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Che avrebbe detto Warren?

Che avrebbe detto Warren?
di Giuseppe Popi Miotti

E Warren…? Il mitico Warren Harding? Per alcuni di noi basta quel nome a suscitare emozione. Nei nostri occhi passa un lampo d’intesa ed un sorriso malizioso. A volte sbirciando chi ci sta vicino, ed arrampica, il sorriso diventa complicità: noi sappiamo, noi capiamo, noi in qualche misura abbiamo condiviso e condividiamo. Guardiamo l’appiattito mondo della scalata moderna e nella nostra mente, per quanto non voluto, si fa strada un misto di orgoglio e sconsolatezza.

Ma, in fondo, cosa avrebbe detto Warren di tutto ciò?

«Hey, perché ti preoccupi di loro? Lascia perdere queste cretinate. Se a loro va bene così, a te va bene così. Non pensare di fare sempre le cose con giudizio: preoccupati piuttosto di stare bene, di bere bene, e di scalare finché il cuore ti reggerà.»

Detto questo, il vecchio “Batso” ritorna nelle nostre menti e nei nostri cuori affaticati di montagna, di passioni, di amori e malumori… di sogni; monumento ribelle contro i benpensanti, le morali ed i moralisti, contro tutti i buoni propositi, le chiese e le parrocchie, contro i farisei ed i conflitti d’interesse di tasca e di spirito. Stella fissa per chi non vuole mollare e crede che ci sia sempre una via d’uscita anche nella situazione più disperata.

Caro Warren, protagonista di monumentali scalate e alluvionali bevute, sei di un’altra epoca, di un’altra cultura, ma non fa differenza. Ci insegni la tranquilla, pervicace resistenza alla stupidità, compresa la nostra, e il tuo messaggio resterà per tutti quelli che lo vorranno cogliere. Harding il selvaggio, Harding che ha aperto la sua Via a colpi di martello, Harding il cocciuto, arido e duro come il granito, Harding che sapeva ridere dei golden boys dell’arrampicata come di se stesso.

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Warren, che hai da dire di tutto ciò?
«Aah! Che dire! Le cose stanno così! E poi, si può sapere cosa stai farneticando? Che si fottano tutti! Guardali: sono anni che eiaculano ettolitri di inchiostro sulla carta, e adesso su internet, con le loro morali di scalatori. Hanno vomitato sentenze su quello che si deve fare e sul modo in cui lo si può fare. Come dei santoni vogliono imporre le loro leggi; e siccome sono le loro, si sentono anche gli unici in diritto di violarle. E perché mi rompi le scatole domandandomi pareri? Devi proprio chiedere ad altri quello che è giusto e quello che non è giusto? Hey, ragiona con la tua testa!»

Però, Warren, devi ammettere che in questo ambiente non ti ci ritrovavi neppure tu.
«Okay, Okay! Ma quando voi avete cominciato, io avevo già finito. Quindi non c’entro, non voglio entrarci proprio. Perciò, se hai finito di scocciare, dammi un bicchiere di vino.
Vabbèh! Ogni tanto guardo le riviste e non posso che restare nauseato. A guardarli sembrano tutti dei soldatini, con quei loro caschetti che li fanno somigliare a un esercito di formiche operaie. Con quella loro tracotante espressione di certezza, belli, puliti, tirati a lustro, bravi, bravissimi, ma senza un’oncia di Spirito.»

Beh, allora, Warren, vuoi raccontarmi un po’ di te?
«Qui va già meglio, va già meglio! Sono nato nel giugno del 1924, e sono figlio della Grande Depressione. I miei dovettero sudare le proverbiali sette camice per allevarmi dignitosamente in quegli anni terribili, e sono certo che il mio caratteraccio e la mia forza derivano da un miscuglio di geni e di dure esperienze fatte in quegli anni. Anche la mia voglia di emergere viene da lì. Ho sempre avuto un grande rispetto per quello che i miei genitori hanno fatto per me. Così, appena ho potuto, ho comperato una casa per mia madre e l’ho voluta mantenere finché ha campato. Però devo ammetterlo, non sono mai stato un grande lavoratore! Anzi, non escludo di essere diventato uno scalatore quando capii che, come operaio stradale, ero una frana. Il lavoro serviva solo per ottenere l’indipendenza che desideravo: mi serviva per guadagnare quel tanto che bastava; ma il mio vero lavoro era quello che facevo sulla roccia, appena potevo scappare da tutto e da tutti”.

Ah! Il tuo caratteraccio, la tua leggendaria resistenza sulla roccia e con l’alcol, la tua vita senza compromessi, la tua indipendenza di giudizio. Che hai da dirmi?
«E’ probabilmente una combinazione genetica di materiale; e grazie ad essa mi posso limitare a guardare la stupidità umana senza per questo essere Democratico, Repubblicano, Cristiano o Musulmano. Guardo e penso: ‘Che ammasso di stupida fottuta stupidità’. Riandando alla mia infanzia, ricordo di essermene sempre fregato dei pareri saggi. E fortunatamente non ho mai fatto rapine, bruciato e saccheggiato, anche se mi hanno arrestato cinque volte per guida in stato di ubriachezza. Per parere saggio intendo qualcuno che viene e ti dice: ‘Oh Warren, questo è tutto sbagliato’. E io gli rispondo: ‘Oh, veramente? Bene, francamente questo è quello che pensi tu. Ora mi stai dicendo che hai una soluzione migliore e che io la dovrei adottare? No, non penso proprio che lo farò.’ In vero non mi è mai capitato di comportarmi così, ma la mia indole mi porta a dire: ‘Hey amico, tu fai le tue scalate che io faccio le mie’.

Le grandi pareti, il buon vino, ma anche le donne e la velocità: questo sì che è vivere.

Ti confesserò che prima di iniziare a piantar chiodi, mi sono dedicato per alcuni anni alle corse automobilistiche. Da lì viene la mia folle passione per le auto sportive ed in particolar modo per le Jaguar. Mi dirai che sono auto un po’ snob per uno come me, ma se con qualche lavoretto permetti al motore di liberare tutta la sua forza… dovresti vedere.

