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Yvon Chouinard pescatore in Valtellina

Yvon Chouinard pescatore in Valtellina
di Valter Bianchini

Introduzione
di Giuseppe Popi Miotti

Recentemente c’è stata parecchia maretta in merito a questioni ambientali e “culturali” tipo eliski, funivia del monte Bianco, reality alpini e altro. La violenza di alcuni commenti fa trapelare un disagio palese e sembra voler mascherare la mancanza di validi argomenti, a sostegno delle proprie idee.

E’ stato anche piuttosto penoso veder nascere il balletto di chi ha fatto o non ha fatto cosa, di chi fa la guida e chi no, di chi è da considerarsi un grande alpinista e chi no, di chi si batte contro la TAV e chi no… Tutti hanno fatto sbagli, ma c’è stato chi, forse anche rendendosi conto degli errori commessi, ha provato a cambiare, ha provato a indicare nuove strade. In alcuni casi per mostrare pubblicamente il cambio di passo si sono scelte manifestazioni eclatanti, forse fin troppo; ma se si è piccoli è a volte opportuno fare più chiasso della norma.

Yvon Chouinard sul Diamond Couloir al Mount Kenya, passo chiave
Chouinard Diamond Couloir al Mount Kenya, passo chiave

Saltando qua è là per i vari blog, ciò che mi ha stupito di più è la posizione di alcuni che sembrano giustificare quelli che io chiamo “spadroneggiamenti” sull’ambiente, col fatto che in confronto a tragedie ben più gravi, vedi la fame, l’inquinamento globale e quasi istituzionalizzato, il dramma del lavoro minorile, del traffico di organi e di esseri umani, la TAV, in fin dei conti si tratta di episodi marginali.

Chiunque abbia un minimo di coscienza etica vive con disagio queste questioni anche se apparentemente di scarsa importanza. Io stesso molte volte mi sono posto il quesito: spit sì o spit no? scrivere o non scrivere di questo o quel luogo ancora sconosciuto? esprimermi a favore o contro questa o quella iniziativa? Non nascondo neppure che a volte sono stato seriamente tentato di commettere qualche “strappo alla regola” e che più che la volontà me lo ha impedito il caso.

Evidentemente la montagna moderna ha bisogno del turismo e alla luce di questa considerazione non mi sono mai definito un ecologista puro e duro perché sapevo che il mio pane quotidiano derivava anche da trasformazioni del territorio più o meno profonde e dalla necessità di farne a volte merce da esporre.

Detto questo ho sempre cercato di muovermi in punta di piedi e possibilmente con coerenza: non potevo e non posso far nulla contro gli impianti di sci esistenti, ma potevo e posso dissentire con quelli in progetto, lo stesso dicasi per le captazioni idroelettriche o per altre opere e iniziative chiaramente speculative. In nome del detto che il fuoco si combatte col fuoco ho proposto un assennato “restauro” delle vie classiche più frequentate con spit alle soste e nei punti improteggibili con nut e friend anche allo scopo difenderle da qualche super dura super direttissima che a forza di spit si potrebbe sovrapporre ad esse facendole dimenticare.

Pur rendendomi conto delle contraddizioni e della deriva non ho mai smesso di oppormi pubblicamente e ho fatto udire la mia voce in tutti i modi possibili. Perché l’ho fatto? Un po’ perché mi sono accorto che sebbene apparentemente vani, i miei continui interventi hanno portato qualche impercettibile risultato ma, soprattutto, perché restasse traccia di un dissenso.

Yvon Chouinard su Luna Nascente, Val di Mello. 1 giugno 1980
Yvon Chouinard su Luna Nascente, Val di Mello.

Ecco perché ho ripetutamente detto e scritto che chi trae beneficio dal turismo montano dovrebbe anche essere un elemento decisivo per molte scelte fatte sul territorio e dovrebbe anche aiutare a pilotare una sua evoluzione, la meno invasiva e distruttiva possibile. Si tratta quindi anche di un impegno profondamente culturale, diversamente, ma non meno faticoso di quello richiesto da un’ascensione.

Credo che tutti noi possiamo fare la nostra minuscola parte rinunciando se possibile a manifestazioni muscolari e spettacolari che magari portano anche poco in termini economici; penso ad esempio che si potrebbe rinunciare a una forma di turismo come l’eliski proprio per non gravare ulteriormente su un ambiente che in alcune zone è già assalito dagli impianti.

E’ strano come alcuni difensori di questa attività siano poi coloro che propongono una rete sentieristica senza segnaletica per conservare il terreno d’avventura o per lo stesso motivo, con in più quello della “protezione della storicità”, si oppongono alla spittatura delle soste su vie di grande percorrenza.

E’ strano come si dica che l’eliski è meglio degli impianti e poi però, in netta contraddizione, si benedicano anche questi ultimi: vedi affermazioni di Cesare Cesa Bianchi. E’ strano che qualcuno esalti Yvon Chouinard per poi contraddirsi subito dopo scagliandosi contro chi si comporta esattamente come il padre di Patagonia: sappiamo tutti di essere in contraddizione, di avere il SUV, di sprecare carburante, di eccedere nei consumi, ma per fortuna c’è chi, come Chouinard, prova con i mezzi che ha a non abbandonarsi nel flusso che ci trascina indicando acque più percorribili senza lagnarsi troppo dei passeggeri ignari che allegramente proseguono la “crociera” o di quelli che addirittura continuano a pagaiare in favore di corrente.

L’articolo che segue è stato scritto dall’amico Valter Bianchini: un pescatore!!!

 


Yvon Chouinard, capitalista controvoglia per salvare il pianeta
di Valter Bianchini

Non si scappa, l’età adulta è il momento della disillusione. Cominci ad accorgerti che molte tra le ricche star che si battono contro la fame nel Mondo, a metà mattina stringono la mano al Dalai Lama e poi se ne vanno su un jet privato, molte ONG spendono più denaro per marketing e autoproduzione che non per salvare persone, e l’impegno nelle energie rinnovabili serve a società multimilionarie per comprare certificati verdi che gli consentiranno poi di fare business in settori molto remunerativi.

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Nonostante tutto continuiamo ad avere bisogno di credere nei sogni e di personaggi che li rappresentino. E quando uno dei miti del capitalismo responsabile più osannati a livello mondiale viene a pescare in Valtellina, beh questa è un’occasione da non perdere.

Avevo letto la sua autobiografia Let my people go surfing qualche anno fa e ne ero rimasto affascinato, ma mai avrei potuto immaginare che un giorno mi ci sarei trovato a tu per tu.

Chouinard su ghiaccio
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La persona che scende dal fuoristrada di Mauro Mazzo – suo amico e compagno di pesca – è Yvon Chouinard: alpinista e arrampicatore di fama mondiale, pescatore, kayaker, surfista ma non solo. Quest’uomo tutto fare di origini franco-canadesi, trasferitosi in California con la famiglia nel 1947 all’età di nove anni, è anche, assieme alla moglie, il fondatore e proprietario di Patagonia, l’azienda che la prestigiosa rivista di business globali Fortune ha definito la più cool del pianeta. Di bassa statura e fisico robusto, 76 anni ma non li dimostra, abbronzato e abbigliamento casual “molto usato”, colpisce da subito per la sua cordialità e straordinaria semplicità, non ricorda affatto il classico yankee un po’ spaccone dell’immaginario collettivo, si potrebbe al più scambiarlo per un simpatico nonno come ne incontri tanti a passeggio. Chouinard è appena reduce dalla traversata atlantica ma non vede l’ora di andare a pescare, dice che si riposerà in questo modo. Nell’atrio della nostra sede si imbatte nelle fotografie appese al muro della buonanima dell’Andrea Della Bosca con la canna in bamboo in spalla e, indicandola, esclama: “Usava la tenkara!“. Che poi guarda caso è l’antichissima tecnica di pesca a mosca alla quale ha dedicato il suo ultimo libro e che consisteva nell’utilizzare esclusivamente una canna senza mulinello e una lenza in crine di cavallo a cui legare le moschette.

Commenta stupito anche le immagini delle enormi trote lacustri che risalivano l’Adda dal lago di Como. Gli dico che tanti anni fa la costruzione di una diga ha rotto quell’incantesimo. Una delle tante “dannate dighe” – come le definisce lui che ci ha speso una vita contro – fino al punto di investire una montagna di dollari in una campagna di opinione che alla fine ha costretto il suo governo a buttarne giù una, la grande Edwards Dam, consentendo in tal modo la rinascita del fiume e il ritorno dei salmoni.

Ma anche spenderne altrettanti per produrre il recente bellissimo documentario DamNation, che denuncia l’antieconomicità di strutture siffatte a fronte dei gravi danni ambientali causati.

Eh sì, perché quando gli dico che in Valtellina, di dighe, ne abbiamo sopra le nostre teste cinquantotto, lui sorride amaramente e per nulla stupito mi informa che negli Stati Uniti, escluse quelle minori, loro ne hanno 80 mila di cui ormai migliaia in disuso. Chouinard si fermerà una settimana in Italia, pescando e lavorando, perché da quando è in affari metà del suo tempo lo dedica agli sport che ama, l’altra metà incontrando i suoi manager in giro per il mondo. Non è che la cosa lo entusiasmi granché, infatti è nota la sua filosofia in proposito, la chiama “gestire in assenza”, che poi sta a significare che lui se ne va in giro anche per mesi testando di persona i suoi prodotti e i suoi dipendenti devono sapersela cavare. In piccola parte conosce già la Valtellina per aver arrampicato in Val di Mello negli anni ‘70 con Alessandro Gogna: “Io ero spericolato, ma lui lo era ancora di più” ebbe a confidare a Mauro. E proprio grazie a lui da qualche anno ha scoperto che nel nord Italia non ci sono solo pareti da scalare, ma anche fiumi per pescare.

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Nel suo ultimo libro ammette di non averlo mai ritenuto possibile. Abituato a rifugiarsi nei grandi spazi incontaminati che restano a questo mondo, dal Nord America alla Terra del Fuoco, non si sarebbe mai immaginato che nell’Adda, ferita da arginature artificiali, briglie e traverse, stretta nella morsa di una edificazione spesso insensata, vi potessero essere trote e temoli di dimensioni anche ragguardevoli. Adesso che lo sa, quando viene in Europa e il tempo glielo consente, fa un salto in Valtellina dove ha scoperto anche il valore aggiunto di pizzoccheri, polenta e bresaola, e in più delle nostre cantine che dalle sue parti, nella Napa Valley, così belle se le sognano. Insieme sul fiume la domenica mattina osservo: “Yvon, oggi ci sono tanti pescatori“. Mi risponde: “Perché, non si lavora in Italia il lunedì?“. Chouinard è così, ho la conferma di quel che dicono di lui, è proprio un uomo libero di testa. Non porta orologio, non ha lo smartphone, quando è in giro per il mondo a rassicurare la moglie a casa ci devono pensare i compagni di viaggio.

