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Il tempo della lentezza

Il tempo della lentezza
(novembre 1995)

Dopo Merano, oltre il poderoso edificio della birre­ria, una stretta gola dell’Àdige ci apre la Val Ve­nosta: è giugno, la natura si celebra con un tripudio di colori. Al colmo di que­sta larga valle verde, oltre alle cime brune su cui occhieggia ancora qualche chiazza di neve, un cielo azzurro movimentato da veloci macchie bianche sigilla la pace di questo mondo. Si allargano anche i nostri cuori, che non speravano tanto. Eppure la valle è antropizzata, sia accanto al fiume che sui conoidi delle confluenti laterali: mele ed erba la fanno da padroni. Ovunque si vedono impianti di irrigazione ar­tificiale con spruzzi a scatto che ruotano a 360°. Se­gnalano la presenza di grande abbondanza di acqua e non cancellano l’uomo, che s’indovina sempre presente e attento. Una volta i raccolti di fieno erano due, oggi sono tre: e l’erba cresce più alta. Non ci si può sottrarre alle leggi di mercato neppure se abiti in Sud Tirolo, dove le pressioni perché la vita contadina subisca nuovi impulsi sono enormi. Incontriamo trattori per tagliare, seccare e raccogliere l’erba, macchinari per aspirare il fieno e riempire i fienili senza lavorare di forco­ne: e poi le inquietanti mungitrici meccaniche. Al maso in cui alloggerò con tutta la mia tribù familiare, il primo che ci viene incontro è il piccolo Simon Mair: sottobraccio ha il forcone, che tiene con due mani, e in bocca, ben stretto, ha il bi­beron. I prati intorno sono ripidi, ma con il trattore si riesce a fare l’80% del lavoro. Il resto a mano, come una volta. L’orario è dilatato alla luce di giu­gno, quando il giorno è più lungo. Ogni tanto si fer­mano, ma per poco.

I pastori che mi hanno detto che “di là da quel monte c’è l’Italia…”
Pastori, salendo alla Prader Alm, Parco Nazionale dello Stelvio

Già all’inizio ci si accorge che il tempo qui, lungi dall’essere statico, segue i ritmi della luce e quindi degli animali. Girovagando per le Alpi e per il mondo avevo già visto angoli dove il tempo sembrava non scorrere affatto: ma erano mondi in decadenza, se non proprio di degrado culturale ed economico. Qui in Val Venosta le esigenze del mercato hanno costretto il la­voro a un’accelerazione. Quando a 1300 metri l’erba non è ancora alta a sufficienza per essere tagliata, il contadino scende a Prato, perché a 700 metri invece è il momento di «segare». Può farlo sulle sue pro­prietà o sui campi di qualche parente, che poi resti­tuirà il favore. La giornata è quindi tempisticamente programmata in funzione dei metri quadri da fare, dell’accudire agli animali, del mettere in fienile o in magazzino i vari prodotti: e poi c’è la manutenzio­ne delle macchine, la preparazione dei pasti, la sor­veglianza ai bambini piccoli, la pulizia della casa e le mille altre piccole e grandi incombenze che deter­minano e scandiscono il tempo di Herr e Frau Mair.

In salita alla Prader Alm per portare le mucche all’alpeggio estivo
Stelvio (Stilf), mucca, pastori, S. Martino

Non v’è alcun lento scorrere nelle attività lavorative perché non si dedica un minuto di più di quanto neces­sario a un’attività, in quanto subito dopo si passa all’altra. E così da prima dell’alba fino a notte. Ep­pure è un lavoro decisamente a misura d’uomo, perché non è spersonalizzato: il contadino sa sempre perché sta facendo una cosa in quella maniera e non diversa­mente. Ciò che colpisce noi cittadini, abituati per di più ai frenetici ritmi del lavoro nella comunicazione, è la mancanza di fretta, nella consapevolezza che agli animali e alle piante non si può comandare di far più presto: la mungitura meccanica per esempio richiede per il singolo animale lo stesso tempo di quella ma­nuale.

Prader Alm e Ortles
Ortles, parco nazionale Stelvio, da Prater Alm

Il proprietario del maso qui si vanta di non usare mangimi particolari per i suoi animali, siano essi maiali, vacche o galline. Però l’irrigazione artifi­ciale ha sconvolto la tempistica del fieno e c’è di sicuro qualche differenza tra il foraggio di oggi e quello di ieri. Mungere 10 vacche con le macchine è meno faticoso che farlo a mano, ma co­stringe ad un’estrema pulizia della stalla e di tutto il macchinario. Alla fine anche qui vince la tecnica, perché pulizia ed efficienza fanno parte del nostro mondo futuro più che sporcizia e lentezza.

Lavorazione del formaggio alla malga Prader Alm, Ortles (gruppo dello Stelvio), alta Val Venosta
Lavorazione formaggio alla Malga Prader Alm, Ortles (gruppo dello Stelvio), alta Val Venosta

Però non stravince. Certi standard igienici al di sotto del mi­nimo in alcune malghe di altre zone delle Alpi non fi­gurano più in Val Venosta. E allora il buon sapore an­tico? Come abbiamo già fatto nella spesa al supermercato, tra ortaggi cresciuti in serra e fragole di bosco grosse come prugne, rinunceremo al pane del forno casalingo? Qui esigenze e diritti degli animali sono ancora alla base della convivenza con l’uomo, contrariamente a quanto avviene nei lager degli allevamenti di pianura.

Val Venosta, Lichtenberg, fienagione, nonno e bambini (1995)
Val Venosta, Lichtenberg, fienagione, nonno e bambini

