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Vita da climber – 1

Vita da Climber – 1 (1-2)
di Jim Donini
Autobiografia apparsa su Alpinist N° 2 – marzo 2003
(traduzione di Mauro Penasa su Annuario CAAI, 2009)

 

Quando nell’ottobre 2008 ho conosciuto Jim Donini, avevo già idea, per quanto vaga, di trovarmi davanti a un grande dell’alpinismo… i miei ricordi di letture giovanili me lo facevano però immaginare piuttosto anziano e, ad essere sinceri, Jim non riesce a nascondere la sua età anagrafica. Ciò che mi ha invece davvero colto di sorpresa è stata la sua energia, prorompente e inesauribile, ancora capace di schiantare la resistenza di intere schiere di alpinisti. Certo Jim giocava in casa, e non è cosa da poco, ma è altrettanto vero che il suo corpo asciutto e nodoso pareva inarrestabile nel suo progredire verso l’alto. Nonostante i suoi 65 anni, Jim sembra un ragazzino, per il lampo malizioso dei suoi occhi, per la sua voglia inesauribile di azione e avventura, per la sua immutata classe alpinistica…

Dopo aver arrampicato con lui alcuni giorni, mi sono fatto un’idea di Jim del tutto aderente alla biografia qui tradotta: si tratta di una persona che ha vissuto per la montagna, che alla montagna ha dato tanto ma che da questa ha preso una sicurezza di sé da cui diffonde un fascino non comune. La sua prosa ironica e disincantata, tipica degli scalatori anglosassoni del suo tempo, racconta le salite per quello che sono, momenti di totale coinvolgimento che solo incidentalmente terminano o meno su una cima. Gli amici di Jim sembrano tutti allineati con questo ritratto, in un modo di porsi che trovo onesto e immediato, a cui sono molto affezionato. Nella mia vita ho incontrato quasi tutti i protagonisti principali di questo racconto, anche se molti solo di recente grazie al meeting ad Indian Creek. Non dovete quindi stupirvi se tratto l’argomento con una delicatezza particolare, anche se in fondo tutti noi riconosciamo nel racconto di Jim la nostra passione (Mauro Penasa, 2008).

James Ugo e William Bruno Donini (Jim è più vecchio di 20′). I gemelli sono nati il 23 luglio 1943.
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Era destino che facessi l’alpinista. Cresciuto a Filadelfia, figlio di un professore di storia, nella mia gioventù ho consumato libri di esplorazione, rammaricandomi in generale di essere nato nel XX secolo. Ricordo la delusione che provai quando nel 1953, bimbo di appena dieci anni, lessi che Tenzing e Hillary avevano scalato l’Everest. Probabilmente sentivo già allora che cime, creste e torri inviolate delle montagne remote del mondo sarebbero state la lavagna su cui scrivere la mia vita.

Introdurre le mani in una fessura mai toccata, affondare le punte frontali nel ghiaccio rilucente che non ha mai sentito il morso dell’acciaio, dormire su una cengia che ha solo sopportato il peso della neve e la pressione del vento: queste sono le cose che mi danno motivazione, ancora oggi, per superare il modo di pensare comune, per accettare il dolore, per prepararmi alla prossima avventura in qualche remoto angolo del pianeta.

“Cut Bank 30 miglia” recitava il cartello stradale crivellato di colpi… A 22 ore d’auto da Minneapolis, non sapevo bene se maledire la mia testa dolorante per la sbornia che pian piano stava passando o piuttosto l’ondata di caldo da record che attanagliava le pianure del Montana in quel tardo giorno d’agosto del 1966. lo e il mio compagno Ross Johnson, da poco liberi dagli impegni del servizio militare passato nei corpi speciali, eravamo sulla strada per le montagne rocciose, verso il nostro primo incontro con pendii non percorsi da carrozzabili. Improvvisamente i picchi innevati del Glacier National Park comparvero ai nostri occhi. In una sorta di improvvisa illuminazione mi resi conto che volevo diventare uno scalatore. A Jasper, Alberta, entrammo nel nostro primo negozio di alpinismo: un’ora dopo eravamo armati di corda, alcuni chiodi, scarponi, ramponi, picche e una copia della guida Freedom of the hills. A 23 anni la mia vita aveva appena preso un’irreversibile cambio di direzione. Per fortuna un temporale, in anticipo sulla stagione, mise fine alla nostra prima scalata, un folle tentativo al Mount Robson, prima che arrivassimo abbastanza in alto per finire davvero nei guai. Ma il seme ormai era stato gettato e, ascoltati alcuni saggi consigli da una guida locale, buttammo l’occhio sui Tetons.