E c’è un nesso fra le belle donne, le grandi pareti e le Jaguar. In tutti i casi si tratta di mondi misteriosi e magnifici dove l’aspetto estetico, le linee, i colori, le ombre e le curve assumono significati che ancora non ho ben compreso, ma che mi stimolano irresistibilmente. Su una parete, come con una donna, specie se la signora ha marito, ti senti sempre sul filo del rasoio. Spendi tutto te stesso prima nei preliminari, poi nella conquista e infine nell’atto stesso della… scalata; alla fine, sulla meta raggiunta, che c’è di meglio di un buon bicchiere di vino, per placare la sete del guerriero?»

Warren Harding nel 1957 apre il Nose

Harding-images1Lo sai che dopo la tua morte ti hanno messo anche sull’Enciclopedia Britannica?
«E’ una soddisfazione! Me lo sono meritato! Io non sono mai stato contrario alla pubblicità, che c’è di male nell’informazione? E poi, mica ho fatto poco. Se penso che, seppure indirettamente, devo parte della mia notorietà a Royal Robbins, quel “super ragazzo d’oro”, mi vien quasi da ridere. In Italia sarebbe stato un Legionario di Cristo o uno di quell’organizzazione che voi chiamate Comunione e Liberazione.

Royal era uno scalatore molto bravo, ma, come tutti quelli lì, era anche dannatamente troppo furbo per me. Quando, nel 1958, mi fottè la salita alla parete Nord-ovest dell’Half Dome, che eravamo d’accordo di finire assieme, io trovai logico e necessario gettarmi in un’impresa ancor più difficile e grandiosa. Restava da salire l’immane scoglio di El Capitan, ma, ovviamente, non invitai Robbins. Ci andai con Wayne Merry e Gorge Withmore e non mollai l’osso finché all’alba di quel 12 novembre, dopo 45 giorni su e giù per la parete, corde fisse, 675 chiodi e 125 chiodi a pressione, non misi piede sulla sommità. Ero sfinito: avevo perforato la roccia strapiombante per tutta la notte al lume della lampada frontale. Il giorno mi accolse lassù, in cima alla via del Nose; e mentre la prima luce definiva i contorni delle cose, faticavo a capire chi fosse il conquistatore e chi il conquistato. Ma di certo El Cap sembrava essere in condizioni migliori delle mie.»

Però dopo quella salita, e poi anche dopo quella alla “Parete della prima luce del mattino”, sei stato sottoposto ad uno spietato fuoco di fila da parte dei puristi dell’arrampicata. Royal Robbins in primis.
«Ah! ah! La mia risposta è… ‘che si fottano’. L’arrampicata è una cosa così dannatamente stupida. La gente moralizza su di essa, ma la gente, incluso il sottoscritto, fa cose stupide. Perché istituzionalizzare l’arrampicata? Se fosse come il baseball, la dovrei istituzionalizzare: fare regole e quant’altro. Ma l’arrampicata non è il baseball. Anche se a tanta gente piacerebbe che lo fosse. E cos’è questa merda sui chiodi a pressione? Anche se sei Ron Kauk… se c’è una parete compatta e non puoi piazzare protezioni, metti i chiodi a pressione. Che cos’è questa fobia? Io guardavo semplicemente quelle pareti e dicevo, ‘Hey, voglio farmi quella grande, incasinata goduria’. E la facevo… Ne ho fatte un sacco!

E Royal che stesse zitto! Quel lindo chierichetto del granito! Come se io non avessi dato prova di essere uno scalatore completo anche in arrampicata libera: chiedi in giro anche ai “moderni” cosa si pensa dell’Harding Slot, su Astroman, alla Washington Column; anche se qualche aiutino lo usai, eh.»

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La “Parete della prima luce del mattino” o Dawn Wall è stata qualcosa di veramente rivoluzionario. Tu e Dean Caldwell avete dimostrato che si poteva stare in parte per quasi un mese senza contatto alcuno con la base! Ricordo di aver letto il resoconto di Caldwell, su un vecchio numero del Reader’s Digest, rimanendone impressionato. In particolare mi colpì l’osservazione di Caldwell negli ultimi giorni di salita: “Eravamo partiti con le piante ancora verdi ed ora i colori dell’autunno stavano rivestendo la Valle…”
«La “Parete della prima luce del mattino” era un grande sogno, una gigantesca sfida dove la tecnica e l’uomo dovevano fondersi alla pari per produrre un risultato mai visto. Non ti dico la fatica di recuperare i sacchi nei primi giorni di salita: come puoi immaginare, insieme all’acqua, e a tutto il resto, avevo messo un’adeguata scorta di vino e di brandy. Facevamo circa una lunghezza di corda al giorno e, come in tutte le precedenti scalate, ho sempre cercato di avere il controllo assoluto di quello che facevo. Ma dopo giorni e giorni che vivi sulla verticale tendi a perdere il giudizio e la visione esatta delle cose. Ecco perché ad un certo punto ho fatto un volo di 15 metri! Ma anche solo perché ero Harding, e perché quella sarebbe stata la mia ultima grande impresa, non potevo mollare. Riprendemmo e fummo colti dal maltempo. Restammo per circa 110 ore nelle nostre amache, inumiditi e tremanti di freddo. I viveri stavano terminando quando il tempo si rimise. Quei rompiscatole del Parco si sentirono in dovere di venirci a soccorrere, e cominciarono a portare in cima al Cap, materiali e uomini. Allora, visto che non c’era altro modo di farmi capire, scrissi un bigliettino mettendolo in una scatoletta di tonno vuota, che lanciai in basso. C’era scritto: ‘Un soccorso è ingiustificato, non è voluto e non sarà accettato.’

Ma se lo vuoi sapere, in cuor mio immaginavo già cosa sarebbe successo se fossimo stati raggiunti da quel branco di zelanti samaritani della roccia. Ci sarebbe stata battaglia! Eravamo decisi! A colpi di martello, di bottiglie di vino e di brandy, li avremmo scacciati!

