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Tra turchi e curdi

Tra turchi e curdi
di Bibiana Ferrari
(il testo in corsivo è mio)

27 luglio 1990. Partenza ore 23, pernottamento in area di parcheggio autostradale a Verona.

28 luglio. Confine a Gorizia ore 9. Circa 25 km prima di Belgrado, ristorantino fuori dell’autostrada, a 5 km (assieme a un’officina di autoriparazioni). Proseguiamo fino a 80 km verso Nis.

29 luglio. Passaggio in Bulgaria, ore 7.30. Thrilling della mancanza del libretto di circolazione, mentre Bibi dorme. Acquisti bulgari dopo Plodniv, con i leva cambiati obbligatoriamente: prugne, miele, melone (cattivo) e pomodori.

Bibi è punta da una vespa sul braccio che tiene fuori dal finestrino. Ore 16, confine turco. Altro thrilling per libretto che, subito dopo, viene ritrovato. Per converso scompaiono 50.000 lire turche (circa 25.000 lire italiane).

A Istanbul c’è una coda bestiale per il traffico domenicale di rientro. Arrivo trionfale al Mocamp Ataköy Camping alle ore 21. C’è una cena di matrimonio, con cantante e balli. Bello.

30 luglio. Ale si sveglia “with traversing coglions”: “Non siamo organizzati!”. Autobus, ricerca barca per Bosforo, conclusasi con clamoroso torto di Ale al riguardo della localizzazione delle barche turistiche. Si ripiega sul bazar coperto. Sgradevole sensazione per discussione su eventuale giornata a Istanbul al ritorno dedicata agli acquisti. Ricerca del ristorante del Topkapi (Konyali Restaurant): non trovato. Siamo finiti al Four Seasons, posto chic per turisti coglions, riempiti come tacchini inglesi, pagato come nababbi. Bus, camping.

Eflatun pinar (Fonte di Platone)
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31 luglio. Partenza da Istanbul ore 13, traffico incasinato ma non tanto. Izmit, Adapazari, Bilecik, Eskişehir, Emirdağ, Çay. Deviazione di 4 km per pipì di Bibi. Bettola lokanta ottima, trattamento familiare (18.000 lire T.). Notte in area di sosta vicino ai pioppi.

1 agosto. Partenza più mattiniera del solito e scelta di un bel luogo di sosta, con fonte e vino bianco raffreddato. Discesa a Eflatun pinar (Fonte di Platone), poi Beyşehir (sul lago omonimo, bello). Traversata di più valli, molto belle e boschive, sotto i Tauri occidentali. Discesa al mare per strada faraonica intervallata dalla vecchia stradina. Svolta a est per Alanya, insabbiamento sulla costa, bagno. Sosta al Mocamp a 32 km da Alanya, in località Okurcalar. Allo Yali restaurant mangiato pesce e Sis kebap, più vino bianco e rosso.

2 agosto. Bagnetti ripetuti alla spiaggia del camping. Ale (eroico) fa un tuffo pericolosissimo, troppo alto. Il sole picchia, così alle 14 lasciamo Okurcalar alla volta di Alanya.

Aaarghh! Palazzi di cemento e grandi alberghi ci dirottano subito verso altri lidi. Quelle costruzioni sono uno choc. Qualche km dopo altro bagnetto, merenda con meze, anguria (karpuz), tè turco (çay) e birra. Ristorati, raggiungiamo Gazipaşa dopo aver visitato le rovine di Iotape (tenute malissimo). Il camping di Gazipaşa ha un bel ristorante accanto. Ceniamo, serviti e riveriti da un intraprendente turco poliglotta. Grande incontro di backgammon tra i girasole (per Ale è la prima volta…). La notte sarà… turca, vicino a una famigliola che fa casino fino a oltre mezzanotte.

Antiocheia ad Cragum

Antiocheia ad Cragum, Turchia

 

3 agosto. Trasferimento mattutino sotto a falesia rossa con caverna per metterci il furgone. Accennato qualche passo d’arrampicata ma, visti i risultati, meglio prendere il sole. Provate per la prima volta le pinne. La cosa migliore è sdraiarsi sulla battigia. C’è solo una jeep con due austriaci, due turchi e altre quattro o cinque persone in lontananza. Quando la calura è al massimo ce ne andiamo. Poco dopo siamo a visitare Antiocheia ad Cragum, con tre simpatici bambini che ci fanno da guida. Impressione di abbandono, grande almeno quanto i fasti passati: colonne di granito sparse ovunque, una strada che ha fatto scompiglio di antiche cose. Ina violenza che proviamo solo noi, oggi.

La strada continua con bellissimi su e giù a mezzacosta, tra pini marittimi imponenti oppure bananeti. Acquisto banane. prosecuzione fino a bellissimo luogo 20 km prima di Anamur, bel promontorio, belle spiagge. 45 minuti di pace totale con aperitivo di grignolino. Continuiamo per Anamur e deviamo poi per Ane Mourion, la città vecchia. Grandi vestigia, grande abbandono e annesso tentativo di sfruttamento turistico. Ristoranti e campeggio proprio sotto alle rovine, delle quali a nessuno frega nulla, solo perché c’è il mare. pochi km più in là, appena oltre la fortezza ben conservata di Mamure Kalesi, c’è il campeggio delle tartarughe di mare. Bibi è in canotta verde ed è la più bella di tutte le ragazze.