I miei primi passi nel mondo dell’arrampicata tecnica su roccia furono sulla Durrance Ridge al Simmetry Spire. George McKeel, uno scalatore molto più esperto di me, mi introdusse alla scalata, slegato al mio fianco, su questa via di 10 tiri che arriva al 5.6. Ero già entrato a far parte del club della “beata incoscienza”.

Mentre eravamo nei Teton, io e Ross ci facemmo amici con alcuni scalatori di Boulder. Bob Polling e soci ci riempirono la testa di storie di roccia perfetta e ragazze accoglienti che ci attendevano in Colorado. L’agosto del ’67 ci trovò così alla base della Bastille Crack, nel famoso Eldorado Canyon di Boulder. Un’occhiata alla fessura fu sufficiente per convincerci alla ritirata strategica al riparo di un vicino bar, per organizzare un po’ di incoraggiamento fluido. Rassicurati dall’alcol riprovammo, e se da un lato Ross scoprì di non essere immune da attacchi di acrofobia, la Bastille fu la mia prima occasione di sperimentare la tenuta della corda: e con il nostro magro set di arrampicata, il detto “il primo non deve mai cadere” aveva davvero senso.

L’estate successiva mi riuscì di convincere Ross a seguire il solo corso di arrampicata cui ebbi occasione di partecipare. Accompagnammo alcuni ranger e guide d’arrampicata del Gran Teton National Park al primo seminario di scalata su ghiaccio che Yvon Chouinard abbia tenuto. Yvon era appena tornato da un viaggio in Austria, Francia e Scozia, e stava distillando l’essenza delle diverse tecniche per rivoluzionare seriamente l’arrampicata su ghiaccio. Soli apprendisti nel gruppo, Ross ed io non avevamo nozioni preconcette su come scalare il ghiaccio, così riuscimmo ad assorbire il suo messaggio come vere spugne e a metterlo in pratica solo due giorni più tardi sul Black Ice Couloir, una salita al Gran Teton con una minacciosa reputazione. “Non può essere tanto difficile” fu il nostro pensiero prevalente – e davvero non lo fu. Dopo questo successo ci trovammo di colpo immersi nel severo mondo dell’arrampicata su ghiaccio: il Ben Nevis nelle Highlands scozzesi. Le sue pareti erano state teatro dell’apertura di alcune delle vie più difficili di questa neonata disciplina della scalata. Al pub “The Jacobite” a Fort William, Wee Norrie Muir e Big lan Nicholson ci presero sotto la loro ala. Superammo la prima prova dimostrando una buona attitudine al consumo notturno di scotch. Presto ci meritammo così di accompagnare questi stagionati e duri “locals” su The Smear, un moderato terzo grado scozzese. Se ci fossimo dimostrati davvero promettenti ci saremmo guadagnati il diritto di seguirli il veekend successivo su un quarto grado conosciuto come Italian Climb.

Jim Donini sulla cresta nord del Latok I, in alto duemila metri sopra l’attacco (1978)
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Quell’inverno Big lan era fissato con il Ben Nevis e con la famosa via conosciuta come Point Five Gully che, assieme all’altro testpiece di grado 5, Zero Gully, costituiva il massimo per i sogni dei ghiacciatori scozzesi. Sfortunatamente le vie andarono in condizione a metà settimana, quando lan e amici dovevano lavorare. Ross e io, liberi da queste preoccupazioni, ci infilammo i maglioni di lana, afferrammo le nostre piccozze da 70 cm, dritte e senza laccioli, e partimmo per dare un’occhiata a Point Five Gully, ma una volta là non potemmo resistere alla sfida. Dal vasto plateau sommitale del Ben Nevis ci precipitammo giù per raggiungere “The Jacobite” prima della chiusura, ancora vestiti da arrampicata. Big lan chiese che cosa avevamo fatto. “Un nome con qualcosa di decimale?” Ross nicchiò maliziosamente mentre la mandibola di Big lan rotolava sul pavimento. Point Five Gully fu l’inizio della mia carriera alpinistica, ma anche il canto del cigno per Ross. Si rese conto che c’erano nella vita altre cose oltre ad arrampicare. La mia prima moglie, che da troppo tempo doveva sopportarmi, si trovò d’accordo con lui, tanto che finirono per lo sposarsi. Ross e io rimanemmo amici fino alla sua morte, avvenuta pochi anni fa.