Che sia anche un pescatore “vero” ci vuole poco a capirlo. Giubbetto superusato e scarponi consumati rendono l’idea di uno che pesca appena può, cioè molto. Capisci al volo che non lo devi disturbare più di tanto perché pesca con determinazione, senza dire una parola che non sia la richiesta di un consiglio all’amico sulla ninfa da usare o un breve commento. Non si siede a riposare, non si perde in chiacchiere tanto per far passare il tempo. Penseresti che uno così, che gira il mondo inseguendo i più bei pesci che esistano, in fondo si potrebbe permettere di prendere la pesca alla trota o al temolo con una certa sufficienza, magari in attesa che venga l’ora della cena che si gode nella solita ottima trattoria tra i vigneti del tiranese confuso tra gli altri avventori. Invece no, lo vedi fare smorfie di disappunto anche quando perde pesci di modeste dimensioni.

Yvon Chouinard con la moglie Malinda e il figlio Fletcher nel 1975. Sullo sfondo la parete del Capitan (Foto Patagonia)
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La percezione del rischio dei grandi alpinisti è un po’ diversa da quella dei comuni mortali e Chouinard è famoso anche per la sua freddezza nelle situazioni difficili. Non smentisce questa fama quando si immerge nella corrente forte di un sottoriva per liberare la lenza e lì ci resta, impassibile, come se avesse i piedi piombati, fin quando non ci riesce. Mentre io lo guardo allibito e preoccupato. Mauro scuote la testa e mi dice che non si può nemmeno invitarlo alla prudenza se no si incavola, deve sentirsi libero di fare ciò che vuole. Quella libertà che è la prima regola anche al suo quartier generale a Ventura, California: se c’è l’onda giusta i dipendenti vanno a fare surf in orario d’ufficio. Se la “sua gente” è libera lavorerà meglio e sarà stimolata a raggiungere gli obiettivi.

Yvon ha sempre vissuto con grande semplicità mirando solo alla sostanza. Come le sue idee, e la sua azienda fondata sull’innovazione e l’alta qualità dei prodotti, la prima in materia di business ecocompatibile, che vanta oggi un fatturato di 320 milioni di dollari: «Sono un imprenditore da quasi cinquantanni. Mi riesce difficile pronunciare queste parole, come per qualcuno ammettere di essere un alcolista o un avvocato. Non ho mai stimato questa professione“. Esordisce così in Let My People Go Surfing. Invece, suo malgrado, è diventato proprio un grande imprenditore. Nonostante gli affari, Chouinard ha speso gran parte della vita nella natura: “Io non ho mai comprato una tenda fino a 40 anni, potrei sempre trovare una grotta, o un albero, o stare fuori al vento” rispose a un amico di spedizione stupito di quanto poco portasse con sé.

Da giovane imparò a conoscere la montagna addestrando falchi: lui e i suoi amici la scendevano con le corde per raggiungere i nidi. Poi cominciarono a divertirsi nel risalirla e nel giro di qualche anno divenne uno dei protagonisti dell’età dell’oro delle scalate nella Yosemite Valley.

Ai tempi capitava che sparisse dalla circolazione e i suoi familiari non sapessero dove si fosse cacciato. Lo capirono il giorno in cui una troupe televisiva inquadrò dall’elicottero l’impressionante parete verticale di El Capitan, dove lui se ne stava appollaiato in un’amaca. A fine anni ’50 imparò il mestiere di fabbro e iniziò con il forgiarsi da solo i chiodi da arrampicata, li caricava in auto e li vendeva alla base delle pareti rocciose. La sua attrezzatura ebbe presto successo, grazie alla qualità dell’acciaio, tanto che nel 1964 fondò con un amico la società Chouinard Equipment, che divenne il più grande venditore di materiale da scalata degli Stati Uniti. Però i due ben presto si resero conto che quel tipo di chiodi rovinava la roccia.

L’officina negozio di Chouinard a Ventura (CA) nel 1966 (Foto di Tom Frost)
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All’inizio degli anni ‘70 – ricorda Chouinard nei suoi scritti – decidemmo quindi di sospendere la produzione per proporre, due anni dopo, attrezzature per l’arrampicata pulita, che si mettono e tolgono semplicemente con le mani senza danneggiare le pareti, con la volontà di rispettare l’integrità della roccia“. Ancora oggi questo tipo di materiale è all’avanguardia. Le stesse idee di ecologia hanno poi spinto Chouinard, all’età di 35 anni, a fondare Patagonia, allargando gli affari alla produzione di vestiario ecocompatibile per l’outdoor tramite l’utilizzo del cotone organico e delle fibre ricavate dalle bottiglie di plastica usate. Una vera scommessa, perché i capi così prodotti costano di più ma il mercato lo ha premiato decretando il successo del marchio. La cosa incredibile è che quando iniziò insieme ai suoi collaboratori – nessuno dei quali aveva una benché minima infarinatura di economia – non volevano fare soldi ma solo divertirsi inventandosi giorno per giorno il lavoro che più li appassionava. E che sia un capitalista molto sui generis a capo di una grande azienda dalla filosofia altrettanto originale, lo testimoniano anche le scarsissime campagne pubblicitarie che non invitano certo all’acquisto. Quante aziende avrebbero il coraggio di scrivere sul proprio catalogo: «Più sai, meno attrezzatura ti serve» oppure la frase di Henry David Thoreau «Diffida delle imprese che richiedono vestiti nuovi». Solo furbizie del marketing, dirà qualcuno, ma così non pare proprio. L’azienda, che per precisa scelta non è quotata in borsa, devolve non meno dell’1% del fatturato annuo a progetti ambientali, quasi 7 milioni di dollari nel solo anno fiscale 2014.

In Valtellina, Yvon Chouinard e Valter Bianchini, presidente UPS (Unione Pesca Sondrio). Foto: Adamo Corvi
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Da un’iniziativa di Chouinard è nata anche For the Planet, un’associazione di imprese che sovvenzionano organizzazioni ambientali in tutto il mondo, comprano foreste per sottrarle al disboscamento, grandi aree per proteggervi gli animali e campagne a difesa delle specie in pericolo.

Per me – dice – la soluzione ai problemi della Terra è semplice: dobbiamo fare qualcosa, se non possiamo farlo direttamente, dobbiamo mettere mano al portafoglio. Il momento più traumatico è quando si firma il primo assegno, ma sapete una cosa? Il giorno seguente le cose vanno avanti: il telefono continua a squillare, il mangiare è in tavola e il mondo è un po’ migliore“.

Infatti Chouinard dichiara ai quattro venti che Patagonia esiste per fare qualcosa di buono, per fare soldi e darli a chi lavora per salvare il pianeta, per dimostrare che anche il business può essere fatto in modo corretto. E lui vuole che si sappia: “Sono in affari solo per salvare la Terra. Sarà il sistema intero a fare bancarotta se non diventerà verde». Ecco, magari ne nascesse uno così in Italia, anche solo per sbaglio.

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Let my people go surfing

Per anni Yvon Chouinard ha tenuto quasi soltanto per sé il suo modo di agire coscienzioso e sostenibile verso le risorse umane e verso le risorse della natura. Adesso i suoi passi vengono seguiti da mega-aziende come Walmart, Levi Strauss e Nike.

Il fondatore di Patagonia è il più improbabile dei guru del business d’America
di Seth Stevenson (da The Wall Street Journal, 26 aprile 2012)
Traduzione di Luca Calvi

Un paio d’anni fa Yvon Chouinard, fondatore del marchio di abbigliamento per l’outdoor Patagonia, andò a tenere una conferenza a Vancouver in occasione di un meeting dedicato alla pesca sostenibile, al quale era stato invitato in virtù del suo impegno di lunga data nei confronti delle questioni ambientali e per la reputazione della sua azienda, nota per riuscire a trarre abbondanti profitti e per riuscire nello stesso tempo a minimizzare l’impatto ecologico. Chouinard andò e presentò la sua pappardella, ma se ne tornò a casa frustrato dalla sorprendente ignoranza del pubblico partecipante. “Non sapevano nemmeno cosa stessero facendo – racconta parlando degli imprenditori ittici – non avevano nemmeno un’idea su cosa fossero tossine o catture accidentali. Ben presto, invece, tutti i loro clienti vorranno sapere tutto al riguardo. Saranno gli stessi ristoranti a volerne venire a conoscenza!“.

Tom Frost, Royal Robbins, Chuck Pratt e Yvon Chouinard in vetta al Capitan dopo la prima ascensione di North America Wall, 1964
Frost, Robbins, Chuck Pratt and Chouinard at the completion of the first ascent of the North America Wall on El Capitan in 1964.

Così, nonostante un background pari a zero nell’industria del cibo, Chouinard decide di lanciare la propria azienda di pesca al salmone. La Patagonia Provisions, che ha fatto il proprio debutto agli inizi di aprile, vende confezioni di tranci di salmone ($12.50 per due once) vicino a giacche antipioggia, pantaloni da escursionismo e magliette di cotone biologico. Il salmone viene pescato nel fiume Skeena, nella Columbia Britannica, usando attrezzature tradizionali che l’azienda descrive come “le ruote da pesca e guadini dei tempi dei Padri Fondatori”. A tutt’oggi Chouinard ha messo dentro qualcosa come 1.3 milioni di dollari in questo curioso esperimento e ancora non ha la certezza di quando quei soldi gli rientreranno. “E’ più forte di me! – dice  – voglio solo far vedere all’industria ittica come si possa fare“.

L’idealismo, l’ambizione, la fiducia in se stessi e l’orgoglio fenomenale che sta alla base di questa scappatella con i salmoni sono tutti tratti caratteristici dello stile di Chouinard dirigente d’azienda. Il suo modo di guidare un’azienda si avvicina di più, probabilmente, ad una sorta di arte della performance — occuparsi meno dei profitti e più di tracciare una via per gli imprenditori del futuro. “Non avrei nemmeno mai voluto mettermi in affari – dice – ma rimango legato a Patagonia perché è quella mia risorsa che mi dà la possibilità di fare qualcosa di buono. E’ un modo per dimostrare che le aziende possono vivere con coscienza“.

Yvon Chouinard su Stella Marina, val di Mello, 31 maggio 1980
Yvon Chouinard su Stella Marina, 31.05.1980, val di Mello.

