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Pier Luigi Bini e il Vecchiaccio

«… Pierluigi saliva e scendeva dappertutto: prime solitarie, prime ripetizioni a tempo record, concatenamenti (fino a dodici vie in giornata al Gran Sasso…), qualche prima invernale e soprattutto nuove vie aperte con criteri completamente differenti da quelli di tutti gli altri. Non aveva tabù… (Massimo Marcheggiani)»

Pierluigi Bini
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Pierluigi Bini e il Vecchiaccio
di Luca Bevilacqua
(già pubblicato il 17 dicembre 2010 su climbing pills)

Mi viene ancora da ridere solo a pensarci.
Io arrivavo all’attacco della Micheluzzi al Piz Ciavazes e c’erano dei Ragni di Lecco, molto giovani, dovevano essere diventati “ragni” da poco, tant’è che era la prima volta che scalavano nelle Dolomiti.
Non dovevo sembrare uno scalatore vero, sembravo più un “passeggiatore”, con una magliettaccia, le scarpe da ginnastica; loro invece erano pronti, là, col maglione, la salopettina, l’imbragatura già messa. “Arrampichi solo?” mi chiesero gentilmente. “No, sto aspettando il mio collega”, ho risposto, pensando “capirai, adesso che vedono il Vecchiaccio…”. Vito arrivava sempre mezz’ora dopo, con comodo, perché gli mancava mezzo polmone. Loro intanto hanno attaccato la via. Poi è arrivato Vito, con le buste di plastica, dentro le quali aveva messo un po’ di attrezzatura, la marsala, qualcosa da mangiare. Butta tutto a terra e apparecchia una specie di picnic. Li guarda e dice: “Mi sembra di conoscerlo questo maglione, col ragno”. Sembrava una presa in giro e intanto consumava il suo banchetto. Poi ci mettiamo all’opera.

La parete sud del Piz Ciavazes
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Io ero allenatissimo in quel periodo, andavo su a tutta birra, Vito come sempre era un fulmine; li abbiamo ripresi subito, poi sorpassati e loro erano tra il divertito e lo stupefatto. Più in alto abbiamo raggiunto una cordata di tedeschi che hanno guardato Vito chiedendo: “Carlesso (un famoso alpinista dolomitico degli anni ’30)?”. “Ja, ja”, abbiamo risposto. Figurati Vito, si è messo a fare tutta la scena, si è fatto fotografare. Arrivati al traverso della Micheluzzi, guardo in basso e vedo uno che arriva, con la maglia gialla, i pantaloni verdi, un cappelletto con la piuma e le EB. Slegato (è Heinz Mariacher, fortissimo arrampicatore austriaco che ha scorrazzato per le Dolomiti in quegli anni con spirito dissacratorio, desiderio di ricerca e grandi qualità tecniche e mentali, rivoluzionando – assieme ad altri – il modo di salire le montagne). Ci ha sorpassato facendo delle piccole varianti sulla traversata. Incredibile, scalava come un ballerino. I ragni di Lecco, poveracci, quando li abbiamo incrociati quella sera a Passo Sella, ci hanno confessato che quella era la loro prima volta nel massiccio, e sarebbe stata anche l’ultima: “Qui in Dolomiti succedono cose strane! (Pierluigi Bini)”.

Orsaroles. Da sinistra a destra: il Vecchiaccio, Pierluigi Bini, Luisa Jovane e Heinz Mariacher
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Pierluigi Bini, ragazzo di borgata romana, piuttosto che a giocare a pallone, si diverte a fare l’alpinista.
Negli anni ’70, quando l’alpinismo ufficiale, secondo i modelli consacrati, si faceva nell’Himalaya oppure nelle Alpi, e gli unici alpinisti ampiamente conosciuti erano Bonatti, Compagnoni e Lacedelli, pratica un suo fantasioso “alpinismo” prendendo ispirazione da foto dei vecchi gloriosi apritori di vie pubblicate su libri e dizionari. Insieme all’amico Raffaele Bernardi, si cimenta da prima in ustionanti calate usando corde da cantiere per poi lanciarsi in una serie di “prove” dove ogni contesto si dimostra valido per arrampicare, tutto quello che la borgata romana di Torre Maura può offrire: ponteggi, alberi, tubi del gas appoggiati alle case, scarpate di tufo o muri di cemento costruiti a ridosso dell’autostrada…

Eravamo scavezzacolli di borgata, salivamo sugli alberi, e poi abbiamo visto sull’enciclopedia le foto degli “scalatori”, queste corse rosse, un uomo in spaccata col ghiacciaio sotto, e allora c’è balenata l’idea di provare: “Perché non facciamo gli scalatori anche noi?”. Mio padre, che era preoccupato perché il figlio si era fissato con le corde, arrampicava sotto i ponti e non andava più a scuola, chiese consiglio ad un amico che lo indirizzò al CAI: “Così gli insegnano qualcosa, altrimenti s’ammazza, e poi vedrai che gli passa”!
E così sono finito in via di Ripetta, dove c’era la sede del CAI di Roma. Ci portarono per prima cosa a sciare, a Campo Staffi, ma io volevo scalare. Poi a fare le gite sociali, con tutti i vecchietti, che si lamentavano di questi ragazzini che scappavano sulle rocce; a un certo punto ci siamo rotti le scatole, facevamo finta di partecipare alle gite domenicali in pullman e invece scappavamo alla stazione Termini e prendere il treno, che partiva dal binario 8 alle 7.22 per Pescara, discesa alla stazione Marcellina, tutta la strada a piedi fino al monte Morra, con un cordino da 7 mm perché non avevamo altro
(Pierluigi Bini)”.

