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Al luna park della montagna

Al luna park della montagna
(l’irresistibile ascesa del kitsch)
di Giorgio Bertone (da Il Secolo XIX 23 agosto 2015, pag. 31)

Un reality in tv, una cabina sospesa e nel 2016 anche una passeggiata nel vuoto sul Monte Bianco tra Italia e Francia. E poi il museo di un’archistar e altri progetti di installazioni d’arte: ormai anche in vetta tutto è all’insegna dello spettacolo. Un bellissimo esempio di articolo scritto in forma divulgativa per un pubblico non specialistico

Tutto quanto fa spettacolo. E quale spettacolo maggiore della montagna più alta delle Alpi? Libération titola: “Mont Blanc versus Monte Bianco”. L’indubitabile successo della nuovissima funivia SkyWay da Courmayeur a Punta Helbronner 3452 m propiziata dall’inaugurazione del Presidente Renzi, da un reality show che si vedrà a novembre, ed è già contestatissimo, e dal bel tempo (50.000 passaggi) ha fatto rosicare i francesi.

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Prima risposta: Le Pas dans le Vide. Sulla loro cima, l’Aiguille du Midi, servita da funivia, dirimpetto a Punta Helbronner, due sentinelle del Monte Bianco, hanno piazzato una cabina con tutte le pareti trasparenti, sospesa a 3840 metri sopra Chamonix. Uno a uno le migliaia di turisti vi entrano per assaporare il “Passo nel Vuoto”. “100% sensationes fortes”, “100% securité”, promettono.

E vorrei vedere che il vetro del pavimento si aprisse come una trappola. Il box-doccia entro il quale i turisti eseguono selfie delle proprie scarpe, potrebbe essere più dinamico con l’applicazione di un enorme stantuffo tipo luna-park. I francesi hanno pensato di meglio: la Pipe, un anello trasparente tutto intorno alla Guglia, per una passeggiata integrale sul vuoto: 87 tonnellate di acciaio, 400 di cemento. “Epoustouflant”, “breathtaking”, cioè “stordente”, in italiano “vista mozzafiato”. A parte l’immancabile mozzafiato, è la vista che impera. Vetri, vetrate. Spettacolo non deriva da speculum, specchio? La funzione spettacolare pare contempli per definizione solo l’occhio, preferibilmente munito di protesi fotografica. Rileva tutte queste cose il lungo documento di Mountain Wilderness firmato da Carlo Alberto Pinelli (GognaBlog, http://bit.ly/1J8wGKF, da non perdere). Che rivendica il valore di integrità ambientale, naturale, culturale e storica dell’alta montagna, senza le quali non è possibile capire e godere dello “spettacolo”. Tanto varrebbe surrogarlo con un maxiposter panoramico.

Le pas dans le Vide, Aiguille du Midi
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Quando Pinelli, una personalità di spicco nelle montagne del mondo, parla di sottocultura “ludico-consumistica e banalizzante” forse eccede in moralismo, sia pur nobile. Ma quando esamina lo slogan “portare anche le masse dentro l’incontaminata bellezza”, cui viene aggiunto sempre “con il massimo rispetto possibile per l’ambiente” e rileva che si tratta di una contraddizione e di una mistificazione pseudodemocratica che nasconde gli interessi semiocculti di pochi, con investimenti spesso alla lunga insostenibili, a danno anche dei valligiani, ebbene qui tocca il punto più cruciale che andrebbe ben approfondito e non lasciato alla solita magistratura che già indaga. Chi ha voltato le spalle bruscamente a Mountain Wilderness è il più rigoroso e ascetico di tutti: Reinhold Messner, forse il più grande alpinista di tutti i tempi. Ha appena inaugurato il suo sesto museo (esultando: “E’ il mio quindicesimo Ottomila!”; vedi MMM.com). Proprio in vetta a Plan de Corones ha voluto e commissionato alla famosa ed esosa archistar anglo-irachena Zaha Hadid un Museo-vetrata a forma di TV color XXL deformato a rombo, in cui il turista entra per guardare il panorama mozzafiato della valle. Tale e quale, in scala, il Maxxi di Roma e la Biblioteca di Vienna, sempre firmati dalla Hadid, detta anche Archifotocopia. Mentre a volte le funivie sono necessarie all’industria dello sci e del turismo, ciò che colpisce sono le proposte di “spettacolo simbolico”.

