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Tra roccia e autostop

Tra roccia e autostop
(dal mio diario, fine estate 1963)

27 agosto 1963. Mia nonna parte e la mamma l’accompagna fino a Bolzano. Rimango da solo a Zester di Soraga di Fassa, così verso le 12.30 mi piazzo all’uscita del paese su un paracarro bianco e nero e faccio autostop.

Dopo una media attesa, due rover di Mantova mi prendono sulla loro Fiat 500. A Pozza però devo scendere. Ma qui mi prendono due giovani tedeschi che mi portano direttamente all’albergo Maria Flora del Passo Sella.

La via dei Camini alla Prima Torre di Sella
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Mi dirigo immediatamente alle Torri. Salgo sulla Locomotiva, uno scoglio ai piedi delle Torri del Sella, poi prendo un sentierino. Oltrepassata una specie di galleria di roccia, seguendo la via normale della Prima Torre, mi ritrovo alla base di quella che credo essere la via dei Camini. Senza essere del tutto convinto di aver trovato l’itinerario giusto, mi ritrovo all’intaglio tra la Prima e la Seconda Torre, così salgo sulla Prima per la traccia. Tornando indietro vedo altra linea di camini salire alla Seconda Torre. Arrivo su una cresta e dopo un bel po’ di cavalcata sono in cima anche alla Seconda. Seguo ora la via normale di salita, una specie di sentierino intervallato da pezzi rocciosi, persuadendomi che di certo non ho fatto la via dei Camini. Arrivato alla base chiedo a due tizi se sanno dov’è la via che cerco: e quelli me la indicano con sicurezza.

Parto in tromba e vado all’attacco. Ma subito c’è un camino che non riesco a fare. Tento e ritento ma senza successo. Ho paura. Scendo e trovo modo di aggirarlo, sì da raggiungerne in breve la sommità. Per altri facili caminetti arrivo ben presto a quello spiraglio formato dalla massa rocciosa della torre e da un pilastro staccato.

Sopra di me c’è una cordata, per poco un sasso non mi becca in testa. Guardando lo spiraglio non capisco per dove occorra passare, in effetti ci sono tanti camini, e mi sembrano tutti difficili. Così vado ad aggirare il pilastro a sinistra. Poco prima avevo visto la corda tesa tra la sommità del pilastro e la montagna: “vuol dire che sono passati dal pilastro”, mi dico. E così m’avvio. Vedo un camino, inclinato, che risalgo interamente. E’ abbastanza esposto, ma mi permette di arrivare in cima al pilastro. Ora finalmente riesco ad avere una visuale più larga. Mi avvicino al punto in cui dovrei saltare dall’altra parte. Sarà un metro e ottanta. Dopo un po’ mi decido e salto, con un vuoto sotto di me stomachevole. Una volta dall’altra parte, faccio presto ad arrivare sulla selletta tra la Prima e la Seconda Torre.

Qui c’è gente. C’è un ragazzo che faceva parte della cordata che mi precedeva: questo si è fermato perché aveva freddo. Intanto una guida di Santa Cristina e un altro ragazzo stanno andando alla via Gluck, dove sta già salendo un’altra cordata.

Ci sono quei due cui avevo chiesto informazioni sulla via dei Camini. Hanno un soprassalto: come posso essere lì se prima ero laggiù? Gli dico di essere salito per la via dei Camini e loro ci rimangono di stucco, perché credevano che io volessi solo guardarla. Detto questo li saluto e comincio a scendere.

Arrivato in fondo, non essendo soddisfatto, vado ancora all’attacco della via, e questa volta, rinfrancato, riesco a salire direttamente il primo camino che avevo aggirato. Sceso per la variante di prima, torno definitivamente al Passo Sella. Da lì, grazie a una fortunata serie di trasporti, arrivo a Soraga verso le 18.30. Saprò solo in seguito, leggendo la guida, di aver seguito una variante nei pressi della sommità del pilastro.