Quel rischioso “gioco” dei ragazzi, contestato da preoccupati genitori, trova una prima cittadinanza concreta con l’iscrizione ai corsi del CAI di Roma. Dietro lo scudo dell’escursionismo scolastico, Pierluigi e i suoi amici possono raggiungere il Gran Sasso con l’intimo desiderio di esplorarlo “in cordata”.
L’istruttore preferito dei corsi di roccia diventa per Pierluigi il giovane polacco Rys’ Zaremba, l’unico che non usava i rigidi scarponi di cuoio preferendo invece leggere scarpe da tennis muovendosi in aderenza con tranquillità su passaggi dove gli altri trovavano difficoltà.

Dopo ho fatto il corso CAI, con la giornata conclusiva al Gran Sasso, la salita di notte alle Fiamme di Pietra, con la luna piena e ancora la neve. In quella occasione ho salito la via Valeria, al campanile Livia e lì ho conosciuto Rys’ Zaremba. Lui notò che arrampicavo bene e l’anno successivo mi propose di andare in Dolomiti con lui. A me sembrò di toccare il cielo con un dito, Rys’ era un mito per me, era diverso dagli altri, fuori dalle righe, faceva le vie slegato. Quindi il 1975 fu il mio battesimo in Dolomiti, avevo un maglione con la striscia rossa e blu (Pierluigi Bini)”.

Bini con Rys’ Zaremba al bivacco Dal Bianco in Marmolada
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Bini non ha una lira in tasca, come tutti i ragazzi di allora, ma la sua passione lo spinge, tra mirabolanti peripezie, alla conquista delle vette e delle pareti più impegnative con imprese degne di nota. Egli dimostra che le teorie di Messner sull’arrampicata libera possono essere messe in pratica anche da un ragazzo che vive lontano dalle Alpi e che aggredisce la roccia in Superga (per poter avere il piede più adattabile).
E’ una svolta per l’approccio alla montagna, non solo dal punto di vista filosofico (un alpinismo che si fa divertente, ludico, scanzonato), ma anche da quello tecnico (con l’idea di salire leggeri e comodi per agevolare movimenti del corpo e gestualità tecnica). Tipico dello “stile Bini” era anche il concatenare molte solitarie in una giornata, alternando salite e discese.

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Per anni Pierluigi concatena sulle Dolomiti, come sul Gran Sasso, vie di straordinaria estetica e tecnica, suscitando la simpatia e l’ammirazione degli alpinisti più forti della sua generazione. Fra il 1976 e il 1980 (16-20 anni) Pierluigi compie un’eccezionale serie di prime solitarie su tutto l’arco delle Dolomiti, fra cui la via dei Fachiri, la Detassis al Croz dell’Altissimo e la Gogna alla Sud della Marmolada.
E’ una passione cocente, totalizzante che lo porta ad abbandonare la scuola e a fare dell’alpinismo la sua unica occupazione per interi anni.

Bini è, a suo modo, un rivoluzionario e dunque, come tutti i rivoluzionari, è un radicale. Lo è però con una straordinaria modestia e con una grande semplicità che lo portano ad alternare le arrampicate con grandi campioni dell’alpinismo a uscite con neofiti sconosciuti o vecchi amici dilettanti della montagna.

Emblematica in questo senso è la sua amicizia con Vito Plumari, un anziano bidello di scuola, siciliano, reduce dalla campagna di Russia (da cui si porta in dote congelamenti e tubercolosi), felliniano outsider dalle mille stramberie:

Ho iniziato a scalare nel ’74, con un gruppetto di ragazzini e poi ho continuato con Vito, all’inizio solo perché lui aveva la macchina e noi eravamo appiedati, poi è nato l’affetto che ci ha unito su così tante salite (Pierluigi Bini)”.

Nella figura di questo “Vecchiaccio” come viene affettuosamente soprannominato da Bini, si concentra la provocazione all’immagine ovvia del prototipo di climber. Nascerà una ventennale amicizia tra queste due persone così diverse che hanno in comune il desiderio di vivere la propria vita come un’avventura e, in questa loro ricerca, la montagna offre un terreno inesauribile.

Vito Plumari, il Vecchiaccio
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Il Vecchiaccio a Yosemite
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Heinz Mariacher definì il Vecchiaccio: “l’unico vero alpinista, quello che arrampica per se stesso solamente, uno sciamano alla stregua del Don Juan dei libri di Castaneda.” Altri che l’hanno conosciuto lo accostano ai personaggi di Pian della Tortilla di John Steinbeck. Le sue vicende sono quelle che ogni adolescente vorrebbe vivere dal momento in cui comincia ad assaporare l’avventura dopo aver letto ne L’isola del Tesoro di Jim e del pirata Long John Silver: sono le storie corsare di chi, guidato dalla voglia di vivere e di libertà, riesce a spremere il meglio della vita senza mai tradire se stesso.
Al Vecchiaccio è dedicata una delle vie più famose di Pierluigi, la Via del Vecchiaccio appunto, sulla Seconda Spalla del Corno Piccolo, al Gran Sasso; al momento dell’apertura (1977) il tiro chiave della via era il più difficile aperto al Gran Sasso, un traverso di VI grado in placca senza protezioni intermedie.

Pierluigi Bini in apertura sulla Via del Vecchiaccio al Gran Sasso
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Per una serie di vicende particolari, come d’altronde tutta la sua vita, Plumari, deceduto nel 1996, è stato inumato solamente nel 2006 durante una commemorazione in cui l’emozione si è ben presto trasformata in una festa del ricordo, della persona, e della sua eredità umana. Il cortometraggio Lo Sciamano della Montagna è un ricordo di questo personaggio che l’autore del libro Rotti e stracciati ha deciso di pubblicare sul web.