Quella mission è già ampiamente operativa. Il nuovo libro di Chouinard The responsible company (l’Azienda Responsabile), pubblicato questo mese, offre dettagliatissime liste di controllo per poter far soldi senza procurare inutili danni alla società. In questi giorni perfino le mega-aziende gli stanno rivolgendo attenzione. Chouinard è entrato in partnership con Walmart, davvero una strana coppia improbabile come mai si è vista in termini di volumi (il fatturato di Walmart supera di circa 800 volte quello di Patagonia) e di clientela, per consigliare il gigante del dettaglio su come ridurre gli imballaggi e l’uso di acqua nella propria filiera di distribuzione. Le due aziende si sono alleate per creare la “Coalizione dell’Abbigliamento Sostenibile”, invitando altri grandi marchi quali Levi Strauss, Nike, Gap ed Adidas ad unirsi a loro per fissare regole chiare e quantificabili per una produzione di abbigliamento responsabile nei confronti dell’ambiente. “Adoro Yvon – dice Mary Fox, dirigente responsabile per l’approvvigionamento globale di Walmart – quando abbiamo cominciato ad andare assieme in giro a cercare altre aziende da reclutare ci chiamavamo con i nomignoli di Davide e Golia, perché nel regno della sostenibilità noi rappresentavamo Davide, e Patagonia Golia“.

A 73 anni Chouinard è un uomo piccolo e scattante che ne mostra sì e no 60. Si tiene in forma e mantiene l’abbronzatura con il surfing che pratica ogni santo giorno in cui ci siano onde anche solo appena decenti. Si aggira per la sede della Patagonia a Ventura, California, per andare a vedere i nuovi progetti (mi ha fatto vedere un nuovo piumino, robusto, il cui peso sembrava essere quello di una graffetta, salvo dirmi che avrebbe preferito uccidermi piuttosto che rivelarmi come lo producono) e andare poi ad armeggiare alla sua scrivania con un leggero fornelletto da campo di sua stessa invenzione. Se solo decidesse di farlo, potrebbe semplificarsi notevolmente la vita andando a fare una vita da pensionato deliziosamente attiva. Lui e sua moglie sono unici proprietari di Patagonia, una azienda privata che ha avuto vendite per 414 milioni di dollari l’anno scorso e che ha per quest’anno in previsione un aumento del 30 per cento sempre nelle vendite. Non dovendo provare poi chissà cosa a chissà chi Chouinard potrebbe vendere l’azienda e passare allegramente il proprio tempo alla ricerca delle onde giuste (qui o nell’altra sua casa lungo la costa all’Hollister Ranch), a pescare a mosca (vicino alla sua casa di Jackson, Wyoming, usando mosche che prepara da solo), e a promuovere e fare donazioni per le sue cause ambientali preferite. Il capostipite di Patagonia, però, ha ancora da fare con la sua azienda!

Alessandro Gogna e Marco Preti in casa di Yvon Chouinard, Ventura, California, ottobre 1978
California,  , Ventura, A. Gogna e M. Preti in casa di Yvon Chouinard , ottobre 1978

L’evoluzione che ha portato Patagonia a diventare un’azienda di abbigliamento ha avuto inizio negli anni Settanta, quando Chouinard, che all’epoca era un alpinista di prim’ordine e un progettista di attrezzatura per alpinismo, iniziò a importare magliette da rugby, più resistenti, e pantaloni al ginocchio in cordura da far indossare ai suoi compagni di scalata. Di lì a poco Patagonia si trovò a progettare la propria linea di abbigliamento e ben presto le vendite degli abiti superarono di gran lunga quelle dell’attrezzatura da arrampicata. Fu così che Yvon Chouinard divenne un fortuito magnate dell’abbigliamento. Questo risultò definitivamente chiaro quando a New York City le modelle iniziarono a indossare i gilet di pile di Patagonia. Non aveva la minima idea del perché e non gli faceva davvero né caldo, né freddo, ma alla fine arrivò a capire che la sua vita era cambiata.

Yvon nel suo blacksmith shop, dove ha creato materiale d’alpinismo per 3o anni. Foto: Tierney Gearon
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Nella sua casa in riva al mare all’interno di un’area chiusa e recintata poche miglia a nord della sede di Patagonia, Chouinard porta in tavola un vassoio del suo salmone, affumicato e tagliato a fette. “Questo non è roba di allevamento – dice tra un boccone e l’altro – è roba pescata di fresco“. Addentiamo mandorle tostate da lui stesso, ci versiamo da bere da una fresca bottiglia di Chenin Blanc stappata da lui e ci mettiamo a parlare di questo suo incredibile viaggio.

Chouinard è nato nel Maine il 3 novembre 1938, in una zona decisamente meno chic, da genitori franco-canadesi che si sono poi trasferiti con la famiglia a Burbank, California, quando lui aveva sette anni. Ha imparato l’inglese solo quando aveva otto anni e dice di aver passato buona parte della sua infanzia dentro e fuori il Los Angeles River, andando in cerca di gamberi tra i guadi o andando a caccia di conigli con arco e frecce. Alle superiori scoprì le scalate su roccia per poi divenire, come da sua stessa definizione, un “dirtbag” (lett. “sacco di spazzatura”, fig. persona sporca, ritenuta inutile per la società – NdT) cui piaceva affrontare ascensioni rischiose.

Ritenendo che l’attrezzatura da arrampicata dell’epoca non fosse all’altezza dei suoi standard, provò a creare attrezzatura di qualità superiore. Acquistò una forgia a carbone usata e imparò da solo l’arte del fabbro. L’attrezzatura che ne venne fuori ottenne il massimo rispetto tra gli scalatori. I prodotti che alla fine lo fecero diventare ricco, comunque, non furono chiodi e moschettoni, quanto piuttosto giacche di pile, pantaloncini da surf e camicie a quadri. A metà degli anni Ottanta Chouinard si trovò così non più a progettare attrezzatura tecnica per i suoi compagni e a sperare di finanziare le sue spedizioni e le sue scalate, bensì al timone di un marchio sulla cresta dell’onda, in rapida espansione e conosciuto a livello internazionale.

Yvon Chouinard alla sua scrivania, senza computer ma con una lavagnetta digitale Etch A Sketch dove i colleghi possono lasciargli messaggi. Foto: Tierney Gearon
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Non sapeva per certo che cosa avrebbe fatto di quel ruolo così inaspettato. “Volevo prendere il più possibile le distanze da quelle salme con le facce piene di creme che vedevo in giacca e cravatta nelle pubblicità delle riviste delle linee aeree – scrive nella sua autobiografia del 2005 Let my people go surfing (lasciate che i miei ragazzi vadano a far surf, edito in italiano con il titolo inglese da Vivalda Editori, 2009) – se proprio dovevo essere un uomo d’affari, l’avrei fatto alle mie condizioni“.

Quelle condizioni comprendevano l’adesione a ciò che lui chiama “approccio manageriale MBA”, ovvero “gestione tramite l’assenza”, il che lo vede ben distante da Ventura a volte anche per mesi interi, “a collaudare sul campo” l’attrezzatura da outdoor dell’azienda andando a scalare o a pescare. Quando si presenta in ufficio la sua uniforme abituale è costituita da jeans e una camicia casual Patagonia. Sulla sua scrivania non ci sono computer, ma solo un Etch A Sketch, cioè una lavagnetta digitale sulla quale i collaboratori possono lasciare messaggi in modo amichevole. Quando saluta i dipendenti lungo i corridoi, chiede delle loro ultime scalate e li invita ad andare a far surf a casa sua non appena le onde si mettono in moto.

Ci sono economisti che insistono sul fatto che le aziende si devono concentrare con decisione e freddezza unicamente sui profitti e che il capitalismo stesso in parte dipende da questa ferma concentrazione. Ancora nel 1970 Milton Friedman scrisse un saggio leggendario per il New York Times Magazine dal titolo La responsabilità sociale del business sta nell’aumentare i suoi profitti. Friedman esprimeva il suo disprezzo per le iniziative di beneficenza delle aziende, sostenendo che l’unico dovere di un dirigente d’azienda fosse la massimizzazione dei profitti per gli azionisti. Se i dirigenti desiderano fare del bene, sono liberi di andare a buttare i propri stipendi in opere di beneficenza. Un’azienda in quanto tale non ha competenze speciali nel far del bene e quindi dovrebbe starsene ben al di fuori di quei giochi.

Ben pochi andrebbero a incolpare un’azienda per aver incanalato parte dei propri profitti verso il proprio interno braccio caritatevole. La responsabilità sociale delle imprese (o RSI, com’è conosciuta nel gergo delle scuole d’economia), però, viene spesso trattata come una sorta di piacevole questioncina marginale, una specie di penitenza di piccola entità che viene usata dalle grandi aziende per modellare la propria immagine pubblica o per salvare le coscienze delle loro alte sfere. La RSI tradizionale ha portato a notevoli sforzi degni di ammirazione. Per esempio la Ronald McDonald House Charities fornisce aiuto alle famiglie di bambini malati o vittime di incidenti, un progetto più che degno che non ha nulla a che fare con il modello di business di McDonald’s.

Yvon Chouinard, 2004. Foto: Branden Aroyan
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Gli studiosi delle RSI sostengono sempre più che si potrebbero ottenere risultati ben maggiori se aziende come la McDonald’s prendessero in considerazione le responsabilità sociali legate alle loro linee operative di base. McDonald’s, per esempio, potrebbe analizzare l’impatto sociale della sua filiera di distribuzione, le sue politiche di assunzione e di impiego, la propria impronta carbonica e così via. Ed in effetti la McDonald’s ha fatto alcuni sforzi in questa direzione negli ultimi tempi, ma senza andare a impegnarsi in nulla che possa essere anche solo lontanamente simile a quell’autoflagellazione radicale che ha luogo quotidianamente da Patagonia.

Sì, Patagonia partecipa ad alcune iniziative tradizionali di responsabilità sociale d’impresa: dal 1985 devolve l’1 per cento del fatturato (delle vendite, non dei ricavi), per un totale di $41.5 milioni a movimenti ambientalisti locali. Nel corso degli anni è riuscita a convincere 1400 altre aziende nel mondo a unirsi a questa iniziativa dell’ “1% per il pianeta”. Chouinard, però, sostiene che questo sia solo una sorta di decima e ne parla come di una tassa sulla terra. Una trasformazione più sistematica dell’azienda ha avuto inizio nel 1991, quando un improvviso rallentamento che aveva fatto seguito ad anni di crescita al di là di ogni ambizione aveva fatto finire Patagonia nel caos.

