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Beverly Johnson

Beverly Johnson
di Giampiero Assandri
(pubblicato su www.lafiocavemola.it il 10 novembre 2014, per gentile concessione)

Ma tu perché ritorni a tanta noia? – perché non sali il dilettoso monte – ch’è principio e cagion di tutta gioia? (Dante, Divina Commedia, Inferno, I, 75-77)”.

Se uno digita “Beverly Johnson” su Google, vengono fuori centinaia di pagine che rinviano a una bella afroamericana modella e attrice, per la precisione la prima modella di colore a comparire, nel 1974, sulla copertina di Vogue e poi attrice in varie serie televisive tra cui Law & order, per dire. Se però si aggiunge “climber” compaiono un po’ di link a foto e articoli riferiti ad una sua omonima, statunitense, molto carina anche lei, ma molto meno nota, evidentemente, almeno qui da noi, le cui imprese, pur poco divulgate o dimenticate, sono state a dir poco straordinarie.
Nella sua biografia è difficile non ricorrere spesso alla frase “fu la prima a…”. Tra le altre cose fu ad esempio la prima donna a sorvolare l’Antartide su un “autogiro” – detto anche girocoptero – ossia un trabiccolo volante superleggero, a rotore come l’elicottero, nel quale però le pale non sono mosse dal motore, ma vanno in autorotazione con la propulsione in avanti. Fu anche la prima donna a dirigere una squadra antincendio al Parco nazionale di Yosemite, fu la prima a percorrere lo Stretto di Magellano in kayak e la prima ad attraversare lo stretto di Bering in windsurf, la prima ad attraversare in sci la Groenlandia, la prima a salire il Capitan per la via Triple Direct in cordata femminile (con Sybille Hechtel) nel 1973… ma non sono certo queste stravaganze che lasciano una traccia nella Storia.

Beverly Johnson a 15 anni
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Camp 4
Una sera della primavera del 1973, attorno al fuoco del Camp 4 a Yosemite, giravano relazioni schizzi e commenti sulle vie nuove aperte da Jim Bridwell e Charlie Porter (1), fumo di varia natura si spandeva nell’aria, salivano le note di Somebody to love e il futuro, come quello dei bambini, non andava al di là del giorno. Le cose sembravano semplici e chiare, e chiara era la parete di El Capitan, illuminata dalla luce bianca della luna piena, con le lunghe linee verticali dei diedri tracciate dalle ombre create da quella luce notturna irreale.
Al mattino al campo c’è aria di svacco totale, qualcuno sonnecchia fuori dalla tenda, uno tenta di accordare una chitarra malconcia, un terzo rimesta tra ferraglia e cordami. Bert e Hug sono seduti su un materassino, insolitamente concentrati su una rivista, gli occhi fuori dalle orbite e ogni tanto emettono un’esclamazione di stupore. Non è esattamente una rivista di scalate, è Playboy.
D’improvviso Hug esclama con voce strozzata: – Gesù, sta arrivando Beverly!
– Cazzo, metti via!
La rivista viene chiusa freneticamente, piegata e fatta scomparire sotto il sedere di Hug.
– Cosa stavate leggendo di così interessante? Dai, fatemi vedere.
E così dicendo Beverly si china, afferra con forza il bordo della rivista e la tira spostando Hug. Poi con calma si mette seduta e inizia a sfogliarla. I volti chiari dei ragazzi intorno si fanno improvvisamente di fuoco, come i tramonti sulla Sierra, mentre lei, imperturbabile, gira le pagine. Sul paginone centrale fa una pausa più lunga per osservare meglio l’esplicita foto di un rapporto a tre.
– L’abbiamo trovata qui… qualcuno deve averla dimenticata… – è il goffo tentativo di giustificazione di Bert.
– Comunque – interviene Hug ancora rosso per la vergogna e peggiorando ulteriormente le cose – nessuna di quelle ragazze nude è carina quanto te, davvero, Bev!
– Sei sicuro? Secondo me dovresti guardare meglio! Comunque questo è un posto di malati – dice ridendo – siete tutti malati! E per di più bugiardi!
John Long (2) ha scritto di quell’episodio: “Avevo diciassette anni, sei anni meno di lei, una distanza abissale tra un ragazzo e una donna e mi sono innamorato, come tutti gli altri climber lì al campo IV, del resto. Ma tutti noi eravamo innamorati non solo perché era oggettivamente una bella ragazza, ma per quel suo modo di essere, per la sua calma, per la leggerezza con la quale affrontava ogni giornata e ogni salita, per la naturalezza con la quale viveva. Ogni tanto la guardavamo con sguardi ebeti e quel giorno, con la rivista Playboy, abbiamo fatto una vera figura di merda e avremmo voluto scomparire tutti quanti sotto un metro di terra”.

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Ohio
Nata ad Annapolis (Maryland) il 22 aprile 1947 era figlia di un ufficiale di Marina che per lavoro si spostava spesso. Stabilitisi a Arlington (Virginia), nell’autunno del 1965 Beverly si iscrive alla Kent State University, in Ohio, una delle più popolate e prestigiose degli USA, dove ottiene ottimi risultati, ma dove soprattutto si mette in evidenza per le sue non comuni qualità atletiche. Come primo lavoro si mise a confezionare parka a Sun Valley (Idaho), ma anche divenne istruttrice di sci di fondo.

Sempre proiettata verso nuove esperienze sportive, si iscrive anche ad un corso di vela e viene subito reclutata come skipper in regate competitive sul lago Ontario. Il deprimente clima invernale della regione e la voglia di cambiare la inducono a lasciare la Kent State per l’università di Los Angeles nella primavera successiva, decisa a stabilirsi nell’assolata California. In quegli anni nei campus universitari americani sta crescendo la protesta contro l’invio di soldati nella guerra del Vietnam e, nell’aprile del ’70, le foto dell’immensa e verdeggiante sede della Kent State University faranno il giro del mondo a seguito delle manifestazioni contro il governo Nixon per l’invasione della Cambogia e per la dura repressione degli universitari operata dalla Guardia nazionale dell’Ohio, in cui morirono 4 studenti e altri 9 furono gravemente feriti. Le foto comparse nel servizio che la rivista Life dedicò agli scontri nella Kent State del 4 maggio 1970 scioccarono gli statunitensi, facendoli ricredere sul fatto che i dimostranti fossero tutti invasati e antiamericani. Una di quelle foto, che ritrae una ragazza piangente su uno studente colpito a morte, vinse il Premio Pulitzer, e Neil Young, proprio ispirato da quelle foto di Life, scrisse la celeberrima Ohio, che fu incisa dal gruppo Crosby, Stills, Nash & Young sull’LP doppio Four way street, del 1971. L’opinione pubblica cominciò a schierarsi per il ritiro delle truppe dall’Indocina e a condannare la politica espansionistica del presidente Nixon. Noi che in quei lontani primi anni ’70, eravamo al liceo in Italia e non avevamo Internet, ma solo il TG1 e il TG2 e Carlo Massarini ai microfoni di Per voi giovani, ci scambiavamo i dischi e cercavamo di capire i testi delle canzoni di quella band, perché ormai la musica della West Coast ci aveva contagiato. Presto anche noi avremmo buttato gli scarponi alle ortiche e calzato le scarpette leggere d’arrampicata sulle placche di Traversella, della Valle Orco e di Finale, sognando la California.

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Yosemite
Dal 1968 al 1978 il Parco nazionale di Yosemite diventa la casa e il luogo di lavoro di Beverly: entra, seppure con qualche resistenza da parte maschile, nella squadra del soccorso e antincendio del Parco, e diventa istruttrice di sky-cross, entrambe attività peraltro ben poco redditizie. Per guadagnare qualcosa inizia a cucire e confezionare, in un piccolo laboratorio presso un edificio di Charlie Porter, giacche a vento, sacchi da montagna e sacchi da bivacco per scalatori e per le guardie del Parco, utilizzando una macchina da cucire e mettendo a frutto il diploma da sarta che aveva preso qualche anno prima. Tutto il tempo libero lo dedica alle scalate, arrampicando sia con i guru del Camp 4, sia con giovani cui non sembra vero di legarsi con un mito, perché lei, nel giro degli arrampicatori è già nota, l’unica che salga da prima il 5.9 e forse anche il 5.10. Del 1973 sono tre salite storiche per l’arrampicata femminile: il Nose a comando alternato con Dan Asay, la Triple Direct (aperta da Bridwell dieci anni prima) con Sybille Hechtel (3) nella prima femminile a El Capitan e la prima di Grape Race con Charlie Porter. Ma il parco è molto vasto, misura 305.000 ettari, quindi circa sei volte il nostro Parco del Gran Paradiso e dieci quello delle Alpi Marittime, tanto per avere un’idea: e non ci sono solo la valle di Yosemite, ma altre vallate, altipiani, laghi e zone selvagge a perdita d’occhio: lì Beverly BJ Johnson compie lunghe traversate in sci con allievi o con amici, specialmente con Donna, con cui condivide la passione per quel tipo di vita libera, nella natura, senza vincoli, senza legami definitivi. A Donna confida anche i dubbi per una vita condotta giorno per giorno e l’ansia che a volte affiora per la mancanza di prospettive e certezze. Con lei stringerà un’intesa e un rapporto di vera amicizia.
Nonostante i molti rischi quotidiani che quel tipo di attività comporta, non sarà una caduta in parete o una valanga, ma un incidente automobilistico a cambiare bruscamente la vita di Donna: costretta per sempre su una sedia a rotelle, proverà a farsi una ragione della sua nuova condizione, senza riuscirci: Beverly farà di tutto per aiutarla, evitando pietismi e falsi ottimismi. La depressione di Donna e poi la sua morte saranno per Beverly il dolore più acuto della sua vita e la costringeranno a riconsiderare la morte come un accadimento non esclusivamente individuale, devastante per chi resta, soprattutto per coloro che, al di fuori della cerchia degli arrampicatori, non possono giustificare il rischio gratuito della vita. E’ in quei giorni di crisi forse che scrive una lettera ai genitori, la piega in quattro e la mette tra le pagine del passaporto, perché la possano leggere nel caso le succeda un incidente mortale.

BJ sulla Triple Direct al Capitan. Foto: Sybille Hechtel
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Venezuela
Nel 1977 BJ si unisce alla spedizione di Mike Hoover in Venezuela, che ha come obiettivo un film-documentario nella giungla. Ciò che più metterà alla prova i giovani climber americani non saranno tanto le difficoltà tecniche, alle quali sono preparati, bensì l’ambiente, gli imprevisti, e le “abitudini locali”. Una gran parte delle provviste alimentari viene invasa dalle mosche che vi depositano le larve rendendole incommestibili. Rimangono i cibi in scatola, da razionare per due settimane, tanto che tutti perderanno almeno dieci chili. Al campo base dove sperano di trovare il cibo lasciato alla partenza, scoprono con disappunto che gli indigeni del villaggio, dove avevano assoldato le guide, hanno mangiato tutto quanto. Hoover allora pretende che si diano da fare per procacciare qualcosa da mangiare e finalmente, dopo molti tentativi per farsi capire, un gruppetto di cacciatori parte per cercare qualcosa. Dopo poco tempo ritornano con due piccole scimmie uccise che mettono subito a bollire in una grande pentola davanti agli esterrefatti alpinisti. Quando un indio estrae il bollito dalla pentola BJ caccia un urlo e l’indio, pensando che la ragazza protesti perché le scimmie non sono cotte a sufficienza, le ributta nella pentola. Dopo dieci minuti gli indios estraggono i corpi delle due scimmie bollite e li tagliano a pezzi: a Beverly tocca un avambraccio completo di mano: non può far altro che allontanarsi per vomitare e quando torna dice agli amici: – Sto morendo di fame ma non posso mangiare scimmie!”.
– Davvero? – sdrammatizza Paul – non pensavo che tu avessi questo genere di problemi!

In vetta al Capitan dopo la prima salita femminile della parete (per la Triple Direct) con Sybille Hechtel
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La fama
Nell’ottobre del 1978 all’uscita della Dihedral Wall, Beverly era attesa da una folla di giornalisti e cronisti di tutte le reti televisive degli USA. Per dieci giorni i telegiornali della sera non mancavano di riportare minuziosamente i progressi della sua salita in solitaria lungo quella difficilissima via di El Capitan. Chi non apparteneva alla cerchia alpinistica non era in grado di apprezzare pienamente il livello tecnico e psicologico di quella prima femminile, ma bastava il fatto che si trattasse di una donna, la prima, a compiere un’impresa che mai fino ad allora il genere femminile avesse neanche lontanamente concepito. Quell’impresa, al di là della sua volontà, venne rappresentata come un esempio dell’uguaglianza tra generi rivendicata dai movimenti femministi: in realtà Beverly non si schierò mai con i movimenti femministi, affermando una propria autonomia e una “diversità” nelle motivazioni e nei modi di concepire l’arrampicata, soprattutto nel non caricare il successo o l’insuccesso di un’importanza superiore al piacere dell’azione in se stessa.

Sibylle Hechtel risale a jumar sulla Salathé Wall di El Capitan, 1975. Suoi compagni in quella scalata furono Alec Sharp e Tom Dunwiddie. Foto: Sibylle Hechtel collection
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BJ rilasciò interviste a decine di giornali tra cui il Times, ricevette molte proposte per girare film come attrice o come controfigura e fu invitata al celeberrimo The Johnny Carson Show (4). Alla domanda di Carson “Come si fa a scalare una parete così lunga e difficile, da soli e con un sacco da 50 kg di materiale, acqua e viveri ?” Beverly rispose: “Si fa allo stesso modo in cui si mangia un elefante: un boccone alla volta”. Invece alla domanda “Perché l’ha fatto?”, scrollò le spalle e disse: “Questa è l’unica domanda cui non so rispondere”.