Uchisar (Cappadocia)

Uchisar (Cappadocia), Turchia , Cappadocia

4 agosto. Notte infernale, le zanzare incominciano appena smettono cicale e grilli. Finiscono le zanzare quando ricominciano grilli e cicale. Alle prime luci, in più, attaccano le mosche. Decidiamo così di lasciare il camping alle 7.30 per cercare un luogo meno “fastidioso” per fare colazione. Inoltre siamo sprovvisti dell’ormai consueto yogurt mattutino. Inizia la nostra anabasi di paese in paese alla ricerca dell’agognata leccornia bianca. Dopo due ore di ricerca (la costa è bella ma non è raggiungibile per via della strada che passa molto in alto) rimediamo finalmente lo yogurt presso un Tesishi Petrol Ofisi (stazione di servizio). Imbandiamo un’allegra tavola accanto a una graziosa caletta con dei turchi che prendono la tintarella. Dopo aver trascorso la mattinata a mollo proseguiamo alla ricerca di nuovi lidi: e che lidi! A Karatepe ci si presenta uno scorcio sul paradiso terrestre, inaspettato visto il tenore delle baie precedenti (dove c’è sabbia raggiungibile ci sono alberghi e appartamenti): un’infilata di tre spiaggione bianche e deserte, lunghe fino a tre km.

Uchisar(Cappadocia)

Uchisar(Cappadocia), Turchia , Cappadocia

Bagno, uva, spostamento a Liman Kalesi. Altro bagno. Spesa a Silifke e telefonata ai genitori. Il progetto di cenare chez nous è abbandonato perché l’incantevole posto dove sostiamo si riempie di turchi rumorosi e grezzi. Al ristorante Ale rimanda indietro il vino e io mi arrabbio. Altra notte d’inferno.

5 agosto. Ale fa (a sua insaputa) l’ultimo bagno: seguiranno momenti di orrore, perché le coste tra Silifke e Mersin sono uno scempio di cemento, nella più totale trascuratezza. Poi, in corrispondenza di Mersin, cominciano anche le industrie. Sulla via per Tarsus, mentre facciamo gasolio, tanto dicono e tanto fanno che ci lavano (in quattro) il furgone. Risaliamo verso Pozanti (dopo inutile ricerca di cambio money). La strada è quella per Ankara, trafficata. Lunch sotto un ponte, come i barboni, mentre un turco pesca con la rete. Verso il Caykavak Pass si respira già un’altra aria, poi Niğde in lontananza. facciamo visita al monastero di Eski Gümüs. Molto suggestivo, con bellissimi affreschi, anche le colonne dipinte. Una visita serena che ci ha fatto per un momento sognare epoche antiche.

Bibi è assai colpita dall’atmosfera del villaggio di Gümüsler, ma è anche colpita da un attacco di insetti cattivissimi. Riprendiamo il viaggio verso la Cappadocia. Dopo Nevşehir ci colpisce il primo impatto con Uchisar, alla luce del tramonto. bel camping a Göreme, con cena casalinga.

6 agosto. Cappadocia eccoci qua! Effettuati lavaggi vari (stoviglie, corpi, indumenti), riempito lo stomaco, partiamo da bravi turisti alla scoperta di luoghi sì famosi. Incontro con i Salvi, nostri amici. Göreme è piena di turisti puzzolenti (nelle varie cappelle c’è un fetore rancido che rende insostenibile la visita. Scalata alla rocca di Uchisar, transito da Ürgüp per raggiungere Avanos e visitarla, comprensivo di un “tunnel della morte” traversato senza pila. Frenesia di partire per Çamardi. No comment. Lokantasi fetida, notte di gelo.

Bibi in mezzo alla famiglia di Cavit Alì e Hassan, Çukurbağ
Cukurbag, Turchia

7 agosto. Siamo a Çukurbağ 1530 m. Le tensioni serotine si ripropongono al risveglio ma, come per incanto, nel bel mezzo dei nostri musi lunghi, compare Hassan, giovane guida turca, che ci propone meravigliosi servigi per raggiungere la vetta del Demir Kazik 3756 m, la cima più alta dell’Ala Dağlar.

E’ quanto, forse, stavamo aspettando. Conosciamo tutta la sua famiglia, Cavit Alì, mogli, nipoti e mamma dai capelli rossi (spettacolo da non perdere). Contrattiamo il prezzo per i tre giorni di gita: 300.000 LT. Tale cifra è da noi formulata come controproposta alle 480.000 LT richieste, perché dopo aver fatto la spesa a Çamardi e aver chiacchierato con altra guida turca abbiamo ritenuto che fosse un prezzo giusto.

Campo sotto Dipizgöl, Aladag

Campo sotto Dipizgöl, Aladag, Turchia

L’accordo è raggiunto: si firma con un buon tè seduti davanti a casa tra i fiori di malva. Il pomeriggio trascorre tra preparativi e scorpacciate di albicocche e ciliegie che posso LIBERAMENTE cogliere dal giardino.

La cena ci viene offerta a casa sua: ottima, ma non abbondante. Integrata poi in furgone con pane, formaggio e cachi.

8 agosto. Colazione turca, poi partenza ore 9, con comitato di saluto al gran completo. Pian piano raggiungiamo Arpalik, un bell’altopiano che ci consente di evitare le gole. Lì, a 2300 m, incontriamo alcune donne nomadi che ci offrono assaggi di yogurt. Una di loro è malata e vorrebbe delle medicine. Un ragazzetto turco si accoda alla nostra carovana di asini e chiacchiera con Hassan. Superiamo un colletto a 2565 m e da lì in breve siamo a Tekepinar 2540 m, dove una bella sorgente ci invita a fare sosta per il pranzo. Attorno alla pozza cresce una profumata mentuccia che raccolgo, mentre un’aquila ci volteggia sopra. A Dipiz Göl 2860 m altro campo nomade, dove “ordiniamo” yogurt e formaggio per la cena. I pastori si divertono con i binocoli di Ale.

Kuçuk Göl
Kukuc Gol, Aladag, Turchia

Facciamo campo a Kuçuk Göl 2960 m, accanto a una tenda di tedeschi. Tentiamo con disgusto di mangiare una minestra liofilizzata. La notte è molto fredda e Hassan si irrigidisce.