A novembre, il 18 novembre, ancora una volta in quel mese, misi piede sul Cap, raggiunto per una nuova via. C’erano ad attenderci centinaia di giornalisti, fotografi ed amici. Quando arrivai in cima, crollai sulle ginocchia e piansi come un bambino. Poi mi unii alla più grande bisboccia della mia vita; sulla cima del Cap. Finita la festa, portammo via tutto, lasciando ogni cosa come era prima!

Avevo ormai 42 anni. Per me il tempo delle grandi pareti stava finendo, e doveva finire in gloria!»

Però hai continuato a scalare anche dopo.
«Quando la scalata ti entra nel sangue non puoi mai veramente smettere. Scalare e bere buon vino sono state le mie due più grandi passioni, e ho cercato di viverle fino in fondo. La seconda mi ha fregato, e anche quando i medici cercarono di convincermi a smettere per allungarmi la vita di qualche anno, ho preferito continuare a gustare il nettare di Bacco. Per questo sono grato a Galen Rowell, che quando venne a trovarmi, tre giorni prima che morissi, mi fece il più bel regalo: svegliatomi dal mio stato semi comatoso gli chiesi un bicchiere di vino ed egli molto gentilmente si sentì in dovere di darmelo…
Comunque, per tornare alla scalata, voglio ricordare che nel 1989, ho rifatto anche la mia via del Nose: alla tenera età di 65 anni fui il più vecchio scalatore ad aver mai concluso quell’ascensione!»

Poi Robbins tentò di ripetere la New Dawn per schiodarla e cancellarne la memoria.
«Aaahh! Ma ti rendi conto! Quel pazzo invasato integralista!!! Lui e tutti quelli come lui possono andarsi a fottere!!! Ma che cosa pensano? Di avere la verità? Di essere gli unici a poter dire come devono stare le cose? Però, dopo qualche tiro, anche Royal ha dovuto convenire che la via era bella ed audace, e ha smesso di togliere i chiodi a pressione.
In ogni caso resta un gesto maledettamente tracotante.

 

Harding-135970_29061_L Immagino tu abbia saputo che la Dawn Wall è stata ripetuta in completa arrampicata libera. Che ne pensi? Non ti pare un risultato eccezionale?
Senza dubbio si tratta di un exploit di altissimo livello, ma, scusa se mi permetto, non l’avrebbero fatto se prima un certo Warren Harding non avesse “visto” e poi salito quella via. Individuare, leggere, creare la via con la mente per poi realizzarla, non importa con quali mezzi è secondo me l’aspetto più bello e importante; quello che viene prima di tutti gli altri. Comunque bravissimi Tommy Caldwell e Kevin Jorgesen, veramente bravissimi. E audaci.

Mi piace questo Caldwell, che non è parente di quello che fu con me sulla Dawn Wall nel 1970, ma pratica una scalata che unisce le più moderne tendenze alla grande tradizione del passato. La sua bellissima traversata per cresta del massiccio del Fitz Roy ne è la dimostrazione: sono sicuro che anche Royal, Yvon e gli altri, ne sono contenti. Anche Galen, che nel frattempo mi ha raggiunto, è entusiasta.

Però, dicci la verità: Allen Steck, Robbins, Chouinard, Pratt, Frost e tutta quella banda non ti andava troppo a genio.
«Mah! Io ho sempre pensato che non si deve prendere la vita troppo seriamente, non si deve prendere se stessi troppo seriamente e non si deve prendere l’arrampicata troppo seriamente. Questi erano tutti dei bravi ragazzi, convinti di fare qualcosa di veramente importante per sé, per l’arrampicata e forse anche per l’umanità. Che schifezze!

Erano bravi, ma forse avevano un po’ troppo il pallino del primo della classe e, se mi consenti, scarsa fantasia e umiltà. Ho scalato con quasi tutti loro, ma devo dire che secondo me avevano ben poco senso dell’umorismo e raramente sono riusciti a ridere di se stessi.

Così, contro questo tenebroso modo di pensare, con i miei amici più cari ho operato per anni nel fare cultura alternativa: se Steck faceva la rivista Ascent con tutti quegli articoli seriosi, noi facevamo Descent. E poi fondammo la “Lower Sierra Eating, Drinking and Farcing Society” che più che un’organizzazione era l’opposto.

Contro questi benpensanti della roccia, ho scritto anche un libro ironico e autoironico, che si intitola “Dawnward Bound: A mad guide to Rock Climbing”, ancor oggi è un cult fra gli scalatori più aperti.

Anche quando Chouinard, quel gatto mammone, ha inventato una linea di ferraglia e attrezzi per scalare, io non son stato da meno. Ti lascio però immaginare i prodotti della mia B.A.T. Basic Absurd Tecnology. Ah, ah, ah!!!

E allora, per finire, che cosa diresti del tuo stile, della tua filosofia?
«Ahhh, ancora con questa fissa della filosofia, ma che diavolo vi prende a tutti? Il mio era semplicemente un sogno, un sogno e una necessità. Sognavo di essere su quelle pareti color ocra, lisce e mostruose; sognavo di fondermi con loro e di uscirne strisciandoci sopra come una lucertola o come un verme. Pareti remote come quella del Monte Watkins o la Sud dell’Half Dome, erano un’immersione nel mondo selvaggio di cui un selvaggio come me aveva probabilmente bisogno. E non per conquistarlo, ma piuttosto per ritrovarsi. Per tornare a casa con la rassicurazione che quello spirito, da qualche parte, esisteva ancora, oltre che dentro di me. Poco m’importava dello stile pulito alla Robbins: le pareti che sceglievo non erano certo delle autostrade e poi, comunque, ho dovuto inventare anche alcune tecniche speciali per evitare un eccessivo uso dei chiodi. Mai sentito parlare del bat hooking (Tecnica inventata da Harding per evitare di metter troppi chiodi a pressione. Consiste nel praticare un foro di poco più di un centimetro nella roccia e di usarlo come sede per un cliff hanger (gancio appuntito) su cui si appende poi la staffa. In tal modo si risparmia tempo nella chiodatura. Ogni 4, 5 o più fori si mette quindi un chiodo a pressione sicuro. NdR)?».