Un uomo lavora una mattina ed un pomeriggio per pulire la stalla e le mungitrici in una malga di 80 vacche; un altro lavora uguale per fare due volte il formag­gio; e un altro ancora va al pascolo con gli animali per non doverli poi cercare per tutta la notte. L’i­giene scrupolosa richiede un’enorme quantità di tempo, riguadagnato con la maggiore facilità di trasporto dei prodotti. Anche gli animali accedono alla malga in au­tocarro. Ma c’è ancora chi, proprietario di non molti animali, preferisce salire all’alpeggio come una vol­ta. Ho seguito a piedi animali e pastori da Stélvio alla Prader Alm: partenza alle ore 5 dal ponte sotto al paesino di Stélvio. Ho chiacchierato abbastanza con i due pastori, due fratelli delle vicinanze. Il mag­giore si chiama Alfons Ortler ed è proprietario di un maso sopra a Prato. I discorsi con loro erano abba­stanza semplici, anche a causa delle difficoltà lin­guistiche, ma sono sicuro che non hanno visto in me l’italiano estraneo: pur domandandosi come facevo a sapere tante cose che li riguardavano, mi mostrarono l’Ortles e mi dissero che «di là c’è l’Italia»! Il si­gnificato non era la «tua» Italia, bensì l’Italia in genere. Pensai, mentre mi offrivano sorridendo genero­se fette di speck tagliato con coltello tascabile, che ormai ero «uno dei loro». In seguito feci visita al maso di Alfons, e lì ebbi modo di capire che l’accele­razione del Sud Tirolo non è stata uguale dappertutto. Lì, eccetto la mungitura, si fa ancora tutto a mano, dai prati al pane. Frau Ortler si è rifiutata qualche anno fa di ingobbirsi ulteriormente e ha preteso l’ac­quisto della mungitrice. I figli, Hubert e Kurt, lavo­rano con i genitori nella conduzione di questa piccola e remota azienda familiare. Kurt è anche guida, del consorzio di Solda: quel giorno aveva salito in poche ore e da solo una difficile via sull’Ortles, era sceso e adesso era lì che falciava il prato. Perché voleva allenarsi, forse presto avrebbe fatto parte di una spedizione in Himalaya. Famiglia e profonda fede reli­giosa sono gli elementi che resistono alle tentazioni del modernismo a tutti i costi nella nuova società sudtirolese; ma anche il senso della comunità è ancora forte, perfino a Solda, forse il villaggio dove più di tutti il turismo ha cambiato abitudini e tempi. Chi non ci crede può andare a vedere la spontaneità e l’entusiasmo della Festa dei Fuochi del Sacro Cuore, quando tutte le cime della valle ardono di strisce di fuoco nella notte, oppure la funzione religiosa e poi la festa con danza delle donne che hanno terminato la raccolta delle mele. Oppure provare la loro ospita­lità: al momento dei saluti finali, potrà succedergli di sentirsi dire da Frau Silvia, conosciuta solo pochi giorni prima, «mi raccomando, quando arrivate a Mila­no, per favore datemi una telefonata. Così so che tut­to è andato bene».

Val Venosta, Lichtenberg, fienagione, bambino

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Elisabetta Pastorelli da Carnino

Elisabetta Pastorelli da Carnino
una piccola grande storia
di Paolo Castellino
(già pubblicato su Alpidoc n. 92, per gentile concessione)

Oggi vorrei parlarvi di Elisabetta; una piccola storia persa nella burrasca del tempo, una storia vera. In alta Valle Tanaro c’è un piccolo borgo ormai disabitato, Carnino, formato da due manciate di case, l’una posta un paio di centinaia di metri di distanza più a monte – Carnino Superiore -, l’altra abbarbicata poco più a valle – Carnino Inferiore.
Da qui dipartono alcuni sentieri, solitamente percorsi dagli escursionisti nei mesi estivi e autunnali e dagli scialpinisti in quelli invernali e primaverili. Uno di essi si snoda alle spalle delle antiche case, risale verso monte, oltrepassa una sorta di gola fino a immettersi e proseguire in una valletta via via più aperta che culmina al Passo delle Saline, posto poco sotto l’omonima cima. Proseguendo oltre il Passo, e trascurando le vette limitrofe, si svalica verso la Valle Ellero, in direzione di Rastello, Roccaforte e così via. Il sentiero si distende tra radure di rododendri e alti pascoli prativi. Le altitudini sono quelle tipiche delle Alpi Liguri: Carnino giace all’incirca a 1400 metri sul livello del mare, mentre il Passo delle Saline conta 2174 metri di quota.

L’odierno Carnino Superiore
ElisabettaPastorelliCarnino-Carnino-Superiore

Il mio primo incontro con Elisabetta avvenne molti anni or sono, proprio mentre camminavo, diretto verso la Cima delle Saline, sul sentiero sopra descritto, in una di quelle giornate autunnali in cui le montagne sono vestite di una meravigliosa armonia di tinte dorate, il cielo è terso e limpido a perdita d’occhio e le foglie dei mirtilli attirano lo sguardo con la loro intensa colorazione rossastra. Il passo procedeva costante, il vento lambiva dolce i pendii ricoperti di corta erbetta facendola ondeggiare, come la mano di un padre che accarezza i capelli della figlioletta; gli scarponi leggeri si posavano sul sentiero quasi senza fare rumore, con movimento naturale.
Fu allora che la incontrai per la prima volta; non sapevo chi fosse, ma qualcosa di lei devo averlo respirato, lasciandolo penetrare in una parte profonda di me. Quel giorno, dopo una pausa di un paio di minuti, ripartii e proseguii per la mia strada; tuttavia, si sa, spesso un seme aspetta una goccia d’acqua per germogliare, e può attendere nascosto sotto terra per mesi prima di intraprendere il suo cammino verso il sole.

Elisabetta aveva qualcosa di attraente: un qualcosa ancora da svelare, di non ancora detto.
Negli anni che seguirono, capitò che il pensiero tornasse a lei, finché, sul finire dell’inverno scorso, mentre stavo scendendo con gli sci ai piedi verso Carnino Inferiore, di ritorno da un giro che aveva toccato anche la Cima delle Saline, la incontrai di nuovo. Medesimo il posto; ora però non c’era traccia di erba autunnale e foglie di mirtilli. Un candido strato ricopriva ogni cosa rendendo ancora più dolci i lineamenti tipici di quelle alture; le ombre di radi cespugli di ontano si allungavano sulla neve verso di lei, disegnando sottili ricami. Eravamo così vicini, ma allo stesso tempo così distanti… Di Elisabetta non conoscevo l’età, solo il cognome. Immaginavo fosse di Carnino, ma nemmeno di quello ero sicuro.

Per comprendere meglio la storia che sto per raccontare, occorre fare ancora un passo indietro con la memoria, un salto indietro nel tempo. Oggi come oggi vediamo la montagna principalmente come una passione, ognuno con proprie sfumature e propri sentimenti; una volta, invece, essa rappresentava la vita e, talora, anche la morte delle persone che vivevano aggrappate alle sue pendici. Era una vita difficile, “grama”. L’alimentazione era estremamente frugale. Si viveva di nulla; in inverno spesso si riduceva addirittura il numero dei pasti giornalieri. Il lavoro, al contrario, era massacrante e continuo; indispensabile per mantenere un equilibrio di per sé già abbastanza precario. Generalmente quasi tutte le famiglie possedevano un numero minimo di capi di bestiame (ovini, caprini, bovini). La stalla era il luogo dove in inverno anche i cristiani si rifugiavano più a lungo, in quanto gratuitamente riscaldato dagli animali. I prodotti che da questi ultimi derivavano, quali formaggi e burro, spesso non venivano nemmeno sfiorati dai palati dei montanari, bensì venduti o barattati con altri beni altrimenti non reperibili.
La montagna era fonte rudimentale di vita, il teatro in cui il destino muoveva le difficoltose esistenze di quelle creature durante il lento scorrere delle stagioni; si potrebbe parlare di un sostentamento costantemente precario, di usanze create con intelligenza e osservate con meticolosità. Carnino, come le borgate di altre valli, possedeva un mulino che sfruttava la forza del piccolo rio al fine di macinare i cereali, e un forno comune per la cottura del pane; questa, di solito, si effettuava una sola volta l’anno, dopodiché le pagnotte venivano lasciate essiccare per poi essere consumate nei mesi successivi. Le donne, prima di avere figli cui badare, nella stagione fredda talvolta provvedevano anche alla consegna e allo scambio delle merci, dirigendosi verso i centri abitati della bassa valle oppure verso altre vallate. I valichi della Valle Tanaro, quindi, erano percorsi abitualmente da persone in cammino (o di ritorno) verso le valli Ellero e Pesio. I principali pericoli, durante quei viaggi invernali, erano rappresentati dalle valanghe e dalle bufere. Non esistevano previsioni meteorologiche, tantomeno capi d’abbigliamento antivento e impermeabili così come li concepiamo oggi. Sarebbe sbagliato ogni confronto con situazioni odierne, anche se ambientate nelle stesse zone e sui medesimi colli.

