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Val di Fassa, su e giù

Val di Fassa, su e giù
(dal mio diario, novembre 1961)

Appena arrivato a Soraga di Fassa mi vedo con l’amico Paolo Baldi: mi dice che forse farà il corso di roccia a Pozza di Fassa. So che gli istruttori sono qualificate guide del CAI, e certo sarebbe una gran bella cosa parteciparvi.

Gli dico che io ho ottenuto il permesso di andare da solo a fare gite, lui mi dà del matto. Ci diciamo i nostri programmi. Per prima cosa, io voglio andare al Passo Santner dal rifugio Coronelle. Lui dice che ci sono difficoltà fino al secondo grado, cosa che io ben sapevo, indi mi dà ancora del matto.

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14 luglio 1961.  Dalla frazione di Zester 1264 m, dove abito, scendo a Soraga per comprare qualcosa da mangiare. Poi ritorno a casa e proseguo per Malga Palua, un sentiero da me ormai percorso “ad nauseam” per via della ricerca funghi. Ma questa volta salgo più volentieri, visto il programma che ho. Dopo 25 minuti sono al praticello della malga, dove a un certo punto sprofondo fino alla caviglia nell’acquitrino. Per il sentiero 571 raggiungo il 520 proveniente da Moena, poi il Passo di Costalunga. Seguo ora la traccia per il rifugio Coronelle, passando in obliquo sotto alla seggiovia del rifugio Paolina e raggiungendo quindi, tra grandi massi, il sentiero che unisce il Paolina al rifugio Coronelle. Supero un mucchio di gitanti, poi uno si stacca dalla sua compagnia e mi segue. Io non voglio farmi raggiungere, ma a neppure 50 metri dal rifugio sono costretto a fermarmi perché non ne posso più, mentre quello mi sorpassa in tromba. Vedo però che anche lui stava per mollare, rimpiango di essermi fermato. Già che ci sono faccio uno spuntino, poi raggiungo il rifugio. Sulla terrazza, seduto su una sedia, è il ragazzo di prima, rosso congestionato, come del resto dovrei essere anch’io. Gli passo davanti e comincio a salire il caminone mentre quello mi guarda attonito. Mi brucia d’essermi fatto incastagnare da quel pivello, ma mi consolo con la lunga lista delle mie attenuanti: venivo con uno zaino pesante sulle spalle da Soraga a piedi, mentre quello, scarico, aveva preso qualche mezzo e la seggiovia.

Il canalone non presenta sorprese, presto mi ritrovo al bivio Passo Santner-Passo Coronelle. Traverso in leggera discesa il cengione fino a che non trovo una famigliola tedesca pranzare proprio alla base della prima salita. Il tempo non è affatto buono, ho paura di chissà quali difficoltà, perciò non mi pare vero di non essere da solo. Aspetto a distanza che finiscano, poi quando partoni mi metto in moto anche io.

Mi fanno alcune domande, cui rispondo cortesemente. Facciamo assieme le prime difficoltà. Intanto riprendo coraggio e, stufatomi della loro lentezza, li saluto e continuo da solo. Supero una scala fissa, per me anche un po’ inutile, poi dopo alcuni saliscendi, eccomi nella gola degli Aghi di Schroffenegger. Scendo fino in fondo per quindici metri e riprendo a salire. Qui c’è una cordata di una ventina di ragazzi che, abbarbicati ai cordoni metallici, vanno avanti al ritmo di un metro all’ora. Dopo un salto di neve, mi tocca sorpassarli tutti, fino a un ripiano dove il loro capo sta sbraitando. Con l’aiuto di un ultimo piolo di ferro supero una paretina e mi trovo sul Passo Santner, dove neppure mi fermo ma scendo veloce sul ghiaione fino al rifugio Re Alberto I, poi ancora direttamente nel Gartl verso il rifugio Vajolet. Qui ho un piccolo incidente, una scivolata su neve senza importanza ma disonorevole. Mi fermo conficcando le unghie nella neve. Meno male che nessuno mi ha visto, altrimenti avrei dovuto subire i rimproveri. Una buona lezione, per capire che anche io posso scivolare…
Passato il rifugio Gardeccia, raggiungo il Ciampedie, scendo a piedi a Vigo di Fassa e poi ancora a piedi fino a Soraga e Zester. Non sono ancora passate sei ore dalla mia partenza.

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Ora alterno gite con esercitazioni sulle frane argillose che sovrastano Zester. Con Paolo Baldi “apriamo” perfino delle vie, tipo la via della Mela, la Diretta, ecc.

Il 16 luglio salgo ancora il Piz Boè a piedi da Canazei. In cima, salgo sul braccio della croce, così il mio record sale a 3152,50 metri.

