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La Stalla ovale del Qualido

La Stalla ovale del Qualido
di Giuseppe Popi Miotti

Il vecchio patriarca dei Della Mina uscì ancora una volta dalla casera nascosta fra le cascine di Cà di Sciüma, al di là del torrente e guardò verso l’alto. Di fronte a lui si apriva il ripido imbocco della Val Qualido, delimitato da un’impressionante muraglia granitica.

Sui pascoli superiori, non visibili dal basso, alcuni del clan stavano terminando i preparativi per abbandonare l’alpeggio; l’autunno era alle porte e le vacche dovevano essere riportate giù. Quello sarebbe stato l’ultimo anno di monticazione; il Qualido era diventato troppo difficile, troppo pericoloso, poco redditizio. Stavano finendo gli anni Cinquanta del ‘900 e anche fra le montagne era giunto l’ammaliante richiamo delle città, di lavori più comodi, di stili di vita meno duri che attiravano i giovani lontano dal paese.

Eppure – si trovò a pensare – quella vita, dura e rozza mi ha lasciato incancellabili ricordi. Mi dispiacerà abbandonare l’Alpe”.

La colonizzazione del Qualido da parte della sua famiglia, assumeva ai suoi occhi significati epici.

La Val Qualido. Foto: Federico Raiser
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Mentre il vento staccava le prime foglie dorate di un grande faggio, il vecchio andò con la mente a molto tempo prima, quando era ancora piccolo e tutta la famiglia si era impegnata nell’impresa. Secoli prima l’alta Val Màsino era appartenuta ai Melàt, quelli di Mello, ma anche quando, dal 1785, i confini amministrativi erano cambiati, la proprietà della valle, che aveva preso il nome del paese, era rimasta loro.

“Noi Melàt siamo gente dura e caparbia, ma nessuno si era mai sentito di affrontare l’impresa che è riuscita ai Della Mina. – pensò con orgoglio l’anziano, iniziando a ripulire una grande caldera di rame – solo noi siamo stati capaci di installare un alpeggio sul Qualido, la valle più difficile di tutte”.

Salendo all’Alpe del Qualido
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Per realizzare quel progetto c’erano voluti anni di fatiche, da parte di tutta la famiglia, compresi quelli del ramo dei “Barba”. Strofinando il pentolone, l’anziano pastore ricordava ancora i racconti del nonno e di come fossero riusciti a trovare il percorso meno difficile verso i pascoli. L’alpeggio era sufficiente per una sessantina di mucche, ma c’era un altro problema: i pendii erano esposti alle valanghe e sarebbe stato difficile costruire baite sicure. Tradizionalmente abili nello scavo e nella costruzione di ricoveri sfruttando, in parte, grossi blocchi di granito, i Della Mina non si persero d’animo. Sul lato orientale della valle, oltre il colle del Cavalet, ove la valle si divide nei due profondi valloni che piombano in Val di Mello, videro una zona di macigni. Il luogo era sicuro e ben esposto al sole. Con pazienza allargarono gli spazi sottostanti i massi più grandi, ne protessero le aperture con muretti a secco e ricavarono l’Alpe del Qualido.

Salendo all’Alpe del Qualido
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Contemporaneamente migliorarono il sentiero costruendo rampe di muri a secco su cui deposero enormi gradini di granito. Nei punti più esposti le scalinate furono protette da robusti parapetti di legno e fu costruita una casera intermedia al termine del tratto più difficile della salita, quello iniziale.

La via della transumanza partiva da Mello e, passando per Caspano, entrava in Val Màsino risalendo fino a San Martino da dove entrava nella Valle di Mello. I piccoli agglomerati rurali di Cà Rogni, Panscer, Cascina Piana, Cà di Sciüma, Ràsica, erano punto d’appoggio degli alpeggi, ma consentivano anche di prolungare la stagione grazie ai ricchi pascoli del fondovalle.

Portare le mandrie sul Qualido era un’impresa e gli incidenti non erano rari: bastava che una vacca facesse uno scarto e la caduta era fatale. Il tracciato era tanto ripido da rendere impossibile l’uso del mulo per portare i rifornimenti: la povera bestia, sovraccarica, si sarebbe ribaltata. Il problema fu risolto con stoico pragmatismo: i trasporti da Cà di Sciüma all’alpeggio si sarebbero fatti a spalla e il mulo sarebbe stato utilizzato per quelli sui pascoli.

Col tempo, i Della Mina riuscirono a guadagnare un po’ di pascolo anche nella ripidissima Val della Mazza, il ramo più stretto e impervio del Qualido, quello che scende direttamente sotto l’alpe, ad oriente del Cavalet. Poi si spinsero ancora più in là, fin sulla groppa di un grande dossone di granito, oggi noto come “Scoglio delle Metamorfosi”, dove c’era ancora erba. Sulle grandi cenge alberate da maestosi faggi, i Melàt raccoglievano legna e foglie secche per farne lettiere agli animali. Per facilitare accessi e trasporti furono allora tracciati altri sentieri, quello della Zoca di föleg (conca delle foglie) e quello detto del Ciudì, vero capolavoro d’astuzia e ardimento. Questa sorta di via direttissima, risale la Val della Mazza, superando alcune placche rocciose grazie a gradini scavati nel granito, a tronchi infissi nelle fessure a mo’ appigli e appoggi, a vene sporgenti di pegmatite che, fungendo da esili camminamenti, collegano i punti deboli della salita.