I crediti erano stati tagliati e Chouinard racconta che il suo commercialista ad un certo punto lo aveva addirittura presentato ad un tizio della mafia che si era offerto di fare prestiti a interessi del ventotto per cento. L’azienda era stata costretta a far ricorso per la prima volta in assoluto al licenziamento di 120 dipendenti, un quinto della sua forza-lavoro. Chouinard iniziò a chiedersi se fosse il caso di rimanere o meno in gioco. Andò da un consulente di fama, il dottor Michael Kami, il quale raccomandò a Chouinard di vendere Patagonia per 100 milioni di dollari e di usare poi il ricavato per andare a fare beneficenza ambientale. “Presi seriamente in considerazione l’idea – dice Chouinard – ma così avrei fatto gli stessi errori di tutte le altre aziende. Decisi così che la cosa migliore che avrei potuto fare sarebbe stata quella di tornare a produrre profitti, a vivere una vita aziendale più coscienziosa ed a spingere altre aziende a fare la stessa cosa“.

Chouinard rimise a posto i conti e si dedicò anima e corpo a far sì che l’azienda potesse funzionare senza far ricorso ai crediti, come ora sta avvenendo. Dopodiché si mise a guardare attentamente tutto ciò che Patagonia produceva, spediva o trattava e decise di fare il tutto in un modo molto più responsabile. Cambiò i materiali, passando nel 1996 dal cotone convenzionale a quello biologico, nonostante questa scelta facesse inizialmente triplicare i costi di fornitura perché andava ad arrecare meno danni all’ambiente. Creò giacche di pile prodotte interamente da bottiglie di acqua minerale riciclate. Si dedicò quindi a creare prodotti durevoli e senza tempo quanto basta per far sì che la gente li dovesse cambiare meno spesso, riducendo così gli sprechi. Fece inserire nel sito web di Patagonia le “Footprint Chronicles” (Le Cronache delle Impronte) al cui interno sono riportati in modo chiaro ed evidente i danni ambientali causati dalla sua stessa azienda. Adesso si assume la responsabilità per ogni singolo articolo che sia mai stato prodotto da Patagonia, promettendo la sua sostituzione in caso di insoddisfazione da parte del cliente, oppure la sua riparazione (a una tariffa ragionevole), oppure ancora di aiutare il cliente a rivenderlo (Patagonia facilita gli scambi di abiti usati sul suo sito web) o di riciclarlo quando alle fine lo stesso non è più indossabile.

Il fondatore di Patagonia Yvon Chouinard in un meeting aziendale a casa sua, Ventura. Quando arrivano le onde, il team aziendale i meeting li fa così. Foto: Tierney Gearon
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A dire il vero, queste iniziative hanno anche il pregio di fungere da efficace autopromozione per il proprio marchio. Parte del fascino di Patagonia deriva dal suo impegno verso l’ambiente. Provate a prendere in considerazione l’acuta psicologia inversa della sua ultima pubblicità. Lo scorso novembre, durante il “Black Friday”, la festività non ufficiale americana dedicata all’ingordigia del consumatore, Patagonia venne fuori con una intera pagina di spazio pubblicitario sul New York Times con il titolo di testa a caratteri cubitali che diceva: Non acquistate questa giacca. Sotto la foto della giacca di pile in questione la pubblicità riportava fin nei minimi dettagli le quantità di acqua sprecata e di carbonio emesso durante la sua produzione.

Non avevo mai visto un’azienda che dicesse ai suoi clienti di acquistare una quantità inferiore dei suoi prodotti – dice meravigliato il professor Forest Reinhardt della Harvard Business School – è una iniziativa affascinante. Yvon è sicuro di potercela fare”. In effetti, Chouinard dice che quella pubblicità ha dato una grossa spinta alle vendite di Patagonia, anche se comunque sostiene che non abbia prodotto un maggior consumo totale, quanto, piuttosto, sia andata a portar via clienti già esistenti ma dei suoi concorrenti.

Reinhardt è stato il coautore di un case study della Harvard Business School dedicato a Patagonia nel 2010. Come molti altri professori delle scuole d’economia con i quali mi sono trovato a parlare di Patagonia, sembrava essere rimasto piuttosto impressionato da Chouinard, il che peraltro è logico, in quanto, in un certo senso, l’attuale successo di Patagonia deriva da principi classici delle scuole d’azienda. Il marchio ha massimizzato ciò cui le scuole di business si riferiscono con l’acronimo di WTP, ovvero “l’essere disposti a pagare”. La qualità percepita di Patagonia, assieme all’aura di beneficenza che le sta attorno, fanno sì che i clienti siano convinti che i suoi prodotti valgano bene un prezzo più alto.

La provocatoria campagna pubblicitaria di Patagonia
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Chouinard non si limita, però, soltanto ad influenzare il mercato, va dritto al posto di lavoro. La sua politica di flessibilità sui tempi permette ai dipendenti di entrare e uscire a loro piacimento, per esempio quando ci sono belle onde alte alla vicina area da surf, a patto che termini e scadenze vengano rispettati. C’è a disposizione ad ogni ora del giorno una stanza per lo yoga (mi è capitato di entrarci e di trovare il capo disegnatore dell’abbigliamento maschile intento a meditare attorno alle undici di mattina di un martedì). Su consiglio e punzecchiatura di Malinda, la moglie di Chouinard, Patagonia è stata una delle prime aziende californiane a far sì che in azienda venisse fornito un servizio di nido d’infanzia sovvenzionato. Addirittura la sparagnina capo della contabilità, la COO (Direttore Amministrativo) e CFO (Direttore Finanziario) Rose Marcario sembra essere spiritualmente in pace con se stessa. Prima, quando lavorava presso altre aziende, dice la stessa “Mi sarei messa a cercare sistemi per far girare le tasse verso le isole Cayman. Qui, invece, siamo orgogliosi di pagare la nostra giusta quota di tasse. E’ una filosofia di tipo differente. C’è una maggiore integrazione tra la mia vita ed il mio lavoro, perché tanto per la prima che per il secondo cerco di essere fedele agli stessi valori”.

Gli scettici sostengono che questo tipo di roba che ti fa sentir bene non potrebbe mai funzionare in una mega-azienda quotata in borsa o in una di quelle che non ricarica prezzi da capogiro per i suoi prodotti da intenditori. Dopo la consulenza data da Chouinard a Walmart sulla sostenibilità, però, il colosso del dettaglio ha scoperto che davvero stava risparmiando soldi con iniziative a favore dell’ambiente come ridurre gli imballaggi ed il consumo dell’acqua. “Siamo molto concentrati sul come abbassare i prezzi per i nostri clienti – dice Fox – e agli inizi sì, ci sono stati alcuni investimenti che abbiamo dovuto fare, ma il loro ritorno è stato così rapido da permetterci di rientrarne in un lasso di tempo più che ragionevole“.

Allo stesso modo Levi Strauss, con un fatturato annuo pari a più di dieci volte quello di Patagonia, ha abbracciato la politica di Chouinard volta alla creazione di parametri di riferimento basati sui dati per il miglioramento delle pratiche ecosostenibili dei produttori di abbigliamento. Levi’s ha passato gli ultimi 18 mesi a riprogettare i processi per risparmiare 45 milioni di galloni d’acqua, più tutta l’energia che avrebbe dovuto riscaldare quella stessa acqua. Ma questo non è semplice altruismo: mentre l’azienda non rende pubbliche cifre precise, Michael Kobori, V.P. responsabile della sostenibilità sociale ed ambientale per la Levi’s, afferma che “i risparmi sui costi per l’azienda sono reali”.

C’è il valore di un vero e proprio azionista al centro di molti degli ideali di Chouinard, valori che potrebbero essere applicati a tutti i tipi di impresa. Un luogo di lavoro più allegro e soddisfacente attrae e fa restare più volentieri i dipendenti, che a loro volta poi progettano prodotti migliori e sviluppano strategie più intelligenti. Pensare adesso all’impatto ambientale aiuta le aziende a prepararsi alle inevitabili normative future, permettendo di lasciare sul posto i concorrenti che non si sono preparati. E tutto questo altro non è che una buona gestione del marchio. I clienti, inoltre, sono sempre più consci dell’etica sociale delle organizzazioni.

Parecchi critici sostengono che le grosse aziende con il passare dei decenni abbiano perso la propria bussola morale, ma la nuova legislazione in sette stati, tra i quali la California, offre un modello differente. Il registrarsi come “benefit corporation” permette a un’impresa di dichiarare nel proprio statuto che l’obbligo fiduciario dei suoi dirigenti comprende la “considerazione degli interessi dei lavoratori, della comunità e dell’ambiente”, e non soltanto la voce relativa ai profitti.

Chouinard si è presentato negli uffici statali la mattina del 3 gennaio 2012, per far sì che Patagonia fosse la prima azienda a registrarsi come “benefit corporation” in California e rimane l’azienda di maggior rilievo a livello nazionale ad essersi registrata come tale a tutt’oggi. Per Chouinard il valore di questo non sta tanto nel presente, quanto nel futuro. Adesso come adesso può fare tutto ciò che crede a Patagonia senza alcuna minaccia di rivolta da parte degli azionisti se per caso sacrifica un po’ di profitto in nome di un comunitarismo etico. Ha il pieno possesso del suo posto a vita, ma per quanto riguarda la sua successione è piuttosto cauto e diffidente, e risulta subito chiaro ciò che teme: non vuole in nessun modo che Patagonia arrivi a diventare pubblica o a far leva su se stessa alla ricerca di una crescita rapida, come aveva erroneamente fatto prima. E’ convinto che diventare una “benefit corporation” aiuterà a impedire che ciò possa verificarsi.

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Anche se ha lasciato il New England quando aveva solo sette anni, Chouinard conserva ancora il portamento indifferente e un po’ sprezzante di un coriaceo uomo del Maine. Basta comunque aver a che fare con lui per poco tempo e subito è possibile vedere dentro di lui cosa realmente lo faccia ardere dalla passione. Non di certo lo stare al chiuso, si capisce subito che è uno che non si sente per nulla a suo agio sotto a un tetto. Non di certo la tecnologia, è una persona che non possiede un telefonino e che non usa i computer. Di sicuro non è il lusso, visto che gira su una station-wagon della Subaru ammaccata con più di centocinquantamila chilometri.

Le poche volte che l’ho visto illuminarsi sono state quando ha individuato alcuni gabbiani dal collare in riva al mare, vicino a casa sua; mentre mi stava mostrando un nuovo paio di ramponi in alluminio di Patagonia per i quali aveva collaborato alla progettazione; mentre mi descriveva la migliore onda che fosse mai riuscito a catturare, cosa che gli era capitata all’età di cinquant’anni nell’isola di Moorea, nel sud del Pacifico. A volte lavora ancora alla forgia in un piccolo sgabuzzino al campus di Patagonia e mi ha mostrato il suo progetto più recente, un coltello da molluschi in metallo che stava battendo per arrivare alla forma perfetta, con la lama affilata per aprire e fare leva sulla conchiglia e col manico smussato per staccare i crostacei parassiti. Non l’aveva soddisfatto nessuno dei coltelli da molluschi esistenti, così se ne è fatto uno migliore da solo e non vede l’ora di andare a provarlo nelle barene.