Hai qualcos’altro da dirci?
«Bah! Direi che il silenzio è forse la cosa di cui il mondo dell’arrampicata moderna avrebbe più bisogno. Il tranquillo silenzio alla base della grande parete, fra i pini che sussurrano al vento, il sole che scalda e un buon bicchiere di vino rosso.

Bere metteva in pericolo la mia vita, ma non m’importava; semplicemente pensavo di voler vivere finché non sarei morto! 

Ed alla fine mi sono sentito pronto: gli pneumatici della mia auto erano consumati, avevo speso tutti i miei soldi e non c’erano dieci centesimi da parte…

Quindi senza troppi rimpianti me ne sono andato…

A proposito, amico, ho sentito dire che dalle tue parti fanno del buon vino. Non è che me ne hai portato una bottiglia? Eeh?!»

La parete sud-orientale del Capitan dove si svolge Dawn Wall. A sinistra, il Nose
Yosemite National Park, California, USA, Capitan

Warren “Batso” Harding ci ha lasciato per cirrosi epatica il 27 febbraio 2002.

Questa intervista impossibile è stata resa “possibile” per una serie di coincidenze. In particolare alcuni brani delle risposte di Warren Harding derivano da un’intervista che lo scalatore rilasciò nel 1999, alla giornalista Jane “Bromet” Courage.

La presente intervista è stata costruita avvalendosi di materiale storico e documentato. I toni e alcune affermazioni, che possono a volte apparire esagerati, sono stati pensati anche per enfatizzare lo stile rude, provocatorio e scanzonato dell’intervistato

Altri spunti e idee derivano da scambi di opinioni con un altro Hardinghiano di ferro, Paolo Masa, e a Silvia Miotti che hanno fornito diversi suggerimenti e preziose idee.

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Valley Uprising – The Stone Masters

L’America, come noi abbiamo sempre chiamato gli USA, fa parte ormai del nostro immaginario collettivo, una multiforme quantità di immagini, parole e pregiudizi che nel loro insieme dipingono la grande ricchezza di espressione di quel grande paese. L’America è tanto odiata quanto amata, anche se non ci si è mai stati, perché rappresenta ciò che noi vorremmo essere e non vorremmo mai essere.

Ma questo non deve meravigliare se si pensa ai grandi cambiamenti che da anni attraversano la cultura americana e di fronte alle contrapposizioni a volte dolorose che osserviamo da lontano, sottolineate spesso dai paesaggi più antitetici, come i grandi spazi dei deserti assieme al Bronx.

La notte degli Oscar, il consumismo, lo spreco immane di energia planetaria, le teleprediche agli ingenui assieme alla scienza da premi Nobel, alla NASA, al National Geographic. Jack Kerouac, William S. Burroughs e Allen Ginsberg contro l’establishment. Una cultura da fast lane, agitata, un po’ schizoide ma assolutamente viva e geniale, tipica di un paese “che non è per vecchi”.

Anche nella Yosemite Valley, California, sede del parco nazionale più famoso del mondo in mezzo a gigantesche foreste e pareti di granito, è stata giocata una grande partita di rivalità, avventura e ribellione nell’arco della seconda metà del secolo XX. Tutto è iniziato nell’America dei tardi anni ’50, quando i poeti beatnik, dal profondo dei jazz club di San Francisco, davano pesanti scrolloni al conformismo. Nello stesso tempo alcuni giovani barbuti cercavano ostinatamente di togliersi la muffa di dosso nel loro coraggioso viaggio attraverso le montagne della Sierra Nevada.

Warren Harding
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ValleyUprising-RoyalRobbinsWNello spirito di John Muir e Jack Kerouac un gruppo di beatnik disse addio alle convenzioni della buona società per vivere arrampicando su queste straordinarie pareti di granito. E riuscirono nell’impresa incredibile, diventando perciò leggenda, di scalare le pareti di quasi mille metri dello Yosemite. Nei campeggi che si stabilirono nel fondovalle, prese forma uno stile di vita che, molto presto, venne a cozzare con lo spirito conservatore del National Park Service, mentre sulle pareti si sfidavano senza esclusione di colpi intere generazioni di climber.

Valley Uprising è il racconto in film di questa storia affascinante e indimenticabile, di questa fortissima tradizione che vede ancora oggi in Yosemite il cuore di una lotta contro la gravità che dura da oltre 50 anni.

Alla testa di quei cenciosi pionieri erano due grandi rivali: Royal Robbins, imperioso come già il suo nome suggerisce, idolatrava John Muir e paragonava le scalate di questi alle sinfonie di Beethoven; e Warren Harding, un impetuoso operaio di strada, forte bevitore, che si era piazzato in Valle con un codazzo di donne e alcolici. I due avevano ben poco in comune: solo l’ambizione di essere IL re dello Yosemite.

Quando Robbins fece la prima ascensione dell’Half Dome, Harding rispose subito con il suo viaggione di 30 giorni sul Nose del Capitan. Questi sono stati i primi due colpacci in una partita che presto avrebbe spinto di molto avanti i limiti dell’umanamente possibile nel regno della verticale

Ma la rivalità Harding-Robbins è stata solo l’inizio. Nelle decadi seguenti, molti altri giovani avrebbero sputato sulle comodità per darsi interamente alle pareti e compiere imprese sempre più stupefacenti nell’arco della loro vita. Possiamo chiamarli gli Stone Master.

The Stonemasters è lo special edit del film Valley Uprising che il tour italiano del BMFF ha scelto di inserire in programma. Il segmento racconta in particolare gli anni ‘70 a Yosemite e i protagonisti di quell’epoca.

Gli anni ‘60, la cosiddetta “Golden Age”, sono caratterizzati dalla rivalità tra Royal Robbins e Warren Harding che culminò con la controversa scalata della Dawn Wall (su El Capitan) da parte di quest’ultimo. L’impresa, che vide Harding trascorrere quasi un mese in parete, e Robbins cercare successivamente di schiodare la via di Harding, finì in qualche modo per segnare entrambi e segnò la fine di un’epoca.