L’ingresso della Stalla ovale del Qualido
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Furono anni spesi ad ottimizzare le dure clausole di un contratto non scritto con la montagna del Qualido, ma lui, il patriarca, era fiero di quello che erano riusciti a fare. Ancor più, andava fiero della sua idea, quella del Camarun e con piacere ripercorse per l’ennesima volta le tappe di quella vicenda. Era da poco tempo diventato il punto di riferimento della famiglia quando, durante un’infelice estate, una tremenda bufera aveva disperso la mandria e le acque in piena avevano trascinato alcune bestie giù per la Mazza, fino in Val di Mello. Il danno fu immenso e non era possibile consentire che si ripetesse, tuttavia, data la grande esposizione dei pendii alle valanghe, era quasi impossibile costruire una capiente stalla. Le speranze di tutti erano riposte nel nuovo capofamiglia: ci voleva un’idea. La soluzione venne quasi per caso. Aggirandosi fra i grandi blocchi dell’alpeggio, il Della Mina scorse un’apertura sotto un grande sasso. L’antro però si chiudeva poco dopo l’ingresso. Uscito di nuovo all’aperto, il pastore prese ad analizzare il macigno, cercò di percorrerne il perimetro e con stupore si rese conto che era di dimensioni ciclopiche.

L’interno della Stalla ovale del QualidoOLYMPUS DIGITAL CAMERA

Forse – pensò – questa è la soluzione dei nostri problemi”.

Fu così che all’inizio del XX secolo si iniziarono gli scavi per ampliare la piccola apertura scoperta dal capo clan. Tutti contribuirono all’impresa: come molte famiglie contadine del tempo, anche i Della Mina erano numerosi, e sul monte si davano il cambio in dieci, dodici membri del gruppo. Non è chiaro quante stagioni di lavoro abbia richiesto l’opera; forse due, forse tre. Allo scopo fu costruita sul posto una carriola in legno di larice, ruota compresa, e fu aggiunta una slitta dello stesso legno per trascinare i massi più grossi. Le speranze crescevano, di mano in mano lo scavo si approfondiva sotto l’immane blocco di granito ma, probabilmente, nessuno di loro si aspettava ciò che emerse a lavoro ultimato: un vasto “salone” naturale che avrebbe potuto ospitare al sicuro tutta la mandria. Avevano tolto circa 600 metri cubi di terra e sassi d’ogni dimensione, ricavando un vano di forma ovale, lungo una ventina di metri, alto nel punto massimo quattro metri e largo circa sette. La grande stalla ovale fu poi rifinita con un pavimento in acciottolato dotato di scoli per i liquami; su tutto il perimetro interno fu disposta una lunga mangiatoia di larice, con fori appositi ove legare circa 50 mucche, i vitellini erano invece tenuti liberi, al centro della stalla. Alcune feritoie verso valle provvedevano a lasciar passare aria e luce, mentre tutto il perimetro, compresa la porzione interna a monte, fu chiuso con un solido muro a secco. Infine, un grosso tronco di larice, disposto in centro alla sala, quasi a sostenere il monolitico tetto, serviva a reggere un piccolo tavolato sospeso che fungeva da fienile.

“Il Camarun aveva funzionato benissimo – pensò l’anziano Melàt – ma da oggi sarà abbandonato. Peccato, perché è costato tanta fatica”.

Con semplicità il vecchio riprese le sue incombenze rivolgendo altrove i suoi pensieri, senza sapere che con quell’opera i Della Mina avevano creato uno dei più strabilianti manufatti delle Alpi.

L’interno della Stalla ovale del Qualidoqualido-001

 

Geografia e toponomastica antica e moderna
Diramazione orientale dell’alta Val Màsino, la Val di Mello è una delle più belle vallate della Alpi. Modellata dal lavoro dei ghiacciai, la valle ha un orientamento Est-Ovest con due versanti molto differenti.

Il lato destro orografico è caratterizzato da grandi pareti di granito, solcate da cenge alberate ad è inciso da quattro valli laterali (da Ovest: Val del Ferro, Val Qualido, Val di Zocca e Val Torrone) che si addentrano verso Nord, fino allo spartiacque con la Val Bregaglia. Il versante opposto è oscuro ed ombroso e le valli laterali sono più piccole e corte. Ad Est la valle è chiusa da un vasto anfiteatro, dominato dalle vette del Monte Pioda 3431 m e del Monte Disgrazia 3678 m.

Delle quattro citate, la Val Qualido è la più piccola e selvaggia. L’imbocco è formato da due profondi valloni paralleli, incisi fra alte pareti granitiche. Il solco occidentale, delimitato dall’altissima muraglia del Qualido, è quello principale; quello a Est o Val della Mazza, è assai più stretto ed incassato. Questi due valloni, separati dalla costiera della Mazza, oggi più nota come “Mongolfiera“, si uniscono a circa 2000 m, confluendo nella sella prativa del Cavalet. Da qui la valle si apre in un ampio pascolo per poi morire in un anonimo punto senza cime dello spartiacque. Il margine orientale della Val Mazza è formato dalle due grandi strutture sovrapposte oggi note come “Bastionata dei Dinosauri” e “Scoglio delle Metamorfosi”. I toponimi moderni, ormai entrati nell’uso comune, risalgono agli anni fra il 1970 e il 1975, quando la Val di Mello e le sue pareti divennero uno dei maggiori centri italiani di arrampicata. I giovani scalatori trovarono simpatico identificare vie e formazioni rocciose con nomi di fantasia, un po’ più poetici di quelli in uso secolare presso gli abitanti della valle. Il tutto fu comunque fatto nel pieno rispetto della storia e delle tradizioni, senza voler cancellare il passato.