La Pipe in costruzione, Aiguille du Midi
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Proprio ora il vicepresidente del FAI (Fondo per l’ambiente italiano: un’attività immensa e di cui essere tutti ammirati e fieri, San Fruttuoso incluso) propone di costruire sempre al Colle del Gigante, dove insistono già i nuovi impianti che assomigliano a una piattaforma petrolifera o spaziale, una grande opera d’arte costituita da tre cerchi: due rappresenterebbero il paradiso naturale e quello artificiale e il terzo, più grande, sarebbe “metafora della convivenza tra natura e tecnologia”. “Un’opera potentissima”. Che idea magnifica, soprattutto originalissima. E perché non metterci accanto un altro monumento al legame tra Francia e Italia (di lì passa il Confine), alla Pace nel Mondo, all’Incontro delle Religioni, agli alpinisti uniti, e a qualsiasi altro tema politicamente correttissimo? Perché non dare spazio anche al Corpo alpini e reduci? Si dice già pronto l’artista: Michelangelo Pistoletto. Non ne dubitavamo. I tre cerchi sono il suo brand. Li ha già piazzati dappertutto, in musei, pareti, cupole, pavimenti, prati, sulle tazzine da caffè Illy, sulle vetrate. Per lui sollevare il proprio marchio fin lassù sarebbe come per la CocaCola portarci la sua insegna, il vero paradiso autopubblicitario. Solo che la CocaCoIa almeno pagherebbe salatissimo. Una rilettura di Walter Benjamin e soci sull’arte contemporanea, o, in carenza, una lettura dell’Enciclica Laudato si’ di Papa Francesco, porterebbe almeno a maggiore pietà verso gli umani, l’ambiente e il buon gusto. Eviterebbe pericolosi provincialismi succubi dei Nomi e delle proprie trovate salottiere. Ed eviterebbe che la montagna, già oberata da “spettacoli”, a volte necessari o inevitabili, sia caricata anche del kitsch gratuito proposto dagli stessi ambientalisti, in altre occasioni più che benemeriti.

Messner Mountain Museum, Plan de Corones
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L’ultimo spazio

Dal sito www.mmmcorones.com/:Un panorama mozzafiato, fra i più belli delle Alpi. Uno sguardo che spazia senza soluzione di continuità dalle Dolomiti fino alle Alpi della Zillertal sorvolando la val Pusteria, dall’alto del Plan de Corones. E’ qui che sorgerà il sesto Messner Mountain Museum progettato dall’architetto anglo-iracheno Zaha Hadid.
Dedicato al tema della roccia come habitat e alla vita di Reinhold Messner, da sempre a tu per tu con i silenzi delle spedizioni in solitaria, si svilupperà sotto terra scavato nel fianco della montagna per 1.000 mq, ma nel rispetto dell’ambiente. Il museo ha le sembianze di un tunnel dalla sezione romboidale inserito sulla cima di un pendio. Un “vantage point” che regala delle viste sulla montagna che si perdono fino all’orizzonte.
La struttura, che si trova a 2275 m, dovrebbe essere completata entro il mese di luglio del 2014 e rappresenta un perfetto esempio dell’architettura che non si scontra con la natura ma che ci convive in simbiosi“.