All’inizio degli anni ‘70, una nuova generazione guidata dal “gigante hippie” Jim Bridwell andava emergendo. Ispirandosi ai loro predecessori, ma ben determinati a impossessarsi della loro eredità, i climber degli anni ‘70 si dimostrarono arrampicatori visionari, dotati di grande personalità, che sfruttarono la loro abilità tecnica per salire le grandi pareti senza l’aiuto di mezzi artificiali.

I cambiamenti che vediamo in questi anni percorrere la valle di Yosemite riflettono quelli di un’intera nazione: mentre vacilla sempre più l’idealismo degli anni ‘60, prende vita una nuova era in cui predominano il sesso e le feste più sfrenate, mentre si inasprisce lo scontro con le autorità del parco, e i cosiddetti “Stone Masters” iniziano a guadagnarsi una certa fama in TV negli spot pubblicitari dei rasoi Schick. E poi accade che un aeroplano designato al trasporto droga si schianti nella valle, dando il via a una “corsa al contrabbando” tra i climber, che vivevano normalmente in povertà. Nel frattempo, storie oscure come quella di John Yablonski, arrampicatore di straordinario talento che ingannò la morte più e più volte sulle pareti prima di procurarsela con un fucile, lasciarono chiaramente intendere che non tutte le leggende di Yosemite potevano adattarsi bene alla vita al di fuori dell’arrampicata. Amicizie leggendarie si sgretolarono in banali risse nei parcheggi e la stella di alcuni degli Stone Master finì per consumarsi tra droghe, suicidi e sogni spezzati.

“Valley Uprising è la più grande storia che abbiamo raccontato fino a oggi”, dice uno dei registi Peter Mortimer. “In passato abbiamo raccontato storie di singoli personaggi (ndr: i registi sono gli autori di The Swiss Machine (2010) dedicato a Ueli Steck e Honnold 3.0 (2012) dedicato ad Alex Honnold), ma questo film ci ha permesso di documentare come è nato e si è evoluto uno stile di arrampicata che ha finito col diventare uno stile di vita”.

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Valley uprising – The Stonemasters
(USA, 2014, 30 min)
Regista: Nick Rosen, Peter Mortimer, Josh Lowell
Produttore: Zachary Barr
Casa di produzione: Sender Films

Tommy Caldwell nella preparazione della prima in arrampicata libera della Dawn Wall, El Capitan
Tommy Caldwell and Kevin Jorgeson climb El Capitan in Yosemite National Park, California.  November 2010.Alcuni Stone Master
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Jim Bridwell (Sant’Antonio, 29 luglio 1944)
Per quasi trent’anni Jim “The Bird” Bridwell è stato il più forte climber in America, e tra i migliori del mondo. Le sue capacità coprono tutte le discipline alpinistiche, dall’arrampicata su vie estreme alle cime dell’Himalaya.

Bridwell realizzò più di 100 prime ascensioni nella Yosemite Valley, oltre a compiere la prima ascensione in giornata della via The Nose su El Capitan il 26 maggio 1975 con John Long e Billy Westbay. Fondò il servizio di soccorso, lo Yosemite National Park’s Search and Rescue Team (YOSAR), e guidò molte operazioni di ricerca che divennero esemplari per le operazioni di soccorso in montagna. Fu un promotore del cambiamento nelle tecniche d’arrampicata e un grande innovatore/inventore di attrezzature.

Bridwell ha anche partecipato ad alcune spedizioni che hanno attraversato il Borneo, circumnavigato l’Everest, esplorato il pack e la wilderness della Cina Occidentale. La sua esperienza, unita alle capacità tecniche, l’ha portato a un continuo impegno nell’industria del cinema come consulente ed esperto costruttore di scene acrobatiche.

Vive a Palm Desert, non lontano da Los Angeles in California. Di recente è stata fondata l’associazione Help Jim Bridwell, per aiutare l’alpinista trovatosi in cattive condizioni di salute (a causa di un incidente) ed economiche.
Fonte: http://www.versantesud.it/shop/the-bird/

Dale Bard
ValleyUprising-Dale Bard in Zion
Dale Bard è stato un punto di riferimento per l’arrampicata in Yosemite negli anni ‘70; si è dedicato al free climbing, all’arrampicata in fessura e alle big wall. Dale ha avuto un ruolo di grande importanza nell’apertura della via del Nose, dedicando a quest’impresa moltissimo tempo. Dale Bard era famoso anche per il suo stile di vita estremamente frugale. Viveva in un furgone e si nutriva prevalentemente di patate e burro d’arachidi a quel tempo e Climbing Magazine lo definì il perfetto rappresentate di quello stile di vita detto “dirtbag” che si andava delineando. Con le sue prime salite su Bushido sull’Half Dome e Sea of Dreams e Sunkist sul Capitan, il nome di Dale Bard è entrato di diritto nella storia dell’arrampicata.

Nel gennaio 1976 con Nadim Melkonian intraprese un percorso scialpinistico lungo il John Muir Trail decisamente avventuroso: il loro piano di effettuare una traversata veloce confidando nel bel tempo si scontrò con condizioni climatiche avverse e le previste tre settimane di viaggio diventarono quasi il doppio, tra tempeste, valanghe e scarsità di viveri.
Fonte: http://www.cs.colorado.edu/~jrblack/famous.html

Lynn Hill (Detroit, 1 marzo 1961)
Lynn Hill è famosa in tutto il mondo per la sua prima ascensione in libera e in giornata del Nose su El Capitan nella valle di Yosemite.