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Flash di alpinismo 6

Flash di alpinismo
Citazioni, impressioni e immagini – parte 06 (6-13)
di Massimo Bursi

Clean climbing
Ricorda la roccia, l’altro scalatore – arrampica pulito (Yvon Chouinard e Tom Frost).

Queste sono le ultime parole dell’articolo che nel 1972 Yvon Chouinard e il suo amico nonché socio in affari, Tom Frost, pubblicarono sul catalogo della Chouinard Equipment. L’articolo, intitolato Una parola, incentivava l’utilizzo dei nut al posto dei chiodi. Tale articolo, vero manifesto, vera origine della rivoluzione del Nuovo Mattino, cambiò le abitudini degli scalatori.
Vale inoltre la pena sottolineare che tale articolo cambiò anche le sorti della azienda Chouinard Equipment che smise di vendere chiodi inquinanti e cominciò a vendere nut verdi.

La parola chiave cui Chouinard e Frost facevano riferimento era clean, cioè pulito.
Nel catalogo subito dopo questo manifesto segue un articolo molto interessante di Doug Robinson che spiega cosa si intenda, bene, per arrampicata pulita.
Clean climbing è arrampicare solo con i nut per proteggersi.
Clean perché la roccia rimane inalterata quando passa lo scalatore.
Clean perché niente è martellato nella roccia o estratto a martellate, lasciando quindi indelebili tracce sulla roccia e un’esperienza meno naturale per il prossimo scalatore.
Clean perché la protezione dello scalatore lascia poche tracce del suo passaggio.
Clean è scalare la roccia senza cambiarla; un passo più vicino alla scalata naturale per l’uomo naturale.
Doug Robinson, Yvon Chouinard e Tom Frost riconoscono una doppia valenza nel clean climbing: ambientale e interiore.

Lascia l’ambiente naturale incontaminato, non inquinare, non rovinare la roccia ma soprattutto lascia spazio all’avventura e non banalizzare l’arrampicata a puro esercizio fisico.

Yvon Chouinard, uomo-manifesto del clean climbing, ripreso con i suoi exentric e stopper, fotograto da Tom Frost.
Questa fotografia è presa dal catalogo Chouinard del 1972 che segna l’inizio del Nuovo Mattino.
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Il Pesce
Abbiamo aperto il Pesce con le scarpe da calcio, levandoci i tacchetti. Erano buone per arrampicare (Igor Koller, durante una conferenza).

In tre giorni consecutivi di arrampicata, il 2, il 3 e il 4 agosto 1981, Igor Koller e Jindrich Sustr salirono Der Weg durch den Fisch lungo la parete d’argento della Marmolada.

La parete d’argento era un obiettivo ambito su cui aveva messo gli occhi anche Heinz Mariacher il quale aveva fatto qualche tentativo usando il suo metodo di percorribilità. Mariacher provava a salire assolutamente in arrampicata libera e senza utilizzare chiodi a pressione, e se non ci riusciva, o per le difficoltà elevate o perché non in giornata, scendeva in doppia o tagliava su un altro itinerario più facile. Questo metodo, utilizzato da Mariacher, spezzava l’unità temporale dell’impresa ma si concentrava sullo stile e sul come veniva aperto un itinerario seguendo un’etica rigorosa in fatto di chiodatura: una somma di tentativi in libera per spingere il limite sempre più in su.

Quell’estate arrivarono Igor Koller e Jindrich Sustr. Koller rappresentava la mente della cordata: lui conosceva la parete, aveva esperienza, era un eccellente scalatore metodico e ben organizzato.

Sustr invece, e qui si entra nella leggenda, era un abilissimo scalatore molto dotato, tutto genio e sregolatezza di appena diciassette anni. Fu lui che percorse da capocordata i tiri più difficili della via e così come entrò nella scena alpinistica, altrettanto velocemente, ne uscì.

Di lui abbiamo poche fotografie d’epoca dove lo vediamo con un’imbragatura cucita a mano secondo la tradizione di allora dei paesi dell’Est e con un casco assai buffo. Poi sembra che si sia dato alla meditazione, forse arrampica ancora o forse no.

Rispetto a Mariacher, l’approccio di Igor Koller con la Parete d’Argento era decisamente diverso: a lui interessava aprire velocemente l’itinerario e non gli importava se doveva fare alcuni passi in artificiale e forse avrebbe piantato anche qualche spit se le difficoltà lo avessero richiesto. Il risultato è che aprirono la via in tre giorni continuativi di arrampicata, senza spezzarne l’unità temporale, effettuando rischiosissimi passaggi di libera e di artificiale sui cliff. Il tutto senza ricorrere allo spit.

Riscrivi la storia dell’alpinismo considerando solo gli itinerari aperti al primo tentativo: le vie frutto di diversi tentativi non esistono più.

L’incredibile placconata del Pesce vista dall’alto, da una sosta quando il capocordata recupera il proprio compagno. L’idea di salire in un unico tentativo la parete testimonia l’eccezionale livello fisico e psicologico della cordata dei cechi.
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Terreno di gioco infinito
La nostra vita odierna mi sembra come a Nietzsche sommamente pericolosa e il mio compito finora fu sempre fare del male a me stesso e agli altri, in quanto smuovo sotto i nostri piedi il sasso apparentemente sicuro (Eugene Guido Lammer).

Eugene Guido Lammer, cui si è ispirato l’alpinismo eroico germanico di inizio novecento, ha teorizzato che l’uomo vive pienamente nelle condizioni di esaltato pericolo.
Lammer che, con il suo libro Fontana di Giovinezza ha ispirato tanti ragazzi ad affrontare il pericolo a testa alta, è stato responsabile morale di tanti incidenti in montagna.
Lammer che, come era solito dire, ringraziava la montagna di avergli fatto bagnare le labbra al calice della morte, paradossalmente morì di vecchiaia nel proprio letto.
Tutta questa esaltazione del pericolo, che segue i fili conduttori di Nietzsche, Julius Evola, e finendo alle aberrazioni del fascismo e del nazismo, proprio non ci piace.
Preferiamo contrapporre a questo alpinismo eroico fatto di paura e sofferenza la concezione alpinistica proposta dagli inglesi nella seconda metà dell’Ottocento dell’andare in montagna come un’attività sportiva, autonoma e definita.

Sono stati gli inglesi i veri precursori del Nuovo Mattino che hanno introdotto la dimensione del piacere e la concezione delle Alpi come terreno di gioco.
Un terreno di gioco infinito: una volta raggiunte tutte le vette, sarebbe toccato alle creste, poi alle pareti, poi alle invernali, poi agli itinerari, sempre più diretti, sempre più eleganti, infine alle varianti, sempre più difficili.

Tu oggi a cosa giochi?

Patrick Edlinger gioca così su uno strapiombo del Verdon: un gioco che non prevedeva la corda.
Un gioco pericolosissimo che sarebbe piaciuto al vecchio Lammer!
Quando i terreni di gioco delle Alpi stavano esaurendosi negli anni ‘70 alcuni ragazzi hanno cominciato ad aprire itinerari di placca sempre più arditi nelle gole calcaree del Verdon. Per alcuni anni questa fu la Yosemite dell’Europa.

Flash6-03Il rischio come compagno di gioco

La sicurezza è una birra davanti alla TV (Jerry Moffatt).

Si è ragionato molto sulla sicurezza in montagna e sulle vie con o senza chiodi a pressione e sulla falsa sicurezza che può dare una ferrata.
Jerry Moffatt semplifica il problema: se vuoi essere assolutamente sicuro, devi stare a casa.

Arrampicare è sempre un po’ pericoloso.
Tanti alpinisti più o meno famosi, sono scivolati sulla classica buccia di banana e sono morti su tratti semplici, in ferrata, in discesa o scivolando su un sentiero un po’ esposto.
Per non parlare di neve, crepacci o valanghe.
Se poi usciamo dalle Alpi e consideriamo l’Himalaya, lì la sicurezza non esiste proprio.

E’ forse per questo che molti scalatori, raggiunta la maggiore età, passano da un attivismo sfrenato nell’arrampicata ad altri sport, magari di fatica, dove non ci sia la componente del rischio. A volte ci si abitua al rischio e la troppa confidenza ti porta a sottovalutarlo.

Ricorda sempre che, oltre a te e al tuo compagno, legato con voi c’è sempre, invisibile, il rischio. Cerca di dominarlo.

Volo in parete: una volta non si poteva fare. Oggi l’imbragatura, la corda elastica e gli ancoraggi a tenuta di bomba consentono di spingere la dimensione del rischio.
Su certi itinerari si prova e si riprova fino a volare: volare è un rischio che fa parte del gioco.

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Friend
Iniziare un nuovo business è come avere a disposizione una corda da quaranta metri, nessun rinvio e un movimento di grado 5.10 di fronte a te, e tu puoi sentirti così per settimane (Mark Vallance).

La storia di oggi è la storia affascinante di un processo inventivo maturato per anni nella mente di un ingegnere aerospaziale americano, grande appassionato di scalate, che folgorato dall’idea lanciata da Yvon Chouinard e Tom Frost del clean climbing, cercava un modo di proteggersi adeguatamente sulle regolari fessure granitiche.

Ray Jardine iniziò a pensarci, studiare e a realizzare i prototipi del friend nel 1971, e grazie a questi prototipi riuscì ad aprire nuovi fantastici itinerari oggi classiche vie.
Ray Jardine era molto geloso di questi prototipi che teneva rigorosamente rinchiusi in un sacchetto di nylon blu e che estraeva solo in presenza di fidati amici e di fessure micidiali.

Un giorno Chris Walker stava andando ad arrampicare con Ray Jardine e, nell’avvicinamento, circondati da persone estranee, voleva sapere se Ray avesse con sé le cose preziose dicendo: “ehi Ray, hai con te gli amici?”

Se il nome dell’invenzione era facilmente risolto, la produzione industriale di questa invenzione fu un processo lungo e tormentato.

Nel 1972 Mark Vallance, uno scalatore inglese, incontrò e cominciò ad arrampicare regolarmente con Ray Jardine. Mark Vallance era un piccolo imprenditore, visionario, che si appassionò al progetto di Ray Jardine.
Dopo alcuni tentativi infruttuosi, solo nel 1977 nacque, in Inghilterra la Wild Country di Mark Vallance per la produzione industriale e la commercializzazione dei friend. Ray Jardine cominciò ad occuparsi della vendita in America di questo costoso oggetto del desiderio di ogni scalatore. Era iniziata una nuova era.

Se hai un’idea visionaria e ci credi fermamente, investi il tuo tempo, le tue energie e condividila con un amico.