In vetta al Capitan dopo la prima solitaria alla Dihedral Wall
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Mike Hoover
Il tizio biondo e atletico che abbiamo visto arrampicarsi nell’indimenticabile film Solo, presentato a Trento negli anni ‘70, è Mike Hoover. Sempre lui ha fatto da controfigura a Clint Eastwood in Assassinio sull’Eiger del 1975. I due si conoscono in Yosemite allorché Hoover, per errore, colpisce con la sua corda Beverly, impegnata su un’altra via. Su una spiaggia dello stretto di Bering, nel 1979, di fronte alle coste dell’Unione Sovietica, Hoover e Beverly, che fanno coppia da qualche anno, stanno girando una scena di windsurf per il film Dalla Russia con amore. Con loro c’è anche Arnold, un bravo windsurfer francese. Di punto in bianco Hoover comunica ad Arnold che lui e BJ desiderano sposarsi, proprio lì, adesso, e che lui deve officiare lo sposalizio.
– Non è possibile, non sono un prete!
– Ma sei un capitano, e quindi puoi.
– Non sono neppure un capitano.
– Ma hai un windsurf! Non è forse un battello?
– Ah! Certo!
Così Arnold mette il piede sulla sua tavola a vela e blatera qualcosa di confuso e romantico. Poi anche Beverly dice qualcosa e quello, in mezzo agli spazi sconfinati e col vento gelido del Nord è il loro matrimonio vero, anche se il rito ufficiale sarà celebrato qualche anno dopo, con gli invitati, gli anelli e gli abiti da cerimonia nel Parco nazionale dei Teton.
Nel 1980 il programma dei due prevede di girare film naturalistici in Nuova Guinea, Cina, Antartide, Groenlandia, Islanda…

Le ferite
A dispetto della sua straordinaria resistenza alla fatica e al dolore, anno dopo anno sul corpo di Beverly si incidevano tracce indelebili: cicatrici, punti di sutura, fratture rimarginate, congelamenti, disfunzioni articolari. Il corpo di BJ era diventato lo specchio di una vita condotta ininterrottamente al limite delle possibilità, ma anche l’evidenza esteriore di una fragilità interna celata dalla determinazione e dalla spettacolarità dell’azione. La più grave menomazione fu la recisione netta dei legamenti della caviglia a causa di un incidente motociclistico provocato da una matassa di filo spinato durante una spedizione in Australia nel 1980. Rimase bloccata per un anno in seguito ai ripetuti interventi chirurgici e riuscì a recuperare la funzionalità del piede, ma non ad esercitare pienamente la pressione in caso di torsione e quindi dovette abbandonare definitivamente le scalate in fessura di difficoltà elevata. D’altra parte la parabola dell’arrampicata estrema per lei aveva già segnato l’apice a metà degli anni ’70 e i progetti dal 1978 in poi furono soprattutto grandi viaggi di esplorazione nei luoghi più remoti dei cinque continenti, con Hoover. Per esempio, esplorarono e filmarono la Penisola di Palmer in Antartide con l’uso di slitte trainate dai cani. Hanno scalato il Mount Vinson in Antartide durante la loro luna di miele. BJ fu leader di una spedizione di sei donne che si paracadutarono nelle highlands della Nuova Guinea, filmate dal marito. E nel 1979 erano assieme nella Transglobe Exhibition che circumnavigò la Terra collegando i due poli.

Beverly Johnson e il marito Mike Hoover in cima ad Angles Landing, Zion National Park, primavera 1978. Foto: Olaf Mitchell

 

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Il sogno di BJ: bambini e alberi di mele
A metà ottobre del 1981, ad Alert, l’abitato più a Nord della Terra, situato sulla costa dell’isola di Ellesmere (Canada), a soli 817 km dal Polo Nord, nella notte artica incombente, un piccolo bimotore sta preparandosi al decollo.
Giles Kershow, il pilota, pur essendo uno dei migliori aviatori del mondo e il più esperto in assoluto in fatto di voli sull’Artico, non sarebbe venuto fin lì e non si azzarderebbe ora a decollare in quelle condizioni atmosferiche proibitive se non fosse in gioco la vita di una cara amica. Infatti sul velivolo oltre a lui ci sono Hoover e Beverly, pallida e febbricitante a causa di un’emorragia interna provocata da una gravidanza extrauterina. Il medico della vicina base militare canadese che l’ha visitata poco prima ha detto di non poter far nulla senza una sala chirurgica attrezzata. Giles, chiamato da Hoover come ultimo, estremo tentativo per salvare la moglie, si è precipitato immediatamente e ora è seduto ai comandi del piccolo aereo scosso dal vento che soffia raffiche di pulviscolo ghiacciato sul cristallo della cabina e graffia rabbioso la fusoliera. Fuori c’è -20°, con il rischio reale che in quota la temperatura ancor più bassa faccia gelare gli alettoni. Il rombo dei motori combatte per qualche secondo contro il frastuono della bufera, poi l’aereo si muove e riesce ad alzarsi virando progressivamente verso sud-est, in direzione di Los Angeles, lasciandosi alle spalle la notte e gli insidiosi cieli dell’Artico. All’aeroporto è già pronta un’autoambulanza che carica Beverly ormai quasi in coma e la deposita direttamente all’ospedale dove viene operata immediatamente. Per lei sarà un’ennesima cicatrice, ma si salverà.
Quando si risveglia Hoover e Giles sono accanto al suo letto.
– Ehilà, ti sei svegliata finalmente – dice l’amico pilota.
– Grazie Giles, se non era per te a quest’ora…
– Beh, non potevo mica lasciarti per sempre lassù, sulla banchisa, con gli orsi polari… e poi sono sicuro che tu avresti fatto altrettanto. E comunque, in fondo, è stato divertente, lo sai che ormai i voli senza imprevisti mi annoiano. E ti saresti divertita anche tu, se solo non fossi stata uno straccio semi-incosciente! Già, si ballava niente male e per un po’ ho avuto l’impressione di stare dentro una lavatrice, non in un aereo. Anche questa volta è andata! Noi abbiamo la pellaccia dura! (5)
Ma il sogno di Beverly, bambini suoi che giocano, si rincorrono e ridono in un giardino di meli in fiore nella sua casa con vista sulla catena montuosa innevata dei Teton, in Wyoming, è destinato a rimanere tale. Non potrà più avere figli (non suoi almeno), troppo rischioso. E allora, senza bambini che scorrazzano, anche i meli aspetteranno: ci sono ancora troppo posti su questa Terra da esplorare, troppe cose da scoprire e da fare, prima di imbracciare una vanga o una falce e mettersi ad accudire il giardino di casa.

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La guerra in Afghanistan
Dal novembre 1982 e per i successivi cinque anni Beverly e Hoover passarono la maggior parte del loro tempo a documentare con filmati l’occupazione sovietica dell’Afghanistan. Il rischio e le condizioni prolungate di stenti e fatiche che dovettero affrontare misero a dura prova non solo il loro fisico ma anche la psiche. Beverly ottenne dal Comando militare sovietico un permesso speciale per filmare, lei sola, dal fronte russo. L’Afghanistan le appariva in tutto e per tutto come il Vietnam dei Russi. Ma Beverly si fece col tempo un’idea più precisa del conflitto e delle regole della società tribale di quel popolo, non del tutto allineata con le idee dell’opinione pubblica americana. Nei villaggi afghani, in quanto donna, era l’unica giornalista ammessa a stretto contatto con le donne e si rese conto delle disuguaglianze profonde tra uomini e donne e di come i principi fondanti della società teocratica e guerriera afghana fossero la vera causa delle condizioni di quel paese. Disse più volte che non valeva la pena rimanere lì a documentare la follia maschilista degli Afghani rischiando la pelle per una guerra che non riguardava gli americani e la cultura occidentale.

L’ultimo volo
Il 3 aprile 1994 Beverly è su un elicottero, come molte altre volte nella sua vita, ma questa volta non è lei a pilotarlo per intervenire a spegnere un incendio o per esplorare qualche landa remota della Terra: sta semplicemente trascorrendo una breve vacanza con Hoover e degli amici per fare del fuoripista sulle Ruby Mountains, una catena montuosa nel Nevada. Con lei, oltre al marito e a Dave, il pilota, ci sono anche Frank G. Wells, il presidente della Disney e un loro amico. Un altro gruppetto di sciatori intanto è appena rientrato con un secondo elicottero alla base. Un peggioramento repentino del tempo induce il pilota ad atterrare in una piccola radura aperta sul fianco del pendio in attesa che cessi di nevicare. Dopo una mezz’ora dalla stazione di arrivo, a pochi chilometri di distanza, avvertono via radio che si vede una schiarita. Il pilota e Hoover puliscono alla meglio la cabina, le prese d’aria e le pale del rotore dalla neve. L’elicottero si mette in moto e si alza, ma dopo un minuto succede qualcosa, si accende la spia della pressione dell’olio e Dave avverte che deve tentare un atterraggio d’emergenza. Non sono alti sul bosco, forse troppo poco per una manovra corretta di autorotazione o chissà…
Nella caduta nel Thorpe Creek Canyon, a circa 5 miglia a sud di Lamoille, solo Hoover sopravvivrà, riportando gravissime fratture e racconterà come si svolsero i fatti anche al processo aperto per individuare eventuali responsabilità.

BJ fotografata dal marito Mike Hoover
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Cosa rimane di una vita?
Un odore acre di gasolio per un raggio di 5 km attorno all’elicottero precipitato, i ricordi di chi l’ha conosciuta, qualche foto e parole sulla carta. Tra le altre, quella della lettera da lei scritta diversi anni prima ai suoi genitori, e conservata, ripiegata in quattro, nel suo passaporto. Si chiudeva così:
… ho avuto una vita meravigliosa… e fino ad ora sono stata molto felice. Felice di avervi avuti come genitori. Felice di essere nata in America. Felice di essere stata in salute. Felice di aver avuto due bravi fratelli…
Ho avuto tutta la gioia e l’avventura che si può desiderare. Ho amato e sono stata amata. Mi spiace solo di non aver fatto molto per il miglioramento del Pianeta, sarà per una prossima volta. Nella mia vita ho pianificato molto poco e ho vissuto le esperienze che si potrebbero vivere in cento anni, solo un po’ concentrate.
Ho apprezzato ogni singolo giorno e mi sono meravigliata di quanto misteriosa e bella sia la vita. Non desidero nessuna vita ulteriore, questa è stata sufficiente…
Perciò il mio ultimo desiderio, il mio solo desiderio, realmente, è che quanto accaduto non vi arrechi neppure la più piccola tristezza. Ho avuto dalla vita più di quanto si possa desiderare. Pensatemi e sorridete, è questo che voglio
“.

Non sono forse le parole scritte, tanto quelle antiche e auliche della Commedia dantesca, così come quelle di una lettera di una ragazza della seconda metà del novecento, un fragile ponte con il nostro passato, costruito nella speranza inconscia di farlo rivivere e durare oltre noi, nel futuro che non ci apparterrà, per coloro che restano e per quelli che verranno?

23 ottobre 1978, Beverly Johnson ripresa poco dopo la sua prima salita solitaria di 10 giorni
del Capitan, lungo la via Dihedral Wall. Foto: Zebowski/Associated Press
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Enjoy this day (quando il tempo sta per finire, una buona cena vale più del futuro)

La foto (qui accanto riprodotta) della ragazza bionda sorridente e a braccia aperte, vestita di chiaro, in un punto panoramico della Yosemite Valley, potrebbe essere scambiata per quella di una qualsiasi bella turista in vacanza, ma trattandosi di Beverly Johnson ci si immagina che voglia dirci:” Questo, signori miei, è stato il mio regno”. Ed ha lo stesso sguardo luminoso e aperto di quello che ci osserva dalla foto che la ritrae da bambina, a cinque anni, col cappellino traforato e un vestitino bianco davanti ad un cespo di margherite fiorite nell’aiuola di casa sua, al tempo in cui tutto era ancora possibile, ogni scelta aperta e ogni cosa doveva ancora accadere.

The wisdom of the crowd
Le regole del web fanno sì che i motori di ricerca, in caso di omonimia tra due persone, diano come primi risultati quella con le maggiori ricorrenze (frequenza) nelle ricerche, indipendentemente dal valore, meriti o demeriti delle persone: questa regola è detta in inglese wisdom of the crowd, che sarebbe “la saggezza della folla”. E’ per questo che con Google nelle prime pagine compare sempre la modella afro-americana BJ, mentre la nostra BJ è relegata nelle ultime pagine.
A me comunque piace pensare che il tempo prima o poi renderà il giusto merito a questa donna ricordata da Hoover come sempre sorridente, tenace e coraggiosa, scalatrice, istruttrice di sci, pilota di elicottero, canoista, windsurfer, cineasta di guerra in Afghanistan e soprattutto innamorata della vita ed esploratrice delle possibilità umane fisiche e mentali.

