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Una muraglia infernalmente viva

Grandes Jorasses, parete sud, gita Plampincieux-Rif. Bonatti

Grandes Jorasses, i 1400 m della parete sud, racchiusa tra CResta di Pra SEc e Cresta di Tronchey

Una muraglia infernalmente viva
Ottobre 1972

Nel numero di febbraio del 1926 della Rivista Mensile del CAI, l’accademico biellese Guido Alberto Rivetti pubblicò una relazione sulla prima ascensione del versante Tronchey alle Grandes Jorasses. Egli salì, insieme con il fortissimo Francesco «Cichin» Ravelli di Torino e con il portatore di Courmayeur Evariste Croux, lungo la direttrice di quell’enorme crestone (che topograficamente sarebbe chiamato «Tronchey» ma che invece dagli alpinisti viene nominato di «Pra Sec») che divide il ver­sante sud est delle Grandes Jorasses, dalla parete sud. Questa complessa costola della montagna si alza direttamente dalla Val Ferret e raggiunge una netta individualità solo alle Petites Aiguil­les de Pra Sec 3097 m. Diventa una grandiosa struttura verso i 3500 metri, in corrispondenza delle Aiguilles de Pra Sec 3549 m, un’esile cresta sommitale con tre grandi punte, appoggiata sul colossale costolone. Da qui esso perde un po’ della sua netta evidenza, per perdersi, se si vuole, sulla parete sud, che a questa altezza è un selvaggio insieme di canali e nervature, oppure sul versante sud est, dominato dal grande ghiacciaio sommitale delle Grandes Jorasses.

La cordata dei piemontesi impiegò due giorni (il 23 e 24 luglio 1923) per venire a capo della salita, impresa per quei tempi assolutamente eccezionale. Basti pensare che venne compiuta ancor prima della più nota Arête des Hirondelles. E pare che le difficoltà tecniche su alcuni passaggi delle Aiguil­les de Pra Sec non manchino e non abbiano nulla da invidiare al più famoso intaglio a V dell’Arête des Hirondelles.

La parete sud delle Grandes Jorasses, 1400 m
Grandes Jorasses, parete sud, gita Plampincieux-Rif. BonattiNel leggere la relazione di Rivetti si è colpiti dal particolare che spesso viene nominata e descritta la parete sud, a destra del crestone, quella che incomincia dal ghiacciaio di Pra Sec e, stretta e incassata tra i due grandi crestoni di Pra Sec e Tronchey, tocca la vetta dopo un dislivello abissale di circa 1400 metri.

Le osservazioni culminano con questa frase, un po’ retorica oggi, ma allora ci si esprimeva diversamente: «muraglia infer­nalmente viva, sembra opposta allo sforzo dannato del ghiac­cio che vuole entrarle nel cuore».

Cinque anni dopo, il 23 luglio 1928, Alberto Rand Herron con Evariste ed Eliseo Croux, nel tentativo di superare la cresta di Tronchey, che con il suo affilato profilo è l’itinerario più bello e logico che si possa osservare da Entrèves, per evitare il lungo e famoso camino ghiacciato, si spinsero a sinistra, sulla parete sud, a circa metà altezza, e da lì, tramite faticose traversate, diagonali estenuanti, discese intermedie e pendoli addirittura, riuscirono a guadagnare la vetta, per un itinerario completamente estraneo al Ravelli-Rivetti, ma purtroppo assai illogico.

Solo nel 1936, il 22 e 23 agosto Eliseo Croux e Titta Gil­berti vinsero la Cresta di Tronchey. E da allora nessuno più pensò alla parete.

Nessuno tranne Miller Rava, che si rende conto che la pa­rete alta 1400 metri è la più alta del Monte Bianco; capisce che i primi 700 metri sono inviolati e che sulla restante parte c’è uno sperone su cui si può arrampicare al sicuro dalle pietre, senza confondersi le idee dentro i più facili ma pericolosissimi canalini delle due vie prima citate. In pratica una via diretta che al tempo stesso risolva la salita integrale della parete.