Ray Jardine nella seconda ascensione del tetto di Separate Reality in Yosemite nel 1977. Se oggi, nel nostro zaino abbiamo questo costoso attrezzo che chiamiamo friend lo dobbiamo alla sua ingegnosità.
Inoltre questa splendida immagine è stata selezionata come copertina del libro Settimo Grado di Reinhold Messner, autentico punto di riferimento per il nuovo approccio all’arrampicata.

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La bravura del divertirsi
Quello di divertirsi in montagna ci è rimasto come un chiodo fisso, ancor oggi, se m’incontro con un mio vecchio compare parlando d’arrampicatori, alpinisti, ci è chiaro che non facciamo un problema morale se sia meglio questo modo di fare o quell’altro, ma veniamo al sodo. Si divertono? Sì. Che bravi. No. Son degli stronzi. L’allegria è uno stato di leggerezza e più sei libero, più lei si lascia tentare (Andrea Gobetti).

Andrea Gobetti, vecchio animatore del Circo Volante – il gruppo di amici torinesi che spinse il Nuovo Mattino – noto più per le uscite goliardiche che per le arrampicate, sintetizza la vera essenza dell’arrampicatore: divertirsi e vivere lo stato di leggerezza causato dalla scalata.

Il resto passa tutto in secondo piano.
E’ questa una lezione del sessantotto – una risata vi seppellirà – che si è persa nel tempo.

Quando vado ad arrampicare, troppi ragazzi sono così presi dall’ansia della prestazione e dall’allenamento intensivo che perdono lo spirito iniziale che si cercava: l’evasione dal mondo ordinario, la fuga dalla fabbrica, la fuga dalla scuola e dai laccioli della società.

Peccato che i nuovi vincoli sportivi sostituiscano i vincoli da cui si stava cercando di scappare.
Allora se l’arrampicata diventa troppo importante, troppo seria, non ci si diverte più.

Nella tua arrampicata, cerca di rimanere il bambino di sempre: non voler crescere e diventare adolescente.

I Sassisti della Val di Mello negli anni Settanta: loro sì che sapevano divertirsi! La Val di Mello è egualmente distante dal rigoroso e tradizionale spirito conservatore delle Dolomiti e dal pesante, pacato modo di vivere dei piemontesi. (Mozzati e Madonna)

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Atlantide
Era incredibile, semplicemente incredibile. C’era quella successione continua di pareti di granito, una più bella e più grande dell’altra, dove era ancora tutto da fare, tutto. Era come scoprire una Yosemite dietro la porta di casa. Per me, abituato alle piccole pareti del Galles e del Derbyshire, sfruttate fino all’ultimo appiglio, era un paradiso in terra. C’era più roccia vergine sul solo Caporal che in tutta Snowdonia. Dovevamo solo decidere dove andare, era assolutamente incredibile che ci fossero ancora posti così (Mike Kosterlitz).

In centodieci anni abbiamo consumato quasi tutta la roccia del mondo.
Con la rivoluzione dell’arrampicata libera, negli ultimi quarant’anni, abbiamo esplorato, piantato chiodi, usato, lisciato e consumato pareti che erano lì da migliaia di anni.

E’ rimasto ancora qualcosa di inesplorato o non salito? Sicuramente sì ma in continenti lontani o con lunghi avvicinamenti o con sezioni di roccia pericolose.
Insomma tutto ciò che era bello e a portata di mano è già stato colonizzato. Il problema, il grosso problema è che alcune meravigliose rocce e vie sono state consumate, lisciate dalla ripetizione.

Difficilmente le nuove generazioni potranno provare il magico stupore provato da Mike Kosterlitz nel 1979, fisico universitario, arrivato in Italia per uno scambio culturale fra università, con la forte passione dell’arrampicata.
Mike Kosterlitz, abituato alle piccole falesie del Galles dove ogni metro quadrato di roccia era stato antropizzato e preservato, rimase letteralmente colpito quando gli amici torinesi del Nuovo Mattino lo portarono in Valle dell’Orco ricca di pareti, placche, fessure, spigoli ancora da salire.

Ancora oggi la soddisfazione più grande per noi malati di roccia è trovare una falesia non salita e provare a salire dove non è mai salito nessuno.
E’ anche bello arrampicare in zone note e vedere fasce rocciose ancora da salire e sognare che queste saranno il banco di prova delle nuove generazioni.
Spesso gli scalatori sono molto gelosi di queste loro scoperte ed ecco che i posti nuovi rimangono segreti per qualche anno.

In ogni dove si sogna l’esistenza di una grande e fantastica parete di roccia compatta e perfetta chiamata Atlantide.

I fratelli Yves e Claude Remy, pioneri svizzeri dell’arrampicata moderna, si divertono da almeno trent’anni a trovare pareti di roccia meravigliosa in giro per il mondo nei posti meno battuti: dalla Svizzera ai deserti della Giordania. Forse la loro scoperta più celebre è la parete dietro a casa chiamata, non a caso, Eldorado, in Grimsel, caratterizzata da granito monolitico di colore pastello.

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Un dattero
Un uomo nel deserto vive tre giorni con un dattero: il primo mastica la pelle, il secondo mangia la polpa e il terzo succhia il nocciolo. Se penso a quante cose ho portato con me, quasi me ne vergogno (Carla Perrotti).

Ora capisco perché i Tuareg siano così asciutti: con questa dieta non ingrassano di certo. Ripenso alla mia fatica per perdere un paio di chili di peso. Tutti noi a quante cose superflue siamo attaccati?

Quante cose siamo costretti ad avere? Quanta carta, plastica, lattine, imballaggi dobbiamo eliminare?

Quando arrampichi in parete hai sulla schiena tutto il necessario per uno o due giorni di sopravvivenza e ti senti ricco.
Ricordi con quanta cura selezioni il materiale alpinistico necessario, le scorte di cibo e di vestiario?

Se ciascuno di noi ponesse la stessa attenzione meticolosa nella vita di tutti i giorni forse ci basterebbe uno zaino un po’ più grande per condurre una serena vita essenziale.

Avete notato che gli scalatori sono tutti uguali? Pochi vestiti ma funzionali, attrezzatura ridotta all’osso, pochi soldi in tasca, quelli necessari per il prossimo viaggio, ma tanta carica ideale, tanta motivazione.

Facciamo il deserto attorno a noi e portiamoci appresso solo lo stretto indispensabile. Liberiamoci dal consumismo, anche in montagna.

Ad Alain Robert serve veramente poco per scalare il camino di un grattacielo: un paio di scarpette e un sacchetto di magnesite.

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Gradini
Tornate sani, tornate amici, arrivate in cima: in questo preciso ordine (Roger Baxter Jones).

La mia chiave di lettura di questa espressione è la seguente: precedenza alla vita, all’amicizia e alla serenità di aver raggiunto l’obiettivo.

Un’altra chiave di lettura potrebbe essere: “Fai quello che devi fare, ma senza rischiare troppo e senza rovinare l’amicizia con il tuo compagno”.

In ogni caso il concetto è chiaro, bisogna stabilire una gerarchia di valori da rispettare e la salute è sul gradino più alto.

Nessuna cima, nessuna parete vale un tuo dito. Senza il tuo dito non potrai più accarezzare la tua ragazza. Senza il tuo dito non potrai fare boulder. Senza il tuo dito tuo figlio non potrà prenderti per mano.

Su un altro gradino valoriale si trova l’amicizia con il tuo compagno di cordata.
C’è sottinteso un concetto forte e non scontato: il compagno con cui ti leghi diventa o è già un tuo amico.
Non è un semplice socio o partner che ha un obiettivo in comune con te. E’ un amico.
L’amicizia vale più della cima da raggiungere.

Infine, solo se è possibile, allora potrai anche raggiungere la cima. La cima è fredda, non ha vita. La cima sarà lì anche l’anno prossimo. La cima ti aspetta sempre.

Amico guarda dentro te stesso e non barare. Se finora ti è andata bene, non andarne fiero, ricordati che non è stato solo merito tuo. Semplicemente non era il tuo Momento.

Quante volte ti sei legato con un compagno solo per l’ambizione di “fare la via” e quel compagno era l’unica persona libera che potesse venire con te? Quante volte hai rischiato troppo e stupidamente?

Estate 1961. Monte Bianco, Pilone Centrale del Freney, cordata francese al bivacco prima della salita: Antoine Vieille, Pierre Kohlman, Robert Guillaume e Pierre Mazeaud.

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Estate 1961. Monte Bianco, Pilone Centrale del Freney: dopo la disperata impresa, Pierre Mazeaud unico sopravissuto francese in stato di evidente shock. Assieme ai francesi c’era anche la cordata italiana di Walter Bonatti, Andrea Oggioni e Roberto Gallieni.

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Una nuova via
Partiti in due siamo andati all’arrembaggio della fantasia, filibustieri del tempo contro il nulla (Chantal Mauduit).

L’ignoto. Che cosa è l’ignoto per uno scalatore?
Molto spesso l’ignoto è trovarsi su un muro di roccia e non sapere come fare a scalarlo, se si possa salirlo e una volta in alto se si potrà mai piantare un chiodo per far arrampicare il proprio compagno.
L’ignoto è forzare con la fantasia una linea che esiste solo nella tua testa e che cerchi inutilmente di spiegare al tuo compagno, che proprio non riesce a comprendere.

Aprire una via è il vero sforzo creativo dello scalatore che getta il cuore oltre l’ostacolo e che con una manciata di chiodi crea la via.

La via avrà un nome, una relazione, un tracciato, forse alcune ripetizioni, ma da quel momento quella non via non ti apparterrà più, apparterrà al popolo dei climber.

Magari un giorno qualcuno dirà che ci sono pochi chiodi e che è troppo pericoloso o forse ci sono troppi chiodi e la via così tracciata è diventata una ”scala per galline”.

Infine la tua via cambierà i connotati, di te rimarrà solo un nome e una data su un libro, a te quella via ricorderà per sempre un momento unico, un giorno particolarmente creativo e in cui non avevi paura di salire il muro dell’ignoto barbaramente attaccato a piccoli appigli.

Aprire una via è liberare la fantasia del bambino scalatore.

Yosemite, uscita dalla via Pacific Wall da parte di Jim Bridwell e compagni nel 1975. Un grande sforzo creativo coronato dal successo. Forse a loro del successo non gliene fregava niente. Sapevano che lì c’era uno spazio ed una linea naturale che bisognava percorrere.