Il primo camino della via dei Camini alla Prima Torre di Sella in una foto recente
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Eccitato dalla bella esperienza autostoppistica, due giorni dopo eccomi ancora in strada. Un tizio mi porta fino a Canazei. Lì devo aspettare parecchio, nessuno mi prende. Fino a che ripassa lo stesso tale di prima e mi riprende ancora. Ormai il ghiaccio è rotto, così mi dice che vuole salire la via ferrata delle Mésules. Io, che non ho progetti precisi, gli dico che l’avevo già fatta l’anno precedente e che sarei contento di andare con lui.

Giunti al Passo Sella, stupidamente lascio la cartina nella sua auto. Ci facciamo tutta la via ferrata nella nebbia, ma alla fine siamo in vetta al Piz Selva.

Quel tale m’insegna a non riporre nello zaino il contenitore del succo di frutta vuoto. Quando sembra che non ce ne sia più, in realtà se si ha pazienza si può ancora bere un mezzo sorso…

Scendiamo ora per i ghiaioni e finiamo in una specie di stretta valletta che ci porta in val Lasties. Sono già le 16.50. Mentre quello si riposa, io scalo due o tre massi nei dintorni. Poi ripartiamo, puntando a Pian Schiavaneis. Il tempo intanto corre.

Quello non mi può portare a Canazei perché diretto a Santa Cristina in val Gardena. Ma c’è la questione della cartina lasciata in macchina, così anch’io salgo a piedi con lui verso Passo Sella. Alle 18.30 siamo ancora sui tornanti sotto al Piz Ciavazes, e saliamo, saliamo.

Penso che ormai nessuno mi prenderà più in macchina, data l’ora e il buio incipiente. Alle 19 siamo all’auto, mi riprendo la cartina e riparto. Me la faccio a piedi fin quasi a Pian Schiavaneis. E’ buio, e sto pensando che dovrò farmi la bellezza di 23 km a piedi… Mi lascio prendere dalla concitazione, corro e corro giù per il bosco, inciampando ogni tanto nel buio pesto (allora non c’era l’ora legale, NdR). A un tornante sento arrivare una macchina, faccio segno e ho fortuna. Mi portano a Canazei, ringrazio e mi avvio. Spero di tutto cuore di avere ancora fortuna, altrimenti sono 15 i km che devo fare. Quindici km li faccio in due ore e mezza, senza ammazzarmi nella corsa. Sono quasi le 19.30. Dunque arriverò a casa alle 22. Chissà mia madre! Sola in casa! Chissà cosa sta pensando…

Ma ancora una volta sono fortunato, con un passaggio diretto riesco a entrare in casa poco dopo le 20.00.

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Oggi, 31 agosto 1963, voglio salire la cresta sud del Catinaccio, un itinerario che la guida del Tanesini dà di III grado (o di II+ per una variante). Si tratta della via aperta il 31 luglio 1887 da Johann Santner e Gottfried Merzbacher (itinerario 299 IIa).

Come al solito sono da solo e senza corda. Ma ho con me un chiodo e dei cordini. Dal Passo di Costalunga salgo in seggiovia al rifugio Paolina e da lì al rifugio Fronza alle Coronelle. Salgo il ripido canalone per il passo Santner, poi lascio il sentiero e salgo direttamente alla Forcella Sud del Catinaccio (I+). Comincio a salire per dove dice la guida e, dopo pochi metri, non capisco dove dovrei attraversare a destra. Provo a casaccio, non trovo camini alti 15 metri, insomma comincio a intendere che o le guide non sempre hanno buone descrizioni oppure io non sono capace di capire cosa dicono.

Sopra di me incombe una grande parete rocciosa e non so che cosa fare. Infine salgo ancora e poi, girando un po’ verso destra, trovo una via d’uscita (che però non è il camino da me cercato). Comunque mi trovo in cresta e ciò è bene.

A salire una specie di fessura ho avuto difficoltà: se per caso dovessi scendere per di qua, non so come potrebbe andare a finire. Faccio un ometto di sassi per ricordarmi dove devo scendere, poi continuo a salire. Le difficoltà si susseguono: sotto di me, a destra e sinistra, c’è il vuoto, finché dopo un po’ non arrivo sotto a un blocco.

Questo è certo il punto più difficile, da come si esprime la guida. Tutto ora corrisponde: la roccia gialla, l’esposizione.