Questa giornata di commemorazione per il Vecchiaccio è stata organizzata da Pierluigi a Collelongo, paesino della Marsica divenuto patria adottiva di Vito, a testimonianza del suo affetto per questo vecchietto strampalato e affetto dal Parkinson, che a 60/70 anni “giocava” sulle pareti dolomitiche, vestito da capo indiano, oppure in sella alla sua “bestiola” a due ruote.
Ricordare Vito è un invito per tutti, giovani e anziani, a prendere la vita così come viene, e a coglierne l’aspetto positivo anche quando la si è vissuta in modo difficile, molto difficile, com’è stato per il Vecchiaccio.
Durante la giornata, organizzata in stile giocoso e scanzonato, in perfetta sintonia con l’indole del festeggiato, si è svolta anche la scalata al campanile della chiesa, lungo la via Celestina, attrezzata per la bisogna dall’instancabile Pierluigi (3 tiri di corda su roccia da ottima a friabile, che comportavano percentuali di stanchezza dal 20 al 40 %), in cui si sono cimentati alcuni dei convenuti.

La via “Celestina” e Pierluigi Bini in “apertura”
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E poi? Il libro Rotti e stracciati finisce d’improvviso, con una cesura netta che lascia un punto interrogativo.

Mi sono fermato perché ci sono anche altre cose: le macchine sono diventate la mia grande passione, andavo a correre. E poi le donne, ho cominciato a vestirmi meglio, a civilizzarmi. E infine mio padre, con questa storia del lavoro. Da un certo punto di vista sono contento, perché sono tornato alla normalità, altrimenti cosa avrei fatto, se avessi solo arrampicato.
Io non ho mai smesso del tutto, però non l’ho più fatto a quei livelli perché ero diventato un maniaco, forse ero anche nauseato, non potevo continuare a quei ritmi: sempre più vie, sempre più solitarie, sempre più veloce. Come sarebbe andata a finire…? Su cose estreme. Quando ho visto le foto di Tone Valeruz (sciatore estremo) gliel’ho chiesto: “Ma che stai cercando, la morte?”. E’ brutto fermarsi, certamente, ma io ho deciso di uscire da questo mondo, il lavoro mi appassionava di più
(Pierluigi Bini)”.

A molti può apparire incredibile come una persona animata da un talento e una passione così forti possa avere smesso, ma… la storia non finisce qui.

Dopo essersi ufficialmente “ritirato” dall’alpinismo di punta, Pierluigi ha continuato a ripetere molti grandi itinerari delle Dolomiti e del Gran Sasso, e a tracciare itinerari di alta difficoltà su pareti sconosciute dell’Appennino ma anche sulle Tre Cime di Lavaredo.
E infatti, solo per fare un esempio, chi lo conosce ha detto, poco dopo la festa di commemorazione per Vito: “quando madre Natura ti dà classe e talento, non disgiunti da grande passione e modestia, queste qualità te le porti tutte dietro, e per sempre. Il libro, in quanto tale, finisce “di brutto” perché Piero Bini ha scritto quelle pagine irripetibili di storia dell’alpinismo in un arco di pochi anni (come quasi tutti i Grandi), a fine ’70, ma Pierluigi in questo momento è dalle parti del Civetta a fare quel che più gli piace, facendolo – come sempre ha fatto – con grande umiltà e discrezione, solo per se stesso e per le persone a lui più vicine“.

Uno dei più forti arrampicatori romani della generazione successiva, Stefano Finocchi ne parla così:“Dunque era Pierluigi Bini il mio mito, detto Piero, dal ’75 all’80 fece tutto, ma veramente tutto. Nuova concezione dell’arrampicata, velocità, allenamento, forza erano queste le sue doti, fino ad allora niente di simile o avvicinabile c’era stato. Lui si allenava come si potrebbe intendere adesso, traversi sui muri con sovraccarichi, trazioni, boulder a Ciampino (scoperta da Piero), vie slegato al Morra in salita e discesa, si diceva che facesse 2000 metri di scalata in un giorno… allucinante se ci pensate.
Era a un altro livello.
All’epoca (anni ’80), nella saletta della SUCAI, dei giovani ragazzi già maggiorenni avevano capito che per diventare forti bisognava fare come Piero, ed infatti loro lo facevano.
Erano Paolo Abbate, Maurizio Tacchi, Marco Forcatura e Luca Grazzini, il Picone, Camplani, Marco Re; ma loro erano già grandi e io ero piccolo (15/16 anni) quindi mi ritrovai con il Medio Verme e Gaston ad arrampicare insieme.
Lì conobbi Nicola D’agostino che fu per circa due anni il mio compagno d’avventura.
Apro una piccola parentesi dicendo che ci fu una pausa di qualche mese che mi fermò nell’arrampicata, la mia caduta al Morra giù per la Marco (IV grado), frattura della tibia, tre mesi fermo.
Penso che nella storia dell’arrampicata sportiva romana si debba dedicare un piccolo capitolo a Piero, perché la sua mentalità all’epoca era avanti anni luce rispetto al resto del mondo dell’arrampicata.
Non c’erano muri artificiali, non c’erano vie spittate, non c’erano i materiali di ora, ma nonostante ciò lui con le Superga ai piedi (non esistevano scarpette) saliva in apertura vie di 6a sulle lisce placche del Gran Sasso o nelle Dolomiti, quindi una nuova mentalità.
Io quindi mi ispiravo a Piero pur non conoscendolo, anzi… penso che già aveva rallentato parecchio quando io iniziai. Si andava a Ciampino a fare boulder e arrampicare slegati, al Morra in 5/6 uno dietro l’altro slegati a fare metri (io al max feci 1500 mt in un giorno) sempre con i Vermi, Nicola e i grandi (Tacchi, Abbate etc…) e li ci si incontrava un po’ tutti il gruppo dei pazzi (il Dibba, Ciato er Vitale, Pennisi), tutti con la tutina rossa.
Mi ricordo che io e Nicola andavamo spesso a fare bouldering al Teatro Marcello… sì sì proprio lì, sul travertino bianco antico, bello, bei blocchi e belle fughe con il vigile urbano che ci inseguiva.
Okkei ora vi ho spiegato un pochettino la situazione romana nei primi anni ‘80. Piero l’oracolo, ragazzi arrampicatori già forti e con alle spalle – se pur appena maggiorenni – quantità di vie fra il Gran Sasso e le Dolomiti, degne di un accademico (Tacchi, Abbate, Grazzini, Forcatura, Camplani, Re, Picone, Monti).
Noi piccoli (Gaston penso fosse il più grande, 17 anni) in pieno delirio ormonale con il vero fuoco che ci bruciava dentro e la voglia di scalare a manetta
(Stefano Finocchi)”.