L’ultimo spazio
di Giorgio Bertone

Con sorpresa ho scorto su Internet le immagini dell’ “ultimo spazio, a Plan de Corones, disegnato da Zaha Hadid”, per il Messner Mountain Museum (v. sito omonimo). L’ammirazione per Reinhold Messner, le sue imprese sportive, la sua sensibilità per la cultura ambientale ed ecologica, le sue battaglie per i Parchi (incluso quello Antartico, durante la sua fantastica traversata del 1989) rasenta, in me, la devozione attenta. Così anche per i Sei Musei delle Dolomiti, un’impresa unica al mondo. Il rendering del progetto Hadid presenta, incassate nella montagna intatta, strutture di vetro e metallo, a forma quadra o rombica. Per intenderci approssimatamente, scatole cubiche, alcune inclinate, come piegate da una pressione da sinistra. Le grandi vetrate danno subito l’impressione di una scatola visiva, sia per i visitatori che entrano, sia per quelli che da dentro guardano il paesaggio, che i siti dedicati al Museum non mancano di definire, in gergo turistico, “mozzafiato” (www.arte.sky.it, per es.). Traslocato in città, potrebbe essere l’ingresso di un Ufficio o di un Ministero o un Palazzo pubblico che abbia voluto darsi un look postmodern. D’altra parte: basta il nome iperfamoso della designer anglo-irachena, con cattivo gusto definita “talentuosa” nel sito MMM? Basta la firma a garantire la nostra immediata adesione, di frequentatori accaniti dei monti e dei musei, al “prodotto” uscito dalla sua magica matita? Basta il Logo a farci rimanere “senza fiato”?

Rendering del sesto Messner Mountain Museum, al Plan de Corones
UltimoSpazio-MMM-34755_01Diverso è il caso di un Museo come il Maxxi di Roma, sempre firmato Hadid, benché l’architettura prevarichi sulle opere esposte, a scapito della loro fruibilità. Perché? Perché in un museo metropolitano l’architettura, e tanto più se spinta ai limiti della ricerca e sperimentazione fino al gratùito e al bizzarro, fa parte dell’ “aura” e della “dote” del Museo stesso. Vedi il Bilbao di Frank Gehry; ma vedi anche il Museo del Mare di Genova di Consuegra, con i loro inconvenienti strutturali e persino qualche operaio che ci ha lasciato la pelle.

E pazienza se la stessa Hadid teorizza un design che consenta di “tuffarsi e lasciarsi trasportare alla deriva attraverso percorsi sempre diversi”. Non è altro che è il solito motto pubblicitario del consumo metropolitano attuale: fate voi stessi il vostro vagabondaggio fra i prodotti. Un Museo che vuole essere una esposizione a temi precisi e un percorso preciso, -non una “deriva”-, culturale e antropologico (e con che responsabilità) dalle Ande all’Himalaya, alle Alpi, è o dovrebbe essere altra cosa. Una delle questioni centrali sta proprio nella forma e dimensioni delle vetrate. In ogni cultura montana del mondo le finestre sono piccole. Non solo per ragioni costruttive o di isolamento termico. Il pastore, il contadino, il colono, il combattente della resistenza (Beppe Fenoglio) e persino l’alpinista o il trekker che ha passato tutta la (dura) giornata all’esterno, in pieno paesaggio, non sentì né sente la necessità di guardare attraverso un enorme vetro “a parete” il “panorama mozzafiato”. Il fiato ce l’ha già mozzato per l’attività completa della giornata. Gli occhi esausti. I primi colonizzatori americani in marcia attraverso gli oceani di erba (tall grass prairies) costruivano case con finestre piccolissime, testimone Robert Louis Stevenson. Ne avevano abbastanza della vertigine orizzontale degli sterminati campi da attraversare con il sestante in mano. Alla sera non chiedevano altro che raccogliersi nell’intimità e parlare in cerchio. L’ossessione della visualità pura dell’homo metropolitanus (“vedo, dunque padroneggio”; “fotografo il già fotografato, e dunque sono”) applicata all’ambiente di quota è diffusa anche al livello dell’architettura privata (rustici, chalet) o alberghiera, da parte di architetti che nulla sanno di montagna e tradizione architettonica (o che la reprimono in se stessi per essere up to date e come tali presentarsi ai clienti). Ed è diffusissima in mare. Dove ogni crocierista esige il suo monolocale a forma di scatola-balcone con vista mare. Così le navi da crociera assomigliano sempre più a grattacieli della Costa Azzurra o di Los Angeles ruotati di 90 gradi dalla verticalità palazzinara all’orizzontalità tintarellesca e voyeristica della superficie marina consumata Rimini style, solo un po’ più chic.