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continua

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Flash di alpinismo 5

Flash di alpinismo
Citazioni, impressioni e immagini – parte 05 (5-13)
di Massimo Bursi

Pezzo di cretino
Pezzo di cretino, cosa ne sai tu della montagna, cosa ne sai tu della mia vita, delle mie idee? Certo tu ti senti a posto, ti senti sicuro, hai raggiunto una posizione, hai il futuro spianato; ma sei proprio sicuro di essere felice, hai tu provato una sola delle sensazioni che io ho provato?
No, non avevo sbagliato tutto, in montagna realizzavo me stesso (Giampiero Motti).

Ogni vero alpinista si crede incompreso e gli piace credersi diverso da tutti gli altri. Il proprio alpinismo diventa una bolla in cui isolarsi e in cui poter giustificare la propria incapacità di vivere assieme con gli altri.

Ogni alpinista pensa che le sensazioni che vive in parete siano uniche.

Ogni alpinista pensa che in montagna riesce a realizzare sè stesso e che gli altri, schiavi dei mille vincoli della pianura, saranno per sempre insoddisfatti.

Così in questo modo mettiamo in pace la nostra coscienza quando vediamo gli altri camminare mano nella mano con la loro ragazza, o sfrecciare allegri e leggeri sulle loro automobili.

Tu invece no, tu devi realizzare te stesso lassù!

Oggi scendi dal piedestallo su cui pensi di stare e non crederti questo superuomo!

Giampiero Motti mitizzato ad effigie come Ernesto Che Guevara. Motti in Piemonte ha sviluppato ed ideologizzato il movimento italiano della nuova arrampicata.
Al pari del Che, anche Motti ha ispirato molti ragazzi. Motti ha teorizzato un nuovo approccio con la montagna e con la parete. Un approccio leale lontano dalla retorica simil-militarista.
Mai avrebbe potuto prevedere l’attuale degenerazione e banalizzazione del movimento trasformatosi in arrampicata molto sportiva.
Flash 5 - 11Velocità’
Quando si pattina su ghiaccio sottile, la salvezza sta nella velocità (Ralph Waldo Emerson).

Arrampicare significa continuare a stupirsi di come non si sia ancora caduti. Arrampicare è equilibrio precario. Arrampicare è non credere ai propri occhi ma rimanere precariamente attaccati alla parete come lucertole.

Su certi passaggi, su certe pareti bisogna correre veloci e non stare molto a pensare. La velocità conduce in zone a minor rischio. A volte correre serve pure per tranquillizzare la nostra mente che non riesce ad accettare una precarietà così spinta.

Su una traversata, dove sai non conta chi salga da capocordata o da secondo, soprattutto se il traverso è esposto, correre ti serve per esorcizzare la paura che hai.

Se corri riuscirai ad evitare il maltempo. L’alpinista veloce è sempre l’alpinista più sicuro.

Il ghiaccio, più della roccia, accentua questa fragile e mutevole precarietà. Il ghiaccio che si ammorbidisce durante la giornata di sole, ti obbliga a tagliare i tempi di percorrenza.

Corri ragazzo, corri! La tua sicurezza passa anche dalla tua velocità.

Una bella e facile cresta di neve verso la cima finale. I pericoli sono tanti, ma la bellezza dell’alta quota è sicuramente molto suggestiva.
Flash 5 - 10Visionari
I visionari sono le persone che vedono un po’ più in là degli altri. Perfetto l’esempio del rock. Dove sono i visionari dell’avventura oggi? Mah. Certamente non nel grande circo no-limits, ma ci sono, ci sono. Ad esempio due miei amici carissimi che per decenni hanno scalato montagne mai salite prima senza dire niente a nessuno, limitandosi a costruire una volta giunti sulla cima sulla cima un ometto con dentro un bigliettino dove era scritto il loro nome e la data della loro salita. Forse oggi, nell’era della supermediaticità, il visionario sceglie di fare cose per se stesso limitandosi a comunicarle ad un pubblico ristretto in grado di recepire il loro valore simbolico, di altissima valenza etica e poetica. Le super performance ormai inflazionate non possono, secondo me, ispirare alcuno se non ad una emulazione atletica, che è cosa pregevole ma non ha niente a che vedere con il sacro fuoco dei nostri preferiti. Poi, detto tra di noi, che noia tutti quegli exploit ripetitivi! Che noiosi e tristi tutti quei personaggi a dieta e allenamento forzato, malinconici astemi, avari di se stessi, senza amici veri, senza risate, senza errori (Mirella Tenderini).

Sebbene sia difficile aggiungere qualcosa di sensato a quanto ha già espresso la Tenderini, mi piace l’idea che ci possano essere dei visionari sempre un passo avanti.

Ecco i miei visionari del rock e dell’alpinismo: Bob Dylan e Lorenzo Massarotto, persone con la capacità di anticipare i tempi senza mai restare ostaggi del proprio mito.

Bob Dylan è un cantautore che continuamente gioca a nascondino con il mondo, riservato e misterioso, minimalista e iconoclasta, semplice ed ombroso al tempo stesso, sempre disallineato con il grande circo mediatico musicale, con un caratteraccio ruvido e diffidente verso il mondo. Mi piace ricordare il suo isolamento dal mondo con la frase “io sono le mie parole”, mentre il suo minimalismo può essere riassunto nella frase “quel che riesco a cantare, lo chiamo canzone. Quel che non riesco a cantare, lo chiamo poesia”.

Seppure molto diverso e noto solo ad una ristretta elite anche Lorenzo Massarotto è stato un alpinista visionario. Lontanissimo dal circo mediatico dell’alpinismo sponsorizzato, ha compiuto splendide salite in posti ancora selvaggi come le Pale di San Lucano, di cui tanti parlano ma pochi frequentano.

Ha effettuato prime salite con pochissimo materiale, fedelissimo ad un’etica rigidissima che vedeva anche l’utilizzo di nut e friend come un artificio. Ha effettuato impegnative ripetizioni invernali e solitarie facendo riferimento soprattutto al proprio spirito e alla propria forza di volontà.

Non ha mai scritto nulla e di lui si ricordano rare interviste. Non ricorreva a sponsor e di lui si ricordano soprattutto gli spostamenti dalla pianura padovana alle Dolomiti a bordo di un vecchio motorino Ciao.

In un’epoca in cui anche l’alpinismo diventa una forma di esibizionismo, Lorenzo Massarotto sembra essere l’ultimo cavaliere della montagna che rifiuta anche nut e friend poiché troppo tecnologici.

In ogni paese c’è sempre un personaggio eccentrico chiamato da tutti il visionario perché parla di cose semplici ma strane ed ha sempre lo sguardo rivolto ad un punto lontano.

Lorenzo Massarotto dopo l’apertura di una delle ultime delle sue centoventi vie in Dolomiti: sfugge anche all’obiettivo della macchina fotografica.
Flash 5 - 9Il punto di vista della guida
Le tre regole della guida alpina: il cliente sta cercando di ucciderti, il cliente sta cercando di uccidersi e il cliente sta cercando di uccidere il resto dei clienti.

Proviamo a metterci nei panni della guida alpina.

Sotto il bel distintivo guadagnato con fatica e sacrifici, lui è ora pronto a portare i clienti su diversi itinerari alpinistici.

Quando vedi la tua guida chiusa in sé stesso, non è depresso perché la via è facile, ma sta semplicemente cercando di anticipare le tue mosse di maldestro cliente cittadino che non vede e non sente i pericoli.

In montagna bisogna stare sempre all’erta e la guida si porta sempre dietro un cliente generatore di problemi, di ansie e di potenziali pericoli.

Fa bene ogni tanto mettersi nei panni di una guida alpina.

Non sempre l’abito fa il monaco. Chi mai direbbe che questo ragazzo, Werner Braun, qui fotografato sulla via Pacific Ocean sul Capitan, sia uno stimato professionista del Soccorso Alpino e diverse cordate incrodate sulle grandi pareti della Yosemite Valley sono riuscite a tornare a valle grazie a lui!
Flash 5 - 8Tempi moderni
Non andavamo per fare grado, ma per fare stile (Heinz Mariacher).

Nell’epoca in cui l’alpinismo macho cominciava ad avere il fiato corto, ecco che Heinz Mariacher, detto Bostik per la sua impareggiabile bravura a tenersi, sugli appigli ed appoggi più insignificanti, inventa un’idea nuova, fresca e diversa di salire le Dolomiti.

Con lui lo stile diventa fondamentale. Non importa aprire una via, ma importa aprire una via in libera, con poche protezioni, nessuno spit e possibilmente dare alla via un grado eccessivamente basso per minimizzare l’impresa compiuta.

Così venne aperta la via Moderne Zeiten in Marmolada ad oggi riconosciuta come il capolavoro di Mariacher.

Peccato però che questo stile di assoluta arrampicata libera lo abbia costretto in una gabbia che ha permesso a Igor Koller e Jindrich Sustr di aprire la via del Pesce, sempre in Marmolada: loro si facevano meno problemi ed erano più focalizzati sull’obiettivo. Sicuramente avevano anche meno tempo di Mariacher e Iovane.

Sento spesso i ragazzi che vanno a fare certe vie solo per il grado elevato e trascurano alcune meravigliose vie o alcune pareti perché non hanno il grado interessante.

C’è di più: oggi vanno di moda le pareti strapiombanti che offrono gradi elevati che si possono raggiungere con tanto allenamento fisico e poca tecnica. Al contrario le vie in placca che necessitano di elevatissima e sofisticatissima tecnica, ma con gradi stretti e severi, sono spesso a torto trascurate.

Ricordati che il grado che tu fai, se non ti alleni, è destinato ad abbassarsi, mentre lo stile ti rimane per sempre e ti darà sempre soddisfazione.

Luisa Iovane sulla splendida fessura da affrontare in Duelfer sulla via Moderne Zeiten in Marmolada. Intere generazioni di aspiranti arrampicatori del Nuovo Mattino hanno sognato su questa fotografia. Sono trenta metri di elegante sesto grado assolutamente libero e senza chiodi che dovrebbero dare molta soddisfazione.
Flash 5 - 7Il viaggio
Un viaggio di mille miglia comincia con un passo (Lao Tze).

Quando guardo quanto devo camminare, ripenso alla massima di Lao Tze e comincio ad accumulare passo su passo fino ad arrivare alla meta. Spesso la meta è solo l’inizio.

Cammini quattro ore per arrivare sotto la parete da scalare. Quando parti alla mattina la tua meta è lo spiazzo, il passo, la cengia da cui ti legherai. Poi la meta si sposta e diventa la parete. Infine, nella discesa, la meta è di nuovo l’area dove slegarsi ed infine la meta diventa la macchina in fondo valle.

Il viaggio è una metafora della vita.

Se comperarti una casa sembra uno sforzo impossibile, comincia a risparmiare denaro: mese su mese i soldi si accumulano e l’obiettivo diventa raggiungibile.

E’ un lungo viaggio.