Lynn Hill racconta così il suo arrivo a Yosemite: “Avevo solo 17 anni allora, arrivavo da un sobborgo di Orange County, in California. Avevo imparato ad arrampicare pochi anni prima insieme a mia sorella, al suo ragazzo e a mio fratello, ma sapevo molto poco della storia dell’arrampicata. Fu solo con John Long che conobbi personaggi come Mari Gingery, Mike Lechlinski, Dean Fidelman, John Yablonsky e John Bachar, quelli che io considero i veri StoneMaster. Il nostro stile di free climbing era basato su un codice di regole non scritte, che rispettava la purezza della roccia e del nostro stile di salita. Puntavamo ad affidarci il meno possibile sull’attrezzatura e cercavamo le vie più belle e più difficili. Arrampicare ci permetteva di fuggire le trappole del materialismo e da tutte le sovrastrutture artificiali della società moderna. Quegli anni tra il 1978 e il 1982 furono tra i più belli della mia vita!”
Fonte: http://lynnhillclimbing.com/?page_id=662

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Flash di alpinismo 7

Flash di alpinismo
Citazioni, impressioni e immagini – parte 07 (7-13)
di Massimo Bursi

Ego
Certo, sono uno stronzo egocentrico, ma avere un ossessione non è una cosa facile da condividere con qualcuno (Marc Twight).

Cosa c’è di peggio del carattere di un alpinista?
E’ noto che gli scalatori sono esseri bugiardi ed inaffidabili, pur di andare ad arrampicare si inventano qualsiasi bugia con il proprio partner, lasciano i propri bambini parcheggiati in campeggio per qualche ora, sperando che tutto fili senza intoppi e gli arrampicatori non facciano ritorno a notte.
Si potrebbe spiegare questo concetto con una uguaglianza: scalatore uguale essere egocentrico, focalizzato solo sui suoi obiettivi e sul proprio noioso curriculum di vie.

Questa definizione è un dato di fatto: basta salire un sabato sera in un qualsiasi rifugio delle Alpi ed ascoltare le conversazioni di questi intraprendenti uomini delle arrampicate: io, io, io, io…

I protagonisti della sfida alla montagna potrebbero avere un piccolo problema fisico, che ne so… un taglietto al dito o un dolore alla spalla che sta rovinando la stagione, ma che non li fermerà, anzi sono disposti ad andare da qualsiasi specialista e spendere una fortuna pur di avere il fisico perfetto.
Sono tutti ossessionati.
Tutti hanno almeno una via che avrebbero voluto fare e che per una qualsiasi ragione non hanno mai fatto e si trasforma in ossessione.
Ad esempio, la mia ossessione si chiama diedro Philipp-Flamm al Civetta: quel fine settimana che dovevo andare a farlo c’era un banale impegno. Purtroppo ho perso l’occasione per sempre! Ora tutti a casa mia conoscono la mia ossessione.

Un compagno di vita scalatore, è il peggior errore che una donna possa commettere.

Curiosa immagine di Claudio Barbier in Belgio a Freyr. Claudio Barbier è stata una personalità controversa e molto egocentrica del panorama alpinistico europeo degli anni sessanta: totalmente centrato su se stesso e sul suo gesto arrampicatorio, formidabile ripetitore, non riuscì ad affermarsi come scalatore che abbia aperto nuovi itinerari.
Leggendo i suoi scritti si ha l’impressione di una personalità romantica ma disturbata.
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Il parco giochi
Le Alpi nel cuore dell’Europa rappresentano un’oasi di contraddizione che si contrappone allo scarso fascino delle città opulente riproponendo le cose grandi: la fatica ed il pericolo (Eugene Guido Lammer).

Lammer ripropone il tema della fatica e del pericolo come la benzina dell’alpinista. Quello che uccide non è il pericolo, ma la vita piatta ed opulenta della pianura.
Gli scalatori fuggono dalla pianura; in montagna hanno paura della verticalità e non vedono l’ora di finire la propria salita per tornare in pianura e mescolarsi con gli uomini di pianura.
Gli scalatori, come gli uomini in generale, sono un insieme caotico di contraddizioni e le vicine Alpi non ci aiutano a scioglierle.

Ora le Alpi sono un grande parco giochi: d’estate fai alcuni tiri di corda e poi torni in corda doppia, d’inverno ti puoi divertire sulle cascate di ghiaccio o a scendere con lo snowboard. Ed ogni giorno migliaia di persone partono con i propri scarponcini da trekking d’estate o con le racchette da neve in inverno, per ritagliarsi la propria avventura.
Un’avventura con tanti pericoli o con pericoli controllati, ma sempre un’avventura in un grande parco giochi.

L’uomo ha sempre bisogno di un parco giochi. L’uomo pensa di esplorare spazi sterminati, ma quando dall’aereo vedi le cordate muoversi come formichine sulle creste, da una parte all’altra delle Alpi, allora capisci che il grande orizzonte e che l’ignoto sono semplicemente quello che il tuo sguardo non riesce a vedere.
Ognuno si ritagli il proprio parco giochi: un masso per il boulderista, una falesia per il falesista, una parete per lo scalatore, una valle per chi cammina, un’intera montagna per chi chiamano alpinista.

Alla fine sono tutti bambini che giocano al parco giochi.

L’ultimo, alla sera, chiuda il cancello!

Sull’Half Dome in Yosemite si trova questa particolare e stretta cengia chiamata del ringraziamento divino (Thanksgiving God). Pascal Etienne, ripreso in questa immagine, non sembra convinto del gioco che sta facendo.
Flash-129Allenamento inglese
Il miglior allenamento era andare al pub, bere 3 birre e parlare di arrampicata (Ron Fawcett).

Ron Fawcett, assieme a Pete Livesey, alla fine degli anni ’70, ha rivoluzionato il mondo dell’arrampicata inglese ed europea, introducendo il concetto di allenamento specifico ed intensivo per l’arrampicata.
Ron Fawcett, affermava che non poteva arrampicarsi sulle Alpi poiché se incappava in una perturbazione non poteva stare bloccato per il cattivo tempo per due o tre giorni, senza arrampicare, rischiando quindi di perdere la forma fisica.
Row Fawcett arrampicava in continuazione e quando arrivava in falesia arrampicava in cordata o da solo, dalla mattina fino a sera compiendo decine e decine di vie estreme in solitaria.
In un’epoca in cui gli scalatori si confrontavano ancora sulle grandi pareti, lui preferiva giocare sulle pericolose falesie inglesi o scendere in Verdon, al sud della Francia, per percorrere splendidi itinerari di calcare perfetto.
Eppure l’allenamento migliore avveniva al pub!