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Crediti
Il testo di questo lungo post è liberamente ispirato alla biografia di BJ dell’autrice Gabriela Zim, dal titolo The view from the edge. Life and Landescapes of Beverly Johnson, ed. Mountain n’ Air Books, La Crescenta (CA), 1997, 185 pagine, con presentazione di John Long, e da alcuni articoli e interventi su siti e riviste on-line statunitensi da parte di chi la conobbe negli anni ‘70. Il titolo del libro potrebbe tradursi letteralmente: La vista dal bordo. Vita e paesaggi di BJ, ma mi pare più appropriato Lo sguardo dal limite. Vita e paesaggi di BJ. Non essendo l’autrice una scalatrice, l’approccio da lei scelto è incentrato sugli aspetti personali e umani della protagonista e per questo motivo più interessante, a mio giudizio, di uno sterile resoconto delle performances sportive e “sovra” umane. La biografia di Beverly è ricostruita dall’autrice anche attraverso numerose lettere e dai suoi appunti di viaggio.
Ho tradotto letteralmente esclusivamente il testo della lettera indirizzata ai genitori, il resto è una trasposizione libera, anche se fedele all’originale nei contenuti.
Non esistono libri o altri documenti cartacei, per quanto ne so io, in italiano su BJ, a riprova del fatto che i media, a volte in modo casuale, altre volte per scelta, sono in grado di amplificare o passare sotto silenzio fatti e persone, decretandone la fama, la mitizzazione oppure l’oblio in misura non sempre corrispondente all’oggettività di quei fatti e di quei protagonisti. Wikipedia ha una pagina a lei dedicata, ma solo nella versione inglese.
Un raro filmato d’epoca, con belle riprese ma purtroppo di scadente qualità (16 mm) in cui compare BJ in un tentativo di liberare la via del Nose a El Capitan in cordata con Ron Kauk e Werner Braun si può vedere qui sotto:

Note
1) Charlie Porter: Massachusetts 1951. E’ scomparso il 23 febbraio 2014 all’età di 63 anni a Punta Arenas, in Cile, a causa di problemi cardiaci. Scienziato climatologo, noto per le sue prime solitarie al Capitan e per le esplorazioni nella Terra del Fuoco:
Zodiac, 1972
The Shield, 1972
Mescalito, 1973
Tangerine Trip, 1973
Excalibur, 1975
e poi la solitaria alla cresta Cassin sul McKinley, 1976;

Jim Bridwell: soprannominato the bird (San Antonio, 29 luglio 1944, vivente). Centinaia di vie tra cui:
• 1968 Triple Direct (VI 5.9 A2), El Capitan, Yosemite, con Kim Schmitz
• 1968 Salathé, El Capitan, Yosemite, salita in tre giorni

2) John Long: nato nel 1951, vivente. Scrittore e divulgatore di successo degli sport estremi (più di 40 titoli e milioni di copie vendute). Arrampicatore negli anni Settanta e Ottanta, scopritore e amico di John Bachar, fondatore del gruppo Stonemasters, con all’attivo molte scalate estreme in tempi record tra cui la prima salita in giornata della via del Nose su El Capitan, nel 1975, che realizzò insieme a Billy Westbay e Jim Bridwell e la prima libera di Astroman con Ron Kauk e John Bachar

3) Il racconto di questa salita, narrato da Sybylle Hechtel, lo si può leggere nel libro edito da Steve Roper: Ordeal by Piton. Writings from the golden age of Yosemite climbing, 2003, con un titolo dal sapore revanscista: “Walls Without Balls” (Pareti senza balle)(!).

4) Il Tonight show fu un popolarissimo programma televisivo andato in onda negli USA per quarant’anni sulla rete NBC e presentato ininterrottamente dal 1962 al 1992 da Johnny Carson, contendendosi la popolarità con l’Ed Sullivan Show.

5) Durante la spedizione in Antartide “Ice 90” per la National Geographic Society, il capitano Giles Kershow a bordo di un “girocoptero” con cui trasportava del materiale in appoggio ad una prima ascensione americana guidata da Hoover, e con il quale avrebbe dovuto trasportare anche Beverly dal campo base all’attacco della via, viene investito da un forte vento catabatico, ossia una corrente asciutta e fredda tipica delle regioni artiche. Il piccolo velivolo, nonostante la perizia del pilota, si abbatté al suolo senza lasciare possibilità di salvezza a Giles. Per Beverly, che si era perfezionata nel pilotare elicotteri grazie ai consigli dell’amico Giles e con cui aveva condiviso per anni la grande passione per il volo e molte esperienze in Artide e Antartide, fu un altro duro colpo, da cui non si riprese per molti mesi.

Ulteriori notizie su:
http://rockriprollgirl.com/home/2011/04/remembering-bev-johnson-one-of-americas-greatest-climbersadventurers/.

 

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Là dove è riuscita solo una Lei

Là dove è riuscita solo una Lei
di James Lucas
(già pubblicato su Climbing n. 347, www.climbingmagazine.com)

Viene sempre il momento nella vita di tutti gli scalatori in cui si trova una via che li “prende”. E non è detto che sia solo una, possono essere anche di più. Per tutti c’è almeno una via che li cattura, per varie ragioni (storia, estetica, movimenti o, semplicemente, perché non si sa se la si può salire”. Questo lo dice Beth Rodden.

Nel giorno di san Valentino del 2008 Beth ha “chiuso” Meltdown, una fessura da dita di circa 25 m di 5.14c vicino a Upper Cascade Creek (Yosemite Valley). Le sono stati necessari 40 giorni di lavoro, ma ne è uscito il monotiro più duro della valle a quel tempo. Infatti solo sette anni dopo la Dawn Wall si è presa quel titolo con il suo tiro di 5.14d. Da notare che, nella sua salita redpoint, Beth si è piazzata tutte le protezioni.

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A dispetto di numerosi tentativi degli scalatori più forti, compreso Ron Kauk che chiodò la sosta di arrivo e la provò, questa via estrema trad è rimasta irripetuta. Ci hanno provato, tra gli altri, anche Carlo Traversi, Enzo Oddo e Tommy Caldwell.

Nei mesi precedenti al mio tentativo finale volevo ripetere alcuni dei monotiri più difficili di Yosemite, anche per cercare di rilassarmi (fisico e psiche) dall’impegno delle salite a El Cap”. In effetti Beth aveva dedicato una decina d’anni a scalare su El Capitan, facendo salite in libera di Lurking Fear (VI, 5.13c), di El Corazon (VI, 5.13b) e del Nose (VI, 5.14a): perciò era pronta per andare a curiosare dove avrebbe potuto spingersi sulle salite brevi.

Beth Rodden su Meltdown. Foto: Corey Rich
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Meltdown era difficile mentalmente e psichicamente, con piccole asperità per i piedi, movimenti super-tecnici. Per proteggersi, roba piccolissima (il pezzo più grosso di tutti era il TCU Metolius “3/4”, adatto a fessure larghe da 21,5 a 30,2 mm). Aggiungiamo le bufere di neve attorno alla cascata, che l’hanno costretta ad aprirsi la pista per andare all’attacco.

Dopo un mesetto di lavoro si è presa una pausa per fare boulder con degli amici, anche comunque per acquistare ulteriore forza e potenza in generale. Quando è tornata alla via, i ripetuti tentativi nel passo chiave a circa 10 metri di altezza le hanno danneggiato i legamenti delle mani, ma lei è andata avanti lo stesso.

Nel tardo autunno, l’Upper Cascade Creek diventa fascinosamente bianco e silenzioso… ma non appena aumenta l’acqua si capisce con chiarezza che il conto alla rovescia sta incominciando: spruzzi e roccia bagnata non permettono di scalare. Sono riuscita a farla solo pochissimo prima che la cascata diventasse troppo grossa”.

Otto anni dopo, Beth Rodden e suo marito Randy Puro, passano il tempo tra Bay Area e Yosemite, con il figlio di due anni Theo. Dei suoi attuali obiettivi dice: “Voglio passare il più tempo possibile con Theo: e lo voglio fare nel posto che più amo al mondo, Yosemite”.

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Beth Rodden
Nata il 5 maggio 1980 a San Francisco, California, è stata la più giovane donna a scalare un 5.14a (8b+), ed è una delle pochissime al mondo ad aver fatto in libera un 5.14c (8c+) in arrampicata trad.

Incontra Tommy Caldwell a una gara di arrampicata junior nel 1995: con lui si sposa nel 2003. Divorziano nel 2010. Nel 2014 ha un figlio (Theo) con il suo secondo marito, Randy Puro.

Incomincia ad arrampicare nel 1995 al Rocknasium, una sala di arrampicata a Davis, California. Vince lo Junior National JCCA Championships nel 1996, 1997, e 1998; si piazza tra le prime nelle ASCF adult national series nel 1997 e 1998 e si classifica al terzo posto negli ASCF Fall Nationals nel 1998.

Nel 1998 fa in libera la via sportiva To bolt or not to be, lo storico primo 5.14 d’America e diventa la più giovane ad aver salito un 5.14a. Nel 1999 Lynn Hill la nota e la invita alla prima salita interamente femminile del Tsaranoro Massif in Madagascar. Quest’esperienza la lancia definitivamente verso il trad. Nel 2000 fa la prima in libera di Lurking Fear con Tommy Caldwell. Con quest’impresa e con la successiva (2005) salita in libera del Nose, diventa la prima donna ad aver scalato in libera due vie al Capitan.

Nell’ottobre 2005 libera The Optimist, prima americana a liberare un 5.14b. Nel febbraio 2008 fa la prima libera di Meltdown (5.14c).

Nell’agosto del 2000, durante un viaggio nella Kara Su Valley del Kyrgyzstan con l’allora ancora fidanzato Tommy Caldwell e i due amici Jason Singer Smith e il fotografo John Dickey sono presi in ostaggio per sei giorni dai ribelli dell’Islamic Movement of Uzbekistan. A mezzanotte del 18 agosto il capo dei ribelli, per andare alla ricerca di batterie per la radio e di altri viveri, li lascia in custodia di un solo guardiano, Usuph. Caldwell a un certo punto riesce a spingere il ribelle sull’orlo di un precipizio e lo spinge giù. Riescono così a scappare verso un campo dell’esercito kirghiso. Solo dopo apprendono che il guardiano era sopravvissuto. Ma quell’incidente colpisce la pubblica opinione americana, come se i quattro debbano in qualche modo discolparsi del “tentato omicidio”. Beth Rodden patisce molto questa vicenda e la sua arrampicata ne risente: per un anno non fa altri viaggi intenzionalmente.
Nel maggio 2002 ritorna al top con la salita onsight di Phoenix (fessura di 5.13a in Yosemite).

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Salite notevoli:
primavera 1997: Country Boy (5.13d, 2a salita) a Lumpy Ridge, Estes Park Valley, Colorado.
1998: To Bolt or Not to Be (5.14a, 8b+) nello Smith Rock State Park, Oregon.
1999: Bravo les Filles (VI 5.13d A0, 13 lunghezze, con Lynn Hill, Nancy Feagin, and Kath Pyke) nello Tsaranoro Massif, Madagascar.
1999/2000: Disco Machine Gun (5.13, FA/FFA) Indian Creek Canyon, Moab, Utah.
2000: Lurking Fear (5.10 A3, FFA con Tommy Caldwell), El Capitan, Yosemite Valley. In origine classificata 5.10 A3, le prime sette lunghezze in libera sono 5.12c, 5.13c, 5.12d, 5.12d, 5.12a, 5.12c, e 5.13c.
2002: The Phoenix (5.13a, prima onsight femminile) Upper Cascade Falls, Yosemite Valley, California.
2002: Grand Illusion (5.13c, onsight, FFA) a Sugarloaf, California.
2003: Sarchasm (5.14a, 8b+, 2a ascensione) Longs Peak, Rocky Mountain National Park, Colorado.
2003: West Buttress (5.13c, FFA con Tommy Caldwell) su El Capitan, Yosemite Valley. Tutte le lunghezze in libera in differenti occasioni: una salita continua in libera non è ancora stata fatta.
2005: Anaconda (5.13b/c, FFFA) a Lumpy Ridge, Rocky Mountain National Park, Colorado.
2005: Grand Wall (5.13b, FA) multi-pitch a Squamish, B.C. Canada.
2005: The Optimist (5.14b, FA/FFA) in Smith Rock State Park, Oregon.
2005: The Nose (VI 5.14a, 3a e 4a Free Ascent con Tommy Caldwell) su El Capitan, Yosemite Valley, California. Nell’ottobre 2005 Caldwell e Rodden scalarono ciascuno metà delle 31 lunghezze della via, liberandole tutte.
2008: Meltdown (grado proposto 5.14c, FA), Upper Cascade Falls, Yosemite Valley, California.

 

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Una salita di merda

Una salita di merda
di Mike Libecki, come l’ha raccontata a Kevin Corrigan
(racconto tradotto da Climbing n. 346, per gentile concessione)

Nell’estate del 1995 ero in Yosemite, lavoravo al Mountain Shop, quello originale, al Curry Village.

Un giorno una ragazza giapponese di nome Misako entrò dentro. Piccolina e tranquilla, non parlava molto inglese, solo poche parole. Disse: “Sto cercando un compagno per una big wall: Lunar Eclipse, a El Capitan”.
Risposi subito: “A me piacerebbe fare quella via!”.

Eravamo di cultura diversa, eravamo maschio e femmina, non parlavamo la stessa lingua: ma decidemmo ugualmente di provare.