La croce in memoria di Elisabetta pastorelli posta sul sentiero che collega Carnino con la Cima delle Saline. Foto: Paolo Castellino
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Ma torniamo a noi; la premessa, seppur apparentemente prolissa, era indispensabile per comprendere meglio il seguito. Elisabetta era lì, a pochi passi da me, eppure non avrei saputo dirne l’età, il colore dei capelli o degli occhi, l’espressione, la statura.
Era lì, proprio dinnanzi a me, ma, in quel mezzo metro, a separarci c’erano centotrentun anni. Avete letto bene. La donna era morta durante una tormenta a monte di Carnino, poco sopra quella gola che immette nel Vallone delle Saline, nel lontano 3 dicembre 1883. Anche l’anno è corretto e non frutto di un errore di battitura.
Eppure Elisabetta Pastorelli – questo il suo cognome – era in qualche modo presente. Sapevo che ormai si era accorta del mio sguardo, aveva capito che la stavo osservando: mi sentivo i suoi occhi addosso e non sarei più potuto andarmene facendo finta di nulla, se non a costo di tradirla e perdere ogni valore d’uomo. Probabilmente c’era ben poco da scoprire sulla sua vicenda; non era di certo un caso degno di Sherlock Holmes; vedendolo da un punto di vista oggettivo, si trattava di una donna deceduta nel corso di una tormenta di neve sulle alture non distanti da casa sua, per compimento del disegno del suo beffardo destino. Sul piano personale, però, mi sentivo – come dire – coinvolto e desideravo tentare di rintracciare tra le pagine di un vecchio registro qualche dettaglio in più rispetto alla frase scritta sulla targhetta affissa all’arrugginita croce metallica: “PASTORELLI ELISABETTA PERITA NELLA TORMENTA IL 3-12-1883”; alcune parole da strappare al buio del tempo per riportarle alla luce del sole, come se fossero state le ultime pronunciate da quella donna. Volevo cercare di conoscerne almeno la data di nascita ed eventualmente il motivo per cui si era trovata a passare per quei posti nel cuore dell’inverno. Le probabilità che fosse di Carnino, pur non essendo una certezza, sussistevano comunque, dal momento che Pastorelli era appunto un cognome tipico del luogo.
Ancora oggi, se con una brevissima passeggiata ci andasse di percorrere il sentiero che unisce Carnino Superiore all’Inferiore, alcune decine di metri sopra la stretta strada comunale asfaltata ci troveremmo a passare nei pressi di un minuscolo cimitero e, a lato del sentiero stesso, potremmo fermarci a osservare il monumento in pietra a ricordo dei caduti della Prima Grande Guerra: leggendo i nomi che la lapide riporta ci accorgeremmo di come undici su dodici abbiano esattamente quel cognome. Un’aquila di bronzo ad ali spiegate veglia su di loro.
Tuttavia, a nessuno di quegli sfortunati giovani fu dato di conoscere la “nostra” Elisabetta, in quanto soltanto uno di essi nacque prima del 3 dicembre 1883, ma con un anticipo di appena tre anni.
Di lei certamente avrebbe potuto raccontarci qualcosa colei che, dall’alto, osservò le sue azioni quotidiane, i suoi sorrisi e le sue lacrime; mi riferisco alla campana collocata nel campanile della Cappella di San Rocco a Carnino Inferiore; dati storici attestano come si tratti della “sorella” della campana più piccola delle due che si trovano sulla Parrocchiale della Madonna della Neve a Carnino Superiore, essendo state fuse assieme nel 1861 dallo stesso artigiano, tale Giacomo Semeria. Si dice anche che costui fosse un fonditore “ambulante” il quale dal suo paese, Andagna, in Valle Argentina, si recava a fondere le campane direttamente nel paese dove erano destinate. Si racconta pure che esistano ancora le tracce di quella fusione in una stalla del paese, ma su queste ultime informazioni non posso garantire di persona. La nostra testimone sarebbe dunque stata “cronologicamente” perfetta; purtroppo, però, non le era dato di riferirci nulla.

Carnino Superiore in una cartolina d’epoca
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Le uniche speranze potevano risiedere nei libri parrocchiali dell’epoca o, anche se più difficilmente, nei registri comunali. Fino all’anno 1947 Carnino fu frazione dell’ex Comune di Briga Marittima. Attualmente, insieme alle vicine Piaggia e Upega, è frazione del Comune di Briga Alta, angolo appartato della provincia di Cuneo che si protende verso il territorio ligure.
Il totale abbandono della borgata come dimora stabile si ebbe nel 1956, anche se una parte della popolazione continuò ancora per qualche tempo a salirvi ogni anno nel mese di giugno con gli armenti bovini. Una nuova storia, se così si può dire, ebbe inizio negli anni Sessanta del XX secolo, quando alcune famiglie iniziarono a ristrutturare alcune abitazioni, salvandole dal triste destino del crollo.
Oggi gran parte degli edifici sono stati resi abitabili, e sono curati e mantenuti in ottimo stato. Durante i mesi estivi si può contare anche su un minuscolo nucleo di popolazione stagionale. E tutto ciò è davvero una grande gioia, la stessa che mi invase l’ultima volta che passai di lì di ritorno da una gita, concedendomi anche un tratto di gincana “estrema”, sci ai piedi, lungo gli stretti vicoletti tra le case, quel giorno perfettamente innevati.
Quelle antiche dimore sembravano osservarmi; le piccole finestre però erano ancora chiuse in attesa di giorni più caldi.
Un’altra curiosità che forse ci consente di addentrarci più a fondo in quell’angolo di mondo di molti anni fa è legata ai pascoli; il sostentamento, come si può intuire da quanto raccontato in precedenza, era basato sulle attività agro-pastorali.
Il luogo centrale della transumanza ovina e dell’alpeggio bovino erano le Selle di Carnino, a circa 1900 metri di altitudine. Proprio in quella zona, a “cristiano conforto delle anime”, sorge da tempi immemorabili l’antichissima chiesetta alpina dedicata a sant’Erim, protettore dei pastori, la quale, recentemente ristrutturata, ancora veglia silente sulla Valle dei Maestri. Lassù, tra le dolci dune erbose alle pendici del Marguareis (la vetta maggiore delle Alpi Liguri con i suoi 2651 metri di altitudine), numerose famiglie di pastori con le loro greggi convenivano in attesa che si procedesse all’assegnazione dei pascoli secondo gli usi e le leggi di quel tempo.