Se sei un forte scalatore, non prenderti troppo sul serio!

Ron Fawcett in arrampicata in Verdon. Alla fine degli anni Settanta l’arrampicata inglese era sicuramente avanti rispetto all’arrampicata del resto dell’Europa.
Flash-128A vista
Anche per quest’anno questa via l’ho fatta “a vista” (riferita da Emanuele Kinobi Pellizzari).

Chi va ad arrampicare spesso mitizza i grandi scalatori, le loro imprese e le loro gesta.
Ecco quindi una scalata a vista: ti avvicini alla parete, la vedi e la scali pulito, senza toccare i chiodi e senza altri sotterfugi: così nasce un’impresa da rivista.
Purtroppo per il concetto stesso di arrampicata a vista, tu non puoi ripetere serialmente una scalata a vista” sulla stessa parete più volte: è una contraddizione tautologica.
Quindi se tu vai sempre ad arrampicare nella stessa falesia e conosci i passaggi chiave a memoria non puoi più parlare di arrampicata a vista.

Proviamo ad allargare un po’ il concetto di arrampicata con stile: sei riuscito ad arrampicare bene? Hai fatto il passaggio con stile? Sei passato anche quest’anno a vista? E sia così!
Io rivendico il diritto che queste definizioni, quali l’arrampicata a vista, valgano non solo per i grandi, ma possano essere estese ed allargate anche per i peones dell’arrampicata che devono potersi divertire con queste definizioni che suonano così bene quando arrivi al bar a ordinare la birra.
Al diavolo le definizioni che vogliono porre ordine a questa caotica matassa di idee che c’è intorno all’anarcoide mondo dell’arrampicata.

Viva l’arrampicata a vista con cadenza annuale ed ogni volta che tu lo desideri.

Ivan Guerini in dialogo con una farfalla. Pochi capiscono quello che Ivan Guerini diceva e scriveva, ma il messaggio che ne derivava era che l’arrampicata era qualcosa di grande, di bello e di complesso da non potersi ridurre in un insieme di regole e definizioni. Il periodo libertario durò poco e tutto si ridusse a codificare un insieme di regole per uno nuovo sport fisico.
Flash-127La scomparsa del mito
C’è una luce buia sul ghiacciaio (ignoto ammiratore di Hermann Buhl riferendosi ai fulmini durante una notte di temporale).

L’alpinismo ha alimentato la lettura dei grandi volumi classici dell’alpinismo o i best-seller di montagna hanno creato nuovi alpinisti?
Quanti ragazzini hanno letto questi libri di salite epiche o di vite al limite di grandi alpinisti?
Quanti lettori di Hermann Buhl si sono lanciati su qualche via solo per ripetere le sua gesta. Quanti hanno letto o sognato sui volumi di Walter Bonatti?
Questo periodo è finito.
Per fortuna!

Internet ha seppellito tutto questa pseudo-letteratura.
Oggi l’informazione viaggia in rete e il ragazzino brufoloso, che ti ripete la via che tu cerchi di salire, ha studiato il video su YouTube e conosce i trick del passaggio.
Tu con le tue conoscenze pseudo-letterarie dei tempi eroici ti senti superato. Tu rimani a terra terrificato dai ricordi di terribili descrizioni di passaggi magari sotto una tempesta. Tu hai i miti in testa che ti spaventano.

Intanto gli altri si muovono veloci senza gli spettri del passato.
Tu guardi al passato e loro guardano al futuro.
Anche loro hanno i loro miti, ma sono più leggeri, non sono codificati su libri polverosi, sono agili e mutevoli come il web.
Internet ha ucciso le riviste di montagna.
Internet ucciderà anche i libri di montagna?
Internet ucciderà anche il mito alpinistico?

Se la citazione iniziale non ti dice nulla, hai già la risposta al quesito di cui sopra.

Sostituiamo i miti del passato con nuovi miti. Ad esempio Andy Holzer scalatore austriaco cieco dalla nascita, lui è un vero esempio di tenacia, perseveranza, passione ed entusiasmo. Lui arrampica dove la media degli scalatori fatica!
Flash-126Mani
Meglio un grande appiglio in una piccola mano che un piccolo appiglio in una grande mano (Claudio Barbier).

Il segreto dello scalatore sta anche nelle sue mani. In ogni caso le mani subiscono le conseguenze di anni di scalate.
La prima cosa da fare quando si entra in un rifugio è quella di osservare le mani di questi avventori.
Raramente ci si sbaglia poiché come si dice le mani tradiscono il mestiere.
Le mani tradiscono gli anni di attività, l’allenamento, le ore di freddo in parete e le lunghe sessioni alla trave.
L’uomo comune o della strada è sempre meravigliato che “noi si arrampichi” a mani nude e senza guanti. Chissà perché arrampicare a mani nude è considerata una cosa così strana. A volte mi chiedono se uso le ventose o i rampini.

A tutti sarà capitato la sensazione di abbandono quando si arrampica in inverno e le mani si congelano: sebbene tu veda gli appigli grandi e facili, le mani non ubbidiscono ai comandi del cervello e si muovono e prendono gli appigli in maniera meccanica, senza avere la giusta sensibilità. In questo modo si perde fiducia, magari non si cade, ma ci si deve fermare.

Un’altra orrenda sensazione è quando senti che le mani si aprono e non fanno più presa sulla parete rocciosa. Alla fine di un lungo tiro continuo senti che le forze vengono meno e con il fiatone, cerchi di accelerare, poichè sai che è solo questione di tempo prima di cadere.

Le mani racchiudono i segreti di uno scalatore.

Le mani di uno scalatore, specie dopo una salita in fessura granitica, sono particolarmente provate. Bende e nastri di cerotto sono usate per proteggerle dalle rocce più taglienti ma spesso i risultati non sono soddisfacenti.
Flash-125La filosofia del guerriero
La paura è il primo nemico naturale che il guerriero deve superare lungo la strada verso la conoscenza (Carlos Castaneda).