L’American Alpine Journal del ’68 si occupò di scalate in Yosemite. Completamente affascinato da ogni parola riportata, elevai subito Chuck Pratt e Royal Robbins al rango di divinità, feci i bagagli e partii per la terra promessa. Ed eccomi al Camp 4 nei tardi anni ’60: anarchia sociale, sentori di benzoino, cibo rubacchiato nelle caffetterie, fessure lisce, ragazze di Berkeley, peyote – ricordi così netti che posso ancor oggi sentire odori, sapori e magia di quel momento.

Ciò che faceva della Valle una cosa tanto diversa, in quei giorni, era la gente. C’era Marc Clemens, il maestro delle fessure larghe, che passava i suoi inverni cavalcando le onde sulla spiaggia settentrionale di Oahu, e Barry Bates, un sosia di Tom Cruise il cui stile pulito e le vie eleganti erano una continua ispirazione, mentre Steve Wunsch, appena uscito dal college di Princeton, doveva confrontarsi con l’ardente e determinato Jim Bridwell, proveniente dall’area di San Francisco. Sebbene est e ovest formassero campi separati mi muovevo agevolmente tra i due e mi trovai in fretta immerso nelle sabbie mobili dell’anticultura del Camp 4. In qualche modo trovai persino il tempo di scalare, specialmente in fessura, tanto da vedermi impegnato in un run out di 12 metri durante la prima salita di Overhang Overpass (5.12!!!). Ero stato respinto nei miei precedenti attacchi da una strapiombante sezione sottile, ma il lavoro di potenziamento delle mie dita si dimostrò efficace e passai velocemente il punto critico, solo per trovarmi davanti una fessura di dita del tutto fuori misura, una maledetta “rattly fingers” dai bordi lisci e paralleli. In quei giorni, prima dell’avvento delle camme, queste situazioni richiedevano decisioni di polso: dovevo saltare giù, limitando la caduta a un minimo, o piuttosto continuare, sperando di trovare un posto per piazzare un nut prima che le mie forze e la mia mente cedessero? Un altro tratto distintivo della mia personalità venne così cementato quel giorno: nel dubbio, provaci.

Il sergente Donini, Forze speciali mediche, Fort Bragg, North Carolina, 1962
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Incontrai Rab Carrington in Valle nell’autunno del ‘72. Mi piacque il suo humour inglese e ammirai da subito il suo stile veloce ed efficace. Il compagno di Rab, Alan Rouse, era in ospedale in attesa di rientrare in Inghilterra dopo essersi rotto la gamba durante una difficile arrampicata artificiale sull’Half Dome, ma Rab era ancora determinato ad ottenere il massimo dall’esperienza unica che Yosemite poteva offrire in quanto ad arrampicata in fessura. Con non poca perfidia lo portai subito al testpiece Stepping Out, arrampicata che sapevo una gran novità per le sue conoscenze. Rispolverando ogni trucco del suo pur voluminoso repertorio di tecniche di scalata, nessuna delle quali era fatta per questa fessura larga e aggettante, Rab salì con le unghie e i denti fino a 5 metri dalla mia sosta, finché non udii un alterato “ahi, Jimmy, nessuna presa” mentre volava nel vuoto (sarei poi stato ripagato in pieno per la mia malignità in un successivo viaggio in Inghilterra).