L’8 agosto 1972 ci troviamo in quattro a Courmayeur e tutta la giornata è spesa in discussioni accanite. Tutti hanno da dire la loro, ci sono almeno quattro prime ascensioni di una certa importanza che si possono fare in zona e almeno al­tre sei o sette minori. Poi c’è chi vuole ripetere il Pilone Cen­trale, quell’altro ha paura del tempo… Dopo nove ora di lotta psicologica, si decide di non fare niente e al mattino dopo, cambiata idea, siamo soltanto Guido Machetto ed io a partire (si vede che il sonno ci ha fatto bene) verso la parete sud del­le Grandes Jorasses.

Il caldo è forte e la convinzione non tanta, perciò le soste sono assai frequenti sull’enorme conoide detritico che dall’auto­mobile conduce alla fronte del ghiacciaio di Pra Sec con 800 metri di dislivello. Qui passiamo a sinistra e subito in un de­dalo di crepacci; dopo altri 300 metri ci troviamo di fronte ad una spaccatura orizzontale profonda e larga quaranta me­tri con muri verticali di ghiaccio. Ci rivolgiamo a destra sulle rocce lisciate dal ghiacciaio, con notevoli difficoltà, e poi scen­diamo ancora sulla neve. Ai 2800 metri siamo al culmine, pro­prio dove la neve arriva più alta, in corrispondenza di un enor­me canalone di fondo che convoglia tutto lo scarico. Nei primi cento metri, proprio nella zona più pericolosa, tro­viamo le massime difficoltà, e il tutto infatti è condito da proiettili di varie dimensioni, nonostante l’ora appositamente tarda. Dopo 120-130 metri bivacchiamo su un terrazzino assai esposto, ma speriamo che di notte non succeda niente.

Al mattino ci accorgiamo di essere proprio incastrati in fondo alle colossali strutture che ci circondano: è veramente un imbuto orrendo. Solo il sole che spunta ce lo fa apparire un po’ più umano, e non riusciamo a liberarci da un certo di­sagio: con queste grandi muraglie e «infernalmente vive» per giunta, non si può mai sapere. Del resto non è che si corra, i tiri di quarto e quinto grado si inseguono. Fortunatamente rispetto ai primi cento metri di ieri sera ora si respira di più. Cercando di tenersi sempre sulle costole e mai nei canaloni, la speranza di evitare le scariche è ben fondata, ma se venissero giù delle mezze montagne, come a volte capita con intere tor­ri che franano, non ci sarebbe da stare molto allegri.

Alla sera siamo abbastanza alti, a circa 3800 metri e fuori dal tiro. Abbiamo incrociato la via Rand Herron e proseguiamo diritti su un bellissimo territorio rossastro. Il bivacco scorre tranquillo, con poco da mangiare e da bere, ma molta pace e sicurezza. Guido è contento, gli mancava una via così sul Bian­co, una via così classica, come è sempre stato il suo alpini­smo. Anch’io sono alle stelle, per me queste avventure con com­pagni che conosco da tempo sono sempre delle insuperate espe­rienze positive. Fumando l’unica sigaretta che abbiamo, osser­viamo le nebbie del mattino su Courmayeur. Qualche biscotto, e poi al lavoro. Delle magnifiche torri rossastre c’impegnano per tre ore, poi è la sicurezza della conquista. Da entrambe le parti vediamo sempre meno roccia e più cielo, fino a che non ci troviamo sull’esile Punta Walker. In quattro anni questa cima mi ha dato due grosse felicità.

La discesa è faticosa per la neve marcia (sono già le 15), ma tranquilla. Qualche chiacchiera con Chenoz al rifugio Boc­calatte, che l’anno prossimo non custodirà più, e poi la penosa discesa al fondo valle.

Questa ascensione ha suscitato una viva polemica, ritengo a causa della grande notorietà della montagna su cui si è svolta. Infatti è stata portata ad esempio da più di una per­sona come un nuovo progresso, ed è stato detto che con ciò si è fatto di più che in passato. Da lì alla considerazione più generale che oggi gli alpinisti sono migliori di ieri, il passo è assai breve. A queste affermazioni altri hanno opposto validissi­me ragioni a difesa degli anni Trenta e di altre epoche. È nata così una bella discussione che dura tutt’ora.