Tutto ciò ci può aiutare a comprendere meglio l’epoca in cui visse Elisabetta; chiudendo gli occhi, con un pizzico d’immaginazione non sarà così difficile catapultarci proprio in quel lembo dell’alta Valle Tanaro, tra quelle genti indaffarate nelle loro incombenze quotidiane.
Con un solo balzo ora siamo lassù anche noi, camminiamo in mezzo a loro e le incrociamo tra le strette viuzze racchiuse tra le case; i nostri occhi, inconsapevolmente tesi all’individuazione della nostra donna, ne osservano i visi. Chi sarà Elisabetta in mezzo a tutto quel via vai? Quale di quei volti apparterrà a lei? E così ci attardiamo, intenti a trovare una risposta, mentre i passi scandiscono il moto inarrestabile e operoso di quella piccola comunità, fino a quando, al calar del sole, qualche lanterna fioca si farà spazio nel buio della notte e quei camminamenti tra le case gradualmente si faranno vuoti, lasciandosi percorrere solo più dalla brezza notturna che, di tanto in tanto, trasporterà un delicato odore di stalla e di letame. Il chiù di una civetta appollaiata su qualche ramo darà il ben tornato alle stelle che brilleranno alte sopra la dirimpettaia Cresta del Ferà.

Carnino Superiore con il campanile della Parrocchiale dedicata alla Madonna della Neve in una foto recente
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Tutto sarebbe più facile se non fosse così complicato trovare il modo di accedere a dei vecchi registri, ammesso che questi esistano ancora. Molti abitanti non rispondono sentendo bussare alla porta.
Che il tempo ci abbia dato partita persa? Potrebbe anche essere, potrebbe, ma teniamo per noi almeno un condizionale. Quello che è certo è che Elisabetta non si trovava su quel sentiero per fare una scampagnata, ma per adempiere al dovere quotidiano.
Affidiamoci però al ragionamento e cerchiamo di guadagnare qualche altro metro di luce nello sconfinato buio pesto dell’oblio del tempo.
Portando il calendario al 3 dicembre, possiamo certamente immaginare scenari diversi su per quel vallone: a quella data, in alcuni anni al suolo c’erano già metri di neve, in altri c’era ancora l’erba autunnale, dalle tonalità color tabacco.
Le annate immediatamente prossime a quel 1883, secondo fonti non proprio locali ma comunque riferite al Piemonte e al Nord Italia, denotano inverni particolarmente nevosi; le stesse segnalano ingenti nevicate in Piemonte, per esempio, nel febbraio 1875, nel gennaio 1876, nell’inverno 1882-1883 e nel febbraio 1888.

L’ipotesi più plausibile, quindi, è che Elisabetta su quel sentiero stesse facendo ritorno da un “viaggio” che per qualche ragione (con buone probabilità, uno scambio di merce con gente dell’altra vallata) l’aveva portata a valicare il Passo delle Saline, e che, sulla via del ritorno, sia stata colta dal maltempo.
Perché non è pensabile che fosse in fase di andata? Beh, possiamo essere relativamente tranquilli nell’affermare che una tormenta di intensità tale da minacciare la vita di una persona non l’avrebbe certamente spinta a intraprendere qualsivoglia viaggio per addentrarsi tra incognite inaffrontabili. O, per lo meno, se l’avesse sorpresa quando ancora era vicina a Carnino, avrebbe senz’altro avuto le energie per fare dietro-front.
Chi, almeno una volta, ha avuto modo di trovarsi in montagna avvolto dal turbinare del vento che, gelido e arrogante, trasporta copiosa la neve sferzando il viso e facendo dolere gli occhi nonostante s’indossino occhiali conformati (di cui Elisabetta certo non disponeva), con visibilità ridotta letteralmente a zero, sicuramente è capace di comprendere meglio la situazione – le difficoltà fisiche e il rischio di crollo psicologico.
Conoscendo bene la zona, è cosa nota che, oltrepassato Pian Marchisio, in Valle Ellero, fino a Carnino non si trovano ricoveri di alcun genere; non ci sono boschi, né grotte di superficie, tantomeno baite di pastori o costruzioni simili in cui, se colti dalla bufera, sia possibile ripararsi alla ricerca di tregua.
E pertanto verosimile che la tormenta, per utilizzare il termine riportato sulla lapide, l’abbia raggiunta ben prima, e che ella, in cuor suo, abbia ritenuto in principio di poterla affrontare. Voglio credere che quella povera creatura, facendosi strada tra l’infuriare degli elementi, stesse già rivolgendo i pensieri al tepore di casa, convinta di potervi fare ritorno di lì a poco.
A un passo normale, dalla croce in sua memoria all’abitato di Carnino si impiega su per giù una mezzoretta.

La Cappella di Sant’Erim alle Selle di Carnino, nella Valle dei Maestri. Foto: Enrica Raviola
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Una volta svalicato verso la Valle Tanaro, la fiammella della speranza le deve essersi fatta più vigorosa in petto incitandola, tra difficoltà sempre crescenti, a percorrere in discesa, metro dopo metro, quel vallone che conosceva come le sue tasche.
Qualcosa però deve essere andato storto. Immagino che l’intensità della tempesta abbia finito per spegnere del tutto quella speranza, via via ridotta a flebile lumicino. Che, per ironia di una maledetta e meschina sorte, Elisabetta abbia esaurito ogni energia proprio a poche decine di minuti dalla soglia di casa.
Che nel rumore di quel vento incessante il suo respiro sia divenuto sempre più debole, fino a farsi rapire definitivamente da quella furia e perdersi in essa.
Che il suo cuore si sia arreso, stanco di contrarsi ed espandersi, e il suo corpo, dalle dolci fattezze femminili, si sia adagiato al suolo, in posizione quasi rannicchiata.
Che le sue ciglia si siano abbassate a coprire gli occhi doloranti, da troppe ore sferzati dai cristalli gelati che il turbine scaraventava loro contro da ogni dove.
Che le palpebre, in un ultimo movimento stanco, siano calate come ancora oggi, ogni giorno, il buio profondo delle notti senza luna scende sui vecchi muri di Carnino e sulla Cappella di San Rocco.

Avrei voluto saperne di più, ascoltare altro dalla sua voce, invece mi resta solo quel suo sguardo durante il nostro incontro. Ma qualcosa ora ci lega. E forse, un giorno, ci incontreremo in una pacata valle ad altitudini inaccessibili all’uomo e mi racconterà le tessere mancanti di questa sua triste storia e anche quelli, spero meno tristi, della sua breve vita terrena.