Anche per il Catinaccio d’Antermoia sono costretto a partire da solo. Giunto al Ciampedie, questa volta con la seggiovia, proseguo per il Passo Principe con molta afa. C’è un sentiero un po’ attrezzato che supera la parete ovest della montagna (in seguito è stato attrezzato a ferrata, NdR) tramite una grande cengia ascendente. Arrivo in cima assieme ad altra gente, poi alle 12 mi ritrovo alla capanna Passo Principe, dove mi compro una birra monumentale.

La parete ovest del Catinaccio d’Antermoia
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Il rifugio Antermoia
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Dato che con Paolo Baldi avevamo istituito tutta una serie di record, bruciavo dalla voglia di batterlo su tutto, perciò prediligevo gite in cui ci fosse qualcosa da arraffare (numero di rifugi visti, passi, cime). Il 21 luglio vado al Passo delle Scalette, nei Dirupi di Larsec. Nebbia e vento. A fatica, nella scarsa visibilità, raggiungo il Passo di Lausa. Anche da lì non vedo nulla. Dopo una discesa alla cieca, pallido e piuttosto stravolto entro nel rifugio Antermoia. Mi guardano come una bestia rara, mentre mi faccio servire minestra e succo di lampone. Poi, in cinque minuti, vado al Passo di Dona (o del Mantello). Qui il cielo schiarisce. Guardo indietro verso il Catinaccio d’Antermoia, salito cinque giorni fa e verso le altre bellissime torri di questa chiostra rocciosa. Resto in forse se salire sul Mantello (facile e poco faticoso sulla destra del passo) ma poi decido per il no, perdendo l’occasione di una cima a buon mercato. Filo giù verso la val di Dona, devio per il Passo Duron che salgo per poi tornare indietro. Proseguo fino ai primi casolari della Val di Dona, poi giro a destra per la Val di Udai, davvero suggestiva. Ci sono due cascate fantastiche, alte circa 200 metri! Una valle magnifica e solitaria, che mi porta fino a Mazzin. Sono le 14: troppo presto! Dunque scelgo di fare a piedi gli 8 km che mi separano da casa.

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Il 24 luglio 1961: per lo stradone polveroso, da Pozza di Fassa con la mamma andiamo alla Cappella del Crocefisso, all’inizio della val San Nicolò. Da lì al rifugio Taramelli, in un vallone assai simile a quello del rifugio Contrin. Dal rifugio mi dirigo da solo verso le Pale di Carpella, ma poi rinuncio per stare assieme a un gruppo di geologi che cercano minerali. Torno indietro con le tasche piene di pietre e minerali che conservo ancora adesso.

Il rifugio Taramelli e la Punta della Vallaccia
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La gita del Mulaz fu terribile per mia madre, fino all’ultimo sono stato indeciso se portarla là o da un’altra parte. E’ il 28 luglio, partiamo con la corriera delle 7.41 e arriviamo al Passo Rolle. Poco dopo le 10 partiamo per la Baita Segantini, non sapevo che ci fosse una seggiovia. Per risparmiare tempo e fatica ci precipitiamo a comprare i biglietti. Ci appaiono in tutta la loro maestosità le Pale di San Martino, dal Cimon della Palla alla Cima del Focobon e, oltre, la cima del Mulaz. Lo indico alla mamma. Dopo aver comprato la cartolina della Baita Segantini, in cinque minuti arrivo al Passo Costazza (piccola deviazione), poi scendiamo in val Travignolo. Siccome scendiamo per i prati senza seguire la strada, alla fine la mamma ha già le gambe rotte. Prendiamo senza esitazione il sentiero 710 e c’incamminiamo a passo di lumaca su per il ghiaione. L’andatura lenta è quella che permette alla mamma di seguirmi, così riusciamo ad arrivare quasi al Passo Mulaz. Volendo fare più in fretta, tagliamo per delle facili roccette. Non l’avessi mai deciso! Mi tocca spingerla con tutte le mie forze, mentre le si afflosciano le gambe. Raggiunge il Passo Mulaz in uno stato di semi-incoscienza. Per fortuna il rifugio Mulaz è poco sotto. Mentre mangiamo, a poco a poco si riprende. Le chiedo se può seguirmi alla cima e, avuta risposta negativa, le chiedo di trovarsi alle 14.30 al Passo Mulaz. In cima ci arrivo ancora con la maledetta nebbia, quindi a rotta di collo scendo al Passo Mulaz. In una schiarita vedo mia madre che si è incamminata verso la Forcella Margherita, dunque verso il rifugio Rosetta! La richiamo indietro e saliamo verso il passo giusto assieme a tre suore in borghese che si occupano del recupero di giovani sbandate e che sono in vacanza a Bellamonte all’osteria Zaluna. Facciamo il ritorno assieme, giù per il ghiaione. Il poter chiacchierare con qualcuno ha fatto bene a mia mamma, che ora sembra molto più agile e attiva. In fondo però ci separiamo, perché loro proseguono per la val Travignolo, noi invece dobbiamo ancora risalire nella nebbia e con le ossa umide alla Baita Segantini. Chiudiamo in bellezza, senza prendere la seggiovia, visto che abbiamo tempo per la corriera, che si rivelerà un luogo di canti e strilli paramontanari fino a Predazzo. Imparo Era una notte che pioveva.