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Le cose iniziarono bene, ci alternavamo al comando, magari un po’ lenti ma sicuri. Sebbene non potessimo comunicare nel vero senso della parola, lavoravamo duro e ci divertivamo: ci sentivamo compagni alla pari.
Ci furono buone vibrazioni tra noi, almeno fino a tre quarti della via. Quando cioè cominciai a non stare bene, probabilmente a causa di una lattina di fagioli avariati. In breve passai da uno stato normale a una maledetta diarrea che mi colpiva ogni qual volta ingerivo qualcosa, più volte al giorno. Era proprio imbarazzante, però avevo ancora energia, dunque continuammo.

Il quarto giorno ero ancora ottimista, malgrado lo stomaco sottosopra e l’incubo doloroso della mia continua voglia di evacuare i sinistri contenuti del mio intestino.
Misako andò in testa sulla prima lunghezza della giornata, io la assicuravo.

La parete sud-est del Capitan. Lunar Eclipse è la n. 30 (A4, 5,7)
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Era una giornata molto ventosa.
Poi, senza alcun preavviso, sentii che stavo per farmela addosso. Non avevo scelta, dovevo tirar giù i pantaloni.

L’escremento liquido non cadde nel vuoto di sei-settecento metri come la gravità avrebbe fatto sottintendere. Al contrario, il vento lo sollevò e ce lo scaraventò addosso. Una raffica marrone che si spalmò su ogni cosa, sul sacco da recupero, sulla portaledge, sulla parete, su di me e, peggio di tutto, su Misako.

Ero riuscito a smerdare la mia compagna che era almeno 10 metri sopra di me.

Fu un momento orribile e umiliante, più di quanto si possa immaginare. Non scorderò mai la vista di quella cagarella che ci vorticava attorno e addosso.

Durante la salita persi circa 6 kg e non mi ripresi fino a che, arrivato in valle, non presi un antidiarroico.

Poco tempo dopo fui licenziato, per il motivo che ero andato ad arrampicare troppo spesso.

Con Misako rimanemmo amici. Da allora abbiamo fatto alcuni viaggi assieme, in Madagascar ma anche all’Isola di Baffin. Sono andato anche a trovarla a casa sua in Giappone: ma mai abbiamo riso assieme della tempesta di merda su Lunar Eclipse.

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Risposte ad alcune domande

Intervista ad Alessandro Gogna
di Ruggero Bontempi (Giornale di Brescia)

Il clamore mediatico suscitato a seguito di alcuni incidenti avvenuti in montagna sembra quasi voler colpevolizzare chi frequenta gli spazi alpini. La montagna è ancora sinonimo di libertà?
La montagna è sinonimo di libertà più delle epoche scorse. Chi cerca di colpevolizzare chi frequenta gli spazi alpini (o in genere avventurosi) senza rendersene conto fa il gioco della libertà, tanto più apprezzata e inseguita quanto dai più “vietata”. Resta da capire a fondo perché ci sia tutta questa “invidia” verso gli spiriti liberi e le loro attività. Su questo punto ognuno ha le proprie tesi: la mia è che la nostra attuale “societé sicuritaire” permei la nostra educazione e il nostro vivere sociale, con il risultato che da una parte si pretende che tutto sia sicuro (per poter misurare gli errori e quindi le responsabilità, soprattutto giudiziarie quindi alla fine economiche); e dall’altra si blatera in modo schizoide di “no limits” e di “tutto facile, in piena sicurezza”.

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Lei vanta un grande impegno nella divulgazione di modalità di fruizione della montagna rispettose degli ambienti naturali. Come giudica il livello di sensibilizzazione attuale? E quali sono gli aspetti più critici?
Il livello attuale non è migliorato di gran che rispetto alle decadi scorse, purtroppo. Diciamo che c’è più rispetto “formale” per l’ambiente (meno rifiuti), ma quello sostanziale è rimasto inalterato (impianti di sci nuovi, ristoranti girevoli, luna park di montagna, captazione acque per innevamento artificiale, eliski, motoslitte, strade sempre più in alto, cementificazione, motori sui sentieri, contatto con la natura mediato da giocattoli vari (sci, bici, ecc): e scusate se dimentico altro. Per me l’addomesticamento generalizzato dell’ambiente naturale ha la stessa valenza distruttiva che hanno la violenza cementificatrice, la volontà di colonizzazione e il disordine da rifiuti.
Per fare passi avanti occorre dimenticare la parola “fruizione” (sinonimo di qualcosa che si è “comprato”, di uso, quindi di possesso e uso del “prodotto” ) sostituendola con la parola “amore” che si usava una volta.

Recenti provvedimenti normativi hanno reso obbligatorie alcune dotazioni individuali per la frequentazione della montagna invernale. Questi strumenti possono contribuire da soli a garantire la sicurezza?
No, non possono. Questo dovrebbe essere chiaro a tutti, e purtroppo non lo è a sufficienza. La sicurezza comprata va ad aumentare la sicurezza “passiva”, lasciando inalterata (quando perfino non la diminuisce) la sicurezza attiva che deriva dalle proprie conoscenze individuali, dall’istinto (quel poco che c’è rimasto) e dalla propria esperienza. Chi crede di essere “in regola” è sempre più a rischio di chi invece sa che ciò cui sta andando incontro non è mai prevedibile al 100%.

Nel 1978 lei, Franco Perlotto e il bresciano Marco Preti siete stati i primi italiani a salire la celeberrima parete Salathé di El Capitan. La Yosemite Valley continua ad essere una sorta di santuario anche per l’arrampicata attuale: quali sono gli altri luoghi simbolo nel mondo per la pratica di questo sport?
A questa domanda preferirei non rispondere. Per la fede ci sono Lourdes, Compostela, Medjugorje a livello mondiale: il che non impedisce che ci siano Loreto e altre migliaia di santuari minori.
Comunque, paragonabili a Yosemite, non ci sono altri simboli. Non dimentichiamo però che la gente olandese sogna il Monte Bianco, che i tedeschi sognano le Dolomiti e cose del genere. Poi c’è l’Everest che attrae i gonzi.

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Che avrebbe detto Warren?

Che avrebbe detto Warren?
di Giuseppe Popi Miotti

E Warren…? Il mitico Warren Harding? Per alcuni di noi basta quel nome a suscitare emozione. Nei nostri occhi passa un lampo d’intesa ed un sorriso malizioso. A volte sbirciando chi ci sta vicino, ed arrampica, il sorriso diventa complicità: noi sappiamo, noi capiamo, noi in qualche misura abbiamo condiviso e condividiamo. Guardiamo l’appiattito mondo della scalata moderna e nella nostra mente, per quanto non voluto, si fa strada un misto di orgoglio e sconsolatezza.

Ma, in fondo, cosa avrebbe detto Warren di tutto ciò?

«Hey, perché ti preoccupi di loro? Lascia perdere queste cretinate. Se a loro va bene così, a te va bene così. Non pensare di fare sempre le cose con giudizio: preoccupati piuttosto di stare bene, di bere bene, e di scalare finché il cuore ti reggerà.»

Detto questo, il vecchio “Batso” ritorna nelle nostre menti e nei nostri cuori affaticati di montagna, di passioni, di amori e malumori… di sogni; monumento ribelle contro i benpensanti, le morali ed i moralisti, contro tutti i buoni propositi, le chiese e le parrocchie, contro i farisei ed i conflitti d’interesse di tasca e di spirito. Stella fissa per chi non vuole mollare e crede che ci sia sempre una via d’uscita anche nella situazione più disperata.

Caro Warren, protagonista di monumentali scalate e alluvionali bevute, sei di un’altra epoca, di un’altra cultura, ma non fa differenza. Ci insegni la tranquilla, pervicace resistenza alla stupidità, compresa la nostra, e il tuo messaggio resterà per tutti quelli che lo vorranno cogliere. Harding il selvaggio, Harding che ha aperto la sua Via a colpi di martello, Harding il cocciuto, arido e duro come il granito, Harding che sapeva ridere dei golden boys dell’arrampicata come di se stesso.

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Warren, che hai da dire di tutto ciò?
«Aah! Che dire! Le cose stanno così! E poi, si può sapere cosa stai farneticando? Che si fottano tutti! Guardali: sono anni che eiaculano ettolitri di inchiostro sulla carta, e adesso su internet, con le loro morali di scalatori. Hanno vomitato sentenze su quello che si deve fare e sul modo in cui lo si può fare. Come dei santoni vogliono imporre le loro leggi; e siccome sono le loro, si sentono anche gli unici in diritto di violarle. E perché mi rompi le scatole domandandomi pareri? Devi proprio chiedere ad altri quello che è giusto e quello che non è giusto? Hey, ragiona con la tua testa!»

Però, Warren, devi ammettere che in questo ambiente non ti ci ritrovavi neppure tu.
«Okay, Okay! Ma quando voi avete cominciato, io avevo già finito. Quindi non c’entro, non voglio entrarci proprio. Perciò, se hai finito di scocciare, dammi un bicchiere di vino.
Vabbèh! Ogni tanto guardo le riviste e non posso che restare nauseato. A guardarli sembrano tutti dei soldatini, con quei loro caschetti che li fanno somigliare a un esercito di formiche operaie. Con quella loro tracotante espressione di certezza, belli, puliti, tirati a lustro, bravi, bravissimi, ma senza un’oncia di Spirito.»

Beh, allora, Warren, vuoi raccontarmi un po’ di te?
«Qui va già meglio, va già meglio! Sono nato nel giugno del 1924, e sono figlio della Grande Depressione. I miei dovettero sudare le proverbiali sette camice per allevarmi dignitosamente in quegli anni terribili, e sono certo che il mio caratteraccio e la mia forza derivano da un miscuglio di geni e di dure esperienze fatte in quegli anni. Anche la mia voglia di emergere viene da lì. Ho sempre avuto un grande rispetto per quello che i miei genitori hanno fatto per me. Così, appena ho potuto, ho comperato una casa per mia madre e l’ho voluta mantenere finché ha campato. Però devo ammetterlo, non sono mai stato un grande lavoratore! Anzi, non escludo di essere diventato uno scalatore quando capii che, come operaio stradale, ero una frana. Il lavoro serviva solo per ottenere l’indipendenza che desideravo: mi serviva per guadagnare quel tanto che bastava; ma il mio vero lavoro era quello che facevo sulla roccia, appena potevo scappare da tutto e da tutti”.

Ah! Il tuo caratteraccio, la tua leggendaria resistenza sulla roccia e con l’alcol, la tua vita senza compromessi, la tua indipendenza di giudizio. Che hai da dirmi?
«E’ probabilmente una combinazione genetica di materiale; e grazie ad essa mi posso limitare a guardare la stupidità umana senza per questo essere Democratico, Repubblicano, Cristiano o Musulmano. Guardo e penso: ‘Che ammasso di stupida fottuta stupidità’. Riandando alla mia infanzia, ricordo di essermene sempre fregato dei pareri saggi. E fortunatamente non ho mai fatto rapine, bruciato e saccheggiato, anche se mi hanno arrestato cinque volte per guida in stato di ubriachezza. Per parere saggio intendo qualcuno che viene e ti dice: ‘Oh Warren, questo è tutto sbagliato’. E io gli rispondo: ‘Oh, veramente? Bene, francamente questo è quello che pensi tu. Ora mi stai dicendo che hai una soluzione migliore e che io la dovrei adottare? No, non penso proprio che lo farò.’ In vero non mi è mai capitato di comportarmi così, ma la mia indole mi porta a dire: ‘Hey amico, tu fai le tue scalate che io faccio le mie’.

Le grandi pareti, il buon vino, ma anche le donne e la velocità: questo sì che è vivere.

Ti confesserò che prima di iniziare a piantar chiodi, mi sono dedicato per alcuni anni alle corse automobilistiche. Da lì viene la mia folle passione per le auto sportive ed in particolar modo per le Jaguar. Mi dirai che sono auto un po’ snob per uno come me, ma se con qualche lavoretto permetti al motore di liberare tutta la sua forza… dovresti vedere.

E c’è un nesso fra le belle donne, le grandi pareti e le Jaguar. In tutti i casi si tratta di mondi misteriosi e magnifici dove l’aspetto estetico, le linee, i colori, le ombre e le curve assumono significati che ancora non ho ben compreso, ma che mi stimolano irresistibilmente. Su una parete, come con una donna, specie se la signora ha marito, ti senti sempre sul filo del rasoio. Spendi tutto te stesso prima nei preliminari, poi nella conquista e infine nell’atto stesso della… scalata; alla fine, sulla meta raggiunta, che c’è di meglio di un buon bicchiere di vino, per placare la sete del guerriero?»

Warren Harding nel 1957 apre il Nose

Harding-images1Lo sai che dopo la tua morte ti hanno messo anche sull’Enciclopedia Britannica?
«E’ una soddisfazione! Me lo sono meritato! Io non sono mai stato contrario alla pubblicità, che c’è di male nell’informazione? E poi, mica ho fatto poco. Se penso che, seppure indirettamente, devo parte della mia notorietà a Royal Robbins, quel “super ragazzo d’oro”, mi vien quasi da ridere. In Italia sarebbe stato un Legionario di Cristo o uno di quell’organizzazione che voi chiamate Comunione e Liberazione.

Royal era uno scalatore molto bravo, ma, come tutti quelli lì, era anche dannatamente troppo furbo per me. Quando, nel 1958, mi fottè la salita alla parete Nord-ovest dell’Half Dome, che eravamo d’accordo di finire assieme, io trovai logico e necessario gettarmi in un’impresa ancor più difficile e grandiosa. Restava da salire l’immane scoglio di El Capitan, ma, ovviamente, non invitai Robbins. Ci andai con Wayne Merry e Gorge Withmore e non mollai l’osso finché all’alba di quel 12 novembre, dopo 45 giorni su e giù per la parete, corde fisse, 675 chiodi e 125 chiodi a pressione, non misi piede sulla sommità. Ero sfinito: avevo perforato la roccia strapiombante per tutta la notte al lume della lampada frontale. Il giorno mi accolse lassù, in cima alla via del Nose; e mentre la prima luce definiva i contorni delle cose, faticavo a capire chi fosse il conquistatore e chi il conquistato. Ma di certo El Cap sembrava essere in condizioni migliori delle mie.»