9 agosto. Partenza ore 7.30. Ho mal di pancia. Giunti a un colle a 3190 m (quello tra il Demir Kazik e il Kuçuk Demir Kazik), con Ale attacchiamo la cresta nord, un’arrampicata assai panoramica, faticosa ma non atletica. Troviamo qualche vecchio chiodo e su quelli messi da Ale faccio pratica di schiodatura. Grossa delusione quando credo di essere quasi in punta e invece ci tocca calarci per 55 m da un pinnacolo farabutto. Siamo in vetta a 3756 m alle 15.30. La discesa è per la via normale: inizialmente impegnativa poi, raggiunto un colle a 3400 m, divertente perché si scende per lunghissimi ghiaioni. Alle 19.30 arriviamo a Kayacik 2780 m, dove incontriamo quattro tedeschi dell’Est, al cospetto di alcune belle stelle cadenti. Hassan ci aveva preparato il campo.

In vetta al Demir Kazir
In vetta al DEmirkazir (Aladag), Turchia

10 agosto. Via dal campo per le 10, poi giunti a un ristoro (Trekking Traveller 2030 m) ci concediamo un’aranciata. Scendendo ancora ci ritroviamo a pianificare i giorni futuri.

Ultimi km in moto, dopo il “centro” di Çukurbağ. A casa di Cavit Alì tutto regolare nelle operazioni di paga e di sganciamento, assai facili. La moglie di Alì (il fratello maggiore di Hassan) si lascia sfuggire una lacrima quando partiamo.

Per una strada secondaria (Içmeli, Doğanli, Edikli e Orhanli) arriviamo a Derinkuyu: anche se probabilmente abbiamo perso tempo perché in realtà era quasi un “fuoristrada”, specialmente la discesa su Derinkuyu. Qui visitiamo la città sotterranea (otto piani) assieme a tre o quattro dozzine di turisti vocianti.

Al tramonto ritorniamo a Göreme, nel camping precedente. Doccia e cena in un ristorante di fronte. Bibi, famelica, paga tutto nella notte con urgenti scariche al bagno.

11 agosto. Lasciamo Göreme verso le 12 alla volta di Malatya, via Develi (piana di sabbia), Tufanbeyli, Göksun, Elbistan e Yeşilyurt. Cerco di comprare un giornale straniero, ma senza successo. Ci consoliamo con 1,3 kg di miele che successivamente si rovescerà dietro il sedile di Ale. Le strade segnate in giallo sulla carta sono in cattive condizioni, capitano spesso lunghi tratti di sterrato non annunciati dalla carta e più volte vaghiamo per i paesi (20, 30 case) senza capire qual è il proseguimento della nostra strada.

Siamo a Malatya alle 20. Con l’aiuto della fedele guida turistica raggiungiamo un hotel dal quale posso telefonare a casa. La mamma di mia cognata mi mette in agitazione con l’Iraq che ha invaso il Kuwait. Ceniamo in un lussuoso locale al sesto piano di un edificio in centro città. Notte al Petrol-opisi di fianco a una strada fantasma. Ma la cagarella è passata.

12 agosto. Deliziosa (ma letale per Ale) colazione a un tea garden stile notturno.

Il lago di Van ci attende. Quattro ore più tardi incomincerà il malessere di Ale, mentre attraversiamo Elāziğ, Muş, Tatvan. Siamo ormai sulla riva meridionale del Lago di Van (Van Gölü). Sosta camping a Gevas. Cena chez nous con miliardi di moscerini.

Timar (Lago di Van)
Timar (Lago di Van), Turchia

13 agosto. Giornata monotona, con turismo a Van e sosta in un tea garden merdoso. Visita ai bazar, acquisto di verdure per la cena. Poi camping umido Anatholia. Ale sta ancora male ed è antipatico. Io piango, telefono e bevo birra.

14 agosto. Ultimi lavaggi prima di partire per l’Ovest. Giretto a van dove compro gli orecchini che avevo visto il giorno prima. La gola mi fa comprare una pizza turca buonissima. E’ il lahmacun (che in arabo significa impasto con carne), un sottile strato di pasta ricoperto di carne macinata piccante, pomodoro, e altri ingredienti. Viene solitamente cotto in un forno a legna e servito con insalata e limone. Qui si trattava di una variante al formaggio. Poi bagno sulle rive del lago a circa 50 km da Van, dove siamo circondati da ragazzini curiosi. Uno di loro è a cavallo e Ale ci salirà sopra per fare una foto. Lasciato l’enorme distesa del lago, a Tutak il furgone fa le bizze e alcuni locali ci aiutano a ripartire. Una bella strada ci porta fino ad Ağri seguendo il mitico fiume Eufrate. Baracchini vendono dei grossi pesci. Giungiamo a Erzurum alle 21, ceniamo in un lussuoso ristorante, poi notte alla solita catena di camping.

15 agosto. Visita di Erzurum, percepiamo venti di guerra. Proseguiamo ugualmente verso ovest, Aşkale, Tercan, Pülümür, Tunceli, qualche pezzo di strada davvero pessimo. A Tunceli siamo controllati dalla polizia. Sono preoccupata per la guerra e discuto con Ale che però se ne frega.

Parete e spigolo est del Kukkul Kadigi (Munzur)

Parete est del Kukkul Kadigi (Munzur), Turchia

Percorriamo la pista per Ovacik che attraversa una regione con vedute bellissime. Dei militari idioti ci fermano poco dopo, ma riusciamo a passare. la nostra meta sono le montagne del gruppo del Munzur, un parco nazionale (Munzur Vadisi Milli Parkı). Ovacik è un luogo assurdo (10.000 abitanti) a stragrande maggioranza curda (lo scopriremo più avanti). Tentativo di telefonata a casa e incontro con Cemal. La polizia locale ci trattiene a lungo, vogliono sapere che ci facciamo lì. Una specie di Fuga di Mezzanotte edulcorata, mentre in modo sempre più evidente Cemal mi fa una corte sfacciata. Ci offrono dei pasticcini mentre ci ritirano i passaporti: semplice, se vogliamo salire in montagna al Munzur, ci devono trattenere i passaporti. Accettiamo.