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Due giorni dopo, il 30, con la mamma e la nonna andiamo al Passo di Costalunga in corriera. E’ pomeriggio, e voglio raggiungere il Passo Nigra, 10 km. Sono le 15 e devo essere di ritorno alle 18.15. Superato continuamente dalle auto, cammino a lungo sul noioso stradone. Quelli in macchina, a vedermi, ridono perché vedono una specie di Tartarin di Tarascona, abbigliato da alta montagna, che cammina invasato. Dopo il rifugio Duca di Pistoia la strada non è più asfaltata perciò, come non bastasse, mi mangio anche un sacco di polvere. A 2 km dal Passo Nigra, una macchina di tedeschi si ferma e mi chiede se vanno bene per il passo. Rispondo di sì, ma gli chiedo anche un passaggio. Sono marito e moglie, molto cordiali: parliamo in inglese.
Al passo, ci salutiamo. Panorama in basso non ce n’è, perché tutto è sommerso dai boschi, ma in alto il Catinaccio è uno spettacolo.
La marcia del ritorno è una sofferenza, un continuo guardare l’orologio. Ho addosso berretto di lana, jeans, scarponi, occhiali neri, maglione e giacca a vento. Il tocco finale è dato dal bastone. Da una macchina uno si sporge e mi urla: “Ohé, c’è bufera al passo?”. E giù a ridere… Ho un attacco di bile, ma quelli sgommano via. Al Passo di Costalunga arrivo in tempo, non così stanco da continuare a piedi per Tamion e Zester con la mamma.

Sguardo dal Passo Coronelle verso la val d’Ega
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Il 3 agosto 1961 vado da solo a San Giovanni a piedi, poi con la corriera fino a Carezza e seggiovia fino al rifugio Paolina. Nella marcia che segue per il rifugio Coronelle, memore dello smacco della volta precedente, semplicemente sbaraglio quelli che mi oppongono resistenza. Al rifugio mi concedo una pastasciutta.
Non è faticosa la salita al Passo delle Coronelle, un intaglio nella roccia come tanti altri ma facilmente percorribile. Scendo verso il rifugio Vajolet, ma poi devio per il Passo delle Cigolade, senza molta fatica e forse un po’ di noia. Dopo aver ingurgitato un po’ di frutta, scendo al rifugio Roda di Vaèl. Dopo aver salito ancora il Ciampac, guido due vecchie signore fino al Ciampedie, perché mi avevano chiesto la strada. Ovviamente devo ridurre di parecchio la velocità, poi però mi consolo buttandomi giù di corsa su Vigo di Fassa. Passando sotto la seggiovia, in quel momento senza passeggeri, vedo una giacca a vento evidentemente caduta a qualcuno.
Non mi passa neppure per la testa di restituirla alla partenza della seggiovia, questo è bottino di guerra: in tasca ci sono un pettine e ben 60 lire…

L’8 agosto vado con mio padre a fare il giro del Sassolungo, salendo per la prima volta in telecabina alla Forcella Sassolungo. Un giro bellissimo, passando per il rifugio Comici. Salgo tutti monticiattoli provvisti di nome che vedo: salgo anche sul Piz de Sella. Da lì scendo per qualche roccetta sulla Sella di Ciadinat; da lì ancora per prati fino all’arrivo della telecabina del Ciampinoi per vedere se c’è un rifugio. Rimango deluso, perché non c’è. Torno quindi indietro, temendo che mio padre cominci a impensierirsi. Andiamo quindi al Passo Sella per un sentiero tra grandi massi.

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Al ritorno vengo a sapere che Paolo Baldi ha rimandato il corso di roccia all’anno prossimo…

L’11 agosto, con Paolo Baldi e Franco Fantini, facciamo una gara di marcia non prevista da Penia a Soraga: essendo amichevole, arriviamo tutti assieme…

Il 13 agosto è la volta del Vial del Pan, con tutta la famiglia. Io mi prendo il lusso di fare un po’ di cime laterali, tipo il Col del Cuc, la Cresta del Larice e il Sass Capel. Giunti al Fedaia, mio padre mi vieta di salire alla Porta Vescovo (volevo salire le cime del Forfes e del Belvedere).

L’ultima gita di quest’anno con papà e mamma è quella ai Laghi di Colbricon. Nel bosco di Paneveggio troviamo dei funghi monumentali. Ne trova perfino la mamma, che dichiara di essere “orba” nella ricerca funghi, e anche io, che in realtà guardo più la cartina che il sottobosco.

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