Il nuovo bivacco fisso Giusto Gervasutti, sotto alle Grandes Jorasses
UltimoSpazio-Rifugio GervasuttiIn scala ridotta l’idea della vetrata-vista è la stessa di nuovi rifugi o bivacchi come il Gervasutti sotto le Grandes Jorasses nel Massiccio del Monte Bianco. Realizzato con la tecnica di costruzione delle barche a vela, in vetroresina. (E là, tra l’altro, la vetroresina è il più pesante problema, -e business-, di smaltimento nel futuro del pianeta). Ma dell’eleganza dei velieri quel rifugio-fusoliera mezzo bianco e mezzo rosso non ha nulla. Piuttosto del sommergibile. Non militare, ma del sommergibile for tourists, che fa il giro dei fondali con oblò che imitano lo schermo TV a sollazzo dei bimbi. Il rifugio è l’abitazione limite, la casa comune posta nella soglia tra il territorio e la zona dove comincia la ideale extraterritorialità della natura. Insomma, è la costruzione architettonica dove si incontrano i valori della città e quelli della montagna per una sintesi armonica e fruttuosa.

Rendering del sesto Messner Mountain Museum, al Plan de Corones
UltimoSpazio-MMM-at-plan-de-corones-proposal-zaha-hadid-architects_03_interior-1000x706Se il nuovo ricovero Gervasutti assomiglia a un microalloggio cinese da megalopoli industriale carente di loculi per operai esausti, l’architettura di Zaha Hadid assomiglia a un televisore XXL deformato. Televisore o monitor o schermo di computer, -con o senza terrazzo che aspetta il cannocchiale a gettone-, in cui entrare con qualche sospetto ed uscire come homo videns con la pupilla saturata di pixel. Ed è sempre la stessa fissazione della vista (da dépliant turistico o agenzia immobiliare: “Trilocali, soppalco, cucinotta, vista imprendibile”) che riduce la Natura a poster bidimensionale proiettandola su un grande cristallo. Un maxiposter o maxischermo che surroga la Natura. E uccide la sua percettibilità olistica, ossia un’esperienza totale e collettiva. Il Museo di montagna non può obliarlo. A meno che non subisca, con il fascino dell’archistar, anche il dictat di ben altra deriva, “la deriva tecnicistica dell’homo sapiens (Günther Anders)”.
Giorgio Bertone

Rendering del sesto Messner Mountain Museum, al Plan de Corones
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Chi desiderasse ulteriori dettagli sul museo in costruzione può consultare www.mmmcorones.com/
Su Zaha Hadid: www.zaha-hadid.com

Giorgio Bertone (Portomaurizio-Imperia), 1949) insegna Filologia italiana all’Università di Genova. Ha pubblicato tra l’altro testi e studi su autori liguri: E. De Amicis (Primo Maggio, 1980; Sull’oceano, 1983); M. Novara, G. Boine (Scritti inediti, 1977; Il lavoro e la scrittura. Saggio in due tempi su Giovanni Boine, 1987), e ricerche linguistico-formali e metriche su vari poeti, da Chiabrera a Pasolini. È autore di due romanzi: Percorsi andini (1986) e Il diario di viaggio (1990). Ha curato una riduzione di Moby Dick. Sempre per Einaudi ha scritto Paesaggio e letteratura, in Storia d’Italia. Liguria, Racconti di vento e di mare e, nella «Pbe», Italo Calvino. Il castello della scrittura e Breve dizionario di metrica italiana.

postato il 9 aprile 2014

Rendering del sesto Messner Mountain Museum, al Plan de Corones
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