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Fonti principali:
L’Appennino Meridionale – 2006, anno III fascicolo II,  recensione di Pia Hullmann  al libro Rotti e stracciati;
ALP Grandi MontagneGruppo di Sella, intervista a Pierluigi Bini a cura di Fabrizio Antonioli e Francesca Colesanti;
http://koalaciarliero.blogspot.com/2008/08/rotti-e-stracciati-ma-straordinari.html;
Stefano Finocchi su Fuorivia e Bruno Moretti su Planetmountain;
Sciampliciotti, Alberto, Rotti e Stracciati, Centro Documentazione Alpina, Collana Le Tracce.

Alcuni commenti (al post originale):
Fabrizio Rodolfi (5 maggio 2011): “Mi vengono in mente due aneddoti: il Vecchiaccio seduto fuori dalla “mitica” baita del Gigi e della Berta al Ciavazes , seduto con loro due e con Sandro Pertini ( allora Presidente della Repubblica) che discutevano tutti e quattro animatamente , ma molto animatamente , non mi ricordo più di cosa e noi che ridevamo vedendo loro quattro , trecento anni in totale , che si infervoravano come dei ragazzini e poi improvvisamente la pace davanti ad una tazza di caffè. Il secondo io ero sullo spigolo Abram con la Monica e il Nane ed al traverso tutto preso ed incasinato sulle staffe arriva Piero che con “non chalance” mi passa sotto senza toccare un chiodo seguito a ruota da Vito che invece si attacca ai chiodi a cui ero attaccato io facendo un casino tremendo e a mò di scusante guardandomi mi dice : “Scufa , scufa ma fai fe non ci aiutiamo tra noi handicappati (a me manca un braccio)” ti lascio solo immaginare la mia risposta”.
Marco Re (13 settembre 2011): “Insonne, girando su internet per cercare altri ricordi del carissimo amico fraterno Marco Forcatura mi sono imbattuto in questo interessante scritto… ed in un attimo mi sono tornate in mente le giornate alla baita con i cari Gigi Grigato e Berta… ed alle enormi quantità di burro che con Giampaolo eravamo in grado di consumare… e poi Vito di cui l’odore inconfondibile mi è subito tornato al naso… le spese proletarie nei supermarket e l’autostop da Roma… la lunghissima Maestri alla Roda di Vael… giornate piene di luce… non so quanti hanno avuto la fortuna di vedere tanta luce…”.

 

Articolo degli anni ’80 che parla di Pierluigi Bini e dei “ragazzacci” della generazione appena successiva
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In falesia come in montagna

In falesia come in montagna
di Angelo Monti
(già pubblicato su Annuario CAAI 2014-2015)

Negli anni ’70 non si andava come oggi “in falesia e/o in montagna”, ma “in falesia COME in montagna”, sulle “grandi classiche” come sulle “pareti sconosciute”. La semplicità di azione di allora, scaturiva da una atmosfera irripetibile.
Ecco la testimonianza di Angelo Monti, che con Pierluigi Bini, Massimo Marcheggiani, Giampaolo Picone, Paolo Abbate e il fatidico Vito Plumari, ha formato “quel mitico gruppo” di scalatori romani fortissimi e modesti (Redazione
Annuario CAAI 2014-2015).

Angelo Monti
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Cominciai ad arrampicare il primo ottobre 1977, a diciassette anni; a quei tempi il primo di ottobre era il giorno in cui iniziavano le scuole: per me ebbe inizio soprattutto la mia storia coll’alpinismo.

Quel giorno, per la prima volta, mi legai al capo di una corda. All’altro capo si legò Pierluigi Bini, un mio coetaneo, che avevo conosciuto la sera prima nella pizzeria di via dei Giubbonari a Roma, un locale dove i ragazzi dell’Alpinismo giovanile del CAI di Roma amavano ritrovarsi saltuariamente il venerdì sera. Seppur di un solo anno più grande di me, Pierluigi era già considerato un veterano dell’arrampicata, un ragazzo prodigio dell’alpinismo su roccia: in un paio di anni aveva ripetuto nelle Dolomiti più di cento vie classiche, compreso il Diedro Philipp sulla Nord-ovest del Civetta in sette ore. Quella sera confessai al nuovo amico il sogno di scalare una vera parete con corda e moschettoni, e lui senza pensarci due volte m’invitò il giorno dopo ad andare ad arrampicare insieme al Monte Morra, la palestra di roccia più importante e frequentata del Lazio in quegli anni.