Però dopo quella salita, e poi anche dopo quella alla “Parete della prima luce del mattino”, sei stato sottoposto ad uno spietato fuoco di fila da parte dei puristi dell’arrampicata. Royal Robbins in primis.
«Ah! ah! La mia risposta è… ‘che si fottano’. L’arrampicata è una cosa così dannatamente stupida. La gente moralizza su di essa, ma la gente, incluso il sottoscritto, fa cose stupide. Perché istituzionalizzare l’arrampicata? Se fosse come il baseball, la dovrei istituzionalizzare: fare regole e quant’altro. Ma l’arrampicata non è il baseball. Anche se a tanta gente piacerebbe che lo fosse. E cos’è questa merda sui chiodi a pressione? Anche se sei Ron Kauk… se c’è una parete compatta e non puoi piazzare protezioni, metti i chiodi a pressione. Che cos’è questa fobia? Io guardavo semplicemente quelle pareti e dicevo, ‘Hey, voglio farmi quella grande, incasinata goduria’. E la facevo… Ne ho fatte un sacco!

E Royal che stesse zitto! Quel lindo chierichetto del granito! Come se io non avessi dato prova di essere uno scalatore completo anche in arrampicata libera: chiedi in giro anche ai “moderni” cosa si pensa dell’Harding Slot, su Astroman, alla Washington Column; anche se qualche aiutino lo usai, eh.»

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La “Parete della prima luce del mattino” o Dawn Wall è stata qualcosa di veramente rivoluzionario. Tu e Dean Caldwell avete dimostrato che si poteva stare in parte per quasi un mese senza contatto alcuno con la base! Ricordo di aver letto il resoconto di Caldwell, su un vecchio numero del Reader’s Digest, rimanendone impressionato. In particolare mi colpì l’osservazione di Caldwell negli ultimi giorni di salita: “Eravamo partiti con le piante ancora verdi ed ora i colori dell’autunno stavano rivestendo la Valle…”
«La “Parete della prima luce del mattino” era un grande sogno, una gigantesca sfida dove la tecnica e l’uomo dovevano fondersi alla pari per produrre un risultato mai visto. Non ti dico la fatica di recuperare i sacchi nei primi giorni di salita: come puoi immaginare, insieme all’acqua, e a tutto il resto, avevo messo un’adeguata scorta di vino e di brandy. Facevamo circa una lunghezza di corda al giorno e, come in tutte le precedenti scalate, ho sempre cercato di avere il controllo assoluto di quello che facevo. Ma dopo giorni e giorni che vivi sulla verticale tendi a perdere il giudizio e la visione esatta delle cose. Ecco perché ad un certo punto ho fatto un volo di 15 metri! Ma anche solo perché ero Harding, e perché quella sarebbe stata la mia ultima grande impresa, non potevo mollare. Riprendemmo e fummo colti dal maltempo. Restammo per circa 110 ore nelle nostre amache, inumiditi e tremanti di freddo. I viveri stavano terminando quando il tempo si rimise. Quei rompiscatole del Parco si sentirono in dovere di venirci a soccorrere, e cominciarono a portare in cima al Cap, materiali e uomini. Allora, visto che non c’era altro modo di farmi capire, scrissi un bigliettino mettendolo in una scatoletta di tonno vuota, che lanciai in basso. C’era scritto: ‘Un soccorso è ingiustificato, non è voluto e non sarà accettato.’

Ma se lo vuoi sapere, in cuor mio immaginavo già cosa sarebbe successo se fossimo stati raggiunti da quel branco di zelanti samaritani della roccia. Ci sarebbe stata battaglia! Eravamo decisi! A colpi di martello, di bottiglie di vino e di brandy, li avremmo scacciati!

A novembre, il 18 novembre, ancora una volta in quel mese, misi piede sul Cap, raggiunto per una nuova via. C’erano ad attenderci centinaia di giornalisti, fotografi ed amici. Quando arrivai in cima, crollai sulle ginocchia e piansi come un bambino. Poi mi unii alla più grande bisboccia della mia vita; sulla cima del Cap. Finita la festa, portammo via tutto, lasciando ogni cosa come era prima!

Avevo ormai 42 anni. Per me il tempo delle grandi pareti stava finendo, e doveva finire in gloria!»

Però hai continuato a scalare anche dopo.
«Quando la scalata ti entra nel sangue non puoi mai veramente smettere. Scalare e bere buon vino sono state le mie due più grandi passioni, e ho cercato di viverle fino in fondo. La seconda mi ha fregato, e anche quando i medici cercarono di convincermi a smettere per allungarmi la vita di qualche anno, ho preferito continuare a gustare il nettare di Bacco. Per questo sono grato a Galen Rowell, che quando venne a trovarmi, tre giorni prima che morissi, mi fece il più bel regalo: svegliatomi dal mio stato semi comatoso gli chiesi un bicchiere di vino ed egli molto gentilmente si sentì in dovere di darmelo…
Comunque, per tornare alla scalata, voglio ricordare che nel 1989, ho rifatto anche la mia via del Nose: alla tenera età di 65 anni fui il più vecchio scalatore ad aver mai concluso quell’ascensione!»

Poi Robbins tentò di ripetere la New Dawn per schiodarla e cancellarne la memoria.
«Aaahh! Ma ti rendi conto! Quel pazzo invasato integralista!!! Lui e tutti quelli come lui possono andarsi a fottere!!! Ma che cosa pensano? Di avere la verità? Di essere gli unici a poter dire come devono stare le cose? Però, dopo qualche tiro, anche Royal ha dovuto convenire che la via era bella ed audace, e ha smesso di togliere i chiodi a pressione.
In ogni caso resta un gesto maledettamente tracotante.

 

Harding-135970_29061_L Immagino tu abbia saputo che la Dawn Wall è stata ripetuta in completa arrampicata libera. Che ne pensi? Non ti pare un risultato eccezionale?
Senza dubbio si tratta di un exploit di altissimo livello, ma, scusa se mi permetto, non l’avrebbero fatto se prima un certo Warren Harding non avesse “visto” e poi salito quella via. Individuare, leggere, creare la via con la mente per poi realizzarla, non importa con quali mezzi è secondo me l’aspetto più bello e importante; quello che viene prima di tutti gli altri. Comunque bravissimi Tommy Caldwell e Kevin Jorgesen, veramente bravissimi. E audaci.

Mi piace questo Caldwell, che non è parente di quello che fu con me sulla Dawn Wall nel 1970, ma pratica una scalata che unisce le più moderne tendenze alla grande tradizione del passato. La sua bellissima traversata per cresta del massiccio del Fitz Roy ne è la dimostrazione: sono sicuro che anche Royal, Yvon e gli altri, ne sono contenti. Anche Galen, che nel frattempo mi ha raggiunto, è entusiasta.

Però, dicci la verità: Allen Steck, Robbins, Chouinard, Pratt, Frost e tutta quella banda non ti andava troppo a genio.
«Mah! Io ho sempre pensato che non si deve prendere la vita troppo seriamente, non si deve prendere se stessi troppo seriamente e non si deve prendere l’arrampicata troppo seriamente. Questi erano tutti dei bravi ragazzi, convinti di fare qualcosa di veramente importante per sé, per l’arrampicata e forse anche per l’umanità. Che schifezze!

Erano bravi, ma forse avevano un po’ troppo il pallino del primo della classe e, se mi consenti, scarsa fantasia e umiltà. Ho scalato con quasi tutti loro, ma devo dire che secondo me avevano ben poco senso dell’umorismo e raramente sono riusciti a ridere di se stessi.

Così, contro questo tenebroso modo di pensare, con i miei amici più cari ho operato per anni nel fare cultura alternativa: se Steck faceva la rivista Ascent con tutti quegli articoli seriosi, noi facevamo Descent. E poi fondammo la “Lower Sierra Eating, Drinking and Farcing Society” che più che un’organizzazione era l’opposto.

Contro questi benpensanti della roccia, ho scritto anche un libro ironico e autoironico, che si intitola “Dawnward Bound: A mad guide to Rock Climbing”, ancor oggi è un cult fra gli scalatori più aperti.

Anche quando Chouinard, quel gatto mammone, ha inventato una linea di ferraglia e attrezzi per scalare, io non son stato da meno. Ti lascio però immaginare i prodotti della mia B.A.T. Basic Absurd Tecnology. Ah, ah, ah!!!

E allora, per finire, che cosa diresti del tuo stile, della tua filosofia?
«Ahhh, ancora con questa fissa della filosofia, ma che diavolo vi prende a tutti? Il mio era semplicemente un sogno, un sogno e una necessità. Sognavo di essere su quelle pareti color ocra, lisce e mostruose; sognavo di fondermi con loro e di uscirne strisciandoci sopra come una lucertola o come un verme. Pareti remote come quella del Monte Watkins o la Sud dell’Half Dome, erano un’immersione nel mondo selvaggio di cui un selvaggio come me aveva probabilmente bisogno. E non per conquistarlo, ma piuttosto per ritrovarsi. Per tornare a casa con la rassicurazione che quello spirito, da qualche parte, esisteva ancora, oltre che dentro di me. Poco m’importava dello stile pulito alla Robbins: le pareti che sceglievo non erano certo delle autostrade e poi, comunque, ho dovuto inventare anche alcune tecniche speciali per evitare un eccessivo uso dei chiodi. Mai sentito parlare del bat hooking (Tecnica inventata da Harding per evitare di metter troppi chiodi a pressione. Consiste nel praticare un foro di poco più di un centimetro nella roccia e di usarlo come sede per un cliff hanger (gancio appuntito) su cui si appende poi la staffa. In tal modo si risparmia tempo nella chiodatura. Ogni 4, 5 o più fori si mette quindi un chiodo a pressione sicuro. NdR)?».

Hai qualcos’altro da dirci?
«Bah! Direi che il silenzio è forse la cosa di cui il mondo dell’arrampicata moderna avrebbe più bisogno. Il tranquillo silenzio alla base della grande parete, fra i pini che sussurrano al vento, il sole che scalda e un buon bicchiere di vino rosso.

Bere metteva in pericolo la mia vita, ma non m’importava; semplicemente pensavo di voler vivere finché non sarei morto! 

Ed alla fine mi sono sentito pronto: gli pneumatici della mia auto erano consumati, avevo speso tutti i miei soldi e non c’erano dieci centesimi da parte…

Quindi senza troppi rimpianti me ne sono andato…

A proposito, amico, ho sentito dire che dalle tue parti fanno del buon vino. Non è che me ne hai portato una bottiglia? Eeh?!»

La parete sud-orientale del Capitan dove si svolge Dawn Wall. A sinistra, il Nose
Yosemite National Park, California, USA, Capitan

Warren “Batso” Harding ci ha lasciato per cirrosi epatica il 27 febbraio 2002.

Questa intervista impossibile è stata resa “possibile” per una serie di coincidenze. In particolare alcuni brani delle risposte di Warren Harding derivano da un’intervista che lo scalatore rilasciò nel 1999, alla giornalista Jane “Bromet” Courage.

La presente intervista è stata costruita avvalendosi di materiale storico e documentato. I toni e alcune affermazioni, che possono a volte apparire esagerati, sono stati pensati anche per enfatizzare lo stile rude, provocatorio e scanzonato dell’intervistato

Altri spunti e idee derivano da scambi di opinioni con un altro Hardinghiano di ferro, Paolo Masa, e a Silvia Miotti che hanno fornito diversi suggerimenti e preziose idee.

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The Dawn Wall

    The Dawn Wall
Le seguenti informazioni sono tratte dalla rivista Climbing n° 333 (www.climbing.com).

La storia di Tommy Caldwell e Kevin Jorgeson, riguardo alla salita in libera e in 19 giorni della più difficile big wall al mondo, è stata “coperta” passo dopo passo (e spesso in modo ridicolo, pur senza intenzione) dal New York Times. La NPR (National Public Radio) ha trasmesso un’intervista telefonica dalle portaledge degli scalatori. Le ultime quattro lunghezze sono state mandate in streaming dalla NBC. Gli ultimi giorni dell’impresa sono stati seguiti da folle curiose che stazionavano sotto alla parete. Dopo l’arrivo in vetta (14 gennaio 2015, ore 15.30) i due si sono ritrovati sulle copertine di tutti i giornali più grossi in America. Anche la Casa Bianca ha twittato un messaggio con Obama che indica una foto del Capitan e dice: “Siamo orgogliosi, Tommy Caldwell e Kevin Jorgeson, che abbiate vinto sul Capitan. Ci ricordate che tutto è possibile. BO (Barack Obama).

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Come scalatori, siamo tutti senza parole di fronte a questo successo. 32 lunghezze, di cui 7 di 5.14 e 12 di 5.13. Sette anni di sforzi, fallimenti, allenamenti e concentrazione incredibili. Ma la cosa che più colpisce è che quest’impresa abbia superato i limiti di una performance ristretta alla comunità degli arrampicatori e che abbia interessato un’audience ben più vasta, quella mondiale.