Spesso si pensa di conoscere la meta del proprio lungo viaggio ma non sempre è così.

Uno dei viaggi alpinistici più metaforici e più ricchi di significato avvenne nel 1968 quando Yvon Chouinard e Doug Tompkins partirono con un vecchio furgone dalla California per raggiungere la Terra del Fuoco. Fu un lungo viaggio in cui scalarono rocce e sassi, cavalcarono onde con il surf e tornarono con le idee chiare sul proprio rispettivo futuro professionale.

Fu così che nacquero le aziende Patagonia e North Face ed Yvon Chouinard e Doug Tompkins ne sono i rispettivi fondatori.

Quando affronti un viaggio, mettiti in testa di portarti sempre a casa un sogno.

Yvon Chouinard nella sua prima officina dà sfogo alla sua creatività e alla sua inventiva producendo attrezzatura all’avanguardia. In questa officina negli anni 70 si produceva il miglior materiale di arrampicata del mondo.
Negli anni successivi la Chouinard Equipment si trasformò, a causa di alcuni problemi legali che la portarono in bancarotta, nella Black Diamond, ancora oggi un’azienda produttrice di eccellente attrezzatura.
Tutto però partì da questa officina a Ventura sulle coste del Pacifico californiano. A parte il chiodo rurp, non inventarono nulla di nuovo ma migliorarono esteticamente e funzionalmente gran parte dell’attrezzatura alpinistica in uso.
Tom Frost, l’autore della fotografia, era solito definirsi piton engineer cioè ingegnere del chiodo.
Flash 5 - 6

Non esiste il mito
Nessun mito, nessuna salita “storica”, non fatevi condizionare, alzate il muso, guardate le pareti, e andate dove vi porta il “naso” (Paolo Vitali).

Una volta ero portato a mitizzare alcuni scalatori di cui avevo letto le imprese. Poi li conobbi superficialmente, li sentii parlare in qualche conferenza, lessi qualche loro intervista e mi sembrarono improvvisamente piccoli e umani, troppo umani.

Che forte delusione!

Ho capito che il considerarli miti è stata una mia distorsione mentale. I miti non esistono. Al massimo possono dedicare più tempo di te all’arrampicata, al massimo sono un po’ più dotati di te.

Desiderare troppo intensamente certi itinerari ti porta a mitizzarli e poi quando ne tenti la salita, hai la testa ingombra da tanta spazzatura mitica che ti sei creato e che non hai espulso. Sali meno libero e con uno zaino metaforico molto pesante.

Questo ingombro mentale non ti serve, è dannoso, ti brucia l’ossigeno e ti toglie elasticità. La storia alpinistica è bella, affascinante ma ti appesantisce e ti crea condizionamenti.

Chi non sa, sale senza inibizioni.

Chi sa, ha un ulteriore zaino da portarsi dietro, perché lui è diventato un uomo di conoscenza.

Il mito è creato apposta dai vecchi per spaventare i giovani.

Bob Dylan nel corso della sua lunga carriera di poeta, cantante e musicista, si è sempre reinventato e rinnovato seguendo se stesso spesso avendo contro anche i suoi fan.

Tu, leggi dei grandi alpinisti, studia la loro attività, guarda i video che tanto ti affascinano, cerca sui forum notizie ed informazioni, ma alla fine non seguire niente e nessuno.

Quando sento i ragazzi che commentano le vie in Dolomite e concludono che in fondo il Philipp-Flamm non è difficile, sono solo tanti tiri di sesto grado su roccia di dubbia qualità, hanno ragione!

Il Philipp-Flamm è una cazzata da salire e da dimenticare velocemente.

Divertiti ad abbattere i miti del passato.

I miti non ci sono, le salite storiche le abbiamo dimenticate ma le prime mitiche scarpette EB Super Gratton hanno mantenuto un fascino tutto particolare. Noi pensavamo che fossero venute dall’America ed invece furono create da Pierre Allain in Francia – infatti all’inizio si chiamavano PA – ed in pochi anni hanno invaso il mondo dell’arrampicata. Se una domenica vedevi qualcuno salire una via con le scarpette dove si era sempre saliti con gli scarponi, la domenica successiva anche tu salivi con le scarpette. La rivoluzione fu velocissima.
Flash 5 - 5

Avventura
Il rammarico non sta tanto nel dover morire, ma nel fatto che nessuno saprà mai quanto vicino siamo stati a salvarci (Ernest Shackleton nel suo diario).

Non saprei dare la corretta definizione di avventura, ma se penso all’avventura penso ad Ernest Shackleton.

Schackleton è stato un esploratore polare dell’inizio del novecento che è passato alla storia sebbene non abbia legato il suo nome a nessuna esplorazione ma sia stato il protagonista di una straordinaria avventura di sopravvivenza umana chiamata Endurance.

Questo sognatore, alla testa di un gruppo di ventisette uomini, si era dato l’obiettivo di attraversare l’Antartide. La loro nave, l’Endurance, rimase bloccata tra i ghiacci del pack che distrussero la nave. Portati alla deriva per centinaia di chilometri in balia dei movimenti naturali del pack, riuscirono a raggiungere la minuscola Isola degli Elefanti. Dopo un anno e mezzo di peregrinazioni erano di nuovo sulla terraferma ma comunque isolati dal mondo e senza alcuna possibilità di soccorso. A questo punto Shackleton ed altri cinque uomini partirono con una piccola scialuppa per raggiungere l’Isola della Giorgia Australe. Ci riusciranno in 17 giorni di navigazione nel peggiore incubo oceanico. La loro avventura non era ancora finita, sbarcati sull’isola affrontarono una traversata alpinistica fra rocce, nevai e ghiacciai che li portò, finalmente, dopo oltre due anni e mezzo, a contatto di nuovo con l’uomo.

Shackleton riportò tutti a casa sani e salvi, sacrificò l’obiettivo della spedizione con una gestione oculata e flessibile degli uomini; diede l’esempio del vero capo carismatico, seppe fare propria l’esperienza di chi lo aveva preceduto nelle esplorazioni polari e dimostrò sempre ottimismo anche nelle avversità più incredibili.

La lezione di Shackleton è tuttora una lezione fondamentale per chi ama l’avventura all’aria aperta e per chi sta preparandosi per una spedizione extra-europea.

Se stai solo affrontando il tuo mono-tiro nella tua falesia di casa, che lo spirito di Shackleton sia con te! 

Hermann Buhl, rilassato, dopo la sua straordinaria avventura sul Nanga Parbat. Lui fu un grande alpinista che ha vissuto grandi avventure con poveri mezzi e molto spesso sulle montagne dietro casa.
Flash 5 - 4

Understatement
Dr. Livingstone, I presume (Henry Morton Stanley).

Questa frase rappresenta l’icona del famoso understatement inglese.

Livingstone era da anni nel cuore dell’Africa nera e tutti in Inghilterra avevano perso le sue tracce. Il giornalista Henry Morton Stanley fu inviato in Africa per cercare il famoso dottore e missionario. Quando riuscì a trovare, nel 1871, dopo lunghe peripezie, un uomo bianco vestito secondo il classico stile coloniale dell’epoca, invece di spendersi in baci ed abbracci, semplicemente si presentò all’uomo bianco con questa asciutta e laconica espressione come se fosse ad un ricevimento: “Presumo che lei sia il dottor Livingstone”.

Mi piace contrapporre questa espressione alla prosa retorica in vigore nell’alpinismo dell’ottocento, del primo novecento, del secondo novecento e forse anche di oggi, almeno di certi ambienti dove conta ancora il peso delle medaglie appuntate sul petto.

Bruciamo tutto e ritorniamo alla semplicità e all’understatement inglese per narrare le nostre storie ed i nostri racconti delle gite domenicali.

I termini eroismo, lotta impari, battaglia leale, conquista epica lasciamoli nelle vecchie antologie scolastiche. Liberiamoci dalle croste romantiche, barocche e ampollose di certi stereotipi vecchi.

La martellante, inquietante, acida musica dei Sex Pistols ci aiuterà nel fare piazza pulita del vecchio linguaggio di conquista.

Anche le parole sono importanti.

Nello scegliere il tuo compagno di cordata, guarda come arrampica ma soprattutto come parla.

Una cordata affiatata, due scalatori, due grandi amici, che condivisero anche un appartamento per tanti anni: Wolfgang Guellich e Kurt Albert. Ricordiamoli con la canzone Riders on the storm dei Doors.
Flash 5 - 2Le porte della percezione
Se le porte della percezione fossero sempre dischiuse tutto apparirebbe all’uomo com’è: infinito (William Blake).

Frase celebre ed “ispirazionale” che ha spinto Jim Morrison a chiamare il suo gruppo di musica e poesia The Doors.

William Blake ed Aldous Huxley hanno ispirato tanti scalatori alternativi e visionari fino dagli anni 60. Molto “ispirazionale” è stato l’articolo di Doug Robinson l’alpinista come visionario che analizza gli stati mentali di chi scala.

Infatti la permanenza in parete, il pericolo e le difficoltà estreme portano gli scalatori a dischiudere le porte della percezione in maniera naturale e senza usare stupefacenti.

Nel tiro di corda estremo a metà parete tutti i tuoi sensi ed i tuoi muscoli e le tue connessioni nervose sono focalizzate sull’obiettivo di superare la parete, il tetto o la fessura.

Poi ti ritrovi in sosta svuotato di energia ma soprattutto incredulo e stupefatto di essere salito su di lì. In quel preciso momento non sei solo tu, sei qualcosa di più: più ricco, più grande, più potente. Il tuo io, di solito già molto forte, si è espanso, allargato a dismisura.

Tu, laddove gli altri vedono una parete aggettante, tu vedi chiaramente una via. Tu, laddove gli altri vedono liscio, vedi una precisa sequenza di appigli ed appoggi tali che non ci si può sbagliare. Tu senti il profumo della roccia e la musica della sosta. Non capisci perché gli altri non ti capiscono. Stai sicuro, Jim Morrison lo sciamano, ti capirebbe!

Gli altri fanno fatica a capire che tu stai vivendo una meravigliosa realtà separata. Da abbinare con la canzone Break Through dei Doors.

Allora, lasciati andare con la musica psichedelica dei Pink Floyd e vivi i tuoi magnifici viaggi di parete.

Al rifugio Monzino (Monte Bianco) tre grandi scalatori: Giancarlo Grassi che guarda a sinistra, Renato Casarotto che osserva verso destra in basso e Gianni Comino che ti fissa con il suo sguardo miope. Sembra che nessuno dei tre sia veramente interessato al fotografo, in realtà, lo scopriremo anni dopo, ciascuno stava separandosi, a modo proprio, dalla realtà… e nessuno sopravvisse.
flash 5 - 1continua

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