Così la mattina seguente, invece di recarci a scuola, ci avviammo verso il Morra che raggiungemmo dopo un viaggio in autobus di quasi due ore e un avvicinamento a piedi altrettanto lungo. Non avevo ancora mai visto nessuno arrampicare, e quando vidi Pierluigi salire in pochi secondi, con estrema velocità e disinvoltura, la nostra prima via di quarto grado alta 30 metri, pensai che fosse quello il passo consueto di ogni arrampicatore. Ebbi perciò un senso di profonda frustrazione quando toccò a me salire, avevo impiegato oltre dieci minuti per raggiungerlo, ma soprattutto avevo fatto una fatica bestiale. Dissi a me stesso che avrei rinunciato per sempre a praticare questo sport, ero convinto di non esservi portato. Con mia grande sorpresa fui invece consolato dal mio capocordata, il quale ebbe nei miei confronti parole di elogio: secondo lui, per essere stata la mia prima volta, ero andato bene. Qualche ora più tardi, vedendo all’opera un’altra cordata che procedeva più lenta di me, mi sentii ancor più risollevato. Compresi in quel momento che Pierluigi era una specie di Mennea dell’arrampicata.

Angelo Monti
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Se esistevano le rivalità? Esistevano eccome, però Bini era talmente superiore a tutti e riconosciuto tale, che nessuno si azzardava a competere con lui, la vera rivalità si manifestava più che altro verso noi suoi “discepoli’ di rango inferiore.

Passarono dei mesi in cui mi consacrai completamente a questa attività, cominciai a scalare da primo di cordata tutte le vie di quinto grado della nostra palestra di roccia. Iniziai pure a leggere i libri di Messner e Bonatti, sognando ad occhi aperti il giorno che avrei scalato anch’io le grandi pareti delle Alpi. Pensavo quasi con ossessione alle stupende sensazioni ed emozioni che quelle ascensioni mi avrebbero fatto vivere. Lassù in alto, sarei stato libero di muovermi a contatto con il cielo, libero di spaziare con lo sguardo sopra abissi di vuoto, questo era ciò che cercavo nell’alpinismo.

Il pomeriggio, dopo aver adempiuto agli obblighi scolastici, ci trovavamo con qualche altro compagno di arrampicata sotto il cavalcavia stradale del Grande Raccordo Anulare di via Casilina: Pierluigi aveva scavato appigli e appoggi su una delle pareti verticali del ponte, in un angolo della periferia di Roma in cui regnavano solamente frastuono e gas velenosi. Lì arrampicavamo, con i treni e le auto che ci passavano accanto, con i passeggeri che dai finestrini ci urlavano contro gli insulti più coloriti!

Pierluigi Bini sulla via del Vecchiaccio, Seconda Spalla del Gran Sasso. Foto: Fabrizio Antonioli
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Noi però non temevamo né lo squallore né gli improperi della gente, ci preoccupavamo soltanto di riuscire a concatenare in successione, senza staccarsi mai dal muro, tanti singoli passaggi, un movimento dopo l’altro, migliorare la propria resistenza di braccia, la propria intelligenza motoria ogni giorno di più. Non portavamo scarponi rigidi ai piedi ma scarpette da tennis, non indossavamo pantaloni di velluto alla zuava e camicia a quadri, ma tute da ginnastica logore e impolverate. Anche in montagna arrampicavamo come se stessimo al Monte Morra, leggeri senza zaino in spalla, senza portare giacche a vento pesanti e ingombranti, ma solamente un k-way allacciato alla vita. Finita una salita, spesso se ne iniziava subito un’altra, fino a percorrere settecento, ottocento metri di dislivello di quinto e sesto grado in una giornata. Si faceva affidamento principalmente sulla velocità, sulla capacità di salire senza indugio e senza interruzioni di ritmo, su qualunque genere di difficoltà. Per riuscire bene in questo bisognava arrampicare al ponte ogni pomeriggio per ore e ore, stancarsi fino allo sfinimento; il libro di Messner Settimo grado era il nostro vangelo, predicava la dura disciplina dell’allenamento quotidiano.

Col rinsaldarsi della nostra esperienza in montagna ci si recava alla stessa stregua sia sulle grandi pareti difficili e importanti storicamente, sia sulle pareti impercorse, a seconda dell’ispirazione. La salita con Pierluigi al Sass dla Crusc, forse perché effettuata tutta da secondo, non ha lasciato in me ricordi particolari, sono altre le salite che non dimenticherò mai, soprattutto per il sopraggiungere di temporali, fulmini, frane e quant’altro.

Era il finire degli anni ’70, era l’alba di un nuovo modo di andare in montagna, un nuovo modo di fare alpinismo, di lì a breve sarebbe sorto il Nuovo mattino, con tutti i suoi personaggi e tutti i suoi protagonisti votati totalmente all’arrampicata libera, un nuovo gioco, fine a se stesso, da intraprendere con sacchetto della magnesite e scarpe d’arrampicata a suola liscia, un gioco esente dalle tensioni generate dal grande alpinismo, da praticare soprattutto nelle rassicuranti falesie e sui massi di fondovalle, che da quel giorno spuntarono ovunque come funghi. Nonostante il vento di cambiamento in quegli anni soffiasse forte sulla concezione dell’alpinismo, io continuavo a subire il richiamo irresistibile delle cime immutabili. Attratto sempre più dai tramonti e dalle albe, aspettavo lassù in alto il sorgere del sole. Scoprii così l’incantesimo del buio che incontrava la magia della luce, e quello rappresentò il mio nuovo mattino.

Vito Plumari, il Vecchiaccio
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Flash di alpinismo 7

Flash di alpinismo
Citazioni, impressioni e immagini – parte 07 (7-13)
di Massimo Bursi

Ego
Certo, sono uno stronzo egocentrico, ma avere un ossessione non è una cosa facile da condividere con qualcuno (Marc Twight).