La parete
La Dawn Wall, detta anche Wall of Morning Light, del Capitan è così chiamata perché è la prima a ricevere i raggi del sole all’alba. La parete è stata scalata la prima volta dalle leggende della Valle Warren Harding e Dean Caldwell, nel 1970. Salirono in artificiale per 28 giorni ed è famoso l’episodio del loro rifiuto di essere aiutati dai ranger che cominciavano a preoccuparsi per le loro condizioni. Ai possibili soccorritori offrirono una gran bevuta di vino.

La prima ascensione
Negli anni ’70 una salita in libera della Dawn Wall era al di là di ogni possibile concezione. Anzi, a quel tempo anche le leggende viventi sospettavano non fosse possibile salirla neppure con l’aiuto di mezzi artificiali. Kim Schmitz e Jim Bridwell avevano raggiunto il punto più alto tra i vari tentativi (poco sopra El Cap Tower) ed erano arrivati alle stesse conclusioni dei loro predecessori. Non c’erano più fessure da seguire e scesero al terzo giorno.

Warren Harding e Dean Caldwell in vetta a El Capitan dopo la prima ascensione della Dawn Wall (Wall of Early Morning Light), 18 novembre 1970
DawnWall-climbersIl 18 novembre 1970 Harding e Caldwell riuscirono a completare la parete in artificiale più alta del mondo, di sicuro la più difficile dello Yosemite, con l’uso di centinaia di chiodi e chiodi a espansione messi per superare intere sezioni di parete prive di fessure. Il tempo totale passato in parete era stato di 28 giorni, con la maggior parte delle notti trascorse in amaca. Avevano solo 21 giorni di acqua e viveri, perciò sono rimasti sprovvisti di entrambi parecchio prima dell’uscita in vetta, con il risultato di un grande rallentamento nelle ultime lunghezze strapiombanti. Si ripresero solo bevendo lo champagne portato lassù da amici e fidanzate.

Nel numero 7 di Climbing, il fotografo-alpinista Galen Rowell, in un melodrammatico articolo intitolato An elegy for Yosemite, lamentava che non ci fosse ormai più nulla da fare in Valle.

Dopo questa salita, oggi diciamo la stessa cosa: in Valle sono rimaste le pareti secondarie, forse meno in vista e desiderabili di quelle importanti e “classiche”.

Kevin Jorgeson
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Tommy Caldwell
DawnWall-87728_990x742-cb1421088638I protagonisti
Tommy Caldwell, 36 anni. Arrampicatore estremamente dotato, Caldwell ha aperto vie fino al 5.15a e naturalmente ha al suo attivo un gran numero di prime ascensioni in libera sulle big wall dello Yosemite. E’ uno dei soli 5 che hanno salito in libera il Nose. Vive con sua moglie e suo figlio piccolo a Estes Park, Colorado. http://it.wikipedia.org/wiki/Tommy_Caldwell

Kevin Jorgeson, 30 anni. Si è distinto dapprima nelle competizioni come giovane arrampicatore sportivo, ma poi ha lasciato le gare a 18 anni per concentrarsi sul bouldering. In questo campo ha risolto un bel po’ di problemi di V14. Co-fondatore di Pro Climbers International, che ha lo scopo di sostenere questa generazione di climber e di preparare la prossima. Vive a Santa Rosa, California. Prima dell’impresa sulla Dawn Wall al Capitan non aveva mai avuto esperienze di big wall. Jorgeson si è unito a Caldwell nel 2009 e da allora ne è il compagno più assiduo. http://en.wikipedia.org/wiki/Kevin_Jorgeson

Gli inizi
Secondo il filmmaker Brett Lowell, Tommy Caldwell cominciò a pensare alla Dawn Wall nell’autunno 2007. A quel tempo non era certo sicuro di farcela. Decisero di includere comunque il progetto nel film Progression, sperando che l’idea potesse essere ripresa da qualcun altro. Caldwell andava su e giù con vari compagni, tra cui Chris Sharma, Alex Honnold, Jonathan Siegrist. Jorgeson ne rimase seriamente impressionato e mandò a Caldwell una e-mail per offrirsi come compagno definitivo.

Kevin Jorgeson spalma mastice sul nastro adesivo per contrastarne la lacerazione
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Punti d’interesse
Lunghezza 15. Il passo chiave per Jorgeson. All’inizio il nastro adesivo gli proteggeva le dita da appigli microscopici e taglienti come rasoi, ma dopo 11 tentativi in sette giorni ce l’ha fatta, a mani nude.

Lunghezza 16. Il passo chiave prevedibile per Caldwell. Si era ricreato la disposizione delle prese sul suo enorme pannello di plastica, per fare pratica. Includeva un lancio pazzesco di più di due metri partendo da un’ondulatura decente. Ma alla fine Caldwell ha deciso di aggirare l’ostacolo, scendendo una mezza lunghezza sotto a quel passaggio e poi arrampicando a lato. Questa è stata chiamata “Loop pitch” e si è rivelata un difficilissimo 5.14° (inclusa la parte in discesa di 5.13/5.14).

Wino Tower. Dopo questo tratto, la via diventa “più facile”. I tiri di 5.13 e 5.14 sono fatti e il resto è di 5.11 e 5.12 (a parte un passo boulder di 5.13 molto vicino alla cima). Secondo la moglie, Becca Caldwell, Tommy aveva le lacrime agli occhi, perché sapeva che facendo quello la salita si poteva considerare “fatta”.

La ricerca dell’attrito
La cordata ha attribuito buona parte del successo alle temperature fredde della stagione: lo sapevano anche prima e per quel motivo hanno scelto il periodo di gennaio per il tentativo decisivo. Hanno scalato parecchio anche di notte, per evitare il sole. La gomma delle scarpette dà il massimo di attrito a una temperatura compresa tra 0° e 5° gradi Celsius. Questo intervallo è il migliore anche per la pelle, perché non permette il sudore.

Trucchi disperati
Caldwell ha raccontato che le condizioni della pelle erano un fattore così importante che i due mettevano la sveglia dopo quattro ore di sonno per poter riapplicare con maggiore frequenza la crema rigeneratrice.

Maggiori inconvenienti
2011. Jorgeson ha subito ammaccamenti ossei e stiramenti tendinei alla caviglia tentando il dinamico della lunghezza 16: a tal punto da dover chiudere la stagione.

2013. Caldwell si è danneggiato la cartilagine di una costola allorché il saccone da recupero gli cadde per una sessantina di metri mentre era attaccato alla sua imbragatura. Questo gli è costato qualche mese di inattività.

 

 

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Valley Uprising – The Stone Masters

L’America, come noi abbiamo sempre chiamato gli USA, fa parte ormai del nostro immaginario collettivo, una multiforme quantità di immagini, parole e pregiudizi che nel loro insieme dipingono la grande ricchezza di espressione di quel grande paese. L’America è tanto odiata quanto amata, anche se non ci si è mai stati, perché rappresenta ciò che noi vorremmo essere e non vorremmo mai essere.

Ma questo non deve meravigliare se si pensa ai grandi cambiamenti che da anni attraversano la cultura americana e di fronte alle contrapposizioni a volte dolorose che osserviamo da lontano, sottolineate spesso dai paesaggi più antitetici, come i grandi spazi dei deserti assieme al Bronx.

La notte degli Oscar, il consumismo, lo spreco immane di energia planetaria, le teleprediche agli ingenui assieme alla scienza da premi Nobel, alla NASA, al National Geographic. Jack Kerouac, William S. Burroughs e Allen Ginsberg contro l’establishment. Una cultura da fast lane, agitata, un po’ schizoide ma assolutamente viva e geniale, tipica di un paese “che non è per vecchi”.

Anche nella Yosemite Valley, California, sede del parco nazionale più famoso del mondo in mezzo a gigantesche foreste e pareti di granito, è stata giocata una grande partita di rivalità, avventura e ribellione nell’arco della seconda metà del secolo XX. Tutto è iniziato nell’America dei tardi anni ’50, quando i poeti beatnik, dal profondo dei jazz club di San Francisco, davano pesanti scrolloni al conformismo. Nello stesso tempo alcuni giovani barbuti cercavano ostinatamente di togliersi la muffa di dosso nel loro coraggioso viaggio attraverso le montagne della Sierra Nevada.

Warren Harding
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ValleyUprising-RoyalRobbinsWNello spirito di John Muir e Jack Kerouac un gruppo di beatnik disse addio alle convenzioni della buona società per vivere arrampicando su queste straordinarie pareti di granito. E riuscirono nell’impresa incredibile, diventando perciò leggenda, di scalare le pareti di quasi mille metri dello Yosemite. Nei campeggi che si stabilirono nel fondovalle, prese forma uno stile di vita che, molto presto, venne a cozzare con lo spirito conservatore del National Park Service, mentre sulle pareti si sfidavano senza esclusione di colpi intere generazioni di climber.

Valley Uprising è il racconto in film di questa storia affascinante e indimenticabile, di questa fortissima tradizione che vede ancora oggi in Yosemite il cuore di una lotta contro la gravità che dura da oltre 50 anni.

Alla testa di quei cenciosi pionieri erano due grandi rivali: Royal Robbins, imperioso come già il suo nome suggerisce, idolatrava John Muir e paragonava le scalate di questi alle sinfonie di Beethoven; e Warren Harding, un impetuoso operaio di strada, forte bevitore, che si era piazzato in Valle con un codazzo di donne e alcolici. I due avevano ben poco in comune: solo l’ambizione di essere IL re dello Yosemite.

Quando Robbins fece la prima ascensione dell’Half Dome, Harding rispose subito con il suo viaggione di 30 giorni sul Nose del Capitan. Questi sono stati i primi due colpacci in una partita che presto avrebbe spinto di molto avanti i limiti dell’umanamente possibile nel regno della verticale

Ma la rivalità Harding-Robbins è stata solo l’inizio. Nelle decadi seguenti, molti altri giovani avrebbero sputato sulle comodità per darsi interamente alle pareti e compiere imprese sempre più stupefacenti nell’arco della loro vita. Possiamo chiamarli gli Stone Master.

The Stonemasters è lo special edit del film Valley Uprising che il tour italiano del BMFF ha scelto di inserire in programma. Il segmento racconta in particolare gli anni ‘70 a Yosemite e i protagonisti di quell’epoca.

Gli anni ‘60, la cosiddetta “Golden Age”, sono caratterizzati dalla rivalità tra Royal Robbins e Warren Harding che culminò con la controversa scalata della Dawn Wall (su El Capitan) da parte di quest’ultimo. L’impresa, che vide Harding trascorrere quasi un mese in parete, e Robbins cercare successivamente di schiodare la via di Harding, finì in qualche modo per segnare entrambi e segnò la fine di un’epoca.

All’inizio degli anni ‘70, una nuova generazione guidata dal “gigante hippie” Jim Bridwell andava emergendo. Ispirandosi ai loro predecessori, ma ben determinati a impossessarsi della loro eredità, i climber degli anni ‘70 si dimostrarono arrampicatori visionari, dotati di grande personalità, che sfruttarono la loro abilità tecnica per salire le grandi pareti senza l’aiuto di mezzi artificiali.

I cambiamenti che vediamo in questi anni percorrere la valle di Yosemite riflettono quelli di un’intera nazione: mentre vacilla sempre più l’idealismo degli anni ‘60, prende vita una nuova era in cui predominano il sesso e le feste più sfrenate, mentre si inasprisce lo scontro con le autorità del parco, e i cosiddetti “Stone Masters” iniziano a guadagnarsi una certa fama in TV negli spot pubblicitari dei rasoi Schick. E poi accade che un aeroplano designato al trasporto droga si schianti nella valle, dando il via a una “corsa al contrabbando” tra i climber, che vivevano normalmente in povertà. Nel frattempo, storie oscure come quella di John Yablonski, arrampicatore di straordinario talento che ingannò la morte più e più volte sulle pareti prima di procurarsela con un fucile, lasciarono chiaramente intendere che non tutte le leggende di Yosemite potevano adattarsi bene alla vita al di fuori dell’arrampicata. Amicizie leggendarie si sgretolarono in banali risse nei parcheggi e la stella di alcuni degli Stone Master finì per consumarsi tra droghe, suicidi e sogni spezzati.

“Valley Uprising è la più grande storia che abbiamo raccontato fino a oggi”, dice uno dei registi Peter Mortimer. “In passato abbiamo raccontato storie di singoli personaggi (ndr: i registi sono gli autori di The Swiss Machine (2010) dedicato a Ueli Steck e Honnold 3.0 (2012) dedicato ad Alex Honnold), ma questo film ci ha permesso di documentare come è nato e si è evoluto uno stile di arrampicata che ha finito col diventare uno stile di vita”.

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Valley uprising – The Stonemasters
(USA, 2014, 30 min)
Regista: Nick Rosen, Peter Mortimer, Josh Lowell
Produttore: Zachary Barr
Casa di produzione: Sender Films

Tommy Caldwell nella preparazione della prima in arrampicata libera della Dawn Wall, El Capitan
Tommy Caldwell and Kevin Jorgeson climb El Capitan in Yosemite National Park, California.  November 2010.Alcuni Stone Master
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Jim Bridwell (Sant’Antonio, 29 luglio 1944)
Per quasi trent’anni Jim “The Bird” Bridwell è stato il più forte climber in America, e tra i migliori del mondo. Le sue capacità coprono tutte le discipline alpinistiche, dall’arrampicata su vie estreme alle cime dell’Himalaya.