Non permettere che i draghi della tua mente abbiano il soppravvento e ti spaventino. Arrampica sempre concentrato e motivato, ma con la mente leggera. Non è facile.
Lo scalatore può essere paragonato ad un guerriero che prepara le sue armi, studia l’avversario e il terreno di battaglia e solo alla fine scende in campo, mettendo in gioco tutto sé stesso.
Non è facile diventare guerriero delle rocce ed agire con freddezza: ma questo è il segreto degli scalatori che riescono a compiere molte scalate vicino al proprio massimale.
Seguire il percorso di apprendimento del guerriero ed aumentare la propria consapevolezza è un’arte che nessuno ti insegna.
Il guerriero deve aumentare la propria forza: la capacità di agire, di impiegare energia in situazioni inaspettate e ancora fiducia, coraggio, mettersi alla prova, affrontare il rischio.
Non significa allenarsi di più; significa preparare la propria mente e condizionare il proprio subconscio, la parte nascosta della mente, per l’azione della scalata.
Gli insegnamenti del viaggio del guerriero – l’apprendimento –  di Don Juan Matus, sciamano indiano Yaqui, a Carlos Castaneda, antropologo misterioso, sono forse una chiave misteriosa per prepararsi all’azione.
Arno Ilgner ha applicato la lezione di Castaneda all’arrampicata, creando di fatto un metodo da lui chiamato rock warrior’s way.

Se vuoi migliorare, devi necessariamente intraprendere la via dell’apprendimento della mente.

Alex Honnold sulla famosa cengia chiamata Thanks giving God dell’Half Dome. E’ in solitaria e senza corda. Alex Honnold è noto per le sue scalate estreme solitarie. Lui è sicuramente un guerriero delle rocce. Lui sicuramente arrampica bene, ma a differenza di altri fuoriclasse, riesce ad arrampicare bene anche senza corda poiché riesce ad aumentare la propria concentrazione all’azione quando gli serve.
Flash-124

Compartimenti stagni
Mi piace arrampicare per piacere, ma non mi piace farlo per denaro. E’ lo stesso approccio che uso nel sesso.

Tanti scalatori si chiedono perché non trasformare la propria passione in un lavoro: chi vorrebbe lavorare in un negozio di attrezzatura alpinistica, chi fare la guida e chi in un centro di arrampicata indoor.
In realtà queste sono solo scorciatoie per cercare di risolvere un problema temporaneo: trovare un lavoro.
Ben presto si delineano nuovi ostacoli: cresce il senso di frustrazione, s’insidia la noia della ripetitività quotidiana, cosicchè lo scalatore guerriero si ripresenterà con tutto il suo carico d’insofferenza.
La soluzione migliore è svolgere un qualsiasi lavoro, possibilmente che ti dia soddisfazione, lavorando non troppo e guadagnando non poco, per poi potersi dedicare all’arrampicata.
Il vero rischio è quello di non eccellere né nel lavoro, né nell’arrampicata.  

Non compiere l’errore di trasformare il tuo piacere in un dovere.

Vito Plumari, il “vecchiaccio”, impegnato nel bouldering al Camp 4 in Yosemite. Un personaggio particolare, il “Don Juan” dell’arrampicata, parafrasando un famoso personaggio di Carlos Castaneda. Per lui, Pierluigi Bini e gli altri amici della casa cantoniera del Sella tra i quali Luisa Iovane ed Heinz Mariacher l’arrampicata era puro ed assoluto piacere.

Flash-123Arrampicata ribelle
L’arrampicata è una espressione individuale e che non è sopportabile da coloro che si ritengono portavoce dell’etica (Warren Harding).

Questa frase di Warren Harding, scalatore pioniere dello Yosemite Valley, ci dà l’idea dirompente dell’anarchia in cui può, anzi deve, sfociare l’alpinismo.
Noi non vogliamo regole almeno nell’arrampicata, anche l’idea stessa di un’etica ci disturba e toglie spontaneità al nostro gioco.
L’arrampicata, come la musica rock, è nata come espressione libera del corpo e della mente, è un modo estremo di sublimare le difficoltà della vita.
Cerchiamo di non imbrigliare l’arrampicata con regole, etiche, classifiche, imposizioni. Quando si cerca di imporre tutto questo, il movimento è nella fase decadente, mentre nella parabola ascendente la creatività è sufficiente per alimentare la passione.
Arrampicata significa salire liberamente la roccia.
Le regole sono in più, sono sovrastrutture dell’uomo.

Arrampica ascoltando la canzone Musica Ribelle di Eugenio Finardi: nulla sarà più come prima!

Warren Harding all’uscita, in solitaria, di Dawn Wall al Capitan nel 1970. Personaggio controverso dell’arrampicata, grande amante della bottiglia, ma convinto assertore della massima libertà anarchica della dimensione dell’arrampicata. Warren Harding è stato il primo salitore del Capitan nel 1958.
Flash-122Divertimento
Il più grande alpinista è quello che si diverte di più (Alex Lowe).

“Dai che non siamo qui per divertirci” tipica frase spesso udita in falesia, dove si alternano un capocordata troppo inutilmente preso dal proprio ruolo ed un secondo di cordata rilassato, che pensa solo a divertirsi. In fin dei conti chi ha ragione?
Perché non divertirsi sempre e comunque?
L’alpinismo non è una fede, né un lavoro.
Il grande alpinista cerca di divertirsi sempre e comunque.
Con questo spirito potrai accettare di dormire in rifugi puzzolenti e di svegliarti alla mattina presto per raggiungere una parete su cui divertirsi.
Purtroppo abbiamo dovuto aspettare che qualche americano ce lo insegnasse, perché noi europei ci siamo invaghiti di un concetto di alpinismo di conquista, di sofferenza e di machismo.
E’ fondamentale che un americano come Alex Lowe ci ricordi che dobbiamo anche divertirci.

Vai in rifugio e chiedi chi sia il più grande alpinista. Ti accorgerai che il divertimento non è contemplato.

Divertimento è anche camminare su una fettuccia tesa (slackline) sopra un laghetto con lo sfondo del Cervino come sta facendo Heinz Zak.
Flash-121

continua

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