Cosa c’è di peggio del carattere di un alpinista?
E’ noto che gli scalatori sono esseri bugiardi ed inaffidabili, pur di andare ad arrampicare si inventano qualsiasi bugia con il proprio partner, lasciano i propri bambini parcheggiati in campeggio per qualche ora, sperando che tutto fili senza intoppi e gli arrampicatori non facciano ritorno a notte.
Si potrebbe spiegare questo concetto con una uguaglianza: scalatore uguale essere egocentrico, focalizzato solo sui suoi obiettivi e sul proprio noioso curriculum di vie.

Questa definizione è un dato di fatto: basta salire un sabato sera in un qualsiasi rifugio delle Alpi ed ascoltare le conversazioni di questi intraprendenti uomini delle arrampicate: io, io, io, io…

I protagonisti della sfida alla montagna potrebbero avere un piccolo problema fisico, che ne so… un taglietto al dito o un dolore alla spalla che sta rovinando la stagione, ma che non li fermerà, anzi sono disposti ad andare da qualsiasi specialista e spendere una fortuna pur di avere il fisico perfetto.
Sono tutti ossessionati.
Tutti hanno almeno una via che avrebbero voluto fare e che per una qualsiasi ragione non hanno mai fatto e si trasforma in ossessione.
Ad esempio, la mia ossessione si chiama diedro Philipp-Flamm al Civetta: quel fine settimana che dovevo andare a farlo c’era un banale impegno. Purtroppo ho perso l’occasione per sempre! Ora tutti a casa mia conoscono la mia ossessione.

Un compagno di vita scalatore, è il peggior errore che una donna possa commettere.

Curiosa immagine di Claudio Barbier in Belgio a Freyr. Claudio Barbier è stata una personalità controversa e molto egocentrica del panorama alpinistico europeo degli anni sessanta: totalmente centrato su se stesso e sul suo gesto arrampicatorio, formidabile ripetitore, non riuscì ad affermarsi come scalatore che abbia aperto nuovi itinerari.
Leggendo i suoi scritti si ha l’impressione di una personalità romantica ma disturbata.
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Il parco giochi
Le Alpi nel cuore dell’Europa rappresentano un’oasi di contraddizione che si contrappone allo scarso fascino delle città opulente riproponendo le cose grandi: la fatica ed il pericolo (Eugene Guido Lammer).

Lammer ripropone il tema della fatica e del pericolo come la benzina dell’alpinista. Quello che uccide non è il pericolo, ma la vita piatta ed opulenta della pianura.
Gli scalatori fuggono dalla pianura; in montagna hanno paura della verticalità e non vedono l’ora di finire la propria salita per tornare in pianura e mescolarsi con gli uomini di pianura.
Gli scalatori, come gli uomini in generale, sono un insieme caotico di contraddizioni e le vicine Alpi non ci aiutano a scioglierle.

Ora le Alpi sono un grande parco giochi: d’estate fai alcuni tiri di corda e poi torni in corda doppia, d’inverno ti puoi divertire sulle cascate di ghiaccio o a scendere con lo snowboard. Ed ogni giorno migliaia di persone partono con i propri scarponcini da trekking d’estate o con le racchette da neve in inverno, per ritagliarsi la propria avventura.
Un’avventura con tanti pericoli o con pericoli controllati, ma sempre un’avventura in un grande parco giochi.

L’uomo ha sempre bisogno di un parco giochi. L’uomo pensa di esplorare spazi sterminati, ma quando dall’aereo vedi le cordate muoversi come formichine sulle creste, da una parte all’altra delle Alpi, allora capisci che il grande orizzonte e che l’ignoto sono semplicemente quello che il tuo sguardo non riesce a vedere.
Ognuno si ritagli il proprio parco giochi: un masso per il boulderista, una falesia per il falesista, una parete per lo scalatore, una valle per chi cammina, un’intera montagna per chi chiamano alpinista.

Alla fine sono tutti bambini che giocano al parco giochi.

L’ultimo, alla sera, chiuda il cancello!

Sull’Half Dome in Yosemite si trova questa particolare e stretta cengia chiamata del ringraziamento divino (Thanksgiving God). Pascal Etienne, ripreso in questa immagine, non sembra convinto del gioco che sta facendo.
Flash-129Allenamento inglese
Il miglior allenamento era andare al pub, bere 3 birre e parlare di arrampicata (Ron Fawcett).

Ron Fawcett, assieme a Pete Livesey, alla fine degli anni ’70, ha rivoluzionato il mondo dell’arrampicata inglese ed europea, introducendo il concetto di allenamento specifico ed intensivo per l’arrampicata.
Ron Fawcett, affermava che non poteva arrampicarsi sulle Alpi poiché se incappava in una perturbazione non poteva stare bloccato per il cattivo tempo per due o tre giorni, senza arrampicare, rischiando quindi di perdere la forma fisica.
Row Fawcett arrampicava in continuazione e quando arrivava in falesia arrampicava in cordata o da solo, dalla mattina fino a sera compiendo decine e decine di vie estreme in solitaria.
In un’epoca in cui gli scalatori si confrontavano ancora sulle grandi pareti, lui preferiva giocare sulle pericolose falesie inglesi o scendere in Verdon, al sud della Francia, per percorrere splendidi itinerari di calcare perfetto.
Eppure l’allenamento migliore avveniva al pub!

Se sei un forte scalatore, non prenderti troppo sul serio!

Ron Fawcett in arrampicata in Verdon. Alla fine degli anni Settanta l’arrampicata inglese era sicuramente avanti rispetto all’arrampicata del resto dell’Europa.
Flash-128A vista
Anche per quest’anno questa via l’ho fatta “a vista” (riferita da Emanuele Kinobi Pellizzari).