A. Gogna nella 1a ascensione dello spigolo est del Kulkul Kadigi (Munzur)
A. Gogna in 1a ascensione spigolo est del Kulkul Kadigi (Munzur), Turchia

16 agosto. Preparativi, altro tentativo di telefonata (più che altro per saperne di più sull’Irak e la possibile guerra), poi trasferimento al paesino un centinaio di metri più alto. Mentre contrattiamo il prezzo dell’asino e riforniamo d’acqua il furgone Volkswagen, mig turchi sfrecciano sulle nostre teste. Ora finalmente anche Ale è perplesso. Facciamo una trattativa per arrivare a 75 dollari, se non non partiamo. Così a decidere sarà Allah…

Arriviamo a 75 dollari, si parte. Ci addentriamo subito nella valle Kirkmerdiven. Pediluvio.La valle poi diventa a U e con questa mutazione diventa anche torrida. Presto, dopo due belle cascate sulla destra, si arriva ai due salti rocciosi che danno il nome. L’asino recalcitra, ma non abbiamo sufficiente esperienza per capire se è un pacco d’asino. Dopo il risalto ripido dovrebbe esserci una fonte, che infatti troviamo con grande piacere. Caldo bestiale, ma bel ristoro. Traversiamo verso est e saliamo a un imprevisto campo di pastori che ci accolgono con bella ospitalità. C’era anche una donna che faceva la nurse ad Antalya. Tè, formaggio, pane. Belli pieni riprendiamo la salita a un colle 2640 m che superiamo con la luce ormai grigiastra. Ci si apre la valle stupenda a settentrione. Scendiamo a una conca e da lì risaliamo al campo dei pastori dove si sa esserci lo “zio” di Cemal. Capiamo subito d’essere al posto giusto con le persone giuste. Ci offrono subito tè, formaggio, seggioline da pastore e lanterna. Cuciniamo le nostre misere cose che mangiamo assieme alle loro, dando forse l’impressione d’essere dei maiali. Bibi ha subìto un primo “attacco” alla fonte, poi un secondo durante la cena. Basta che mi allontani un attimo ed è “dichiarazione” appassionata.

17 agosto. Colazione curda con panna, formaggio e burro + barrette Enervit. Pieni di buon cibo attraversiamo la valle per raggiungere il ghiaione sotto alla parete che vogliamo salire. Cemal, stile camoscio, ci lascia dopo poco per saltellare qua e là sulle rocce circostanti con i binocoli di Ale.

In vetta al Kulkul Kadigi (Munzur)
In vetta al Kulkul Kadigi (Munzur), Turchia

Siamo al laghetto alla base della parete est del Kulkul Gadigi 3080 m, circa 270 metri di roccia verticale. Nessuno l’ha mai salita. Un tiepido sole ci scalda mentre Ale attacca. Tutto procede bene, su passi anche impegnativi. Solo in alto, il sole scompare e ho una breve crisi di nervi per il freddo e la stanchezza. Alle 16.30 siamo in cima. La discesa non è delle più facili. Il “fedele” Cemal, infreddolito, ci aspetta agli zaini. Alle 19, stanchi ma felici, rientriamo alle tende, dove lo “zio” ha preparato zuppa di patate.

Segue cena curda a base di latticini e congratulazioni per lo spettacolo che abbiamo offerto. mentre le chiacchiere con Cemal si riducono alla problematica per il suo passaporto. Non che non ci rattristino le vicende di un curdo in terra di Turchia, ma l’uomo è un po’ insistente, anche al di là delle avances a Bibi. Peccato, perché la chiacchierata con lo “zio” avrebbe potuto essere ancora più intensa. Un uomo che era stato in Germania, che ne ha passate di tutti i colori, e che ritiene quella terra più ospitale della turca…

Assieme ci scoliamo mezza bottiglia di raki (la mattina dopo vedremo la stessa bottiglia ormai vuota). Il sonno mette termine alle ciance. Il cane non abbaia più come la sera prima: vuole dire che forse l’orso si è allontanato.

18 agosto. Mattinata di foto di gruppo. Lo “zio” è sempre più gentile e simpatico. Colazione alla pastora, alla grande. All’ultimo momento decidiamo di non ripassare dal sentiero dell’andata. Due bimbe ci accompagnano un pezzo e chiedono a Bibi perché non ci fermiamo ancora due giorni.

Superato un passo verso sud-est a 2750 m, discesa breve e risalita ad altro colle a 2750 m, subito dopo il quale si scende a un bell’acquitrino. Dopo si apre una conca aperta, sulla quale Cemal ci dice che pascolano 16.000 pecore (ma non ci credo). Ci sono tantissime tende. Inaspettata risalita di altri 250 metri fino a un passo a 2810 m. In discesa, nel caldo ormai infernale, verso il villaggio di partenza.

Foto ricordo con i pastori curdi del campo del Munzur. Cemal è alla mia sinistra, lo “zio” è alla destra di Bibi
Con i curdi al campo del Munzur, Turchia

Ormai Cemal sente la preda sfuggirgli e ci propone la visita alle sorgenti del Munzur: ma noi, dopo aver pagato l’asino, partiamo come da programma. Recuperati i passaporti, per festeggiare beviamo assieme a lui una birra con melone e anguria. A questo punto lo paghiamo, non vedendo l’ora di liberarci di lui perché la sua insistenza in tutti i sensi è in aumento, se possibile.

Una tartaruga ci attraversa la strada mentre da Ovacik ci dirigiamo verso Hozat e poi verso Pertek. La temperatura dell’acqua del furgone sale inspiegabilmente, ma per fortuna resta un episodio isolato.