Sono ormai trascorsi un paio di mesi da quando, in un giorno qualunque, scrissi la prima parte di questo racconto e, ora, mi ritrovo a mettere mano alla storia di Elisabetta dovendo correggere un po’ la mira di quelle che, al tempo, erano state soltanto ipotesi. Nel frattempo, infatti, ho preso in prestito da una biblioteca due vecchi volumi su Carnino, introvabili ormai da anni. Inoltre, miracolo delle comunicazioni telematiche, sono riuscito a rintracciare un volumetto dedicato a questo specifico episodio a firma di Luciano Frassoni (che ringrazio per avermene fatto avere una scansione, in quanto irreperibile pure esso; il titolo della pubblicazione, da cui ho tratto preziose informazioni, è L’eroica bugia di mamma Elisabetta).
Dunque qualcuno mi aveva preceduto… ma poco importa; quando, dopo essere passato l’ultima volta davanti alla croce di Elisabetta, avvertii il desiderio (o il dovere?) di rimettere insieme i tasselli della storia che giace alla sua stessa ombra, ignoravo completamente che di ciò si fosse occupato qualcun altro.
Torniamo quindi a Carnino. Manca meno di un ventennio al termine dell’Ottocento; oltre i tetti in paglia di segale, flebili linee di fumo grigiastro si alzano per andare a dissolversi nel cielo d’inizio dicembre. In una di quelle semplici dimore abita Elisabetta insieme col marito, tal Bartolomeo, e i due figlioletti Enrico e Gianbattista, di circa 14 e 15 anni.
Nei primi tempi del matrimonio, Elisabetta e il suo sposo avevano – cosa abbastanza usuale all’epoca – trascorso alcuni inverni in Provenza, pare a raccogliere radiche da rivendere poi al mercato delle pipe nella città di Sainte-Maxime, dove erano nati i loro due figli. Grazie anche a quei sacrifici la famigliola era riuscita a mettere da parte i risparmi sufficienti ad acquistare un piccolo bosco di castagni in Valle Ellero, presso l’abitato di Prea. Quest’ultimo, tutt’oggi, è un paesino molto caratteristico, dove ogni anno, in alcune serate del periodo natalizio, prende vita uno spettacolare presepe vivente. Prea, con la sua struttura e le sue peculiarità, pare essere nato per nessun altro scopo se non per quello.
All’epoca della nostra storia, essendo ben lontana l’età delle auto e delle strade asfaltate, per raggiungere la zona di Prea da Carnino era appunto necessario risalire il Vallone delle Saline fino al passo omonimo, svalicare verso la Valle Ellero, discendervi per Pian Marchisio (zona dove ora si trova il Rifugio Mondovì Havis de Giorgio) e proseguire oltre il cosiddetto Ponte Murato. Il tutto richiedeva un tempo, a piedi, indicativamente superiore alle cinque ore.
Correva dunque l’anno 1883; erano i primi giorni di dicembre e la neve non era ancora venuta a inghiottire l’autunno. Nel seccatoio presso il bosco in Valle Ellero c’era ancora una discreta quantità di preziose castagne in via di essiccazione. Fu così che, uno di quei giorni, Elisabetta, con i due figli ormai già fattisi ometti, intraprese il cammino verso Prea.

Dalla croce di vetta della Cima delle Saline, panorama verso la Valle Ellero, la pianura cuneese e, all’orizzonte, la catena alpina che si estende dal Monviso al Monte Rosa. Foto: Paolo Castellino
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Conosco molto bene quelle montagne e non mi è difficile immaginare lo spettacolo che rapì gli occhi dei tre viandanti quando valicarono il Passo delle Saline; la visuale si apre come un grandangolo sulla pianura, fino a fermarsi, all’orizzonte, sulle pendici del Monte Rosa e del Cervino. E, mentre si rimane incantati da tanta bellezza, ci si trova immersi in un lenzuolo dolcemente ondulato, dalle tinte tipiche dell’oro invecchiato, ma molto più accese e vive, grazie alla fantasia autunnale di colori di cui questi luoghi si vestono.
I tre, dopo le dovute ore di cammino, raggiunsero il seccatoio e vi rimasero un paio di giorni, provvedendo ai lavoretti necessari, dopodiché riempirono alcuni sacchi di castagne, vi legarono intorno la corda che, contemporaneamente, serviva a chiuderli e fungeva da spallaccio per il trasporto, quindi si ridistesero sui loro giacigli di fieno, in attesa dell’alba successiva, in cui sarebbero partiti per rincasare in Valle Tanaro.
Il cielo non era più quello dei due giorni precedenti; il tempo si era guastato e chi spesso lo osserva per interpretarlo sa riconoscere quando è in arrivo una perturbazione. Le cime inghiottite da nuvoloni grigiastri e densi possono essere un quadro pittoresco se lo si guarda da dietro una finestra, riscaldati dal fuoco della stufa. Cosa ben diversa è sapere di doversi addentrare fra esse; capita anche oggi, in montagna, durante le gite, o quando, la sera, in rifugio, si è in pensiero per la salita del giorno successivo. Solo che in questo caso c’è di mezzo lo svago o la passione, mentre allora si trattava di necessità di vita.
Scrutare il brutto tempo sapendo di doverlo affrontare solleva nere nuvole anche nel cuore e nell’animo. Elisabetta quella notte quasi non dormì, la mente contesa tra un “ma forse” e un “ma no”, occupata da fantasmi, inquietudine e tristi presagi. Venne il nuovo giorno e non sembrava promettere nulla di buono; presi a spalle i sacchi, partirono alla volta del Passo delle Saline. Dopo non molto lo sferzare del vento e i nuvoloni iniziarono a far mulinare nell’aria fiocchi di neve che, immagino, in un primo momento, furono visti con gioia dai due ometti. Qual è infatti il bambino non saluta felice la prima neve? I tre raggiunsero il passo sotto una nevicata costante; già i piedi sprofondavano nel manto bianco. L’aver svalicato verso la Valle Tanaro, cioè verso casa, doveva in qualche modo aver rincuorato Elisabetta, i cui pensieri certamente restavano fissi sul destino dei due figlioletti per poi farsi trasportare dal turbine fino giù a Carnino, alla sua dimora, al suo uomo.
Passo dopo passo la stanchezza erodeva le forze della donna; la preoccupazione faceva il resto. Immagino che Elisabetta fosse già caduta nella neve sotto il peso del sacco per poi rialzarsi subito in modo da non farsi scorgere da Enrico e Gianbattista. Sono i primi sintomi di quella stanchezza che, se non incontra riposo, porta allo sfinimento, al crollo delle forze. A un punto di non ritorno. Giunta poco sopra Carnino, quando ormai il tragitto verso la salvezza era breve e i due ometti avrebbero potuto raggiungere da soli casa, la donna, con quell’istinto primordiale che pilota le azioni delle mamme, inventò una bugia. Disse loro di proseguire, di non aspettarla; raccontò di avere smarrito la borraccia e di volersi riposare un attimo prima di tornare qualche passo indietro per recuperarla.
Ora, non si stenterà a capire quanto questa fosse solo una scusa, una bugia “eroica”, un modo per dire ai figli di scendere nel più breve tempo possibile senza stare ad aspettare lei; proprio lei che, ora, stava pagando anche la stanchezza per non aver dormito la notte precedente, impensierita e tormentata da quel triste presagio che ora si stava avverando.
Ma la rincuorava il fatto che i figli sarebbero arrivati a casa sani e salvi; a quel punto, qualcuno avrebbe suonato le campane per chiamare a raccolta la gente, e i paesani sarebbero certamente saliti in suo soccorso. Mentre gli amati figli sarebbero stati già al sicuro e al caldo.
Così andarono le cose. I figli sopravvissero a quella bufera e a quella vicenda, destinata però a imprimere nei loro cuori una ferita la cui cicatrice il tempo non avrebbe potuto guarire.
E qui, la realtà coincide con le ipotesi che avevo fatto nella prima parte di questo triste racconto. Elisabetta cadde per non rialzarsi più. La neve iniziò ad ammucchiarsi, quasi dolcemente, attorno al suo giovane corpo. Il finale già lo si conosce. E questa è una storia vera, una piccola grande storia di umanità. La storia di una mamma.
Nel luogo in cui Elisabetta cadde, sorge quella croce, alta meno di un metro, umile; sono passato molte volte di lì e posso dire che quasi sempre l’ho vista adorna di fiori, a volte recenti, a volte secchi di mesi, spesso raccolti nei dintorni. Sono convinto che nella maggioranza dei casi siano stati lasciati da passanti che nulla sapevano di Elisabetta e della sua tragica storia. Forse il suo spirito vaga ancora per quella valle, ora sereno e sorridente, e talvolta, a nostra insaputa, sussurra qualche parola al cuore del viandante.
Negli anni che seguirono Bartolomeo e i figli si trasferirono in Valle Ellero, dove si dedicarono al taglio della legna e, si dice, misero su una piccola falegnameria.
Come sempre, su quelle montagne le stagioni fanno il proprio corso e, ogni anno, giunge il giorno in cui la neve va a ricoprire le tinte dorate dell’erba autunnale. E il vento è il vivo respiro che libero si muove per quei sentieri e quegli antichi pascoli.