Chi va ad arrampicare spesso mitizza i grandi scalatori, le loro imprese e le loro gesta.
Ecco quindi una scalata a vista: ti avvicini alla parete, la vedi e la scali pulito, senza toccare i chiodi e senza altri sotterfugi: così nasce un’impresa da rivista.
Purtroppo per il concetto stesso di arrampicata a vista, tu non puoi ripetere serialmente una scalata a vista” sulla stessa parete più volte: è una contraddizione tautologica.
Quindi se tu vai sempre ad arrampicare nella stessa falesia e conosci i passaggi chiave a memoria non puoi più parlare di arrampicata a vista.

Proviamo ad allargare un po’ il concetto di arrampicata con stile: sei riuscito ad arrampicare bene? Hai fatto il passaggio con stile? Sei passato anche quest’anno a vista? E sia così!
Io rivendico il diritto che queste definizioni, quali l’arrampicata a vista, valgano non solo per i grandi, ma possano essere estese ed allargate anche per i peones dell’arrampicata che devono potersi divertire con queste definizioni che suonano così bene quando arrivi al bar a ordinare la birra.
Al diavolo le definizioni che vogliono porre ordine a questa caotica matassa di idee che c’è intorno all’anarcoide mondo dell’arrampicata.

Viva l’arrampicata a vista con cadenza annuale ed ogni volta che tu lo desideri.

Ivan Guerini in dialogo con una farfalla. Pochi capiscono quello che Ivan Guerini diceva e scriveva, ma il messaggio che ne derivava era che l’arrampicata era qualcosa di grande, di bello e di complesso da non potersi ridurre in un insieme di regole e definizioni. Il periodo libertario durò poco e tutto si ridusse a codificare un insieme di regole per uno nuovo sport fisico.
Flash-127La scomparsa del mito
C’è una luce buia sul ghiacciaio (ignoto ammiratore di Hermann Buhl riferendosi ai fulmini durante una notte di temporale).

L’alpinismo ha alimentato la lettura dei grandi volumi classici dell’alpinismo o i best-seller di montagna hanno creato nuovi alpinisti?
Quanti ragazzini hanno letto questi libri di salite epiche o di vite al limite di grandi alpinisti?
Quanti lettori di Hermann Buhl si sono lanciati su qualche via solo per ripetere le sua gesta. Quanti hanno letto o sognato sui volumi di Walter Bonatti?
Questo periodo è finito.
Per fortuna!

Internet ha seppellito tutto questa pseudo-letteratura.
Oggi l’informazione viaggia in rete e il ragazzino brufoloso, che ti ripete la via che tu cerchi di salire, ha studiato il video su YouTube e conosce i trick del passaggio.
Tu con le tue conoscenze pseudo-letterarie dei tempi eroici ti senti superato. Tu rimani a terra terrificato dai ricordi di terribili descrizioni di passaggi magari sotto una tempesta. Tu hai i miti in testa che ti spaventano.

Intanto gli altri si muovono veloci senza gli spettri del passato.
Tu guardi al passato e loro guardano al futuro.
Anche loro hanno i loro miti, ma sono più leggeri, non sono codificati su libri polverosi, sono agili e mutevoli come il web.
Internet ha ucciso le riviste di montagna.
Internet ucciderà anche i libri di montagna?
Internet ucciderà anche il mito alpinistico?

Se la citazione iniziale non ti dice nulla, hai già la risposta al quesito di cui sopra.

Sostituiamo i miti del passato con nuovi miti. Ad esempio Andy Holzer scalatore austriaco cieco dalla nascita, lui è un vero esempio di tenacia, perseveranza, passione ed entusiasmo. Lui arrampica dove la media degli scalatori fatica!
Flash-126Mani
Meglio un grande appiglio in una piccola mano che un piccolo appiglio in una grande mano (Claudio Barbier).

Il segreto dello scalatore sta anche nelle sue mani. In ogni caso le mani subiscono le conseguenze di anni di scalate.
La prima cosa da fare quando si entra in un rifugio è quella di osservare le mani di questi avventori.
Raramente ci si sbaglia poiché come si dice le mani tradiscono il mestiere.
Le mani tradiscono gli anni di attività, l’allenamento, le ore di freddo in parete e le lunghe sessioni alla trave.
L’uomo comune o della strada è sempre meravigliato che “noi si arrampichi” a mani nude e senza guanti. Chissà perché arrampicare a mani nude è considerata una cosa così strana. A volte mi chiedono se uso le ventose o i rampini.

A tutti sarà capitato la sensazione di abbandono quando si arrampica in inverno e le mani si congelano: sebbene tu veda gli appigli grandi e facili, le mani non ubbidiscono ai comandi del cervello e si muovono e prendono gli appigli in maniera meccanica, senza avere la giusta sensibilità. In questo modo si perde fiducia, magari non si cade, ma ci si deve fermare.

Un’altra orrenda sensazione è quando senti che le mani si aprono e non fanno più presa sulla parete rocciosa. Alla fine di un lungo tiro continuo senti che le forze vengono meno e con il fiatone, cerchi di accelerare, poichè sai che è solo questione di tempo prima di cadere.

Le mani racchiudono i segreti di uno scalatore.

Le mani di uno scalatore, specie dopo una salita in fessura granitica, sono particolarmente provate. Bende e nastri di cerotto sono usate per proteggerle dalle rocce più taglienti ma spesso i risultati non sono soddisfacenti.
Flash-125La filosofia del guerriero
La paura è il primo nemico naturale che il guerriero deve superare lungo la strada verso la conoscenza (Carlos Castaneda).