Facemmo un po’ di prime salite insieme, in particolare Leanic Meanic, una fessura continua e rude che aveva respinto alcuni dei pezzi grossi della Valle. Quando Rab ritornò in Inghilterra, la mia connessione con quella nazione di esploratori era cosa fatta. I “Brit” vanno dappertutto, disposti a soffrire ogni tipo di privazione pur di sfuggire l’atroce cibo e il clima miserabile del loro paese, e ciò avrebbe segnato la mia carriera. La primavera successiva Pete Minks arrivò in Yosemite e su raccomandazione di Rab subito mi cercò. Un inglese pallido e muscolare, Pete pensava di essere la reincarnazione di Don Whillans, al punto di parlare di se stesso come di un idraulico disoccupato. La sua solitaria senza corda dello sperone Walker era un richiamo a Whillans nella sua arditezza. È difficile dire quale fosse la sua caratteristica distintiva: forse la cicatrice dove il suo orecchio, staccato a morsi in una rissa con le guide di Chamonix, era stato ricucito, forse la sua lingua dalle lunghe nervature che amava mostrare e a cui diceva dovesse il successo con le donne. Fui naturalmente attratto dal suo carattere diretto e impetuoso, per cui subito facemmo coppia. La nostra collaborazione culminò in primavera con una veloce salita al Nose. Un anno dopo ricevetti una lettera da Rab che chiedeva se avrei considerato l’eventualità di accompagnare una spedizione inglese composta da lui stesso, Minks, Alan Rouse, Mick Geddes e John Barker in Patagonia per tentare l’inviolato pilastro est del Fitz Roy. “Dannazione, sì” fu la mia risposta. La mia attrazione verso l’esplorazione di nuove vie in luoghi remoti stava venendo alla luce. Il viaggio, complicato da mancanza di fondi, scarsa pianificazione e vera sfortuna, fu in retrospettiva, una delle più selvagge e stravaganti avventure della mia vita. Minks che danza nudo sul bancone del bar a un party dell’associazione studentesca a Miami, una copia del New York Times in fiamme tenuta saldamente tra le chiappe; disgustose zampe e becchi di gallina galleggianti in una leggera brodaglia al banco di un lercio ristorante ad un remoto bus stop nella giungla colombiana; l’interminabile notte sotto una coperta di giornali sulle panchine del parco in una fredda e nebbiosa Lima; il tanfo potente dei piedi di Mick Geddes, a coprire persino l’odore di maiali e capre in un bus affollato di campesinos sull’altipiano boliviano… Questi sono alcuni dei ricordi di quel viaggio epico che finì per fortuna dopo tre lunghe settimane a Buenos Aires.

Gruppo del Cerro Torre. 1) il conclamato itinerario del 1959 Egger-Maestri; 2) la linea di salita della Torre Egger (VI, 5.9, A4, 1350 m Bragg-Donini-Wilson, 1975). Il Colle della Conquista separa le due vette; x) quota massima di ritrovamento di segni di scalata da parte di Maestri ed Egger. Foto:Greg Crouch.
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Il primo tentativo di alpinismo estremo non fece che risvegliare il mio appetito per le surreali torri di granito della Patagonia. Nell’estate del 1973 trovai un redditizio impiego presso l’Exum Guide Service, nel Grand Teton National Park, Wyoming, dove ebbi occasione di subissare i miei compagni Steve Wunsch e John Bragg di storie esagerate sul mio tentativo abortito di raggiungere la Patagonia. Una notte, dopo un’eccessiva quantità di Jack Daniels, riuscii a convincere Steve e John che noi avevamo le capacità e la testa per affrontare quelle torri viste solo in fotografia. In autunno Steve decise che il denaro risparmiato sarebbe stato speso meglio in una chitarra nuova, ma John, meno incline alla musica, si unì al mio volo verso sud, determinato almeno a vedere quelle torri mitiche. La mia prima visione del massiccio Fitz Roy-Torre resterà per sempre impressa nella mia mente. Rilucenti guglie di monolitico granito coronate di ghiaccio sorgevano come miraggi dalle ondulate steppe patagoniche. Sebbene sia non credente, sentii che qualche energia suprema doveva aver messo mano alla creazione di questa unica contrapposizione di ghiaccio e roccia, foresta e deserto. Seppi in quel momento che sarei tornato spesso in questa aspra terra battuta dal vento. Nel ‘73 il massiccio era ancora un posto davvero selvaggio. Il villaggio di El Chalten non esisteva, e le corriere giornaliere da Rio Gallegos erano lontane anni nel futuro. L’accesso era difficile e ogni rifornimento inaffidabile.

