferrare il più possibile sia il suo avvenire e sia un’opera benemerita.

Io credo invece che l’uomo, e quindi anche il cliente, abbia sempre più bisogno di vivere delle vere avventu­re, di vivere delle vere esperienze, guidato ovviamen­te da chi può accompagnarlo con criterio e autorità. Perciò non seguirà la guida su questo terreno di sicu­rezza ad ogni costo, di tranquillità in tutto e per tutto: sicurezza e tranquillità che comunque ritengo del tutto apparenti. La guida ha già perso la partita delle escursioni na­turalisti­che, ha già visto affermarsi la figura dell’accompa­gnatore escursionistico; i trekking vedono a loro capo dei funzionari d’agenzia o dei dilettanti che s’accontentano del biglietto aereo gratuito. Cosa rimane alla guida, se non il proprio preciso territo­rio, quello che è sempre stato suo fino dai tempi di Balmat, di Piaz, di Burgener, di Rey? Chi più della guida dovrebbe difendere l’inte­grità delle pareti sel­vagge, dei luoghi difficilmente rag­giungibili?

Via ferrata delle Gorges de la Durance (Ailefroide, Francia)
ferrate-umiltà-Ferrata delle Gorges de la DuranceAlla fine, ciò che si affermerà nel futuro non è il ragio­namento di maggior buon senso, e neppure quello più violento o quello più ricco di approccio scienti­fico o di speculazione filosofica. Alla fine si crea una realtà che non è esattamente quella che ciascuno avrebbe voluto ma che comunque tutti accettano perché non ce n’è un’altra: alla fine vince la vita. In se­guito possiamo ancora giocare a scoprire chi c’era an­dato più vicino.

Saremo tutti pronti ad alzare le soglie di tolleranza, come è stato fatto per l’atrazina. Ciò che è stata la mia esperienza non sarà e non potrà mai essere quella di mia figlia: lei vedrà come naturale ciò che invece io vedo corrotto. E le ferrate saranno soltanto l’ul­timo anello di una catena lunghissima.

Sulla via ferrata Tridentina (gruppo di Sella)
ferrate-umiltà-ferrataTridentinaecimaPisciad_object_74536

postato l’8 maggio 2014

Posted on Lascia un commento

Le vie ferrate

Dopo ben più di due secoli di storia, nel rapporto e­tico, sportivo e turistico uomo-montagna, spicca oggi una problematica assai forte: è giusto accettare, e magari anche promuovere, l’apertura al pubblico di al­tre vie ferrate in monta­gna?

Dopo le prime esplorazioni a carattere quasi scienti­fico, le vette delle Alpi hanno visto susseguirsi nel tempo molti atteggiamenti diversi dell’uomo che le av­vicinava e le saliva: alla conquista romantica ha fatto seguito l’epopea eroica del sesto grado e ad un successivo artificialismo degli anni ’50 e ’60 si è sostituita l’attuale cosiddetta arrampicata libera con tutte le sue varianti.

Ciò non ha impedito che nei singoli periodi in cui do­minava un’ideologia fosse presente e ogni tanto emer­gesse qualche isolata ribellione, qualche atteggia­men­to contrario. Ci sono sempre state discussioni, pole­miche e diatribe molto accese e prolungate. Tanto per citarne qualcuna, l’uso o meno dei chiodi all’inizio del ‘900, le manovre di corda e il tecnicismo nell’e­poca d’oro del sesto grado, il rifiuto dell’artificia­le spinta e delle super direttissime fiorito già alla fine degli anni ’60. E poi, ancora, processi alle cor­de fisse, allo “stile spedizione”, ecc.

Via ferrata
vie-ferrate-apuaneIn ultimo, ecco apparire lo spit, imputato numero uno degli anni ’80 e ’90: qualcuno vorrebbe eliminare to­talmente questo strumento per lui mistifica­torio, al­tri lo considerano necessario come il guard rail del­l’autostrada. Ricordo qui che lo spit è l’evoluzione del vecchio chiodo ad espansione, ancoraggio quindi fisso e duraturo, che altera permanente­mente la super­ficie rocciosa e ne condiziona comunque la scalata.

Presi dalla stessa passione, magari punti nel vivo da qualche riferimento a se stessi, gli alpinisti si sono sempre gettati con accanimento a difende­re le proprie posizioni e, in questo, tutto il mondo è stato paese, dall’Eu­ropa all’Ame­rica. Ognuno cercava di dimostrare, con i migliori argomenti a sua disposizione, che si aveva diritto a fare questo e quest’altro, che si ave­va torto a fare questo e quest’altro. Qualcuno assume­va posizioni intermedie, altri ci facevano sopra dell’ironia.

L’arrampicata sportiva, i cui contorni hanno incomin­ciato a delinearsi con precisione dopo la breve sta­gione del free climbing (cioè “arrampicata libera” in senso stretto), più o meno agli inizi degli anni ’80, non si è rivelata diversa sostanzialmente: anche qui infatti le discussioni non sono mancate e non mancano, anche se l’etica di comportamento non vuol più essere misurata in un confronto con la montagna, bensì in un confronto tra atleti.