Buon pesce in attesa del traghetto che ci porta a traversare lo stretto lago di Keban Baraji, quindi in breve a Elāziğ. Pochi km dopo, sosta a un distributore, dove Bibi riesce finalmente a sentire i suoi per telefono.

19 agosto. Malatya – Kayseri – Kirşehir – Kirikkale – Ankara. A parte il giallo della lancetta della temperatura dell’acqua (evitabile aggiungendone un po’ la mattina), nulla di rilevante in questo tappone di quasi 800 km. Colazione a un Tessisleri, quello dove pregano subito a est di Malatya. 20 km prima di Ankara, bel campeggio con bel ristorante. Siamo abbastanza stanchi.

20 agosto. Partenza per Ankara, poi, prima di Bolu, a Gerede, sosta per cercare le sediole di legno viste e usate nel soggiorno dallo “zio”. Al loro posto troviamo alcuni oggetti in rame, che Bibi compra. E’ allucinante il cambio alla banca: dopo un estenuante controllo, i Traveller Cheques di Bibi non sono accettati. La sensazione che Gerede abbia visto poco turismo è concreta. sarà anche una bella cittadina, ma non se ne fanno nulla dei Traveller Cheques e non hanno sedili curdi di legno. Anche la ricerca a Bolu è infruttuosa. Due gendarmi cercano a tutti i costi di comminarci una qualche multa. Arriviamo al campeggio di Ataköy (Istanbul) alle 20. Cena al ristorante.

Campo a sud-est del Colle 2750 m, Munzur

Campo a sud est del Colle 2750 m, Munzur, Turchia

21 agosto. Ansia di compere. Taxi fino ad Hagia Sophia, dove ci uniamo a un altro milione di turisti per visitarla. Negozietto per camicie, espadrillas nuove (e dolorose) per Ale. Giornale. Da lì salita verso il bazar e sosta in un buffo bar-cimitero dove, probabilmente, mi avvelenano. Finalmente il bazar è nostro. Ale “incontra” un samovar che più tardi acquisterà per 822 dollari da uno strano rigattiere che si mangia le parole. Io mi butto su un tappeto grazie allo charme di un signore sulla sessantina che ci accoglie nel suo negozio. Sfoggia foto di celebrità italiane sue ospiti (Giulio Andreotti). Sfiniti ma appagati ci concediamo un’ottima cenetta al Divan.

22 agosto. Il mio fisico oggi ha un crollo. Mi sveglio con l’ormai consueto corri-corri, ma intuisco che sarà peggio del solito. Riordinato il furgone, andiamo in piscina. Alle 16.30, dopo aver atteso invano una talpa che scavava sotto il furgone, lasciamo l’Ataköy per andare a comprare un braccialetto che avevo visto ieri al bazar. Il tempo peggiora e la mia salute anche. Ho la febbre. Aeroporto per comprare il giornale, poi via verso la frontiera bulgara che oltrepassiamo verso le 0.30 in mezzo a centinaia di turchi che stanno facendo ritorno in Germania. Troviamo una carta di circolazione jugoslava per terra. Notte in un campo di tabacco.

23 agosto. Ale si sveglia ben prima di me e guadagna un bel po’ di strada verso Sophia. Colazione sotto a un ponte. Tentativo di shopping nella capitale, più che altro per spendere i leva che ci hanno rifilato all’ingresso. Non si può comprare nulla, neppure l’acqua minerale, neppure il gasolio, se non con code chilometriche di persone che si creano e si disfano in pochi minuti, quando non c’è più nulla da vendere. Una realtà sconcertante: begli edifici, gente in ordine, pulita, negozi vuoti. Impressione di una disperata e desolante mancanza del minimo indispensabile. Anche per il pane code spaventose di gente incazzata: non facevamo a tempo a inserirci che pane non ce n’era più… L’ortolano oggi vende solo peperoni. In compenso ci sono sardine in scatola e uno strano merluzzo secco. Con le pive nel sacco e con i nostri leva per nulla intaccati (non li si può ricambiare in uscita…) lasciamo Sophia. Poco prima del confine con la Jugoslavia, Ale nota un uomo che a lato della strada vende bottiglie di vino. Ci precipitiamo a comprare una decina di bottiglie, quel tanto che basta a spendere tutti i leva e lasciando anche un po’ di mancia.

Bibi a Istanbul

Istanbul, Turchia

Il viaggio per la Jugoslavia è tormentato da fiumi di vetture turche dai tetti straripanti di merce. Ale decide di fermarsi in un posto qualunque prima di cena a Belgrado. Poi sosta di qualche ora in un campo.

24 agosto. Mi sveglio e Ale sta guidando. E’ da cinque ore che è al volante, dice che così ha evitato una buona parte di turchi. Siamo dopo Zagabria e sono le 7.30. Decidiamo di evitare l’autostrada in Slovenia per Lubiana (abbiamo sentito di grande tensione tra Slovenia e Serbia) e scegliamo un altro itinerario che ci porta in Istria. Da Fiume prendiamo un altro percorso secondario che ci porta a Umag, sul Mare Adriatico. Bagno, ricerca del camping e… aragosta. Un’altra vorace mangiata di pesce, forse un po’ cara. Ma abbiamo fatto male i conti, all’uscita del ristorante non abbiamo neppure i soldi per un gelato.

25 agosto. Ancora a Umag, mare e dolce far niente. Abbiamo attinto dalle ultime riserve nel nostro nascondiglio di soldi in furgone: con l’ultimo ristorante serale siamo ora completamente puliti. Meno male che abbiamo il serbatoio pieno di gasolio.

26 agosto. Alla frontiera ci viene in mente di consegnare ai doganieri la carta di circolazione trovata in Bulgaria. I militari guardano chi è il proprietario, che risulta essere uno di Niš, cioè serbo. Al che, con un sorriso, prendono il documento e lo gettano nella spazzatura. Nel primo pomeriggio siamo a casa, a Milano.