Il leone Donini si riposa in orizzontale dopo aver salito il Cerro Pollone, Patagonia. Foto: Greg Crouch.
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Un umido giorno di dicembre vide John e me sulla riva settentrionale di un rio Fitz Roy gonfio per le piogge, a scaricare il pick-up arrugginito che ci aveva portati da Rio Gallegos. Nebbie agitate oscuravano i picchi leggendari che eravamo venuti a scalare. Per tre settimane esplorammo la ricca vita animale della foresta circostante con rare occasionali immagini delle torri. Rimasi incantato dal picchio di Magellano, dai condor che volteggiavano sopra di noi, dagli iceberg che si staccavano dal ghiacciaio patagonico nel lago Viedma. Durante una puntata verso il Torre, notai una volpe sul ghiacciaio che mi incuriosì per il suo concentrato affaccendarsi su un terreno di solito poco remunerativo. Da più vicino la ragione divenne chiara, in forma di tibia umana, ormai spolpata ma ancora infilata saldamente nello scarpone. Sparsi intorno si trovavano altri oggetti: il manico rotto di una piccozza e alcuni brandelli di corda testimoniavano della provenienza del reperto.

Donini da secondo su un traverso del Cobra Pillar (VI 5.10+ A3, 1000 m, Donini-Tackle, 1991), Mount Barrille, Alaska. Foto: Jack Tackle.
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In 16 anni il solo scalatore scomparso in questa remota regione era il temerario austriaco Toni Egger, travolto da una valanga di ghiaccio mentre tentava la prima salita del Cerro Torre con Cesare Maestri. John ed io decidemmo di seppellire i resti nel ghiacciaio del Torre, sentendo che l’eterno riposo di uno scalatore dovesse proprio trovarsi in un posto così. La stampa austriaca ci criticò nettamente: la loro sensibilità cattolica avrebbe preferito il recupero e la tumulazione in un mausoleo dopo le cerimonie del caso.

John Bragg, Jim Donini e Jay Wilson al campo base in Patagonia (canasta e whiskey), nel 1975. Foto: John Bragg.
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Poiché il camion della posta che avrebbe dovuto rifornirci ritardava in modo preoccupante, ci incamminammo per il trekking di 90 miglia fino a Tres Lagos, dove avremmo trovato del cibo.

Dopo 20 miglia scoprimmo la ragione del nostro isolamento: lo sterrato era sommerso dall’acqua di fusione primaverile. Cento metri oltre, all’altro lato del tratto inondato, scorgemmo i due occupanti di un pulmino VW che cercavano di costruire un passaggio sopraelevato. Con il nostro aiuto, i due scalatori inglesi Ben Campbell-Kelly e Brian Wyville, freschi della prima in stile alpino del Trollweggen in Norvegia, riuscirono a traghettare il veicolo prima di sera. Un’ora più tardi, dopo breve riunione strategica, quattro ragazzi, ora divenuti una eterogenea squadra, ritornavano alle montagne sul furgone infangato ma funzionante. Il tempo era stato splendente per tre giorni e sapevo che non c’era tempo da perdere. Due giorni dopo eravamo alla base dell’inviolato Cerro Standhardt, la meno minacciosa delle tre torri. La notte ci vide aggrovigliati in una tenda Whillans precariamente adagiata su una cengia di neve. All’epoca questa scatola era la miglior opzione in quanto a riparo da spedizione. Ne avevamo portata una dagli States e ora era montata sotto un enorme camino intasato di lame di basalto, la via apparentemente più semplice verso la cima. Il mattino dopo la sfortuna colpì: il nostro unico fornellino si rifiutò di partire. Non potevamo farne a meno più in alto, così iniziammo l’amara ritirata in una giornata di tempo ancora perfetto, giù fino al campo base. Dopo 36 ore, con un nuovo fornello, eravamo di nuovo al punto massimo, proprio nel momento in cui le leggere volute di alti cirri iniziavano a comparire da ovest. Trecento metri di arrampicata molto più dura del previsto – leggete pure disperata – ci dovevano portare su una cengia, in alto sulla parete. Pochi metri sopra il vento ululava, spazzando la cresta terminale, a segnare il temine definitivo di ogni efficiente comunicazione.