Tento, trovo un chiodo, mi ci attacco. Potrei benissimo salire, ma mi sorge il dubbio, chissà perché, d’essere fuori strada. Infatti la relazione dice che un po’ sotto a questa paretina ci deve essere un passaggio a sinistra che permette di evitare questa difficoltà. Ma io a sinistra vedo solo un burrone sterminato…

E’ chiaro che o sono fuori strada o la parete non è ancora quella. Se infatti il passo chiave fosse dopo? E se non mi riuscisse di salire? Come farei a riscendere questo passaggio?

In un attimo decido di tornare. Passo passo, con prudenza, arrivo all’ometto da me costruito. Da qui, con una lentezza ossessiva, ebbro di vertigine e di vuoto ma sempre padrone delle mie azioni, arrivo in fondo. Ci avrò messo venti minuti per scendere dieci metri. La giornata prosegue senza storia, scendo al rifugio Coronelle e da lì direttamente alla provinciale del Passo Nigra. A piedi fino al Passo di Costalunga e da lì in corriera fino a casa. Non sono deluso, penso solo alla rivincita.

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Tornato a Genova, il 4 settembre 1963 parto con Marco Ghiglione da piazza De Ferrari approfittando della linea di corriere Lazzi. Arriviamo a Vesima, tra Genova-Voltri e Arenzano. Lì Marco conosce tutti, è il suo luogo di vacanza estiva, con una cabina permanente, come fosse a casa sua. Poco lontano, a qualche centinaio di metri, è lo scoglio dell’Agugia, un ardito pinnacolo emergente dalla scogliera per una decina di metri. Siamo qui per salirlo.

L’Agugia di Vesima prima del 1969
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Già dal 1860 esiste una statua della Madonna poggiata in cima allo scoglio di Vesima: sicuramente sistemata grazie a una scala. Pare che lo scoglio della Madonna dell’Agugia indicasse nei periodi invernali il punto di riferimento per le cae dei gianchetti o per posizionare le reti da posta per catturare le seppie.
Nel corso degli anni più volte la statua andò distrutta e più volte venne ricostruita. L’ultima volta risale al 15 aprile 1951.

(La statua rimase lì fino al 24 novembre 1969, quando nel corso di una violenta mareggiata, fu abbattuta assieme alla parte significativa dello scoglio, fino a essere poi ricollocata solo nel 2006, ma ovviamente non più sull’acuminata guglia (crollata), bensì negli immediati paraggi, NdR)

Il tempo è brutto e minaccia forte. Legato alla corda, Marco mediante una cengia ascensionale sale un buon tratto. Da lì io l’assicuro con un chiodo mentre lui sale in vetta. Ora piove, e forte anche.

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Scendiamo precipitosamente, cerco di togliere il chiodo, non ci riesco. Mettiamo in salvo gli abiti che avevamo lasciato lì sugli scogli, ma troppo tardi. Ormai sono bagnati, anche se non fradici. Ci rifugiamo sotto uno scoglio. Quando smette un poco, visto che intanto sono bagnato, salgo ancora sotto la pioggia per togliere il chiodo. Ma non ci riesco e per non infradiciarmi totalmente scendo.

Aspettiamo ancora, ma non smette di piovere. Per fortuna ho un maglione asciutto, lo avevo lasciato nello zaino. Decidiamo di andare allo stabilimento balneare, altrimenti ci becchiamo una polmonite, visto il freddo che fa.

In un piccolo istante in cui piove meno partiamo precipitosamente, a torso nudo. Abbiamo messo gli abiti negli zaini, così magari non s’infradiciano.

Dopo una corsa affannosa, carichi di ferraglia e annaffiati dagli schizzi laterali delle auto sull’Aurelia, entriamo nello stabilimento.

Lì per fortuna un amico di Marco mi dà una maglietta e una canotta asciutte. Marco resta lì a dormire e io prendo il primo Lazzi che passa. L’ingorgo di questa sera è più intricato del solito, così arrivo a casa solo alle 20.35! Ne ho raccontate di frottole per giustificare i miei vestiti fradici! Mi avranno creduto? Meglio non parlarne.

Resti del vecchio scoglio e nuova collocazione della Statua alla Madonna di Vesima
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