E ora che questa piccola grande storia è stata rispolverata e riportata alla luce del sole, mi sento più leggero, con addosso la sensazione che si prova dopo aver adempiuto a un qualcosa che ci si sentiva in dovere di fare. Arrivederci Elisabetta.

L’odierno Carnino Superiore
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Paolo Castellino (10 febbraio 1981) abita in un paesino a ridosso delle Langhe e opera nel settore della salute e della sicurezza sul lavoro. Volontario da oltre quindici anni sulle ambulanze del soccorso sanitario, frequenta la montagna un po’ in tutte le sue discipline, inseguendo un personale desiderio dì scoperta che lo porta a muoversi alla ricerca di angoli, linee e valloni sempre nuovi.

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Pastori si nasce. E si diventa

Pastori si nasce. E si diventa
La storia di Michele delle Scalette
di Francesco e Nanni Villani
(pubblicato su Alpidoc n. 83/84, 2012, per gentile concessione)

Pastori si nasce o si diventa? La storia di Michele Baracco ci racconta che una tale contrapposizione non sempre ha ragion d’essere. Michele pastore ci è nato. Perché quello era il suo sogno – andare dietro alle bestie – e quello poteva essere fin da subito il suo destino: i nonni hanno della terra, allevano vacche… Ma il padre di Michele fa altre scelte, si allontana da un certo mondo. Un taglio netto, difficile da ricucire. E così Michele diventa ferroviere, per quarant’anni girerà per stazioni: Torino, Chivasso, Trofarello, Carmagnola, Cuneo…

Ma il sogno, quello, basta poco a tenerlo vivo: «lo in ferrovia, mia moglie a casa a mandare avanti l’azienda agricola, trentacinque giornate di terreno nel comune di Frabosa Sottana. Tenevamo un po’ di vacche, per un certo periodo delle pecore biellesi, che richiedono molto meno lavoro. La famiglia non si è mai trasferita, io la sera tornavo e davo una mano con le bestie».

Poi viene il momento della pensione, di una nuova libertà che ti permette di fare quello che in precedenza ti sei dovuto negare: salire in alpeggio. Alle Scalette, sotto il Mondolé. E così, a un’età non proprio verde, “diventi” pastore a tempo pieno. «È successo una quindicina di anni fa, quando sono andato in pensione abbiamo deciso di buttarci. Abbiamo messo su un gregge, spendendoci tutte le energie che avevamo a disposizione».

La zona della Balma con in basso a destra l’alpeggio. Foto: Nanni Villani
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Nessun rimpianto?
Assolutamente no. Pian piano siamo riusciti a farci strada, a farci conoscere, anche grazie al fatto che facciamo buoni formaggi. I formaggi li vendiamo direttamente a casa, e poi andiamo alle fiere. Siamo anche fornitori di un negozio vicino a dove abitiamo, oltre che di tre gruppi di acquisto solidale, formati da famiglie che si mettono insieme e acquistano prodotti locali di qualità, o di agricoltura biologica… Il lato debole comunque è proprio quello della commercializzazione dei prodotti, anche perché negli ultimi anni c’è stato un calo, dato che la gente ha meno soldi da spendere. Persone che venivano da noi ogni quindici giorni a fare provvista di formaggio, ora vengono solo quando sono invitati a cena da qualche amico e vogliono fare bella figura, mentre per il resto mangiano formaggio comune.

Michele Baracco in un momento di tregua dal lavoro. Foto: Enrica Raviola.
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Consiglieresti a una giovane famiglia di imbarcarsi nell’avventura di provare a vivere di pastorizia?
Diciamo che per fare un tentativo ci devono se non altro essere i giusti presupposti. Innanzitutto si deve scegliere un posto in cui nevichi il meno possibile, perché meno nevica e più sopravvivi; poi devi avere una buona estensione di terreno sul quale far pascolare le bestie, ma anche ricavare fieno. Se hai questo, allora puoi provare a mettere su un allevamento con una sessantina di capre, e con la vendita dei formaggi riesci ad andare avanti. Diverso il discorso per l’allevamento da carne. Ultimamente c’è una certa richiesta di agnelli da parte dei mussulmani, ma loro chiedono agnelli che pesano almeno trentacinque chili, e allevare un agnello del genere per il pastore vuol dire spendere almeno quattrocento euro, a meno di non fare la mezza truffa di dargli latte in polvere e mangime, così riesci a limitare i costi. Ma se io li allevo come li ho sempre allevati, ovvero lasciandoli con la madre finché ne hanno bisogno, non rientrerei mai delle spese. Nell’82, quando avevamo le biellesi, prendevamo seimila lire al chilo per gli agnelli vivi, adesso prendiamo tre euro, e i costi di gestione sono aumentati moltissimo. Insomma, l’unico modo per salvarsi sono i formaggi. Per come la vedo io, un ragazzo che oggigiorno volesse avere le bestie, senza mungere e senza fare i formaggi non potrebbe assolutamente andare avanti…

Comunque la scelta di fare il pastore è per chi vuole ritagliarsi una vita alternativa, e non sicuramente per chi punta al guadagno. Qualcuno tira fuori che comunque ci sono i premi. Noi, con poco più di cento bestie tra pecore e capre, prendiamo duemila euro all’anno di premio, più mille euro circa di indennità compensativa per il fatto che siamo su in montagna. Non sono cifre su cui fare grande affidamento. Anche perché in molti posti gli appalti per gli alpeggi sono andati alle stelle.