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Il viaggio istintuale per non si sa dove e quando

Il viaggio istintuale per non si sa dove e quando

Ferma restando la libertà di interpretare e di vivere un viaggio a seconda delle tendenze e dei caratteri individuali, vorrei qui soffermarmi sulla particolare angolatura di un punto di vista non scientifico e sulle opportunità da questa offerte all’esperienza generale nell’ambito di quei periodi di vita che noi chiamiamo “viaggi”.

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Per inciso, nella grande categoria del viaggio, accanto alle traversate, alle esplorazioni e alle immersioni nell’acqua o nelle culture diverse dalla nostra, includo quello alpinistico, dove tra un inizio e una fine succedono (o possono facilmente succedere) cose in ambiente naturale che possono cambiarci la vita stessa.

Personalmente sento una punta d’intima ribellione quando tecnica e scienza invadono oltremodo questo campo di avventura esperibile. Mi ribello cioè al “travel engineering”, la visione razionale del viaggio che vorrebbe “ottimizzare” le energie e il tempo impiegati.

L’ingegneria di viaggio programma i nostri spostamenti in base a curiosità e caratteristiche ambientali già esperite da altri, in funzione di avere la possibilità di toccare con mano il numero più grande possibile di meraviglie naturali, artistiche o culturali, per permettercene la documentazione fotografica e subito dopo passare ad altro fenomeno, nell’affannosa e continua rincorsa degli “highlights of the tour” resa possibile da spostamenti tattici ben studiati e ottimizzati, con un occhio particolare ai costi.

L’esempio opposto a questo particolare tipo di viaggio, ho già scritto e detto in più di un’occasione, è quello offerto dallo scrittore britannico Bruce Chatwin (1940-1989): quello che a tal punto si domandava Che ci faccio qui? da indurre i curatori a intitolare in tal modo l’ultimo suo libro, postumo.

Che errasse in Patagonia, o al seguito di Indira Gandhi, o alla ricerca dello yeti o in un quartiere malfamato di Marsiglia, Chatwin era sempre in viaggio e “osservava ogni esperienza con lo sguardo penetrante di chi, a partire da qualsiasi cosa, vuole andare il più lontano possibile”. Come se ogni fatto vissuto o luogo visitato non fosse un punto di arrivo da collezionare assieme ad altri, bensì un punto di partenza per il vero viaggio, quello per il non si sa dove e quando.

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Occorre porsi in particolare atteggiamento per essere ricettivi alla Chatwin; occorre umiltà, pazienza e fiducia che il nostro stesso destino sarà influenzato dalle cose che vedremo e vivremo. Occorre essere carichi di quella particolare fiducia che ciascuno di noi è molto propenso a richiedere agli altri e purtroppo molto meno disposto a concedere. Occorre affidarsi all’istinto, nella fiducia che sarà lui a governare la barca mentre procediamo nell’esperienza. Riconoscere la relazione, potenzialmente sempre feconda, tra la nostra intimità e quella altrui, tra il nostro sentire e l’ambiente che ci circonda.

Questa fiducia istintuale è l’unico passaporto per la responsabilità del viaggio, cioè dell’esperienza responsabile che abbiamo scelto intimamente e al di fuori delle suggestioni turistiche: non “fruitori”, ma attori responsabili e liberi.

La sicurezza fornita dal travel engineering è la principale nemica di questa libertà e della nostra responsabilità. L’ingegneria di viaggio ci rende soggetti paganti di un consumo passivo, come se il nostro viaggio non fosse nulla di più che una proiezione cinematografica in 3D.

Essere liberi e responsabili nel nostro viaggio istintuale vuole soprattutto dire essere esposti agli imprevisti. Nulla più dell’imprevisto è mal sopportato dall’ingegneria di viaggio. Nel necessario amore per l’imprevisto si delinea il robusto legame tra istinto-fiducia-imprevisto che costituisce il tessuto connettivo dell’avventura liberamente scelta e vissuta. Dove il limite è dato dalla nostra stessa accettazione di non poter programmare fatti, avvenimenti ed emozioni. Dunque, se si rispetta questo limite, si impara a essere davvero liberi.

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Per chi volesse sapere di più al riguardo del travel engineering (dal sito dell’Avalco Travel, http://www.avalcotravel.com/):

Le recenti NORME ISO 21101, 21102, 21103 (il set completo è disponibile dal 2014) sono rivolte al turismo d’avventura.
Esse suggeriscono criteri generali per la gestione dell’attività, con particolare riferimento a: pianificazione della stessa, competenza di guide e istruttori, comunicazioni interne ed esterne, informativa ai partecipanti, gestione delle emergenze e degli incidenti.
Inoltre trasmettono alcuni concetti importanti, tra cui:
– la necessità di documentare le procedure gestionali critiche per la qualità e la sicurezza dei servizi offerti;
– la necessità di effettuare periodicamente una ri-valutazione di rischi dell’attività e del relativo sistema di gestione;
– l’importanza della cultura e della pratica del miglioramento continuo.
Non entrano nel merito della valutazione e trattamento dei rischi, dato che per questi valgono le disposizioni delle norme ISO 31000 e 31010, oltre che quelle specifiche eventualmente esistenti per il settore di attività.
Alcune direttive nazionali nel settore Outdoor – Sport – Avventura sono in effetti disponibili da tempo in alcuni paesi, specialmente quelli di lingua inglese. Citiamo, in particolare:
-> le HB 246 della Nuova Zelanda, sulla Gestione dei Rischi, del 2010 ma pubblicate inizialmente nel 2004 come HB 8669;
-> le BS 8848, pubblicate la prima volta in UK nel 2007, sulla organizzazione di programmi di “turismo d’avventura” all’estero.
Queste norme, periodicamente aggiornate, sono spesso utili nella pratica e si dovranno idealmente integrare con le più generali e recenti ISO 21101.
Avendo la valenza di direttive facoltative (“guidelines”), esse non sono obbligatorie per legge. Ciò lascia la libertà all’operatore di adottarle, del tutto o solo in parte, secondo le proprie esigenze e, possibilmente, anche nell’interesse degli utenti.