Jim Donini con la figlia Sage, circa al tempo del Latok I. Archivio: Betty Donini.
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Passammo la notte più sotto, nella tenda Whillans, apprensivamente attenti al suo progressivo disintegrarsi sotto i colpi della crescente tempesta. Il mattino seguente, mentre preparavamo le doppie, tagliai gli ormeggi al nostro rifugio. Posso ancora vedere i brandelli dei suoi resti mentre spariscono nella nebbia trascinati dalla bufera.

Benvenuti in Patagonia! Argomenti trattati? Primo: fortuna – senza dubbio, se il fornello non si fosse rotto, ci saremmo ritrovati sulla cima di una torre fino ad allora vergine, in una meravigliosa e tiepida giornata di sole. Secondo: dolore – inizia quando finisce la fortuna e arriva il vento, conosciuto qui come la “Escoba de Dios”, a dar del suo meglio per scaraventarvi in un universo parallelo. Terzo: talento – la più importante scoperta fu di possedere il dono indispensabile a ogni vero alpinista: grazie a dio ho una memoria davvero corta. Tornai in Patagonia l’anno successivo.

Jeff Lowe sta raggiungendo il luogo del più alto bivacco sul Latok I, a circa 7000 metri. Il tempo volse al brutto in poco tempo e il team fu intrappolato là in una buca di neve per cinque giorni. Jeff Lowe si ammalò gravemente.  Foto: Jim Donini.
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Nel dicembre 1975, Jay Wilson si unì a me e a John. Un neofita del grande alpinismo, Jay non aveva la nostra esperienza ma possedeva una capacità atletica superiore ed un carattere socievole e instancabile che ne faceva un partner insostituibile. Eravamo di ritorno, alla ricerca di un boccone più grosso. Il macabro ritrovamento delle spoglie di Egger l’anno precedente aveva spostato la nostra attenzione verso la torre inviolata e imponente a lui dedicata. Ora, con Jay, il nostro piano era seguire la via Egger-Maestri per 750 metri fino al colle che separa il Cerro Torre dalla Torre Egger e di proseguire fino alla cima lungo i successivi 400 metri di liscio granito incrostato di ghiaccio. La nostra linea di salita era costellata da una minacciosa serie di pericoli oggettivi. Passammo intere ore fatalmente inermi sotto gli enormi funghi di ghiaccio che rivestivano le cime del Torre e della Egger, mentre fissavamo le corde verso il Colle della Conquista, così battezzato da Maestri. Il tiro in artificiale subito sopra il colle, strapiombante e marcio, sorpassò tutto ciò che avessi mai incontrato in Yosemite, con la differenza che le conseguenze di una caduta sarebbero state terribilmente più serie. Come da copione la tempesta soffiava sempre più intensa mentre ci avvicinavamo alla cima, ma noi eravamo troppo impegnati per dare alla cosa tutta la considerazione che questa meritava, e poi avevamo una missione da compiere. Dopo tre mesi di faticosa preparazione, rischiosa arrampicata, estenuante attesa nelle settimane di tempesta, la nostra tanto castigata squadra si fece finalmente strada attraverso il fungo di ghiaccio della cima, per raggiungere uno dei luoghi più inaccessibili del mondo.

Georg Lowe (seduto), Donini e Jeff Lowe si stanno “caricando” per i 2500 metri della cresta nord del LatoK I  7145 m (Karakorum, Pakistan). La linea rossa mostra il tracciato e il punto più alto raggiunto. A dispetto di numerosi altri tentativi negli anni seguenti, nessuno è mai salito così alto. Foto: Michael Kennedy.
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Jeff Lowe, Michael Kennedy e George Lowe ricavano cenge da bivacco al decimo giorno di salita sul Latok I. Due ore per scavarle, ma non grandi a sufficienza per poter piazzare le tendine. Foto: Jim Donini.
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(continua)

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