La baita alle Scalette; in secondo piano i contrafforti del Mondolé. Foto: Nanni Villani
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Un problema che c’è anche qui da voi?
Recentemente il comune di Magliano Alpi ha messo all’asta l’alpeggio Seirasso spuntando una cifra quasi dieci volte superiore a quello che prendeva prima. Gli assegnatari hanno mandato su cinquanta vacche da latte che sono state alimentate a fieno e concentrati per tutta la stagione. A parte questo caso, da noi il problema è meno grave che altrove. Abbiamo fondato, con gli altri margari, una “associazione di scopo”, che permette di gestire e affittare i pascoli. Il comune di Frabosa ogni anno fa una delibera, stabilendo il prezzo dei pascoli di sua proprietà, e poi i margari associati prendono la montagna nel suo complesso e se la dividono. Per far parte dell’associazione devi essere un allevatore, quindi versare i contributi come allevatore, e devi essere residente nel comune proprietario dei pascoli. Il criterio generale è che, se un nuovo pastore vuole far parte del gruppo, gli altri sono tenuti a “stringersi”, per lo meno quanto è possibile farlo. Come associazione abbiamo in affitto buona parte del Mondolé, e siccome ce n’è un bel pezzo che non è adatto per le vacche, a noi va giusto bene. È ideale per le nostre pecore roaschine e le nostre capre, alcune di razza, altre meticce, delle quali per altro sono un grande sostenitore, perché sono particolarmente robuste e adatte al pascolo in alpeggio.

Nel periodo di alpeggio, qual è la giornata tipo?
Si incomincia intorno alle sei del mattino, e subito si parte con la mungitura. Il gregge viene poi portato al pascolo, se sei da solo il problema è che devi giostrarti tra il fare il formaggio e badare alle bestie. Verso le cinque e mezza del pomeriggio torni dal pascolo, mungi di nuovo, dopodiché metti fuori le bestie per la notte: fatto questo, la giornata è praticamente finita…

Tra pecore e capre, Michele porta in montagna un centinaio di animali. Foto: Nanni Villani.
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Che formaggi fate?
Dipende. Quando siamo a casa facciamo formaggi dividendo il latte di capra da quello di pecora: dal primo otteniamo due tipi di cagliate, quella classica e quella lattica, maggiormente cremosa, mentre dal secondo vengono fuori robiole e semicotti, una sorta di pecorino dolce. In alpeggio mettiamo tutto insieme. Il formaggio di pecora lo vendiamo intorno ai quindici euro al chilo. Non sarebbe possibile ridurre il prezzo, perché già così il guadagno è minimo. Il problema è che i nostri formaggi, molto superiori per valori nutritivi e genuinità se paragonati a quelli industriali, rispetto al confezionamento e al modo in cui vengono presentati sul mercato sono troppo poco distinguibili. Occorrerebbe da una parte un’azione volta al riconoscimento della specificità del prodotto e dall’altra un processo di educazione al consumo di chi acquista.

Operazioni di mungitura, al ritorno dal pascolo. Foto: Nanni Villani.
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Sono quasi vent’anni che il lupo è tornato nelle Alpi. La sua presenza continua a essere al centro delle polemiche…
Il lupo non è assolutamente il guaio più grande per noi pastori, è un capro espiatorio, a qualcuno fa molto comodo addossargli tutte le colpe di questo mondo, così non si affrontano seriamente gli altri problemi. Molti non capiscono che la presenza di questo animale selvatico ha una sua utilità, si ha una concezione sbagliata del pianeta, come se ci appartenesse, e in quanto proprietari noi potessimo disporne a nostro piacimento, decidendo che se il lupo non è funzionale a ciò che interessa allora è giusto eliminarlo…

Secondo te, come si può intervenire per limitarne l’impatto?
Intanto, dove il pastore è presente i danni sono limitati. Qualche tempo fa, quando il mio gregge è stato assalito da due lupi, io ero lì e urlando sono riuscito a far sì che non capitasse granché: uno dei due aveva attaccato un agnello, ma son riuscito a metterlo in fuga… Se io fossi stato altrove, loro potevano azzannarne senza problemi due o tre.

Si è parlato di dotare i pastori di “armi di dissuasione”, una cosa che secondo me potrebbe portare due risultati positivi: il primo è quello di dare una sorta di sicurezza al pastore, che sente così di poter reagire all’aggressione di un lupo nei confronti del suo gregge; il secondo è quello di dissuadere il lupo stesso dall’attaccare un gregge, spaventandolo, e creando quindi, nel suo immaginario, la figura di un uomo che sa reagire alle sue aggressioni. Se studiata in modo approfondito, potrebbe essere una buona proposta. A monte bisogna capire che cosa si intende per “armi di dissuasione”: se stiamo parlando di armi vere e proprie, ho dei dubbi che certe parti politiche vedrebbero di buon occhio la scelta di darle in mano ai rumeni o agli albanesi che stanno in alpeggio per conto dei proprietari del gregge. E in ogni caso, va anche detto che già ora ci sono pastori che se vedono un lupo gli sparano, o lo avvelenano.

Molti pastori si lamentano per gli indennizzi: troppo bassi, e arrivano sempre con enorme ritardo.
Quello degli indennizzi è un discorso difficile. Intanto non è così semplice stabilire il prezzo corretto. Ci sono bestie vecchie che commercialmente valgono trentacinque euro, e capre che ti danno novanta litri di latte al mese e dunque valgono almeno trecento euro. Per cui un indennizzo di centodieci euro, come quello che viene dato, può essere un’enormità o una cifra decisamente troppo bassa.

C’è anche un altro aspetto: non è che via un animale ne prendi un altro che ti funziona allo stesso modo. Per farti un buon gregge, ci metti sei o sette anni, e quando hai raggiunto un certo risultato è un peccato rimettere tutto in gioco perché il lupo ti ha portato via delle bestie che ti tocca sostituire. Comunque, detto che il problema esiste, con la mossa di alzare gli indennizzi si ottiene fondamentalmente il risultato di agevolare solo quei pastori che non stanno con il gregge, e che dunque corrono maggiori rischi. Senza considerare che c’è anche chi ci marcia…

Si è parlato di volontari disposti a dare una mano ai pastori in alpeggio…
Il problema è che un volontario non sta per tre mesi e mezzo con il gregge, quindi è indispensabile una rotazione, e il pastore si ritroverebbe a dover spiegare quel che si deve fare magari ogni due settimane… In più non è facile trovare gente davvero motivata.

Tu però un paio di anni fa hai avuto un’esperienza positiva con un ragazzo francese…
Sì, ma era uno che arrivava dalla scuola per pastori di Salon de Provence, era uno che aveva scelto di occuparsi di queste cose, e voleva imparare. Sono stato fortunato, dopo tre giorni aveva già capito quasi tutto. Purtroppo in Italia non abbiamo una scuola del genere. Dura un anno, alternando parti teoriche a periodi di esperienza sul campo, poi fanno una specie di stage portando le bestie al pascolo. Per la pastorizia, la Francia è un altro mondo. Una volta che sono stato là per un po’ di tempo, ho trovato parecchi ragazzi che facevano i pastori, tra cui una coppia di giovani che parlavano inglese senza difficoltà. In Francia hai un’altra considerazione.