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Solo, con i mezzi pubblici – 1

Solo, con i mezzi pubblici -1
di Gian Luca Gasca (tratto da https://montagnedigitali.wordpress.com/)

Mi chiamo Gian Luca Gasca, ho 23 anni e da ormai quattro mi occupo di divulgazione scientifica, partecipando a numerosi eventi nel territorio piemontese e non. Non sono mai stato un amante dei racconti senza espressività ed emozioni realmente vissute, e sono convinto che la risata sia la chiave per imparare meglio qualcosa e avvicinarsi agli argomenti con maggior interesse.  Per questo nel mio lavoro ho sempre cercato di coinvolgere il pubblico, facendogli vivere in modo divertente mostre e laboratori.

Gian Luca Gasca
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Un viaggio, partendo da Trieste ed arrivando a Nizza. In sé non c’è nulla di nuovo, non sono certo il primo a percorrere le Alpi in lunghezza. Ma perché proprio un viaggio? Il tema del viaggio permette di rendere maggiormente coinvolgente il racconto. Attraverso storie realmente vissute, emozioni e sensazioni è più facile appassionare e sensibilizzare il lettore al tema trattato. Si potrebbero leggere le stesse informazioni in un libro di storia o in un trattato scientifico. La differenza sta nel fatto che questi ultimi riportano in modo sterile una sequenza di eventi o dati, che difficilmente attraggono una persona, se non del settore.

Mentre il tema del viaggio lungo le Alpi è già stato sfruttato da altri, io mi concedo un piccolo primato. Sarò infatti il primo a compierlo interamente attraverso l’uso di mezzi pubblici, principalmente attraverso bus e treni. In circa due mesi. Anche questa scelta ha una motivazione: quando si decide di fare una gita in montagna la macchina è il primo pensiero, così da arrivare il più vicino possibile all’imbocco del sentiero. Magari posteggiando in un parcheggio a 2000 m. Tema del progetto è anche quello di mostrare che è possibile vivere la montagna in modo responsabile, sfruttando le linee di collegamento pubblico. Per quanto il territorio sia impervio, esistono reti di trasporto che permettono di raggiungere tutti i centri, anche quelli minori e meno sfruttati turisticamente.

La terra trema, la terra frana
di Gian Luca Gasca (tratto da https://montagnedigitali.wordpress.com/)
appunti di viaggio tra Pinzano e Longarone, 29 giugno 2015)

Venzone. Mattina. Piove. Mi incammino lungo la strada che porta in paese. Le auto mi sfrecciano accanto, incuranti della mia presenza.

Il centro di Venzone, sotto fitta cortina di pioggia, osservato dalla desertica stazione
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Sono qui per le mummie: reperti unici nel loro genere, ma purtroppo non conosciuti; e, come ho potuto osservare, non molto valorizzati. Sotto la pioggia, mi faccio strada fino alla cappelletta che le conserva, vicino al Duomo. Sembra di camminare in un borgo con millenni di storia ma, in realtà, questi edifici non hanno più di una quarantina d’anni. Il paese era stato raso al suolo dal devastante terremoto del Friuli, per poi essere ricostruito uguale a prima. Purtroppo non potrò vedere le mummie, è tutto chiuso. Cerco allora l’ufficio turistico, che scopro essere aperto solo due giorni a settimana per un paio di ore. E, secondo voi, io sono capitato in uno di questi due giorni? Sconsolato e bagnato m’incammino, sotto le nuvole cariche di pioggia, verso la stazione dei treni. Non riesco a spiegarmi come reperti di tale importanza possano essere così poco considerati e mantenuti inaccessibili al pubblico. Chissà cos’avrebbe fatto Napoleone, se avesse trovato chiuso quando venne a visitarle. In stazione leggo con piacere che il primo treno utile partirà da lì a due ore. Inizio allora un lungo giro alla ricerca di un bar. Nulla. La stazione pare abbandonata da anni, non c’è neppure una macchinetta per fare i biglietti. Arrivo a Pinzano che ormai è già passata l’ora di pranzo. Per raggiungerlo sono passato da San Daniele. Al piccolo paese sul Tagliamento vengo accolto da Raffaele, il vicesindaco. Un uomo bassino con gli occhiali ed un carattere elettrico. Vengo immediatamente sommerso di parole, ha una parlantina veloce e fitta di informazioni. Mentre mi parla continua a muoversi. Il suo sorriso spontaneo mi mette subito allegria, però vorrei che si fermasse per un istante.

Remigio osserva dall’alto il Tagliamento
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“Stavo uscendo per andare a bere una birra con gli amici, mio padre quando mi ha visto con la giacca e le chiavi mi ha detto ‘certo che a te il terremoto non ti prende’. Era così, una battuta che mi faceva ogni tanto perché a casa non c’ero mai”. Questo è l’inizio della fine per Remigio, in quella sera del 6 maggio 1976 che tutti i friulani dai quarant’anni in su hanno ben impressa nella loro mente. Remigio è il mio Cicerone qui a Pinzano: è un uomo di mondo, ha lavorato un po’ ovunque e si è fatto la sua gavetta, prima di raggiungere i suoi obiettivi. La folta barba bianca e la stazza notevole lo fanno sembrare un vecchio burbero ma, dentro è un bambinone, con tanta voglia di vivere e scoprire ancora il mondo attorno a sé. Ci incamminiamo lungo le vie del paese. Le case sembrano vecchie di cento anni, ma qui nulla ha più di quarant’anni. A parte il campanile. “Quello ha retto”, mi dice Remigio.