Bridwell realizzò più di 100 prime ascensioni nella Yosemite Valley, oltre a compiere la prima ascensione in giornata della via The Nose su El Capitan il 26 maggio 1975 con John Long e Billy Westbay. Fondò il servizio di soccorso, lo Yosemite National Park’s Search and Rescue Team (YOSAR), e guidò molte operazioni di ricerca che divennero esemplari per le operazioni di soccorso in montagna. Fu un promotore del cambiamento nelle tecniche d’arrampicata e un grande innovatore/inventore di attrezzature.

Bridwell ha anche partecipato ad alcune spedizioni che hanno attraversato il Borneo, circumnavigato l’Everest, esplorato il pack e la wilderness della Cina Occidentale. La sua esperienza, unita alle capacità tecniche, l’ha portato a un continuo impegno nell’industria del cinema come consulente ed esperto costruttore di scene acrobatiche.

Vive a Palm Desert, non lontano da Los Angeles in California. Di recente è stata fondata l’associazione Help Jim Bridwell, per aiutare l’alpinista trovatosi in cattive condizioni di salute (a causa di un incidente) ed economiche.
Fonte: http://www.versantesud.it/shop/the-bird/

Dale Bard
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Dale Bard è stato un punto di riferimento per l’arrampicata in Yosemite negli anni ‘70; si è dedicato al free climbing, all’arrampicata in fessura e alle big wall. Dale ha avuto un ruolo di grande importanza nell’apertura della via del Nose, dedicando a quest’impresa moltissimo tempo. Dale Bard era famoso anche per il suo stile di vita estremamente frugale. Viveva in un furgone e si nutriva prevalentemente di patate e burro d’arachidi a quel tempo e Climbing Magazine lo definì il perfetto rappresentate di quello stile di vita detto “dirtbag” che si andava delineando. Con le sue prime salite su Bushido sull’Half Dome e Sea of Dreams e Sunkist sul Capitan, il nome di Dale Bard è entrato di diritto nella storia dell’arrampicata.

Nel gennaio 1976 con Nadim Melkonian intraprese un percorso scialpinistico lungo il John Muir Trail decisamente avventuroso: il loro piano di effettuare una traversata veloce confidando nel bel tempo si scontrò con condizioni climatiche avverse e le previste tre settimane di viaggio diventarono quasi il doppio, tra tempeste, valanghe e scarsità di viveri.
Fonte: http://www.cs.colorado.edu/~jrblack/famous.html

Lynn Hill (Detroit, 1 marzo 1961)
Lynn Hill è famosa in tutto il mondo per la sua prima ascensione in libera e in giornata del Nose su El Capitan nella valle di Yosemite.

Lynn Hill racconta così il suo arrivo a Yosemite: “Avevo solo 17 anni allora, arrivavo da un sobborgo di Orange County, in California. Avevo imparato ad arrampicare pochi anni prima insieme a mia sorella, al suo ragazzo e a mio fratello, ma sapevo molto poco della storia dell’arrampicata. Fu solo con John Long che conobbi personaggi come Mari Gingery, Mike Lechlinski, Dean Fidelman, John Yablonsky e John Bachar, quelli che io considero i veri StoneMaster. Il nostro stile di free climbing era basato su un codice di regole non scritte, che rispettava la purezza della roccia e del nostro stile di salita. Puntavamo ad affidarci il meno possibile sull’attrezzatura e cercavamo le vie più belle e più difficili. Arrampicare ci permetteva di fuggire le trappole del materialismo e da tutte le sovrastrutture artificiali della società moderna. Quegli anni tra il 1978 e il 1982 furono tra i più belli della mia vita!”
Fonte: http://lynnhillclimbing.com/?page_id=662

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Umani ed eroi

Umani ed eroi
di Cedar Wright

Questo articolo è stato tradotto da Climbing n. 325 www.climbing.com

Già dalla mia prima vera scalata, un friabile 5.7 a Moonstone Beach, quando avevo 21 anni, ho continuato a farmi consumare da una passione selvaggia e senza regole per tutto ciò che riguardava l’arrampicata. La roccia con un fervore combustivo senza precedenti mi prese la vita, che comunque prima era  senza storia al college. Come le anime perdute trovano la fede, io trovai l’arrampicata, e come i fedeli spesso fanno, anch’io andai in pellegrinaggio a quella che poteva essere la mia Mecca: la Yosemite Valley.

La guida Yosemite Free Climbs era la mia bibbia e la valle stessa era la più sacra delle chiese. C’erano anche altri testi religiosi, uno dei più importanti era la rivista Climbing. Non avevo soldi, ma qualche volta rinunciavo a un paio di birre per comprarmene una copia. Con zelo la leggevo da capo a fondo, anche le pagine di pubblicità. E poi la rileggevo.

Cedar Wright in arrampicata
HumansHeroes-6a00d834f4a66953ef015391683041970b-800wiCerte foto e alcuni racconti si insediarono profondamente nel tessuto della mia psiche, tanto da guidarmi ancora oggi. Il più eroico dei profeti che scoprii in quelle venerate pagine era Peter Croft. Ricordo di aver preso in mano un vecchio numero della rivista a casa di un amico: in copertina c’era Peter appiccicato al diedro liscio di The Shadow, un 5.12 di Squamish, come se avesse avuto dei super-poteri. Leggere delle sue imprese arrampicatorie era come vedere Superman saltare sull’Empire State Building. La salita senza corda di Peter su Astroman, 300 m di 5.11c a Washington Column (Yosemite) era la più gran figata che potessi immaginare. Così, quando ricevetti una telefonata dal fotografo Greg Epperson che mi chiedeva se volevo far sicura a Peter su The Acid Crack, un 5.12d di Joshua Tree, era come mi avessero chiesto di salire su una navicella spaziale con Gesù.

Due giorni dopo stavo mangiando peanut butter e jelly sandwiches con Croft! Capitò che c’era un’ondata di caldo, era troppo afoso per arrampicare, così Peter si offrì di farmi fare qualcosa. Con lui che mi assicurava sali More Monkey than Funky, un tetto di 5.11 da fare con incastro di mani. Quello che mi colpì più di tutto quel giorno fu quanto Peter si dimostrasse umano e normale. Non potevo crederci. Mi ero immaginato una sublime esperienza, di quelle che ti trasformano, basata sulla sua gloria, e invece scoprii che lui non era poi così diverso dagli altri. In quel senso, penso che l’incontro con Croft sia stato un terremoto, solo non nel modo che mi aspettavo. Peter Croft è ancora il mio eroe, specie ora che è anche diventato mio amico. L’arrampicata è uno sport unico dove è normale incontrare i nostri eroi. Non come in altre attività, dove i migliori giocano in campi separati, in arrampicata andiamo tutti negli stessi posti. Puoi incocciare in Lynn Hill a Rifle, o in Tommy Caldwell tra i boulder di Yosemite. Il che mi porta a uno scalatore che potrei considerare l’altro mio eroe: il buon amico ed eroe part-time Alex Honnold, probabilmente il più famoso e idolatrato scalatore del momento al mondo.

Cedar Wright sul tetto di Gravity Ceiling, Higher Cathedral Rock
HumansHeroes-Fullscreen capture 1282011 41842 PM.bmpHo avuto la fortuna di condividere con Alex qualche avventura divertente nei posti più disparati, e vi devo proprio dire che anche lui, toglietevi le illusioni, è uno normale. Semplicemente è un bravo ragazzo, che ogni tanto mi preoccupa. Dolo che Alex ha fatto da solo e in giornata Moonlight Buttress (5.12d), Monkeyfinger (5.12a) e Shune’s Buttress (5.11c) (nella mia opinione una delle sue imprese più stupefacenti) mi chiamò con voce titubante.

Dopo essere uscito da Shune’s Buttress, dove poi tutti scendono in doppia, lui fu costretto a fare una prima salita su una placca di circa 600 metri, con neve. Facile, se pensate che il 5.9 da solo e a vista sia facile. in alto su questa placconata abbastanza rotta, e con 700 metri sotto al culo, gli capitò di rompere contemporaneamente un appiglio e un appoggio. Ruzzolò così verso il basso. Alex Honnold è caduto mentre era da solo! A sentirlo raccontare da lui, sentiva che poteva succedere, così aveva pensato di afferrarsi cadendo a un alberello 5 metri più basso se gli appigli che doveva usare lo avessero tradito. Riuscì ad attaccarsi all’albero, ma sbatté il ginocchio male, così fu costretto a trovare una variante alla linea che aveva intenzione di seguire. Cosa che gli riuscì. Alex mi spiegò che non la considerava una vera e propria caduta in free-solo perché aveva su le scarpe da avvicinamento!

Peter Croft
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Mentre Alex e io concatenavamo in bici tutte le montagne di 14.000 piedi in California, www.climbing.com/insidesufferfest, lui mi parlò di El Sendero luminoso, una via pazzesca di 500 m e di calcare su El Potrero Chico (Messico), con 11 lunghezze di 5.12. Accarezzava l’idea di farla da solo, ma pensava anche che la via aveva bisogno di pulizia e di ricognizione prima che la si potesse considerare un progetto responsabile. Mi chiamò per sapere se ero interessato ad aiutarlo nel progetto. Io, che volevo fare la parete e che ogni tanto vado anche a fare del free solo, non me lo feci ripetere.

Pulimmo via tutta la porcheria dal percorso e Alex ripeté un mucchio di volte la lunghezza cruciale, la seconda, perché tutti gli appigli erano laterali e una scivolata avrebbe avito una tragica conseguenza. Preparammo bene i primi 350 metri e dopo otto giorni lui era pronto.

Il mattino del grande giorno lui era sdraiato a letto, girava su Instagram piluccando yogurt e muesli al miele. Nulla di notevole. Poi si alzò, pronto a partire. Filmai quel momento storico con un altro dei miei eroi-amici, Renan Ozturk, alpinista e filmmaker di fama mondiale. Non era per niente pauroso guardare Alex. Era come guardare un buon cuoco fare un’omelette, o un tassista sgamato evitare il traffico del centro. Sembrava quasi un noioso affare essere così a suo agio e in pieno controllo.

Dopo otto giorni di duro lavoro per aiutare Alex e filmarlo, mi ero giocato la possibilità di fare la salita anch’io in libera. Finimmo le ultime interviste per il film, il sole tramontava e il giorno ce ne saremmo volati via. Un po’ ero incazzato di essere andato fin laggiù e di non aver combinato nulla.

– Potremmo andare adesso… – disse Alex mezzo per scherzo.

Alex Honnold
HumansHeroes-131113095825_full– Sai cosa? Mi sembra un’idea fantastica – risposi non volendo lasciar cadere la sfida – dovrei farcela.

E così camminammo ancora una volta fino alla base di El Sendero luminoso, e stava arrivando il buoi. Mi ritrovai a salire sulla delicata prima lunghezza alla luce della pila frontale. Dopo aver salito in libera il secondo tiro (quello chiave) capii che potevo avere un’occasione, ma c’erano ancora più di 300 metri di arrampicata molto tecnica sopra di me.

Cercai di distrarmi con un po’ di musica del mio iPhone, ma non funzionò. Ero ancora lo scalatore invasato, preso dal suo obiettivo e concentrato in ciò che stavo facendo. In quel momento, niente poteva distrarmi da quel rinnovato ardore tipico dei miei primi anni. Quasi come fossimo d’accordo, un gruppo mariachi cominciò a suonare nella città poco sotto. Hanno fatto concerto per Alex e me durante tutta la nostra salita notturna. Non ho fatto in free solo El Sendero, non credo lo farò mai, ma ebbi la consolazione di aver fatto la prima notturna, e in libera! Stanco e soddisfatto ero in piedi all’uscita della spettacolare via, quando Alex salì in jumar da me e disse: – Bel lavoro, ragazzo. Direi eroico.

Avere degli eroi c’ispira per lavorare più duro e andare oltre: e perseguire i nostri sogni di grandezza. In altre parole a essere un po’ più eroi anche noi.

postato il 25 agosto 2014

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Il dirtbagging è morto

Il dirtbagging è morto
di Cedar Wright www.cedarwright.com/

Questo articolo è stato tradotto da Climbing n. 326 www.climbing.com

Attenzione! Siamo alla vigilia di una grande tragedia. C’è un modo di arrampicare che sta morendo, il modo dal quale è addirittura nato il nostro sport: il dirtbag. L’età d’oro dell’arrampicata contava un gran numero di questi anti-eroi: Chuck Pratt, Yvon Chouinard e Fred Beckey erano i più “dirty”, parenti poveri di campioni come Magic Johnson, Larry Bird e Michael Jordan.

Ma ora sembra che la cultura dirtbag sia sull’orlo dell’estinzione, forse avviata allo stesso destino della swami belt o del discensore a “otto”.

Molti climber non sanno neppure cosa è un dirtbag (in America, figuriamoci in Italia, NdT), per non parlare della swami belt (imbragatura improvvisata con una fettuccia, NdT), e questo è parte del problema. Ci sono giovani climber forti, motivati e promettenti, che hanno imparato o stanno imparando ad arrampicare in una delle 889 sale di arrampicata degli USA, che potrebbero consultare il vocabolario Webster’s al riguardo della parola dirtbag e trovare: “persona sporca, disordinata o spregevole”. In effetti, c’è della verità in questa breve definizione. Ma eccone un’altra, più accurata, dall’Urban Dictionary: “persona che si è dedicata a un dato stile di vita (in genere estremo) al punto di abbandonare l’impiego o altre normali attività al fine di perseguire quello stile di vita. I dirtbag si distinguono dagli hippy per il fatto che hanno una ragione specifica per vivere assieme e in genere non igienicamente; i dirtbag cercano di passare tutto il tempo arrampicando”.