Da noi, se fai il bergè, sai che vai incontro a una vita solitaria, hai addirittura difficoltà a trovare una moglie, e soprattutto godi di una considerazione sociale pari a zero… Prevale lo stereotipo del pastore, o del margaro, ignorante, che fa quello che fa solo perché non è capace a fare null’altro. Invece in Francia il pastore è quasi visto come un poeta, uno che ha scelto questo mestiere per stare a contatto con la natura e la montagna. Speriamo che la mentalità che c’è da noi possa cambiare: se non arrivano al più presto dei giovani volenterosi, rischiamo di morire senza che nessuno raccolga la nostra eredità…

Il ragazzo francese che per un’estate ha lavorato con Michele. Foto: Nanni Villani.
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Le prime guide alpine

Le prime guide alpine

Una vecchia cronaca del 1129 (Abbazia di Saint-Trond), riportata alla luce da Jules Brocherel (Les soldats de la neige in Augusta Praetoria, 4, 1949, pagg. 216-230), racconta di come iniziò, nel gennaio di quell’anno, l’attività dei marrons (o marronniers, o marroni). Una carovana di commercianti, a causa di una violenta bufera di neve, era bloccata da più giorni a Saint-Rémy. Passare il Gran S. Bernardo era quindi impossibile. Alcuni giovani, vestiti di pelle, si offersero per indicare il giusto cammino e per battere la pista nella neve fresca.

William Auguste Brevoort Coolidge
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Il rev. William Auguste Brevoort Coolidge riferisce che il bretone signore de Villamont, durante la salita al Rocciamelone del 1588, fu aiutato da due marrons, due vere e proprie guide che lo trascinarono in cima munito di graffes (ramponi). Secondo Coolidge furono costoro a esercitare per primi un vero e proprio mestiere di guida: infatti i compagni di Antoine de Ville sul Mont Aiguille nel Vercors potevano essere qualificati più operai militari che guide. Qualche anno prima della conquista, fu Horace-Bénédicte de Saussure a promettere una notevole ricompensa a chi fosse riuscito a salire per primo sulla vetta del Monte Bianco.

In Italia, per tutta la prima metà dell’800, il turismo alpino faticò a diventare una realtà. Tra le molte cause, la mancanza di strade e di vere locande: forse le intelligenze erano rivolte al più importante compito dell’unità del paese. Se chi si avventurava per le nostre valli era guardato con sospetto, in Savoia le ascensioni vittoriose al Monte Bianco erano salutate a colpi di cannone. E Valentin Rey, guide a mulets di Courmayeur, era costretto a far la stagione con i suoi animali a Chamonix.

Nel 1821 nacque la società delle Guide di Chamonix, mentre solo nel 1850 si fondò a Courmayeur una prima società delle guide, per di più non riconosciuta.

Un dato la dice lunga su quanto non si tenesse nel debito conto il nuovo fenomeno. Dal 1786 al 1860 furono registrate 115 salite al Monte Bianco da Chamonix. Nel 1865, e quindi solo qualche anno dopo l’annessione alla Francia della Savoia, le salite erano già 293 (ben 178 in più). Soltanto nel 1865 comparvero su un giornale di Aosta i primi appelli per l’abbellimento del villaggio di Courmayeur.

Le prime guide furono cacciatori, cercatori di cristalli o contrabbandieri. Ogni valle ebbe uno sviluppo differente della professione, ed in epoche diverse. Nel 1778 Horace-Bénédict de Saussure ingaggiò il cacciatore Jordaney, detto Patience, perché da solo si era spinto fino al Colle del Gigante. Patience fu così la prima guida valdostana. Novant’anni dopo Paolo Saint-Robert, nel 1867, assoldò il contrabbandiere Antonio Castagneri, di Balme, per avere chance di conquistare la Ciamarella.

L’abate Gorret ci racconta di come le guide, da domestici al servizio del signore, divennero presto così necessari da essere in condizione di fare il bello ed il cattivo tempo: Gorret li definì “tiranni”, e pretese a gran voce che si arrivasse ad un regolamento, come era previsto per le altre professioni.

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Nel 1865 la trattativa per i compensi era ancora diretta: Felice Giordano, per la sua campagna al Cervino, concordò 20 lire al giorno (con il bel tempo) + vitto. Ma già nel 1867 il canonico George Carrel, dopo molti episodi incresciosi, cercava di fissare delle tariffe, specificando quante guide a quanto, il numero di portatori per tot bagaglio, e definendo perfino i compensi per le attese. Seguirono accese polemiche. Nessuno era contento, tutti si lamentavano che i compensi erano esigui, oppure pretendevano la trattativa diretta. Nel 1885 Alessandro Martelli propose di abbassare le tariffe su escursioni secondarie, con la scusa ufficiale di diminuire gli incidenti incoraggiando l’assunzione di una guida per comitiva. Le guide di Alagna non accettarono per una stagione l’imposizione delle tariffe e furono sconfessate dal CAI Varallo.

Contrabbandieri sul lago gelato del Gran San Bernardo. Cartolina del fotografo Brocherel (Aosta)
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Nel 1910 Giuseppe Giacosa scrive che c’erano 150 guide attive nelle Alpi e sottolinea che raramente quello poteva essere il loro unico mestiere. Molti morivano in povertà totale, provocando accorati appelli e sottoscrizioni. Daniel Maquignaz, che lasciò otto figli nel 1910, ebbe il privilegio di uno scritto di Ugo de Amicis. E così pure Antonio Castagneri, Jean-Antoine Carrel, Joseph Maquignaz furono commemorati sempre in maniera tardiva. Nel 1888 era nato anche il Consorzio intersezionale Guide per le Alpi Occidentali: pur prevedendo questo istituto una specie di mutua si era ancor ben lontani dal riconoscere alla professione della guida la sicurezza di una duratura dignità economica. Molta responsabilità di questa ingiustizia la si dovette al luogo comune che la guida lo facesse solo per denaro. Solo in seguito si cominciò a pensare diversamente, perché gli episodi di generosità, altruismo ed abnegazione di cui si erano rese protagoniste le guide alpine erano ormai così tanti che non si poteva più far finta di niente. Come per coloro che hanno un animo nobile, l’orgoglio era la molla numero uno: anche per i clienti era così. Quando Joseph-Marie Perrod, mi pare nel 1863, dopo aver salito il Monte Bianco partendo finalmente da Courmayeur ed avendo quindi trovato un itinerario autonomo, urlò dalla vetta “cari amici di Chamonix, finalmente non abbiamo più bisogno di voi!”, in quell’urlo c’era tutto l’orgoglio di cui un uomo può essere capace. E pensare che fino a poco tempo prima i chamoniardi erano stati suoi compatrioti.

Antonio Castagneri
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