Ma cos’è una via ferrata? È un percorso attrezzato in maniera permanen­te per raggiungere una vetta o per traversare da una località ad un’altra. Spesso ricalca vecchie vie alpinistiche, ma altrettanto spesso segue un itinerario del tutto nuovo che, assai illogicamen­te, va a passare esatta­mente dove il vuoto è più sen­sibile e la verticalità è maggiore. Perché, se all’i­nizio della storia delle vie ferrate lo scopo era quello di far percorre­re con una logica ed un rispar­mio di ferro ciò che era impossibile al turista, oggi al contrario il ferro si spreca proprio perché il gio­co consiste nel percorrere precipizi e strapiombi il più emozionanti possibile.

Non voglio affrontare le problematiche relative alle ragioni per cui sono state costruite tante vie ferra­te: qualcuno ha certamente avuto il suo interesse, co­me a suo tempo è successo per i bivacchi fissi che og­gi cadono a pezzi da soli.

Diverso dalla via ferrata è il sentiero attrezzato. La Via delle Bocchette in Brenta, come il Sentiero degli Alpini di Val Fiscalina e tanti altri hanno valide ra­gioni storiche, culturali e quindi anche turistiche per essere stati realizzati e mantenuti in ordine. Le opere fisse sono ridotte al minimo, il percorso ha una sua logica geografica e storica, quindi una sua preci­sa giustificazione. Mi spingo perfino ad affermare che anche i vari “sentieri dei cacciatori” che affollano le Alpi hanno una loro idea di fondo: i per­corsi della selvaggina sono certamente i più logici di tutti e co­me tali vanno apprezzati, non solo dai cacciatori ma anche da tutti coloro che vogliono capire come sono “fatte” le montagne e vogliono respirarne a fondo la tridimensionalità.

La via ferrata di Castel Drena (Valle del Sarca)
vie-ferrate-CastelDrenaper-bambini-2Il fenomeno delle vie ferrate nasce già alla fine dell’800 (vedi i casi del Cervino e del Dente del Gi­gante), ma è soltanto dagli anni ’60 in poi che assi­stiamo ad un impressionante moltiplicarsi di itinerari più o meno attrezzati. Specialmente nelle Dolomiti, ma anche nelle prealpi calcaree trentine, venete e lom­barde, si fa ormai fatica a tenere un catalogo aggior­nato. Anche in Germania ed Austria il fenomeno ha pre­so piede, ma con maggiore moderazione. I tede­schi hanno infatti preferito riversarsi sulle nostre vie ferrate, a tal punto da loro ben conosciute da ri­conoscercene l’invenzione: “via ferrata” è infatti il termine da loro usato nel linguaggio corrente, al po­sto del meno frequente ma più autoctono klettersteig.

Non è da ieri che si è cominciato a discutere sulla liceità dell’apertura al pubblico di simili percorsi: però le discussioni non hanno quasi mai assunto forme polemiche o rissose. Infatti i convegni ne hanno sem­pre trattato in modo marginale, le riviste hanno dato all’argomento pratica­mente solo lo spazio di qualche lettera di indignati, nulla comunque al confronto del­le pagine e pagine di itinerari proposti dalle riviste stesse.

Probabilmente nelle dissertazioni relative alle vie ferrate non sono mai stati coinvolti l’onore e la fama di nessun grande alpinista. Lo scontro delle idee c’e­ra, ma non caratterizzato da nessun nome particolare, non quindi degno di faziose prese di posizione o di alcuna tifoseria.

Ma da qualche tempo è chiaramente emerso il pericolo che le vie ferrate, crescendo smisuratamente di numero e di spettacolarità, possano nuocere non solo ai “pu­risti” della montagna ma anche all’ambiente stesso.

Ciò che voglio dire è che se Paul Preuss, Enzo Cozzo­lino o Reinhold Messner avevano a cuore l’integrità e la nobiltà della montagna, che quindi doveva essere difesa dalle aggressioni del materiale ferroso, nella rigida difesa di un territorio che doveva rimanere “impossibile”, la discussione sulle ferrate oggi ha spostato i termini: non basta conservare un margine di “impossibile” per il futuro, anche il “possibile” dev’essere conservato tale, in rapporto alle rispetti­ve capacità dell’individuo e alle singole maggiori o minori volontà di impegno.

È importante riuscire a far “passare” il concetto che, rispetto ai sentieri e alle vie normali delle montagne, lo scegliere di dedicarsi alle ferrate non è “qualcosa in più di prima” (come oggi normalmente tut­ti pensano), ma è invece “qualcosa in meno”. Svalutare cioè la salita su opere artificiali nei confronti del­la vera esperienza.

postato il 22 aprile 2014