La parete sud delle Grandes Jorasses, 1400 m
Grandes Jorasses, i 1400 m della parete sud, racchiusa tra CResta di Pra SEc e Cresta di TroncheyA questo punto vorrei esprimere anch’io la mia opinione, come parte direttamente interessata.

Si è partiti da vari preconcetti da entrambe le parti, primo fra tutti il volere a tutti i costi ridurre l’alpinismo o ad un puro sport con tutti i suoi record o ad una pura idea di co­raggio e di volontà; c’è anche chi ha provato a ridurlo, sen­z’altro più giustamente, ad una sintesi equilibrata tra queste due componenti.

Finché si discuterà se, con l’attenzione rivolta alla forza fi­sica o morale degli alpinisti o ad entrambe sintetizzate, il cam­pione, o l’uomo, o l’alpinista abbiano fatto passi avanti o in­dietro, via, siamo pratici, si potrà discutere per sempre con scarsi risultati conclusivi, in quanto:

  1. ) è difficile stabilire quale sia la verità già in attività umane molto più vecchie, diffuse, e studiate che non l’alpinismo, figuriamoci in quest’ultimo che è giovane di neppure due secoli;
  2. ) si potrebbe prendere in considerazione l’ipotesi che il valore umano fisico e morale non abbia a variare nel tempo e che ogni generazione raggiunga un limite standard di ardimento (questa tra l’altro è la mia convinzione personale);
  3. ) nessuno chiarisce mai la questione dei mezzi e dei metodi, quasi tutti dicono che oggi se ne usano di più e più per­fezionati, ma stando nel vago, senza precisare quantitativa­mente e qualitativamente e soprattutto senza pensare se l’aumento di questi possa coincidere o meno con l’aumento delle difficoltà a cui oggi si va incontro sia sulle Alpi che su altre montagne.

Per me la questione deve essere spostata dal piano umano al piano oggettivo. Penso sia inutile discutere sul piano umano per le ragioni sopraddette e ritengo invece sia molto utile fare paragoni oggettivi non tra le imprese alpinistiche (per cui si resterebbe sempre sul piano umano) ma tra le diverse concezioni di esse.

La questione importante è capire se oggi, nel 1972, si riesca­no a concepire problemi superiori a 30, 40, 100 anni fa. Su­periori dal punto di vista oggettivo, che non è difficoltà e ba­sta, ma comprende tutta l’architettura della montagna, tutto ciò che di estetico e di sensitivo essa può suggerire non solo a chi l’affronta, ma anche a chi l’osserva soltanto.

I problemi comparati oggettivamente sono sviscerati per ciò che sono in totale e per ciò che dicono all’uomo in totale, quin­di paura ad esempio, ammirazione, amore anche.

Per esempio un’impresa nata per caso, come potrebbe es­sere il compiere un’ascensione già pensata e tentata da altri e per questo divenuta problema di moda, oggettivamente ha poco di buono, perché il merito di aver pensato al problema era già di altri. E questo a prescindere ovviamente dalle varie consi­derazioni etiche per cui si dice: «L’hanno fregata a…»!

Ciò che bisogna paragonare sono le idee, qui l’uomo può senz’altro migliorare. Le realizzazioni pratiche, sportivamente parlando, nonché moralmente, sono tutte sullo stesso piano, al­meno le migliori delle varie epoche.

In ultimo voglio chiudere tornando alle Grandes Jorasses e alla loro parete sud.

Paragonare l’idea di salirla con altre idee del passato non si può solo con le cifre delle difficoltà, del dislivello, eccetera. Occorre salire dalla parte opposta della Val Ferret e osservare la parete, la montagna, conoscendone tutta la storia. Solo allora si capirà, e non a tavolino o sulla vetta, se il problema che è stato risolto ha portato qualcosa di nuovo nella storia delle idee alpinistiche.

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