Il sacrario militare di Pinzano, ricoperto da una folta vegetazione
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“Siamo estremamente orgogliosi della medaglia d’oro che ci ha dato lo Stato italiano” mi dice, con gli occhi sempre più lucidi. Poi mi guarda e dice una frase che non ho mai sentito dire a nessuno, prima di lui: “Chiedi a tuo padre… chiedigli se è stato contento di pagare la tassa per aiutare noi friulani. Io lo so che sicuramente avrà bestemmiato come tanti, ma io li invito tutti qui a vedere cosa abbiamo fatto, con quei soldi”. “Ricordo con affetto il periodo della ricostruzione. – mi dice mentre andiamo verso il sacrario militare – Lo Stato diede la possibilità di aprire un mutuo praticamente a fondo perduto per le cifre che ci venivano chieste”.

Uno dei bunker della Guerra Fredda
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Il sacrario militare di Pinzano è un luogo strano. Doveva essere il luogo in cui onorare i caduti della Prima Guerra Mondiale ma, alla fine, dopo l’armistizio, è diventata base di soldati cosacchi. Oggi è tutto ricoperto da una vegetazione che dona al luogo un’aura di antichità. Sui muri, i segni del terremoto: alcuni dei blocchi sono fuori posto. Pinzano è un paese in cui la Storia è ovunque: basta camminare per strada e, se si scruta in direzione dei boschi che circondano il paese, si notano casematte e fori di tiro, sia della Seconda Guerra Mondiale che della Guerra Fredda. Con Remigio ci allontaniamo dal centro, percorrendo in direzione opposta la statale che porta al borgo. Passiamo una breve galleria scavata nella roccia. Ci sono due porte di ferro ai lati: le usavano i tedeschi per chiudere gli accessi al paese, quando dal bunker che dava sul Tagliamento li avvisavano di un pericolo.

La più “cresciutella” delle vedette di Cia Ronc
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Svoltiamo a sinistra, in una stradina secondaria, ed iniziamo a salire per boschi e prati da fieno. Ad un certo punto, una casa. “Loro sono le ultime vedette”, dice Remigio indicandola. Siamo a Cia Ronc, una frazione abitata fin dal 1960 da due sole persone, madre e figlio. Ci accolgono con grande entusiasmo, contenti di vedere qualcuno, anche se forestiero. Lei, 92 anni e uno scialle che le avvolge la testa, mi fissa incuriosita dalla sedia per tutto il tempo. Questa sera dormo da Daniela e Salvino a Sequals, nel paese di Primo Carnera. Sono il loro primo cliente, hanno aperto da poco. Sono incuriositi da me, dalla mia storia e dal mio viaggio. Passiamo la serata davanti ad un buon prosecco, poi ci salutiamo: sono stanco e domani e mi attendono svariate ore di autobus per arrivare a Longarone. “Mandi”, mi dicono. Significa “Nelle mani del signore”, in ladino.

Il muro della diga del Vajont, monito (purtroppo spesso ignorato) per le generazioni future
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Arrivo a Longarone in tarda mattinata. Un bel cielo azzurro mi accoglie e, quando volto la testa e scruto fuori dal finestrino, eccola lì. La visione è impressionante. Enorme e grigio, si staglia nel mezzo della valle il muro in cemento della diga del Vajont. “Rimane a testimonianza dell’idiozia degli uomini”, mi ha detto Gervasia Mazzucco, una delle superstiti di quell’indescrivibile sciagura. “La mattina dopo c’era un silenzio enorme, sentivi solo qualche sasso rotolare. Ricordo un gruppo di uomini che guardavano verso la montagna, senza parole”. Così Gervasia  ricorda la mattina del 10 ottobre 1963. La tragedia, però, ha avuto luogo la sera prima. “Tu sei dentro al rumore, non si può far capire. È una cosa inumana, che ti paralizza. Ricordo che non riuscivo a muovermi, ero paralizzata da quel suono”.

Gervasia Mazzucco, una dei sopravvissuti alla tragedia del Vajont
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Dopo poco ci raggiunge Renato Migotti, architetto di Longarone. Aveva 16 anni, nel 1963. Mi racconta brevemente cosa gli è accaduto, ma non ne parla volentieri. “Non ho mai raccontato la mia esperienza, nemmeno in famiglia, perché mi emoziona, mi mette in tensione”. Renato è il presidente dell’associazione che raccoglie i sopravvissuti al disastro del Vajont. Un’associazione nata inizialmente per l’esigenza di chi aveva vissuto quel momento di sentirsi uniti in un gruppo, un gruppo con cui potersi confidare. Poi questo gruppo ha cominciato ad organizzare eventi per ricordare e diffondere la propria storia. La storia di un lavoro “all’italiana”.

Renato Migotti, presidente dell’Associazione Superstiti del Vajont
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Sono stato in questa zona di leggende e tragedie due giorni. Quando me ne sono andato ero ormai cambiato dentro. Ho avuto difficoltà ad assorbire l’impatto con questa realtà perennemente presente nella zona, ovunque ci si trovi. Quando si è a Longarone si ha la diga di fronte, quando si va a Erto e Casso invece si ha una vista forse ancor peggiore: la frana. Ho volutamente scelto di non visitare musei sul Vajont, ma di cercare le testimonianze di chi l’ha vissuto. La cronaca dei fatti la si può ritrovare nei libri di storia, ma il racconto delle sensazioni e delle emozioni dei sopravvissuti – di cui qua riporto solo alcuni stralci – ha tutto un altro impatto.

Ciò che resta della montagna dopo la frana è ancora più impressionante del muro della diga
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Il Vajont è fatto di persone. Persone che hanno sofferto e che, purtroppo, continuano a soffrire. Il Vajont è fatto di illegalità, di soprusi, di mafia. Il Vajont dovrebbe insegnare. Dovrebbe insegnare il peso delle decisioni, il peso della responsabilità. Ma in realtà, come spesso accade in Italia, per ora ha insegnato ben poco.