Non permettere che i draghi della tua mente abbiano il soppravvento e ti spaventino. Arrampica sempre concentrato e motivato, ma con la mente leggera. Non è facile.
Lo scalatore può essere paragonato ad un guerriero che prepara le sue armi, studia l’avversario e il terreno di battaglia e solo alla fine scende in campo, mettendo in gioco tutto sé stesso.
Non è facile diventare guerriero delle rocce ed agire con freddezza: ma questo è il segreto degli scalatori che riescono a compiere molte scalate vicino al proprio massimale.
Seguire il percorso di apprendimento del guerriero ed aumentare la propria consapevolezza è un’arte che nessuno ti insegna.
Il guerriero deve aumentare la propria forza: la capacità di agire, di impiegare energia in situazioni inaspettate e ancora fiducia, coraggio, mettersi alla prova, affrontare il rischio.
Non significa allenarsi di più; significa preparare la propria mente e condizionare il proprio subconscio, la parte nascosta della mente, per l’azione della scalata.
Gli insegnamenti del viaggio del guerriero – l’apprendimento –  di Don Juan Matus, sciamano indiano Yaqui, a Carlos Castaneda, antropologo misterioso, sono forse una chiave misteriosa per prepararsi all’azione.
Arno Ilgner ha applicato la lezione di Castaneda all’arrampicata, creando di fatto un metodo da lui chiamato rock warrior’s way.

Se vuoi migliorare, devi necessariamente intraprendere la via dell’apprendimento della mente.

Alex Honnold sulla famosa cengia chiamata Thanks giving God dell’Half Dome. E’ in solitaria e senza corda. Alex Honnold è noto per le sue scalate estreme solitarie. Lui è sicuramente un guerriero delle rocce. Lui sicuramente arrampica bene, ma a differenza di altri fuoriclasse, riesce ad arrampicare bene anche senza corda poiché riesce ad aumentare la propria concentrazione all’azione quando gli serve.
Flash-124

Compartimenti stagni
Mi piace arrampicare per piacere, ma non mi piace farlo per denaro. E’ lo stesso approccio che uso nel sesso.

Tanti scalatori si chiedono perché non trasformare la propria passione in un lavoro: chi vorrebbe lavorare in un negozio di attrezzatura alpinistica, chi fare la guida e chi in un centro di arrampicata indoor.
In realtà queste sono solo scorciatoie per cercare di risolvere un problema temporaneo: trovare un lavoro.
Ben presto si delineano nuovi ostacoli: cresce il senso di frustrazione, s’insidia la noia della ripetitività quotidiana, cosicchè lo scalatore guerriero si ripresenterà con tutto il suo carico d’insofferenza.
La soluzione migliore è svolgere un qualsiasi lavoro, possibilmente che ti dia soddisfazione, lavorando non troppo e guadagnando non poco, per poi potersi dedicare all’arrampicata.
Il vero rischio è quello di non eccellere né nel lavoro, né nell’arrampicata.  

Non compiere l’errore di trasformare il tuo piacere in un dovere.

Vito Plumari, il “vecchiaccio”, impegnato nel bouldering al Camp 4 in Yosemite. Un personaggio particolare, il “Don Juan” dell’arrampicata, parafrasando un famoso personaggio di Carlos Castaneda. Per lui, Pierluigi Bini e gli altri amici della casa cantoniera del Sella tra i quali Luisa Iovane ed Heinz Mariacher l’arrampicata era puro ed assoluto piacere.

Flash-123Arrampicata ribelle
L’arrampicata è una espressione individuale e che non è sopportabile da coloro che si ritengono portavoce dell’etica (Warren Harding).

Questa frase di Warren Harding, scalatore pioniere dello Yosemite Valley, ci dà l’idea dirompente dell’anarchia in cui può, anzi deve, sfociare l’alpinismo.
Noi non vogliamo regole almeno nell’arrampicata, anche l’idea stessa di un’etica ci disturba e toglie spontaneità al nostro gioco.
L’arrampicata, come la musica rock, è nata come espressione libera del corpo e della mente, è un modo estremo di sublimare le difficoltà della vita.
Cerchiamo di non imbrigliare l’arrampicata con regole, etiche, classifiche, imposizioni. Quando si cerca di imporre tutto questo, il movimento è nella fase decadente, mentre nella parabola ascendente la creatività è sufficiente per alimentare la passione.
Arrampicata significa salire liberamente la roccia.
Le regole sono in più, sono sovrastrutture dell’uomo.

Arrampica ascoltando la canzone Musica Ribelle di Eugenio Finardi: nulla sarà più come prima!

Warren Harding all’uscita, in solitaria, di Dawn Wall al Capitan nel 1970. Personaggio controverso dell’arrampicata, grande amante della bottiglia, ma convinto assertore della massima libertà anarchica della dimensione dell’arrampicata. Warren Harding è stato il primo salitore del Capitan nel 1958.
Flash-122Divertimento
Il più grande alpinista è quello che si diverte di più (Alex Lowe).

“Dai che non siamo qui per divertirci” tipica frase spesso udita in falesia, dove si alternano un capocordata troppo inutilmente preso dal proprio ruolo ed un secondo di cordata rilassato, che pensa solo a divertirsi. In fin dei conti chi ha ragione?
Perché non divertirsi sempre e comunque?
L’alpinismo non è una fede, né un lavoro.
Il grande alpinista cerca di divertirsi sempre e comunque.
Con questo spirito potrai accettare di dormire in rifugi puzzolenti e di svegliarti alla mattina presto per raggiungere una parete su cui divertirsi.
Purtroppo abbiamo dovuto aspettare che qualche americano ce lo insegnasse, perché noi europei ci siamo invaghiti di un concetto di alpinismo di conquista, di sofferenza e di machismo.
E’ fondamentale che un americano come Alex Lowe ci ricordi che dobbiamo anche divertirci.

Vai in rifugio e chiedi chi sia il più grande alpinista. Ti accorgerai che il divertimento non è contemplato.

Divertimento è anche camminare su una fettuccia tesa (slackline) sopra un laghetto con lo sfondo del Cervino come sta facendo Heinz Zak.
Flash-121

continua

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