Cedar Wright
Dirtbag-3889-undefinedQuando a 21 anni cominciai ad arrampicare, il mio mentore Sean “Stanley” Leary, che era già uno scalatore affermato e dirtbag, mi raccontava storie bizzarre della Yosemite Valley, mecca non solo dei climber ma anche del dirtbagging, un luogo dove i climber migliori vivevano in macchina (o in qualche grotta!), campavano di quasi nulla e arrampicavano full-time. Full-time! Era stato gettato un seme.

Quando arrivai in Yosemite, fui calorosamente accolto in una tribù con i suoi valori, slang e stile di vita. C’era il Center of the Universe, una provvidenziale piazza asfaltata dove i ranger (che noi chiamavamo i “cazzoni”) guardavano dall’altra parte e ci permettevano di campeggiare nelle nostre auto (oggi è piena di bus turistici). Se avevi bisogno di un compagno o volevi stare in compagnia, c’erano i tipi più svariati a disposizione, lì al Center. Col tempo cominciammo a chiamarci “the rock monkeys”, le scimmie della roccia, e, in retrospettiva, fummo una vera forza nell’arrampicata in valle.

Facevamo delle prime, infrangevamo record di velocità, e in quella roccaforte dirtbag nacquero e vissero veri e propri campioni. Penso che molte di quelle epiche imprese sarebbero state impossibili senza quell’illimitata possibilità di arrampicare che ci eravamo procurati.

Ma, passato il 2000, le cose cominciarono poco a poco a cambiare. I ranger cominciarono a sloggiare i campeggiatori dal Center. I dirtbag erano schedati anche nei nascondigli più segreti, così da spingerli ancora più lontano, in angoli ancora più remoti. C’incontravamo ancora alla Yosemite Lodge Cafeteria per il caffè, oppure a El Cap Meadow a fumare erba, ma senza il Center il nostro senso comunitario era sminuito, smorzato. Anche Camp 4 ci era diventato stretto con l’istituzione del limite di due settimane di soggiorno. Col passare degli anni, e a dispetto della sempre minore tolleranza dei ranger, continuavo a passare la maggior parte dell’anno appostato in Yosemite. C’era ogni tanto qualche nuovo ingresso nella comunità dei dirtbag, ma era chiaro che stavamo perdendo smalto.

E’ triste. Da dirtbag ho imparato così tanto. Farmi il culo che mi facevo nelle salite in giornata al Capitan mi portò a un’etica forte. Vivere una vita semplice nello sporco in un posto così bello ispirava un amore profondo e il più grande rispetto per la Natura. Con poco danaro a disposizione, imparai il valore del risparmio e del non sciupare. E ora, che ho più di un migliaio di dollari sul mio conto in banca e anche un tetto sulla testa, vivo ancora con l’impressione dirtbag che fare esperienze è più importante che ammassare ricchezza e beni materiali. Spero che la diradata popolazione dirtbag in Yosemite non sia l’inizio della fine.

Cedar Wright impegnato nella prima ascensione di Birthday Bash, Zion National Park
Dirtbag-cedarclimbing
Credo che la lunga agonia dei dirtbag abbia varietà di cause. Benzina, cibo e campeggio sono ogni anno sempre più cari. Le autorità perseguitano coloro che vogliono stare lì senza pagare. Per esempio, lo scenario dirtbag a Joshua Tree ebbe un duro colpo quando furono introdotti tassa di campeggio e limiti di soggiorno a Hidden Valley Campground, dove leggende dell’arrampicata come Lynn Hill, John Bachar e John Long si erano stabilite negli anni precedenti.

Poi c’è lo spostamento di visuale dovuto al dove la maggior parte dei moderni climber vengono a contatto con lo sport. I più imparano nelle palestre, disconnessi dalla storia dell’arrampicata. Per essere chiari, non sto condannando le sale. Diamine, non sono mai stato così forte come adesso che vivo a Boulder e ne frequento regolarmente una: però spero che si possa collegare la cultura della sala alle radici della storia alpinistica. E’ facile avere rispetto per i tuoi predecessori quando cammini sulle loro orme. In Yosemite, giganti come Chuck Pratt, Warren Harding e Royal Robbins passarono interi pezzi di vita dormendo nella sporcizia e facendo prime da sballo sul Capitan e sull’Half Dome.

Ora puoi scalare del 5.13 anche senza uscire. Non ti è necessario dedicare la vita all’arrampicata per diventare davvero forte, anche perché i più fanno arrampicata sportiva o bouldering. Non impari la cultura dirtbag nelle sale d’arrampicata, e sembra che stiano perdendosi alcune delle etiche ambientali o di quelle caratteristiche che costituivano il dirtbagging.

Internet ha cambiato il modo in cui la gente arrampica. “Non hai più da sbatterti in giro per Camp 4 per trovare compagni – scherza l’amico e adepto dirtbag James Lucas – vai su Mountain Project e trovi quello che vuoi, dalle vie più belle al compagno!”. In un’epoca in cui molto della vita sociale e comunitaria è affidata al virtuale, anche l’arrampicata sta soffrendo dello stesso problema.

Nel suo insieme la cultura moderna sta diventando sempre più materialista, l’essere al verde o il vivere in macchina è sempre meno figo, anche per i climber. E’ sempre più difficile uscire sganciarsi dalla corsa al successo.

Cedar Wright e Alex Honnold
Dirtbag-sufferfest-natgeoFine della storia. Ora la smetto di frignare o di cercare qualche motivo per essere ottimista. Le regole sociali hanno il loro modo di andare in declino o di correre avanti. Il dirtbagging non è ancora a zero e la bellezza e la passione che ancora molti di noi trovano nell’arrampicare possono bastare per attirare una nuova generazione. E’ qui che spero di far la differenza. Non sono qui a dire che ogni climber dovrebbe lasciare il lavoro e correre in Yosemite, o cominciare a dormire nel suo furgone: sono qui a dire che questo potrebbe cambiare la vita.

Prendi Alex Honnold. Ha imparato a scalare in una sala di Sacramento e si è trovato la strada con un orgoglioso dirtbagging in Yosemite. Pian piano e con sempre più sicurezza è diventato uno dei più grandi scalatori mai visti al mondo; un semplice e spartano modo di vita gli ha fatto trovare il tempo di perfezionare le sue capacità sulle big wall. Il record di velocità sul Nose e il free solo all’Half Dome sono soltanto un paio di una fitta lista di imprese notevolissime. Posso dire in confidenza che la vita di Alex sarebbe ora molto diversa se non avesse mollato il college e fatto quell’atto di fede di vivere in  camper e seguire i propri sogni.

Hai qualche sogno di arrampicata ancora nel cassetto? Hai un qualche lavoro di merda che ti fa schifo? Hai fantasie tipo quella di scalare tutti i giorni? Il weekend, quando tocchi finalmente roccia, è l’unico momento della tua vita in cui provi gioia e passione? Se è così, potresti avere ciò che serve al sogno dirtbag per restare vivo. Forse, questa cosa così bella e libera ha ancora qualcosa di vivo.

Cedar Wright è climber professionista e contributing editor di Climbing. Ancora oggi si fa la doccia una volta alla settimana, più o meno.

Guarda il breve documentario di Cedar Wright, The last dirtbag:

 

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Charlie Porter, un pezzo di Capitan

L’americano Charlie Porter, alpinista e uomo d’avventura, morto a Punta Arenas il 23 febbraio 2014 per problemi cardiaci, ci ha lasciato un’eredità straordinaria.

Porter-22394Nato nel Massachusetts nel 1951, già da studente aveva cominciato ad arrampicare nel New Hampshire e nelle Canadian Rocky Mountains, Porter si recò la prima volta nella valle dello Yosemite nel 1969. Qui, assieme a Steve Wunsch, fece la seconda ascensione in libera del Direct North Buttress della Middle Cathedral Rock, una via allora di grande reputazione, in libera la più dura della valle.

Porter-Excalibur-diedrisuperiori-ac2Ritornò in Yosemite a 21 anni, nel 1972, per una delle più celebrate serie di big walls. Quel tris di “prime” davvero cambiò la storia della valle, e non solo.
Zodiac
, fatta da solo in sette giorni, fu la prima via (5.7, A2, VI) a percorrere quel terreno verticale e liscio a destra della North America Wall.

The Shield, scalata con Gary Bocarde in sette giorni (5.7, C4F, VI), spinse al limite estremo la scalata artificiale. Sulla parete terminale, tra la Salathe e il Nose, Porter superò una serie di esilissima fessure (Triple Cracks) con l’uso di 35 rurp consecutivi. Il rurp è un chiodo abbastanza simile a una lametta da barba come dimensioni. Molti di quei rurp Bocard li tolse con le mani. L’eco di quell’impresa fu immediato, anche Royal Robbins contribuì alla leggenda scrivendo che Porter si era “infilato nel rurp per guardare fuori”.
Tanto per dare idea dell’impatto che Porter provocò, ecco un ricordodi Kevin Worrall: “Non dimenticherò mai quando con i binocoli guardavo Porter su quella serie di tre fessurine… ero scosso. Non potevo credere quanto microscopiche fossero!”.

Porter-Shield-ac3Ma fu con la prima impresa del 1972 che Porter arrivò al supremo: la New Dawn (Wall of the Early Morning Light), terza ascensione (10 giorni), in solitaria. Qui successe perfino che alla fine della prima giornata un sacco, che conteneva la maggior parte dei viveri, il saccopiuma e l’amaca, gli cadesse nel vuoto. Porter invece di rinunciare continuò per nove giorni bivaccando sulle staffe e coprendosi con il materassino. E ce la fece!
Era il primo segnale di quanto Porter fosse tosto, di certo una delle sue caratteristiche più evidenti.

Nel 1973 altro bis sul Capitan, prima con Mescalito (5.8, A3, VI), prima ascensione assieme a Hugh Burton, Steve Sutton e Chris Nelson, poi con Tangerine Trip (5.8, A2, VI), prima salita assieme a J. P. de St. Croix.
E’ del 1975 Excalibur (5.9, A3, VI), l’ultima sua prima sul Capitan, con Hugh Burton.
Nel 1974 andò nella Ruth Gorge e scalò la parete sud-ovest del Moose’s Tooth, portando così sulle montagne dell’Alaska le tecniche sviluppate nello Yosemite.

Porter verso l'Asgard-ac4Nel 1975 gli riuscirono due grandi imprese che ingigantirono la sua figura ormai leggendaria. La prima fu Polar Circus, una via di 700 m nel Banff National Park (Cirrus Mountains), V, WI 5, con Bugs McKeith e i gemelli Alan e Adrian Burgess, con paurose sezioni di ghiaccio verticale, protette con i chiodi tubolari di allora, senza vite. La seconda, a settembre, innalzò ancora il livello: la Porter route (5.10+, A4, VII), sulla parete nord-ovest del Mount Asgard (Baffin Island), da solo, in nove giorni, la prima via a essere graduata VII (da non confondere con la scala UIAA).
Nell’insieme delle difficoltà di A4, Porter mise solo uno spit, nella 24a lunghezza, poi fece il ritorno di più di 150 km a viveri finiti e con i piedi così gonfi per un inizio di congelamento da costringerlo a tagliare gli scarponi!

Steve Sutton sulla Triple Cracks (quella dei 35 rurp) su The Shield al Capitan, terza ascensione
Porter-Shield-Steve-Sutton 3aascUn grande esperto di big wall, Mark Synott, giudica quest’impresa “la più straordinaria nella storia dell’arrampicata su big wall”. E anche Doug Scott: “A remarkable achievement, la più grande impresa dell’Isola di Baffin, dell’Artico e probabilmente di qualsiasi altro luogo sul pianeta Terra“.
Del 1976 è la parete ovest del Middle Triple Peak nelle Kichatna Mountains con Russell McLean, come pure la sua più grande realizzazione, la prima solitaria della via Cassin alla parete sud del Denali (Mount McKinley) in Alaska, in 36 ore. Una performance  ahead of its time che suscitò grande clamore, cui Porter rispose con reticenza molto introversa, rifiutandosi di dare dettagli all’American Alpine Journal.

Con questo eravamo al culmine della sua carriera, altri interessi lo presero e nel 1979 il suo spirito avventuroso lo spinse a fare una traversata in kayak di più di 3.000 km, comprensiva del Drake Passage di Capo Horn.

Di professione geoscienziato, Porter nel 1980 si stabilì in Patagonia, per contribuire agli studi sui cambiamenti climatici. Come amministratore delegato della Patagonian Research Foundation e come grande esperto di navigazione kayak e yacht seguì numerosi gruppi di studiosi in varie parti della Terra del Fuoco.

Nel 1995 si unì a Stephen Venables, John Roskelley, Jim Wickwire e Tim Macartney-Snape per salire il West Peak del Monte Sarmiento. In quell’occasione, per il forte vento, perse l’equilibrio su una cresta di ghiaccio, scivolò ma si fermò incastrando un braccio in una fessura del ghiaccio. Si lussò una spalla ma non precipitò.

Charlie Porter era ed è un pezzo del Capitan che ora starà sicuramente veleggiando verso località remote con la sua barca, sicuramente contro vento, sicuramente contro corrente (Ivo Ferrari)”.

Charlie Porter in una foto recente. Foto: Ralf Gantzhorn
Porter-charlie-courtesy Ralf Gantzhornpostato il 18 maggio 2014